True
2025-05-08
Per obbligare il Cremlino a trattare l’America spinge l’Ucraina nel Kursk
Donald Trump (Ansa)
Nonostante la tregua di 72 ore annunciata da Mosca in vista della parata del 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale, la battaglia sul campo procede senza esclusione di colpi. Da una parte e dall’altra.
I bombardamenti su Kiev sono ripresi con violenza. Il sindaco della capitale ucraina, Vitaliy Klitschko, ha denunciato ieri una nuova ondata di attacchi, con due morti e almeno sette feriti, tra cui quattro bambini, colpiti da droni russi che hanno distrutto un edificio residenziale nel quartiere di Shevchenkivskyi. Sul fronte orientale, il ministero della Difesa russo ha annunciato la conquista del villaggio di Lypove, nella regione del Donetsk, nell’Est dell’Ucraina.
Ma a far salire ulteriormente la tensione sono stati gli attacchi ucraini con droni su Mosca, avvenuti a ridosso delle celebrazioni e che hanno provocato una dura reazione da parte del Cremlino. Il portavoce, Dmitry Peskov, ha parlato di «atti di terrorismo», accusando Kiev di voler minare la sicurezza della capitale russa in uno dei momenti simbolicamente più rilevanti per la Federazione. È in questo contesto che si inserisce l’avanzata ucraina nella regione russa del Kursk dove, negli ultimi giorni, si sono moltiplicate le azioni di disturbo oltre confine, con attacchi a depositi di munizioni e infrastrutture militari. Pur senza conferme ufficiali da entrambe le parti, il comando ucraino ha dichiarato di aver ottenuto progressi significativi e di aver conquistato, in particolare, la località di Tetkino.
Fonti militari occidentali non escludono che dietro a queste operazioni mirate ci sia anche la regia americana: un modo per aumentare la pressione su Mosca proprio alla vigilia del 9 maggio e nel pieno delle trattative diplomatiche. L’obiettivo, secondo alcuni osservatori, sarebbe spingere il Cremlino verso una trattativa, forzando Vladimir Putin a considerare una soluzione negoziata. A tal proposito, ieri da Washington, sono arrivate delle dichiarazioni tutt’altro che banali di J.D. Vance. Il vicepresidente americano ha affermato di non essere così pessimista sulle possibilità di porre fine al conflitto aggiungendo, tuttavia, che gli Stati Uniti considerano eccessive le concessioni richieste dalla Russia per la pace in Ucraina. Il numero due della Casa Bianca, dopo aver sottolineato che «la cultura americana e quella europea sono strettamente legate e staranno sempre dalla stessa parte», ha auspicato un dialogo diretto tra Mosca e Kiev per raggiungere un accordo.
Stando a quanto dichiarato in un’intervista rilasciata a Fox News dall’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Keith Kellogg, Volodymyr Zelensky avrebbe proposto la creazione di una zona cuscinetto, corrispondente a un’area di 30 chilometri demilitarizzata, controllata congiuntamente da Kiev e Mosca e monitorata da osservatori di Paesi terzi. Un punto su cui, però, Putin, almeno per il momento, non transige: lo zar continua a chiedere che l’Ucraina ritiri le truppe dalle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Sulla questione è intervenuto anche Sergej Lavrov: secondo il ministro degli Esteri russo, «un cessate il fuoco o una pausa delle ostilità lungo la linea di impegno non possono portare a una soluzione duratura a questo problema».
Nel frattempo Mosca, in vista del Giorno della vittoria, ha confermato le 72 ore di tregua a partire dalla mezzanotte di ieri in modo da garantire lo svolgimento delle celebrazioni in sicurezza, anche e soprattutto delle figure internazionali che vi parteciperanno. Tra questi spiccano il presidente cinese, Xi Jinping, e quello venezuelano, Nicolás Maduro, entrambi nella capitale russa già da ieri. Prima di assistere alla parata sulla Piazza Rossa, il leader di Pechino, incontrerà oggi Putin per ribadire l’amicizia strategica che li lega; mentre si è già svolto ieri il faccia a faccia con Maduro, il quale ha ricordato come «l’amicizia tra i due Paesi abbia resistito alla prova del tempo».
Da Varsavia, dove è in corso la riunione informale del Consiglio Esteri Ue, si è espressa in maniera piuttosto critica Kaja Kallas: «È chiaro che tutti coloro che sono a favore della pace dovrebbero essere presenti in Ucraina piuttosto che a Mosca», ha affermato l’Alto rappresentante dell’Ue. Il riferimento era soprattutto al presidente serbo, Aleksandar Vučić, e a quello slovacco Robert Fico, entrambi attesi a Mosca ma bloccati dalla decisione dei governi dei Paesi Baltici e della Polonia di vietare l’uso del proprio spazio aereo per i voli diretti nella capitale russa. Zelensky, dopo aver specificato che l’Ucraina non può garantire che le celebrazioni si svolgano in sicurezza, ha definito la sospensione annunciata dal Cremlino uno «spettacolo teatrale» e una «manipolazione».
