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2023-12-02
A Dubai Meloni lancia la conferenza africana
Giorgia Meloni e il primo ministro etiope, Abiy Ahmed (Ansa)
L’Italia contribuirà con «100 milioni di euro» al fondo Loss & Damage, che consiste in aiuti ai Paesi più poveri e vulnerabili del mondo, in genere i più colpiti dal disastro climatico, sbloccato ieri nei negoziati della Cop 28. Lo ha annunciato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel suo intervento a un panel sulla sicurezza alimentare al vertice di Dubai. «Occorre dedicare risorse adeguate al nesso clima-sistemi alimentari», ha detto Meloni, ribadendo che «questo è uno degli obiettivi del Fondo italiano per il clima da 4 miliardi di euro, di cui il 70% sarà destinato ai Paesi africani». «Non però», ha aggiunto, «attraverso un approccio caritativo, perché l’Africa non ha bisogno di carità. Ha bisogno di essere messa in condizione di competere ad armi pari, per crescere e prosperare grazie alla moltitudine di risorse di cui il continente dispone. Una cooperazione tra pari, rifiutando approcci paternalistici e predatori». Poi nel panel dedicato ai sistemi alimentari ha sottolineato che «la nostra sfida è non solo garantire alimenti per tutti ma assicurare alimenti sani per tutti perché la produzione alimentare non va considerata come sopravvivenza ma mezzo per una vita sana». «La ricerca», ha aggiunto, «è essenziale ma non per produrre alimenti in laboratorio, magari andando verso un mondo in cui i ricchi possono mangiare alimenti naturali e ai poveri vanno quelli sintetici, con un impatto sulla salute che non possiamo prevedere, non è il mondo che voglio vedere». Infine, ha invocato una riforma delle banche multilaterali di sviluppo il cui ruolo è essenziale. «Ma non possiamo nascondere il fatto che necessitano di essere adattate al contesto odierno», ha detto spiegando che «le singole nazioni possono fare poco senza la collaborazione internazionale, e ogni forum multilaterale deve saper fare la propria parte. Ed è ciò che porteremo avanti anche quando l’Italia assumerà la presidenza del G7 nel 2024».
Il vertice di Dubai è però servito anche a Meloni per tenere una raffica di incontri bilaterali. Come quello con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan: sono stati affrontati gli ultimi sviluppi della crisi a Gaza. Meloni, riferisce Palazzo Chigi, ha auspicato una nuova pausa umanitaria e sottolineato il ruolo della Turchia nell’evitare di allargare il conflitto al resto della regione. Ma sono stati discussi anche altri temi, come quelli relativi all’industria della Difesa, al processo di adesione della Turchia all’Unione europea e l’aggiornamento dell’Unione doganale tra Ankara e Bruxelles. Con il primo ministro etiope, Abiy Ahmed è stato affrontato il tema della collaborazione bilaterale anche nei settori dell’agricoltura e dell’adattamento ai cambiamenti climatici. È stata trattata, inoltre, la questione dell’indebitamento dei Paesi africani ed è stata sottolineata l’importanza degli investimenti e della cooperazione da pari a pari, in vista della Conferenza Italia-Africa di fine gennaio. La presidente del Consiglio ha avuto anche un breve incontro con il primo ministro indiano, Narendra Modi, dopo l’avvio del partenariato strategico bilaterale nel marzo scorso, in occasione della visita della premier a New Delhi. Meloni ha avuto un breve incontro anche con il primo ministro del Libano, Najib Miqati e con il presidente di Israele, Isaak Herzog, cui ha espresso la piena solidarietà del governo a seguito del nuovo grave attentato rivendicato da Hamas che ha portato ieri all'uccisione di tre cittadini israeliani a Gerusalemme e alla fine della pausa umanitaria a Gaza. Ai bilaterali si sono aggiunti brevi colloqui con diversi Capi di Stato e di governo: la premier si è intrattenuta con il primo ministro inglese, Rishi Sunak, con il presidente francese Emmanuel Macron, con quello somalo, Hassan Sheikh Mohmud, con l’Emiro del Qatar, Tamim Al Thani, con il presidente indonesiano, Joko Widodo, con il Segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e con il primo ministro della Lettonia, Kaja Kallas.
Ieri a Dubai Meloni ha rivisto anche Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione Ue alla Cop 28 ha sottolineato la necessità di promuovere lo sviluppo del carbon pricing e dei mercati del carbonio, definendoli potenti strumenti per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi del 2015. La mossa si basa sull’invito all’azione per i mercati del carbonio che la Commissione europea, la Spagna e la Francia hanno lanciato lo scorso giugno. Von der Leyen ha poi dichiarato che «la fissazione del prezzo del carbonio è il fulcro del Green deal. Nell’Ue, se si inquina, si deve pagare un prezzo per questo. Se qualcuno vuole evitare di pagare quel prezzo, deve innovare e investire in tecnologie pulite».
