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2025-05-08
Per obbligare il Cremlino a trattare l’America spinge l’Ucraina nel Kursk
Donald Trump (Ansa)
Nonostante la tregua di 72 ore annunciata da Mosca in vista della parata del 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale, la battaglia sul campo procede senza esclusione di colpi. Da una parte e dall’altra.
I bombardamenti su Kiev sono ripresi con violenza. Il sindaco della capitale ucraina, Vitaliy Klitschko, ha denunciato ieri una nuova ondata di attacchi, con due morti e almeno sette feriti, tra cui quattro bambini, colpiti da droni russi che hanno distrutto un edificio residenziale nel quartiere di Shevchenkivskyi. Sul fronte orientale, il ministero della Difesa russo ha annunciato la conquista del villaggio di Lypove, nella regione del Donetsk, nell’Est dell’Ucraina.
Ma a far salire ulteriormente la tensione sono stati gli attacchi ucraini con droni su Mosca, avvenuti a ridosso delle celebrazioni e che hanno provocato una dura reazione da parte del Cremlino. Il portavoce, Dmitry Peskov, ha parlato di «atti di terrorismo», accusando Kiev di voler minare la sicurezza della capitale russa in uno dei momenti simbolicamente più rilevanti per la Federazione. È in questo contesto che si inserisce l’avanzata ucraina nella regione russa del Kursk dove, negli ultimi giorni, si sono moltiplicate le azioni di disturbo oltre confine, con attacchi a depositi di munizioni e infrastrutture militari. Pur senza conferme ufficiali da entrambe le parti, il comando ucraino ha dichiarato di aver ottenuto progressi significativi e di aver conquistato, in particolare, la località di Tetkino.
Fonti militari occidentali non escludono che dietro a queste operazioni mirate ci sia anche la regia americana: un modo per aumentare la pressione su Mosca proprio alla vigilia del 9 maggio e nel pieno delle trattative diplomatiche. L’obiettivo, secondo alcuni osservatori, sarebbe spingere il Cremlino verso una trattativa, forzando Vladimir Putin a considerare una soluzione negoziata. A tal proposito, ieri da Washington, sono arrivate delle dichiarazioni tutt’altro che banali di J.D. Vance. Il vicepresidente americano ha affermato di non essere così pessimista sulle possibilità di porre fine al conflitto aggiungendo, tuttavia, che gli Stati Uniti considerano eccessive le concessioni richieste dalla Russia per la pace in Ucraina. Il numero due della Casa Bianca, dopo aver sottolineato che «la cultura americana e quella europea sono strettamente legate e staranno sempre dalla stessa parte», ha auspicato un dialogo diretto tra Mosca e Kiev per raggiungere un accordo.
Stando a quanto dichiarato in un’intervista rilasciata a Fox News dall’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Keith Kellogg, Volodymyr Zelensky avrebbe proposto la creazione di una zona cuscinetto, corrispondente a un’area di 30 chilometri demilitarizzata, controllata congiuntamente da Kiev e Mosca e monitorata da osservatori di Paesi terzi. Un punto su cui, però, Putin, almeno per il momento, non transige: lo zar continua a chiedere che l’Ucraina ritiri le truppe dalle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Sulla questione è intervenuto anche Sergej Lavrov: secondo il ministro degli Esteri russo, «un cessate il fuoco o una pausa delle ostilità lungo la linea di impegno non possono portare a una soluzione duratura a questo problema».
Nel frattempo Mosca, in vista del Giorno della vittoria, ha confermato le 72 ore di tregua a partire dalla mezzanotte di ieri in modo da garantire lo svolgimento delle celebrazioni in sicurezza, anche e soprattutto delle figure internazionali che vi parteciperanno. Tra questi spiccano il presidente cinese, Xi Jinping, e quello venezuelano, Nicolás Maduro, entrambi nella capitale russa già da ieri. Prima di assistere alla parata sulla Piazza Rossa, il leader di Pechino, incontrerà oggi Putin per ribadire l’amicizia strategica che li lega; mentre si è già svolto ieri il faccia a faccia con Maduro, il quale ha ricordato come «l’amicizia tra i due Paesi abbia resistito alla prova del tempo».
