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2021-01-07
I 20 miliardi del «Ristori 5» già non bastano
Roberto Gualtieri (Ansa)
La manovra 2021 con ben 40 miliardi di deficit e debito generato dal Recovery plan è stata licenziata dall'Aula nove giorni fa. Se si aggiunge il budget già destinato al 2021 dalla legge finanziaria approvata a dicembre del 2019 si arriva alla cifra di 66 miliardi di euro. Quasi tre volte gli importi standard dell'ultimo decennio. Aggiungiamo i 150 miliardi di deficit prodotto nel 2020 e gli altri 100 da spalmare nel prossimo quiquennio e si arriva a un debito potenziale di 300 miliardi. Eppure siamo al 7 gennaio e serve subito la riedizione di un decreto Ristori, il quinto per l'esattezza. Per il semplice motivo che il caos dei colori delle Regioni e le continue chiusure degli esercizi commerciali escludono a priori una programmazione economica di sostegno.
Non è una discolpa per il governo. Semmai un doppio crimine. A decidere gli stop è del tutto chiaro che si tratti della politica. Nemmeno la scusa della scienza viene più utilizzata. Il blocco degli esercizi commerciali viene comunicato all'ultimo e nessuno programma i bonus in anticipo. Per di più è chiaro che il metodo di sostegno pubblico adottato dal governo Conte è sbagliato e incongruente. Altrimenti non ci troveremmo al 7 gennaio con la necessità di stanziare altri fondi e deficit per erogare elemosina per il periodo di gennaio. La storia tirerà le file delle macerie create. Adesso invece bisogna pensare a come evitare ulteriori danni.
Il vice ministro dell'Economia, Laura Castelli, si dice convinta che la risposta sia la coazione a ripetere. Nel Ristori quinques vorrebbe inserire almeno un paio di dozzine di miliardi di euro a deficit per i bonus e per coprire la rottamazione delle cartelle. Il governo ha promesso nei giorni scorsi una «gestione straordinaria» per tendere la mano ai contribuenti che, già dalle prossime settimane, si troveranno di fronte alla valanga di cartelle esattoriali in arrivo dopo la sospensione dei primi mesi della pandemia. Le misure, compresa una rottamazione quater che potrebbe essere estesa fino al 2019, dovrebbero inserirsi nel nuovo quadro degli aiuti che il governo già prima di Natale pensava di finanziare con uno scostamento da almeno 20 miliardi, da chiedere attorno alla metà di gennaio per finanziare il nuovo decreto Ristori.
Ipotesi che però non teneva conto né del protrarsi delle chiusure e dall'altro dei venti di crisi che stanno investendo l'esecutivo giallorosso. Se il Conte bis dovesse fermarsi, infatti, anche i ristori sarebbero a rischio: prosciugati in mille rivoli di emendamenti parlamentari i 3,8 miliardi del fondo anti-Covid della manovra, senza un nuovo scostamento non ci sarebbe un euro da spendere per le promesse compensazioni per le categorie più colpite. Certo, nei quattro decreti Ristori era stata creata una piccola dote per i contributi automatici dell'Agenzia delle entrate alle attività economiche via via coinvolte dalle chiusure, ma nuove misure di contenimento del virus su larga scala esaurirebbero i fondi velocemente. E, appunto, non resterebbe nulla per quell'intervento «perequativo» che lo stesso ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, aveva iniziato a ipotizzare già a metà novembre. L'idea resterebbe infatti quella di introdurre un nuovo meccanismo per la quantificazione delle perdite, su base almeno semestrale anziché mensile per non penalizzare le attività stagionali.
Ma per farlo servono risorse ingenti. I 20 miliardi stimati a Natale non bastano. Non solo, anche se passasse la rottamazione delle cartelle, questa purtroppo coprirebbe la situazione pregressa. A giugno le aziende non avranno soldi per pagare le tasse, uno step antecedente all'emissione di una cartella. E questo è il vero tema da risolvere. Così come l'altro grande errore di valutazione commesso a partire da marzo 2020. In Germania gli indennizzi tengono conto del mancato fatturato. Non dei risultati dell'azienda. In pratica, Berlino eroga veri e propri ristori come farebbe una assicurazione, non indennizzi forfettari. Una enorme differenza che si sentirà al momento della ripartenza. Là sarà un pronti e via. Qui conteremo le aziende morte. Senza contare il divieto di licenziamenti in atto fino al 31 marzo sul quale il governo lancia solo pessimi messaggi, lasciando trasparire idee estremamente confuse.
