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2023-12-02
A Dubai Meloni lancia la conferenza africana
Giorgia Meloni e il primo ministro etiope, Abiy Ahmed (Ansa)
L’Italia contribuirà con «100 milioni di euro» al fondo Loss & Damage, che consiste in aiuti ai Paesi più poveri e vulnerabili del mondo, in genere i più colpiti dal disastro climatico, sbloccato ieri nei negoziati della Cop 28. Lo ha annunciato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel suo intervento a un panel sulla sicurezza alimentare al vertice di Dubai. «Occorre dedicare risorse adeguate al nesso clima-sistemi alimentari», ha detto Meloni, ribadendo che «questo è uno degli obiettivi del Fondo italiano per il clima da 4 miliardi di euro, di cui il 70% sarà destinato ai Paesi africani». «Non però», ha aggiunto, «attraverso un approccio caritativo, perché l’Africa non ha bisogno di carità. Ha bisogno di essere messa in condizione di competere ad armi pari, per crescere e prosperare grazie alla moltitudine di risorse di cui il continente dispone. Una cooperazione tra pari, rifiutando approcci paternalistici e predatori». Poi nel panel dedicato ai sistemi alimentari ha sottolineato che «la nostra sfida è non solo garantire alimenti per tutti ma assicurare alimenti sani per tutti perché la produzione alimentare non va considerata come sopravvivenza ma mezzo per una vita sana». «La ricerca», ha aggiunto, «è essenziale ma non per produrre alimenti in laboratorio, magari andando verso un mondo in cui i ricchi possono mangiare alimenti naturali e ai poveri vanno quelli sintetici, con un impatto sulla salute che non possiamo prevedere, non è il mondo che voglio vedere». Infine, ha invocato una riforma delle banche multilaterali di sviluppo il cui ruolo è essenziale. «Ma non possiamo nascondere il fatto che necessitano di essere adattate al contesto odierno», ha detto spiegando che «le singole nazioni possono fare poco senza la collaborazione internazionale, e ogni forum multilaterale deve saper fare la propria parte. Ed è ciò che porteremo avanti anche quando l’Italia assumerà la presidenza del G7 nel 2024».
Il vertice di Dubai è però servito anche a Meloni per tenere una raffica di incontri bilaterali. Come quello con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan: sono stati affrontati gli ultimi sviluppi della crisi a Gaza. Meloni, riferisce Palazzo Chigi, ha auspicato una nuova pausa umanitaria e sottolineato il ruolo della Turchia nell’evitare di allargare il conflitto al resto della regione. Ma sono stati discussi anche altri temi, come quelli relativi all’industria della Difesa, al processo di adesione della Turchia all’Unione europea e l’aggiornamento dell’Unione doganale tra Ankara e Bruxelles. Con il primo ministro etiope, Abiy Ahmed è stato affrontato il tema della collaborazione bilaterale anche nei settori dell’agricoltura e dell’adattamento ai cambiamenti climatici. È stata trattata, inoltre, la questione dell’indebitamento dei Paesi africani ed è stata sottolineata l’importanza degli investimenti e della cooperazione da pari a pari, in vista della Conferenza Italia-Africa di fine gennaio. La presidente del Consiglio ha avuto anche un breve incontro con il primo ministro indiano, Narendra Modi, dopo l’avvio del partenariato strategico bilaterale nel marzo scorso, in occasione della visita della premier a New Delhi. Meloni ha avuto un breve incontro anche con il primo ministro del Libano, Najib Miqati e con il presidente di Israele, Isaak Herzog, cui ha espresso la piena solidarietà del governo a seguito del nuovo grave attentato rivendicato da Hamas che ha portato ieri all'uccisione di tre cittadini israeliani a Gerusalemme e alla fine della pausa umanitaria a Gaza. Ai bilaterali si sono aggiunti brevi colloqui con diversi Capi di Stato e di governo: la premier si è intrattenuta con il primo ministro inglese, Rishi Sunak, con il presidente francese Emmanuel Macron, con quello somalo, Hassan Sheikh Mohmud, con l’Emiro del Qatar, Tamim Al Thani, con il presidente indonesiano, Joko Widodo, con il Segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e con il primo ministro della Lettonia, Kaja Kallas.
Ieri a Dubai Meloni ha rivisto anche Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione Ue alla Cop 28 ha sottolineato la necessità di promuovere lo sviluppo del carbon pricing e dei mercati del carbonio, definendoli potenti strumenti per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi del 2015. La mossa si basa sull’invito all’azione per i mercati del carbonio che la Commissione europea, la Spagna e la Francia hanno lanciato lo scorso giugno. Von der Leyen ha poi dichiarato che «la fissazione del prezzo del carbonio è il fulcro del Green deal. Nell’Ue, se si inquina, si deve pagare un prezzo per questo. Se qualcuno vuole evitare di pagare quel prezzo, deve innovare e investire in tecnologie pulite».