Da Varsavia, dove è in corso la riunione informale del Consiglio Esteri Ue, si è espressa in maniera piuttosto critica Kaja Kallas: «È chiaro che tutti coloro che sono a favore della pace dovrebbero essere presenti in Ucraina piuttosto che a Mosca», ha affermato l’Alto rappresentante dell’Ue. Il riferimento era soprattutto al presidente serbo, Aleksandar Vučić, e a quello slovacco Robert Fico, entrambi attesi a Mosca ma bloccati dalla decisione dei governi dei Paesi Baltici e della Polonia di vietare l’uso del proprio spazio aereo per i voli diretti nella capitale russa. Zelensky, dopo aver specificato che l’Ucraina non può garantire che le celebrazioni si svolgano in sicurezza, ha definito la sospensione annunciata dal Cremlino uno «spettacolo teatrale» e una «manipolazione».
Il presidente francese, Emmanuel Macron, a margine dell’incontro con il neo cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha sostenuto che probabilmente Putin non rispetterà la tregua. A smentirlo è stato Peskov, che ha ribadito l’intenzione di mantenere comunque il cessate il fuoco, avvertendo tuttavia che qualsiasi attacco ucraino riceverà «una risposta immediata e proporzionata». Intanto a Mosca sono state rafforzate le misure di sicurezza su tutta la Piazza Rossa e le aree circostanti, con forti limitazioni ai servizi di internet mobile per evitare possibili attacchi informatici o droni da parte ucraina.
Governo provvisorio Usa per Gaza
Mentre Israele si prepara all’operazione denominata «Carri di Gedeone» a Gaza, ieri il ministro della Difesa, Israel Katz, ha sottolineato che le forze di difesa israeliane (Idf) rimarranno in tutte le aree che conquisteranno per prevenire la ripresa del terrorismo.
Nel corso di una valutazione operativa presso la 162ª Divisione, Katz ha illustrato gli obiettivi centrali dell’operazione: smantellare le capacità militari e amministrative di Hamas, ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi (21 quelli ancora vivi secondo alcuni funzionari di Gerusalemme, preoccupati per la vita di altri tre) e garantire l’evacuazione dei civili dal Sud della Striscia. Il ministro ha, poi, sottolineato che la presenza costante dell’Idf nelle aree sotto il loro controllo è fondamentale per impedire il ritorno delle forze terroristiche e per distinguere la popolazione generale dagli agenti di Hamas. Katz ha poi detto che l’attuale presenza militare rappresenta un’occasione favorevole per favorire un’intesa sullo scambio di prigionieri, citando il cosiddetto «modello Witkoff», e auspicando che ciò avvenga prima della fine della prossima visita del presidente statunitense, Donald Trump, nella regione. Ha, inoltre, precisato che, anche nell’ambito di un eventuale accordo futuro, «Israele non intende ritirarsi dalla zona cuscinetto di sicurezza istituita a Gaza fondamentale per la protezione delle comunità israeliane limitrofe».
E dopo, cosa accadrà? L’unica certezza, al momento, è che finirà questa guerra scellerata, orchestrata dall’Iran e scatenata il 7 ottobre 2023 attraverso Hamas, Hezbollah, gli Huthi, la Jihad islamica e le milizie sciite irachene. E nulla sarà più come prima. Nel frattempo, lontano dai riflettori, dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca si è intensificata l’attività diplomatica in vista del dopoguerra e in molti hanno provato a proporre delle soluzioni per Gaza senza, però, soddisfare la legittime richieste in termini di sicurezza avanzate da Israele (e condivise dagli Usa). Clamorosa l’indiscrezione pubblicata ieri da Reuters secondo la quale cinque fonti informate sulla questione affermano che gli Stati Uniti e Israele «stanno discutendo l’ipotesi che Washington assuma la guida di un’amministrazione temporanea a Gaza dopo la fine del conflitto».
Le consultazioni, descritte come «di alto livello», ruotano attorno alla creazione di un governo di transizione, guidato da un funzionario statunitense, che avrebbe il compito di supervisionare la Striscia fino alla sua smilitarizzazione e stabilizzazione, e alla formazione di una nuova amministrazione palestinese funzionante. Secondo quanto riferito da Reuters, le discussioni, ancora in una fase preliminare, non prevedono una durata prestabilita per l’eventuale amministrazione statunitense a Gaza, la cui permanenza dipenderebbe dall’evoluzione della situazione sul terreno.
