Alessandro Cannevale: «Nel carcere di Perugia intercettati i dialoghi tra avvocati e detenuti»
Il carcere di Perugia è diventato una specie di Grande fratello per avvocati e detenuti. Purtroppo a loro insaputa. Forse sarebbe meglio parlare di un Panopticon, il carcere «ideale» pensato nel 1791 dal filosofo inglese Jeremy Bentham. Prevedeva una torre centrale di sorveglianza e celle disposte in modo circolare: nel progetto un solo guardiano poteva osservare tutti i prigionieri senza essere visto, creando un controllo costante e invisibile che induceva l’autodisciplina.
In Sorvegliare e punire Michel Foucault aveva criticato fortemente una forma di potere basata su tale modello, liquidandolo come la metafora perfetta della società moderna.
Cinquant’anni dopo eccoci qua a discutere di un carceriere occhiuto come mai rilevato nell’Italia repubblicana.
Ne parliamo con l’avvocato Alessandro Cannevale, ex procuratore di Spoleto. Il quale ha scoperto una presunta invasione di campo dei suoi ex colleghi di Perugia, in un fascicolo avviato dall’attuale procuratore reggente Gennaro Iannarone.
Cannevale, insieme con le colleghe Silvia Egidi e Silvia Lorusso, difende l’avvocato Daniela Paccoi, accusata di far parte di un’associazione dedita al traffico di stupefacenti. Durante le indagini sono stati intercettati i colloqui in carcere della Paccoi e di un suo collega di studio (non indagato, ndr) con un loro cliente, G. C., accusato di far parte di quella stessa organizzazione».
Avvocato ritiene che i diritti della difesa siano stati violati?
«Nonostante il codice di procedura penale lo vieti senza eccezioni, i giudici della Cassazione hanno stabilito che è ammissibile l’intercettazione dei colloqui fra legale e cliente, purché costituiscano essi stessi reato e non riguardino la strategia difensiva. Se nel nostro caso sussistessero o meno le condizioni per intercettare i due avvocati ne discuterò all’interno del procedimento, se sarà necessario. Confido che l’innocenza dell’avvocato Paccoi sarà riconosciuta».
Qual è allora il problema?
«In questo caso, purtroppo, ho rilevato un’altra violazione del diritto di difesa. Credo che sia giusto renderla pubblica perché non riguarda le accuse rivolte all’avvocato Paccoi e interessa tutti gli indagati e tutti i legali che fanno o potrebbero fare colloqui in carcere, o almeno nella casa circondariale di Perugia».
Partiamo dall’inizio…
«Dagli atti del procedimento risulta che il pm abbia chiesto e ottenuto solo l’autorizzazione a intercettare le conversazioni tra la Paccoi e il suo cliente nella sala colloqui del carcere. Come difesa stiamo ascoltando tutte le registrazioni, comprese quelle derubricate dalla stessa polizia giudiziaria come “non trascritte e non utili alle indagini”. E lo stiamo facendo perché non possiamo accontentarci della valutazione degli investigatori: ciò che non è utile alle indagini può esserlo per la difesa».
E che cosa avete scoperto?
«Abbiamo verificato con stupore che tra le conversazioni registrate e, successivamente, “scartate” non ci sono solo i colloqui di G.C. con i suoi avvocati, ma anche decine di conversazioni di altri reclusi con i loro legali».
Può dare qualche numero?
«La collega che sta sentendo le registrazioni ha già verificato che sono stati intercettati 28 incontri di detenuti diversi da G.C. La maggioranza di loro non era a colloquio con la collega Paccoi, né con avvocati da lei delegati, ma con almeno altri sei difensori. I clienti, contando sul segreto professionale, si sono confidati con i propri legali, a cui hanno rivelato anche fatti intimi estranei ai reati dei quali erano accusati».
A che cosa si riferisce?
«Per esempio in quelle chiacchierate possono essere state affrontate questioni di cui si fa fatica a parlare anche con i parenti, come le condizioni di salute o i problemi famigliari. Ma non posso entrare nei particolari, anche perché quando la collega si è resa conto di che cosa stesse sentendo, ha interrotto l’ascolto…».
Lei ha fatto il pm per moltissimi anni. Non le era mai capitata una vicenda analoga?
«Sinceramente no. E non ho ancora finito di raccontare…».
Prego…
«Come è ovvio l’oggetto principale di tali colloqui era l’elaborazione delle strategie difensive che indagati e imputati avevano tutto il diritto di non anticipare all’accusa».
Non può essersi trattato di un errore?
«Se così fosse, ci troveremmo di fronte a una lunga e clamorosa sequenza di sbagli, ma non è questo il punto. Errore o meno, sia l’ascolto che la registrazione di tali conversazioni si potevano e si dovevano evitare. Il codice stabilisce che il pubblico ministero indichi alla polizia giudiziaria “le modalità delle operazioni”. In questo caso poteva benissimo ordinare di attivare la registrazione solo quando la Paccoi e il suo cliente si fossero accomodati nella sala colloqui. Nel momento stesso in cui uno dei due fosse uscito, la captazione andava fermata».
