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2025-05-08
Per obbligare il Cremlino a trattare l’America spinge l’Ucraina nel Kursk
Donald Trump (Ansa)
Nonostante la tregua di 72 ore annunciata da Mosca in vista della parata del 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale, la battaglia sul campo procede senza esclusione di colpi. Da una parte e dall’altra.
I bombardamenti su Kiev sono ripresi con violenza. Il sindaco della capitale ucraina, Vitaliy Klitschko, ha denunciato ieri una nuova ondata di attacchi, con due morti e almeno sette feriti, tra cui quattro bambini, colpiti da droni russi che hanno distrutto un edificio residenziale nel quartiere di Shevchenkivskyi. Sul fronte orientale, il ministero della Difesa russo ha annunciato la conquista del villaggio di Lypove, nella regione del Donetsk, nell’Est dell’Ucraina.
Ma a far salire ulteriormente la tensione sono stati gli attacchi ucraini con droni su Mosca, avvenuti a ridosso delle celebrazioni e che hanno provocato una dura reazione da parte del Cremlino. Il portavoce, Dmitry Peskov, ha parlato di «atti di terrorismo», accusando Kiev di voler minare la sicurezza della capitale russa in uno dei momenti simbolicamente più rilevanti per la Federazione. È in questo contesto che si inserisce l’avanzata ucraina nella regione russa del Kursk dove, negli ultimi giorni, si sono moltiplicate le azioni di disturbo oltre confine, con attacchi a depositi di munizioni e infrastrutture militari. Pur senza conferme ufficiali da entrambe le parti, il comando ucraino ha dichiarato di aver ottenuto progressi significativi e di aver conquistato, in particolare, la località di Tetkino.
Fonti militari occidentali non escludono che dietro a queste operazioni mirate ci sia anche la regia americana: un modo per aumentare la pressione su Mosca proprio alla vigilia del 9 maggio e nel pieno delle trattative diplomatiche. L’obiettivo, secondo alcuni osservatori, sarebbe spingere il Cremlino verso una trattativa, forzando Vladimir Putin a considerare una soluzione negoziata. A tal proposito, ieri da Washington, sono arrivate delle dichiarazioni tutt’altro che banali di J.D. Vance. Il vicepresidente americano ha affermato di non essere così pessimista sulle possibilità di porre fine al conflitto aggiungendo, tuttavia, che gli Stati Uniti considerano eccessive le concessioni richieste dalla Russia per la pace in Ucraina. Il numero due della Casa Bianca, dopo aver sottolineato che «la cultura americana e quella europea sono strettamente legate e staranno sempre dalla stessa parte», ha auspicato un dialogo diretto tra Mosca e Kiev per raggiungere un accordo.
Stando a quanto dichiarato in un’intervista rilasciata a Fox News dall’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Keith Kellogg, Volodymyr Zelensky avrebbe proposto la creazione di una zona cuscinetto, corrispondente a un’area di 30 chilometri demilitarizzata, controllata congiuntamente da Kiev e Mosca e monitorata da osservatori di Paesi terzi. Un punto su cui, però, Putin, almeno per il momento, non transige: lo zar continua a chiedere che l’Ucraina ritiri le truppe dalle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Sulla questione è intervenuto anche Sergej Lavrov: secondo il ministro degli Esteri russo, «un cessate il fuoco o una pausa delle ostilità lungo la linea di impegno non possono portare a una soluzione duratura a questo problema».
Nel frattempo Mosca, in vista del Giorno della vittoria, ha confermato le 72 ore di tregua a partire dalla mezzanotte di ieri in modo da garantire lo svolgimento delle celebrazioni in sicurezza, anche e soprattutto delle figure internazionali che vi parteciperanno. Tra questi spiccano il presidente cinese, Xi Jinping, e quello venezuelano, Nicolás Maduro, entrambi nella capitale russa già da ieri. Prima di assistere alla parata sulla Piazza Rossa, il leader di Pechino, incontrerà oggi Putin per ribadire l’amicizia strategica che li lega; mentre si è già svolto ieri il faccia a faccia con Maduro, il quale ha ricordato come «l’amicizia tra i due Paesi abbia resistito alla prova del tempo».
