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2026-05-20
Il gip va contro i pm: «El Koudri ha colpito ma nulla ci conferma che sia davvero folle»
- La toga silura la Procura che esclude il terrorismo: «Voleva infierire il più possibile. E c’è il rischio di reiterazione del reato».
- Senza contestazione di crimini legati al fondamentalismo, la Rc auto scatta in maniera automatica per proteggere i terzi. In seguito la compagnia può rivalersi sull’investitore.
Lo speciale contiene due articoli
Non ha risposto alle domande del gip di Modena, durante l’udienza di convalida del fermo, Salim El Koudri, l’uomo che con la sua auto, sabato 16 maggio, ha falciato deliberatamente sette persone che camminavano sul marciapiede in pieno centro a Modena. Assistito dall’avvocato Fausto Gianelli, il trentunenne nato a Bergamo ma di origine marocchina deve rispondere delle accuse di strage e lesioni aggravate dall’uso del coltello contestate dalla Procura di Modena guidata dal procuratore Luca Masini che coordina l’indagine con il pm Monica Bombana. La pubblica accusa ha chiesto la conferma del carcere e, nel pomeriggio, il gip Donatella Pianezzi ha sciolto l’iniziale riserva e convalidato l’arresto dell’indagato.
Nell’ordinanza, il gip sottolinea che era chiara la sua volontà di dirigere la Citroen C3 che guidava nella direzione più adatta a colpire più gente possibile. El Koudri, come ricostruito, inizialmente punta il marciapiede del lato destro di via Emilia, dove colpisce i primi pedoni e una ciclista. Poi si rimette in carreggiata e, poiché le persone riescono a schivarlo, punta direttamente il marciapiede sul lato sinistro che era in quel momento molto affollato. La Pianezzi evidenzia anche che «trattandosi di un soggetto che non ha in Italia un lavoro stabile, non ha una compagna e una famiglia propria ad eccezione dei genitori e della sorella, si può prevedere che lo stesso - se lasciato libero - possa lasciare il nostro Paese per fare rientro in Marocco, dove avrebbe una famiglia a fornirgli sostegno e riuscendo così a sottrarsi alle gravi conseguenze che derivano dall’azione delittuosa compiuta». Oltre al perciolo di fuga, per il gip c’è pure il rischio di reiterazione del reato.
Per il momento gli inquirenti non hanno contestato a El Koudri né l’aggravante del terrorismo o dell’odio razziale né la premeditazione. Va detto che l’articolo 270 sexies del codice penale, introdotto nel 2005 dopo gli attentati di Londra, considera «con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno a un Paese o a un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale». Detto in parole povere, senza una cornice che permette di contestare queste intenzioni, l’aggravante delle finalità di terrorismo non può essere contestata. Anche se l’atto commesso viene percepito dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica come un attentato terroristico.
El Koudri ha, però, fornito agli inquirenti il codice di sblocco del telefono, consentendo quindi ai pm di poter scandagliare ogni aspetto della sua vita «virtuale». E proprio da questi accertamenti potrebbero scaturire elementi in grado di confermare l’attuale impianto accusatorio o di gettare le basi per la contestazione di aggravanti. Ma su questo punto il legale di El Koudri ha spiegato che la scelta di consegnare la password «non è legata a capire cosa è successo sabato 16 maggio, ma per scavare a fondo in questo quadro di disagio psichiatrico e per capire, tramite i contatti presenti nel cellulare, se qualcuno si è inserito e si è approfittato di questi disturbi mentali». «Conservava tutto con cura», ha spiegato Gianelli, «e si potranno ricostruire anni di comunicazioni, mail, cronologie e navigazioni». L’ipotesi che il difensore dell’uomo sembra lasciar trasparire da queste parole è, quindi, che qualcuno, facendo leva sui problemi psichici di El Koudri, possa averlo trasformato in una sorta di «lupo solitario» in maniera non consapevole.
