Non bastavano i rincari dell'energia provocati da Bruxelles. A causa dei limiti alle importazioni troppo bassi migliaia di tonnellate di laminati sono ferme nei porti. Il settore manifatturiero ha il cappio al collo: «Abbiamo gli ordini ma non possiamo soddisfarli».
Non bastavano i rincari dell'energia provocati da Bruxelles. A causa dei limiti alle importazioni troppo bassi migliaia di tonnellate di laminati sono ferme nei porti. Il settore manifatturiero ha il cappio al collo: «Abbiamo gli ordini ma non possiamo soddisfarli».Il mese di settembre è partito nel peggiore dei modi per la filiera italiana dell'acciaio. Al ritorno dalle ferie, il comparto manifatturiero italiano ha dovuto fare i conti con migliaia di tonnellate di acciaio ferme nei porti di Marghera e Ravenna a causa del raggiungimento in largo anticipo rispetto al previsto delle quote all'import imposte dalla Commissione Ue. «È una situazione intollerabile e per certi versi paradossale quella che si è creata», spiega il buyer di una società attiva nel settore metalmeccanico, «pur vantando un ottimo livello di ordinativi, non possiamo soddisfare le richieste a causa delle limitazioni imposte da Bruxelles. Limitazioni che al giorno d'oggi non hanno alcun senso visto che il provvedimento che la Commissione ha esteso per altri tre anni lo scorso mese di giugno (con voto favorevole dell'Italia) era stato pensato nel 2018 quando il mercato era totalmente diverso». Gli fa eco Gianni Alberti, titolare della Seaways, una delle realtà più importanti nel settore delle spedizioni. «La situazione nei porti è drammatica, a causa delle quote sull'import di acciaio non possiamo sdoganare né liberare spazi. La portualità è bloccata da materiale che non si muove. I porti di Marghera e Ravenna sono al collasso e gli effetti si ripercuoteranno oltre la filiera dell'acciaio. La carenza di banda stagnata per esempio sta impedendo la produzione di barattoli necessari all'inscatolamento di tutti quei prodotti il cui raccolto è stagionale e non è quindi rimandabile». Che l'allarme sulla carenza di acciaio sia concreto lo dimostrano i dati in esclusiva relativi all'import elaborati dalla società di consulenza T-Commodity che mostrano come la quasi totalità delle tipologie di acciaio importate abbia raggiunto le quote in largo anticipo rispetto alla chiusura del trimestre. «Il problema è giunto a una gravità tale che in ottobre, quando verranno riaperti i termini delle quote, verranno raggiunte le soglie comunitarie già dopo 24 ore», spiega un trader. Una condizione di estrema tensione, quella che insiste sul mercato siderurgico europeo, che rischia di aggravarsi ulteriormente nel caso in cui a novembre l'amministrazione americana si orientasse verso la revisione della Section 2032, aprendo i canali con l'Europa e mantenendo al tempo stesso le limitazioni nei confronti dell'Asia. Al pari dell'Europa, anche il mercato nordamericano è infatti sotto forte stress a causa dei limiti all'import, al punto da spingere il differenziale di prezzo del laminato negli Usa a 1.000 dollari di premio rispetto a quello cinese. Ecco dunque che l'unica strada per raffreddare il mercato appare quella di aprire all'import dal Vecchio continente, nei confronti del quale vige un premio un più contenuto rispetto al mercato cinese, ma sempre importante pari a 600 euro la tonnellata. È quasi superfluo evidenziare come la manovra spingerebbe le acciaierie europee a dirottare materiale verso gli Usa aggravando la carenza dentro i confini comunitari. Ad avere particolarmente a cuore il problema è il presidente della Confapi Maurizio Casasco che, raggiunto dalla Verità, spiega: «Le quote sono un cappio al collo della ripresa delle filiere della manifattura e pertanto vanno eliminate, ma nel breve la minima azione immediata da fare è togliere sia le quote per Paese che su base trimestrale, lasciando l'aggregato complessivo. Non è la migliore delle soluzioni possibili, ma certamente aiuterebbe ad attenuare la scarsità nel mercato. È opportuno che il governo si attivi in questo senso nelle sedi comunitarie». Tuttavia non è solamente nel settore della siderurgia che la Commissione Ue ha dato prova di scarsa lungimiranza. Nel corso del mese di agosto si è infatti assistito a una vera e propria impennata anche dei prezzi del gas naturale e dell'energia elettrica giunti rispettivamente a 35 euro/Mwh e 100 euro/Mwh in scia al record toccato dal prezzo delle emissioni di CO2 a 61,90 euro la tonnellata (+80% da inizio anno), a sua volta diretta conseguenza del piano sul clima presentato dall'Ue a luglio. Un piano certamente complesso, quello comunitario, ma che ruota su un concetto molto semplice: ridurre le allocazioni gratuite di CO2 fino a spingerne il prezzo a un livello tale (100 euro la tonnellata) da rendere economicamente attraenti le applicazioni green come solare, eolico, elettrico e idrogeno. Fa nulla se il costo di questi progetti, di natura dirigistica, verrà scaricato sul comparto manifatturiero e sull'utente finale, come già si è d'altronde avuto modo di vedere nel terzo trimestre con un rincaro della bolletta energetica del 15% rispetto al secondo trimestre. Le criticità che ruotano attorno al piano Ue sul clima non attengono tuttavia solo ad aspetti di natura industriale ma anche geostrategica. La stretta correlazione tra il prezzo delle emissioni di CO2 e il gas naturale, maturata con lo sviluppo del piano Ue sul clima, accrescerà ulteriormente lo status della Russia che da semplice, benché importante, fornitore di gas per il mercato europeo, diverrà anche il deus ex machina del mercato delle emissioni da cui dipende la competitività del settore manifatturiero europeo.