Da Varsavia, dove è in corso la riunione informale del Consiglio Esteri Ue, si è espressa in maniera piuttosto critica Kaja Kallas: «È chiaro che tutti coloro che sono a favore della pace dovrebbero essere presenti in Ucraina piuttosto che a Mosca», ha affermato l’Alto rappresentante dell’Ue. Il riferimento era soprattutto al presidente serbo, Aleksandar Vučić, e a quello slovacco Robert Fico, entrambi attesi a Mosca ma bloccati dalla decisione dei governi dei Paesi Baltici e della Polonia di vietare l’uso del proprio spazio aereo per i voli diretti nella capitale russa. Zelensky, dopo aver specificato che l’Ucraina non può garantire che le celebrazioni si svolgano in sicurezza, ha definito la sospensione annunciata dal Cremlino uno «spettacolo teatrale» e una «manipolazione».
Il presidente francese, Emmanuel Macron, a margine dell’incontro con il neo cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha sostenuto che probabilmente Putin non rispetterà la tregua. A smentirlo è stato Peskov, che ha ribadito l’intenzione di mantenere comunque il cessate il fuoco, avvertendo tuttavia che qualsiasi attacco ucraino riceverà «una risposta immediata e proporzionata». Intanto a Mosca sono state rafforzate le misure di sicurezza su tutta la Piazza Rossa e le aree circostanti, con forti limitazioni ai servizi di internet mobile per evitare possibili attacchi informatici o droni da parte ucraina.
Governo provvisorio Usa per Gaza
Mentre Israele si prepara all’operazione denominata «Carri di Gedeone» a Gaza, ieri il ministro della Difesa, Israel Katz, ha sottolineato che le forze di difesa israeliane (Idf) rimarranno in tutte le aree che conquisteranno per prevenire la ripresa del terrorismo.
Nel corso di una valutazione operativa presso la 162ª Divisione, Katz ha illustrato gli obiettivi centrali dell’operazione: smantellare le capacità militari e amministrative di Hamas, ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi (21 quelli ancora vivi secondo alcuni funzionari di Gerusalemme, preoccupati per la vita di altri tre) e garantire l’evacuazione dei civili dal Sud della Striscia. Il ministro ha, poi, sottolineato che la presenza costante dell’Idf nelle aree sotto il loro controllo è fondamentale per impedire il ritorno delle forze terroristiche e per distinguere la popolazione generale dagli agenti di Hamas. Katz ha poi detto che l’attuale presenza militare rappresenta un’occasione favorevole per favorire un’intesa sullo scambio di prigionieri, citando il cosiddetto «modello Witkoff», e auspicando che ciò avvenga prima della fine della prossima visita del presidente statunitense, Donald Trump, nella regione. Ha, inoltre, precisato che, anche nell’ambito di un eventuale accordo futuro, «Israele non intende ritirarsi dalla zona cuscinetto di sicurezza istituita a Gaza fondamentale per la protezione delle comunità israeliane limitrofe».
E dopo, cosa accadrà? L’unica certezza, al momento, è che finirà questa guerra scellerata, orchestrata dall’Iran e scatenata il 7 ottobre 2023 attraverso Hamas, Hezbollah, gli Huthi, la Jihad islamica e le milizie sciite irachene. E nulla sarà più come prima. Nel frattempo, lontano dai riflettori, dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca si è intensificata l’attività diplomatica in vista del dopoguerra e in molti hanno provato a proporre delle soluzioni per Gaza senza, però, soddisfare la legittime richieste in termini di sicurezza avanzate da Israele (e condivise dagli Usa). Clamorosa l’indiscrezione pubblicata ieri da Reuters secondo la quale cinque fonti informate sulla questione affermano che gli Stati Uniti e Israele «stanno discutendo l’ipotesi che Washington assuma la guida di un’amministrazione temporanea a Gaza dopo la fine del conflitto».