Il presidente francese, Emmanuel Macron, a margine dell’incontro con il neo cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha sostenuto che probabilmente Putin non rispetterà la tregua. A smentirlo è stato Peskov, che ha ribadito l’intenzione di mantenere comunque il cessate il fuoco, avvertendo tuttavia che qualsiasi attacco ucraino riceverà «una risposta immediata e proporzionata». Intanto a Mosca sono state rafforzate le misure di sicurezza su tutta la Piazza Rossa e le aree circostanti, con forti limitazioni ai servizi di internet mobile per evitare possibili attacchi informatici o droni da parte ucraina.
Governo provvisorio Usa per Gaza
Mentre Israele si prepara all’operazione denominata «Carri di Gedeone» a Gaza, ieri il ministro della Difesa, Israel Katz, ha sottolineato che le forze di difesa israeliane (Idf) rimarranno in tutte le aree che conquisteranno per prevenire la ripresa del terrorismo.
Nel corso di una valutazione operativa presso la 162ª Divisione, Katz ha illustrato gli obiettivi centrali dell’operazione: smantellare le capacità militari e amministrative di Hamas, ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi (21 quelli ancora vivi secondo alcuni funzionari di Gerusalemme, preoccupati per la vita di altri tre) e garantire l’evacuazione dei civili dal Sud della Striscia. Il ministro ha, poi, sottolineato che la presenza costante dell’Idf nelle aree sotto il loro controllo è fondamentale per impedire il ritorno delle forze terroristiche e per distinguere la popolazione generale dagli agenti di Hamas. Katz ha poi detto che l’attuale presenza militare rappresenta un’occasione favorevole per favorire un’intesa sullo scambio di prigionieri, citando il cosiddetto «modello Witkoff», e auspicando che ciò avvenga prima della fine della prossima visita del presidente statunitense, Donald Trump, nella regione. Ha, inoltre, precisato che, anche nell’ambito di un eventuale accordo futuro, «Israele non intende ritirarsi dalla zona cuscinetto di sicurezza istituita a Gaza fondamentale per la protezione delle comunità israeliane limitrofe».
E dopo, cosa accadrà? L’unica certezza, al momento, è che finirà questa guerra scellerata, orchestrata dall’Iran e scatenata il 7 ottobre 2023 attraverso Hamas, Hezbollah, gli Huthi, la Jihad islamica e le milizie sciite irachene. E nulla sarà più come prima. Nel frattempo, lontano dai riflettori, dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca si è intensificata l’attività diplomatica in vista del dopoguerra e in molti hanno provato a proporre delle soluzioni per Gaza senza, però, soddisfare la legittime richieste in termini di sicurezza avanzate da Israele (e condivise dagli Usa). Clamorosa l’indiscrezione pubblicata ieri da Reuters secondo la quale cinque fonti informate sulla questione affermano che gli Stati Uniti e Israele «stanno discutendo l’ipotesi che Washington assuma la guida di un’amministrazione temporanea a Gaza dopo la fine del conflitto».
Le consultazioni, descritte come «di alto livello», ruotano attorno alla creazione di un governo di transizione, guidato da un funzionario statunitense, che avrebbe il compito di supervisionare la Striscia fino alla sua smilitarizzazione e stabilizzazione, e alla formazione di una nuova amministrazione palestinese funzionante. Secondo quanto riferito da Reuters, le discussioni, ancora in una fase preliminare, non prevedono una durata prestabilita per l’eventuale amministrazione statunitense a Gaza, la cui permanenza dipenderebbe dall’evoluzione della situazione sul terreno.
Le fonti indicano che altri Paesi potrebbero essere coinvolti nella gestione dell’autorità guidata dagli Stati Uniti, sebbene non specifichino quali. La proposta prevede l’impiego di tecnocrati palestinesi ma esclude sia Hamas, sia l’Autorità nazionale palestinese, attualmente al potere in Cisgiordania. Secondo le fonti, resta incerto se le parti riusciranno a trovare un accordo. Le trattative, infatti, non sono ancora arrivate al punto di discutere chi potrebbe ricoprire le principali cariche nella possibile amministrazione. In risposta alle domande di Reuters, un portavoce del dipartimento di Stato non ha commentato direttamente se ci fossero state discussioni con Israele su un’autorità provvisoria guidata dagli Stati Uniti a Gaza, affermando che non poteva parlare dei negoziati in corso.
L’ufficio di Netanyahu ha rifiutato di commentare la notizia ma ha confermato che anche ieri ha discusso con Trump «di molte cose». Il viaggio del presidente americano in Medio Oriente ci darà molte risposte anche sul futuro di Gaza.
