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2021-10-26
Altri 11 miliardi pubblici in Mps per rimediare agli errori del Pd
Mario Draghi (Getty Images)
Bluff o vera rottura delle trattative? Ora che Unicredit si sfila dal tavolo per salvare Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per chiedere altro tempo per sistemare i cocci rotti e per rivendere la banca senese a qualcuno. Come minimo serviranno sei mesi extra rispetto alla scadenza di aprile 2022. Nel 2017 il governo italiano si impegnò a privatizzare Mps entro la prossima primavera, una volta approvati i risultati finanziari del 2021. «La Commissione segue da vicino i recenti sviluppi riguardanti la Banca Monte dei Paschi di Siena ed è in contatto con le autorità italiane», ha affermato ieri un portavoce della Commissione Ue, interpellato da Mf-Dowjones. «Nel luglio 2017 la Commissione ha approvato il piano dell'Italia per sostenere una ricapitalizzazione precauzionale di Mps ai sensi della normativa Ue, sulla base di un efficace piano di ristrutturazione e sulla base di alcuni impegni assunti dall'Italia nei confronti della banca», ricorda la Commissione.
Purtroppo il punto di partenza attuale è di gran lunga peggiorativo rispetto a quello che il governo avrebbe potuto cristallizzare nel febbraio scorso quando l'opposizione (Fratelli d'Italia) chiedeva più tempo e prima dell'avvio della discussione con Unicredit. A dirlo sono anche le proiezioni avanzate da più analisti. Se il ministro Daniele Franco e il numero uno del Tesoro, Alessandro Rivera, andranno a bussare in Europa per proporre un piano stand alone, molto probabilmente dovranno mettere in cantiere un aumento di capitale di almeno 4,5 miliardi. Circa 1,5 in più rispetto ai calcoli di Unicredit. Ci saranno inoltre esuberi per 1,5 miliardi di euro e almeno 3 miliardi di gestione dei crediti deteriorati. Non si possono dimenticare infine i 3 miliardi di cause legali. Il totale farebbe 11 miliardi. Praticamente più dei costi che l'amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, avrebbe paventato.
Tale macigno si sommerebbe a quanto il Tesoro ha già sborsato nel 2017, quando ha deciso di avviare la ricapitalizzazione precauzionale. Basti dire che all'epoca il Tesoro pagò le azioni circa 7 euro l'una e oggi quei titoli valgono 1,05 euro. Dunque il Tesoro, che di Mps possiede il 68,24 per cento del capitale, a oggi ha perso 4,7 miliardi, ovvero oltre l'85% cento di ciò che aveva investito. A decidere l'operazione, inutile ribadirlo, furono Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan, il quale poi si candidò proprio nel collegio di Siena, vincendo la competizione salvo poi fare il salto dall'altra parte. Cioè alla presidenza di Unicredit. Dunque, si può dire che la sola elezione di Padoan al Senato, ovviamente nelle liste del Pd, è costata al contribuente la bella cifra di 4,7 miliardi. Fino ad ora.
Avremmo dovuto aggiungere altri 10 miliardi secondo lo schema Unicredit oppure almeno 11 nel caso di risanamento tutto con i soldi pubblici. Il termine risanamento è per giunta improprio. Nulla garantisce che la banca si riesca a salvare nemmeno dopo aver sborsato una mezza legge Finanziaria.
Al tempo stesso non ci sono garanzie che dopo aver speso 11 miliardi dei contribuenti la banca senese finisca nazionalizzata in un contesto di stabilità. C'è infatti l'enorme tema delle sofferenze, gli Npl, e al tempo stesso dell'enorme montagna di crediti fiscali che la precedente legge Finanziaria ha concesso come dote per le aggregazioni. Almeno 2,4 miliardi sarebbero andati a Unicredit per incentivare la fusione e potrebbero essere guadagnati dalla stessa Gae Aulenti se decidesse di finalizzare un'altra operazione. Tutto per dire che una volta sventolati gli incentivi se in futuro a metà dell'opera di apparente risanamento da parte del Tesoro spuntasse un nuovo acquirente estero, il governo dovrebbe sicuramente mettere mano un'altra volta al portafoglio. Mica si possono fare differenze. Eppure nonostante si stia affrontando un tale sfacelo, chi ha contribuito politicamente al danno e alla rovina di una delle banca più antiche d'Europa non si tira indietro dal pontificare.
