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Alberto Palaveri
Il capo di Giflex Alberto Palaveri (produttori di imballaggi): «Il settore vale 51 miliardi ma serve chiarezza Prima le bustine di zucchero obbligatorie, ora vietate. Nell’incertezza non si investe».
Difficilmente ci facciamo caso, ma il foglio con cui il salumiere avvolge il prosciutto, la scatoletta di cartone delle uova, la busta del bagno schiuma sono prodotti da un settore industriale che è uno dei fiori all’occhiello della nostra economia. Anche per la produzione di macchine confezionatrici.
Il settore dell’imballaggio è tornato ora alla ribalta perché si parla dello stop alle bustine monodose di maionese, ketchup, olio d’oliva che «popolano» le paninerie come le mense aziendali. L’Europa vuole ridurre la plastica libera e così ha detto stop a questi contenitori. Cadendo anche in qualche assurda contraddizione. Una decina di anni fa aveva detto: basta zuccheriere nei bar e solo bustine. Ora siamo al contrordine: bustine vietate. E viene da pensarci nel momento in cui i 27 riuniti per l’ennesimo vertice europeo individuano nell’eccesso di regolamentazione un freno alla produttività e promettono di togliere via un po’ norme e divieti. Allora cerchiamo di saperne di più dal presidente di Giflex - Gruppo imballaggio flessibile da novembre 2020 e vicepresidente Assografici da giugno 2023, con delega al packaging da maggio 2025 per la Confindustria. È Alberto Palaveri che oggi è il ceo del gruppo Sacchital uno dei più importanti produttori d’imballaggi, con un fatturato che nel 2024 ha sfiorato i 78 milioni di euro.
E del resto Sacchital per Palaveri è casa. Dopo la laurea in chimica a Milano è entrato in azienda nel 1996. Poi affina le competenze manageriali con l’Executive Mba alla Bocconi di Milano e attualmente è executive member nel board Sacchital group, amministratore delegato di Akerlund & Rausing (azienda del Gruppo Sacchital).
Pochi ci pensano, ma la produzione d’imballaggi italiani è un comparto forte. Siete in difficoltà con le normative europee?
«La produzione nazionale di imballaggi è un comparto strategico per l’economia nazionale e rappresenta il 3,3% del fatturato della manifattura e l’1,7% del Pil, nel 2024 ha raggiunto 17,26 milioni di tonnellate, in crescita dell’1,1% rispetto all’anno precedente e un fatturato complessivo che si attesta a 37,96 miliardi di euro. Oggi ci troviamo a dover rispondere sia alla sfida ambiziosa lanciata dall’Unione europea che, con il nuovo regolamento Packaging and packaging waste regulation (Ppwr), mira a ridurre entro il 2040 i rifiuti di imballaggio del 15%, sia di fronte alla costante crescita della domanda, da parte dei consumatori, di imballaggi sicuri, pratici e sostenibili. Continuare a crescere riducendo l’immesso al consumo è l’obiettivo da perseguire, ma per raggiungerlo è necessaria una soluzione di sistema che tenga insieme tutta la filiera in dialogo con le istituzioni».
Parlando sempre di Europa, c’è stato un vertice giovedì scorso sul rilancio dell’Ue. C’è stata l’ennesima promessa di sburocratizzare. Voi ci credete e che giudizio è preferibile: la regolamentazione europea o la legislazione nazionale armonizzata magari con quella degli altri Paesi?
«L’attuale contesto legislativo europeo necessita ancora di un reale processo di armonizzazione ma questa, a mio giudizio, è la strada. Come settore, sia in Italia che in Europa, ci battiamo per un approccio armonizzato che risponda pragmaticamente alla regolamentazione europea sugli imballaggi, costruttivo e non ideologico, orientato ai risultati e alla fattibilità industriale».
Siamo al paradosso che nel 2004 l’Ue vietò lo zucchero nelle zuccheriere imponendo le bustine a da quest’estate invece tornano le zuccheriere e vanno fuori legge le bustine. Come fate a fare impresa in questo contesto?
