- Superati limiti tecnologici che si consideravano strutturali, la cosiddetta «manifattura additiva» viene sempre più utilizzata nei teatri di guerra (per esempio in Ucraina). Ma lo è anche da terroristi e delinquenti comuni: bastano poche centinaia di euro e materiali facilmente reperibili.
- Scaricare un manuale online è un gioco da ragazzi. A Verona tre minorenni avevano costruito un «laboratorio domestico» con l’intento di vendere i loro «prodotti».
- TikTok funge da vetrina. Mentre su canali criptati come Telegram e (soprattutto) Odysee alcuni collettivi postano aggiornamenti su test balistici e nuovi file messi in rete.
Lo speciale contiene tre articoli.
Negli ultimi anni quelli che venivano considerati limiti strutturali della produzione additiva, ovvero la stampa 3D, applicata al settore degli armamenti sono stati progressivamente superati. Una tecnologia inizialmente confinata alla prototipazione e agli usi amatoriali si è trasformata in uno strumento sempre più diffuso, capace di incidere in modo concreto sulla progettazione e sulla realizzazione di armi. Oggi questi sistemi compaiono tanto nei teatri di guerra quanto in contesti criminali, segnando un passaggio destinato a influenzare profondamente gli equilibri della sicurezza globale. Dai fucili FGC-9 entrati negli arsenali delle milizie del Myanmar ai sequestri effettuati in Australia di pistole, caricatori e munizioni prodotti con stampanti domestiche, la diffusione della manifattura additiva ha coinvolto una pluralità di attori: gruppi criminali, organizzazioni estremiste e perfino eserciti regolari alle prese con vincoli nelle catene di approvvigionamento. In questo contesto la stampa 3D diventa uno strumento estremamente flessibile, utilizzato per aggirare i mercati tradizionali, aumentare la resilienza operativa o sopperire alla scarsità di risorse.
Come sottolinea Monalisa Hazarika, responsabile della comunicazione strategica e delle partnership presso lo Scrap Weapons Project della Soas University of London, la crescente diffusione di armi prodotte con tecnologie accessibili rappresenta una sfida significativa per i sistemi di controllo, soprattutto per la difficoltà di tracciarne produzione e circolazione. Il quadro che emerge è ormai chiaro: la produzione additiva non è più una curiosità marginale ma una realtà che si sta imponendo come fattore di trasformazione all’interno dell’architettura contemporanea della sicurezza. L’impatto è evidente nei processi produttivi. La disponibilità di progetti open source consente oggi di realizzare armi e componenti militari al di fuori delle filiere industriali tradizionali, accelerandone la diffusione e la disponibilità. Dal 2021 i sequestri sono aumentati in modo significativo mentre nei teatri di guerra si moltiplicano i test su telai per armi, munizioni per droni e sistemi di riparazione sul campo con l’obiettivo di ridurre i costi e migliorare l’efficienza operativa.
Rispetto al 2013 quando la pistola Liberator rappresentava poco più di una dimostrazione di fattibilità, il salto tecnologico appare evidente. Progetti come la carabina FGC-9 o la pistola Urutau segnano un’evoluzione sostanziale: possono essere costruiti senza componenti regolamentate e utilizzando stampanti 3D di uso comune e materiali facilmente reperibili. La FGC-9 introdotta nel 2020 è stata impiegata in Myanmar da diverse formazioni armate dimostrando come queste soluzioni possano compensare carenze logistiche in scenari di conflitto prolungato. Urutau è una pistola realizzata tramite stampa 3D ideata da un progettista brasiliano che opera sotto lo pseudonimo di Ze Carioca. Si tratta di un’arma semiautomatica calibro 9 mm, concepita per essere costruita con attrezzature essenziali. Il progetto è accompagnato da istruzioni dettagliate che illustrano non solo le fasi di assemblaggio, ma anche le modalità per mantenere riservato il processo produttivo.
