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2025-05-08
Per obbligare il Cremlino a trattare l’America spinge l’Ucraina nel Kursk
Donald Trump (Ansa)
Nonostante la tregua di 72 ore annunciata da Mosca in vista della parata del 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale, la battaglia sul campo procede senza esclusione di colpi. Da una parte e dall’altra.
I bombardamenti su Kiev sono ripresi con violenza. Il sindaco della capitale ucraina, Vitaliy Klitschko, ha denunciato ieri una nuova ondata di attacchi, con due morti e almeno sette feriti, tra cui quattro bambini, colpiti da droni russi che hanno distrutto un edificio residenziale nel quartiere di Shevchenkivskyi. Sul fronte orientale, il ministero della Difesa russo ha annunciato la conquista del villaggio di Lypove, nella regione del Donetsk, nell’Est dell’Ucraina.
Ma a far salire ulteriormente la tensione sono stati gli attacchi ucraini con droni su Mosca, avvenuti a ridosso delle celebrazioni e che hanno provocato una dura reazione da parte del Cremlino. Il portavoce, Dmitry Peskov, ha parlato di «atti di terrorismo», accusando Kiev di voler minare la sicurezza della capitale russa in uno dei momenti simbolicamente più rilevanti per la Federazione. È in questo contesto che si inserisce l’avanzata ucraina nella regione russa del Kursk dove, negli ultimi giorni, si sono moltiplicate le azioni di disturbo oltre confine, con attacchi a depositi di munizioni e infrastrutture militari. Pur senza conferme ufficiali da entrambe le parti, il comando ucraino ha dichiarato di aver ottenuto progressi significativi e di aver conquistato, in particolare, la località di Tetkino.
Fonti militari occidentali non escludono che dietro a queste operazioni mirate ci sia anche la regia americana: un modo per aumentare la pressione su Mosca proprio alla vigilia del 9 maggio e nel pieno delle trattative diplomatiche. L’obiettivo, secondo alcuni osservatori, sarebbe spingere il Cremlino verso una trattativa, forzando Vladimir Putin a considerare una soluzione negoziata. A tal proposito, ieri da Washington, sono arrivate delle dichiarazioni tutt’altro che banali di J.D. Vance. Il vicepresidente americano ha affermato di non essere così pessimista sulle possibilità di porre fine al conflitto aggiungendo, tuttavia, che gli Stati Uniti considerano eccessive le concessioni richieste dalla Russia per la pace in Ucraina. Il numero due della Casa Bianca, dopo aver sottolineato che «la cultura americana e quella europea sono strettamente legate e staranno sempre dalla stessa parte», ha auspicato un dialogo diretto tra Mosca e Kiev per raggiungere un accordo.
Stando a quanto dichiarato in un’intervista rilasciata a Fox News dall’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Keith Kellogg, Volodymyr Zelensky avrebbe proposto la creazione di una zona cuscinetto, corrispondente a un’area di 30 chilometri demilitarizzata, controllata congiuntamente da Kiev e Mosca e monitorata da osservatori di Paesi terzi. Un punto su cui, però, Putin, almeno per il momento, non transige: lo zar continua a chiedere che l’Ucraina ritiri le truppe dalle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Sulla questione è intervenuto anche Sergej Lavrov: secondo il ministro degli Esteri russo, «un cessate il fuoco o una pausa delle ostilità lungo la linea di impegno non possono portare a una soluzione duratura a questo problema».
Nel frattempo Mosca, in vista del Giorno della vittoria, ha confermato le 72 ore di tregua a partire dalla mezzanotte di ieri in modo da garantire lo svolgimento delle celebrazioni in sicurezza, anche e soprattutto delle figure internazionali che vi parteciperanno. Tra questi spiccano il presidente cinese, Xi Jinping, e quello venezuelano, Nicolás Maduro, entrambi nella capitale russa già da ieri. Prima di assistere alla parata sulla Piazza Rossa, il leader di Pechino, incontrerà oggi Putin per ribadire l’amicizia strategica che li lega; mentre si è già svolto ieri il faccia a faccia con Maduro, il quale ha ricordato come «l’amicizia tra i due Paesi abbia resistito alla prova del tempo».