Le fonti indicano che altri Paesi potrebbero essere coinvolti nella gestione dell’autorità guidata dagli Stati Uniti, sebbene non specifichino quali. La proposta prevede l’impiego di tecnocrati palestinesi ma esclude sia Hamas, sia l’Autorità nazionale palestinese, attualmente al potere in Cisgiordania. Secondo le fonti, resta incerto se le parti riusciranno a trovare un accordo. Le trattative, infatti, non sono ancora arrivate al punto di discutere chi potrebbe ricoprire le principali cariche nella possibile amministrazione. In risposta alle domande di Reuters, un portavoce del dipartimento di Stato non ha commentato direttamente se ci fossero state discussioni con Israele su un’autorità provvisoria guidata dagli Stati Uniti a Gaza, affermando che non poteva parlare dei negoziati in corso.
L’ufficio di Netanyahu ha rifiutato di commentare la notizia ma ha confermato che anche ieri ha discusso con Trump «di molte cose». Il viaggio del presidente americano in Medio Oriente ci darà molte risposte anche sul futuro di Gaza.
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Ci sarebbe la regia della Casa Bianca dietro l’avanzata di Kiev nella regione. Un modo per costringere Vladimir Putin a siglare la pace. Per J.D. Vance le richieste dello zar sono «eccessive». Volodymyr Zelensky propone una zona cuscinetto.Per Reuters, Washington e Gerusalemme potrebbero creare un’autorità di transizione guidata dagli Stati Uniti al termine dell’attacco nella Striscia di Gaza. Dove l’Idf vuol restare a lungo.Lo speciale contiene due articoli. Nonostante la tregua di 72 ore annunciata da Mosca in vista della parata del 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale, la battaglia sul campo procede senza esclusione di colpi. Da una parte e dall’altra.I bombardamenti su Kiev sono ripresi con violenza. Il sindaco della capitale ucraina, Vitaliy Klitschko, ha denunciato ieri una nuova ondata di attacchi, con due morti e almeno sette feriti, tra cui quattro bambini, colpiti da droni russi che hanno distrutto un edificio residenziale nel quartiere di Shevchenkivskyi. Sul fronte orientale, il ministero della Difesa russo ha annunciato la conquista del villaggio di Lypove, nella regione del Donetsk, nell’Est dell’Ucraina.Ma a far salire ulteriormente la tensione sono stati gli attacchi ucraini con droni su Mosca, avvenuti a ridosso delle celebrazioni e che hanno provocato una dura reazione da parte del Cremlino. Il portavoce, Dmitry Peskov, ha parlato di «atti di terrorismo», accusando Kiev di voler minare la sicurezza della capitale russa in uno dei momenti simbolicamente più rilevanti per la Federazione. È in questo contesto che si inserisce l’avanzata ucraina nella regione russa del Kursk dove, negli ultimi giorni, si sono moltiplicate le azioni di disturbo oltre confine, con attacchi a depositi di munizioni e infrastrutture militari. Pur senza conferme ufficiali da entrambe le parti, il comando ucraino ha dichiarato di aver ottenuto progressi significativi e di aver conquistato, in particolare, la località di Tetkino.Fonti militari occidentali non escludono che dietro a queste operazioni mirate ci sia anche la regia americana: un modo per aumentare la pressione su Mosca proprio alla vigilia del 9 maggio e nel pieno delle trattative diplomatiche. L’obiettivo, secondo alcuni osservatori, sarebbe spingere il Cremlino verso una trattativa, forzando Vladimir Putin a considerare una soluzione negoziata. A tal proposito, ieri da Washington, sono arrivate delle dichiarazioni tutt’altro che banali di J.D. Vance. Il vicepresidente americano ha affermato di non essere così pessimista sulle possibilità di porre fine al conflitto aggiungendo, tuttavia, che gli Stati Uniti considerano eccessive le concessioni richieste dalla Russia per la pace in Ucraina. Il numero due della Casa Bianca, dopo aver sottolineato che «la cultura americana e quella europea sono strettamente legate e staranno sempre dalla stessa parte», ha auspicato un dialogo diretto tra Mosca e Kiev per raggiungere un accordo.Stando a quanto dichiarato in un’intervista rilasciata a Fox News dall’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Keith