Accanto alle armi leggere si sta sviluppando anche il tema delle munizioni prodotte tramite stampa 3D. Sebbene la ricerca accademica resti limitata il dibattito online è in piena espansione e suggerisce che l’innovazione in questo ambito procede spesso al di fuori dei circuiti ufficiali e dei controlli normativi rendendo più complesso qualsiasi tentativo di regolamentazione. Tuttavia, le conseguenze di questa evoluzione vanno ben oltre il perimetro delle armi leggere. La produzione additiva sta trovando un impiego sempre più diffuso anche nel settore dei droni, permettendo di realizzare su richiesta strutture, sistemi di sgancio e una vasta gamma di componenti. Questo approccio consente di abbattere i costi, eludere vincoli legati alle importazioni e garantire agli utilizzatori un livello di flessibilità senza precedenti. Quella che inizialmente era una sperimentazione sta rapidamente diventando una risorsa concreta nei conflitti contemporanei, ormai visibile su numerosi campi di battaglia.
In Ucraina, ad esempio, tecnici e reti di volontari stanno producendo parti e munizioni per droni sfruttando la stampa 3D. Studi recenti indicano che alette e sistemi stabilizzatori realizzati con questa tecnologia vengono applicati a granate o cariche esplosive sganciate da piccoli velivoli, aumentandone la precisione e l’efficacia operativa. Altri rapporti segnalano la realizzazione di droni come il Liberator-MK1 e MK2, piattaforme ad ala fissa con struttura stampata in 3D e rinforzata in fibra di vetro, capaci di trasportare fino a 1,5 chilogrammi di esplosivo e impiegate da gruppi ribelli in Myanmar. In Yemen, le milizie Houthi sono note per utilizzare la stampa 3D nella produzione di componenti per droni e missili. In questo contesto un recente rapporto delle Nazioni Unite ha evidenziato come Al-Shabaab, in Somalia, stia sperimentando l’impiego della manifattura additiva per adattare sistemi aerei senza pilota di tipo commerciale, ampliandone le capacità operative. L’utilizzo della stampa 3D si estende inoltre alla produzione di ordigni esplosivi, granate e altre munizioni. Diversi gruppi armati hanno iniziato a realizzare dispositivi utilizzando involucri, alette e stabilizzatori stampati in 3D. Tra i casi più noti figurano le cosiddette «bombe a caramella», contenitori prodotti con stampanti 3D e riempiti con esplosivi convenzionali e frammenti metallici; oppure munizioni modificate con elementi stabilizzanti realizzati digitalmente, oltre a basi e componenti per mortai. Oltre alle armi complete, la manifattura additiva viene impiegata anche per produrre accessori e parti di ricambio, tra cui caricatori per pistole e fucili, impugnature, castelli e dispositivi di conversione per armi automatiche. A questi si aggiungono soluzioni personalizzate, come piattaforme di atterraggio per droni o componenti destinati a sistemi più complessi, confermando come la stampa 3D stia progressivamente ridefinendo non solo la produzione, ma anche l’impiego degli strumenti militari contemporanei.
Ma quanto vale il mercato delle armi stampate in 3D? È difficile da quantificare con precisione perché si sviluppa in gran parte fuori dai circuiti ufficiali e sfugge alle tradizionali metriche economiche. A differenza dell’industria bellica convenzionale, non esistono grandi produttori, bilanci pubblici o flussi commerciali tracciabili. Tuttavia, è possibile delinearne una stima indiretta partendo dal settore più ampio della manifattura additiva, che a livello globale supera ormai i 20 miliardi di dollari e continua a crescere a ritmi sostenuti. All’interno di questo ecosistema, la componente legata alle armi rappresenta una quota marginale dal punto di vista finanziario, ma con un peso sproporzionato sul piano strategico. Il «valore» non risiede tanto nel fatturato quanto nella capacità di abbattere i costi di accesso alla produzione di armamenti. Con poche centinaia di euro per una stampante e materiali facilmente reperibili, è possibile realizzare componenti funzionali o intere armi rudimentali. In questo senso, il mercato delle armi 3D vale poco come volume economico, ma moltissimo come leva di trasformazione: sposta il baricentro dalla produzione industriale alla diffusione di conoscenza tecnica, rendendo la capacità di armarsi più accessibile, decentralizzata e difficilmente controllabile.