Da Varsavia, dove è in corso la riunione informale del Consiglio Esteri Ue, si è espressa in maniera piuttosto critica Kaja Kallas: «È chiaro che tutti coloro che sono a favore della pace dovrebbero essere presenti in Ucraina piuttosto che a Mosca», ha affermato l’Alto rappresentante dell’Ue. Il riferimento era soprattutto al presidente serbo, Aleksandar Vučić, e a quello slovacco Robert Fico, entrambi attesi a Mosca ma bloccati dalla decisione dei governi dei Paesi Baltici e della Polonia di vietare l’uso del proprio spazio aereo per i voli diretti nella capitale russa. Zelensky, dopo aver specificato che l’Ucraina non può garantire che le celebrazioni si svolgano in sicurezza, ha definito la sospensione annunciata dal Cremlino uno «spettacolo teatrale» e una «manipolazione».
Il presidente francese, Emmanuel Macron, a margine dell’incontro con il neo cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha sostenuto che probabilmente Putin non rispetterà la tregua. A smentirlo è stato Peskov, che ha ribadito l’intenzione di mantenere comunque il cessate il fuoco, avvertendo tuttavia che qualsiasi attacco ucraino riceverà «una risposta immediata e proporzionata». Intanto a Mosca sono state rafforzate le misure di sicurezza su tutta la Piazza Rossa e le aree circostanti, con forti limitazioni ai servizi di internet mobile per evitare possibili attacchi informatici o droni da parte ucraina.
Governo provvisorio Usa per Gaza
Mentre Israele si prepara all’operazione denominata «Carri di Gedeone» a Gaza, ieri il ministro della Difesa, Israel Katz, ha sottolineato che le forze di difesa israeliane (Idf) rimarranno in tutte le aree che conquisteranno per prevenire la ripresa del terrorismo.
Nel corso di una valutazione operativa presso la 162ª Divisione, Katz ha illustrato gli obiettivi centrali dell’operazione: smantellare le capacità militari e amministrative di Hamas, ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi (21 quelli ancora vivi secondo alcuni funzionari di Gerusalemme, preoccupati per la vita di altri tre) e garantire l’evacuazione dei civili dal Sud della Striscia. Il ministro ha, poi, sottolineato che la presenza costante dell’Idf nelle aree sotto il loro controllo è fondamentale per impedire il ritorno delle forze terroristiche e per distinguere la popolazione generale dagli agenti di Hamas. Katz ha poi detto che l’attuale presenza militare rappresenta un’occasione favorevole per favorire un’intesa sullo scambio di prigionieri, citando il cosiddetto «modello Witkoff», e auspicando che ciò avvenga prima della fine della prossima visita del presidente statunitense, Donald Trump, nella regione. Ha, inoltre, precisato che, anche nell’ambito di un eventuale accordo futuro, «Israele non intende ritirarsi dalla zona cuscinetto di sicurezza istituita a Gaza fondamentale per la protezione delle comunità israeliane limitrofe».
E dopo, cosa accadrà? L’unica certezza, al momento, è che finirà questa guerra scellerata, orchestrata dall’Iran e scatenata il 7 ottobre 2023 attraverso Hamas, Hezbollah, gli Huthi, la Jihad islamica e le milizie sciite irachene. E nulla sarà più come prima. Nel frattempo, lontano dai riflettori, dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca si è intensificata l’attività diplomatica in vista del dopoguerra e in molti hanno provato a proporre delle soluzioni per Gaza senza, però, soddisfare la legittime richieste in termini di sicurezza avanzate da Israele (e condivise dagli Usa). Clamorosa l’indiscrezione pubblicata ieri da Reuters secondo la quale cinque fonti informate sulla questione affermano che gli Stati Uniti e Israele «stanno discutendo l’ipotesi che Washington assuma la guida di un’amministrazione temporanea a Gaza dopo la fine del conflitto».
