E per quale ragione continuano a stare lì? Semplice: perché l’assistente sociale che li segue e i responsabili della struttura continuano a dimostrare una incredibile rigidità, insistono a puntare il dito contro la madre Catherine, sostenendo che sia poco collaborativa, anzi ostile. Nella relazione depositata dall’assistente sociale Veruska D’Angelo si legge che la madre manda messaggi «ambivalenti», insomma per l’ennesima volta si ribadisce che il ruolo della donna sarebbe in qualche modo ostativo al corretto sviluppo dei bambini.
«La relazione che i servizi hanno consegnato in realtà certifica il loro fallimento», dice alla Verità Tonino Cantelmi, il super esperto contattato dalla famiglia. «Di chi è la responsabilità di un fallimento relazionale, di una incapacità empatica di costruire una relazione con l’intera famiglia, se non dei professionisti che dovrebbero fare questo? È incredibile come in questa relazione venga sottovalutato il dolore di una madre che è stata privata di figli di 6 e 8 anni, il dolore dei figli stessi, evidente a tutti, ma invisibile per gli operatori e per il servizio sociale. Viene usato un linguaggio professionale pieno di giudizi e di pregiudizi, giudicante, privo di ogni riflessione autocritica sui propri fallimenti. Inoltre», continua Cantelmi, «persiste una sorta di ostinazione, non si è fatto tesoro del fallimento relazionale che ha preceduto il prelievo. Su questa fase sarà necessario aprire un vero dibattito e una riflessione profonda: sono stati commessi errori gravissimi, soprattutto una sostanziale incapacità di mediazione e di presa in carico dell’intera famiglia. Nell’ultima relazione non si è fatto tesoro degli errori commessi e sembra persistere una sorta di ostinazione in un percorso inutilmente doloroso. Ciò che dovrebbe fare oggi il servizio sociale e ogni persona che si occupa di questo caso, sarebbe prendere in carico l’intera famiglia e lavorare per la riunificazione della stessa. Non prendere coscienza di questo e non farlo ora configura profili di responsabilità importantissimi, di cui in futuro bisognerà tener conto».
A quanto pare, però, i servizi sociali e il personale della struttura protetta in cui si trovano i bambini e la madre non hanno intenzione di cambiare atteggiamento. Così almeno scrivono nelle relazioni depositate negli ultimi giorni. «Le relazioni sono due, ma sono pressoché sovrapponibili nel contenuto», dice Danila Solinas, avvocato della famiglia. «Una è appunto quella dell’assistente sociale. L’altra è quella che viene dalla direzione della struttura, nella persona della direttrice. Per quanto riguarda l’assistente sociale D’Angelo, la nostra posizione è assolutamente ferma, tant’è che abbiamo fatto per conto dei genitori un esposto in cui se ne chiedeva la revoca, proprio perché deduciamo una serie di violazioni di principi e del codice deontologico di riferimento».
Secondo l’avvocato, per ciò che riguarda l’assistente sociale emerge una «esasperazione dei rapporti, ed emerge come il ruolo di mediazione, di ponte fra le istituzioni e i genitori sia totalmente venuto a mancare. Non c’è alcun rapporto di terzietà, non c’è alcuna imparzialità: la relazione dell’assistente sociale risulta infarcita e impregnata di valutazioni che contrastano con i dati fattuali».
I dati di fatto sono esattamente quelli che sfuggono nel racconto che da mesi prosegue sui media, nutrendosi delle numerose indiscrezioni che sono state fatte circolare anche sul versante istituzionale. In tutta la narrazione fatta fin qui, ad esempio, manca un tassello fondamentale, ovvero: come stanno realmente i bambini? Quali sarebbero le riottosità della madre? Secondo l’avvocato Solinas, i bambini non stanno per niente bene. Gran parte della tensione nascerebbe da quel che accade la sera, quando i bambini devono andare a letto.
«Il problema è che i bambini vorrebbero dormire con la madre», dice l’avvocato. «In particolare uno dei bambini si sveglia con crisi di panico, con pianti e urla. E si pretende che la madre assista a tutto questo senza poter scendere al piano di sotto o senza poter far salire i figli al piano di sopra, perché questa è la regola. E allora io mi chiedo: ma davvero la regola può prevalere sulla sofferenza, prevalere sul buon senso? Per altro - è ultile rimarcarlo - in una situazione in cui non ci sono episodi di maltrattamenti, di abusi, di pericolo, di pregiudizio per la vita dei minori. Qui abbiamo a solo due genitori a cui si contesta una modalità di vita e non certo l’affidabilità o l’adeguatezza. E allora io mi chiedo», conclude l’avvocato, «è lecito imputare alla madre un irrigidimento oppure questa rigidità va imputata a chi in questo momento dovrebbe fungere da ponte?».
La risposta, alla luce dei fatti, è quasi scontata. La posizione degli assistenti sociali e di coloro che stanno seguendo i piccoli Trevallion rimane granitica, nonostante le opinioni dei neuropsichiatri, del garante dell’infanzia e di numerosi esperti che hanno preso la parola sul caso. Il problema, in fondo, è tutto lì: qualcuno si è impuntato, e con la scusa di fare il «migliore interesse» dei bambini continua a danneggiarli.