Le consultazioni, descritte come «di alto livello», ruotano attorno alla creazione di un governo di transizione, guidato da un funzionario statunitense, che avrebbe il compito di supervisionare la Striscia fino alla sua smilitarizzazione e stabilizzazione, e alla formazione di una nuova amministrazione palestinese funzionante. Secondo quanto riferito da Reuters, le discussioni, ancora in una fase preliminare, non prevedono una durata prestabilita per l’eventuale amministrazione statunitense a Gaza, la cui permanenza dipenderebbe dall’evoluzione della situazione sul terreno.
Le fonti indicano che altri Paesi potrebbero essere coinvolti nella gestione dell’autorità guidata dagli Stati Uniti, sebbene non specifichino quali. La proposta prevede l’impiego di tecnocrati palestinesi ma esclude sia Hamas, sia l’Autorità nazionale palestinese, attualmente al potere in Cisgiordania. Secondo le fonti, resta incerto se le parti riusciranno a trovare un accordo. Le trattative, infatti, non sono ancora arrivate al punto di discutere chi potrebbe ricoprire le principali cariche nella possibile amministrazione. In risposta alle domande di Reuters, un portavoce del dipartimento di Stato non ha commentato direttamente se ci fossero state discussioni con Israele su un’autorità provvisoria guidata dagli Stati Uniti a Gaza, affermando che non poteva parlare dei negoziati in corso.
L’ufficio di Netanyahu ha rifiutato di commentare la notizia ma ha confermato che anche ieri ha discusso con Trump «di molte cose». Il viaggio del presidente americano in Medio Oriente ci darà molte risposte anche sul futuro di Gaza.
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Ci sarebbe la regia della Casa Bianca dietro l’avanzata di Kiev nella regione. Un modo per costringere Vladimir Putin a siglare la pace. Per J.D. Vance le richieste dello zar sono «eccessive». Volodymyr Zelensky propone una zona cuscinetto.Per Reuters, Washington e Gerusalemme potrebbero creare un’autorità di transizione guidata dagli Stati Uniti al termine dell’attacco nella Striscia di Gaza. Dove l’Idf vuol restare a lungo.Lo speciale contiene due articoli. Nonostante la tregua di 72 ore annunciata da Mosca in vista della parata del 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale, la battaglia sul campo procede senza esclusione di colpi. Da una parte e dall’altra.I bombardamenti su Kiev sono ripresi con violenza. Il sindaco della capitale ucraina, Vitaliy Klitschko, ha denunciato ieri una nuova ondata di attacchi, con due morti e almeno sette feriti, tra cui quattro bambini, colpiti da droni russi che hanno distrutto un edificio residenziale nel quartiere di Shevchenkivskyi. Sul fronte orientale, il ministero della Difesa russo ha annunciato la conquista del villaggio di Lypove, nella regione del Donetsk, nell’Est dell’Ucraina.Ma a far salire ulteriormente la tensione sono stati gli attacchi ucraini con droni su Mosca, avvenuti a ridosso delle celebrazioni e che hanno provocato una dura reazione da parte del Cremlino. Il portavoce, Dmitry Peskov, ha parlato di «atti di terrorismo», accusando Kiev di voler minare la sicurezza della capitale russa in uno dei momenti simbolicamente più rilevanti per la Federazione. È in questo contesto che si inserisce l’avanzata ucraina nella regione russa del Kursk dove, negli ultimi giorni, si sono moltiplicate le azioni di disturbo oltre confine, con attacchi a depositi di munizioni e infrastrutture militari. Pur senza conferme ufficiali da entrambe le parti, il comando ucraino ha dichiarato di aver ottenuto progressi significativi e di aver conquistato, in particolare, la località di Tetkino.Fonti militari occidentali non escludono che dietro a queste operazioni mirate ci sia anche la regia americana: un modo per aumentare la pressione su Mosca proprio alla vigilia del 9 maggio e nel pieno delle trattative diplomatiche. L’obiettivo, secondo alcuni osservatori, sarebbe spingere il Cremlino