- Con un decreto urgente, quindi evitando il Parlamento, il governo spagnolo ha legalizzato almeno mezzo milione di irregolari. La Chiesa esulta: «Contribuiranno al nostro bene». La polizia: «Sistema al collasso. Così si fa un favore ai trafficanti di uomini».
- Cpr in Albania: quattro i nodi principali. Matteo Piantedosi: «Da giugno i centri torneranno a funzionare».
Lo speciale contiene due articoli
Non lo avrà fatto con il favore delle tenebre, ma in modo poco ortodosso sì. Il governo di Pedro Sánchez, infatti, ieri ha regolarizzato oltre 500.000 immigrati presenti in Spagna. Lo ha fatto con un decreto urgente, evitando così il passaggio dal Parlamento dove non avrebbe avuto la maggioranza. Eppure l’urgenza non c’era. O meglio: ci sarebbe stata l’impellenza di fermare l’immigrazione incontrollata visto che il Paese è passato da poco più di 100.000 irregolari nel 2017 agli oltre 840.000 attuali. Il ministro (anche se lei preferirebbe farsi chiamare ministra) per l’Inclusione, la Sicurezza sociale e le Migrazioni, Elma Saiz, ha affermato che quest’atto è stato necessario per non «voltare lo sguardo altrove». In realtà non è così. Perché l’obiettivo, dichiarato peraltro dalla stessa Saiz a France Presse, è quello di sostenere la crescita economica del Paese. In questo modo, infatti, e sono le parole del ministro, gli ex irregolari potranno «lavorare in qualsiasi settore, in tutto il Paese». Tradotto: regolarizzare i migranti per farli lavorare a basso costo. O meglio ancora: sfruttamento mascherato da buone intenzioni.
La misura si applica a tutti gli stranieri che sono presenti in Spagna da almeno cinque mesi e che sono arrivati prima del 31 dicembre scorso. Bastano cinque mesi per prendere la cittadinanza spagnola e, quindi, europea. Con un certo orgoglio, la Saiz ha affermato che «a partire dal mese di aprile tutte le domande potranno essere presentate fino al 30 giugno» e che questa iniziativa ha come scopo quello di «riconoscere e dare dignità, offrendo garanzie, opportunità e diritti alle persone che si trovano già nel nostro Paese». Ci saranno così 500.000 cittadini in più. O, forse, oltre 800.000, secondo quanto ha affermato la segretaria generale di Podemos, Ione Belarra, in un’intervista a Cadena Ser. Una linea sposata anche dalla Chiesa spagnola, che è sempre più in crisi. Il presidente della Conferenza episcopale, Luis Argüello, ha parlato di «buona notizia che faciliterà il contributo al bene comune di molti immigrati che già lavorano, frequentano la scuola, usufruiscono dei servizi sanitari e sociali e, a volte, vivono in condizioni precarie tra noi. In questo modo viene riconosciuta la loro dignità». Il prelato, bontà sua, aggiunge poi nell’intervista a El Pais che «continuano ad esserci sfide relative all’integrazione che influenzano la vita quotidiana della nostra società».
Una di esse è quella relativa alla sicurezza. Non a caso, i primi a intervenire nel dibattito su questa legge sono stati i sindacati di polizia, che hanno espresso una forte contrarietà affermando che questa iniziativa rischia di portare al collasso il Paese. Il Sindacato unificato della polizia (Sup) ha definito il governo «totalmente irresponsabile» anche perché non è ancora chiaro «come sarà garantita la sicurezza» e quali saranno le «risorse reali» che verranno messe in campo. Ma non solo. Questa apertura rischia di rappresentare un incentivo per coloro che desiderano raggiungere l’Europa. «Entrare irregolarmente finisce per dare i suoi frutti», fanno sapere i sindacati di polizia, che definiscono questa iniziativa «un’ancora di salvezza» per i trafficanti di esseri umani. La Confederazione nazionale della polizia (Cep) si spinge ancora più in là, affermando che questo accordo politico rompe «due decenni di consenso sulla regolarizzazione degli immigrati e fa della Spagna un Paese che sta andando in una direzione diversa dai criteri dell’Unione europea rappresentando una mossa sconsiderata per la sicurezza pubblica».
