True
2021-01-07
I 20 miliardi del «Ristori 5» già non bastano
Roberto Gualtieri (Ansa)
La manovra 2021 con ben 40 miliardi di deficit e debito generato dal Recovery plan è stata licenziata dall'Aula nove giorni fa. Se si aggiunge il budget già destinato al 2021 dalla legge finanziaria approvata a dicembre del 2019 si arriva alla cifra di 66 miliardi di euro. Quasi tre volte gli importi standard dell'ultimo decennio. Aggiungiamo i 150 miliardi di deficit prodotto nel 2020 e gli altri 100 da spalmare nel prossimo quiquennio e si arriva a un debito potenziale di 300 miliardi. Eppure siamo al 7 gennaio e serve subito la riedizione di un decreto Ristori, il quinto per l'esattezza. Per il semplice motivo che il caos dei colori delle Regioni e le continue chiusure degli esercizi commerciali escludono a priori una programmazione economica di sostegno.
Non è una discolpa per il governo. Semmai un doppio crimine. A decidere gli stop è del tutto chiaro che si tratti della politica. Nemmeno la scusa della scienza viene più utilizzata. Il blocco degli esercizi commerciali viene comunicato all'ultimo e nessuno programma i bonus in anticipo. Per di più è chiaro che il metodo di sostegno pubblico adottato dal governo Conte è sbagliato e incongruente. Altrimenti non ci troveremmo al 7 gennaio con la necessità di stanziare altri fondi e deficit per erogare elemosina per il periodo di gennaio. La storia tirerà le file delle macerie create. Adesso invece bisogna pensare a come evitare ulteriori danni.
Il vice ministro dell'Economia, Laura Castelli, si dice convinta che la risposta sia la coazione a ripetere. Nel Ristori quinques vorrebbe inserire almeno un paio di dozzine di miliardi di euro a deficit per i bonus e per coprire la rottamazione delle cartelle. Il governo ha promesso nei giorni scorsi una «gestione straordinaria» per tendere la mano ai contribuenti che, già dalle prossime settimane, si troveranno di fronte alla valanga di cartelle esattoriali in arrivo dopo la sospensione dei primi mesi della pandemia. Le misure, compresa una rottamazione quater che potrebbe essere estesa fino al 2019, dovrebbero inserirsi nel nuovo quadro degli aiuti che il governo già prima di Natale pensava di finanziare con uno scostamento da almeno 20 miliardi, da chiedere attorno alla metà di gennaio per finanziare il nuovo decreto Ristori.
Ipotesi che però non teneva conto né del protrarsi delle chiusure e dall'altro dei venti di crisi che stanno investendo l'esecutivo giallorosso. Se il Conte bis dovesse fermarsi, infatti, anche i ristori sarebbero a rischio: prosciugati in mille rivoli di emendamenti parlamentari i 3,8 miliardi del fondo anti-Covid della manovra, senza un nuovo scostamento non ci sarebbe un euro da spendere per le promesse compensazioni per le categorie più colpite. Certo, nei quattro decreti Ristori era stata creata una piccola dote per i contributi automatici dell'Agenzia delle entrate alle attività economiche via via coinvolte dalle chiusure, ma nuove misure di contenimento del virus su larga scala esaurirebbero i fondi velocemente. E, appunto, non resterebbe nulla per quell'intervento «perequativo» che lo stesso ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, aveva iniziato a ipotizzare già a metà novembre. L'idea resterebbe infatti quella di introdurre un nuovo meccanismo per la quantificazione delle perdite, su base almeno semestrale anziché mensile per non penalizzare le attività stagionali.
Ma per farlo servono risorse ingenti. I 20 miliardi stimati a Natale non bastano. Non solo, anche se passasse la rottamazione delle cartelle, questa purtroppo coprirebbe la situazione pregressa. A giugno le aziende non avranno soldi per pagare le tasse, uno step antecedente all'emissione di una cartella. E questo è il vero tema da risolvere. Così come l'altro grande errore di valutazione commesso a partire da marzo 2020. In Germania gli indennizzi tengono conto del mancato fatturato. Non dei risultati dell'azienda. In pratica, Berlino eroga veri e propri ristori come farebbe una assicurazione, non indennizzi forfettari. Una enorme differenza che si sentirà al momento della ripartenza. Là sarà un pronti e via. Qui conteremo le aziende morte. Senza contare il divieto di licenziamenti in atto fino al 31 marzo sul quale il governo lancia solo pessimi messaggi, lasciando trasparire idee estremamente confuse.