verso una trattativa, forzando Vladimir Putin a considerare una soluzione negoziata. A tal proposito, ieri da Washington, sono arrivate delle dichiarazioni tutt’altro che banali di J.D. Vance. Il vicepresidente americano ha affermato di non essere così pessimista sulle possibilità di porre fine al conflitto aggiungendo, tuttavia, che gli Stati Uniti considerano eccessive le concessioni richieste dalla Russia per la pace in Ucraina. Il numero due della Casa Bianca, dopo aver sottolineato che «la cultura americana e quella europea sono strettamente legate e staranno sempre dalla stessa parte», ha auspicato un dialogo diretto tra Mosca e Kiev per raggiungere un accordo.Stando a quanto dichiarato in un’intervista rilasciata a Fox News dall’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Keith Kellogg, Volodymyr Zelensky avrebbe proposto la creazione di una zona cuscinetto, corrispondente a un’area di 30 chilometri demilitarizzata, controllata congiuntamente da Kiev e Mosca e monitorata da osservatori di Paesi terzi. Un punto su cui, però, Putin, almeno per il momento, non transige: lo zar continua a chiedere che l’Ucraina ritiri le truppe dalle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Sulla questione è intervenuto anche Sergej Lavrov: secondo il ministro degli Esteri russo, «un cessate il fuoco o una pausa delle ostilità lungo la linea di impegno non possono portare a una soluzione duratura a questo problema».Nel frattempo Mosca, in vista del Giorno della vittoria, ha confermato le 72 ore di tregua a partire dalla mezzanotte di ieri in modo da garantire lo svolgimento delle celebrazioni in sicurezza, anche e soprattutto delle figure internazionali che vi parteciperanno. Tra questi spiccano il presidente cinese, Xi Jinping, e quello venezuelano, Nicolás Maduro, entrambi nella capitale russa già da ieri. Prima di assistere alla parata sulla Piazza Rossa, il leader di Pechino, incontrerà oggi Putin per ribadire l’amicizia strategica che li lega; mentre si è già svolto ieri il faccia a faccia con Maduro, il quale ha ricordato come «l’amicizia tra i due Paesi abbia resistito alla prova del tempo».Da Varsavia, dove è in corso la riunione informale del Consiglio Esteri Ue, si è espressa in maniera piuttosto critica Kaja Kallas: «È chiaro che tutti coloro che sono a favore della pace dovrebbero essere presenti in Ucraina piuttosto che a Mosca», ha affermato l’Alto rappresentante dell’Ue. Il riferimento era soprattutto al presidente serbo, Aleksandar Vučić, e a quello slovacco Robert Fico, entrambi attesi a Mosca ma bloccati dalla decisione dei governi dei Paesi Baltici e della Polonia di vietare l’uso del proprio spazio aereo per i voli diretti nella capitale russa. Zelensky, dopo aver specificato che l’Ucraina non può garantire che le celebrazioni si svolgano in sicurezza, ha definito la sospensione annunciata dal Cremlino uno «spettacolo teatrale» e una «manipolazione». Il presidente francese, Emmanuel Macron, a margine dell’incontro con il neo cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha sostenuto che probabilmente Putin non rispetterà la tregua. A smentirlo è stato Peskov, che ha ribadito l’intenzione di mantenere comunque il cessate il fuoco, avvertendo tuttavia che qualsiasi attacco ucraino riceverà «una risposta immediata e proporzionata». Intanto a Mosca sono state rafforzate le misure di sicurezza su tutta la Piazza Rossa e le aree circostanti, con forti limitazioni ai servizi di internet mobile per evitare possibili attacchi informatici o droni da parte ucraina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accordo-russia-ucraina-usa-2671917177.