Il nuovo sindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro (Imagoeconomica)
Il neosindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro: «Voglio un casinò, una cabinovia e il Ponte sullo Stretto. Mi hanno massacrato perché ho invocato la Madonna. Il congiuntivo sbagliato? Un falso».
«Fidatevi di me. Reggio Calabria diventerà la Montecarlo del Sud». Alla fine, forse anche grazie a un aiuto ultraterreno, Francesco «Ciccio» Cannizzaro ha trionfato a valanga, doppiando gli avversari e strappando la città al centrosinistra dopo 12 anni. E la campagna social che puntava a raffigurarlo come un emulo di Cetto La Qualunque (il burbero personaggio di Antonio Albanese) anziché ostacolarlo, gli ha tirato la volata.
Signor sindaco, come si sente?
«Felice. Mi aspettavo di vincere ma non in maniera così imponente. Questo consenso mi entusiasma e mi riempie di responsabilità».
Si offeso per il paragone con Cetto La Qualunque?
«Solita storia. Quando non sanno a cosa appigliarsi per controbattere, quelli della sinistra denigrano. Sono fatti così. Hanno estrapolato una frase di un comizio per attaccarmi, ho le spalle molto larghe e ci rido sopra».
Per la cronaca, la frase circolata su internet oggetto della polemica è stata questa: «Vi prometto che Reggio, con l’aiuto di Dio e della Madonna della Consolazione risorgerà!».
«Per quella frase è successo un manicomio, tutta una trappola mediatica orchestrata dal Pd locale, poi rimbalzata sulle testate nazionali, ma non capisco cosa ci sia di male. Non ho mica invocato Satana».
Da dove è scaturito il riferimento?
«Era un comizio molto appassionato, ho parlato 50 minuti a braccio. Ho invocato la Madonna, che è la patrona di Reggio Calabria, alla quale tutta la città si unisce e affida le paure, i problemi e le speranze».
Dunque le punzecchiature non la sfiorano?
«Sono un cattolico cristiano, credente assoluto. Anche nell’esercizio delle funzioni da primo cittadino di questa città, tutti i giorni chiederò alla Madonna della Consolazione di guidare i nostri percorsi amministrativi, e di assisterci come classe dirigente che determinano la vita di questa città».
Perché se l’è presa con Bonelli dei Verdi?
«No, è Bonelli che ha attaccato me. Ha detto che devo imparare l’italiano, mi ha accusato di aver sbagliato un congiuntivo. Anzi, approfitto di questa intervista per ristabilire la verità: non ho fatto nessun errore.
La frase «incriminata» sarebbe questa: «Mi candido a scrivere la storia insieme a voi e a diventare il miglior sindaco che la città di Reggio Calabria abbi mai avuto».
«Avevo alle spalle un’ora di comizio. A un certo punto mi si è asciugata la bocca. E invece di dire “abbia”, mi è uscito “abbi”. Ho tralasciato una vocale perché non avevo più saliva, ma il congiuntivo non lo sbaglio mai, la stessa affermazione l’ho utilizzata decine e decine di volte, mai sbagliato prima di allora, anche qui hanno estrapolato il video per tentare di denigrare, i soliti piddini, ci ho riso sopra».
Un inciampo può capitare. Luigi Di Maio ci ha costruito una carriera.
«Insisto, non è stato un errore di grammatica. E ho voluto evitare di ridicolizzare Bonelli. Ho fatto una piccola ricerca sulle sue dichiarazioni passate, e ho scoperto che ha detto molto di peggio. Non dovrebbe nemmeno sedersi in Parlamento».
Mettiamo da parte il congiuntivo e decliniamo al futuro. Adesso cosa farà?
«Adesso, con questi numeri, bisogna assumersi delle responsabilità. Farò di tutto per non deludere il popolo reggino».
A chi dedica questa vittoria?