Intanto le tensioni in Medio Oriente hanno avuto un impatto anche sui colloqui del vertice. I rappresentanti iraniani hanno abbandonato i negoziati alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima per protestare contro la presenza di una delegazione israeliana. Lo ha annunciato il ministro dell'Energia di Teheran, Ali Akbar Mehrabian, capo della delegazione iraniana alla Cop 28 di Dubai. Gli iraniani considerano la presenza di Israele alla Cop 28 «contraria agli obiettivi e alle linee guida della conferenza e, in segno di protesta, stanno lasciando la sede della conferenza», ha fatto sapere Teheran. In mattinata il presidente iraniano Ebrahim Raissi aveva annunciato che non avrebbe partecipato ai lavori per la presenza «dei responsabili del regime sionista».
La strategia del segretario dell’Onu. Suicidiamoci per salvare il clima
Sua eccellenza António Manuel de Oliveira Guterres ha una ricetta per salvare il Pianeta. «Ridurre drasticamente le emissioni», eliminare «ogni tipo di combustibile fossile» triplicando le energie rinnovabili e raddoppiando l’efficienza energetica così da portare «energia pulita a tutti entro il 2030». Ovvero nei prossimi sei anni. Il segretario generale delle Nazioni Unite sta indicando la strada di un suicidio collettivo, così da far sopravvivere solo Madre Natura.
Il suo messaggio all’apertura del World climate action summit aveva i toni catastrofici d’obbligo, per un vertice mondiale sul clima che sembrerebbe la questione più urgente in un mondo dilaniato da guerre e terrorismo religioso. Sta per scoccare «la mezzanotte per il limite di 1,5 gradi», tuonava ieri.
Ma nella rivoluzione green c’è ancora la speranza che l’incantesimo non finisca, rivelando l’assurdità degli obiettivi che ci vengono imposti per accelerare la transizione energetica. «Non è troppo tardi», ha detto Guterres ai capi di Stato accorsi a Dubai, per continuare la narrazione catastrofica.
«Potete prevenire lo schianto planetario e l’incendio. Abbiamo le tecnologie per evitare il peggio del caos climatico, se agiamo ora», ha sostenuto, «I Paesi sviluppati devono mostrare come raddoppieranno i finanziamenti per l’adattamento portandoli a 40 miliardi di dollari all’anno entro il 2025, in attuazione dell’Accordo di Parigi, e chiarire come riusciranno a raggiungere i 100 miliardi di dollari», sempre negli obiettivi concordati.
Nella scia di devastazione e disperazione, dei record climatici che sarebbero stati infranti quest’anno secondo il rapporto dell’Organizzazione metereologica mondiale, il politico portoghese ha affermato che «quest’anno le comunità di tutto il mondo sono state colpite da incendi, inondazioni e temperature torride e l’impatto è devastante».
Il caos climatico starebbe «alimentando le fiamme dell’ingiustizia. Il riscaldamento globale sta mandando in tilt i bilanci, facendo lievitare i prezzi dei prodotti alimentari, sconvolgendo i mercati energetici e alimentando una crisi del costo della vita». Inarrestabile, così ha proseguito: «Il riscaldamento globale record dovrebbe far venire i brividi lungo la schiena dei leader mondiali. E dovrebbe spingerli ad agire», verso le energie rinnovabili. Con un messaggio affidato a X, è tornato a insistere sull’urgenza di arrivare a zero emissioni di CO2 per non superare il punto di non ritorno. «Non ridurre. Non diminuire. Eliminazione graduale», dei combustibili fossili. Tra i commenti sui social, gli è stato suggerito di adoperarsi per «l’eliminazione graduale dell’odio antisemita inculcato dall’Unrwa», l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente.
Guterres, infatti, continua a sostenere le ragioni dello Stato palestinese.
L’ha fatto all’indomani dello spaventoso attacco di Hamas contro Israele, il 7 ottobre scorso, quasi giustificando gli atti di terrore perché «il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione». Queste sono state le sue criticatissime parole. E l’ha continuato a ribadire in ogni occasione.
Anche ieri, il pensiero del segretario generale delle Nazioni Unite non andava a Israele ma alla Striscia. «Mi rammarico profondamente che le operazioni militari siano riprese a Gaza. Spero ancora che sia possibile rinnovare la pausa stabilita. Il ritorno alle ostilità dimostra solo quanto sia importante avere un vero cessate il fuoco umanitario», ha scritto su X.