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="governo-provvisorio-usa-per-gaza" data-post-id="2671917177" data-published-at="1746693111" data-use-pagination="False"> Governo provvisorio Usa per Gaza Mentre Israele si prepara all’operazione denominata «Carri di Gedeone» a Gaza, ieri il ministro della Difesa, Israel Katz, ha sottolineato che le forze di difesa israeliane (Idf) rimarranno in tutte le aree che conquisteranno per prevenire la ripresa del terrorismo. Nel corso di una valutazione operativa presso la 162ª Divisione, Katz ha illustrato gli obiettivi centrali dell’operazione: smantellare le capacità militari e amministrative di Hamas, ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi (21 quelli ancora vivi secondo alcuni funzionari di Gerusalemme, preoccupati per la vita di altri tre) e garantire l’evacuazione dei civili dal Sud della Striscia. Il ministro ha, poi, sottolineato che la presenza costante dell’Idf nelle aree sotto il loro controllo è fondamentale per impedire il ritorno delle forze terroristiche e per distinguere la popolazione generale dagli agenti di Hamas. Katz ha poi detto che l’attuale presenza militare rappresenta un’occasione favorevole per favorire un’intesa sullo scambio di prigionieri, citando il cosiddetto «modello Witkoff», e auspicando che ciò avvenga prima della fine della prossima visita del presidente statunitense, Donald Trump, nella regione. Ha, inoltre, precisato che, anche nell’ambito di un eventuale accordo futuro, «Israele non intende ritirarsi dalla zona cuscinetto di sicurezza istituita a Gaza fondamentale per la protezione delle comunità israeliane limitrofe». E dopo, cosa accadrà? L’unica certezza, al momento, è che finirà questa guerra scellerata, orchestrata dall’Iran e scatenata il 7 ottobre 2023 attraverso Hamas, Hezbollah, gli Huthi, la Jihad islamica e le milizie sciite irachene. E nulla sarà più come prima. Nel frattempo, lontano dai riflettori, dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca si è intensificata l’attività diplomatica in vista del dopoguerra e in molti hanno provato a proporre delle soluzioni per Gaza senza, però, soddisfare la legittime richieste in termini di sicurezza avanzate da Israele (e condivise dagli Usa). Clamorosa l’indiscrezione pubblicata ieri da Reuters secondo la quale cinque fonti informate sulla questione affermano che gli Stati Uniti e Israele «stanno discutendo l’ipotesi che Washington assuma la guida di un’amministrazione temporanea a Gaza dopo la fine del conflitto». Le consultazioni, descritte come «di alto livello», ruotano attorno alla creazione di un governo di transizione, guidato da un funzionario statunitense, che avrebbe il compito di supervisionare la Striscia fino alla sua smilitarizzazione e stabilizzazione, e alla formazione di una nuova amministrazione palestinese funzionante. Secondo quanto riferito da Reuters, le discussioni, ancora in una fase preliminare, non prevedono una durata prestabilita per l’eventuale amministrazione statunitense a Gaza, la cui permanenza dipenderebbe dall’evoluzione della situazione sul terreno. Le fonti indicano che altri Paesi potrebbero essere coinvolti nella gestione dell’autorità guidata dagli Stati Uniti, sebbene non specifichino quali. La proposta prevede l’impiego di tecnocrati palestinesi ma esclude sia Hamas, sia l’Autorità nazionale palestinese, attualmente al potere in Cisgiordania. Secondo le fonti, resta incerto se le parti riusciranno a trovare un accordo. Le trattative, infatti, non sono ancora arrivate al punto di discutere chi potrebbe ricoprire le principali cariche nella possibile amministrazione. In risposta alle domande di Reuters, un portavoce del dipartimento di Stato non ha commentato direttamente se ci fossero state discussioni con Israele su un’autorità provvisoria guidata dagli Stati Uniti a Gaza, affermando che non poteva parlare dei negoziati in corso. L’ufficio di Netanyahu ha rifiutato di commentare la notizia ma ha confermato che anche ieri ha discusso con Trump «di molte cose». Il viaggio del presidente americano in Medio Oriente ci darà molte risposte anche sul futuro di Gaza.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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