La trattativa in corso sul Recovery plan sebbene avvenga per motivi di mera politica politicante sta però spostando le risorse dai sussidi agli investimenti. E ciò è un buon segno. All'interno del turbinio del rimpasto c'è anche chi nota il possibile cambio di passo. Nonostante Gualtieri sembri l'argine contro le richieste più hard, c'è una fetta del Pd che sarebbe pronta a dargli il ben servito. Nelle scorse ore è stato sondato l'ex ministro delle Finanze di Silvio Berlusconi, Domenico Siniscalco. Avrebbe il pregio agli occhi del Pd (la fetta avversa a Conte) di avvicinare Forza Italia all'esecutivo e di superare la mentalità dei sussidi statalisti che regna con Gualtieri e i 5 stelle. Certo il Conte ter e Massimo D'Alema non accetterebbero mai un cambio di guardia al Mef.
Il senatore semplice fa bagarre ma fugge da voto e governi di scopo
Giuseppe Conte, in cuor suo, vorrebbe andare alla guerra. O quella parziale, ovvero la conta in Senato per sostituire Matteo Renzi con i famigerati «responsabili», o addirittura quella totale, vale a dire le elezioni anticipate, per sfidare Matteo Salvini e il centrodestra a capo della gioiosa macchina da guerra formata da Pd, M5s e partitini centristi e di sinistra radicale. Peccato per lui che nessuna delle strade sia tenuta in considerazione dai suoi quasi ex alleati di governo.
La situazione è quindi estremamente semplice: Conte deve farsi coraggio, andare al Quirinale e dimettersi, per poi sperare di ricevere il reincarico e formare il Conte ter, con più ministri per Italia viva (Ettore Rosato o Maria Elena Boschi alla Difesa al posto di Lorenzo Guerini, che andrebbe all'Interno), e vari cambi in squadra. Il problema è che Conte ha una paura tremenda di dimettersi, perché nessuno può garantirgli di essere reincaricato da Sergio Mattarella: basterà il «no» di Renzi nel corso delle consultazioni per virare su un altro presidente del Consiglio (Marta Cartabia, Carlo Cottarelli, Dario Franceschini i papabili). Lo stallo, dunque, è totale, e a tentare una difesa del premier «ciuffato» arriva Beppe Grillo, che attacca Renzi con un post sul suo blog nel quale cita l'orazione di Cicerone contro la congiura di Catilina: «Quo usque tandem (fino a che punto) approfitterai», scrive Grillo, «della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora la tua pazzia si farà beffe di noi?».
Una strigliata a Renzi arriva anche da Nicola Zingaretti, e la sensazione è che i dem non siano disposti a seguire fino in fondo Matteo Renzi, con il quale pure condividono molte delle critiche a Conte: «Il Pd», scrive Zingaretti, «vuole superare le conflittualità all'interno della maggioranza e un clima di incertezza che può arrecare danni all'azione di governo e alle condizioni di vita del Paese. La crisi in un momento di emergenza verrebbe vissuta come un gioco di potere, lontano dagli interessi dell'Italia». Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, parla apertamente di elezioni anticipate: «Se si toglie questo punto di equilibrio», dice Orlando a Rai 1, «è impossibile trovarne un altro. Rotolare verso le elezioni sarebbe un fuor d'opera in questo momento, non lo chiede neanche una parte delle opposizioni».
Da parte sua, Conte affida a Facebook una riflessione che sembra aprire al rimpastone, ma senza crisi: «Occorrono», scrive tra l'altro Conte, «piena dedizione, lucida determinazione, intelligente lungimiranza. Una premessa imprescindibile è rafforzare la coesione della maggioranza e, quindi, la solidità alla squadra di governo». Conte nel suo post apre a molte delle richieste di Renzi sul Recovery plan. «È tutto ancora molto aperto», dice alla Verità una fonte di primo piano di Italia viva, «dobbiamo leggere le carte. Prima di tutto quelle sul Recovery che arrivano domani (oggi, ndr). E poi ci sono molti altri sospesi. Abbiamo solo visto un post...».
In serata è Renzi a esternare al Tg3: «Se Conte è in grado di lavorare», dice il leader di Iv, «faccia, altrimenti toccherà ad altri. Sul Recovery servono più investimenti e meno bonus. Da quello che si legge il governo sembra aver cambiato idea, segno che forse le idee di Italia viva non erano così male. Il presidente Conte ha detto: verrò in Senato, quasi sfidandoci. Lo aspettiamo lì. Non c'è nessun rischio di voto anticipato», ribadisce Renzi, «la legislatura finisce nel 2023».