Secondo Gianelli, che ha già annunciato l’intenzione di chiedere una perizia psichiatrica, il suo assistito «sentiva delle voci, non dormiva più e aveva la tachicardia». E proprio le voci sarebbero uno dei motivi per cui l’investitore, nel 2023, «va al centro di salute mentale, dove lo prendono in carica». E ancora: «Quando si reca personalmente al centro di salute mentale di Castelfranco, gli viene diagnosticato un disturbo schizoide della personalità». Un disagio che, per il legale, «non sarebbe stato curato adeguatamente e che oggi è arrivato al limite estremo». La battaglia legale sembra, quindi, destinata a finire sul binario dell’imputabilità o meno di El Koudri, a causa dei suoi problemi psichici. Nell’ordinanza, il gip evidenzia, però, che «non vi sono allo stato elementi per ritenere che il gesto da lui compiuto sia conseguenza di tale patologia né che lo stesso fosse incapace di intendere e di volere al momento della commissione del fatto».
Al momento, in caso di condanna, il reato spalancherebbe per lui le porte del carcere per lungo tempo. La pena prevista dall’articolo 422 del codice penale «in ogni altro caso» da quelli che vedono la morte di una o più persone è, infatti, «non inferiore a 15 anni», ai quali andrebbe, poi, sommata la pena le lesioni personali aggravate. Ma in caso di decesso di uno o più feriti, la pena per l’investitore diventerebbe automaticamente, per il solo reato di strage, quella dell’ergastolo.
Un’ipotesi che sembra allontanarsi, visto che le condizioni di tre dei feriti dall’assalto di sabato pomeriggio migliorano. In particolare per i due i pazienti più gravi, ricoverati all’Ospedale Maggiore di Bologna - due coniugi italiani entrambi di 55 anni - le condizioni cliniche, seppur critiche, lentamente migliorano, anche se la prognosi resta riservata.
No aggravante? L’assicurazione paga
Alla fine, almeno per le assicurazioni, la tentata strage di Modena si riduce alla domanda più banale. Salim aveva la patente in regola? La polizza era pagata? Benvenuti nel mondo delle garanzie a quattro ruote.
Da quanto risulta, tutti i documenti dell’auto sono in regola e l’assicurazione stipulata dalla compagnia Great Lakes, appartenente al colosso tedesco Munich Re, è stata pagata. Se la Procura non contesterà l’accusa di terrorismo, il responsabile del raid di sabato sarà trattato come un normale automobilista. Non importa se il suo gesto criminale abbia provocato otto feriti, di cui un paio gravi, panico in strada e una domanda immediata: chi paga? La risposta è quella di sempre: pagherà l’assicurazione. Perché la Rc auto nasce con uno scopo sacrale: proteggere i terzi danneggiati. Non il conducente. Non il proprietario della macchina. E neppure il pirata della strada. Il soggetto da salvare è quello che stava camminando tranquillamente sul marciapiede e si è trovato, d’improvviso sotto un cofano. Così, mentre i magistrati discutono di dolo, volontà omicida e strage, la compagnia assicurativa si ritrova davanti alle stesse identiche verifiche che scatterebbero dopo un tamponamento in tangenziale. Libretto. Patente. Premio pagato. Fine.
Qualche scappatoia esiste. Alcune compagnie, in casi del genere, provano a sostenere che non siamo nel campo della «circolazione stradale» ma nell’uso dell’auto come arma impropria. Quindi, niente copertura. Tesi suggestiva. Ma difficile da sostenere nei tribunali. Perché l’obiettivo è la tutela delle vittime. Se il danno nasce comunque dall’utilizzo di un veicolo in circolazione, il risarcimento ai terzi resta in piedi anche in presenza di dolo. Non importa nemmeno se l’intenzione era quella di compiere una strage. In sostanza: prima si pagano i feriti, poi eventualmente si presenta il conto al responsabile.