«L'interruzione dei negoziati tra Mef e Unicredit su Mps rende necessaria la ricerca da parte del governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena», si legge in una nota congiunta a firma Antonio Misiani, responsabile economia del Pd, e Simona Bonafè, segretaria regionale Pd Toscana. A rincarare con parole al vento è il presidente della Regione, Eugenio Giani. «Vediamo i dati che usciranno il 5 novembre, ma se i dati del bilancio trimestrale confermassero quanto avvenuto nel precedente, cioè che Mps ha un utile di 208 milioni allora veramente la cosa che conviene fare è far correre Mps magari con un piccolo, rispetto ai 7 miliardi di euro, aumento di capitale sociale per dare respiro». Se in Italia avessimo la Sec piuttosto che la Consob i politici dovrebbero stare attenti a quello dicono. Invece da noi si vive l'assuefazione totale alle disfatte di Stato. E questa di Mps si avvia a essere l'Alitalia delle banche. Altri costi e spezzatini serviti a gruppi stranieri.
Chissà come la vede Mario Draghi, che la banca senese l'ha conosciuta bene ai tempi di Bankitalia.
Da D’Alema a Fassino fino a Letta paghiamo ancora gli errori dei dem
Il fallimento del negoziato sul salvataggio di Mps è emerso solo dopo le suppletive senesi vinte da Enrico Letta che l'altra sera nel salotto da Fabio Fazio si vantava addirittura di aver evitato la svendita. Il Pd, così preoccupato per i destini di Siena, sembra aver dimenticato con un processo di rimozione kafkiano tutti i grovigli del passato. Eppure, la stessa trattativa tra Unicredit e il Mef, ora saltata, è in parte frutto di una strategia sinistra assai più recente e dunque difficile da omettere con amnesie improvvise. Il «pacchetto» proposto ad Andrea Orcel è stato infatti impostato da un dalemiano di ferro come l'ex ministro del Tesoro e neoeletto sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Che a settembre 2020 assicurava: «Una grande banca come Mps va rilanciata, non spezzettata». E nel frattempo spingeva per la soluzione Unicredit con Pier Carlo Padoan presidente che avrebbe potuto chiudere un cerchio aperto tanti anni fa. Così non è stato.
A far parte di quel cerchio che per decenni ha stretto Siena, sono stati in tanti. Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell'allora Pci, Giuliano Amato (ex premier oggi giudice e vicepresidente della Corte costituzionale), e l'ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi. Tempi lontani, quando le lotte interne ai Ds determinavano le mosse del risiko. A inizio del 2000, Mps compra Banca 121, la banca del Salento, collegio di Massimo D'Alema, e la paga 2.500 miliardi di vecchie lire. A guidare Banca 121 c'era Vincenzo De Bustis, considerato vicino al leader Maximo e diventato poi direttore generale dello stesso Monte (e poi anche ad della Pop Bari). Ma a creare fratture tra le correnti è il fidanzamento fra il Monte e Bnl, che avrebbe dovuto portare a una fusione saltata almeno un paio di volte. La prima è nell'estate 2000, quando le nozze fra Siena e Roma vengono sponsorizzate dall'allora presidente Ds, D'Alema, con il placet del governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Altre pressioni arrivano anche da Vincenzo Visco, in quel periodo ministro del Tesoro, e da Amato. Il matrimonio con Bnl, però, salta per lo stop di Walter Veltroni (allora sindaco di Roma e antagonista di D'Alema dentro al nascente Pd), con il sostegno dei prodiani. Poco dopo scoppierà l'estate delle scalate bancarie e Bnl finirà nel mirino delle coop rosse capitanate dall'allora patron di Unipol, Giovanni Consorte: il 31 dicembre 2005 Il Giornale pubblicherà stralci di un'intercettazione fra lui e Piero Fassino, allora segretario dei Ds, in cui quest'ultimo gli chiedeva: «E allora, siamo padroni di una banca?». È anche l'estate dei «furbetti del quartierino» capitanati da Gianpiero Fiorani che tenteranno, invano, di mettere le mani su Antonveneta. Da quelle scalate si sfila il Monte che però solo due anni dopo comprerà proprio la banca padovana.