Kellogg, Volodymyr Zelensky avrebbe proposto la creazione di una zona cuscinetto, corrispondente a un’area di 30 chilometri demilitarizzata, controllata congiuntamente da Kiev e Mosca e monitorata da osservatori di Paesi terzi. Un punto su cui, però, Putin, almeno per il momento, non transige: lo zar continua a chiedere che l’Ucraina ritiri le truppe dalle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Sulla questione è intervenuto anche Sergej Lavrov: secondo il ministro degli Esteri russo, «un cessate il fuoco o una pausa delle ostilità lungo la linea di impegno non possono portare a una soluzione duratura a questo problema».Nel frattempo Mosca, in vista del Giorno della vittoria, ha confermato le 72 ore di tregua a partire dalla mezzanotte di ieri in modo da garantire lo svolgimento delle celebrazioni in sicurezza, anche e soprattutto delle figure internazionali che vi parteciperanno. Tra questi spiccano il presidente cinese, Xi Jinping, e quello venezuelano, Nicolás Maduro, entrambi nella capitale russa già da ieri. Prima di assistere alla parata sulla Piazza Rossa, il leader di Pechino, incontrerà oggi Putin per ribadire l’amicizia strategica che li lega; mentre si è già svolto ieri il faccia a faccia con Maduro, il quale ha ricordato come «l’amicizia tra i due Paesi abbia resistito alla prova del tempo».Da Varsavia, dove è in corso la riunione informale del Consiglio Esteri Ue, si è espressa in maniera piuttosto critica Kaja Kallas: «È chiaro che tutti coloro che sono a favore della pace dovrebbero essere presenti in Ucraina piuttosto che a Mosca», ha affermato l’Alto rappresentante dell’Ue. Il riferimento era soprattutto al presidente serbo, Aleksandar Vučić, e a quello slovacco Robert Fico, entrambi attesi a Mosca ma bloccati dalla decisione dei governi dei Paesi Baltici e della Polonia di vietare l’uso del proprio spazio aereo per i voli diretti nella capitale russa. Zelensky, dopo aver specificato che l’Ucraina non può garantire che le celebrazioni si svolgano in sicurezza, ha definito la sospensione annunciata dal Cremlino uno «spettacolo teatrale» e una «manipolazione». Il presidente francese, Emmanuel Macron, a margine dell’incontro con il neo cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha sostenuto che probabilmente Putin non rispetterà la tregua. A smentirlo è stato Peskov, che ha ribadito l’intenzione di mantenere comunque il cessate il fuoco, avvertendo tuttavia che qualsiasi attacco ucraino riceverà «una risposta immediata e proporzionata». Intanto a Mosca sono state rafforzate le misure di sicurezza su tutta la Piazza Rossa e le aree circostanti, con forti limitazioni ai servizi di internet mobile per evitare possibili attacchi informatici o droni da parte ucraina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accordo-russia-ucraina-usa-2671917177.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="governo-provvisorio-usa-per-gaza" data-post-id="2671917177" data-published-at="1746693111" data-use-pagination="False"> Governo provvisorio Usa per Gaza Mentre Israele si prepara all’operazione denominata «Carri di Gedeone» a Gaza, ieri il ministro della Difesa, Israel Katz, ha sottolineato che le forze di difesa israeliane (Idf) rimarranno in tutte le aree che conquisteranno per prevenire la ripresa del terrorismo. Nel corso di una valutazione operativa presso la 162ª Divisione, Katz ha illustrato gli obiettivi centrali dell’operazione: smantellare le capacità militari e amministrative di Hamas, ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi (21 quelli ancora vivi secondo alcuni funzionari di Gerusalemme, preoccupati per la vita di altri tre) e garantire l’evacuazione dei civili dal Sud della Striscia. Il ministro ha, poi, sottolineato che la presenza costante dell’Idf nelle aree sotto il loro controllo è fondamentale per impedire il ritorno delle forze terroristiche e per distinguere la popolazione generale dagli agenti di Hamas. Katz ha poi detto che l’attuale presenza militare rappresenta un’occasione favorevole per favorire un’intesa sullo scambio di prigionieri, citando il cosiddetto «modello Witkoff», e auspicando