Le risulta che il carcere perugino sia oggetto di un controllo continuo?
«L’unica cosa di cui sono certo è che sono state sottoposte a intercettazione tutte e quattro le sale colloqui del carcere di Capanne. Non so, invece, perché non è desumibile dai verbali delle operazioni, se le microspie siano stabilmente installate in quelle stanzine o se siano state montate per l’occasione».
Era difficile evitare intercettazioni non autorizzate?
«Assolutamente no. Gli operatori avrebbero potuto controllare gli ingressi mediante una o più telecamere. Se non erano in grado di farlo, non avrebbero dovuto nemmeno iniziare. Non basta. In mancanza di occhi elettronici, ritengo che la direzione del carcere non avrebbe dovuto autorizzare l’installazione delle microspie nelle sale colloqui».
Ci sono norme ad hoc che regolano questo tipo di attività?
«Dal 2024 la legge impone l’immediata interruzione delle operazioni non appena risulti che l’intercettazione è vietata. Ciò, secondo me, significa che, almeno quando si fanno captazioni nella sala colloqui di un carcere, non si può registrare un dialogo e ascoltarlo in un secondo momento: bisogna sentirlo in diretta e interrompere ascolto e registrazione non appena si comprende che si stanno intercettando le persone sbagliate. Bisogna che gli inquirenti si prendano questo disturbo, se proprio vogliono sentire ciò che un detenuto dice al suo difensore».
Ma lei è sicuro che siano stati sentiti anche gli audio di altri avvocati e clienti?
«Credo proprio di sì, altrimenti la polizia giudiziaria come avrebbe potuto attestare la loro inutilizzabilità nei brogliacci? Poi quegli stessi file sono stati messi a disposizione anche di noi difensori, che a nostra volta non avremmo avuto titolo per sentirli».
In conclusione, a Perugia ritiene che sia stato commesso un reato?
«Se dobbiamo affidarci al “diritto vivente” direi proprio di no».
Che cosa è il «diritto vivente»?
«Sostanzialmente è l’insieme dei principi consolidati affermati da più sentenze della Cassazione, specie quando intervengono le Sezioni unite».
Quindi sono le regole che i magistrati si danno da soli?
«È proprio così. Secondo le sentenze della Cassazione la sala colloqui di un carcere non è un luogo di privata dimora, neanche quando il detenuto parla con il suo avvocato. Ma io credo che l’intercettazione illegittima di comunicazioni fra l’accusato e il difensore sia un’ingerenza diretta nella vita privata vietata dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, oltre che una violazione dei diritti della difesa. E queste, secondo me, erano decisamente intercettazioni illegittime, visto che il giudice non le aveva autorizzate. Mi pare sia così anche per il “diritto vivente”».
Ha riscontrato ulteriori anomalie?
«Un altro cliente illegittimamente intercettato dell’avvocato Paccoi, che chiamerò signor X, era imputato in un processo trattato dallo stesso magistrato che aveva in carico le indagini contro la mia assistita. Non so se gli operatori abbiano ascoltato interamente i colloqui fra la Paccoi e il signor X, né se abbiano riferito il contenuto delle conversazioni al pm. Però so che in quel colloquio i due hanno discusso la strategia difensiva da adottare nel processo. Il fatto stesso che l'ufficio del pubblico ministero fosse nelle condizioni di conoscere in anticipo le mosse della difesa, a mio avviso, ha garantito all’accusa, una posizione di indebito vantaggio».
Ma se non è un reato, i pm non pagheranno il fio…
«In verità la Corte europea prende molto sul serio il tema delle garanzie, tanto che l’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo vieta espressamente agli inquirenti di prendere conoscenza del contenuto di comunicazioni fra avvocato e cliente. Nella controversia tra Cyrille Laurent e lo Stato francese è stato riconosciuto dalla Corte di Strasburgo il diritto alla riservatezza di una comunicazione scritta tra un imputato e il suo legale».
Mi sta anticipando che intende presentare ricorso alla Cedu?
«Non ho ricevuto questo mandato dall’avvocato Paccoi. Quanto agli altri difensori intercettati e ai loro assistiti, non sanno neppure di essere stati ascoltati e registrati dalla polizia giudiziaria. E suppongo che non lo sapranno mai, il “diritto vivente” non prevede che ne siano informati».
Si rivolgerà al Csm?
«Non mi interessa che i magistrati vengano puniti, quanto che vengano riconosciuti dei principi di civiltà giuridica. Che in questo caso sono stati calpestati».
Forse il Sì al referendum avrebbe permesso di provare a porre rimedio a simili storture?
«Ormai il popolo ha deciso. Ma è stata un’occasione persa».