Le consultazioni, descritte come «di alto livello», ruotano attorno alla creazione di un governo di transizione, guidato da un funzionario statunitense, che avrebbe il compito di supervisionare la Striscia fino alla sua smilitarizzazione e stabilizzazione, e alla formazione di una nuova amministrazione palestinese funzionante. Secondo quanto riferito da Reuters, le discussioni, ancora in una fase preliminare, non prevedono una durata prestabilita per l’eventuale amministrazione statunitense a Gaza, la cui permanenza dipenderebbe dall’evoluzione della situazione sul terreno.
Le fonti indicano che altri Paesi potrebbero essere coinvolti nella gestione dell’autorità guidata dagli Stati Uniti, sebbene non specifichino quali. La proposta prevede l’impiego di tecnocrati palestinesi ma esclude sia Hamas, sia l’Autorità nazionale palestinese, attualmente al potere in Cisgiordania. Secondo le fonti, resta incerto se le parti riusciranno a trovare un accordo. Le trattative, infatti, non sono ancora arrivate al punto di discutere chi potrebbe ricoprire le principali cariche nella possibile amministrazione. In risposta alle domande di Reuters, un portavoce del dipartimento di Stato non ha commentato direttamente se ci fossero state discussioni con Israele su un’autorità provvisoria guidata dagli Stati Uniti a Gaza, affermando che non poteva parlare dei negoziati in corso.
L’ufficio di Netanyahu ha rifiutato di commentare la notizia ma ha confermato che anche ieri ha discusso con Trump «di molte cose». Il viaggio del presidente americano in Medio Oriente ci darà molte risposte anche sul futuro di Gaza.
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Ci sarebbe la regia della Casa Bianca dietro l’avanzata di Kiev nella regione. Un modo per costringere Vladimir Putin a siglare la pace. Per J.D. Vance le richieste dello zar sono «eccessive». Volodymyr Zelensky propone una zona cuscinetto.Per Reuters, Washington e Gerusalemme potrebbero creare un’autorità di transizione guidata dagli Stati Uniti al termine dell’attacco nella Striscia di Gaza. Dove l’Idf vuol restare a lungo.Lo speciale contiene due articoli. Nonostante la tregua di 72 ore annunciata da Mosca in vista della parata del 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale, la battaglia sul campo procede senza esclusione di colpi. Da una parte e dall’altra.I bombardamenti su Kiev sono ripresi con violenza. Il sindaco della capitale ucraina, Vitaliy Klitschko, ha denunciato ieri una nuova ondata di attacchi, con due morti e almeno sette feriti, tra cui quattro bambini, colpiti da droni russi che hanno distrutto un edificio residenziale nel quartiere di Shevchenkivskyi. Sul fronte orientale, il ministero della Difesa russo ha annunciato la conquista del villaggio di Lypove, nella regione del Donetsk, nell’Est dell’Ucraina.Ma a far salire ulteriormente la tensione sono stati gli attacchi ucraini con droni su Mosca, avvenuti a ridosso delle celebrazioni e che hanno provocato una dura reazione da parte del Cremlino. Il portavoce, Dmitry Peskov, ha parlato di «atti di terrorismo», accusando Kiev di voler minare la sicurezza della capitale russa in uno dei momenti simbolicamente più rilevanti per la Federazione. È in questo contesto che si inserisce l’avanzata ucraina nella regione russa del Kursk dove, negli ultimi giorni, si sono moltiplicate le azioni di disturbo oltre confine, con attacchi a depositi di munizioni e infrastrutture militari. Pur senza conferme ufficiali da entrambe le parti, il comando ucraino ha dichiarato di aver ottenuto progressi significativi e di aver conquistato, in particolare, la località di Tetkino.Fonti militari occidentali non escludono che dietro a queste operazioni mirate ci sia anche la regia americana: un modo per aumentare la pressione su Mosca proprio alla vigilia del 9 maggio e nel pieno delle trattative diplomatiche. L’obiettivo, secondo alcuni