È qui che arriva il secondo tempo della storia. La compagnia assicurativa infatti può esercitare la cosiddetta «rivalsa»: versa milioni ai danneggiati e poi bussa alla porta dell’investitore chiedendo indietro tutto. O almeno il possibile. Per i feriti, cambia molto. Tutto a loro vantaggio. Perché significa poter chiedere il risarcimento ad un soggetto solvibile. Non a un imputato magari nullatenente, ma una compagnia d’assicurazione obbligata a intervenire. E se perfino la compagnia riuscisse a sfilarsi dal procedimento - oppure se l’auto fosse senza copertura - resterebbe comunque il Fondo vittime della strada gestito da Consap. Lo Stato, in altre parole, costruisce una rete perché il danneggiato non resti senza risarcimento. C’è il danno ma, fortunatamente non si aggiunge la beffa. Il dettaglio decisivo, almeno per ora, è proprio quello che manca nel fascicolo: il terrorismo. Se la Procura avesse imboccato quella strada, il quadro giuridico sarebbe diventato molto più accidentato, con conseguenze anche sul piano assicurativo e sulla qualificazione dell’evento. Invece l’accusa è strage. Che, attenzione, non richiede necessariamente dei morti.
Nel frattempo, mentre il Codice penale discute di strage, dolo eventuale e aggressione volontaria, il codice delle assicurazioni resta ancorato alla concretezza della vita quotidiana. E, dunque, alla fine della catena giuridica, la domanda resta quasi quella che vale sempre patente valida o scaduta? Bollo della polizza pagato oppure no?
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Donald Trump (Ansa)
La Casa Bianca, dopo aver sospeso un raid su richiesta araba, dà a Teheran una settimana per l’accordo. Se lo Stretto non riapre a luglio l’Alleanza atlantica potrebbe entrare in scena, ma manca l’unanimità.
Gli Stati Uniti hanno concesso all’Iran solo pochi giorni per tornare al tavolo delle trattative sul nucleare ed evitare una nuova escalation militare in Medio Oriente. A confermarlo è stato Donald Trump, spiegando che Teheran avrebbe tempo fino al fine settimana o all’inizio della prossima per trovare un accordo con Washington. Il presidente americano ha ribadito che gli Stati Uniti non accetteranno mai un Iran dotato di arma atomica.
Trump ha dichiarato di sperare ancora in una soluzione diplomatica e il vicepresidente JD Vance ha sottolineato: «Riteniamo di aver fatto molti progressi con l'Iran». Ma Trump ha anche avvertito che Washington potrebbe essere costretta a lanciare nuovi attacchi contro la Repubblica islamica. Solo nelle ultime ore la Casa Bianca aveva annunciato la sospensione di un raid contro obiettivi iraniani dopo le pressioni esercitate da Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Nel frattempo gli Stati Uniti stanno aumentando anche la pressione economica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent, intervenendo durante i lavori del G7 Finanze a Parigi, ha chiesto agli alleati occidentali e ai partner regionali di intensificare le azioni contro le reti finanziarie iraniane. Washington chiede agli europei di colpire intermediari economici, società di copertura, filiali bancarie e reti considerate vicine ai pasdaran e ai gruppi armati sostenuti da Teheran. L’invito è stato rivolto anche ai Paesi del Medio Oriente e dell’Asia, chiamati a smantellare i cosiddetti «network bancari ombra» utilizzati dall’Iran per aggirare le sanzioni internazionali. Nel documento finale del G7 è stato inoltre sottolineato come il conflitto stia aumentando i rischi per l’economia globale, soprattutto attraverso le pressioni sulle forniture energetiche e alimentari.
Proprio sullo Stretto di Hormuz si concentra ora anche l’attenzione della Nato. Secondo Bloomberg, l’Alleanza atlantica starebbe discutendo la possibilità di assistere le navi commerciali nel transito attraverso il passaggio marittimo qualora la rotta non venisse riaperta entro l’inizio di luglio. L’ipotesi avrebbe il sostegno di diversi Paesi membri, ma non esisterebbe ancora l’unanimità necessaria per procedere formalmente.