«Le imprese non possono lavorare nell’incertezza: devono programmare, investire, innovare. Servono strumenti stabili e applicabili per chi produce, per chi utilizza, per chi recupera e per chi ricicla gli imballaggi. Noi chiediamo che il governo agevoli le prassi di mercato che generano riduzione di prodotti e merci immessi al consumo attraverso progetti di investimento mirati per permettere alle imprese di trasformare gli obiettivi regolatori in scelte industriali e in risultati misurabili. Inoltre, è necessario adeguare il sistema di raccolta e riciclo che cambia con il cambiare degli imballaggi, una sfida che l’Italia deve affrontare con spirito industriale senza precludersi soluzioni che possono essere abilitanti come, ad esempio, il riciclo chimico. Possiamo diventare un esempio virtuoso di efficienza e sostenibilità a condizione che nessun attore della filiera venga lasciato indietro».
Lei si occupa di imballaggi flessibili, ma complessivamente il settore imballaggi come sta in Italia? Ci fa un quadro dei maggiori indicatori economici?
«In Italia il settore degli imballaggi flessibili impiega circa 12.000 addetti con una produzione intorno alle 400.000 tonnellate e un fatturato di oltre 4,3 miliardi di euro. I dati che sto citando sono quelli Giflex - Mecs relativi al 2024. Siamo un settore solido, pur in un contesto di lieve rallentamento dovuto più all’aggiustamento dei prezzi che a un calo dei volumi. L’occupazione rimane stabile e la redditività migliora grazie alla crescita della produttività e al valore del capitale umano. Dopo il ciclo straordinario del biennio 2021-2022, il 2024 ha presentato una fase di normalizzazione e rafforzamento strutturale per un settore che conferma la propria competitività e solidità finanziaria (la patrimonializzazione del settore supera il 43% del capitale investito). Più in generale le previsioni indicano una crescita stabile della produzione nazionale di imballaggi, con un incremento atteso del +1% nel 2025 e un tasso medio annuo del +1,2% fino al 2028. Questi sono i dati consolidati e le proiezioni fatte dall’Istituto nazionale imballaggi».
Lei di recente ha insistito perché la meccanica vi metta a disposizione strumenti di confezionamento sempre più efficienti. Come va il distretto industriale dell’automazione per imballaggio? C’è una sinergia di filiera?
«L’Italia dell’imballaggio è una filiera solida, innovativa e competitiva del Made in Italy che vale 51,3 miliardi di euro tra produttori di imballaggio e costruttori di tecnologie per il confezionamento, la stampa e il converting. L’innovazione sostenibile passa anche da nuove progettualità sia tecnologiche che di sviluppo di nuovi materiali. È urgente ridefinire aiuti e incentivi per la filiera a supporto di efficaci politiche industriali che vadano di pari passo con quelle ambientali. Un primo obiettivo lo abbiamo raggiunto sul tema del revamping che ha trovato riconoscimento nella legge di bilancio. Ora la stessa logica deve accompagnare questa nuova fase: servono criteri di sostenibilità chiari e strumenti in grado di compensare i costi del passaggio verso imballaggi sempre più innovativi e sostenibili così da proteggere la competitività del sistema Italia del packaging».
Temete una concorrenza estera? I nostri «confini» economici rispetto al vostro settore sono ben presidiati?
«La nostra capacità di fare innovazione in stretta connessione con i nostri clienti è la vera barriera contro invasioni di mercato low cost».
Allargando lo sguardo al manifatturiero, quali sono per voi le priorità per uno sviluppo ulteriore dell’industria?
«Intendiamo promuovere nei prossimi mesi la costituzione di un tavolo di lavoro di filiera sulla riduzione dell’immesso al consumo, in dialogo con governo e Parlamento. L’industria dell’imballaggio flessibile non può affrontare da solo la complessità regolatoria. È necessario un approccio comune tra attori della filiera e la politica per strutturare soluzioni adeguate e condivise».
Se dovesse indicare una di queste quattro emergenze quale è quella che pesa di più: energia, mancanza di manodopera, credito, dazi?
«L’energia: allineare i costi energetici italiani alla media europea restituirebbe alle imprese condizioni di concorrenza e crescita sostenibile».
Quali sono gli orizzonti di sviluppo del vostro settore? E per le sue aziende?