«A due grandi amici che non ci sono più. Iole Santelli, già presidente di questa Regione, e Maurizio Dettore, mio amico e collega parlamentare, morto improvvisamente mentre svolgeva il ruolo di Garante nazionale dei detenuti».
È vero che sua madre non voleva che lei si candidasse?
«Diciamo che era un po’ titubante. Mi diceva: sei a Roma, magari in futuro potresti andare al governo, e Reggio è una città complessa, ma come sempre ha sostenuto anche questa scelta, così come tutti i membri della mia famiglia».
E lei cosa ha risposto?
«Ho detto a mia mamma che, anche da sindaco, andrò a pranzo a casa sua tutti i giorni. L’ho resa felice».
Una lista, la sua, con numerosi partiti. Lei lo ha chiamato «laboratorio politico del centrodestra». Cosa intende?
«Abbiamo portato alla vittoria l’impianto tradizionale del centrodestra, rafforzato da tanti contenitori civici. È stato un esperimento di successo».
Azione ha appoggiato la sua candidatura, ma Carlo Calenda ha preso le distanze dopo il voto: «Cannizzaro? Imbarazzante? Ho lasciato scegliere il partito locale senza conoscerlo. Non succederà più». Cosa pensa di questo dietrofront fuori tempo?
«Non me ne frega nulla di Calenda, lo scriva pure. Anche se certe dichiarazioni lasciano sbalorditi. Calenda deve prima fare pace con sé stesso e poi chiarire (se ci riesce) con il suo partito, che nonostante sia così piccolo si contraddice da solo».
Che rapporto ha con Roberto Occhiuto, il «rivale» calabrese di Tajani.
«Roberto è un amico fraterno, è il
miglior presidente che la Calabria abbia mai avuto, non è assolutamente il rivale di nessuno e un uomo libero che da dirigente nazionale vuole un partito sempre più aperto e liberale. Tajani è sulla stessa linea. Il dibattito interno c’è, ma è sereno e tranquillo e costruttivo».
Si aspetta un ringiovanimento della leadership in Forza Italia?
«Mi aspetto un partito che cresca nei numeri, nel nome di chi l’ha creato, Silvio Berlusconi. E anche da questo punto di vista, la Calabria sarà un modello organizzativo anche per il resto del Paese».
Cosa intende quando promette di fare di Reggio Calabria «un brand»?
«Lancerò il marchio “Made in Reggio”, che racchiuderà tutte le eccellenze di questa magnifica città. Penso soprattutto all’agroalimentare, ai prodotti che ci rendono famosi ovunque. Lo sa che il gelato di Reggio è stato giudicato il più buono del mondo? Voglio fare di questa città la capitale mondiale del gelato, per rilanciare cultura e turismo».
Slogan?
«Reggio Calabria diventerà la Montecarlo del Sud. Uno slogan che ho lanciato oramai da molto tempo e il bravo Vincenzo De Luca ha cercato di fregarmi per la sua Salerno, ma l’ho detto prima io per la mia Reggio».
Compresi i casinò?
«Se la legge italiana lo consente, perché no? Sarebbe un’attrattiva importante per un turismo più ricco».
Ha fatto molto parlare l’inno della sua campagna elettorale: «Adesso Reggio, Reggio Calabria/ Senti il cuore che batte più su, più su/ Questa notte diventa luce vera, questa città non è più prigioniera». Anche questa è farina del suo sacco?
«È bellissimo, abbiamo fatto un grande lavoro di squadra. Lo cantano anche i bambini. Ma non è un inno a Cannizzaro, è la canzone della città, anche perché non contiene riferimenti politici».
È stato accusato di sognare una cabinovia immaginaria all’interno della città che collega il mare alla collina.
«E guardi che la faremo davvero. Reggio si trova nel cuore dello Stretto, ti svegli la mattina e sei in mezzo al Mediterraneo, con un panorama mozzafiato. Voglio una cabinovia che dal porto salga sulla collina di Pentimele, esattamente ai fortini, un posto fantastico dove si domina la città. Sarà un’attrazione unica al mondo».