Il comandante supremo alleato in Europa della Nato, Alexus Grynkewich, ha confermato che l’argomento è sul tavolo. Finora gli alleati avevano insistito sulla necessità di intervenire soltanto dopo la fine dei combattimenti e nell’ambito di una coalizione più ampia che coinvolgesse anche Paesi esterni alla Nato. Trump, nel frattempo, continua a sostenere che la campagna militare contro Teheran abbia pesantemente indebolito la Repubblica islamica. Secondo il presidente americano, l’Iran avrebbe ormai esaurito oltre l’80% delle proprie scorte missilistiche e la capacità produttiva sarebbe stata fortemente ridotta dagli attacchi statunitensi. Trump ha inoltre affermato che la marina iraniana sarebbe stata «annientata» e ha aggiunto di fidarsi delle rassicurazioni ricevute dal presidente cinese Xi Jinping, che avrebbe promesso di non inviare armi a Teheran. Le dichiarazioni del presidente americano contrastano però con alcune valutazioni emerse nelle ultime settimane negli ambienti dell’intelligence statunitense. Diverse ricostruzioni giornalistiche, tra cui quelle del New York Times, sostengono infatti che l’Iran sarebbe riuscito a recuperare l’accesso a numerosi siti missilistici e strutture sotterranee colpite durante gli attacchi americani e israeliani. Sulla questione è intervenuto anche l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom e massima autorità militare americana in Medio Oriente, ascoltato dalla commissione Forze Armate della Camera dei rappresentanti. Cooper ha definito inaccurate le notizie relative a una piena riattivazione delle capacità missilistiche iraniane, senza però fornire ulteriori dettagli. Intanto Teheran continua a prepararsi apertamente a una possibile ripresa della guerra. I Guardiani della Rivoluzione hanno organizzato corsi accelerati nella capitale iraniana per insegnare ai civili a utilizzare fucili d’assalto AK-47 in caso di una nuova offensiva americana o israeliana.
Ai corsi partecipano uomini senza esperienza militare, donne con il chador e simboli patriottici, ma anche adolescenti e bambini fotografati mentre impugnano kalashnikov. Le minacce di Teheran diventano intanto sempre più esplicite. Il portavoce militare Mohammad Akramiya ha dichiarato che, nel caso di nuovi attacchi statunitensi, l’Iran aprirà «nuovi fronti» contro i propri avversari. Nel frattempo il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha illustrato l’ultima proposta inviata a Washington: revoca delle sanzioni, sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero, fine del blocco marittimo e conclusione delle ostilità su tutti i fronti regionali, incluso il Libano. Nel nuovo piano negoziale iraniano si ipotizza un congelamento temporaneo del programma nucleare iraniano. Teheran sarebbe pronta a non sviluppare l’arma atomica a condizione che i circa 400 chili di uranio arricchito vengano trasferiti in Russia e non negli Stati Uniti. In ogni caso secondo indiscrezioni del New York Times, l’Iran starebbe valutando azioni capaci di colpire il commercio mondiale, incluso un possibile controllo dello stretto di Bab al-Mandeb, area strategica vicina agli Huthi yemeniti. Intanto Abu Dhabi sostiene che i droni contro la centrale nucleare di Barakah e i sei di ieri siano partiti dall’Iraq, dove operano milizie filo-iraniane. Teheran, però, accusa Israele di aver organizzato il raid per destabilizzare il Golfo. Ma nessuno ci crede.
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Federico Zandomeneghi, Bambina dai capelli rossi, 1895 ca., collezione privata, Milano. Courtesy Archivio Dini, Firenze
Negli spazi espositivi di Palazzo Roverella, una grande mostra (sino al 28 giugno 2026) mette in dialogo un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più noti della scena europea: Federico Zandomeneghi ed Edgar Degas.