(IStock)
Il tentativo politico di spacciare come certa la colpevolezza dell’uomo per i problemi del globo è sprovvisto di basi solide. Chi svela queste lacune viene escluso dal dibattito.
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto della prefazione di Alberto Prestininzi al libro di Franco Battaglia, Guus Berkhout e Nicola Cafetta dal titolo «Clima, lasciamo parlare i dati» (21mo secolo, 228 pagine, 20 euro).
2025-11-28
La Cop30 fa solo danni. Nasce l’Inquisizione per chi non si allinea all’allarme sul clima
(Ansa)
L’Unesco crea un tribunale della verità sulla salute del pianeta. Parigi entusiasta e Ong in prima fila nella caccia al negazionista.
Mentre si smantellano le scenografie della sudata e inconcludente Cop30 di Belém, dal polverone emerge l’ennesima trovata antiliberale. L’Iniziativa globale per l’integrità delle informazioni sui cambiamenti climatici (sic), nata qualche mese fa da una trovata dell’Unesco, del governo brasiliano e delle Nazioni Unite, ha lanciato il 12 novembre la Dichiarazione sull’integrità delle informazioni sui cambiamenti climatici, stabilendo «impegni internazionali condivisi per affrontare la disinformazione sul clima e promuovere informazioni accurate e basate su prove concrete sulle questioni climatiche». Sul sito dell’Unesco si legge che l’iniziativa nasce «per contribuire a indagare, denunciare e smantellare la disinformazione relativa ai cambiamenti climatici, nonché a diffondere i risultati della ricerca».
L'Assemblea Nazionale Francese (Ansa)
L’Assemblea nazionale transalpina boccia all’unanimità l’accordo di libero scambio tra Ue e Sudamerica che nuoce agli agricoltori. Spaccatura nell’Unione e pressing della Commissione in vista della ratifica entro Natale. L’Italia, per una volta, può seguire Parigi.
Ogni giorno per Ursula von der Leyen ha la sua croce. Ieri non è stato il Parlamento europeo, che due giorni fa l’ha di fatto messa in minoranza, a darle un dispiacere, ma quello francese. L’Assemblée national ha votato praticamente all’unanimità una mozione che impegna il governo a bloccare qualsiasi trattativa sul Mercosur. Questa presa di posizione ha una tripla valenza: è contro Emmanuel Macron, che pur di salvare la faccia essendosi intestato «i volenterosi», deve farsi vedere ipereuropeista e dopo anni e anni di netta opposizione francese al trattato commerciale con Argentina, Brasile, Paraguay , Uruguay, Bolivia, Cile, Perù, Colombia, Ecuador, ha sostenuto che Parigi era pronta a dare il via libera; è un voto contro l’Europa dove già i Verdi all’Eurocamera si sono schierati apertamente per bloccare l’intesa al punto da inviare l’accordo al giudizio della Corte di giustizia europea; è un voto a salvaguardia degli interessi nazionali transalpini a cominciare da quelli degli agricoltori e delle piccole imprese.
«Stranger Things 5» (Netflix)
L’ultima stagione di Stranger Things intreccia nostalgia anni Ottanta e toni più cupi: Hawkins è militarizzata, il Sottosopra invade la realtà e Vecna tiene la città in ostaggio. Solo ritrovando lo spirito dell’infanzia il gruppo può tentare l’ultima sfida.
C'è un che di dissonante, nelle prime immagini di Stranger Things 5: i sorrisi dei ragazzi, quei Goonies del nuovo millennio, la loro leggerezza, nel contrasto aperto con la militarizzazione della cittadina che hanno sempre considerato casa. Il volume finale della serie Netflix, in arrivo sulla piattaforma giovedì 27 novembre, sembra aver voluto tener fede allo spirito iniziale, alla magia degli anni Ottanta, alla nostalgia sottile per un'epoca ormai persa, per l'ottimismo e il pensiero positivo.