osservatori, sarebbe spingere il Cremlino verso una trattativa, forzando Vladimir Putin a considerare una soluzione negoziata. A tal proposito, ieri da Washington, sono arrivate delle dichiarazioni tutt’altro che banali di J.D. Vance. Il vicepresidente americano ha affermato di non essere così pessimista sulle possibilità di porre fine al conflitto aggiungendo, tuttavia, che gli Stati Uniti considerano eccessive le concessioni richieste dalla Russia per la pace in Ucraina. Il numero due della Casa Bianca, dopo aver sottolineato che «la cultura americana e quella europea sono strettamente legate e staranno sempre dalla stessa parte», ha auspicato un dialogo diretto tra Mosca e Kiev per raggiungere un accordo.Stando a quanto dichiarato in un’intervista rilasciata a Fox News dall’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Keith Kellogg, Volodymyr Zelensky avrebbe proposto la creazione di una zona cuscinetto, corrispondente a un’area di 30 chilometri demilitarizzata, controllata congiuntamente da Kiev e Mosca e monitorata da osservatori di Paesi terzi. Un punto su cui, però, Putin, almeno per il momento, non transige: lo zar continua a chiedere che l’Ucraina ritiri le truppe dalle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Sulla questione è intervenuto anche Sergej Lavrov: secondo il ministro degli Esteri russo, «un cessate il fuoco o una pausa delle ostilità lungo la linea di impegno non possono portare a una soluzione duratura a questo problema».Nel frattempo Mosca, in vista del Giorno della vittoria, ha confermato le 72 ore di tregua a partire dalla mezzanotte di ieri in modo da garantire lo svolgimento delle celebrazioni in sicurezza, anche e soprattutto delle figure internazionali che vi parteciperanno. Tra questi spiccano il presidente cinese, Xi Jinping, e quello venezuelano, Nicolás Maduro, entrambi nella capitale russa già da ieri. Prima di assistere alla parata sulla Piazza Rossa, il leader di Pechino, incontrerà oggi Putin per ribadire l’amicizia strategica che li lega; mentre si è già svolto ieri il faccia a faccia con Maduro, il quale ha ricordato come «l’amicizia tra i due Paesi abbia resistito alla prova del tempo».Da Varsavia, dove è in corso la riunione informale del Consiglio Esteri Ue, si è espressa in maniera piuttosto critica Kaja Kallas: «È chiaro che tutti coloro che sono a favore della pace dovrebbero essere presenti in Ucraina piuttosto che a Mosca», ha affermato l’Alto rappresentante dell’Ue. Il riferimento era soprattutto al presidente serbo, Aleksandar Vučić, e a quello slovacco Robert Fico, entrambi attesi a Mosca ma bloccati dalla decisione dei governi dei Paesi Baltici e della Polonia di vietare l’uso del proprio spazio aereo per i voli diretti nella capitale russa. Zelensky, dopo aver specificato che l’Ucraina non può garantire che le celebrazioni si svolgano in sicurezza, ha definito la sospensione annunciata dal Cremlino uno «spettacolo teatrale» e una «manipolazione». Il presidente francese, Emmanuel Macron, a margine dell’incontro con il neo cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha sostenuto che probabilmente Putin non rispetterà la tregua. A smentirlo è stato Peskov, che ha ribadito l’intenzione di mantenere comunque il cessate il fuoco, avvertendo tuttavia che qualsiasi attacco ucraino riceverà «una risposta immediata e proporzionata». Intanto a Mosca sono state rafforzate le misure di sicurezza su tutta la Piazza Rossa e le aree circostanti, con forti limitazioni ai servizi di internet mobile per evitare possibili attacchi informatici o droni da parte ucraina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accordo-russia-ucraina-usa-2671917177.