«Noi siamo pronti a rispondere positivamente alle richieste del nuovo Regolamento europeo. L’imballaggio flessibile è smart e minimalista per natura: pesa poco, utilizza poche materie prime, ottimizza trasporto e logistica, produce poca CO2. Un esempio? Una busta refill per sapone liquido ha un rapporto peso contenuto/contenitore di circa il 2%. Un grande vantaggio rispetto all’utilizzo di contenitori rigidi che si traduce in bene per l’ambiente e vantaggio per le tasche del consumatore».
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Giovanni Tria (Ansa)
L’ex ministro Giovanni Tria: «I Volenterosi sono stati un punto di svolta, ora ogni Stato va per conto suo. L’asse italo-tedesco rafforzerà le imprese».
I capi di Stato e di governo europei si sono riuniti nelle stesse stanze del castello di Alden Biesen, lì dove nel Seicento sedevano i membri dell’ordine teutonico. Oggi i Paesi europei hanno scelto le Fiandre per provare a costruire una nuova Europa, perché il tempo è scaduto e l’economia del continente ha necessità di rialzarsi: il rischio è quello di soccombere. Lo sa bene Giovanni Tria, economista ed ex ministro dell’Economia del primo governo Conte.
Esiste un gruppo di 20 Paesi che puntano a togliere poteri a Bruxelles e a trasformare l’Europa?
«Sì, gli Stati europei si muovono singolarmente e l’Unione non è più compatta. Non è chiaro cosa questi governi vogliano fare, sicuramente cercano accordi tra di loro, nelle maglie delle istituzioni europee e, più che a cambiare le regole, mirano ad aggirarle. Come dire, le nazioni pensano a sé stesse e non mi sembra credano ancora nell’Unione europea, come se da questo momento ci fosse l’intenzione di agire da soli. D’altronde la storia dei Volenterosi sull’Unione europea ha aperto una strada, io lo definirei quasi un punto di non ritorno. Perché è vero che c’è stato lo stanziamento collettivo dei 90 miliardi da parte dell’Ue, ma poi? In quel caso si è sfaldata la compattezza dell’Unione. Ora sembra che per ciascuno Stato sia quasi più facile muoversi senza Ue, scardinando l’istituzione».
Le istituzioni europee andrebbero cambiate?
«Sì e se non si riesce a cambiare in fretta l’apparato, si rischia di far saltare l’Unione europea. C’è un attivismo dei singoli Paesi ma non credo che questo sia il modo migliore per arrivare a una soluzione coesa, piuttosto questo atteggiamento porterà a una frammentazione e non a un cambiamento come andrebbe fatto. I Paesi si alleano in squadre, gruppi di governi che così non fanno bene l’uno all’altro. Noi abbiamo bisogno di una politica monetaria perché non abbiamo una vera politica di bilancio. Il Patto di stabilità pone regole che devono essere rispettate dai singoli Paesi. Ma questo viene visto non in un’ottica complessiva europea. Non esiste un fisco europeo e soprattutto si impone la riduzione del decifit a prescindere».
Riuscirà Giorgia Meloni con il documento scritto con il cancelliere Merz a ridisegnare le procedure dell’Unione?
«Fa parte del necessario nuovo attivismo delle nazioni: poiché è tutto paralizzato, ci sono i vari assi, tra cui anche questo. Ma da soli è impossibile ridisegnare le linee complessive. Non vedo un vero accordo sulle questioni essenziali».
Esiste un potenziale motore italo-tedesco quindi?
«Esiste ed è importante per cambiare le regole su concorrenza e aiuti di Stato, per permettere il rafforzamento delle imprese, soprattutto. La regolamentazione antitrust non è più adeguata alla visione mondiale: per esempio, perché vietare la nascita di grandi imprese che potrebbero far concorrenza a quelle di Cina e Usa? Sono regole vecchie, nate per evitare che ci fossero realtà prevaricanti dei singoli Stati nei confronti degli altri. Le regole contro gli aiuti di Stato sono obsolete perché bisogna concorrere con Usa e Cina che hanno grandi aiuti pubblici. Quando non c’era l’Europa le grandi aziende partecipate sono nate anche grazie al capitale pubblico».
La provoco: si stava meglio prima?