Intanto le tensioni in Medio Oriente hanno avuto un impatto anche sui colloqui del vertice. I rappresentanti iraniani hanno abbandonato i negoziati alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima per protestare contro la presenza di una delegazione israeliana. Lo ha annunciato il ministro dell'Energia di Teheran, Ali Akbar Mehrabian, capo della delegazione iraniana alla Cop 28 di Dubai. Gli iraniani considerano la presenza di Israele alla Cop 28 «contraria agli obiettivi e alle linee guida della conferenza e, in segno di protesta, stanno lasciando la sede della conferenza», ha fatto sapere Teheran. In mattinata il presidente iraniano Ebrahim Raissi aveva annunciato che non avrebbe partecipato ai lavori per la presenza «dei responsabili del regime sionista».
La strategia del segretario dell’Onu. Suicidiamoci per salvare il clima
Sua eccellenza António Manuel de Oliveira Guterres ha una ricetta per salvare il Pianeta. «Ridurre drasticamente le emissioni», eliminare «ogni tipo di combustibile fossile» triplicando le energie rinnovabili e raddoppiando l’efficienza energetica così da portare «energia pulita a tutti entro il 2030». Ovvero nei prossimi sei anni. Il segretario generale delle Nazioni Unite sta indicando la strada di un suicidio collettivo, così da far sopravvivere solo Madre Natura.
Il suo messaggio all’apertura del World climate action summit aveva i toni catastrofici d’obbligo, per un vertice mondiale sul clima che sembrerebbe la questione più urgente in un mondo dilaniato da guerre e terrorismo religioso. Sta per scoccare «la mezzanotte per il limite di 1,5 gradi», tuonava ieri.
Ma nella rivoluzione green c’è ancora la speranza che l’incantesimo non finisca, rivelando l’assurdità degli obiettivi che ci vengono imposti per accelerare la transizione energetica. «Non è troppo tardi», ha detto Guterres ai capi di Stato accorsi a Dubai, per continuare la narrazione catastrofica.
«Potete prevenire lo schianto planetario e l’incendio. Abbiamo le tecnologie per evitare il peggio del caos climatico, se agiamo ora», ha sostenuto, «I Paesi sviluppati devono mostrare come raddoppieranno i finanziamenti per l’adattamento portandoli a 40 miliardi di dollari all’anno entro il 2025, in attuazione dell’Accordo di Parigi, e chiarire come riusciranno a raggiungere i 100 miliardi di dollari», sempre negli obiettivi concordati.
Nella scia di devastazione e disperazione, dei record climatici che sarebbero stati infranti quest’anno secondo il rapporto dell’Organizzazione metereologica mondiale, il politico portoghese ha affermato che «quest’anno le comunità di tutto il mondo sono state colpite da incendi, inondazioni e temperature torride e l’impatto è devastante».
Il caos climatico starebbe «alimentando le fiamme dell’ingiustizia. Il riscaldamento globale sta mandando in tilt i bilanci, facendo lievitare i prezzi dei prodotti alimentari, sconvolgendo i mercati energetici e alimentando una crisi del costo della vita». Inarrestabile, così ha proseguito: «Il riscaldamento globale record dovrebbe far venire i brividi lungo la schiena dei leader mondiali. E dovrebbe spingerli ad agire», verso le energie rinnovabili. Con un messaggio affidato a X, è tornato a insistere sull’urgenza di arrivare a zero emissioni di CO2 per non superare il punto di non ritorno. «Non ridurre. Non diminuire. Eliminazione graduale», dei combustibili fossili. Tra i commenti sui social, gli è stato suggerito di adoperarsi per «l’eliminazione graduale dell’odio antisemita inculcato dall’Unrwa», l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente.
Guterres, infatti, continua a sostenere le ragioni dello Stato palestinese.
L’ha fatto all’indomani dello spaventoso attacco di Hamas contro Israele, il 7 ottobre scorso, quasi giustificando gli atti di terrore perché «il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione». Queste sono state le sue criticatissime parole. E l’ha continuato a ribadire in ogni occasione.
Anche ieri, il pensiero del segretario generale delle Nazioni Unite non andava a Israele ma alla Striscia. «Mi rammarico profondamente che le operazioni militari siano riprese a Gaza. Spero ancora che sia possibile rinnovare la pausa stabilita. Il ritorno alle ostilità dimostra solo quanto sia importante avere un vero cessate il fuoco umanitario», ha scritto su X.