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Alla Cop 28 parte il fondo per Paesi poveri (100 milioni), e il capo del governo mette in moto il piano Mattei con una sfilza di bilaterali Assurdità dentro il Forum: l’Iran lascia i negoziati per protesta contro la presenza di Israele «non conforme alla transizione green».Antonio Guterres: siamo in ritardo sugli obiettivi, eliminiamo subito tutti i combustibili fossili.Lo speciale contiene due articoliL’Italia contribuirà con «100 milioni di euro» al fondo Loss & Damage, che consiste in aiuti ai Paesi più poveri e vulnerabili del mondo, in genere i più colpiti dal disastro climatico, sbloccato ieri nei negoziati della Cop 28. Lo ha annunciato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel suo intervento a un panel sulla sicurezza alimentare al vertice di Dubai. «Occorre dedicare risorse adeguate al nesso clima-sistemi alimentari», ha detto Meloni, ribadendo che «questo è uno degli obiettivi del Fondo italiano per il clima da 4 miliardi di euro, di cui il 70% sarà destinato ai Paesi africani». «Non però», ha aggiunto, «attraverso un approccio caritativo, perché l’Africa non ha bisogno di carità. Ha bisogno di essere messa in condizione di competere ad armi pari, per crescere e prosperare grazie alla moltitudine di risorse di cui il continente dispone. Una cooperazione tra pari, rifiutando approcci paternalistici e predatori». Poi nel panel dedicato ai sistemi alimentari ha sottolineato che «la nostra sfida è non solo garantire alimenti per tutti ma assicurare alimenti sani per tutti perché la produzione alimentare non va considerata come sopravvivenza ma mezzo per una vita sana». «La ricerca», ha aggiunto, «è essenziale ma non per produrre alimenti in laboratorio, magari andando verso un mondo in cui i ricchi possono mangiare alimenti naturali e ai poveri vanno quelli sintetici, con un impatto sulla salute che non possiamo prevedere, non è il mondo che voglio vedere». Infine, ha invocato una riforma delle banche multilaterali di sviluppo il cui ruolo è essenziale. «Ma non possiamo nascondere il fatto che necessitano di essere adattate al contesto odierno», ha detto spiegando che «le singole nazioni possono fare poco senza la collaborazione internazionale, e ogni forum multilaterale deve saper fare la propria parte. Ed è ciò che porteremo avanti anche quando l’Italia assumerà la presidenza del G7 nel 2024».Il vertice di Dubai è però servito anche a Meloni per tenere una raffica di incontri bilaterali. Come quello con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan: sono stati affrontati gli ultimi sviluppi della crisi a Gaza. Meloni, riferisce Palazzo Chigi, ha auspicato una nuova pausa umanitaria e sottolineato il ruolo della Turchia nell’evitare di allargare il conflitto al resto della regione. Ma sono stati discussi anche altri temi, come quelli relativi all’industria della Difesa, al processo di adesione della Turchia all’Unione europea e l’aggiornamento dell’Unione doganale tra Ankara e Bruxelles. Con il primo ministro etiope, Abiy Ahmed è stato affrontato il tema della collaborazione bilaterale anche nei settori dell’agricoltura e dell’adattamento ai cambiamenti climatici. È stata trattata, inoltre, la questione dell’indebitamento dei Paesi africani ed è stata sottolineata l’importanza degli investimenti e della cooperazione da pari a pari, in vista della Conferenza Italia-Africa di fine gennaio. La presidente del Consiglio ha avuto anche un breve incontro con il primo ministro indiano, Narendra Modi, dopo l’avvio del partenariato strategico bilaterale nel marzo scorso, in occasione della visita della premier a New Delhi. Meloni ha avuto un breve incontro anche con il primo ministro del Libano, Najib Miqati e con il presidente di Israele, Isaak Herzog, cui ha espresso la piena solidarietà del governo a seguito del nuovo grave attentato rivendicato da Hamas che ha portato ieri all'uccisione di tre cittadini israeliani a Gerusalemme e alla fine della pausa umanitaria a Gaza. Ai bilaterali si sono aggiunti brevi colloqui con diversi Capi di Stato e di governo: la premier si è intrattenuta con il primo ministro inglese, Rishi Sunak, con il presidente francese Emmanuel Macron, con quello somalo, Hassan Sheikh Mohmud, con l’Emiro del Qatar, Tamim Al Thani, con il presidente indonesiano, Joko Widodo, con il Segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e con il primo ministro della Lettonia, Kaja Kallas.Ieri a Dubai Meloni ha rivisto anche Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione Ue alla Cop 28 ha sottolineato la necessità di promuovere lo sviluppo del carbon pricing e dei mercati del carbonio, definendoli potenti strumenti per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi del 2015. La mossa si basa sull’invito all’azione per i mercati del carbonio che la Commissione europea, la Spagna e la Francia hanno lanciato lo scorso giugno. Von der Leyen ha poi