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="governo-provvisorio-usa-per-gaza" data-post-id="2671917177" data-published-at="1746693111" data-use-pagination="False"> Governo provvisorio Usa per Gaza Mentre Israele si prepara all’operazione denominata «Carri di Gedeone» a Gaza, ieri il ministro della Difesa, Israel Katz, ha sottolineato che le forze di difesa israeliane (Idf) rimarranno in tutte le aree che conquisteranno per prevenire la ripresa del terrorismo. Nel corso di una valutazione operativa presso la 162ª Divisione, Katz ha illustrato gli obiettivi centrali dell’operazione: smantellare le capacità militari e amministrative di Hamas, ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi (21 quelli ancora vivi secondo alcuni funzionari di Gerusalemme, preoccupati per la vita di altri tre) e garantire l’evacuazione dei civili dal Sud della Striscia. Il ministro ha, poi, sottolineato che la presenza costante dell’Idf nelle aree sotto il loro controllo è fondamentale per impedire il ritorno delle forze terroristiche e per distinguere la popolazione generale dagli agenti di Hamas. Katz ha poi detto che l’attuale presenza militare rappresenta un’occasione favorevole per favorire un’intesa sullo scambio di prigionieri, citando il cosiddetto «modello Witkoff», e auspicando che ciò avvenga prima della fine della prossima visita del presidente statunitense, Donald Trump, nella regione. Ha, inoltre, precisato che, anche nell’ambito di un eventuale accordo futuro, «Israele non intende ritirarsi dalla zona cuscinetto di sicurezza istituita a Gaza fondamentale per la protezione delle comunità israeliane limitrofe». E dopo, cosa accadrà? L’unica certezza, al momento, è che finirà questa guerra scellerata, orchestrata dall’Iran e scatenata il 7 ottobre 2023 attraverso Hamas, Hezbollah, gli Huthi, la Jihad islamica e le milizie sciite irachene. E nulla sarà più come prima. Nel frattempo, lontano dai riflettori, dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca si è intensificata l’attività diplomatica in vista del dopoguerra e in molti hanno provato a proporre delle soluzioni per Gaza senza, però, soddisfare la legittime richieste in termini di sicurezza avanzate da Israele (e condivise dagli Usa). Clamorosa l’indiscrezione pubblicata ieri da Reuters secondo la quale cinque fonti informate sulla questione affermano che gli Stati Uniti e Israele «stanno discutendo l’ipotesi che Washington assuma la guida di un’amministrazione temporanea a Gaza dopo la fine del conflitto». Le consultazioni, descritte come «di alto livello», ruotano attorno alla creazione di un governo di transizione, guidato da un funzionario statunitense, che avrebbe il compito di supervisionare la Striscia fino alla sua smilitarizzazione e stabilizzazione, e alla formazione di una nuova amministrazione palestinese funzionante. Secondo quanto riferito da Reuters, le discussioni, ancora in una fase preliminare, non prevedono una durata prestabilita per l’eventuale amministrazione statunitense a Gaza, la cui permanenza dipenderebbe dall’evoluzione della situazione sul terreno. Le fonti indicano che altri Paesi potrebbero essere coinvolti nella gestione dell’autorità guidata dagli Stati Uniti, sebbene non specifichino quali. La proposta prevede l’impiego di tecnocrati palestinesi ma esclude sia Hamas, sia l’Autorità nazionale palestinese, attualmente al potere in Cisgiordania. Secondo le fonti, resta incerto se le parti riusciranno a trovare un accordo. Le trattative, infatti, non sono ancora arrivate al punto di discutere chi potrebbe ricoprire le principali cariche nella possibile amministrazione. In risposta alle domande di Reuters, un portavoce del dipartimento di Stato non ha commentato direttamente se ci fossero state discussioni con Israele su un’autorità provvisoria guidata dagli Stati Uniti a Gaza, affermando che non poteva parlare dei negoziati in corso. L’ufficio di Netanyahu ha rifiutato di commentare la notizia ma ha confermato che anche ieri ha discusso con Trump «di molte cose». Il viaggio del presidente americano in Medio Oriente ci darà molte risposte anche sul futuro di Gaza.