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Alla Cop 28 parte il fondo per Paesi poveri (100 milioni), e il capo del governo mette in moto il piano Mattei con una sfilza di bilaterali Assurdità dentro il Forum: l’Iran lascia i negoziati per protesta contro la presenza di Israele «non conforme alla transizione green».Antonio Guterres: siamo in ritardo sugli obiettivi, eliminiamo subito tutti i combustibili fossili.Lo speciale contiene due articoliL’Italia contribuirà con «100 milioni di euro» al fondo Loss & Damage, che consiste in aiuti ai Paesi più poveri e vulnerabili del mondo, in genere i più colpiti dal disastro climatico, sbloccato ieri nei negoziati della Cop 28. Lo ha annunciato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel suo intervento a un panel sulla sicurezza alimentare al vertice di Dubai. «Occorre dedicare risorse adeguate al nesso clima-sistemi alimentari», ha detto Meloni, ribadendo che «questo è uno degli obiettivi del Fondo italiano per il clima da 4 miliardi di euro, di cui il 70% sarà destinato ai Paesi africani». «Non però», ha aggiunto, «attraverso un approccio caritativo, perché l’Africa non ha bisogno di carità. Ha bisogno di essere messa in condizione di competere ad armi pari, per crescere e prosperare grazie alla moltitudine di risorse di cui il continente dispone. Una cooperazione tra pari, rifiutando approcci paternalistici e predatori». Poi nel panel dedicato ai sistemi alimentari ha sottolineato che «la nostra sfida è non solo garantire alimenti per tutti ma assicurare alimenti sani per tutti perché la produzione alimentare non va considerata come sopravvivenza ma mezzo per una vita sana». «La ricerca», ha aggiunto, «è essenziale ma non per produrre alimenti in laboratorio, magari andando verso un mondo in cui i ricchi possono mangiare alimenti naturali e ai poveri vanno quelli sintetici, con un impatto sulla salute che non possiamo prevedere, non è il mondo che voglio vedere». Infine, ha invocato una riforma delle banche multilaterali di sviluppo il cui ruolo è essenziale. «Ma non possiamo nascondere il fatto che necessitano di essere adattate al contesto odierno», ha detto spiegando che «le singole nazioni possono fare poco senza la collaborazione internazionale, e ogni forum multilaterale deve saper fare la propria parte. Ed è ciò che porteremo avanti anche quando l’Italia assumerà la presidenza del G7 nel 2024».Il vertice di Dubai è però servito anche a Meloni per tenere una raffica di incontri bilaterali. Come quello con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan: sono stati affrontati gli ultimi sviluppi della crisi a Gaza. Meloni, riferisce Palazzo Chigi, ha auspicato una nuova pausa umanitaria e sottolineato il ruolo della Turchia nell’evitare di allargare il conflitto al resto della regione. Ma sono stati discussi anche altri temi, come quelli relativi all’industria della Difesa, al processo di adesione della Turchia all’Unione europea e l’aggiornamento dell’Unione doganale tra Ankara e Bruxelles. Con il primo ministro etiope, Abiy Ahmed è stato affrontato il tema della collaborazione bilaterale anche nei settori dell’agricoltura e dell’adattamento ai cambiamenti climatici. È stata trattata, inoltre, la questione dell’indebitamento dei Paesi africani ed è stata sottolineata l’importanza degli investimenti e della cooperazione da pari a pari, in vista della Conferenza Italia-Africa di fine gennaio. La presidente del Consiglio ha avuto anche un breve incontro con il primo ministro indiano, Narendra Modi, dopo l’avvio del partenariato strategico bilaterale nel marzo scorso, in occasione della visita della premier a New Delhi. Meloni ha avuto un breve incontro anche con il primo ministro del Libano, Najib Miqati e con il presidente di Israele, Isaak Herzog, cui ha espresso la piena solidarietà del governo a seguito del nuovo grave attentato rivendicato da Hamas che ha portato ieri all'uccisione di tre cittadini israeliani a Gerusalemme e alla fine della pausa umanitaria a Gaza. Ai bilaterali si sono aggiunti brevi colloqui con diversi Capi di Stato e di governo: la premier si è intrattenuta con il primo ministro inglese, Rishi Sunak, con il presidente francese Emmanuel Macron, con quello somalo, Hassan Sheikh Mohmud, con l’Emiro del Qatar, Tamim Al Thani, con il presidente indonesiano, Joko Widodo, con il Segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e con il primo ministro della Lettonia, Kaja Kallas.Ieri a Dubai Meloni ha rivisto anche Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione Ue alla Cop 28 ha sottolineato la necessità di promuovere lo sviluppo del carbon pricing e dei mercati del carbonio, definendoli potenti strumenti per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi del 2015. La mossa si basa sull’invito all’azione per i mercati del carbonio che la Commissione europea, la Spagna e la Francia hanno lanciato lo scorso giugno. Von der Leyen ha poi dichiarato che «la fissazione