«No, dico che l’Unione è nata in un momento in cui non c’era il mercato globale: pensate a un condominio, il problema di Bruxelles è sempre stato quello di fare andare d’accordo gli inquilini. Ma c’è una città che va avanti e si ingrandisce, mentre noi litighiamo e perdiamo occasioni di crescita e miglioramento. Le regole fiscali europee sono fatte soltanto per impedire che le singole politiche fiscali creino problemi agli altri Stati e bloccano la possibilità di avere un mercato europeo forte e competitivo con gli altri continenti. Siamo privi di uno strumento di politica economica forte».
Ma c’è la possibilità che l’Italia in qualche modo possa sostituire la Francia nell’asse con i tedeschi?
«Ci vorrebbe un asse tra i grandi Paesi, servono tutti all’appello. La Germania fino a oggi ha impedito l’introduzione del debito europeo, per esempio. In pratica nessuno vede l’interesse complessivo: se la Germania inizia a correre più dell’Italia, è un vantaggio anche per noi perché si traina l’economia del nostro Paese. L’importante è la non paralisi, altrimenti meglio essere liberi e senza vincoli. L’Europa così non ha senso. Italia e Germania hanno in comune l’industria manifatturiera, in questo campo c’è grande interesse tra i due Paesi. In altri settori c’è più sintonia tra Germania e Francia, penso al settore automobilistico. Ma va bene così, è normale».
Perché gli eurobond sono uno scoglio? Si tratta di un elemento divisivo?
«Gli eurobond sono il punto centrale della questione europea: sono divisivi perché ci sono Paesi come la Germania che hanno paura della mutualizzazione, ovvero della condivisione dei debiti. Ma l’emissione di debito europeo non serve solo a finanziare i grandi programmi di sviluppo: si tratterebbe di titoli sicuri, safe asset globali su cui la finanza mondiale può investire, dando più importanza all’euro. Oggi, per esempio, c’è un problema di minore fiducia nel dollaro. Il bilancio americano è finanziato da tutto il mondo, perché la maggior parte dei risparmi globali vanno lì. Gli eurobond potrebbero attrarre risparmio in modo da diventare concorrenziali con gli Stati Uniti: il debito europeo, in modo massiccio, e non come per il Pnrr in modo frazionato, potrebbe restituire un ordine globale. Nascerebbe una terza gamba, vicina a quelle di Usa e Cina».
Mentre resta un tabù?
«Sì, perché c’è questa idea per cui ci si indebita per coprire spese nazionali: in realtà il debito comune sarebbe la scelta regina per rilanciare l’Europa. Ma purtroppo i Paesi del Nord non lo vedono di buon occhio, dando vita a una spaccatura mediterranea: pensiamo ancora al Pnrr, l’Italia aveva le risorse però non è stata in grado di sfruttarle. Questa è una triste verità per tutti».
Insomma, l’Unione europea così può andare avanti o a forza di cooperazioni rafforzate va a disgregarsi per tornare a formule pre Maastricht?
«Non si può andare avanti così, l’Europa ne esce frammentata e massacrata. Se restiamo con queste regole in ogni caso ci disgregheremmo. Le cooperazioni possono essere dei singoli esperimenti, ma le piccole unioni dentro l’Unione sarebbero limitanti. Finirebbe per esserci un timone di comando di pochi Paesi, perdendo il significato dell’Ue. Non credo che questo possa essere un assetto istituzionale sostenibile».
Ha ragione Trump a indicare in Pechino il problema sistemico? L’Italia che margini di movimento ha?
«Pechino non è un problema sistemico, Trump vuole agire in modo unilaterale nella sua sfera di interessi: ovvero, America First. A questo punto il presidente Usa non è neanche interessato ad andare allo scontro con Pechino perché la Cina è diventata una grande potenza economica. Il problema è la necessità di un nuovo accordo globale, con tutti, inclusi Europa e Cina. Lo sviluppo della Cina diventerebbe un problema in caso di conflitto, ma non lo è a prescindere: pensiamo all’importanza dell’importazione a basso costo. Si deve calcolare anche quanto i prodotti cinesi incidono sulla produzione italiana e rappresentino un valore. Non si può vedere soltanto il problema dal punto di vista del consumatore, c’è anche quello di chi produce. Il margine del movimento deve essere per forza europeo: ma finché c’è la guerra in Ucraina, l’Europa non può “disubbidire” agli Stati Uniti per via dell’ombrello di difesa americano. Solo la fine della guerra consentirà di ristabilire una possibile negoziazione tra Europa e Cina: diciamolo, la pressione americana tarpa lo sviluppo di qualsiasi nostro rapporto con la Cina».