Continua a leggereRiduci
Ci sarebbe la regia della Casa Bianca dietro l’avanzata di Kiev nella regione. Un modo per costringere Vladimir Putin a siglare la pace. Per J.D. Vance le richieste dello zar sono «eccessive». Volodymyr Zelensky propone una zona cuscinetto.Per Reuters, Washington e Gerusalemme potrebbero creare un’autorità di transizione guidata dagli Stati Uniti al termine dell’attacco nella Striscia di Gaza. Dove l’Idf vuol restare a lungo.Lo speciale contiene due articoli. Nonostante la tregua di 72 ore annunciata da Mosca in vista della parata del 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale, la battaglia sul campo procede senza esclusione di colpi. Da una parte e dall’altra.I bombardamenti su Kiev sono ripresi con violenza. Il sindaco della capitale ucraina, Vitaliy Klitschko, ha denunciato ieri una nuova ondata di attacchi, con due morti e almeno sette feriti, tra cui quattro bambini, colpiti da droni russi che hanno distrutto un edificio residenziale nel quartiere di Shevchenkivskyi. Sul fronte orientale, il ministero della Difesa russo ha annunciato la conquista del villaggio di Lypove, nella regione del Donetsk, nell’Est dell’Ucraina.Ma a far salire ulteriormente la tensione sono stati gli attacchi ucraini con droni su Mosca, avvenuti a ridosso delle celebrazioni e che hanno provocato una dura reazione da parte del Cremlino. Il portavoce, Dmitry Peskov, ha parlato di «atti di terrorismo», accusando Kiev di voler minare la sicurezza della capitale russa in uno dei momenti simbolicamente più rilevanti per la Federazione. È in questo contesto che si inserisce l’avanzata ucraina nella regione russa del Kursk dove, negli ultimi giorni, si sono moltiplicate le azioni di disturbo oltre confine, con attacchi a depositi di munizioni e infrastrutture militari. Pur senza conferme ufficiali da entrambe le parti, il comando ucraino ha dichiarato di aver ottenuto progressi significativi e di aver conquistato, in particolare, la località di Tetkino.Fonti militari occidentali non escludono che dietro a queste operazioni mirate ci sia anche la regia americana: un modo per aumentare la pressione su Mosca proprio alla vigilia del 9 maggio e nel pieno delle trattative diplomatiche. L’obiettivo, secondo alcuni osservatori, sarebbe spingere il Cremlino verso una trattativa, forzando Vladimir Putin a considerare una soluzione negoziata. A tal proposito, ieri da Washington, sono arrivate delle dichiarazioni tutt’altro che banali di J.D. Vance. Il vicepresidente americano ha affermato di non essere così pessimista sulle possibilità di porre fine al conflitto aggiungendo, tuttavia, che gli Stati Uniti considerano eccessive le concessioni richieste dalla Russia per la pace in Ucraina. Il numero due della Casa Bianca, dopo aver sottolineato che «la cultura americana e quella europea sono strettamente legate e staranno sempre dalla stessa parte», ha auspicato un dialogo diretto tra Mosca e Kiev per raggiungere un accordo.Stando a quanto dichiarato in un’intervista rilasciata a Fox News dall’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Keith Kellogg, Volodymyr Zelensky avrebbe proposto la creazione di una zona cuscinetto, corrispondente a un’area di 30 chilometri demilitarizzata, controllata congiuntamente da Kiev e Mosca e monitorata da osservatori di Paesi terzi. Un punto su cui, però, Putin, almeno per il momento, non transige: lo zar continua a chiedere che l’Ucraina ritiri le truppe dalle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Sulla questione è intervenuto anche Sergej Lavrov: secondo il ministro degli Esteri russo, «un cessate il fuoco o una pausa delle ostilità lungo la linea di impegno non possono portare a una soluzione duratura a questo problema».Nel frattempo Mosca, in vista del Giorno della vittoria, ha confermato le 72 ore di tregua a partire dalla mezzanotte di ieri in modo da garantire lo svolgimento delle celebrazioni in sicurezza, anche e soprattutto delle figure internazionali che vi parteciperanno. Tra questi spiccano il presidente cinese, Xi Jinping, e quello venezuelano, Nicolás Maduro, entrambi nella capitale russa già da ieri. Prima di assistere alla parata sulla Piazza Rossa, il leader di Pechino, incontrerà oggi Putin per ribadire l’amicizia strategica che li lega; mentre si è già svolto ieri il faccia a faccia con Maduro, il quale ha ricordato come «l’amicizia tra i due Paesi abbia resistito alla prova del tempo».Da Varsavia, dove è in corso la riunione informale del Consiglio Esteri Ue, si è espressa in maniera piuttosto critica Kaja Kallas: «È chiaro che tutti coloro che sono a favore della pace dovrebbero essere presenti in Ucraina piuttosto che a Mosca», ha affermato l’Alto rappresentante dell’Ue. Il riferimento era soprattutto al presidente serbo, Aleksandar Vučić, e a quello slovacco Robert Fico, entrambi attesi a Mosca ma bloccati dalla decisione dei governi dei Paesi Baltici e della Polonia di vietare l’uso del proprio spazio aereo per i voli diretti nella capitale russa. Zelensky, dopo aver