Veneziano l’uno, parigino l’altro, ad accomunare Federico Zandomeneghi (1841- 1917) ed Edgar Degas (1834- 1917) non solo un carattere non facile, una profonda amicizia umana e artistica, l’anno e il luogo della scomparsa (morirono entrambi a Parigi nel 1917), ma uno dei più grandi movimenti artistici della storia dell’arte: l’Impressionismo, di cui Degas ne fu uno dei massimi esponenti e Zandomeneghi una delle « voci» italiane più interessanti. Influenzati entrambi dai fermenti innovativi di un gruppo di giovani pittori toscani, i futuri Macchiaioli del celebre Caffè Michelangelo (che Degas conobbe e frequentò nel suo soggiorno fiorentino del 1858), la loro arte trovò nel realismo e nella rappresentazione veridica del movimento (basti pensare pensare alle celebri ballerine di Degas…) le cifre stilistiche fondamentali, quel quid che fece rifiutare a Degas il termine assoluto di impressionista e che riconobbe in Zandomeneghi «… una particolare, spiccata individualità artistica, una balda sicurezza che viene suggerita da una ferma convinzione in certi principii, nonché una certa aderenza ad una pittura realista, atta a riprodurre la vita quotidiana », come scrisse nel 1871 in un suo articolo il pittore Pompeo Molmenti. Tre anni dopo l‘uscita di questo scritto, nel 1874, Zandomeneghi partì improvvisamente per Parigi e in Italia non fece più ritorno: a questo punto, pur conservando la propria, originalità (Degas, alludendo al suo orgoglio italico, lo appellava «le vénetien »…), la sua adesione all’Impressionismo fu totale, come assoluto fu il vedere in Edgar Degas non solo un amico , ma il suo modello e mentore, per sua stessa definizione, «l’artista il più nobile e il più indipendente dell’epoca nostra».
E di queste due personalità a confronto fra Firenze e Parigi, di Macchiaioli e Impressionisti, di tradizione e avanguardie racconta la mostra allestita a Rovigo, curata dalla storica dell’arte Francesca Dini e arricchita da importanti prestiti italiani, internazionali e di opere mai esposte prima.
Il percorso espositivo
Divisa in cinque sezioni, la mostra si apre con il soggiorno fiorentino di Degas e con un suo capolavoro giovanile, il prezioso quadro preparatorio per La famiglia Bellelli, straordinario e delicato disegno a pastello per la prima volta prestato all’Italia dal museo Ordrupgaard di Copenaghen. Accanto, altre opere del Maestro francese (bellissimi i Ritratti di Thérèse de Gas e di Hilaire de Gas, prestito eccellente del Musée d’Orsay) in dialogo con alcuni capolavori macchiaioli, tra cui spiccano Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani, il Ritratto di Augusta Cecchi Siccoli di Giovanni Fattori e Dalla soffitta di Giovanni Boldini.
E’ nella seconda sezione del percorso che si incontrano le opere degli anni italiani di Zandomeneghi , il periodo in cui «Zandò» realizza Impressioni di Roma (1872), il dipinto lodato da Edouard Manet per la sua grande forza ed energia creativa, quella stessa energia che segnerà tutta la sua futura e ricca produzione impressionista, che se da una parte accoglie i suggerimenti della modernità visiva di Degas , dall’altra li rielabora secondo una sensibilità personale, nutrita dalla tradizione cromatica veneziana e dall’uso del colore di Renoir , come ben testimoniano opere come A letto e la bellissima tela Le Moulin de la Galette.
Ad illustrare gli anni della piena maturità dell’artista veneziano un importante nucleo di dipinti , ulteriore testimonianza di come l‘adesione di «Zandò» all’ Impressionismo , seppur sentita e convinta, sia sempre stata segnata da una costante e ininterrotta ricerca personale: a dialogare con le opere di questo periodo ( da Mère et fille, al Il dottore, passando per Le madri, Visita in camerino e Al caffè Nouvelle Athènes) alcuni lavori di Degas, fra cui spiccano Lezioni di danza e la celebre scultura della Piccola danzatrice di quattordici anni, prestito eccezionale dall’Albertinum, Staatliche Kunstsammlungen di Dresda.