E poi?
«E poi inviterò Elly Schlein sulla cabinovia, visto che in campagna elettorale non si è fatta vedere. Forse perché imbarazzata dei suoi dirigenti di partito».
Addirittura?
«Faccia lei. Sono arrivati a Reggio tutti i ministri del centrodestra. La sinistra, che qui governa da 12 anni, ha mandato solo Francesco Boccia a dire sciocchezze».
Perché la sinistra cittadina ha perso 30 punti in sei anni?
«Hanno amministrato malissimo. Siamo rimasti fanalino di coda in tutti i comparti, maglia nera, mancano i servizi essenziali. Quindi da un lato i reggini hanno bocciato la mala gestione di questi anni, dall’altro hanno apprezzato il mio programma. Da Roma ho lavorato molto per Reggio, ho portato risultati tangibili, e questo sforzo è stato riconosciuto».
Ma al Ponte sullo Stretto lei ci crede davvero?
«Certo, è un enorme opportunità per tutto il paese, e per l’Europa intera. Porterà posti di lavoro, infrastrutture, insomma uno shock economico positivo. L’ex sindaco Falcomatà si è ben guardato dal cogliere l’occasione».
Cioè?
«L’ideologia di cui è pervaso non gli ha permesso di accettare la sfida del Ponte. Le opere compensative non gli interessano. Con i suoi ricorsi ha fatto perdere 100.000 euro alle casse comunali. Assurdo».
A 19 anni ero assessore di un piccolo comune. Poi la provincia, la regione, il Parlamento. Cosa fa quando non fa politica?
«In realtà corro comunque, perché sono appassionato di automobilismo. Gareggio a livello amatoriale, ma credo che da oggi non avrò più molto tempo per coltivare i miei passatempi».
40 anni, single?
«Sì sono single momentaneamente. Ma inizio ad avere voglia di una famiglia, di un figlio. Credo che sia anche naturale, in tutti questi anni ho dato tutto me stesso alla politica e a servire il mio territorio».
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Il cantiere per il nuovo consolato americano in piazzale Accursio a Milano (Ansa)
Bloccato in aeroporto dirigente della Caddell, che costruiva il consolato Usa a Milano pagando i dipendenti una miseria.
Me lo vedo Ulas Demir parlare in Italia o in qualche altra parte del mondo di intelligenza artificiale, di robot e dei processi di automatizzazione del lavoro. E magari precisare che le macchine non arriveranno mai a sostituire gli uomini ma i processi sono inevitabili. Sì, me lo vedo, non fosse altro perché il tema della IA è sulla bocca di tutti.
Però Ulas Demir è stato fermato all’aeroporto di Bergamo perché indagato per caporalato. E lui è il manager del ramo italiano di un colosso delle costruzioni, la Caddel, impegnato a costruire il nuovo consolato americano a Milano. Secondo la Procura di Milano «assumeva, impiegava, utilizzava i lavoratori in condizioni di sfruttamento approfittando del loro stato di bisogno. I lavoratori venivano sfruttati attraverso la palese e reiterata violazione della normativa in materia di orario di lavoro, periodi di riposo, riposo settimanale e attraverso la corresponsione di retribuzioni in palese contrasto con la contrattazione collettiva nonché con la soglia di cui all’articolo 36 della Costituzione». E per questo voleva scappare dall’Italia e ritornare a Istanbul.
Altro che nuovi processi di trasformazione del lavoro, di intelligenze artificiali e di robot, qui siamo ancora all’illusione che i lavoratori possano essere poco più che servi della gleba; del resto come definire donne e uomini costretti a lavorare per pochissimi euro nei cantieri o nei campi o in quei lavoretti che le definizioni moderne allocano nell’ambito della gig economy, dai rider agli addetti delle pulizie dei bnb?