del prezzo del carbonio è il fulcro del Green deal. Nell’Ue, se si inquina, si deve pagare un prezzo per questo. Se qualcuno vuole evitare di pagare quel prezzo, deve innovare e investire in tecnologie pulite». Intanto le tensioni in Medio Oriente hanno avuto un impatto anche sui colloqui del vertice. I rappresentanti iraniani hanno abbandonato i negoziati alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima per protestare contro la presenza di una delegazione israeliana. Lo ha annunciato il ministro dell'Energia di Teheran, Ali Akbar Mehrabian, capo della delegazione iraniana alla Cop 28 di Dubai. Gli iraniani considerano la presenza di Israele alla Cop 28 «contraria agli obiettivi e alle linee guida della conferenza e, in segno di protesta, stanno lasciando la sede della conferenza», ha fatto sapere Teheran. In mattinata il presidente iraniano Ebrahim Raissi aveva annunciato che non avrebbe partecipato ai lavori per la presenza «dei responsabili del regime sionista».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-dubai-meloni-lancia-la-conferenza-africana-2666418865.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-strategia-del-segretario-dellonu-suicidiamoci-per-salvare-il-clima" data-post-id="2666418865" data-published-at="1701483195" data-use-pagination="False"> La strategia del segretario dell’Onu. Suicidiamoci per salvare il clima Sua eccellenza António Manuel de Oliveira Guterres ha una ricetta per salvare il Pianeta. «Ridurre drasticamente le emissioni», eliminare «ogni tipo di combustibile fossile» triplicando le energie rinnovabili e raddoppiando l’efficienza energetica così da portare «energia pulita a tutti entro il 2030». Ovvero nei prossimi sei anni. Il segretario generale delle Nazioni Unite sta indicando la strada di un suicidio collettivo, così da far sopravvivere solo Madre Natura. Il suo messaggio all’apertura del World climate action summit aveva i toni catastrofici d’obbligo, per un vertice mondiale sul clima che sembrerebbe la questione più urgente in un mondo dilaniato da guerre e terrorismo religioso. Sta per scoccare «la mezzanotte per il limite di 1,5 gradi», tuonava ieri. Ma nella rivoluzione green c’è ancora la speranza che l’incantesimo non finisca, rivelando l’assurdità degli obiettivi che ci vengono imposti per accelerare la transizione energetica. «Non è troppo tardi», ha detto Guterres ai capi di Stato accorsi a Dubai, per continuare la narrazione catastrofica. «Potete prevenire lo schianto planetario e l’incendio. Abbiamo le tecnologie per evitare il peggio del caos climatico, se agiamo ora», ha sostenuto, «I Paesi sviluppati devono mostrare come raddoppieranno i finanziamenti per l’adattamento portandoli a 40 miliardi di dollari all’anno entro il 2025, in attuazione dell’Accordo di Parigi, e chiarire come riusciranno a raggiungere i 100 miliardi di dollari», sempre negli obiettivi concordati. Nella scia di devastazione e disperazione, dei record climatici che sarebbero stati infranti quest’anno secondo il rapporto dell’Organizzazione metereologica mondiale, il politico portoghese ha affermato che «quest’anno le comunità di tutto il mondo sono state colpite da incendi, inondazioni e temperature torride e l’impatto è devastante». Il caos climatico starebbe «alimentando le fiamme dell’ingiustizia. Il riscaldamento globale sta mandando in tilt i bilanci, facendo lievitare i prezzi dei prodotti alimentari, sconvolgendo i mercati energetici e alimentando una crisi del costo della vita». Inarrestabile, così ha proseguito: «Il riscaldamento globale record dovrebbe far venire i brividi lungo la schiena dei leader mondiali. E dovrebbe spingerli ad agire», verso le energie rinnovabili. Con un messaggio affidato a X, è tornato a insistere sull’urgenza di arrivare a zero emissioni di CO2 per non superare il punto di non ritorno. «Non ridurre. Non diminuire. Eliminazione graduale», dei combustibili fossili. Tra i commenti sui social, gli è stato suggerito di adoperarsi per «l’eliminazione graduale dell’odio antisemita inculcato dall’Unrwa», l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente. Guterres, infatti, continua a sostenere le ragioni dello Stato palestinese. L’ha fatto all’indomani dello spaventoso attacco di Hamas contro Israele, il 7 ottobre scorso, quasi giustificando gli atti di terrore perché «il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione». Queste sono state le sue criticatissime parole. E l’ha continuato a ribadire in ogni occasione. Anche ieri, il pensiero del segretario generale delle Nazioni Unite non andava a Israele ma alla Striscia. «Mi rammarico profondamente che le operazioni militari siano riprese a Gaza. Spero ancora che sia possibile rinnovare la pausa stabilita. Il ritorno alle ostilità dimostra solo quanto sia importante avere un vero cessate il fuoco umanitario», ha scritto su X.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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