A chiudere il percorso la svolta del 1886, anno dell’ ultima collettiva del gruppo impressionista : da qui in poi, pur rimanendo vicino ai sui « compagni di stagione », Zandomeneghi sceglierà un linguaggio personale più autonomo, caratterizzato una maggior morbidezza della forma, da una compostezza più classica e da un nuovo equilibrio narrativo, come ben rivela la bellissima Bambina dai capelli rossi (a mio parere il più bel quadro in mostra… ), una tela ad olio ambientata in interno che coglie una giovane ragazza intenta nella lettura: un’opera di grande impatto visivo , dominata da una chioma fulva e da un gusto cromatico di rara bellezza, che dal rosso preminente dei capelli scende con delicatezza sino a toccare l’azzurro del vestito, per poi quasi fondersi con il legno della sedia e la parete variegata che fa da sfondo.
Un’opera che è il risultato finale di un percorso personale e coerente di un artista e che, da sola, indica quanto sia stato sorprendente il contributo italiano alla modernità europea.
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2026-05-19
«Il più rock di tutti i tempi? Beethoven. In Italia i testi contano più che all’estero»
Domenico Paganelli
Il direttore artistico Domenico Paganelli: «I ragazzi di oggi hanno disimparato a possedere gli album. Ai giovani dico sempre: “Non prostituite la vostra musica a logiche di mercato”».
Dal cilindro magico della musica fuoriesce un profluvio di brani che ci catturano o ci hanno catturato. Canzoni leggere? Testi impegnati? In fondo poco importa. Ci hanno raggiunto, interessato, immalinconito o rasserenato. Tuttavia, esiste un teorema in base al quale spiegare il successo o l’insuccesso di una canzone?
Domenico Paganelli, detto Mimmo, tarantino e milanese d’azione, è stato dirigente artistico della Rca (oggi Sony Bmg), della Peer Southern e della Emi. È un alchimista della musica pop ed è appena uscito il suo libro Music Masterclass (edizioni Dantone). La sua è sempre stata una politica della qualità e ha collaborato con mostri sacri del pop italiano, da Dalla a Battiato, da Vecchioni a Fossati, da Bennato a Guccini, da Branduardi a Vasco Rossi, da De Gregori a Rino Gaetano e molti altri.
Come conobbe Rino Gaetano?
«Aveva appena fatto Sanremo. Lo conobbi nel 1977. Quando veniva a Milano ero io che organizzavo la promozione, le radio, le interviste, erano nate le tv private».
I testi di questo cantautore, talvolta più espliciti, talaltra più enigmatici, davano fastidio a qualche potente?
«Era un cantautore emergente. Secondo me non ha dato fastidio ai potenti perché aveva un certo modo di dire le cose… Una volta cantò Nun te reggae più davanti a Susanna Agnelli (sorella di Gianni Agnelli, ndr.) e lei lo trovò divertente…».
Sì, ad Acquario, in Rai, 1978. Tuttavia, in quell’occasione, Costanzo lo mise un po’ alla berlina…
«In quella trasmissione era molto timido, non tanto a suo agio. Usò tutto il mestiere possibile. In effetti non fu molto aiutato. Ma la sua coerenza fece sì che disse ciò che pensava».
Il cielo è sempre più blu. Canzone di denuncia sociale. Quel refrain era ironico o sarcastico?
«In quella canzone parlava di qualcosa di negativo ma i grandi fanno in modo di bilanciarlo con qualcosa di positivo e non c’è frase più bella di questa che lui ha scritto. “Guardiamo avanti e siamo positivi”. Non era sarcastico ma ironico. L’ironia è una grande arma».
Sono stati espressi dubbi sulla sua morte, in quell’incidente stradale…
«Non ho mai creduto a disegni nascosti. C’è da dire che Rino è un artista anomalo. Quando è morto era sì famoso ma non c’era ancora il sentore del mito e ha quasi superato gli altri cantautori, ma post mortem. Dalla, Pino Daniele, Pino Mango - che se ne andò sul palco - erano già grandi in vita. Lui vendette molto con Gianna, un singolo, ma per gli album era da 30-50.000 copie, una quantità all’epoca non elevatissima ma normale».
