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2025-05-08
Per obbligare il Cremlino a trattare l’America spinge l’Ucraina nel Kursk
Donald Trump (Ansa)
Nonostante la tregua di 72 ore annunciata da Mosca in vista della parata del 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale, la battaglia sul campo procede senza esclusione di colpi. Da una parte e dall’altra.
I bombardamenti su Kiev sono ripresi con violenza. Il sindaco della capitale ucraina, Vitaliy Klitschko, ha denunciato ieri una nuova ondata di attacchi, con due morti e almeno sette feriti, tra cui quattro bambini, colpiti da droni russi che hanno distrutto un edificio residenziale nel quartiere di Shevchenkivskyi. Sul fronte orientale, il ministero della Difesa russo ha annunciato la conquista del villaggio di Lypove, nella regione del Donetsk, nell’Est dell’Ucraina.
Ma a far salire ulteriormente la tensione sono stati gli attacchi ucraini con droni su Mosca, avvenuti a ridosso delle celebrazioni e che hanno provocato una dura reazione da parte del Cremlino. Il portavoce, Dmitry Peskov, ha parlato di «atti di terrorismo», accusando Kiev di voler minare la sicurezza della capitale russa in uno dei momenti simbolicamente più rilevanti per la Federazione. È in questo contesto che si inserisce l’avanzata ucraina nella regione russa del Kursk dove, negli ultimi giorni, si sono moltiplicate le azioni di disturbo oltre confine, con attacchi a depositi di munizioni e infrastrutture militari. Pur senza conferme ufficiali da entrambe le parti, il comando ucraino ha dichiarato di aver ottenuto progressi significativi e di aver conquistato, in particolare, la località di Tetkino.
Fonti militari occidentali non escludono che dietro a queste operazioni mirate ci sia anche la regia americana: un modo per aumentare la pressione su Mosca proprio alla vigilia del 9 maggio e nel pieno delle trattative diplomatiche. L’obiettivo, secondo alcuni osservatori, sarebbe spingere il Cremlino verso una trattativa, forzando Vladimir Putin a considerare una soluzione negoziata. A tal proposito, ieri da Washington, sono arrivate delle dichiarazioni tutt’altro che banali di J.D. Vance. Il vicepresidente americano ha affermato di non essere così pessimista sulle possibilità di porre fine al conflitto aggiungendo, tuttavia, che gli Stati Uniti considerano eccessive le concessioni richieste dalla Russia per la pace in Ucraina. Il numero due della Casa Bianca, dopo aver sottolineato che «la cultura americana e quella europea sono strettamente legate e staranno sempre dalla stessa parte», ha auspicato un dialogo diretto tra Mosca e Kiev per raggiungere un accordo.
Stando a quanto dichiarato in un’intervista rilasciata a Fox News dall’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Keith Kellogg, Volodymyr Zelensky avrebbe proposto la creazione di una zona cuscinetto, corrispondente a un’area di 30 chilometri demilitarizzata, controllata congiuntamente da Kiev e Mosca e monitorata da osservatori di Paesi terzi. Un punto su cui, però, Putin, almeno per il momento, non transige: lo zar continua a chiedere che l’Ucraina ritiri le truppe dalle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Sulla questione è intervenuto anche Sergej Lavrov: secondo il ministro degli Esteri russo, «un cessate il fuoco o una pausa delle ostilità lungo la linea di impegno non possono portare a una soluzione duratura a questo problema».
Nel frattempo Mosca, in vista del Giorno della vittoria, ha confermato le 72 ore di tregua a partire dalla mezzanotte di ieri in modo da garantire lo svolgimento delle celebrazioni in sicurezza, anche e soprattutto delle figure internazionali che vi parteciperanno. Tra questi spiccano il presidente cinese, Xi Jinping, e quello venezuelano, Nicolás Maduro, entrambi nella capitale russa già da ieri. Prima di assistere alla parata sulla Piazza Rossa, il leader di Pechino, incontrerà oggi Putin per ribadire l’amicizia strategica che li lega; mentre si è già svolto ieri il faccia a faccia con Maduro, il quale ha ricordato come «l’amicizia tra i due Paesi abbia resistito alla prova del tempo».
