I cadaveri provocati dalla strage di Charlie Hebdo sono ancora caldi quando l’emittente americana Fox News parla per la prima volta di «zone islamiche off-limits». Le autorità francesi negano che esistano. Quel termine è politicamente scorretto e, soprattutto, indica un problema che c’è anche se non lo si vuol vedere. Tuttavia, è proprio dalle «no go zone» di Parigi e Bruxelles che il terrorismo islamico tornerà più volte a colpire l’Europa.
Lo spiega bene un report pubblicato da New direction ed Empower Europe:Immigrazione, islamizzazione e l’ascesa delle società parallele, presentato ieri alla Camera dei Deputati.
In esso si delineano 11 parametri attraverso i quali stabilire se una determinata area sia o no una «no go zone». Un lavoro scientifico che analizza le principali metropoli del Vecchio continente, dimostrando come esistano in esse delle zone in cui le azioni criminali (in particolare rapine e stupri), il degrado e il rifiuto dello Stato raggiungano percentuali molto più alte rispetto alla media europea. A partire da questi dati, emergono tra le 900 e le 1.000 aree vietate nell’Unione europea. Tra queste, il celebre quartiere di Molenbeek in Belgio, ma anche quello di Le Castellane, a Marsiglia (dove il tasso di violenza sessuale è il 200% superiore a quello europeo). E anche l’area attorno alla stazione Termini di Roma, il quartiere Aurora a Torino e Quarto Oggiaro, alla periferia di Milano.
Una delle caratteristiche delle «no go zone» europee è che la percentuale di popolazione straniera è molto alta, tanto da toccare molto spesso il 40%. Un aumento che c’è stato a partire dagli anni Settanta in poi quando «i residenti nati all’estero costituivano meno del 5% della popolazione nei principali Paesi, percentuale che è salita al 13% in Francia, al 20% in Germania, al 19% in Belgio e al 20% in Svezia entro il 2023». Numeri che stanno crescendo nuovamente.
Per questo Sara Kelany, responsabile del dipartimento Immigrazione di Fratelli d’Italia, spiega alla Verità: «Per resistere e invertire questa tendenza dobbiamo innanzitutto continuare nella ferma politica di protezione dei confini inaugurata dal governo Meloni e che sta portando frutti in termini di diminuzione degli sbarchi e, inoltre, fissare un principio fondamentale: in Italia si rispettano le nostre leggi, non c’è spazio per sacche avulse dal contesto ordinamentale in cui si vorrebbe far prevalere la Sharia. Noi lo stiamo facendo, anche con provvedimenti molto seri, come la legge contro il separatismo religioso, nonostante le sinistre cerchino di far passare i nostri provvedimenti come islamofobi e liberticidi».
Perché l’alta percentuale di presenza islamica fa sì che si diffondano anche teorie legate all’islam più radicale. Ancora una volta sono i numeri a parlare: «Sebbene i profili degli autori varino, emerge un dato chiave: un numero significativo di questi terroristi proviene da determinate aree urbane comunemente denominate “zone vietate”». Se entriamo più nello specifico notiamo come «circa il 60% era costituito da immigrati di prima generazione, il 34% da immigrati di seconda generazione o successive (comunemente definiti “autoctoni” e il 6% da “europei di etnia europea”». È qui che nasce e si diffonde l’estremismo islamico, che fa della sharia la propria legge, in contrapposizione a quella dello Stato. Per questo, osserva Kelany, «occorre arginare una deriva che interessa tutta Europa e si sta pericolosamente sviluppando anche in Italia. Il separatismo islamico è una piaga che ha già colpito in maniera strutturale Stati come la Francia, il Belgio, la Germania e la Danimarca, noi abbiamo subito il dramma di politiche lassiste e no border delle sinistre per 10 anni e oggi ne paghiamo lo scotto».
Ma perché la sinistra favorisce l’immigrazione di massa? Per una questione ideologica, certo. Ma pure perché il voto islamico può tornarle utile. Guardiamo ai dati raccolti dal report: «Le comunità musulmane nell’Europa occidentale mostrano una netta maggioranza a favore dei partiti di sinistra, che varia tipicamente dal 70% al 90%». In Francia, per esempio, l’86% degli islamici ha votato François Hollande nel 2012. Nel 2022, invece, il 69% ha espresso la propria preferenza per Jean Luc Melenchon. Un po’ come è successo solamente poche settimane fa in Italia, in occasione del referendum, quando la comunità islamica si è schierata compatta per il No.
Al di là delle mere questioni di preferenze politiche, il problema immigrazione ha raggiunto la soglia di guardia. Per questo motivo anche governi di sinistra come quello tedesco stanno valutando (e attuando) politiche di rimpatrio degli stranieri. Non è questione di razzismo, di non volere includere l’altro. Si tratta semplicemente di buonsenso. Basterebbe guardare ai numeri, che non mentono mai.