Xi Jinping (Ansa)
La cattura del leader bolivariano ha innescato una raffica di reazioni internazionali, mettendo in luce una frattura geopolitica profonda. La Cina ha condannato «fermamente» l’operazione militare statunitense, definendola una palese violazione del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri di Pechino ha parlato di «uso egemonico della forza contro uno Stato sovrano», sostenendo che l’azione «lede gravemente la sovranità del Venezuela e minaccia la pace e la sicurezza in America Latina e nei Caraibi». Sulla stessa linea si è collocata la Russia. Il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha espresso «ferma solidarietà al popolo venezuelano di fronte all’aggressione armata» durante un colloquio con la vicepresidente Delcy Rodríguez, ribadendo il sostegno di Mosca al governo bolivariano. Nelle ore successive, il ministero degli Esteri russo ha chiesto agli Stati Uniti di liberare il presidente venezuelano, definito «legittimamente eletto», e sua moglie, invocando una soluzione «attraverso il dialogo e non con l’uso della forza». Il ministero degli Esteri iraniano ha invece dichiarato che l’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela «viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale». Preoccupazione è stata espressa anche dalle Nazioni Unite. Il segretario generale, Antonio Guterres, tramite il suo portavoce, ha parlato di «mancato rispetto del diritto internazionale» e di un «pericoloso precedente», invitando tutte le parti a impegnarsi in un dialogo inclusivo nel rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.
In America Latina le reazioni sono state in larga parte critiche verso Washington. Il Messico ha denunciato l’intervento militare come una minaccia alla stabilità regionale, mentre il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha definito la cattura di Maduro «inaccettabile» e un «precedente pericoloso», evocando «i peggiori momenti di interferenza nella storia dell’America Latina». Particolare attenzione arriva dalla Colombia, direttamente esposta agli effetti della crisi. Il presidente Gustavo Petro ha annunciato il dispiegamento dell’esercito lungo la frontiera, spiegando che «se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati». Petro ha aggiunto che «l’ambasciata della Colombia in Venezuela è attiva per le chiamate di assistenza dei colombiani presenti nel Paese».
A schierarsi apertamente a fianco di Caracas è stata anche Cuba, storico alleato regionale del chavismo che senza il supporto di Caracas rischia di crollare in pochi mesi. Il ministro degli Esteri dell’Avana, Bruno Rodríguez, ha condannato l’azione militare statunitense definendola un «attacco criminale» e sollecitando una risposta «urgente» della comunità internazionale. In un messaggio pubblicato su X, Rodríguez ha affermato che Cuba «denuncia e chiede un’immediata risposta internazionale contro l’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela», sostenendo che la «Zona di pace» dell’America Latina e dei Caraibi sia stata «brutalmente assaltata». Il capo della diplomazia cubana ha parlato di «terrorismo di Stato» contro il «coraggioso popolo venezuelano» e contro la «Nostra America», concludendo il messaggio con lo slogan «Patria o Morte, vinceremo!». Di segno opposto la posizione dell’Argentina. Il presidente Javier Milei ha salutato la cattura di Maduro scrivendo sui social: «La libertà avanza» e rilanciando il suo slogan: «Viva la libertad, carajo!».
Più prudente il Regno Unito. Il primo ministro, Keir Starmer, ha assicurato che Londra «non ha avuto alcun ruolo» nell’operazione e ha ribadito l’importanza di «rispettare il diritto internazionale». Israele ha salutato con soddisfazione, parlando di Donald Trump come «leader mondo libero».
Sul fronte europeo, la Spagna ha lanciato «un appello alla de-escalation e alla moderazione», offrendo i «buoni uffici» di Madrid per una soluzione pacifica, mentre la Germania segue la situazione «con grande preoccupazione». Emmanuel Macron si è detto «soddisfatto» della cacciata del caudillo e ha invitato a una «transizione pacifica» e «democratica».
Al termine di una giornata convulsa il leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel, María Corina Machado, ha annunciato che «è giunto il tempo della libertà» e si è detta pronta ad assumere la guida del Paese. «Riporterò ordine e democrazia, libererò tutti i prigionieri politici», ha dichiarato. Machado ha quindi rivolto un appello diretto ai cittadini, sottolineando che «questo è il momento di chi ha rischiato tutto per la democrazia il 28 luglio», e ribadendo la legittimità del risultato elettorale. «Abbiamo eletto Edmundo González Urrutia come legittimo presidente del Venezuela», ha affermato, «ed egli deve assumere immediatamente il suo mandato costituzionale ed essere riconosciuto da tutti gli ufficiali e i soldati come comandante in capo delle Forze armate nazionali».