specificato che l’Ucraina non può garantire che le celebrazioni si svolgano in sicurezza, ha definito la sospensione annunciata dal Cremlino uno «spettacolo teatrale» e una «manipolazione». Il presidente francese, Emmanuel Macron, a margine dell’incontro con il neo cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha sostenuto che probabilmente Putin non rispetterà la tregua. A smentirlo è stato Peskov, che ha ribadito l’intenzione di mantenere comunque il cessate il fuoco, avvertendo tuttavia che qualsiasi attacco ucraino riceverà «una risposta immediata e proporzionata». Intanto a Mosca sono state rafforzate le misure di sicurezza su tutta la Piazza Rossa e le aree circostanti, con forti limitazioni ai servizi di internet mobile per evitare possibili attacchi informatici o droni da parte ucraina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accordo-russia-ucraina-usa-2671917177.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="governo-provvisorio-usa-per-gaza" data-post-id="2671917177" data-published-at="1746693111" data-use-pagination="False"> Governo provvisorio Usa per Gaza Mentre Israele si prepara all’operazione denominata «Carri di Gedeone» a Gaza, ieri il ministro della Difesa, Israel Katz, ha sottolineato che le forze di difesa israeliane (Idf) rimarranno in tutte le aree che conquisteranno per prevenire la ripresa del terrorismo. Nel corso di una valutazione operativa presso la 162ª Divisione, Katz ha illustrato gli obiettivi centrali dell’operazione: smantellare le capacità militari e amministrative di Hamas, ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi (21 quelli ancora vivi secondo alcuni funzionari di Gerusalemme, preoccupati per la vita di altri tre) e garantire l’evacuazione dei civili dal Sud della Striscia. Il ministro ha, poi, sottolineato che la presenza costante dell’Idf nelle aree sotto il loro controllo è fondamentale per impedire il ritorno delle forze terroristiche e per distinguere la popolazione generale dagli agenti di Hamas. Katz ha poi detto che l’attuale presenza militare rappresenta un’occasione favorevole per favorire un’intesa sullo scambio di prigionieri, citando il cosiddetto «modello Witkoff», e auspicando che ciò avvenga prima della fine della prossima visita del presidente statunitense, Donald Trump, nella regione. Ha, inoltre, precisato che, anche nell’ambito di un eventuale accordo futuro, «Israele non intende ritirarsi dalla zona cuscinetto di sicurezza istituita a Gaza fondamentale per la protezione delle comunità israeliane limitrofe». E dopo, cosa accadrà? L’unica certezza, al momento, è che finirà questa guerra scellerata, orchestrata dall’Iran e scatenata il 7 ottobre 2023 attraverso Hamas, Hezbollah, gli Huthi, la Jihad islamica e le milizie sciite irachene. E nulla sarà più come prima. Nel frattempo, lontano dai riflettori, dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca si è intensificata l’attività diplomatica in vista del dopoguerra e in molti hanno provato a proporre delle soluzioni per Gaza senza, però, soddisfare la legittime richieste in termini di sicurezza avanzate da Israele (e condivise dagli Usa). Clamorosa l’indiscrezione pubblicata ieri da Reuters secondo la quale cinque fonti informate sulla questione affermano che gli Stati Uniti e Israele «stanno discutendo l’ipotesi che Washington assuma la guida di un’amministrazione temporanea a Gaza dopo la fine del conflitto». Le consultazioni, descritte come «di alto livello», ruotano attorno alla creazione di un governo di transizione, guidato da un funzionario statunitense, che avrebbe il compito di supervisionare la Striscia fino alla sua smilitarizzazione e stabilizzazione, e alla formazione di una nuova amministrazione palestinese funzionante. Secondo quanto riferito da Reuters, le discussioni, ancora in una fase preliminare, non prevedono una durata prestabilita per l’eventuale amministrazione statunitense a Gaza, la cui permanenza dipenderebbe dall’evoluzione della situazione sul terreno. Le fonti indicano che altri Paesi potrebbero essere coinvolti nella gestione dell’autorità guidata dagli Stati Uniti, sebbene non specifichino quali. La proposta prevede l’impiego di tecnocrati palestinesi ma esclude sia Hamas, sia l’Autorità nazionale palestinese, attualmente al potere in Cisgiordania. Secondo le fonti, resta incerto se le parti riusciranno a trovare un accordo. Le trattative, infatti, non sono ancora arrivate al punto di discutere chi potrebbe ricoprire le principali cariche nella possibile amministrazione. In risposta alle domande di Reuters, un portavoce del dipartimento di Stato non ha commentato direttamente se ci fossero state discussioni con Israele su un’autorità provvisoria guidata dagli Stati Uniti a Gaza, affermando che non poteva parlare dei negoziati in corso. L’ufficio di Netanyahu ha rifiutato di commentare la notizia ma ha confermato che anche ieri ha discusso con Trump «di molte cose». Il viaggio del presidente americano in Medio Oriente ci darà molte risposte anche sul futuro di Gaza.
