Dopo i casi a Perugia e Napoli, spuntano legali spiati a Torino. Oggi il presidio di protesta
Dall’8 giugno gli avvocati penalisti si astengono dalle udienze in segno di protesta per la vicenda sollevata dall’avvocato Alessandro Cannevale su questo giornale, ovvero «la registrazione illegittima» di settanta colloqui intercorsi tra una dozzina di legali e alcuni detenuti del carcere perugino di Capanne.
Quasi in contemporanea, è emerso il caso dei penalisti di Napoli videoregistrati a loro insaputa dentro il Tribunale nell’ambito di un’indagine su alcune presunte testimonianze mendaci. Per tale «sfregio», quasi un centinaio di avvocati, il 27 maggio scorso, ha «scortato», in segno di solidarietà, a un’udienza dello stesso processo, uno dei colleghi «spiati»: l’ottantanovenne Raffaele Esposito, iscritto all’albo d’onore delle toghe napoletane. A seguito di tali gravi episodi, a Perugia, questa mattina si terrà la manifestazione nazionale dell’Unione camere penali intitolata «Senza riservatezza non c’è difesa», che si svolgerà a piazza della Repubblica a partire dalle 11 e si aprirà con gli interventi dei vertici delle Camere penali.
Il presidente nazionale, Francesco Petrelli, riassume con La Verità il senso dell’iniziativa: «Siamo nel capoluogo umbro in conclusione di cinque giorni di astensione dalle udienze, consapevoli che la tutela del diritto di difesa costituisce la linea di confine insuperabile che divide uno Stato di diritto da uno Stato di polizia». Per il rappresentante dei penalisti, «la funzione difensiva deve essere tutelata non come un privilegio di una categoria, ma come un bene prezioso che appartiene all’intera collettività e come baluardo della democrazia, così come lo intesero i nostri Padri costituenti». Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha preso molto sul serio la protesta e ha chiesto all’ispettorato generale di via Arenula di effettuare tutti gli accertamenti necessari a chiarire la vicenda e di formulare conseguenti proposte. Anche l’opposizione ha sposato la causa dei penalisti ispirata dal nostro scoop. Per esempio Walter Verini, segretario della commissione Giustizia e capogruppo Pd in Antimafia, ha dichiarato: «La protesta e lo sciopero delle Camere penali, nascono da motivazioni sacrosante. La vicenda delle captazioni (nel carcere di Capanne, ndr) è molto grave. Auspichiamo, perciò, che venga fatta la massima chiarezza sui fatti, anche attraverso l’ispezione promossa dal ministro della Giustizia».
In preparazione alla giornata di oggi, il 9 giugno, a Torino, si è tenuta un’importante assemblea pubblica organizzata dalla Camera penale del Piemonte occidentale per discutere dei fatti che hanno portato all’astensione (tema del dibattito: «Avvocati intercettati, che cosa resta del diritto alla difesa?»). Il presidente delle Camere penali di Torino, Roberto Capra, con La Verità, va al nocciolo della questione: «Il diritto di difesa è da tempo sotto attacco. I fatti di Perugia sono di una gravità inaudita, ma non possono certo considerarsi una situazione isolata. La riservatezza delle relazioni tra avvocato e cliente è uno dei profili cardine del diritto, costituzionalmente tutelato, di difendersi di fronte alla pretesa punitiva dello Stato».
Più di un legale ha denunciato come ciò che è successo a Perugia e Napoli sia accaduto anche a Torino. Particolarmente puntuto l’intervento di Gianluca Vitale, del Legal Team Italia, un’associazione di avvocati impegnati «per la tutela dei diritti e dei più deboli»: «L’ascolto delle conversazioni tra il difensore e l’assistito è, purtroppo, un qualcosa che accade non così di rado. Durante l’assemblea torinese di martedì, un collega ha denunciato mesi di intercettazioni delle sue conversazioni con un suo assistito, indagato di omicidio, poi confluite nel fascicolo del pm probabilmente senza neppure che questi se ne fosse reso conto», ha detto alla Verità.