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Arriva la Befana e dicono che si porta via tutte le feste, ma non è così: se in cucina siete attenti e precisi potete prolungare il godimento del buon cibo all’infinito. Magari approfittando di ciò che resta nel forno tanto per scimmiottare un film capolavoro di James Ivory. Così dopo avervi fatto gli auguri per un 2026 ottimo di sapore e di prospettive abbiamo pensato a una ricetta di riuso che scimmiotta un grande classico (per nulla facile da fare al contrario della nostra preparazione): il filetto alla Wellington. Al posto del filetto un cotechino e al posto dei funghi le lenticchie e il gioco è fatto.
Ingredienti – Un cotechino precotto di circa 400 gr; 200 gr di lenticchie, prendete quelle che non hanno bisogno di ammollo; una confezione di pasta brisé; 100 gr di prosciutto crudo (meglio se Parma o San Daniele che sono più dolci) affettato non troppo sottilmente; un uovo; uno scalogno,; due foglie di alloro e due di salvia; sei cucchiai di olio extravergine di oliva; sale qb.
Procedimento – In due pentole separate mettete a bollire il cotechino senza estrarlo dalla busta di confezionamento e le lenticchie con le foglie di alloro, di slava e lo scalogno che averte opportunamente mondato. Il tempo di cottura è uguale: circa 20 minuti. Trascorso il tempo, aprite il cotechino e fatelo raffreddare in un piatto, scolate le lenticchie: togliete solo le foglie di alloro e frullate tre quarti delle lenticchie col mixer condendo con quattro cucchiai di olio extravergine e aggiustando di sale. Se frullate le lenticchie ancora calde l’operazione sarà più facile. Ora stendete la pasta brisé su una placca da forno conservando la carta forno, stendete sulla pasta le fette di prosciutto e su una metà circa del disco sopra al prosciutto stendete il paté di lenticchie. Poggiate a tre quarti del disco di pasta il cotechino e avvolgetelo avendo cura che lenticchie e prosciutto aderiscano bene alla superficie del cotechino. Sigillate bene il rotolo. Sbattete l’uovo. Con un coltellino fate delle incisioni in diagonale (a formare una specie di reticolo) sulla parte superiore del rotolo e pennellatelo tutto con l’uovo sbattuto. Andate inforno a 180/190° per una ventina di minuti. Sfornate e portate in tavola con contorno delle altre lenticchie condite con l’extravergine rimasto, il sale e se volete con qualche goccia di aceto balsamico tradizionale di Modena e Reggio.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire ai piccoli la pasta brisé con il prosciutto e il paté di lenticchie.
Abbinamenti – Noi abbiamo scelto un Bolgheri Doc uvaggio bordolese di Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot, ne trovate di ottimi anche in Alto Adige e in Veneto. In alternativa vanno benissimo un ottimo Lambrusco o una Bonarda frizzante dell’Oltrepò.
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Esistono dei retroscena su un chiacchierato precedente accordo, e certo gli interrogativi sulla tenuta del diritto internazionale emergono lampanti dalla vicenda. Qui ci concentriamo però sulle conseguenze per l’economia dell’energia derivanti dalla spettacolare manovra di ieri.
I temi principali sono due. Il primo riguarda il petrolio, naturalmente, e suona come un de profundis per la transizione energetica. Il Venezuela possiede le più grandi riserve certe di petrolio al mondo, più di 300 miliardi di barili, pari al 20% mondiale (seguono l’Arabia Saudita con 267 miliardi e l’Iran con 209 miliardi di barili). Se aveva senso per Washington tenersi buoni amici gli arabi, ha ancora più senso, nell’ottica statunitense, fare in modo che le enormi riserve venezuelane siano gestite da un governo amico.