Da Varsavia, dove è in corso la riunione informale del Consiglio Esteri Ue, si è espressa in maniera piuttosto critica Kaja Kallas: «È chiaro che tutti coloro che sono a favore della pace dovrebbero essere presenti in Ucraina piuttosto che a Mosca», ha affermato l’Alto rappresentante dell’Ue. Il riferimento era soprattutto al presidente serbo, Aleksandar Vučić, e a quello slovacco Robert Fico, entrambi attesi a Mosca ma bloccati dalla decisione dei governi dei Paesi Baltici e della Polonia di vietare l’uso del proprio spazio aereo per i voli diretti nella capitale russa. Zelensky, dopo aver specificato che l’Ucraina non può garantire che le celebrazioni si svolgano in sicurezza, ha definito la sospensione annunciata dal Cremlino uno «spettacolo teatrale» e una «manipolazione».
Il presidente francese, Emmanuel Macron, a margine dell’incontro con il neo cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha sostenuto che probabilmente Putin non rispetterà la tregua. A smentirlo è stato Peskov, che ha ribadito l’intenzione di mantenere comunque il cessate il fuoco, avvertendo tuttavia che qualsiasi attacco ucraino riceverà «una risposta immediata e proporzionata». Intanto a Mosca sono state rafforzate le misure di sicurezza su tutta la Piazza Rossa e le aree circostanti, con forti limitazioni ai servizi di internet mobile per evitare possibili attacchi informatici o droni da parte ucraina.
Governo provvisorio Usa per Gaza
Mentre Israele si prepara all’operazione denominata «Carri di Gedeone» a Gaza, ieri il ministro della Difesa, Israel Katz, ha sottolineato che le forze di difesa israeliane (Idf) rimarranno in tutte le aree che conquisteranno per prevenire la ripresa del terrorismo.
Nel corso di una valutazione operativa presso la 162ª Divisione, Katz ha illustrato gli obiettivi centrali dell’operazione: smantellare le capacità militari e amministrative di Hamas, ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi (21 quelli ancora vivi secondo alcuni funzionari di Gerusalemme, preoccupati per la vita di altri tre) e garantire l’evacuazione dei civili dal Sud della Striscia. Il ministro ha, poi, sottolineato che la presenza costante dell’Idf nelle aree sotto il loro controllo è fondamentale per impedire il ritorno delle forze terroristiche e per distinguere la popolazione generale dagli agenti di Hamas. Katz ha poi detto che l’attuale presenza militare rappresenta un’occasione favorevole per favorire un’intesa sullo scambio di prigionieri, citando il cosiddetto «modello Witkoff», e auspicando che ciò avvenga prima della fine della prossima visita del presidente statunitense, Donald Trump, nella regione. Ha, inoltre, precisato che, anche nell’ambito di un eventuale accordo futuro, «Israele non intende ritirarsi dalla zona cuscinetto di sicurezza istituita a Gaza fondamentale per la protezione delle comunità israeliane limitrofe».
E dopo, cosa accadrà? L’unica certezza, al momento, è che finirà questa guerra scellerata, orchestrata dall’Iran e scatenata il 7 ottobre 2023 attraverso Hamas, Hezbollah, gli Huthi, la Jihad islamica e le milizie sciite irachene. E nulla sarà più come prima. Nel frattempo, lontano dai riflettori, dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca si è intensificata l’attività diplomatica in vista del dopoguerra e in molti hanno provato a proporre delle soluzioni per Gaza senza, però, soddisfare la legittime richieste in termini di sicurezza avanzate da Israele (e condivise dagli Usa). Clamorosa l’indiscrezione pubblicata ieri da Reuters secondo la quale cinque fonti informate sulla questione affermano che gli Stati Uniti e Israele «stanno discutendo l’ipotesi che Washington assuma la guida di un’amministrazione temporanea a Gaza dopo la fine del conflitto».