La trattativa in corso sul Recovery plan sebbene avvenga per motivi di mera politica politicante sta però spostando le risorse dai sussidi agli investimenti. E ciò è un buon segno. All'interno del turbinio del rimpasto c'è anche chi nota il possibile cambio di passo. Nonostante Gualtieri sembri l'argine contro le richieste più hard, c'è una fetta del Pd che sarebbe pronta a dargli il ben servito. Nelle scorse ore è stato sondato l'ex ministro delle Finanze di Silvio Berlusconi, Domenico Siniscalco. Avrebbe il pregio agli occhi del Pd (la fetta avversa a Conte) di avvicinare Forza Italia all'esecutivo e di superare la mentalità dei sussidi statalisti che regna con Gualtieri e i 5 stelle. Certo il Conte ter e Massimo D'Alema non accetterebbero mai un cambio di guardia al Mef.
Il senatore semplice fa bagarre ma fugge da voto e governi di scopo
Giuseppe Conte, in cuor suo, vorrebbe andare alla guerra. O quella parziale, ovvero la conta in Senato per sostituire Matteo Renzi con i famigerati «responsabili», o addirittura quella totale, vale a dire le elezioni anticipate, per sfidare Matteo Salvini e il centrodestra a capo della gioiosa macchina da guerra formata da Pd, M5s e partitini centristi e di sinistra radicale. Peccato per lui che nessuna delle strade sia tenuta in considerazione dai suoi quasi ex alleati di governo.
La situazione è quindi estremamente semplice: Conte deve farsi coraggio, andare al Quirinale e dimettersi, per poi sperare di ricevere il reincarico e formare il Conte ter, con più ministri per Italia viva (Ettore Rosato o Maria Elena Boschi alla Difesa al posto di Lorenzo Guerini, che andrebbe all'Interno), e vari cambi in squadra. Il problema è che Conte ha una paura tremenda di dimettersi, perché nessuno può garantirgli di essere reincaricato da Sergio Mattarella: basterà il «no» di Renzi nel corso delle consultazioni per virare su un altro presidente del Consiglio (Marta Cartabia, Carlo Cottarelli, Dario Franceschini i papabili). Lo stallo, dunque, è totale, e a tentare una difesa del premier «ciuffato» arriva Beppe Grillo, che attacca Renzi con un post sul suo blog nel quale cita l'orazione di Cicerone contro la congiura di Catilina: «Quo usque tandem (fino a che punto) approfitterai», scrive Grillo, «della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora la tua pazzia si farà beffe di noi?».
Una strigliata a Renzi arriva anche da Nicola Zingaretti, e la sensazione è che i dem non siano disposti a seguire fino in fondo Matteo Renzi, con il quale pure condividono molte delle critiche a Conte: «Il Pd», scrive Zingaretti, «vuole superare le conflittualità all'interno della maggioranza e un clima di incertezza che può arrecare danni all'azione di governo e alle condizioni di vita del Paese. La crisi in un momento di emergenza verrebbe vissuta come un gioco di potere, lontano dagli interessi dell'Italia». Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, parla apertamente di elezioni anticipate: «Se si toglie questo punto di equilibrio», dice Orlando a Rai 1, «è impossibile trovarne un altro. Rotolare verso le elezioni sarebbe un fuor d'opera in questo momento, non lo chiede neanche una parte delle opposizioni».
Da parte sua, Conte affida a Facebook una riflessione che sembra aprire al rimpastone, ma senza crisi: «Occorrono», scrive tra l'altro Conte, «piena dedizione, lucida determinazione, intelligente lungimiranza. Una premessa imprescindibile è rafforzare la coesione della maggioranza e, quindi, la solidità alla squadra di governo». Conte nel suo post apre a molte delle richieste di Renzi sul Recovery plan. «È tutto ancora molto aperto», dice alla Verità una fonte di primo piano di Italia viva, «dobbiamo leggere le carte. Prima di tutto quelle sul Recovery che arrivano domani (oggi, ndr). E poi ci sono molti altri sospesi. Abbiamo solo visto un post...».
In serata è Renzi a esternare al Tg3: «Se Conte è in grado di lavorare», dice il leader di Iv, «faccia, altrimenti toccherà ad altri. Sul Recovery servono più investimenti e meno bonus. Da quello che si legge il governo sembra aver cambiato idea, segno che forse le idee di Italia viva non erano così male. Il presidente Conte ha detto: verrò in Senato, quasi sfidandoci. Lo aspettiamo lì. Non c'è nessun rischio di voto anticipato», ribadisce Renzi, «la legislatura finisce nel 2023».