Il petrolio venezuelano è greggio denso e pesante, proprio ciò di cui gli Stati Uniti hanno bisogno. Come nel caso dell’Iran, sanzioni, investimenti scarsi e vincoli infrastrutturali limitano però la produzione, ferma a meno di un milione di barili al giorno, un terzo rispetto a 20 anni fa e circa l’1% dell’offerta mondiale. Ora è presto per capire chi e come governerà il Venezuela, ma se ci fosse una leadership filoamericana le sanzioni potrebbero finire molto presto e nuovi quantitativi di greggio potrebbero riversarsi sul mercato. Se fosse così, i prezzi del greggio, in un mercato già piuttosto fornito, potrebbero scendere anche del 20% nel tempo, in assenza di turbative altrove (certo sempre possibili).
Vorrebbe dire che Chevron, unica major operante nel paese, Exxon e gli altri grandi attori del mercato petrolifero potrebbero precipitarsi sulle immense riserve di petrolio e sfruttarne la capacità. Non sarebbe un passaggio immediato, ma questo sposterebbe gli equilibri che riguardano altri grandi produttori. Con una offerta aggiuntiva importante di olio venezuelano calerebbero in modo consistente le entrate per la Russia e l’Iran, ad esempio, regimi per cui il petrolio è fondamentale per l’equilibrio economico. Ne soffrirebbe l’Opec, che avrebbe ancora meno influenza sui prezzi, potendo controllare una minore quota di offerta.
Chi ne farebbe le spese, tra gli acquirenti, sarebbe la Cina, oggi praticamente unica destinataria delle magre esportazioni venezuelane. Forse è un caso, ma proprio poche ore prima del blitz americano si trovava a Caracas per un incontro con Maduro l’inviato speciale di Xi Jinping, Qiu Xiaoqi, durante il quale è stato confermato il legame amichevole tra i due Paesi. Il problema di Pechino non deriva tanto dai quantitativi di greggio, comunque modesti, ma dalla perdita di un alleato in una posizione strategica assai vicina agli Stati Uniti.
In questione vi è in effetti tutto il Sudamerica, e questo è il secondo tema che emerge dalla vicenda. Con questa azione, Donald Trump conferma di considerare il Sudamerica il «giardino di casa» e di non tollerare le intrusioni della Cina e la presenza di governi considerati ostili. Questo è piuttosto chiaro e non è una novità.
Ma ora si apre una nuova prospettiva: dopo le vittorie elettorali della destra in Bolivia, Cile e Argentina, appare sempre più chiaro che Washington sta costruendo in America Latina una base industriale importantissima per sé. In Sudamerica vi sono enormi riserve di materiali critici (argomento di cui abbiamo parlato diffusamente sulla Verità nelle settimane scorse), oltre che di energia. Ciò che ora si comincia a delineare è un allargamento della sfera di influenza degli Stati Uniti su un patrimonio di metalli strategici come rame, litio, terre rare, presenti abbondantemente in Cile e Argentina, ed ora anche, in prospettiva, sulle maggiori riserve di petrolio, quelle venezuelane. Un’azione come quella di ieri mette sull’attenti tutti i governi sudamericani (quello colombiano in primis) ed è un fermo altolà alle ambizioni cinesi di penetrare nel subcontinente. Se Washington riuscisse davvero a imporre il proprio controllo su tale enorme massa di materie prime e di energia, sarebbe in grado di creare una propria filiera industriale tecnologica avanzata senza dover dipendere dalla Cina.
Quello che appare chiaro è che la transizione energetica all’europea è ormai un logoro vessillo nel pieno di un uragano. Con la mossa decisa di Washington, le ambizioni energetiche dell’Unione europea si rivelano ancora più disastrose e inconsistenti, non supportate da una reale capacità di incidere. Oggi serve energia abbondante e a basso prezzo, sembra finita la ricreazione dei regolamenti attraverso cui modellare un mondo inesistente.
Ora però la questione riguarda anche la sicurezza degli investimenti. Se con azioni di forza si scavalca l’ordine apparente, il profilo di rischio sale per tutte le classi di investimento. Che cosa è «sicuro» oggi? Diventa più difficile stabilirlo, e se sale il rischio salgono i rendimenti. Dobbiamo aspettarci turbolenze sui mercati, nei prossimi mesi, mentre si discute su cosa è legittimo e cosa non lo è, cosa è sicuro e cosa no.
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