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L'ipotesi di scostamento calcolata a Natale per il quinto decreto di aiuti non teneva conto delle nuove serrate né dell'instabilità del Conte bis. Con la crisi, gli aiuti salterebbero. Pure Roberto Gualtieri a rischio: al suo posto, una fetta di Pd sonda l'ex azzurro Domenico Siniscalco.Crisi di governo: il premier preferirebbe la conta in Aula alla resa. Matteo Renzi: «Avanti fino al 2023».Lo speciale contiene due articoli. La manovra 2021 con ben 40 miliardi di deficit e debito generato dal Recovery plan è stata licenziata dall'Aula nove giorni fa. Se si aggiunge il budget già destinato al 2021 dalla legge finanziaria approvata a dicembre del 2019 si arriva alla cifra di 66 miliardi di euro. Quasi tre volte gli importi standard dell'ultimo decennio. Aggiungiamo i 150 miliardi di deficit prodotto nel 2020 e gli altri 100 da spalmare nel prossimo quiquennio e si arriva a un debito potenziale di 300 miliardi. Eppure siamo al 7 gennaio e serve subito la riedizione di un decreto Ristori, il quinto per l'esattezza. Per il semplice motivo che il caos dei colori delle Regioni e le continue chiusure degli esercizi commerciali escludono a priori una programmazione economica di sostegno. Non è una discolpa per il governo. Semmai un doppio crimine. A decidere gli stop è del tutto chiaro che si tratti della politica. Nemmeno la scusa della scienza viene più utilizzata. Il blocco degli esercizi commerciali viene comunicato all'ultimo e nessuno programma i bonus in anticipo. Per di più è chiaro che il metodo di sostegno pubblico adottato dal governo Conte è sbagliato e incongruente. Altrimenti non ci troveremmo al 7 gennaio con la necessità di stanziare altri fondi e deficit per erogare elemosina per il periodo di gennaio. La storia tirerà le file delle macerie create. Adesso invece bisogna pensare a come evitare ulteriori danni.Il vice ministro dell'Economia, Laura Castelli, si dice convinta che la risposta sia la coazione a ripetere. Nel Ristori quinques vorrebbe inserire almeno un paio di dozzine di miliardi di euro a deficit per i bonus e per coprire la rottamazione delle cartelle. Il governo ha promesso nei giorni scorsi una «gestione straordinaria» per tendere la mano ai contribuenti che, già dalle prossime settimane, si troveranno di fronte alla valanga di cartelle esattoriali in arrivo dopo la sospensione dei primi mesi della pandemia. Le misure, compresa una rottamazione quater che potrebbe essere estesa fino al 2019, dovrebbero inserirsi nel nuovo quadro degli aiuti che il governo già prima di Natale pensava di finanziare con uno scostamento da almeno 20 miliardi, da chiedere attorno alla metà di gennaio per finanziare il nuovo decreto Ristori. Ipotesi che però non teneva conto né del protrarsi delle chiusure e dall'altro dei venti di crisi che stanno investendo l'esecutivo giallorosso. Se il Conte bis dovesse fermarsi, infatti, anche i ristori sarebbero a rischio: prosciugati in mille rivoli di emendamenti parlamentari i 3,8 miliardi del fondo anti-Covid della manovra, senza un nuovo scostamento non ci sarebbe un euro da spendere per le promesse compensazioni per le categorie più colpite. Certo, nei quattro decreti Ristori era stata creata una piccola dote per i contributi automatici dell'Agenzia delle entrate alle attività economiche via via coinvolte dalle chiusure, ma nuove misure di contenimento del virus su larga scala esaurirebbero i fondi velocemente. E, appunto, non resterebbe nulla per quell'intervento «perequativo» che lo stesso ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, aveva iniziato a ipotizzare già a metà novembre. L'idea resterebbe infatti quella di introdurre un nuovo meccanismo per la quantificazione delle perdite, su base almeno semestrale anziché mensile per non penalizzare le attività stagionali. Ma per farlo servono risorse ingenti. I 20 miliardi stimati a Natale non bastano. Non solo, anche se passasse la rottamazione delle cartelle, questa purtroppo coprirebbe la situazione pregressa. A giugno le aziende non avranno soldi per pagare le tasse, uno step antecedente all'emissione di una cartella. E questo è il vero tema da risolvere. Così come l'altro grande errore di valutazione commesso a partire da marzo 2020. In Germania gli indennizzi tengono conto del mancato fatturato. Non dei risultati dell'azienda. In pratica, Berlino eroga veri e propri ristori come farebbe una assicurazione, non indennizzi forfettari. Una enorme differenza che si sentirà al momento della ripartenza. Là sarà un pronti e via. Qui conteremo le aziende morte. Senza contare il divieto di licenziamenti in atto fino al 31 marzo sul quale il governo lancia solo pessimi messaggi, lasciando