che ciò avvenga prima della fine della prossima visita del presidente statunitense, Donald Trump, nella regione. Ha, inoltre, precisato che, anche nell’ambito di un eventuale accordo futuro, «Israele non intende ritirarsi dalla zona cuscinetto di sicurezza istituita a Gaza fondamentale per la protezione delle comunità israeliane limitrofe». E dopo, cosa accadrà? L’unica certezza, al momento, è che finirà questa guerra scellerata, orchestrata dall’Iran e scatenata il 7 ottobre 2023 attraverso Hamas, Hezbollah, gli Huthi, la Jihad islamica e le milizie sciite irachene. E nulla sarà più come prima. Nel frattempo, lontano dai riflettori, dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca si è intensificata l’attività diplomatica in vista del dopoguerra e in molti hanno provato a proporre delle soluzioni per Gaza senza, però, soddisfare la legittime richieste in termini di sicurezza avanzate da Israele (e condivise dagli Usa). Clamorosa l’indiscrezione pubblicata ieri da Reuters secondo la quale cinque fonti informate sulla questione affermano che gli Stati Uniti e Israele «stanno discutendo l’ipotesi che Washington assuma la guida di un’amministrazione temporanea a Gaza dopo la fine del conflitto». Le consultazioni, descritte come «di alto livello», ruotano attorno alla creazione di un governo di transizione, guidato da un funzionario statunitense, che avrebbe il compito di supervisionare la Striscia fino alla sua smilitarizzazione e stabilizzazione, e alla formazione di una nuova amministrazione palestinese funzionante. Secondo quanto riferito da Reuters, le discussioni, ancora in una fase preliminare, non prevedono una durata prestabilita per l’eventuale amministrazione statunitense a Gaza, la cui permanenza dipenderebbe dall’evoluzione della situazione sul terreno. Le fonti indicano che altri Paesi potrebbero essere coinvolti nella gestione dell’autorità guidata dagli Stati Uniti, sebbene non specifichino quali. La proposta prevede l’impiego di tecnocrati palestinesi ma esclude sia Hamas, sia l’Autorità nazionale palestinese, attualmente al potere in Cisgiordania. Secondo le fonti, resta incerto se le parti riusciranno a trovare un accordo. Le trattative, infatti, non sono ancora arrivate al punto di discutere chi potrebbe ricoprire le principali cariche nella possibile amministrazione. In risposta alle domande di Reuters, un portavoce del dipartimento di Stato non ha commentato direttamente se ci fossero state discussioni con Israele su un’autorità provvisoria guidata dagli Stati Uniti a Gaza, affermando che non poteva parlare dei negoziati in corso. L’ufficio di Netanyahu ha rifiutato di commentare la notizia ma ha confermato che anche ieri ha discusso con Trump «di molte cose». Il viaggio del presidente americano in Medio Oriente ci darà molte risposte anche sul futuro di Gaza.
Ylenia Zambito e Sandra Zampa (Imagoeconomica)
Né si è parlato a sufficienza delle strettissime relazioni tra il Partito democratico e la Fondazione Toscana life sciences (Tls, ente non profit di ricerca scientifica), che negli stessi mesi del gran rifiuto dei monoclonali proposti dalla multinazionale farmaceutica americana Eli Lilly, avviò la sperimentazione di un farmaco proprio a base di anticorpi monoclonali: gli stessi che si sarebbero potuti avere mesi prima gratis.
Allora, a fine febbraio 2021 (due settimane dopo l’insediamento di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio), Invitalia guidata da Domenico Arcuri acquisì il 30 per cento del capitale di Tls Sviluppo, versando 15 milioni di euro per sperimentare un farmaco anti Covid da iniettare intramuscolo. L’erogazione era stata disposta dal ministero dello Sviluppo economico già a dicembre 2020 ed era destinata alla stessa Tls finanziata dalla Regione Toscana, da sempre a maggioranza Pd, dal Comune e dalla Provincia di Siena e dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena: l’orticello scientifico del Partito democratico, insomma, che oggi in commissione Covid con i suoi commissari - tra cui la senatrice Ylenia Zambito - dovrebbe fare luce proprio su quei farmaci rifiutati e sul conseguente spreco di fondi pubblici.