Un anno di dazi: il bilancio è meno catastrofico del previsto? E perchè?
«Non abbiamo ancora avuto gli effetti veri e propri della guerra dei dazi, si tratta di una politica conservativa che danneggia tutti: i dazi sono stati imposti dagli Usa in modo diversificato e quindi è presto per fare un bilancio anche perché c’è una mutazione sulle stesse imposte. Il vero problema è proprio l’incertezza, e ricordiamoci che l’incertezza è la più grande nemica dell’economia. Restiamo a guardare, anche negli Usa l’effetto inflazionistico è limitato ma sicuramente si sono rotte le regole globali liberali, perciò diventa innegabile che un Paese come gli Usa, per motivi economici o punitivi, sta generando disordine. E il disordine non conviene a nessuno».
Rifarebbe il ministro in futuro? Ci fa un bilancio tra ricordi migliori o peggiori?
«Non mi pongo il problema perché non so chi mi chiamerebbe mai oggi, io sono stato a disposizione. Il mio è un bilancio positivo, vi ricordo che ottenni il deficit più basso degli ultimi 20 anni… Lo ritengo un risultato più che buono. Come adesso è positivo che il governo Meloni stia comprimendo il deficit e stabilizzando la finanza pubblica. A parte questo governo che è stabile e durerà, gli ultimi esecutivi sono stati brevi e traballanti. Se proprio devo proprio elencare un aspetto tra i peggiori del mio mandato… quello di aver ho dovuto agire in difesa e non avere avuto il tempo di imporre il mio pensiero. E perché no, il tempo anche di imparare, perché quando ho capito il mestiere di ministro al 100% sono dovuto andare via».
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Nino Di Matteo (Imagoeconomica)
Bufera per le parole del ministro. Però gli ultrà del No dimenticano che perfino la toga (oggi contro la Riforma) paragonò il sistema correntizio alla criminalità organizzata.
Il Fronte del No al referendum pensava di avere fatto 1-1. Dopo la bufera causata dalle parole pronunciate dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri sugli elettori del Sì «indagati» o legati a centri di potere come la «massoneria deviata», ieri, i nemici della riforma hanno cercato di pareggiare il conto utilizzando un’intervista rilasciata dal Guardasigilli Carlo Nordio al Mattino di Padova.
Per il ministro, Gratteri «avrebbe superato tutti i limiti della decenza». E sulla presunta precisazione del procuratore è stato ancora più duro: «Peggio el tacon del sbrego. Un’uscita di senno. Ripeto che è necessario l’esame psico attitudinale e psichiatrico non solo per chi entra in magistratura, ma anche per chi sta per uscirne».
Quindi il Guardasigilli ha demolito il sistema delle correnti con un esempio efficace: «Il giudice “terzo e imparziale” quando ci sono le scelte di carriera chiama il vostro accusatore (il sostituto procuratore, ndr) e gli dice: “Caro amico, ti ricordi di me? Mi dai il tuo voto?”. E il pm fa la stessa cosa: “Dai il voto al mio amico?”. E voi vi affidereste serenamente a una giustizia così? È una consorteria autoreferenziale che solo il sorteggio può eliminare». Ed eccoci alla frase che ha creato più scompiglio: «Il sorteggio rompe questo meccanismo “para-mafioso”, questo verminaio correntizio come l’ha definito l’ex procuratore antimafia Benedetto Roberti, poi eletto con il Pd al Parlamento europeo. Un mercato delle vacche».
Se ai lettori queste possono sembrare parole di buon senso, sappiano che, ieri, hanno scatenato un putiferio. Infatti sono state numerosissime le reazioni furibonde dettate alle agenzie da politici e magistrati.