Per la portavoce del Partito popolare spagnolo al Congresso, Ester Muñoz, il governo «propone la regolarizzazione in questo momento per cercare di nascondere ciò di cui parlano tutti gli spagnoli, ovvero se oggi sia sicuro prendere un treno». Posizione rilanciata anche dal leader del partito, Alberto Núñez Feijóo: «Fino a 46 morti. Centinaia di feriti. Nessuna dimissione. E la prima risposta di Sánchez è una regolarizzazione di massa per distogliere l’attenzione, aumentare l’effetto chiamata e sovraccaricare i nostri servizi pubblici. Nella Spagna socialista, l’illegalità viene premiata. La politica migratoria di Sánchez è assurda quanto quella ferroviaria. Quando arriveremo al governo, le cambierò da cima a fondo».
La decisione di Sánchez non riguarda solamente la Spagna, ma tutta l’Unione europea, che oggi si trova con almeno mezzo milioni di cittadini in più di cui si sa poco o nulla. «Non bisogna guardare altrove». È vero. Bisognerebbe guardare all’immigrazione irregolare e trovare un modo per gestirla davvero e per espellere chi delinque. Ma a Madrid preferiscono l’accoglienza facile.
«Legittimo trattenere i migranti?». La Consulta valuta il modello Albania
Quel lasso di tempo è ritenuto un limbo senza coperture giuridiche, a rischio di entrare in conflitto con l’articolo 13 della Costituzione che sancisce «l’inviolabilità della libertà personale». E in questo senso è stato interpretato dai legali di un immigrato senegalese spedito in Albania per il rimpatrio, poi richiamato in Italia per mancanza di convalida da parte del giudice, infine trattenuto in un Cpr di Bari in attesa di un nuovo provvedimento perché titolare di una fedina penale lunga qualche metro. Secondo l’avvocato Salvatore Fachile, difensore del pregiudicato, «il diritto di difesa è vanificato dal potere esecutivo, in quelle 48 ore non potrei fare un’istanza per motivi di salute o di non idoneità a stare in luoghi chiusi».
La metafora è singolare perché il suo assistito era stato condannato per tentato omicidio (pena scontata), per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, poi per furto e traffico di stupefacenti. Quindi è un frequentatore abituale di luoghi chiusi, nel senso di carceri. E nelle 48 ore cuscinetto non sarebbe un male tenerlo d’occhio, visto che è privo di passaporto, senza fissa dimora e con il riconoscimento di «pericolosità sociale». C’è una casistica infinita di soggetti assimilabili che prima sono scomparsi e poi sono tornati a delinquere. Il caso non dovrebbe neppure esistere, infatti la Cassazione (alla quale è stata sottoposta la vicenda) ha chiesto il rigetto di quattro quinti del ricorso. Ma sulla legittimità costituzionale di quelle 48 ore ha preferito chiamare in causa la Corte Costituzionale.
Ieri il giudice della Consulta, Francesco Viganò, ha sollevato davanti all’Avvocatura dello Stato quattro punti delicati.
1 In quale altra sede diversa dalla convalida del trattenimento potrebbe porsi la questione della compatibilità con la Costituzione?
2 Esiste una base giuridica per trattenere lo straniero che abbia chiesto la protezione internazionale in Albania, ritrasferendolo a Bari?
3 È possibile considerare la permanenza nel centro (48 ore) nonostante la mancata convalida (quella in Albania), un prolungamento della convalida precedente in Italia?
4 Se fosse valida questa soluzione, sarebbe compatibile con il diritto dell’Unione europea?
In attesa dello scioglimento del nodo giurisprudenziale che rischia di diventare un precedente per l’intero sistema, ecco l’ennesima conferma del tentativo dei giudici di sostituirsi al parlamento e regolamentare una materia di cui è responsabile l’esecutivo. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, rassicura: «Da giugno i centri torneranno in funzione a pieno regime. È una battaglia di civiltà. Il diritto d’asilo è un istituto nobilissimo su cui si sono consumati troppi abusi».
L’ostruzionismo delle toghe italiane è leggendario. Accade dall’inizio, quando due anni fa Giorgia Meloni fece aprire gli hub in Albania. Da allora la strada è stata lastricata di ricorsi e mancate convalide. Fino alla richiesta di intervento di mamma Corte di giustizia europea, che lo scorso agosto ha stabilito che un Paese «non può essere definito sicuro se non lo è per l’intera popolazione». Si era dimenticata che la Germania rimpatria in Afghanistan, luogo non propriamente liberale. Ma nessun giudice a Berlino si è mai sognato di invocare l’Europa per impedirglielo.