«La pandemia è stata una mangiatoia», ha dichiarato ieri Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia e membro della commissione Covid, «più scaviamo e più troviamo collegamenti con la sinistra al governo di allora. I collegamenti tra questa vicenda e ambienti legati al Partito democratico sono evidenti e la senatrice Zambito dovrebbe dimettersi, visto il gigantesco conflitto d’interessi che ha». Zambito, professore ordinario presso il dipartimento di farmacia dell’università di Pisa, dal 2001 è attiva in politica prima per i Ds, poi per il Pd: dal 2018 al 2022 è stata membro della direzione regionale del Partito democratico in Toscana, venendo poi eletta al Senato nel 2022. E in pandemia era regolarmente consultata da Sandra Zampa (Pd), allora sottosegretario alla Salute. Come docente, ha condiviso regolarmente tavoli di discussione e convegni scientifici con i referenti della Tls, spendendosi per contrastare i tagli ai fondi originariamente assegnati al Biotecnopolo di Siena e a Toscana life sciences (socio fondatore del Biotecnopolo) per la ricerca sui vaccini e sui monoclonali.
La vicenda della donazione mancata parte a ottobre 2020 quando il professor Guido Silvestri, immunologo e virologo della Emory university di Atlanta, espatriato in America da decenni e pupillo, negli anni dell’emergenza Aids, della covata di immunologi capitanata da Anthony Fauci, aveva contattato tutti i referenti scientifici e istituzionali di allora per avvisare che la Eli Lilly era disponibile a offrire all’Italia 10.000 dosi gratuite di monoclonali anti Covid Bamlanivimab. Quell’offerta, partita il 9 ottobre 2020 da Guido Silvestri, fa il giro delle istituzioni, dal ministro della Salute, Roberto Speranza (Pd), in giù: ne vengono informati Ranieri Guerra, Giovanni Rezza (ex dg della Prevenzione), Giuseppe Ippolito e Andrea Antinori (rispettivamente direttore scientifico e dirigente clinico dell’ospedale Spallanzani di Roma) fino a Nicola Magrini (dg di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco) e Giorgio Palù, nominato presidente Aifa il 4 dicembre 2020. I monoclonali della Eli Lilly, però, non arriveranno mai: con profondo disappunto di Silvestri, che in quei giorni tenta di sensibilizzare Palù, il 22 dicembre 2020 Aifa pubblica un comunicato in cui incredibilmente smentisce di aver ricevuto proposte di cessione gratuita, si appiglia a problemi di approvazione in sede Ue ed evoca problemi di ordine etico, appellandosi alla necessità di uno «sforzo comune europeo per superare il problema».
«Secondo il governo di allora», commenta Zedda, «i monoclonali non erano utili, eppure lo Stato decideva di acquistare una parte di un’azienda farmaceutica concorrente alla Lilly». Ci sarebbero gli estremi per un danno erariale, ma il procedimento della Corte dei Conti si è nel frattempo arenato.
L’unica istituzione che sta cercando di riannodare i fili della vicenda è la commissione Covid: «Sta andando a fondo su tutti i temi», osserva il presidente Marco Lisei (Fdi), «certamente quello della donazione dei monoclonali, come d’altronde quello delle donazioni di mascherine alla Cina, è un fatto che ci ha determinato un danno erariale significativo. Gli sperperi di denaro pubblico durante la pandemia sono stati tanti e non possono trovare giustificazione, tra l’altro gli scudi erariali hanno impedito le indagini e le relative condanne della Corte dei Conti e anche questo non depone a favore del governo Conte. Dalle audizioni», ha sottolineato , «stanno emergendo tante verità poco conosciute e anche un monito su come si debba agire in futuro. Reputo molto grave la scelta di totale chiusura a qualsiasi forma di terapia, i monoclonali erano una grande occasione e si sono rivelati anche efficaci, invece allora le uniche indicazioni furono “Tachipirina e vigile attesa”». Quando sentiremo Palù e risentiremo Magrini chiederemo conto anche di questo scempio, non soltanto economico», ha promesso il presidente della commissione Covid.