Imagoeconomica
Secondo il docente di politica economica, «a questo punto della storia, prendere tempo significa solo perdere tempo. E l’Italia oggi non può permetterselo». Non diversamente la pensa, o per lo meno questo è ciò che sostiene in pubblico, Matteo Renzi, il quale a SkyTg24 ha rilasciato la seguente previsione: «O Giorgia Meloni va a votare subito o sarà un declino costante». Per poi aggiungere, in versione Mago Otelma: «Non escludo che stia pensando alle elezioni».
Che Giavazzi e il senatore semplice di Rignano, insieme ad alcuni altri meno conosciuti, sposino la tesi dell’urgenza di tornare a votare già dovrebbe far riflettere. Se loro sono favorevoli a uno scioglimento anticipato delle Camere c’è un motivo in più per evitare di far finire un anno e mezzo prima la legislatura. Nel caso di Giavazzi perché i consigli dispensati a Draghi (come, ad esempio, quello di staccare un pezzo dei 5 stelle per sostenere il governo) si sono rivelati disastrosi. Per quanto riguarda invece Renzi, poiché le sue indicazioni non sono mai disinteressate, se si vogliono evitare guai è sempre preferibile fare il contrario di quel che dice.
Oltre ai suggerimenti di cui diffidare, a sconsigliare il ricorso alle urne sono anche altri fattori che Giorgia Meloni credo abbia ben presenti e qui cercherò brevemente di riassumere. Prima questione: il presidente del Consiglio si può dimettere ma non può convocare nuove elezioni, perché quella è una prerogativa che compete al capo dello Stato. Il quale, come ho già spiegato, potrebbe prendere atto del fatto che il premier ha gettato la spugna e potrebbe decidere di incaricare qualcun altro. E a questo punto Meloni sarebbe fuori dai giochi. Qualcuno obietta che non ci sono i numeri per fare un governo tecnico o del presidente. Sì, sulla carta sembrerebbe così, ma in pratica potrebbe andare diversamente e non penso che a Giorgia convenga fare una verifica, rischiando una brutta sorpresa. Che cosa mi fa dire che i numeri a sostegno del centrodestra di fronte all’ipotesi di un governissimo potrebbero essere meno granitici? Beh, innanzitutto il calendario: credo che ai parlamentari di prima nomina manchi ancora un anno per maturare la pensione e dunque nessuno di loro sarà contento di lasciare la poltrona. Poi ci sono gli onorevoli di lungo corso, molti dei quali sanno che, per via dei troppi mandati o semplicemente perché si è ristretto il numero di possibili eletti, non saranno ricandidati. Gli uni e gli altri ovviamente hanno buoni motivi per guardare in cagnesco la fine anticipata della legislatura. Se poi consideriamo che, con la guerra in Iran, Sergio Mattarella avrebbe gioco facile a invocare l’interesse nazionale, chiunque può capire che le dimissioni sarebbero per Meloni un salto nel vuoto senza alcuna rete di protezione.
I sostenitori del voto però replicano che Giorgia non può restare a farsi rosolare: deve reagire, perché altrimenti, come dice Renzi, ci sarà un declino costante. Ammettiamo che il Bomba fiorentino abbia ragione e che il premier debba uscire dall’angolo in cui l’ha ficcata la sconfitta e per farlo, invece di rilanciare l’azione di governo, decida di affossare il governo. Ammettiamo pure che il capo dello Stato, invece di fare quello che ha fatto a Renzi, ovvero tirare avanti la legislatura fino alla fine, la sciolga in anticipo. Ma chi garantirà a Meloni, con l’attuale legge elettorale, di poter tornare a Palazzo Chigi? E soprattutto chi le assicurerà di riuscire a tener unita la coalizione? Roberto Vannacci, con Futuro nazionale si è portato via qualche onorevole ma alle elezioni minaccia di sottrarre un po’ di voti. E poi c’è Forza Italia, che di questi tempi è attraversata da strani sommovimenti e non è detto che vadano tutti nella direzione di un sostegno alla leadership di Giorgia. Tra gli azzurri c’è chi vorrebbe tenersi le mani libere, perché un domani chissà… Vi sembra fantapolitica? Beh, in passato il governo è stato sostenuto da Pd, Italia viva, 5 stelle, Articolo uno, e - udite, udite - Forza Italia e Lega. La Lega questa volta di certo non sarà invitata a unirsi all’ammucchiata, ma Forza Italia? Sarà per questo che Giavazzi e Renzi spingono per le elezioni? Ah, saperlo… Di certo, il Bomba toscano non vede l’ora di mandare a casa Meloni. Anche per un fatto personale: ha vietato ai parlamentari i pagamenti provenienti da enti riconducibili a Paesi esteri. Insomma, lo ha colpito nel portafogli e lui, con il suo due per cento, non vede l’ora di colpirla nell’urna.