dichiarato che «la fissazione del prezzo del carbonio è il fulcro del Green deal. Nell’Ue, se si inquina, si deve pagare un prezzo per questo. Se qualcuno vuole evitare di pagare quel prezzo, deve innovare e investire in tecnologie pulite». Intanto le tensioni in Medio Oriente hanno avuto un impatto anche sui colloqui del vertice. I rappresentanti iraniani hanno abbandonato i negoziati alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima per protestare contro la presenza di una delegazione israeliana. Lo ha annunciato il ministro dell'Energia di Teheran, Ali Akbar Mehrabian, capo della delegazione iraniana alla Cop 28 di Dubai. Gli iraniani considerano la presenza di Israele alla Cop 28 «contraria agli obiettivi e alle linee guida della conferenza e, in segno di protesta, stanno lasciando la sede della conferenza», ha fatto sapere Teheran. In mattinata il presidente iraniano Ebrahim Raissi aveva annunciato che non avrebbe partecipato ai lavori per la presenza «dei responsabili del regime sionista».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-dubai-meloni-lancia-la-conferenza-africana-2666418865.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-strategia-del-segretario-dellonu-suicidiamoci-per-salvare-il-clima" data-post-id="2666418865" data-published-at="1701483195" data-use-pagination="False"> La strategia del segretario dell’Onu. Suicidiamoci per salvare il clima Sua eccellenza António Manuel de Oliveira Guterres ha una ricetta per salvare il Pianeta. «Ridurre drasticamente le emissioni», eliminare «ogni tipo di combustibile fossile» triplicando le energie rinnovabili e raddoppiando l’efficienza energetica così da portare «energia pulita a tutti entro il 2030». Ovvero nei prossimi sei anni. Il segretario generale delle Nazioni Unite sta indicando la strada di un suicidio collettivo, così da far sopravvivere solo Madre Natura. Il suo messaggio all’apertura del World climate action summit aveva i toni catastrofici d’obbligo, per un vertice mondiale sul clima che sembrerebbe la questione più urgente in un mondo dilaniato da guerre e terrorismo religioso. Sta per scoccare «la mezzanotte per il limite di 1,5 gradi», tuonava ieri. Ma nella rivoluzione green c’è ancora la speranza che l’incantesimo non finisca, rivelando l’assurdità degli obiettivi che ci vengono imposti per accelerare la transizione energetica. «Non è troppo tardi», ha detto Guterres ai capi di Stato accorsi a Dubai, per continuare la narrazione catastrofica. «Potete prevenire lo schianto planetario e l’incendio. Abbiamo le tecnologie per evitare il peggio del caos climatico, se agiamo ora», ha sostenuto, «I Paesi sviluppati devono mostrare come raddoppieranno i finanziamenti per l’adattamento portandoli a 40 miliardi di dollari all’anno entro il 2025, in attuazione dell’Accordo di Parigi, e chiarire come riusciranno a raggiungere i 100 miliardi di dollari», sempre negli obiettivi concordati. Nella scia di devastazione e disperazione, dei record climatici che sarebbero stati infranti quest’anno secondo il rapporto dell’Organizzazione metereologica mondiale, il politico portoghese ha affermato che «quest’anno le comunità di tutto il mondo sono state colpite da incendi, inondazioni e temperature torride e l’impatto è devastante». Il caos climatico starebbe «alimentando le fiamme dell’ingiustizia. Il riscaldamento globale sta mandando in tilt i bilanci, facendo lievitare i prezzi dei prodotti alimentari, sconvolgendo i mercati energetici e alimentando una crisi del costo della vita». Inarrestabile, così ha proseguito: «Il riscaldamento globale record dovrebbe far venire i brividi lungo la schiena dei leader mondiali. E dovrebbe spingerli ad agire», verso le energie rinnovabili. Con un messaggio affidato a X, è tornato a insistere sull’urgenza di arrivare a zero emissioni di CO2 per non superare il punto di non ritorno. «Non ridurre. Non diminuire. Eliminazione graduale», dei combustibili fossili. Tra i commenti sui social, gli è stato suggerito di adoperarsi per «l’eliminazione graduale dell’odio antisemita inculcato dall’Unrwa», l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente. Guterres, infatti, continua a sostenere le ragioni dello Stato palestinese. L’ha fatto all’indomani dello spaventoso attacco di Hamas contro Israele, il 7 ottobre scorso, quasi giustificando gli atti di terrore perché «il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione». Queste sono state le sue criticatissime parole. E l’ha continuato a ribadire in ogni occasione. Anche ieri, il pensiero del segretario generale delle Nazioni Unite non andava a Israele ma alla Striscia. «Mi rammarico profondamente che le operazioni militari siano riprese a Gaza. Spero ancora che sia possibile rinnovare la pausa stabilita. Il ritorno alle ostilità dimostra solo quanto sia importante avere un vero cessate il fuoco umanitario», ha scritto su X.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».