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Milano, il restauro del mosaico del toro in Galleria Vittorio Emanuele (Getty Images)
C’è un’attrazione turistica, a Milano, che attira più del Duomo, della Scala, del Castello sforzesco. Questa «meraviglia» si trova in Galleria Vittorio Emanuele. È il celeberrimo mosaico del «toro rampante» che raffigura, sotto la volta in ferro e vetro dell’Ottagono, il salotto buono della città, Torino. Torpedoni di turisti passano appositamente da lì per compiere la «giravolta scaramantica» sopra i testicoli della bestia. Un rito propiziatorio eseguito una volta sola, oppure di più, a seconda della regola che si è diffusa nel gruppo di turisti. E dagli oggi, dagli domani, i poveri attributi maschili dell’animale sono scomparsi (ormai da tempo): al loro posto, i talloni di passanti e turisti hanno lasciato un piccolo cratere profondo oltre 2,5 centimetri.
In questi giorni il Comune di Milano ha transennato l’area: al povero toro bisognava ridare quello che la furia dei turisti ha tolto. Stemma recintato, via le vecchie tessere consunte, parte il restauro. Eseguito non da un professionista qualsiasi ma da Gianluca Galli. Ai più, questo nome potrebbe non dire niente. Ma ha un curriculum di tutto rispetto: ha coordinato interventi in alcune delle principali città d’arte italiane come Trento, Padova, Venezia, Firenze, Roma, Milano, Pisa, oltre a rivestire il ruolo di referente per il progetto italiano di proposta d’intervento presso il Palazzo di Peterhof, la Reggia Di Caterina, a San Pietroburgo, in Russia. Tra il 2017 e il 2018, inoltre, ha eseguito il restauro dell’intero pavimento musivo di Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Insomma, è di casa da quelle parti.
Dopo quasi una settimana di lavori, Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche e cura del territorio, ieri ha potuto postare, tutto orgoglioso, queste due frasi sui social: «E come previsto, il mosaico del toro è tornato in Galleria Vittorio Emanuele, completamente restaurato. Complimenti al nostro artigiano per il lavoro di restauro del mosaico». A corredo di tale impresa, una foto del toro senza più il cratere al posto delle parti intime. Solo che, fin da subito, centinaia di milanesi hanno fatto notare al fidato assessore di Beppe Sala un piccolo particolare: il «nuovo» toro non ha più gli attributi. Nel restauro, i testicoli più scuri che vengono schiacciati dalla piroetta di milanesi e turisti non ci sono più. In pratica, non è più un toro: in galleria c’è un bue. In tanti hanno chiesto a Granelli: «Ma dove sono finite le palle? Ma non si è accorto dell’errore?». Evidentemente no. «Tessere di colore diverso, fughe larghe e disordinate...e questo sarebbe un lavoro fatto bene?», si chiede un altro cittadino furioso. E poi ancora: «Restauro orrendo», «Rattoppo mal fatto», «Transazione di genere per il povero toro», «Sembra un maiale», «Toro transgender» e via discorrendo. I social, spesso, non perdonano.
Per ora il toro rimarrà così. E ai turisti non resta altro che immaginare dove si trovassero i testicoli per riprendere a schiacciarli. Un rito che ha una nascita incerta. Sono tre le ipotesi. La prima: il gesto nascerebbe come rito propiziatorio legato strettamente alla fecondità. Nell’Ottocento, infatti, erano soprattutto le donne a sfiorare con discrezione il mosaico per augurarsi di concepire un figlio. Con il passare dei decenni il concetto di «fertilità» si è progressivamente laicizzato e allargato alla prosperità economica. Poi c’è la tesi più in voga: calpestare le palle del toro era uno sfregio, a metà Ottocento, rivolto verso la città di Torino, in un‘epoca in cui la rivalità tra le due città era all’apice. «Secondo alcuni racconti popolari», argomenta Focus introducendo la terza ipotesi, «si trattava di un rito magico da compiere esclusivamente la notte di San Silvestro. La leggenda voleva che compiere tre giri completi su se stessi con il tallone destro, rigorosamente ad occhi chiusi e allo scoccare esatto della mezzanotte del 31 dicembre, garantisse la benevolenza della sorte».
Insomma, al toro sono cadute le palle per come è stato trattato dalla giunta Sala. Così come ai milanesi.