Continua a leggereRiduci
Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Ansa)
«Giorgia ha perso il tocco magico», «Giorgia naviga a vista», «Le epurazioni di Giorgia sono un segno di debolezza», ripetono a nastro opposizioni e redazioni mainstream (più o meno la stessa cosa). Ma la conseguenza è che la maggioranza ci crede e comincia a guardare l’abisso: dopo tre anni e mezzo di vento in poppa, alla prima tempesta tutti nel panico. Con l’effetto eventualmente più letale: regalare al partito dei magistrati anche la soddisfazione di far cadere il governo.
Venerdì sera, intanto, la Meloni, nella propria residenza romana, ha incontrato i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani per fare il punto e organizzare il rilancio. Già a margine del Cdm i tre si erano fermati a parlare, poi si sono dati appuntamento in serata per una cena, lontano da occhi indiscreti. Ma nella coalizione è comunque caos. Elezioni anticipate o no? Ufficialmente nessuno vorrebbe lasciare ma l’ipotesi è diventata un tema. Dentro l’esecutivo non sarebbe contrario Giancarlo Giorgetti, favorevole a «farla finita subito» per non farsi rosolare per un anno e mezzo dal malpancismo interno e dalla sfavorevole congiuntura economica. Con una controindicazione. Nell’agosto 2019 la pensava allo stesso modo riguardo alla fine del governo Conte 1, con la richiesta di elezioni che Sergio Mattarella non concesse mai.
A tifare per una nuova trappola è Matteo Renzi, che guarda la palla di vetro e vede «un logoramento come accadde a me, lei ha la fiducia in Parlamento ma è sfiduciata dal popolo, si è rotta la connessione sentimentale. A questo punto le strade sono due: spaccare tutto e andare a elezioni anticipate, ma non lo farà perché per dimettersi ci vuole coraggio. Sceglierà la seconda via: sopravvivere un anno mentre tutti attorno a lei si daranno di gomito. Sarà una via crucis molto faticosa». La provocazione è palese in senso renziano: dovresti dimetterti invece galleggi perché sei pusillanime. Quindi, secondo logica, Giorgia Meloni dovrebbe fare esattamente il contrario: lavorare per risalire la china, comportarsi al contrario di Renzi per rimanere dentro la realtà, dentro la politica. Ed evitare di diventare lentamente insignificante, destino che dopo un decennio ancora accompagna l’ex premier.
Mentre in Forza Italia qualcuno comincia ad assaporare l’effetto sganciamento nel segno dei «diritti umani universali» (quando le mode declinano perfino nei campus californiani, diventano meravigliose in Italia), altri consiglieri del malaugurio arrivano da stakeholder pesanti come Confindustria. Il presidente Emanuele Orsini, fino all’altroieri favorevole all’approccio del governo sui dati macroeconomici e tendenziali, ora improvvisamente cavalca la possibile «recessione bellica». E aggiunge: «Rischiamo una crisi energetica come mai l’abbiamo avuta nella storia». Guarda caso se n’è accorto dopo il referendum e adesso vede il baratro: «Galoppiamo verso un contesto di consumi, investimenti, attività più deboli». Conseguenza: fermi tutti e governissimo, con il tradimento degli elettori di centrodestra e il disconoscimento di quasi quattro anni di crescita dopo i disastri contiani (reddito di cittadinanza, superbonus) e il galleggiamento recessivo draghiano. Ieri Orsini ha alzato ancora la voce contro l’esecutivo sulla riduzione - uscita dal decreto Fisco - dei crediti per Transizione 5.0. Il capo degli industriali chiede un tavolo: «A rischio la fiducia». Giorgetti da Cernobbio gli risponde: con la guerra è cambiato tutto e dobbiamo decidere «se le disponibilità devono andare» agli incentivi o «a favore delle imprese energivore, piuttosto che delle aziende di trasporto o per le accise».
Tira aria di spallata anche dalle parti delle redazioni. Il segnavento più indicativo è nell’editoriale del Foglio, sempre molto sensibile a fiutare le brezze provenienti dal Colle, dal titolo «Al voto, al voto». Come se oggi nulla possa essere meglio di una congiura istituzionale. Sarebbe la realizzazione plastica del progetto spiattellato davanti a un buon Chianti prenatalizio da Francesco Saverio Garofani, consigliere di Mattarella. Stai a vedere che lo sgambetto dei pm può diventare una risorsa anche per Claudio Cerasa. Proprio per questo varrebbe la pena riesumare il diktat di un altro Francesco Saverio, quel Borrelli riformista-wagneriano che disse: «Resistere, resistere, resistere». Nel dubbio Fdi tace. Neppure le chat mostrano sussulti. Come conferma l’agenzia Dire, da più di 48 ore la chat dell’esecutivo è muta. È su WhatsApp e si chiama «Consiglio dei ministri». Da mercoledì sera è vuota. Per due motivi. Primo: Daniela Santanchè è ancora nel gruppo e ogni commento sarebbe imbarazzante. Secondo: ogni elucubrazione digitale potrebbe trasformarsi in una polemica. «Ora la strumentalizzazione automatica sarebbe l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno», spiffera il solito saggio.