Le consultazioni, descritte come «di alto livello», ruotano attorno alla creazione di un governo di transizione, guidato da un funzionario statunitense, che avrebbe il compito di supervisionare la Striscia fino alla sua smilitarizzazione e stabilizzazione, e alla formazione di una nuova amministrazione palestinese funzionante. Secondo quanto riferito da Reuters, le discussioni, ancora in una fase preliminare, non prevedono una durata prestabilita per l’eventuale amministrazione statunitense a Gaza, la cui permanenza dipenderebbe dall’evoluzione della situazione sul terreno.
Le fonti indicano che altri Paesi potrebbero essere coinvolti nella gestione dell’autorità guidata dagli Stati Uniti, sebbene non specifichino quali. La proposta prevede l’impiego di tecnocrati palestinesi ma esclude sia Hamas, sia l’Autorità nazionale palestinese, attualmente al potere in Cisgiordania. Secondo le fonti, resta incerto se le parti riusciranno a trovare un accordo. Le trattative, infatti, non sono ancora arrivate al punto di discutere chi potrebbe ricoprire le principali cariche nella possibile amministrazione. In risposta alle domande di Reuters, un portavoce del dipartimento di Stato non ha commentato direttamente se ci fossero state discussioni con Israele su un’autorità provvisoria guidata dagli Stati Uniti a Gaza, affermando che non poteva parlare dei negoziati in corso.
L’ufficio di Netanyahu ha rifiutato di commentare la notizia ma ha confermato che anche ieri ha discusso con Trump «di molte cose». Il viaggio del presidente americano in Medio Oriente ci darà molte risposte anche sul futuro di Gaza.
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Ci sarebbe la regia della Casa Bianca dietro l’avanzata di Kiev nella regione. Un modo per costringere Vladimir Putin a siglare la pace. Per J.D. Vance le richieste dello zar sono «eccessive». Volodymyr Zelensky propone una zona cuscinetto.Per Reuters, Washington e Gerusalemme potrebbero creare un’autorità di transizione guidata dagli Stati Uniti al termine dell’attacco nella Striscia di Gaza. Dove l’Idf vuol restare a lungo.Lo speciale contiene due articoli. Nonostante la tregua di 72 ore annunciata da Mosca in vista della parata del 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale, la battaglia sul campo procede senza esclusione di colpi. Da una parte e dall’altra.I bombardamenti su Kiev sono ripresi con violenza. Il sindaco della capitale ucraina, Vitaliy Klitschko, ha denunciato ieri una nuova ondata di attacchi, con due morti e almeno sette feriti, tra cui quattro bambini, colpiti da droni russi che hanno distrutto un edificio residenziale nel quartiere di Shevchenkivskyi. Sul fronte orientale, il ministero della Difesa russo ha annunciato la conquista del villaggio di Lypove, nella regione del Donetsk, nell’Est dell’Ucraina.Ma a far salire ulteriormente la tensione sono stati gli attacchi ucraini con droni su Mosca, avvenuti a ridosso delle celebrazioni e che hanno provocato una dura reazione da parte del Cremlino. Il portavoce, Dmitry Peskov, ha parlato di «atti di terrorismo», accusando Kiev di voler minare la sicurezza della capitale russa in uno dei momenti simbolicamente più rilevanti per la Federazione. È in questo contesto che si inserisce l’avanzata ucraina nella regione russa del Kursk dove, negli ultimi giorni, si sono moltiplicate le azioni di disturbo oltre confine, con attacchi a depositi di munizioni e infrastrutture militari. Pur senza conferme ufficiali da entrambe le parti, il comando ucraino ha dichiarato di aver ottenuto progressi significativi e di aver conquistato, in particolare, la località di Tetkino.Fonti militari occidentali non escludono che dietro a queste operazioni mirate ci sia anche la regia americana: un modo per aumentare la pressione su Mosca proprio alla vigilia del 9 maggio e nel pieno delle trattative diplomatiche. L’obiettivo, secondo alcuni