Certo, la vicenda che vede coinvolto il colosso delle costruzioni Caddel e il manager del ramo italiano, Ulas Demir, è incredibile per l’upgrade del caporalato, per il rocambolesco tentativo di fuga e per il luogo dove si consumava, cioè il cantiere del nuovo consolato americano a Milano. Un progetto da 200 milioni, una cifra importante anche per Milano, metropoli non nuova a cantieri «griffati». E allora tu pensi che in un appalto da 200 milioni ci possono guadagnare tutti, nel pieno rispetto dei ruoli, delle mansioni e del mercato. Non ti aspetti invece che per tirare su l’edificio vengano fatti arrivare dall’India centinaia di lavoratori e che, una volta in Italia, queste persone vengano sfruttate e sottopagate. Il racconto di alcuni è impressionante per cattiveria e miseria di condizioni: paghe da 2 euro l’ora. Per venire in Italia hanno pagato 5.000 euro. Lavorano sei giorni su sette, una media di dieci ore al giorno, uno stipendio tra 800 e 1.400 euro. In teoria. Perché in tasca restano poco più di 600 euro visto che «500 servono per dormire e 300 per mangiare», hanno raccontato ai magistrati.
In attesa di capire gli sviluppi dell’inchiesta pensiamo al mega appalto: nauseante vero?
E che dire dei guadagni che fanno le multinazionali della gig economy, le piattaforme del delivery e del mondo sharing: con tutti i soldi che stanno facendo, davvero dovevano aspettare un tribunale per mettere un po’ più di ordine nei contratti e un bel po’ di rispetto verso i rider? Sì, perché questa economia che si basa sugli algoritmi e sulla intelligenza artificiale è predatoria: capitalismo della sorveglianza, l’hanno definita non a torto.
I rider che consegnano il cibo a domicilio, gli sfruttati dei cantieri milionari, i disgraziati schiavizzati nei campi di lavoro agricolo ci confermano che l’immigrazione irregolare toglie dignità.
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Un piccolo reattore modulare sperimentale di Newcleo (Ansa). Nel riquadro Elisabeth Rizzotti, cofondatrice della società che progetta e sviluppa reattori di quarta generazione
Elisabeth Rizzotti, cofondatrice di Newcleo (progetta e sviluppa reattori di quarta generazione), non ha dubbi: «La filiera è già pronta, il vero ostacolo adesso è l’euroburocrazia. Bene l’impegno della Meloni».
La cofondatrice di Newcleo non ha dubbi: «La filiera è pronta, il nuovo nucleare può partire anche subito. E i benefici in bolletta possono essere più rapidi di quel che si pensa. Poi bisognerà aspettare certo perché ci sono i problemi dell’euroburocrazia. Ma il mercato ci crede, noi da soli abbiamo raccolto un miliardo di finanziamenti privati, e Giorgia Meloni ha acceso un faro su un tema importantissimo. Il disegno di legge delega rappresenta un segnale decisivo per il nostro settore. L’Italia ha bisogno di recuperare il tempo perduto, rimediare agli errori passati e ogni settimana è importante per farlo». Quotazione negli Usa? «Il Nasdaq è da sempre lo sbocco naturale per chi vuole fare innovazione».
Ha lanciato il sasso e riaperto il capitolo dell’energia atomica. Giorgia Meloni di fronte al mondo industriale italiano ha affermato che per il governo il nucleare è la soluzione più pulita ed efficace, tecnologia su cui investire e accelerare. E per capire come sarebbero le centrali di nuova generazione, lo abbiamo chiesto a Elisabeth Rizzotti, co-fondatrice di Newcleo, start up dell’energia atomica.
Per affrontare il problema energetico, la premier Meloni ha rilanciato il nucleare in tema di sicurezza nazionale e ha annunciato una legge delega entro l’estate. Un quadro normativo accelerato è possibile?