Da Bari la segretaria del Pd Elly Schlein, in Puglia per una manifestazione a favore del No, ha dichiarato: «Questa mattina ci siamo svegliati con un’intervista del ministro Nordio che assimilava i magistrati ai mafiosi». E, severa, ha aggiunto: «E io credo che sia inaccettabile. Pretendiamo che Giorgia Meloni prenda le distanze da quello che in campagna elettorale il suo ministro ha detto, dimostrandosi ancora una volta inadeguato al suo ruolo e che lui si scusi». Non è stato da meno, sui social, il presidente del M5S Giuseppe Conte: «Il ministro Nordio addirittura accosta il funzionamento della giustizia con tutti i giudici che ci lavorano a dinamiche “para-mafiose”. Succede dopo che per giorni la maggioranza ha gettato fango su Gratteri, un magistrato che rischia la vita per la lotta contro le mafie, nonostante avesse ben chiarito il suo pensiero». Anche l’ex premier ha invocato pentimenti: «Dovrebbero solo chiedere scusa ai tanti che lavorano nel nostro sistema di giustizia, alla memoria dei tanti giudici che hanno perso la vita per combattere la mafia, quella vera». Quindi ha invitato a fermare il governo, votando no.
Sulla stessa linea i vertici di Avs: Nicola Fratoianni ha parlato di «nuova inaccettabile e sgangherata esternazione di Nordio» e si è chiesto che cosa abbiano «fatto di male gli italiani per meritarsi un simile ministro della giustizia», mentre il suo gemello diverso Angelo Bonelli ha definito il Guardasigilli «indecente».
Ovviamente non l’ha toccata piano nemmeno il sindacato delle toghe, l’Associazione nazionale magistrati: «Il ministro Nordio ha deciso di avvelenare i pozzi accusando i magistrati di usare metodi para-mafiosi, paragonando l’elezione dei componenti del Csm ai comportamenti della criminalità organizzata», si legge in un comunicato. Con cui vengono subito gettati nell’agone politico i martiri della causa: «Le sue parole offendono la memoria di chi ha perso la vita per lottare contro la mafia nella storia d’Italia e mortificano il lavoro di chi, sul territorio, ogni giorno, mette a rischio la propria incolumità personale per contrastare la criminalità organizzata, a difesa della collettività».
A questi signori bisognerebbe ricordare che Giovanni Falcone, che era stato uno dei fondatori della corrente dei Verdi, nella corsa al Csm era stato «tradito da qualche Giuda», per dirla con le parole di Paolo Borsellino. Il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami ha accusato Schlein e Conte e tutto il campo largo di cercare «maldestramente di distrarre l’attenzione dalle gravissime dichiarazioni del procuratore Gratteri», mentre altri suoi compagni di partito e di coalizione hanno estratto dal cilindro il pm Nino Di Matteo, «che il Pd e la sinistra tutta hanno preso come modello» ha sottolineato la deputata di Fdi Alice Buonguerrieri. Paladino del No, magistrato noto, al pari di Gratteri, per la lotta alla mafia e per l’essere, a sua volta, stato condannato a morte dalle cosche, nel 2019 ha fatto dichiarazioni praticamente sovrapponibili a quelle di Nordio.
L’occasione era stata la presentazione dei programmi dei 16 pm che si erano candidati alle elezioni suppletive del Csm del 6 e 7 ottobre di sette anni fa. I discorsi «elettorali» furono pronunciati pochi giorni prima, il 15 settembre, davanti all’assemblea (con diretta streaming) di quell’Anm che oggi tanto si scalda. I 16 «competitor» erano in lizza per i due posti rimasti liberi dopo l’inchiesta di Perugia sul cosiddetto caso Palamara che aveva sconvolto Palazzo Bachelet.