osservatori, sarebbe spingere il Cremlino verso una trattativa, forzando Vladimir Putin a considerare una soluzione negoziata. A tal proposito, ieri da Washington, sono arrivate delle dichiarazioni tutt’altro che banali di J.D. Vance. Il vicepresidente americano ha affermato di non essere così pessimista sulle possibilità di porre fine al conflitto aggiungendo, tuttavia, che gli Stati Uniti considerano eccessive le concessioni richieste dalla Russia per la pace in Ucraina. Il numero due della Casa Bianca, dopo aver sottolineato che «la cultura americana e quella europea sono strettamente legate e staranno sempre dalla stessa parte», ha auspicato un dialogo diretto tra Mosca e Kiev per raggiungere un accordo.Stando a quanto dichiarato in un’intervista rilasciata a Fox News dall’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Keith Kellogg, Volodymyr Zelensky avrebbe proposto la creazione di una zona cuscinetto, corrispondente a un’area di 30 chilometri demilitarizzata, controllata congiuntamente da Kiev e Mosca e monitorata da osservatori di Paesi terzi. Un punto su cui, però, Putin, almeno per il momento, non transige: lo zar continua a chiedere che l’Ucraina ritiri le truppe dalle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Sulla questione è intervenuto anche Sergej Lavrov: secondo il ministro degli Esteri russo, «un cessate il fuoco o una pausa delle ostilità lungo la linea di impegno non possono portare a una soluzione duratura a questo problema».Nel frattempo Mosca, in vista del Giorno della vittoria, ha confermato le 72 ore di tregua a partire dalla mezzanotte di ieri in modo da garantire lo svolgimento delle celebrazioni in sicurezza, anche e soprattutto delle figure internazionali che vi parteciperanno. Tra questi spiccano il presidente cinese, Xi Jinping, e quello venezuelano, Nicolás Maduro, entrambi nella capitale russa già da ieri. Prima di assistere alla parata sulla Piazza Rossa, il leader di Pechino, incontrerà oggi Putin per ribadire l’amicizia strategica che li lega; mentre si è già svolto ieri il faccia a faccia con Maduro, il quale ha ricordato come «l’amicizia tra i due Paesi abbia resistito alla prova del tempo».Da Varsavia, dove è in corso la riunione informale del Consiglio Esteri Ue, si è espressa in maniera piuttosto critica Kaja Kallas: «È chiaro che tutti coloro che sono a favore della pace dovrebbero essere presenti in Ucraina piuttosto che a Mosca», ha affermato l’Alto rappresentante dell’Ue. Il riferimento era soprattutto al presidente serbo, Aleksandar Vučić, e a quello slovacco Robert Fico, entrambi attesi a Mosca ma bloccati dalla decisione dei governi dei Paesi Baltici e della Polonia di vietare l’uso del proprio spazio aereo per i voli diretti nella capitale russa. Zelensky, dopo aver specificato che l’Ucraina non può garantire che le celebrazioni si svolgano in sicurezza, ha definito la sospensione annunciata dal Cremlino uno «spettacolo teatrale» e una «manipolazione». Il presidente francese, Emmanuel Macron, a margine dell’incontro con il neo cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha sostenuto che probabilmente Putin non rispetterà la tregua. A smentirlo è stato Peskov, che ha ribadito l’intenzione di mantenere comunque il cessate il fuoco, avvertendo tuttavia che qualsiasi attacco ucraino riceverà «una risposta immediata e proporzionata». Intanto a Mosca sono state rafforzate le misure di sicurezza su tutta la Piazza Rossa e le aree circostanti, con forti limitazioni ai servizi di internet mobile per evitare possibili attacchi informatici o droni da parte ucraina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accordo-russia-ucraina-usa-2671917177.