L'inizio della fine, Il «peccato originale» della crisi del Monte. Accompagnato in quel novembre del 2007, dal plauso unanime della ditta Ds-Pd. Nomi e cognomi finiti nei faldoni delle inchieste giudiziarie. Gabriello Mancini, ex presidente della fondazione, nel luglio 2012 ai magistrati senesi racconta della spartizione di poltrone: «La mia nomina, come quella dell'avvocato Mussari alla guida della banca, fu decisa dai maggiorenti della politica locale e regionale e condivisa dai vertici della politica nazionale». L'ex sindaco di Siena nonché ex deputato Ds, Ceccuzzi, cita invece un colloquio con D'Alema: «Nell'autunno del 2011 pensammo di cambiare direttore generale e ci rivolgemmo anche ad Alessandro Profumo, che però rifiutò lasciando la porta aperta a una sua possibile nomina alla presidenza. Con il passare dei mesi la situazione diventava sempre più difficile e mi rivolsi a Massimo D'Alema. Naturalmente lo invitai a contattare Profumo per fare pressioni perché accettasse l'offerta». D'Alema, Veltroni e anche Matteo Renzi. Che, da premier, il 21 gennaio 2016 aveva detto: «Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell'affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata».
Camilla Conti
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Con Unicredit che si sfila dal salvataggio Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per avere tempo. La scadenza della primavera prossima è irrealistica. E servono più soldi di quelli richiesti da Andrea Orcel per aumento di capitale, esuberi, Npl e cause.Il Pd soffre di amnesia sui guai provocati in passato e sulle attuali colpe a Siena.Lo speciale contiene due articoli.Bluff o vera rottura delle trattative? Ora che Unicredit si sfila dal tavolo per salvare Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per chiedere altro tempo per sistemare i cocci rotti e per rivendere la banca senese a qualcuno. Come minimo serviranno sei mesi extra rispetto alla scadenza di aprile 2022. Nel 2017 il governo italiano si impegnò a privatizzare Mps entro la prossima primavera, una volta approvati i risultati finanziari del 2021. «La Commissione segue da vicino i recenti sviluppi riguardanti la Banca Monte dei Paschi di Siena ed è in contatto con le autorità italiane», ha affermato ieri un portavoce della Commissione Ue, interpellato da Mf-Dowjones. «Nel luglio 2017 la Commissione ha approvato il piano dell'Italia per sostenere una ricapitalizzazione precauzionale di Mps ai sensi della normativa Ue, sulla base di un efficace piano di ristrutturazione e sulla base di alcuni impegni assunti dall'Italia nei confronti della banca», ricorda la Commissione.Purtroppo il punto di partenza attuale è di gran lunga peggiorativo rispetto a quello che il governo avrebbe potuto cristallizzare nel febbraio scorso quando l'opposizione (Fratelli d'Italia) chiedeva più tempo e prima dell'avvio della discussione con Unicredit. A dirlo sono anche le proiezioni avanzate da più analisti. Se il ministro Daniele Franco e il numero uno del Tesoro, Alessandro Rivera, andranno a bussare in Europa per proporre un piano stand alone, molto probabilmente dovranno mettere in cantiere un aumento di capitale di almeno 4,5 miliardi. Circa 1,5 in più rispetto ai calcoli di Unicredit. Ci saranno inoltre esuberi per 1,5 miliardi di euro e almeno 3 miliardi di gestione dei crediti deteriorati. Non si possono dimenticare infine i 3 miliardi di cause legali. Il totale farebbe 11 miliardi. Praticamente più dei costi che l'amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, avrebbe paventato.Tale macigno si sommerebbe a quanto il Tesoro ha già sborsato nel 2017, quando ha deciso di avviare la ricapitalizzazione precauzionale. Basti dire che all'epoca il Tesoro pagò le azioni circa 7 euro l'una e oggi quei titoli valgono 1,05 euro. Dunque il Tesoro, che di Mps possiede il 68,24 per cento del capitale, a oggi ha perso 4,7 miliardi, ovvero oltre l'85% cento di ciò che aveva investito. A decidere l'operazione, inutile ribadirlo, furono Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan, il quale poi si candidò proprio nel collegio di Siena, vincendo la competizione salvo poi fare il salto