La celebre Luci a San Siro di Vecchioni, che parlava di compromessi imposti per vendere dischi. «Parli di sesso, da buoncostume… / Scrivi Vecchioni / scrivi canzoni / che più ne scrivi più sei bravo e fai i danée…».
«Era una critica nei confronti del “fai questo che vogliono le discografiche” ma un artista può prendere la scorciatoia per il successo. Il duetto Vecchioni-Guccini al premio Tenco è più una riflessione tra artisti. Insomma, il denaro non ha mai fatto schifo a nessun artista. Vecchioni scrisse quella canzone per un artista barese, Rossano, e aveva un altro titolo e un altro testo. Non successe nulla, la ripescò ma il testo non gli calzava e lo riscrisse. Venne quel capolavoro di Luci a San Siro. Più di una volta Guccini mi ha detto che questa canzone l’avrebbe voluta scrivere lui».
Il pubblico può influire sul mercato discografico?
«Il pubblico, alla lunga, è sempre un sovrano. Si facevano anche gli spot su un disco e questo poteva far vendere di più. Ma il pubblico ha un sesto senso. C’è da dire poi che nelle scuole si insegnano i cantautori, ma tra dieci o vent’anni forse si farà la stessa cosa con la musica rap…».
Il fatto che un disco abbia successo dipende anche dal momento in cui esce?
«Può accadere che un album sia bellissimo ma un po’ in anticipo sui tempi. Deve essere giusto al momento giusto. Se è troppo in anticipo non va bene, se troppo in ritardo nemmeno. Se è troppo in ritardo significa che ciò che in quel disco l’artista dice è stato già detto da qualcun altro. Dal momento in cui un artista concepisce un disco, diciamo a casa sua, al momento operativo passano circa sei mesi, talvolta un anno e nel frattempo il mondo va avanti. Può succedere che un altro esca prima con caratteristiche simili e sia un problema replicarlo».
Nella sua carriera di discografico ha promosso musica e testi di qualità.
«Ho iniziato in discografia nel 1971. Ho fatto negozio, vendita, ascoltavo concerti di artisti nazionali e internazionali. Poi entrai nella stanza di bottoni. Mi interessava tutto, non mi piaceva tutto ma cercavo il bello ovunque. Siamo abituati a dividere il mondo in rock, pop, folk, jazz e via di seguito, ma quello è il vestito. La canzone in sé non ha un genere. Sono la registrazione e l’arrangiamento del pezzo che determinano se esso è pop, rock o altro. Amavo scomporre le canzoni senza lasciarmi prendere dal vestito».
Ci faccia capire.
«Una canzone melodica può diventare rock e sembrare scritta per essere rock. Quando faccio le masterclass dico ai ragazzi: “Quando si scrive il testo il genere ancora non esiste”, e già mi guardano male. Gli canticchio Fotoromanza di Gianna Nannini, in tre quarti, ma il tre quarti poteva essere un liscio dei Casadei. Questo per dire che l’arrangiamento modifica tutto. Dico ai ragazzi: “Sapete qual è il compositore più rock del mondo di sempre? È Beethoven. T-ta-ta-tan” (accenna la Sinfonia n. 5, ndr.). Quello è rock, anche se non esisteva. Il maestro Walter Margoni, “Gualtiero”, autore di Guarda che luna, si metteva al pianoforte, prendeva una canzone, ad esempio di Ramazzotti o Mina, e mi diceva: “Adesso ti faccio capire perché è un successo”». La scomponeva come un lego. Questo mi ha aperto la mente».
Preso atto che dev’esserci una metrica delle note che ne sancisca l’«orecchiabilità», quanto è importante il testo?