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="governo-provvisorio-usa-per-gaza" data-post-id="2671917177" data-published-at="1746693111" data-use-pagination="False"> Governo provvisorio Usa per Gaza Mentre Israele si prepara all’operazione denominata «Carri di Gedeone» a Gaza, ieri il ministro della Difesa, Israel Katz, ha sottolineato che le forze di difesa israeliane (Idf) rimarranno in tutte le aree che conquisteranno per prevenire la ripresa del terrorismo. Nel corso di una valutazione operativa presso la 162ª Divisione, Katz ha illustrato gli obiettivi centrali dell’operazione: smantellare le capacità militari e amministrative di Hamas, ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi (21 quelli ancora vivi secondo alcuni funzionari di Gerusalemme, preoccupati per la vita di altri tre) e garantire l’evacuazione dei civili dal Sud della Striscia. Il ministro ha, poi, sottolineato che la presenza costante dell’Idf nelle aree sotto il loro controllo è fondamentale per impedire il ritorno delle forze terroristiche e per distinguere la popolazione generale dagli agenti di Hamas. Katz ha poi detto che l’attuale presenza militare rappresenta un’occasione favorevole per favorire un’intesa sullo scambio di prigionieri, citando il cosiddetto «modello Witkoff», e auspicando che ciò avvenga prima della fine della prossima visita del presidente statunitense, Donald Trump, nella regione. Ha, inoltre, precisato che, anche nell’ambito di un eventuale accordo futuro, «Israele non intende ritirarsi dalla zona cuscinetto di sicurezza istituita a Gaza fondamentale per la protezione delle comunità israeliane limitrofe». E dopo, cosa accadrà? L’unica certezza, al momento, è che finirà questa guerra scellerata, orchestrata dall’Iran e scatenata il 7 ottobre 2023 attraverso Hamas, Hezbollah, gli Huthi, la Jihad islamica e le milizie sciite irachene. E nulla sarà più come prima. Nel frattempo, lontano dai riflettori, dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca si è intensificata l’attività diplomatica in vista del dopoguerra e in molti hanno provato a proporre delle soluzioni per Gaza senza, però, soddisfare la legittime richieste in termini di sicurezza avanzate da Israele (e condivise dagli Usa). Clamorosa l’indiscrezione pubblicata ieri da Reuters secondo la quale cinque fonti informate sulla questione affermano che gli Stati Uniti e Israele «stanno discutendo l’ipotesi che Washington assuma la guida di un’amministrazione temporanea a Gaza dopo la fine del conflitto». Le consultazioni, descritte come «di alto livello», ruotano attorno alla creazione di un governo di transizione, guidato da un funzionario statunitense, che avrebbe il compito di supervisionare la Striscia fino alla sua smilitarizzazione e stabilizzazione, e alla formazione di una nuova amministrazione palestinese funzionante. Secondo quanto riferito da Reuters, le discussioni, ancora in una fase preliminare, non prevedono una durata prestabilita per l’eventuale amministrazione statunitense a Gaza, la cui permanenza dipenderebbe dall’evoluzione della situazione sul terreno. Le fonti indicano che altri Paesi potrebbero essere coinvolti nella gestione dell’autorità guidata dagli Stati Uniti, sebbene non specifichino quali. La proposta prevede l’impiego di tecnocrati palestinesi ma esclude sia Hamas, sia l’Autorità nazionale palestinese, attualmente al potere in Cisgiordania. Secondo le fonti, resta incerto se le parti riusciranno a trovare un accordo. Le trattative, infatti, non sono ancora arrivate al punto di discutere chi potrebbe ricoprire le principali cariche nella possibile amministrazione. In risposta alle domande di Reuters, un portavoce del dipartimento di Stato non ha commentato direttamente se ci fossero state discussioni con Israele su un’autorità provvisoria guidata dagli Stati Uniti a Gaza, affermando che non poteva parlare dei negoziati in corso. L’ufficio di Netanyahu ha rifiutato di commentare la notizia ma ha confermato che anche ieri ha discusso con Trump «di molte cose». Il viaggio del presidente americano in Medio Oriente ci darà molte risposte anche sul futuro di Gaza.