Di Matteo, giacca grigia e camicia azzurra senza cravatta, si alzò e davanti al leggio precisò di «non essere mai stato iscritto a una corrente e di non essere intenzionato a farlo in futuro» e pronunciò queste parole durissime sullo stato di salute della magistratura: «In questi ventotto anni e in particolare questa è la mia convinzione negli ultimi quindici anni è cambiata la magistratura stanno riuscendo purtroppo a cambiare il Dna anche di molti giovani magistrati è come se fossimo pervasi da un cancro che lentamente si sta espandendo e mettendo in pericolo tutto il corpo. I sintomi a mio parere sono evidenti: la burocratizzazione, legata a una logica perversa delle “carte a posto” e dei numeri, delle statistiche; la gerarchizzazione degli uffici; il collateralismo politico che si manifesta nel privilegiare scelte di opportunità piuttosto che di doverosità; una degenerazione clamorosa del correntismo». E qui, immaginiamo, fece saltare più di un collega sulla sedia: «Oggi», disse, «è così purtroppo, ce lo dobbiamo dire colleghi e non servono espressioni timide rispetto a questo fenomeno, l’appartenenza ad una corrente o a una cordata di magistrati è diventata l’unica possibilità di sviluppo di carriera e di tutela nei momenti di difficoltà, di isolamento e di pericolo che il nostro mestiere inevitabilmente ci presenta, un criterio molto vicino purtroppo alla mentalità e al metodo mafioso». Avete letto bene. Disse che l’appartenenza alle correnti seguiva logiche mafiose e puntualizzò di essersi candidato «per dare una spallata al sistema». Ma nel video di quel giorno, che i lettori possono vedere sul sito della Verità, nell’immediatezza, nessuno alzò la voce per protestare, Di Matteo non venne interrotto, anzi poté proseguire il suo discorso tranquillamente.
Le correnti progressiste, che oggi marciano a braccetto con Di Matteo nella campagna referendaria, impiegarono qualche ora a reagire. Dopo la lettura dei giornali, Md diffuse un comunicato che paventava «un’inaccettabile equiparazione tra la scelta di appartenenza dei singoli magistrati ai gruppi associativi dell’Anm e l’affiliazione a gruppi criminali mafiosi» e definiva quelle di Di Matteo «dichiarazioni generiche “a effetto”», ma non gli contrapponeva i magistrati uccisi dalle cosche. Ancora più sfumato il comunicato della corrente Area che si limitò a definirsi «colpita» da «chi è arrivato a equiparare il consenso elettorale a quello mafioso».
Nelle elezioni del 5 e del 6 ottobre 2019, Di Matteo prese una messe di voti, ben 1184 voti, risultando eletto e secondo solo ad Antonio D’Amato.
Il pm della trattativa Stato-mafia, da dentro il Palazzo, non arretrò di un passo e, il 14 giugno 2020, rilasciò alla Repubblica un’intervista in cui ripropose esattamente gli stessi concetti espressi nove mesi prima: «Lo dissi, lo ridirei e lo affermo anche oggi e cioè che privilegiare nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato il criterio dell’appartenenza a una corrente o a una cordata di magistrati è molto simile all’applicazione del metodo mafioso».
L’anno successivo, sulla 7, intervistato da Andrea Purgatori, andò oltre e attaccò, oltre alle correnti «le cordate» che si formano intorno a toghe «particolarmente autorevoli», cordate formate «da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura» e ribadì: «La logica dell’appartenenza è molto simile alle logiche mafiose». Un argomento ripetuto pure nel libro scritto con Saverio Lodato, I nemici della Giustizia. Come abbiamo ricordato nelle scorse ore anche Gratteri in passato non ha usato giri di parole per attaccare il correntismo. Ma oggi, sia lui che Di Matteo, non di certo due toghe progressiste, sono diventati funzionali alla buona battaglia per il No al referendum e per questo le loro uscite anti sistema sono finite nel dimenticatoio.
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Stefano Ceccanti (Ansa)
Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd: «La riforma è la logica conseguenza della modifica alla Costituzione del 1999, votata dalla sinistra. Mi preoccupa l’Anm schierata: i cittadini vedranno i magistrati come una parte».
Professor Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare Pd, lei è a favore della riforma della giustizia. Il dibattito è ridotto allo scontro tra due tifoserie?
«L’errore è stato fatto in Parlamento, perché il clima sbagliato è nato lì, da parte di tutti. Tanto più che, essendo questa riforma la conseguenza logica di quella dell’articolo 111 della Costituzione fatta insieme nel 1999, si sarebbe potuti arrivare tranquillamente a un voto di due terzi, senza referendum».
I giudici in Italia sono neutrali, come impone la Costituzione?