Continua a leggereRiduci
L'ipotesi di scostamento calcolata a Natale per il quinto decreto di aiuti non teneva conto delle nuove serrate né dell'instabilità del Conte bis. Con la crisi, gli aiuti salterebbero. Pure Roberto Gualtieri a rischio: al suo posto, una fetta di Pd sonda l'ex azzurro Domenico Siniscalco.Crisi di governo: il premier preferirebbe la conta in Aula alla resa. Matteo Renzi: «Avanti fino al 2023».Lo speciale contiene due articoli. La manovra 2021 con ben 40 miliardi di deficit e debito generato dal Recovery plan è stata licenziata dall'Aula nove giorni fa. Se si aggiunge il budget già destinato al 2021 dalla legge finanziaria approvata a dicembre del 2019 si arriva alla cifra di 66 miliardi di euro. Quasi tre volte gli importi standard dell'ultimo decennio. Aggiungiamo i 150 miliardi di deficit prodotto nel 2020 e gli altri 100 da spalmare nel prossimo quiquennio e si arriva a un debito potenziale di 300 miliardi. Eppure siamo al 7 gennaio e serve subito la riedizione di un decreto Ristori, il quinto per l'esattezza. Per il semplice motivo che il caos dei colori delle Regioni e le continue chiusure degli esercizi commerciali escludono a priori una programmazione economica di sostegno. Non è una discolpa per il governo. Semmai un doppio crimine. A decidere gli stop è del tutto chiaro che si tratti della politica. Nemmeno la scusa della scienza viene più utilizzata. Il blocco degli esercizi commerciali viene comunicato all'ultimo e nessuno programma i bonus in anticipo. Per di più è chiaro che il metodo di sostegno pubblico adottato dal governo Conte è sbagliato e incongruente. Altrimenti non ci troveremmo al 7 gennaio con la necessità di stanziare altri fondi e deficit per erogare elemosina per il periodo di gennaio. La storia tirerà le file delle macerie create. Adesso invece bisogna pensare a come evitare ulteriori danni.Il vice ministro dell'Economia, Laura Castelli, si dice convinta che la risposta sia la coazione a ripetere. Nel Ristori quinques vorrebbe inserire almeno un paio di dozzine di miliardi di euro a deficit per i bonus e per coprire la rottamazione delle cartelle. Il governo ha promesso nei giorni scorsi una «gestione straordinaria» per tendere la mano ai contribuenti che, già dalle prossime settimane, si troveranno di fronte alla valanga di cartelle esattoriali in arrivo dopo la sospensione dei primi mesi della pandemia. Le misure, compresa una rottamazione quater che potrebbe essere estesa fino al 2019, dovrebbero inserirsi nel nuovo quadro degli aiuti che il governo già prima di Natale pensava di finanziare con uno scostamento da almeno 20 miliardi, da chiedere attorno alla metà di gennaio per finanziare il nuovo decreto Ristori. Ipotesi che però non teneva conto né del protrarsi delle chiusure e dall'altro dei venti di crisi che stanno investendo l'esecutivo giallorosso. Se il Conte bis dovesse fermarsi, infatti, anche i ristori sarebbero a rischio: prosciugati in mille rivoli di emendamenti parlamentari i 3,8 miliardi del fondo anti-Covid della manovra, senza un nuovo scostamento non ci sarebbe un euro da spendere per le promesse compensazioni per le categorie più colpite. Certo, nei quattro decreti Ristori era stata creata una piccola dote per i contributi automatici dell'Agenzia delle entrate alle attività economiche via via coinvolte dalle chiusure, ma nuove misure di contenimento del virus su larga scala esaurirebbero i fondi velocemente. E, appunto, non resterebbe nulla per quell'intervento «perequativo» che lo stesso ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, aveva iniziato a ipotizzare già a metà novembre. L'idea resterebbe infatti quella di introdurre un nuovo meccanismo per la quantificazione delle perdite, su base almeno semestrale anziché mensile per non penalizzare le attività stagionali. Ma per farlo servono risorse ingenti. I 20 miliardi stimati a Natale non bastano. Non solo, anche se passasse la rottamazione delle cartelle, questa purtroppo coprirebbe la situazione pregressa. A giugno le aziende non avranno soldi per pagare le tasse, uno step antecedente all'emissione di una cartella. E questo è il vero tema da risolvere. Così come l'altro grande errore di valutazione commesso a partire da marzo 2020. In Germania gli indennizzi tengono conto del mancato fatturato. Non dei risultati dell'azienda. In pratica, Berlino eroga veri e propri ristori come farebbe una assicurazione, non indennizzi forfettari. Una enorme differenza che si sentirà al momento della ripartenza. Là sarà un pronti e via. Qui conteremo le aziende morte. Senza contare il divieto di licenziamenti in atto fino al 31 marzo sul quale il governo lancia solo pessimi messaggi, lasciando trasparire idee estremamente confuse.La trattativa in corso sul Recovery plan sebbene avvenga per motivi di mera politica politicante sta però spostando le risorse dai sussidi agli investimenti. E ciò è un buon segno. All'interno del turbinio del rimpasto c'è anche chi nota il possibile cambio di passo. Nonostante Gualtieri sembri l'argine contro le richieste più hard, c'è una fetta del Pd che sarebbe pronta a dargli il ben servito. Nelle scorse ore è stato sondato l'ex ministro delle Finanze di Silvio Berlusconi, Domenico Siniscalco. Avrebbe il pregio agli occhi del Pd (la fetta avversa a Conte) di avvicinare Forza Italia all'esecutivo e di superare la mentalità dei sussidi statalisti che regna con Gualtieri e i 5 stelle. Certo il Conte ter e Massimo D'Alema non accetterebbero mai un cambio di guardia al Mef.