Getty Images
Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, la Nazionale sperimentale di Silvio Baldini riparte da una vittoria. A Lussemburgo decide un colpo di testa di Pio Esposito. In campo tanti esordienti e qualche segnale incoraggiante per il futuro.
Rialzarsi dopo una caduta non è mai semplice. Specialmente se la ferita è ancora aperta e continua a bruciare. Dopo la terza mancata qualificazione ai Mondiali, l’Italia riparte dal Lussemburgo e lo fa vincendo 1-0 con un gol di Pio Esposito e con una ventata d’aria fresca portata da un gruppo composto quasi esclusivamente da debuttanti. Il ct Silvio Baldini ha scelto di dare fiducia ai «suoi» ragazzi dell’Under 21, puntando su un undici titolare in cui a parte il capitano Donnarumma, Pio Esposito e Pisilli, tutti gli altri erano all’esordio con la maglia della Nazionale maggiore. Una scelta che qualcuno ha definito simbolica e di impatto, ma che lo stesso ct rivendica come necessaria per riportare purezza in un ambiente che negli ultimi anni ha vissuto di forti pressioni.
L'impatto con la partita è stato quello che ci si poteva aspettare da una squadra costruita in pochi giorni e composta quasi interamente da esordienti. L'Italia ha tenuto il pallone fin dalle prime battute, cercando di prendere il controllo del gioco senza però riuscire a trovare subito ritmo e precisione negli ultimi metri. I segnali più incoraggianti sono arrivati dalla corsia sinistra, dove Koleosho si è rivelato il più vivace degli attaccanti azzurri, e da Lipani, ordinato nella gestione del possesso e spesso al centro della manovra. Le occasioni del primo tempo sono nate soprattutto attorno a Pio Esposito. L'attaccante dell'Inter ha prima sfiorato un gol di tacco su assist di Lipani e poi ha provato a sorprendere Moris con una spettacolare rovesciata, senza fortuna. L'Italia ha continuato a spingere, creando anche una buona opportunità con Pisilli e un'altra nel finale ancora con Koleosho, ma senza riuscire a sbloccare il risultato. Dall'altra parte il Lussemburgo si è visto soltanto a sprazzi, senza però impensierire seriamente Donnarumma. La partita si è decisa a inizio ripresa. Al 49' Pisilli ha disegnato dalla bandierina un pallone perfetto sul primo palo e Pio Esposito lo ha trasformato nell'1-0 con un colpo di testa preciso e potente. Un gol meritato per l'attaccante, tra i più propositivi per tutta la serata, e una liberazione per un'Italia che fino a quel momento aveva raccolto meno di quanto prodotto. Pochi minuti dopo gli azzurri hanno avuto l'occasione per chiudere definitivamente il discorso. Pisilli si è trovato davanti alla porta dopo una bella azione corale, ma il suo destro è terminato sul palo. Nel finale Baldini ha continuato a distribuire debutti e minuti ai giovani della sua rosa. Sono entrati Fortini, Fini, Camarda, Dagasso, Mane, Ahanor e Samuele Inacio.
Il risultato finale conta relativamente, anche perché il valore dell'avversario impone prudenza nei giudizi. Tuttavia, dopo settimane segnate da polemiche, processi e delusione per il fallimento della qualificazione mondiale, l'Italia aveva soprattutto bisogno di ripartire, in vista delle elezioni federali del 22 giugno dalle quali dipenderà poi anche il futuro della panchina azzurra e lo ha fatto con una vittoria, con un gruppo di ragazzi che ha mostrato entusiasmo e disponibilità al sacrificio e con qualche indicazione interessante su cui costruire il futuro. Elementi di questi tempi nemmeno così scontati.
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Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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