«Il cambiamento col nuovo processo accusatorio e poi col nuovo articolo 111 è radicale, di modello. Non si cambia un modello radicato solo con un nuovo codice perché le persone possono continuare inerzialmente come prima. Per questo i parlamentari, rispetto a tante resistenze, vollero il giusto processo anche in norma costituzionale. Riprendiamo il nuovo 111: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.” La Costituzione, e non più solo il codice, lo impone dal 1999: purtroppo allora, a causa delle polemiche tra i pm di Milano e Berlusconi, non si fece subito il passaggio ulteriore sul Csm».
Il punto principale è il doppio Csm. Ma in tanti sostengono che le carriere dei magistrati siano già «separate».
«Certo che il punto centrale è lo sdoppiamento del Csm, perché separare le carriere non vuol dire tanto impedire i salti dall’una all’altra, ma non avere più un organo di governo del sistema dove siede una sola delle due parti e il giudice terzo. Quest’ultimo deve essere equidistante, e quindi non può stare in un organo con una sola delle due parti».
Tra giudici e pm esiste «contiguità»?
«Sì: nelle fasi preliminari i giudici che intervengono (i gip e i gup) sentono la pressione dei media giustizialisti, dall’altro lato ancora temono i possibili riflessi negativi sulle proprie carriere da parte del Csm unico, dove siedono anche i pm. Così, nel 95-100% dei casi, finiscono col dare lassenso alle richieste dei pm, con grave danno per i cittadini. Molti rinvii a giudizio di cause che dovrebbero fermarsi subito, sono il frutto di questa commistione. È vero che alla fine le assoluzioni superano il 40%, ma intanto il processo lo subisci».
L’altro tema è quello delle sanzioni per gli errori giudiziari. L’Alta Corte sarà la soluzione?
«È dal 1991 che la Commissione Paladin propose di superare il doppio ruolo del Csm, per un verso di alta amministrazione e per un altro di giurisdizione, creando un organo ad hoc. È una riforma che da allora è stata largamente condivisa. Stava nel programma Pd delle politiche 2022. La cosa importante, per non essere un organo punitivo, è che i magistrati abbiamo una maggioranza, che qui è di tre quinti».
Lo strumento del sorteggio non minerà la credibilità dei due Csm?
«Credo che sarebbero stati preferibili i collegi uninominali (rifiutati dall’Anm quando furono proposti), ma che il sorteggio, rendendo più liberi i singoli dalle appartenenze, sia comunque un miglioramento. Non spariranno le correnti, utili come luoghi di elaborazione, ma sparirà la loro attuale tendenza a comportarsi come partititi che ne ha fatto il centro decisionale nel Csm a danno dell’autonomia dei singoli magistrati. Accanto all’indipendenza esterna, c’è il problema di tutelare quella interna».
Gli avversari della riforma dicono: la magistratura, se passa il Sì, non sarà più indipendente.
«La riforma rende più liberi i giudici rispetto ai pm, non cambia i rapporti tra giustizia e politica».
Cosa pensa dell’Anm, che si è schierato in blocco per il No?
« Mi preoccupano gli effetti per il dopo referendum. I cittadini si saranno abituati a vedere i magistrati come una parte».
Il procuratore Gratteri sostiene che la riforma sia una «vendetta della politica per Tangentopoli» e che a votare Sì «saranno gli imputati e la massoneria deviata».
«Penso che il vostro quotidiano, che è sempre stato critico nei confronti del presidente Napolitano, dovrebbe fare autocritica almeno su un punto, e cioè sul suo rifiuto di nominare il procuratore Gratteri ministro della Giustizia, quando glielo propose Renzi».
Pensa che il centrosinistra dovrebbe ripensare la sua filosofia sui temi inerenti alla giustizia?
«Penso che dovrebbe cambiare linea sulle questioni istituzionali, esattamente come dovrebbe cambiarla la maggioranza di governo. Nessuno dei due schieramenti sembra capace in questa legislatura di accogliere l’invito del presidente Mattarella: distinguere le materie ordinarie su cui essere alternativi da quelle che toccano le regole del gioco in cui è conveniente per tutti, specie per il Paese, cercare convergenze».
Ci saranno defezioni nel Pd?
«Molte defezioni pubbliche si vedono, da parte di persone che privilegiano il merito della riforma; se ce ne saranno altre nel segreto del voto non sono sicuro, ma penso di sì».
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