Continua a leggereRiduci
Kaja Kallas (Ansa)
«È passato un anno - gli ha rinfacciato la Kallas - e la Russia non ha fatto alcun passo. Quando finirà la vostra pazienza?». Al sarcasmo della «brillante» euroministra degli Esteri, pare che Rubio non abbia reagito elegantemente e avrebbe freddato la signora con un irritato «Stiamo facendo del nostro meglio per porre fine alla guerra. Se pensate di poter ottenere migliori risultati, fate pure. Noi ci faremo da parte». Ovviamente la baldanza retorica è l’unica arma di cui dispone la Commissione europea, il cui valore della classe dirigente impressiona per inadeguatezza di mese in mese.
Quando poi si tratta di mostrare realmente il valore politico dell’Unione, ecco che si arriva alla firma degli accordi relativi ai dazi, il cui peso negoziale è totalmente sbilanciato a favore della Casa Bianca, che aveva fatto intendere: o firmate l’accordo sui dazi oppure vi tagliamo il gas. E ci mancherebbe pure questo. Solo una cosa appare sempre più certa: nei conflitti in corso l’unico sconfitto di peso chiaro si chiama Unione europea. Una sconfitta pesante che gli ultimi botti di euroretorica potranno celare per poco. Tutto ciò su cui l’Ue aveva puntato è miseramente crollato: il mondo perfetto si è girato contro e si è trasformato in incubo.
Pensate allo slogan «grazie all’euro non avremo più guerre in Europa»: ne sono scoppiate due, una a Est e una in quel Mediterraneo sempre sottovalutato da Bruxelles. E quell’«Ue, no borders», l’abbattimento dei confini con cui la generazione Erasmus doveva essere liberata dai nazionalismi? Ci ritroviamo al protagonismo dei confini, sia politici/militari sia economico/finanziari. E pensate ai deliri delle politiche green, dalla riduzione delle emissioni alla retorica delle batterie come nuovo paradigma energetico. Tutto si è rivoltato per via di confini da riprendersi, regimi da rovesciare e combustibili fossili come presidio da controllare. Eh già: si combatte ancora per il petrolio e per il gas.
A Bruxelles non mollano sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica di almeno il 55% entro il 2030 e di cambiamenti climatici da contrastare, mentre missili e droni fanno saltare in aria oleodotti e infrastrutture inquinando cielo, terra e mare. E che dire delle valutazioni sul mercato del carbonio, quando pure in Italia - per far fronte all’emergenza - si riaccendono i motori delle centrali a carbone, nella speranza che mettano sul mercato 30 miliardi di kWh per consentire un «gioco più largo» d’impiego del petrolio? In poche parole: sarebbe meglio che l’Europa se ne stesse zitta e di contro gli Stati tornassero a pensare a come riparare i propri cittadini e curare i propri interessi nazionali. Anche dal punto di vista energetico. Lungi da me proporre piani «sovranisti», ma almeno pensiamo a come avviare immediatamente l’iter per trasformare i rifiuti in energia: sono il nostro oro e dobbiamo fare in fretta per affidarci ai più bravi (in Italia abbiamo top player a livello mondiale) così da riqualificare anche siti industriali dismessi. Altra questione: riallacciare i rapporti con la Russia per non restare gli ultimi del giro visto che lo faranno gli americani (Exxon), i francesi (la Total è già lì) e altri. Questo rapporto va riaperto soprattutto se la chiusura di Hormuz si protraesse; a quel punto non è difficile ipotizzare uno scenario per cui i carichi saranno soggetti ad aste e andranno verso i Paesi disposti a pagare di più (Cina in testa).
Questa considerazione non può non tenere conto della scelta americana di congelare le sanzioni sul petrolio russo: perché non muoverci a riallacciare i rapporti, invece di sparare pure sulle iniziative della Biennale? Ultima suggestione: tutelare il mercato interno, esattamente come gli altri.
La Commissione dovrebbe proibire alle compagnie petrolifere europee di vendere petrolio e gas fuori dall’Europa e garantire così prioritariamente la domanda interna. Se Bruxelles non lo volesse fare e se per l’Italia fossero chiari i prodromi di una grave crisi energetica, il governo italiano potrebbe emanare una normativa di emergenza per tenere le nostre risorse energetiche per il mercato interno. Non esportare nulla, in poche parole. Ovviamente in questa fase gli utili delle compagnie del settore - a maggior ragione le partecipate - saranno usati anche per far fronte alle difficoltà che la crisi provocherà.
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein (Ansa)
Dopo la vittoria del No al referendum sono stato quasi sommerso da domande da parte dei colleghi stranieri, sintetizzabili in una: vincerà la sinistra le elezioni politiche del 2027? Ho promesso una mia stima probabilistica tra qualche settimana per due motivi: avere dati sulla reazione del governo e delle forze politiche di centrodestra di fronte a questo rischio e, soprattutto, sull’impatto e contenimento dell’eventuale crisi inflazionistica/recessiva dovuta al blocco dei transiti nello stretto di Hormuz.