«Giorgia Meloni ha acceso un faro su un tema importantissimo. Il disegno di legge delega rappresenta un segnale importante per il nostro settore. L’Italia ha bisogno di recuperare il tempo perduto, rimediare agli errori passati e ogni settimana è importante per farlo. La vera prova sarà istituire rapidamente l’Autorità per la sicurezza nucleare: senza di essa nessun progetto può partire e nessun investitore privato può impegnarsi seriamente nel nostro Paese. Anche Newcleo è pronta a realizzare progetti concreti con partner italiani già coinvolti e non vediamo l’ora di poter richiedere le prime autorizzazioni».
Come cambierebbe concretamente la roadmap industriale in Italia nei prossimi due anni?
«Ci sono differenti step che vanno rispettati. Nel momento in cui ci sarà un’Autorità per la sicurezza nucleare pronta ad accogliere le domande per realizzare reattori in Italia, saremo tra i primi a presentare la documentazione necessaria ad avviare il processo di autorizzazione. È qualcosa che abbiamo già fatto in Francia e che ci stiamo preparando a fare anche negli Stati Uniti. Operare in più di un Paese ci consente di vedere come diverse autorità di regolamentazione affrontano l’approvazione dei progetti nucleari. In Italia, il processo autorizzativo accelerato - il cosiddetto fast track previsto dal disegno di legge delega - è una misura che accogliamo con entusiasmo: portare in Italia l’esperienza maturata all’estero ci consentirà di autorizzare i progetti nel minor tempo possibile».
L’Italia ha chiuso le centrali nel 1987 e ribadito il no nel 2011. Quali condizioni politiche, normative e industriali servirebbero per costruire un vostro reattore sul territorio italiano entro il 2035?
«L’Italia è, come ha riconosciuto Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, ovvero l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, il Paese più nucleare tra i Paesi non nucleari. Sembra un gioco di parole ma, invece, non lo è. Abbiamo una filiera che ha dimostrato eccellenza e resilienza, con oltre 70 aziende specializzate che coprono l’intera catena di valore e un forte posizionamento internazionale. Manca solo il quadro normativo: un’Autorità per la sicurezza nucleare e un processo autorizzativo snello che mantenga al centro la sicurezza degli impianti. Gli Stati Uniti sono esemplari in questo senso e hanno stabilito di autorizzare il disegno di un reattore in 18 mesi, garantendo tutti gli standard di sicurezza internazionali. Con questi strumenti, il 2035 non è affatto un target ambizioso, ma un obiettivo che l’Italia può e deve darsi».
E quanto tempo sarebbe necessario per godere di benefici economici sulle bollette e i conti degli italiani?
«Prima di quanto si pensi. Con la quarta generazione stiamo passando da un nucleare pagato dai contribuenti a un nucleare finanziato dai privati, ponendo al centro la sicurezza a lungo termine degli impianti, la loro sostenibilità finanziaria e i benefici per gli utenti finali – e quindi il costo per il consumatore. I nostri reattori sono intrinsecamente sicuri, più piccoli, meno costosi, e possono essere costruiti in circa tre anni. I numeri di Confindustria ci dicono già oggi qual è il costo dell’assenza del nucleare: nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato l’energia quasi il 30% in più della media europea. Un mix energetico senza nucleare è strutturalmente più costoso. Dotarsi di questa tecnologia è quindi una scelta che va ben oltre l’energia: è una questione di competitività industriale e di autonomia strategica per il nostro Paese».
Newcleo punta sui reattori a piombo fuso e sul combustibile da scorie riprocessate. Faccio l’avvocato del diavolo, perché questa tecnologia dovrebbe convincere chi oggi associa il nucleare alle tragedie di Chernobyl e Fukushima?
«I nostri reattori affrontano due sfide fondamentali per la percezione e l’immagine del nucleare: la sicurezza e il riciclo dei materiali radioattivi. Si tratta di una tecnologia passivamente sicura, che elimina il rischio di incidenti gravi. Semplificando, in caso di blackout, il piombo aumenta di temperatura e spegne il reattore senza intervento umano per la fisica stessa. In secondo luogo, sono reattori “veloci”, pensati per funzionare con combustibile prodotto a partire da materiali radioattivi riprocessati, vale a dire le cosiddette scorie. In questo modo possiamo non solo contribuire alla gestione efficace di questi materiali, ma gli diamo anche nuova vita riducendo il quantitativo di scorie da stoccare e, soprattutto, la loro radioattività nel tempo».