Pistole, taser e tirapugni. Crescono i sequestri in Italia
Dalla propaganda radicale diffusa online fino alle stanze degli adolescenti. Nel 2025 la diffusione delle armi realizzate con stampanti 3D in Italia segna un passaggio decisivo: non è più un fenomeno circoscritto a singoli ambienti estremisti, ma si estende alla criminalità diffusa, abbassando l’età dei protagonisti e ampliando i rischi per la sicurezza. Un caso emblematico arriva dall’Abruzzo. A Sant’Egidio alla Vibrata, in provincia di Teramo, un ragazzo di 17 anni è stato fermato il 13 aprile e collocato in una comunità su disposizione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il provvedimento, richiesto dalla procura minorile, è stato eseguito dalla Digos di Teramo insieme a quella dell’Aquila. Il giovane è ritenuto gravemente indiziato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali, etnici e religiosi, oltre che di attività di addestramento con finalità terroristiche. Le indagini erano partite dall’attività sui social, dove il minorenne diffondeva contenuti legati al suprematismo e all’accelerazionismo, la teoria che invoca il collasso della società attraverso la violenza. Una perquisizione aveva portato al sequestro dei dispositivi informatici, all’interno dei quali gli investigatori hanno trovato un vasto archivio digitale: propaganda neonazista ed estremista, materiali di incitamento all’azione e istruzioni dettagliate per la costruzione di armi.
Tra i file figuravano manuali per realizzare armi da fuoco con stampanti 3D, guide operative sull’uso di coltelli e documenti che indicavano come colpire punti vitali del corpo umano per rendere più efficace un’aggressione. In alcune chat sarebbero emersi anche contenuti estremi, con riferimenti a pratiche violente e rituali contro individui considerati «inferiori», in un contesto ideologico fondato sulla supremazia razziale. Particolarmente rilevante è l’aspetto dell’autoaddestramento. Il giovane, che disponeva di una stampante 3D, conservava istruzioni per assemblare una pistola semiautomatica, indicazioni operative per preparare azioni violente ed eludere i controlli, oltre a tutorial per la realizzazione di componenti di armi calibro 9x19 mm. Tra il materiale sequestrato anche un video che illustrava nel dettaglio la costruzione di una bomba molotov.
Se questo episodio evidenzia il legame tra radicalizzazione e tecnologia, un altro fronte mostra come il fenomeno stia penetrando nella criminalità giovanile. A Verona, tre minorenni hanno allestito un laboratorio domestico in cui producevano tirapugni in fibra di carbonio e dispositivi elettrici simili a taser utilizzando stampanti 3D, con l’obiettivo di venderli. Non si tratta di armamenti militari, ma il segnale è chiaro: strumenti offensivi possono essere creati senza controlli, con costi ridotti e competenze facilmente reperibili online. È qui che si misura il vero cambiamento. Negli anni precedenti, i casi italiani erano legati a contesti più strutturati. Nel 2024, a Pescara, un giovane era stato arrestato mentre cercava di costruire una pistola interamente stampata in 3D, modello FGC-9, all’interno di circuiti estremisti. A Roma, poco dopo, un’altra indagine aveva evidenziato collegamenti tra suprematismo online e produzione di «ghost gun», armi prive di matricola e quindi non tracciabili. Nel 2025, invece, la produzione si frammenta. Meno armi complete e più componenti, accessori e strumenti alternativi: oggetti più semplici da realizzare, meno visibili e più difficili da intercettare. È una trasformazione coerente con la logica della stampa 3D, che consente di produrre singole parti aggirando controlli e normative.
A rendere il quadro ancora più complesso è la dimensione digitale. Online circolano migliaia di progetti scaricabili o condivisi in circuiti chiusi. Forum, chat criptate e piattaforme peer-to-peer funzionano come snodi di distribuzione. In questo contesto, la distanza tra curiosità tecnologica e illegalità si riduce drasticamente: un file può trasformarsi in un’arma in poche ore, senza bisogno di reti criminali tradizionali. Per le autorità, la sfida è duplice: da un lato la diffusione di armi senza matricola rende la tracciabilità estremamente difficile; dall’altro la produzione decentralizzata elimina i tradizionali punti di controllo. Non esistono più filiere da interrompere: la fabbricazione è invisibile e potenzialmente ovunque. Il rischio non è solo quantitativo ma qualitativo. La tecnologia sta trasformando l’accesso alle armi, rendendolo individuale e difficilmente controllabile. Il caso di Verona, con protagonisti adolescenti, rappresenta il segnale più inquietante: la stampa 3D esce dall’eccezionalità e diventa uno strumento alla portata di chiunque. Il 2025 segna così il passaggio definitivo dalla produzione clandestina, confinata a circuiti ristretti e organizzati, alla diffusione domestica su larga scala, accessibile anche a singoli individui senza particolari competenze tecniche. Una trasformazione estremamente silenziosa, che si sviluppa lontano dai riflettori e senza segnali immediatamente percepibili, ma destinata a incidere in modo profondo e duraturo sugli equilibri della sicurezza, rendendo sempre più complesso il lavoro di prevenzione e controllo da parte delle autorità nei prossimi anni.