Sto studiando, ma qui ritengo rilevante riportare lo scenario what if (cosa succede se) che è oggetto di studio da parte di alcuni rilevanti colleghi esteri sull’Italia, con enfasi sull’opportunità o meno di investimenti in Italia. Devo sottolineare che la missione valutativa di questi colleghi non è ideologica, ma finalizzata ad individuare in quali nazioni è remunerativo e ragionevolmente sicuro fare investimenti industriali diretti (partecipazioni) o indiretti (azioni quotate) oppure di obbligazioni statali e private.
Fino a prima del referendum la maggior parte delle valutazioni era molto positiva: l’Italia a conduzione Meloni è un business. Per onestà, con punto interrogativo dovuto all’imposizione di una extratassa motivata da extraprofitto sui soggetti bancari e dintorni, annotato (con orrore) come segnale di degenerazione populista. Un meno, ma superato dalle valutazioni positive delle agenzie di rating che hanno aumentato il punteggio di affidabilità finanziaria dell’Italia nel 2025 anche con conseguenze di riduzione del differenziale tra titoli di debito italiani e tedeschi: il governo di centrodestra ha messo in priorità l’equilibrio del bilancio statale e ciò è una condizione essenziale per attrarre investimenti esteri. In verità c’era un altro meno: un eccesso di fiducia da parte del governo di centrodestra sull’effetto stimolativo della spesa e mano pubbliche mentre l’economia tecnica ritiene più produttiva la detassazione, nonché investimenti mirati e non dispersi, come volano di crescita.
Tuttavia, la considerazione di un miglioramento gestionale del sistema economico italiano in relazione a quella disastrosa dei governi di sinistra precedenti ha reso meno importante questo criterio teoretico. L’aumento dell’occupazione, poi, ha corroborato segnali di fiducia sull’Italia. In sintesi, la gestione del governo Meloni è stata valutata dagli analisti esteri un passo importante per invertire il declino economico dell’Italia. In particolare è stato giudicato molto bene l’attivismo in politica estera con conseguenze stimolative per l’export: partenariati strategici bilaterali a raggio globale, postura convergente con la Commissione europea per estendere i trattati doganali a zero o quasi dazi, piano Mattei per l’Africa con azione di avanguardia, ecc.
Dopo il referendum c’è il timore che la sinistra si compatti dando una forza maggiore ai partiti divergenti dalle condizioni di sviluppo economico come i pentastellati e l’estrema sinistra sulla sinistra più moderata e pragmatica. Per inciso, nella maggior parte delle democrazie sono osservabili quattro formazioni: destra e sinistra centriste/moderate ed estreme. Dove l’azione governativa più compatibile con un modello economico razionale, in questa fase storica, è quella centrista combinata con programmi futurizzanti.
In Italia, diversamente da altre nazioni, la destra si è configurata in modo compatibile con un’economia razionale e di sviluppo, nonché con un nazionalismo aperto e collaborativo (moltiplicatore di forza commerciale) e non con uno chiuso mentre la sinistra compatibile con l’economia tecnica è minoritaria nei confronti di quella che non lo è sia per una conduzione inadeguata tecnicamente della prima sia per la postura irrazionale del movimento pentastellato. Bisogna valutare che in molte democrazie è visibile un processo di impoverimento della classe media. Ma la giusta soluzione a questo problema è un «welfare di investimento» che sostituisca gradualmente quello «redistributivo/assistenziale» con la missione di dare più mobilità cognitiva e valore di mercato agli individui, in particolare in un’epoca di rivoluzione tecnologica discontinua.
La sinistra italiana – spiace annotarlo - non è né sarà a breve in grado di produrre innovazioni produttive e competitive. In tal senso comprendo la valutazione di rischio politico da parte degli analisti stranieri detti sopra che valutano di abbandonare l’Italia sul piano degli investimenti nel caso aumenti la probabilità di vittoria delle sinistre. Nei loro scenari, infatti, la sinistra potrà essere maggioritaria solo se sinistra moderata e populisti estremi si compatteranno in coalizione. L’eccitazione dell’esito referendario alza il rischio che tale compattazione avvenga senza una convergenza tecnica che permetta alla sinistra di governare senza eccessi di divergenza dalla razionalità economica e dal requisito dell’equilibrio della finanza pubblica. Per tale motivo, appunto, chiedono quale capacità abbia il centrodestra di riconquistare un consenso maggioritario. Il tema non è ideologico, ma concreto perché riguarda miliardi di investimenti esteri, una posizione forte e non debole nell’Ue e l’inversione del declino attraverso una strategia di Italia globale che la sinistra né propone né è in grado di attuare. Darò le mie idee, ma sono più importanti soluzioni rapide da parte del centrodestra per invertire una profezia di sconfitta con impatto negativo anticipato sugli interessi economici dell’Italia.
www.carlopelanda.com
Continua a leggereRiduci