Ci spiega come funziona il vostro impianto?
«A parte per gli aspetti tecnologici legati all’utilizzo del piombo, un nostro reattore è simile ad altri reattori. Al centro si trova il combustibile nucleare che, attraverso la fissione degli atomi, si scalda. A sua volta, questo calore scalda il piombo liquido all’interno del reattore, che poi lo trasferisce ad un generatore che produce vapore veicolato successivamente in una turbina per produrre elettricità. In parole semplici, è come un grande bollitore collegato ad una dinamo che accende una lampadina».
Avete raccolto oltre un miliardo di euro da investitori privati. Che ruolo dovrebbe avere lo Stato - italiano o europeo - nel finanziare il nucleare di nuova generazione, e quanto pesano i ritardi burocratici rispetto a concorrenti cinesi e americani?
«La raccolta dimostra che il mercato crede in questa tecnologia. Il ruolo del pubblico rimane però essenziale per abilitare il privato, non per sostituirlo: per ogni euro ricevuto dal pubblico ne abbiamo raccolti 34 dai privati. L’Europa ha individuato i bisogni del settore, ma manca ancora un piano chiaro di policy e di finanziamento - la Strategia sui Piccoli Reattori Modulari prevede fino a 200 milioni in garanzie dal Fondo per l’innovazione entro il 2028 per tutti i progetti europei, inclusi quelli che guardano alla fusione, mentre Newcleo da sola ha raccolto oltre un miliardo. Capisce che la matematica non gira? Apprezziamo la determinazione del governo italiano su questo dossier, e mi aspetto ora lo stesso coraggio a Bruxelles: la burocrazia europea rischia di essere il nostro vero concorrente».
Perché la decisione di Newcleo di quotarsi negli Usa?
«Il Nasdaq è da sempre lo sbocco naturale per chi vuole fare innovazione. È il listino al mondo che raccoglie più capitali per lo sviluppo di tecnologie innovative. Basti pensare alle grandi aziende che lo hanno scelto: Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Google, Tesla. Negli Stati Uniti c’è una disponibilità di capitali per l’innovazione 100 volte maggiore rispetto all’Europa. Per la nostra ambizione il Nasdaq era l’unico listino adatto».
I critici sostengono che i piccoli reattori modulari non raggiungeranno mai costi competitivi con eolico e solare: l’esempio, sempre citato, è quello spagnolo dove l’energia alternativa copre il 20% del fabbisogno nazionale…
«È una domanda legittima, ma i dati ci dicono qualcosa di importante. Il vero costo dell’energia non è solo il prezzo di produzione, ma il costo di sistema: le rinnovabili richiedono accumuli, infrastrutture di bilanciamento e capacità di riserva che pesano su tutti i consumatori. Non si tratta di scegliere tra nucleare e rinnovabili: si tratta di costruire un sistema energetico completo, e il nucleare può integrare le rinnovabili rendendo il sistema più sostenibile e competitivo».
Cosa direbbe a chi pensa che il nucleare di quarta generazione sia l’ennesima illusione che arriverà troppo tardi e costerà troppo?
«Risponderei che la tecnologia esiste ed è già stata provata. Noi affrontiamo la sfida industriale e ingegneristica di combinare tecnologie esistenti per produrre energia a prezzi competitivi. All’inizio del Novecento c’era chi affermava che l’automobile sarebbe stata solo una moda passeggera. Negli anni Novanta pensare che tutti avremmo avuto un cellulare in grado di connettersi ad internet sembrava fantascienza. Eppure, la forza di chi ha avuto il coraggio di andare avanti anche di fronte alle sfide più grandi è ciò che oggi consente a tutti, detrattori originali inclusi, di godere dei vantaggi delle grandi innovazioni».