«Il testo ha sempre importanza e nel nostro Paese ancora di più che nel mondo anglosassone, dove ci sono canzoni meravigliose ma quando le traduci un po’ di amaro in bocca rimane. Nella nostra lingua i termini hanno spesso molti sinonimi, da loro molto meno. Con poche centinaia di parole loro scrivono. Pensiamo invece alle parole che usa Battiato i cui testi sono tuttavia enormemente diversi rispetto a un cantante pop degli anni Sessanta…».
Cantautori più profondi e autori più semplici, con rispetto di entrambi.
«Per un cantautore il testo può arrivare anche all’80%di importanza. I cantautori hanno inventato un modo più libero di scrivere. Negli anni del boom economico si scrissero i testi più ingenui ed è giusto. Poi il 1968 e, dalla fine degli anni Settanta, quel “noi” che si usava è diventato “io”, con l’eccezione di Vasco Rossi che negli anni ’80 ha detto “Siamo solo noi”».
Resta il fatto che anche le canzonette leggere hanno un loro diritto di cittadinanza, tant’è che a tante di esse, lo ammettiamo o no, siamo affezionati…
«Sono d’accordissimo. Se uno va al mare mette ad esempio Vamos a la playa. Se ci eleviamo a giudici facciamo un errore. Ma la realtà è che le canzoni più belle sono quelle sentite da chi le ha scritte e non fatte a tavolino per puro marketing. Quindi distinguerei le Canzonette dalle canzonette con la “c” minuscola, quelle preconfezionate. Il ballo del qua qua è una Canzonetta con la “c” maiuscola. Conosco il compositore, svizzero. Un giorno gli è venuta così, spontaneamente, bellissima, da organetto, tradotta in moltissime lingue, una canzone così viene una volta nella vita… Oggi c’è la tendenza a trovare scorciatoie per il successo. Je so’ pazzo di Pino Daniele è una Canzonetta con la “c” maiuscola».
Quali speranze ha oggi, agli inizi, un cantautore talentuoso anche per sostentarsi economicamente?
«Dico sempre, live, live, live, ovunque, da dieci persone in su prendere tutto e soprattutto non prostituirsi artisticamente ma fare il vestito che ti vuoi mettere. Oggi la canzone d’autore è in crisi, è una nicchia. Una volta beneficiavano di vendite anche cantautori più mediocri, perché l’andazzo era quello. Oggi non c’è più e quindi si fa fatica».
Le grandi case discografiche di oggi scommettono sulla qualità?
«No. Oggi le majors hanno il 20% del personale che avevamo noi. Da quando hanno avuto l’idea della “musica liquida” non c’è più il possesso, ma solo l’ascolto. I ragazzi hanno disimparato a possedere l’album, il disco, che non si comprano più. Negli anni Sessanta lo streaming era il juke box. La musica digitale non fa guadagnare per vivere. I divi dei ragazzini sono sui social, magari non li conosciamo, con milioni di like e di streaming, la qualità non conta più. Non si parte più da zero, come facevamo noi, con il rischio di non vendere un disco…».
Luigi Tenco. Ho chiesto un parere a Orietta Berti, Iva Zanicchi, Vilma Goich, al criminologo Francesco Bruno. Tutti convinti che il suo non sia stato un suicidio…
«Le case discografiche cercavano il miglior disco possibile. Alle volte è normale che un artista vada verso il calcio d’angolo. C’erano due problemi, l’artista che andava troppo o verso destra o verso sinistra, e la censura, ufficiale e no. Inizialmente Ciao amore, ciao, il ritorno dalla guerra, era una canzone molto più profonda e magari anche molto più bella. Doveva rimanere un po’ più sull’amore. Ma non vedo un complotto. Secondo me lui era già una pianta con i segni del vivere, era molto critico, voleva fare musica d’autore. Non andò in finale ma alcune canzoni erano bruttine. Vide questa cosa come un attacco al suo modo di ragionare e, secondo me, andò in crisi. Aveva un principio di depressione. Tenco dedicò la sua vita a tenere integra la sua arte, ecco perché, secondo me, si sentiva così. Altri artisti non avevano il problema del Sanremo e non ci andavano».
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