Vitale, senza citarlo espressamente, ha fatto riferimento anche al procedimento contro numerosi esponenti del centro sociale Askatasuna, in cui è coinvolto come legale: «In un altro caso, per il quale è pendente in questi giorni il giudizio di appello, le intercettazioni degli indagati hanno portato all’ascolto e alla trascrizione nei brogliacci di varie conversazioni con i difensori, consentendo sia alla Polizia giudiziaria sia alla Procura di conoscere ciò che avrebbe dovuto restare nell’ambito dell’inviolabilità». Un colpo basso che, secondo Vitale, non ha giustificazioni: «A nulla rileva che poi, durante il dibattimento, quelle conversazioni siano state cancellate, perché quel diritto alla riservatezza è ormai stato calpestato e gli inquirenti hanno ascoltato ciò che non avrebbero potuto. Il problema non è l’utilizzo processuale, ma il fatto stesso che strategie, valutazioni, ragionamenti su testi o documenti, siano stati sentiti. Che una parte processuale, o la polizia giudiziaria, abbia potuto ingerirsi nella sfera riservata dell’altra parte».
Va detto che la Procura ha sostenuto di non avere avuto contezza di queste intercettazioni, ma per il legale questo «significherebbe che il pm non ha il pieno controllo delle indagini e acquisisce acriticamente e supinamente ciò che la polizia giudiziaria riversa nel fascicolo».
Nel corso del suo intervento, il presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino, Simona Grabbi, ha sottolineato l’importanza di tutelare la segretezza nel rapporto tra difensore e assistito nel delicato momento delle perquisizioni negli studi legali, «a fronte dell’opinabile giurisprudenza che sospende le garanzie previste dalla legge laddove l’avvocato sia indagato e non sia solo un difensore di una persona indagata». Per il presidente, gli studi legali devono rimanere inviolabili anche quando i titolari sono sotto inchiesta, per evitare che, durante i controlli, possano essere acquisiti fascicoli di clienti che nulla c’entrano con l’indagine che ha portato il legale a essere iscritto sul registro. La Grabbi ha anche sottolineato che l’estrazione delle copie forensi dei vari dispositivi elettronici in uso ai difensori perquisiti deve avvenire per parole chiave e non indiscriminatamente. Posizioni garantiste che sono state condivise anche dal procuratore Giovanni Bombardieri. L’avvocato Ennio Galasso, dell’Associazione nazionale forense ed ex capogruppo di Alleanza nazionale in Regione, ha citato un interessante aneddoto: «Molti anni fa Elvio Fassone, colto e sensibile magistrato, oltre che ex parlamentare del Pci, raccontò un episodio che lo aveva coinvolto. Rispondendo a un tizio ingiustamente condannato che gli faceva notare un evidente errore, si era così giustificato: “Ma noi operiamo a fin di bene”. Di rimando, ricevette una risposta che apprezzò e che, successivamente, consegnò a noi avvocati. Questa: “Voi dovete operare bene, non a fin di bene”. Se i magistrati invocano la virtù, scivolano verso una funzione epuratrice e chi non condivide diventa cospiratore». Durante l’assemblea, Roberto Brizio, di Giuristi democratici, ha chiosato: «Mi fa paura chi è convinto di essere portatore della verità assoluta».
L’uomo che con la sua denuncia ha dato lo spunto per la manifestazione di Perugia, l’avvocato Cannevale, che per quarant’anni è stato dall’altra parte della barricata con la funzione di pm, conclude: «Una cosa mi sembra chiara: per i magistrati, il processo a base di intercettazioni è il paese dei balocchi. Ci si lavora poco, la polizia giudiziaria ti prepara tutto il kit, dalla prima richiesta di intercettazione all’informativa finale che, puntualmente, conferma l’ipotesi di partenza. La difesa insegue in affanno e, quando comincia a lavorare, il cliente è stato già cucinato per le feste, è finito in galera o almeno è stato svillaneggiato sui giornali. Per la condanna non servono riscontri obiettivi, bastano le parole. E poi, per sbaglio, si possono registrare tante cose interessanti, il proibito è sempre molto interessante. Si, è proprio il paese dei balocchi».


