La Meloni ha legato nucleare e competitività delle imprese, puntando il dito contro l’Europa: è d’accordo?
«La presidente Meloni ha ragione: l’energia è competitività, e la competitività è sovranità. Accelerare sul nucleare significa restituire alle imprese italiane le condizioni per competere ad armi pari in Europa e nel mondo e questo governo sta finalmente dando i segnali giusti».
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Damiano Tommasi (Ansa)
Caro Damiano Tommasi, caro sindaco di Verona, le scrivo questa cartolina sulle ali dell’entusiasmo: ho letto infatti che d’ora in avanti nel suo Comune per avere un passo carraio bisognerà dichiararsi antifascista, compilando apposito modulo prestampato.
Altrimenti niente permesso. Era ora che qualcuno ci pensasse: fermiamo la pericolosa deriva autoritaria. Non si transita dal portone del condominio senza esibire tessera Anpi, non si esce dal garage senza cantare Bella Ciao. Stamattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor del marciapiede. Viva la Liberazione. Del passo carraio.
Le siamo grati, caro sindaco, per aver voluto dare questo segnale forte. C’era stato qualche precedente, anni fa, in altre città, ma è adesso, e a Verona, che l’allarme democratico suona forte: chi non vede i manipoli di camicie nere che marciano compatti verso l’ufficio Passi Carrabili? Pugnale, fez e autorizzazione ministeriale: sono i nuovi arditi del divieto di sosta. Vanno fermati in ogni modo. Prima di tutto facendo loro firmare, per l’appunto, l’apposita dichiarazione: chi vuole transitare dal portone di casa deve «riconoscersi nei valori della Costituzione e ripudiare il fascismo». Altrimenti resta bloccato in cortile. A cantare Faccetta nera, aspetta e spera che il carro attrezzi s’avvicina.
Questa iniziativa ci conforta, caro sindaco, perché da un po’ di tempo non avevamo più sue notizie. Quando giocava a calcio lo chiamavano «Chierichetto» oppure «Anima candida», da quando è primo cittadino la chiamano «Fantasma». A parte una apparizione al Gay Pride, noto tempio dei valori cattolici a lei cari, e a parte il tentativo di trasformare in eroe Moussa Diarra, un immigrato ucciso mentre seminava il panico in stazione e cercava di aggredire i poliziotti, poco altro. Tanto che nell’ultima classifica di gradimento dei sindaci italiani è arrivato 91esimo su 96. Sestultimo. Un altro potrebbe dire anche «me ne frego», ma lei come fa? C’è il rischio che poi si debba vietare da solo di uscire dal portone di casa.
Nato a Negrar in Valpolicella, 52 anni, 6 figli, perito commerciale, ex calciatore professionista, dieci anni nella Roma, 25 presenze in Nazionale, già presidente del sindacato dei calciatori, lei ci ha inondato fino alla nausea con la sua retorica buonista: don Milani, il rifiuto della naja, il lavoro a Telepace... Però appena arrivato al potere si è dimostrato tutt’altro che Anima Candida: infatti ha subito cacciato gli amministratori della municipalizzata dell’energia che avevano come unica colpa quella di non essere di sinistra. E l’ha fatto così maldestramente che il Comune è stato condannato a risarcirli con 200.000 euro. Tanto che importa? Mica sono soldi suoi.
A proposito di soldi. Lei ama dichiararsi sempre solidale con gli immigrati. E un giorno ha confessato il perché: «So cosa vuol dire sono stato emigrante anch’io. Infatti sono stato il primo calciatore ad andare in Cina». Certo: si è dimenticato di dire che come emigrante in Cina la pagavano 40.000 dollari al mese, ma non si può avere tutto dalla vita. Ogni cosa va conquistata. Per esempio: da oggi a Verona il passo carrabile va conquistato dichiarandosi antifascisti. O bella ciao. Partigiano portami via. Ma soprattutto porta via la macchina in divieto di sosta.
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