dall'altra parte. Cioè alla presidenza di Unicredit. Dunque, si può dire che la sola elezione di Padoan al Senato, ovviamente nelle liste del Pd, è costata al contribuente la bella cifra di 4,7 miliardi. Fino ad ora. Avremmo dovuto aggiungere altri 10 miliardi secondo lo schema Unicredit oppure almeno 11 nel caso di risanamento tutto con i soldi pubblici. Il termine risanamento è per giunta improprio. Nulla garantisce che la banca si riesca a salvare nemmeno dopo aver sborsato una mezza legge Finanziaria. Al tempo stesso non ci sono garanzie che dopo aver speso 11 miliardi dei contribuenti la banca senese finisca nazionalizzata in un contesto di stabilità. C'è infatti l'enorme tema delle sofferenze, gli Npl, e al tempo stesso dell'enorme montagna di crediti fiscali che la precedente legge Finanziaria ha concesso come dote per le aggregazioni. Almeno 2,4 miliardi sarebbero andati a Unicredit per incentivare la fusione e potrebbero essere guadagnati dalla stessa Gae Aulenti se decidesse di finalizzare un'altra operazione. Tutto per dire che una volta sventolati gli incentivi se in futuro a metà dell'opera di apparente risanamento da parte del Tesoro spuntasse un nuovo acquirente estero, il governo dovrebbe sicuramente mettere mano un'altra volta al portafoglio. Mica si possono fare differenze. Eppure nonostante si stia affrontando un tale sfacelo, chi ha contribuito politicamente al danno e alla rovina di una delle banca più antiche d'Europa non si tira indietro dal pontificare. «L'interruzione dei negoziati tra Mef e Unicredit su Mps rende necessaria la ricerca da parte del governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena», si legge in una nota congiunta a firma Antonio Misiani, responsabile economia del Pd, e Simona Bonafè, segretaria regionale Pd Toscana. A rincarare con parole al vento è il presidente della Regione, Eugenio Giani. «Vediamo i dati che usciranno il 5 novembre, ma se i dati del bilancio trimestrale confermassero quanto avvenuto nel precedente, cioè che Mps ha un utile di 208 milioni allora veramente la cosa che conviene fare è far correre Mps magari con un piccolo, rispetto ai 7 miliardi di euro, aumento di capitale sociale per dare respiro». Se in Italia avessimo la Sec piuttosto che la Consob i politici dovrebbero stare attenti a quello dicono. Invece da noi si vive l'assuefazione totale alle disfatte di Stato. E questa di Mps si avvia a essere l'Alitalia delle banche. Altri costi e spezzatini serviti a gruppi stranieri. Chissà come la vede Mario Draghi, che la banca senese l'ha conosciuta bene ai tempi di Bankitalia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/11-miliardi-mps-errori-pd-2655367249.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-dalema-a-fassino-fino-a-letta-paghiamo-ancora-gli-errori-dei-dem" data-post-id="2655367249" data-published-at="1635196765" data-use-pagination="False"> Da D’Alema a Fassino fino a Letta paghiamo ancora gli errori dei dem Il fallimento del negoziato sul salvataggio di Mps è emerso solo dopo le suppletive senesi vinte da Enrico Letta che l'altra sera nel salotto da Fabio Fazio si vantava addirittura di aver evitato la svendita. Il Pd, così preoccupato per i destini di Siena, sembra aver dimenticato con un processo di rimozione kafkiano tutti i grovigli del passato. Eppure, la stessa trattativa tra Unicredit e il Mef, ora saltata, è in parte frutto di una strategia sinistra assai più recente e dunque difficile da omettere con amnesie improvvise. Il «pacchetto» proposto ad Andrea Orcel è stato infatti impostato da un dalemiano di ferro come l'ex ministro del Tesoro e neoeletto sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Che a settembre 2020 assicurava: «Una grande banca come Mps va rilanciata, non spezzettata». E nel frattempo spingeva per la soluzione Unicredit con Pier Carlo Padoan presidente che avrebbe potuto chiudere un cerchio aperto tanti anni fa. Così non è stato. A far parte di quel cerchio che per decenni ha stretto Siena, sono stati in tanti. Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell'allora Pci, Giuliano Amato (ex premier oggi giudice e vicepresidente della Corte costituzionale), e l'ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi. Tempi lontani, quando le lotte interne ai Ds determinavano le mosse del risiko. A inizio del 2000, Mps compra Banca 121, la banca del Salento, collegio di Massimo D'Alema, e la paga 2.500 miliardi di vecchie lire. A guidare Banca 121 c'era Vincenzo De Bustis, considerato vicino al leader Maximo e diventato poi direttore generale dello stesso Monte (e poi anche ad della Pop Bari). Ma a creare fratture tra le correnti è il fidanzamento fra il Monte e Bnl, che avrebbe dovuto portare a una fusione saltata almeno un paio di volte. La prima è nell'estate 2000, quando le nozze fra Siena e Roma vengono sponsorizzate dall'allora presidente Ds, D'Alema, con il placet del governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Altre pressioni arrivano anche da Vincenzo Visco, in quel periodo ministro del Tesoro, e da Amato. Il matrimonio con Bnl, però, salta per lo stop di Walter Veltroni (allora sindaco di Roma e antagonista di D'Alema dentro al nascente Pd), con il sostegno dei prodiani. Poco dopo scoppierà l'estate delle scalate bancarie e Bnl finirà nel mirino delle coop rosse capitanate dall'allora patron di Unipol, Giovanni Consorte: il 31 dicembre 2005 Il Giornale pubblicherà stralci di un'intercettazione fra lui e Piero Fassino, allora segretario dei Ds, in cui quest'ultimo gli chiedeva: «E allora, siamo padroni di una banca?». È anche l'estate dei «furbetti del quartierino» capitanati da Gianpiero Fiorani che tenteranno, invano, di mettere le mani su Antonveneta. Da quelle scalate si sfila il Monte che però solo due anni dopo comprerà proprio la banca padovana. L'inizio della fine, Il «peccato originale» della crisi del Monte. Accompagnato in quel novembre del 2007, dal plauso unanime della ditta Ds-Pd. Nomi e cognomi finiti nei faldoni delle inchieste giudiziarie. Gabriello Mancini, ex presidente della fondazione, nel luglio 2012 ai magistrati senesi racconta della spartizione di poltrone: «La mia nomina, come quella dell'avvocato Mussari alla guida della banca, fu decisa dai maggiorenti della politica locale e regionale e condivisa dai vertici della politica nazionale». L'ex sindaco di Siena nonché ex deputato Ds, Ceccuzzi, cita invece un colloquio con D'Alema: «Nell'autunno del 2011 pensammo di cambiare direttore generale e ci rivolgemmo anche ad Alessandro Profumo, che però rifiutò lasciando la porta aperta a una sua possibile nomina alla presidenza. Con il passare dei mesi la situazione diventava sempre più difficile e mi rivolsi a Massimo D'Alema. Naturalmente lo invitai a contattare Profumo per fare pressioni perché accettasse l'offerta». D'Alema, Veltroni e anche Matteo Renzi. Che, da premier, il 21 gennaio 2016 aveva detto: «Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell'affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata». Camilla Conti
Attimi di panico nei pressi della Casa Bianca: un uomo armato ha aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service prima di essere ucciso. Ferita gravemente una persona presente nella zona. Giornalisti costretti a interrompere le dirette e a mettersi al riparo.
Momenti di tensione a Washington, nei pressi della Casa Bianca, dove un uomo armato ha aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service a uno dei checkpoint dell’area di sicurezza. L’aggressore è stato colpito durante lo scontro a fuoco ed è morto poco dopo in ospedale.
Secondo le prime informazioni diffuse dalle autorità, nella sparatoria è rimasta ferita gravemente anche una persona che si trovava casualmente nei dintorni. L’uomo armato, identificato come il 21enne Nasir Best, era già noto agli agenti per precedenti episodi. L’allarme è scattato intorno alle 18.10 locali, mentre alcuni giornalisti stavano effettuando collegamenti in diretta dai giardini della Casa Bianca. Nei video si sentono chiaramente numerosi colpi di arma da fuoco, con i cronisti costretti a interrompere le trasmissioni e a cercare immediatamente riparo all’interno della briefing room.
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Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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