Così l’arsenale si scarica dal Web
La fabbricazione di armi letali non passa più solo dalle officine clandestine della criminalità organizzata. Oggi l’arsenale si scarica dal web e si stampa in salotto. Il movimento denominato «3D2A» (3D Second Amendment) ha trasformato semplici file digitali in armi da fuoco funzionanti, utilizzando i social media come infrastruttura logistica e pubblicitaria. Non si tratta di prototipi rudimentali, ma di modelli capaci di sparare centinaia di colpi, sfuggendo a ogni tracciamento e metal detector. Su TikTok, nonostante i divieti, proliferano video che mostrano l’assemblaggio di pistole e carabine dai colori sgargianti: viola, verde acido, arancione. L’obiettivo è doppio: eludere i sistemi di moderazione automatica, che scambiano queste armi per giocattoli innocui, e creare un’estetica «pop» che attira una nuova generazione di utenti. Per aggirare la censura, i creatori utilizzano un codice specifico: scrivono «g0ns» o «w3ap0n» e usano hashtag come #3D2A o #FOSSCAD.
TikTok funge da enorme imbuto pubblicitario: il video virale serve a intercettare l’interesse dell’utente, che viene poi smistato, tramite link esterni, verso canali Telegram criptati o piattaforme video decentralizzate come Odysee, dove la censura è praticamente inesistente. Se TikTok è la vetrina, X (ex Twitter) e Reddit sono i centri di coordinamento tecnico. Su X, figure di spicco della community come «IvanTheTroll» postano aggiornamenti quotidiani sui test balistici e sui nuovi file messi in rete. Qui la narrazione è radicale: «Can’t stop the signal» («non potete fermare il segnale») è il motto di chi rivendica il diritto di stampare armi come forma estrema di libertà di parola.
Su Reddit, all’interno del forum r/fosscad, oltre 100.000 iscritti condividono dettagli tecnici che, fino a pochi anni fa, erano esclusivo appannaggio delle industrie di armi. Si discute di come trattare chimicamente l’acciaio per produrre canne rigate in casa (elettroerosione) e di quali polimeri, come il Pla rinforzato con fibra di carbonio, offrano la massima resistenza alle alte temperature e alle esplosioni. Il centro dell’arsenale digitale, però, è Odysee, una piattaforma basata su blockchain. Qui risiedono i canali di collettivi come The Gatalog e Deterrence Dispensed. È qui che è nata la FGC-9 (Fuck Gun Control 9mm), l’arma simbolo del movimento. La sua pericolosità risiede nel design: è stata progettata per non richiedere alcun pezzo d’arma regolamentato. Ogni componente può essere stampato in 3D o costruito con materiali acquistabili in ferramenta, come tubi idraulici e molle comuni.
L’efficacia di queste armi è uscita dalla teoria per entrare prepotentemente nella cronaca nera. In Italia, le recenti operazioni della Digos e della Polizia Postale, a Treviso e Napoli, hanno dimostrato che il fenomeno è già realtà: soggetti legati a diverse aree ideologiche o alla semplice criminalità comune sono stati trovati in possesso di file Cad pronti per la produzione. La sicurezza nazionale è sotto scacco, senza precedenti. Il reato è diventato immateriale: l’arma esiste come sequenza di dati fino a pochi istanti prima di essere materializzata. Mentre le autorità cercano di controllare la vendita fisica di armi, il mercato nero si è già spostato nella fibra ottica, rendendo ogni stampante 3D domestica una potenziale fabbrica d’armi illegale a costo zero.