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/20-miliardi-ristori-non-bastano-2649775719.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-senatore-semplice-fa-bagarre-ma-fugge-da-voto-e-governi-di-scopo" data-post-id="2649775719" data-published-at="1609993730" data-use-pagination="False"> Il senatore semplice fa bagarre ma fugge da voto e governi di scopo Giuseppe Conte, in cuor suo, vorrebbe andare alla guerra. O quella parziale, ovvero la conta in Senato per sostituire Matteo Renzi con i famigerati «responsabili», o addirittura quella totale, vale a dire le elezioni anticipate, per sfidare Matteo Salvini e il centrodestra a capo della gioiosa macchina da guerra formata da Pd, M5s e partitini centristi e di sinistra radicale. Peccato per lui che nessuna delle strade sia tenuta in considerazione dai suoi quasi ex alleati di governo. La situazione è quindi estremamente semplice: Conte deve farsi coraggio, andare al Quirinale e dimettersi, per poi sperare di ricevere il reincarico e formare il Conte ter, con più ministri per Italia viva (Ettore Rosato o Maria Elena Boschi alla Difesa al posto di Lorenzo Guerini, che andrebbe all'Interno), e vari cambi in squadra. Il problema è che Conte ha una paura tremenda di dimettersi, perché nessuno può garantirgli di essere reincaricato da Sergio Mattarella: basterà il «no» di Renzi nel corso delle consultazioni per virare su un altro presidente del Consiglio (Marta Cartabia, Carlo Cottarelli, Dario Franceschini i papabili). Lo stallo, dunque, è totale, e a tentare una difesa del premier «ciuffato» arriva Beppe Grillo, che attacca Renzi con un post sul suo blog nel quale cita l'orazione di Cicerone contro la congiura di Catilina: «Quo usque tandem (fino a che punto) approfitterai», scrive Grillo, «della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora la tua pazzia si farà beffe di noi?». Una strigliata a Renzi arriva anche da Nicola Zingaretti, e la sensazione è che i dem non siano disposti a seguire fino in fondo Matteo Renzi, con il quale pure condividono molte delle critiche a Conte: «Il Pd», scrive Zingaretti, «vuole superare le conflittualità all'interno della maggioranza e un clima di incertezza che può arrecare danni all'azione di governo e alle condizioni di vita del Paese. La crisi in un momento di emergenza verrebbe vissuta come un gioco di potere, lontano dagli interessi dell'Italia». Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, parla apertamente di elezioni anticipate: «Se si toglie questo punto di equilibrio», dice Orlando a Rai 1, «è impossibile trovarne un altro. Rotolare verso le elezioni sarebbe un fuor d'opera in questo momento, non lo chiede neanche una parte delle opposizioni». Da parte sua, Conte affida a Facebook una riflessione che sembra aprire al rimpastone, ma senza crisi: «Occorrono», scrive tra l'altro Conte, «piena dedizione, lucida determinazione, intelligente lungimiranza. Una premessa imprescindibile è rafforzare la coesione della maggioranza e, quindi, la solidità alla squadra di governo». Conte nel suo post apre a molte delle richieste di Renzi sul Recovery plan. «È tutto ancora molto aperto», dice alla Verità una fonte di primo piano di Italia viva, «dobbiamo leggere le carte. Prima di tutto quelle sul Recovery che arrivano domani (oggi, ndr). E poi ci sono molti altri sospesi. Abbiamo solo visto un post...». In serata è Renzi a esternare al Tg3: «Se Conte è in grado di lavorare», dice il leader di Iv, «faccia, altrimenti toccherà ad altri. Sul Recovery servono più investimenti e meno bonus. Da quello che si legge il governo sembra aver cambiato idea, segno che forse le idee di Italia viva non erano così male. Il presidente Conte ha detto: verrò in Senato, quasi sfidandoci. Lo aspettiamo lì. Non c'è nessun rischio di voto anticipato», ribadisce Renzi, «la legislatura finisce nel 2023».
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
Continua a leggereRiduci
Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
Continua a leggereRiduci
Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
Continua a leggereRiduci