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Pedro Sánchez (Ansa)
Come è noto, il governo di Madrid, con un un decreto promulgato lo scorso aprile, ha deciso di estendere la cittadinanza spagnola a oltre mezzo milione di immigrati clandestini presenti nel Paese. Una scelta che doveva essere dettata da ragioni soprattutto economiche. Per lo Psoe, il partito socialista di Pedro Sánchez, e per la sinistra di Podemos, guidata da Ione Belarra, l’aumento del Pil del 2,9% nel 2025 era dovuto soprattutto al contributo degli stranieri che, col loro lavoro, non solo avevano permesso di migliorare l’economia spagnola, ma avevano anche rafforzato il sistema del welfare. Sulla carta, quindi, l’operazione del governo spagnolo era perfetta. Sulla carta, però. Perché El Confidencial ha raccolto i numeri elaborati dall’Airef, l’autorità indipendente per la responsabilità fiscale, che raccontano tutta un’altra storia rispetto a quella proposta da Sánchez. Secondo le stime, infatti, l’impatto a lungo termine di questa enorme regolarizzazione (500.000 immigrati su poco più di 860.000, quindi più della metà) sarà estremamente limitato: solo lo 0,03% del Pil. Praticamente nulla.
Più precisamente, secondo l’Airef, questa regolarizzazione di massa contribuirà con lo 0,07% del Pil in contributi durante il primo anno di attuazione, pari a circa 1,3 miliardi di euro. Questa cifra aumenterà nei primi anni successivi alla regolarizzazione, raggiungendo un picco dello 0,11% del Pil nel 2030 che, secondo le previsioni di crescita nominale dell’Airef, ammonterebbe a circa 2,3 miliardi di euro. «In media» - ha detto, durante la conferenza stampa di presentazione dei dati, il presidente dell’Airef, Inés Olóndriz -«su un periodo di tempo molto lungo, l’impatto della regolarizzazione degli immigrati è molto ridotto, nell’ordine di due cifre decimali». Quelle che noi, quando si parla di elezioni, definiremmo da prefisso telefonico.
Ma c’è di più. Perché questo scarso beneficio sul Pil potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi anni, come spiega sempre l’Airef: «L’impatto si attenuerà nell’arco di altri quattro anni [2034, ndr], sulla base delle precedenti regolarizzazioni».
C’è però un altro scenario possibile: quello di un ennesimo allargamento della cittadinanza nei prossimi anni. Potenzialmente, infatti, la platea potrebbe aumentare a 950.000 persone, considerando coloro che sono stati in qualche modo registrati, ma che però risultano privi di documenti, e gli altri richiedenti asilo.
Quindi, se l’economia ti smentisce perché farlo? Perché la Spagna ha anche un enorme problema demografico. Lo stesso, anzi a tratti peggiore, che è presente in tutto il mondo occidentale: non si fanno figli, se non in tarda età e i morti sono più dei nati.
Alcuni numeri: nel 2014 le nascite erano 428.000. Dieci anni dopo, nel 2024, solamente 318.000. Che, tradotto, significa circa il 25% in meno solamente in un decennio. Il tasso di fecondità in Spagna, poi, si attesta a 1,1 figli per donna, uno dei dati più bassi presente in Occidente e, soprattutto, ben lontano dai 2,1 necessari per mantenere la popolazione stabile. Continuando a mettere a confronto i numeri degli ultimi dieci anni notiamo che gli over 65 sono aumentati di oltre il 17% mentre gli over 85 sono cresciuti di circa il 35%. Da ciò deriva la grande difficoltà economica legata soprattutto al welfare. Se andiamo invece ad analizzare i numeri delle persone straniere notiamo un trend opposto. Secondo quanto raccolto dall’Istituto nazionale di statistica spagnolo, un bambino su tre è nato da una mamma nata all’estero. Negli ultimi quattro anni, poi, sono giunti nel Paese almeno 1,6 milioni di persone straniere provenienti soprattutto da Colombia, Venezuela, altri Paesi latinoamericani e Marocco. Tutti Paesi in cui il tasso di fertilità è molto più alto e che, a tendere, andranno a sostituire la popolazione locale. Che è lecito, sia chiaro. Ma ne vale davvero la pena? Non sarebbe meglio - prima di allargare le maglie della cittadinanza con pochi controlli su chi si sta accogliendo, come segnalato dagli stessi sindacati di polizia spagnola - incentivare le nascite locali? Pare proprio che la sinistra spagnola, che in questo si trova in ottima compagnia con quella italiana, stia facendo il possibile per far sì che la popolazione locale diventi una minoranza. Che forse, a quel punto, verrà finalmente tutelata.
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Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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