trasparire idee estremamente confuse.La trattativa in corso sul Recovery plan sebbene avvenga per motivi di mera politica politicante sta però spostando le risorse dai sussidi agli investimenti. E ciò è un buon segno. All'interno del turbinio del rimpasto c'è anche chi nota il possibile cambio di passo. Nonostante Gualtieri sembri l'argine contro le richieste più hard, c'è una fetta del Pd che sarebbe pronta a dargli il ben servito. Nelle scorse ore è stato sondato l'ex ministro delle Finanze di Silvio Berlusconi, Domenico Siniscalco. Avrebbe il pregio agli occhi del Pd (la fetta avversa a Conte) di avvicinare Forza Italia all'esecutivo e di superare la mentalità dei sussidi statalisti che regna con Gualtieri e i 5 stelle. Certo il Conte ter e Massimo D'Alema non accetterebbero mai un cambio di guardia al Mef.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/20-miliardi-ristori-non-bastano-2649775719.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-senatore-semplice-fa-bagarre-ma-fugge-da-voto-e-governi-di-scopo" data-post-id="2649775719" data-published-at="1609993730" data-use-pagination="False"> Il senatore semplice fa bagarre ma fugge da voto e governi di scopo Giuseppe Conte, in cuor suo, vorrebbe andare alla guerra. O quella parziale, ovvero la conta in Senato per sostituire Matteo Renzi con i famigerati «responsabili», o addirittura quella totale, vale a dire le elezioni anticipate, per sfidare Matteo Salvini e il centrodestra a capo della gioiosa macchina da guerra formata da Pd, M5s e partitini centristi e di sinistra radicale. Peccato per lui che nessuna delle strade sia tenuta in considerazione dai suoi quasi ex alleati di governo. La situazione è quindi estremamente semplice: Conte deve farsi coraggio, andare al Quirinale e dimettersi, per poi sperare di ricevere il reincarico e formare il Conte ter, con più ministri per Italia viva (Ettore Rosato o Maria Elena Boschi alla Difesa al posto di Lorenzo Guerini, che andrebbe all'Interno), e vari cambi in squadra. Il problema è che Conte ha una paura tremenda di dimettersi, perché nessuno può garantirgli di essere reincaricato da Sergio Mattarella: basterà il «no» di Renzi nel corso delle consultazioni per virare su un altro presidente del Consiglio (Marta Cartabia, Carlo Cottarelli, Dario Franceschini i papabili). Lo stallo, dunque, è totale, e a tentare una difesa del premier «ciuffato» arriva Beppe Grillo, che attacca Renzi con un post sul suo blog nel quale cita l'orazione di Cicerone contro la congiura di Catilina: «Quo usque tandem (fino a che punto) approfitterai», scrive Grillo, «della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora la tua pazzia si farà beffe di noi?». Una strigliata a Renzi arriva anche da Nicola Zingaretti, e la sensazione è che i dem non siano disposti a seguire fino in fondo Matteo Renzi, con il quale pure condividono molte delle critiche a Conte: «Il Pd», scrive Zingaretti, «vuole superare le conflittualità all'interno della maggioranza e un clima di incertezza che può arrecare danni all'azione di governo e alle condizioni di vita del Paese. La crisi in un momento di emergenza verrebbe vissuta come un gioco di potere, lontano dagli interessi dell'Italia». Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, parla apertamente di elezioni anticipate: «Se si toglie questo punto di equilibrio», dice Orlando a Rai 1, «è impossibile trovarne un altro. Rotolare verso le elezioni sarebbe un fuor d'opera in questo momento, non lo chiede neanche una parte delle opposizioni». Da parte sua, Conte affida a Facebook una riflessione che sembra aprire al rimpastone, ma senza crisi: «Occorrono», scrive tra l'altro Conte, «piena dedizione, lucida determinazione, intelligente lungimiranza. Una premessa imprescindibile è rafforzare la coesione della maggioranza e, quindi, la solidità alla squadra di governo». Conte nel suo post apre a molte delle richieste di Renzi sul Recovery plan. «È tutto ancora molto aperto», dice alla Verità una fonte di primo piano di Italia viva, «dobbiamo leggere le carte. Prima di tutto quelle sul Recovery che arrivano domani (oggi, ndr). E poi ci sono molti altri sospesi. Abbiamo solo visto un post...». In serata è Renzi a esternare al Tg3: «Se Conte è in grado di lavorare», dice il leader di Iv, «faccia, altrimenti toccherà ad altri. Sul Recovery servono più investimenti e meno bonus. Da quello che si legge il governo sembra aver cambiato idea, segno che forse le idee di Italia viva non erano così male. Il presidente Conte ha detto: verrò in Senato, quasi sfidandoci. Lo aspettiamo lì. Non c'è nessun rischio di voto anticipato», ribadisce Renzi, «la legislatura finisce nel 2023».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara