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2021-10-26
Altri 11 miliardi pubblici in Mps per rimediare agli errori del Pd
Mario Draghi (Getty Images)
Bluff o vera rottura delle trattative? Ora che Unicredit si sfila dal tavolo per salvare Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per chiedere altro tempo per sistemare i cocci rotti e per rivendere la banca senese a qualcuno. Come minimo serviranno sei mesi extra rispetto alla scadenza di aprile 2022. Nel 2017 il governo italiano si impegnò a privatizzare Mps entro la prossima primavera, una volta approvati i risultati finanziari del 2021. «La Commissione segue da vicino i recenti sviluppi riguardanti la Banca Monte dei Paschi di Siena ed è in contatto con le autorità italiane», ha affermato ieri un portavoce della Commissione Ue, interpellato da Mf-Dowjones. «Nel luglio 2017 la Commissione ha approvato il piano dell'Italia per sostenere una ricapitalizzazione precauzionale di Mps ai sensi della normativa Ue, sulla base di un efficace piano di ristrutturazione e sulla base di alcuni impegni assunti dall'Italia nei confronti della banca», ricorda la Commissione.
Purtroppo il punto di partenza attuale è di gran lunga peggiorativo rispetto a quello che il governo avrebbe potuto cristallizzare nel febbraio scorso quando l'opposizione (Fratelli d'Italia) chiedeva più tempo e prima dell'avvio della discussione con Unicredit. A dirlo sono anche le proiezioni avanzate da più analisti. Se il ministro Daniele Franco e il numero uno del Tesoro, Alessandro Rivera, andranno a bussare in Europa per proporre un piano stand alone, molto probabilmente dovranno mettere in cantiere un aumento di capitale di almeno 4,5 miliardi. Circa 1,5 in più rispetto ai calcoli di Unicredit. Ci saranno inoltre esuberi per 1,5 miliardi di euro e almeno 3 miliardi di gestione dei crediti deteriorati. Non si possono dimenticare infine i 3 miliardi di cause legali. Il totale farebbe 11 miliardi. Praticamente più dei costi che l'amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, avrebbe paventato.
Tale macigno si sommerebbe a quanto il Tesoro ha già sborsato nel 2017, quando ha deciso di avviare la ricapitalizzazione precauzionale. Basti dire che all'epoca il Tesoro pagò le azioni circa 7 euro l'una e oggi quei titoli valgono 1,05 euro. Dunque il Tesoro, che di Mps possiede il 68,24 per cento del capitale, a oggi ha perso 4,7 miliardi, ovvero oltre l'85% cento di ciò che aveva investito. A decidere l'operazione, inutile ribadirlo, furono Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan, il quale poi si candidò proprio nel collegio di Siena, vincendo la competizione salvo poi fare il salto dall'altra parte. Cioè alla presidenza di Unicredit. Dunque, si può dire che la sola elezione di Padoan al Senato, ovviamente nelle liste del Pd, è costata al contribuente la bella cifra di 4,7 miliardi. Fino ad ora.
Avremmo dovuto aggiungere altri 10 miliardi secondo lo schema Unicredit oppure almeno 11 nel caso di risanamento tutto con i soldi pubblici. Il termine risanamento è per giunta improprio. Nulla garantisce che la banca si riesca a salvare nemmeno dopo aver sborsato una mezza legge Finanziaria.
Al tempo stesso non ci sono garanzie che dopo aver speso 11 miliardi dei contribuenti la banca senese finisca nazionalizzata in un contesto di stabilità. C'è infatti l'enorme tema delle sofferenze, gli Npl, e al tempo stesso dell'enorme montagna di crediti fiscali che la precedente legge Finanziaria ha concesso come dote per le aggregazioni. Almeno 2,4 miliardi sarebbero andati a Unicredit per incentivare la fusione e potrebbero essere guadagnati dalla stessa Gae Aulenti se decidesse di finalizzare un'altra operazione. Tutto per dire che una volta sventolati gli incentivi se in futuro a metà dell'opera di apparente risanamento da parte del Tesoro spuntasse un nuovo acquirente estero, il governo dovrebbe sicuramente mettere mano un'altra volta al portafoglio. Mica si possono fare differenze. Eppure nonostante si stia affrontando un tale sfacelo, chi ha contribuito politicamente al danno e alla rovina di una delle banca più antiche d'Europa non si tira indietro dal pontificare.
«L'interruzione dei negoziati tra Mef e Unicredit su Mps rende necessaria la ricerca da parte del governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena», si legge in una nota congiunta a firma Antonio Misiani, responsabile economia del Pd, e Simona Bonafè, segretaria regionale Pd Toscana. A rincarare con parole al vento è il presidente della Regione, Eugenio Giani. «Vediamo i dati che usciranno il 5 novembre, ma se i dati del bilancio trimestrale confermassero quanto avvenuto nel precedente, cioè che Mps ha un utile di 208 milioni allora veramente la cosa che conviene fare è far correre Mps magari con un piccolo, rispetto ai 7 miliardi di euro, aumento di capitale sociale per dare respiro». Se in Italia avessimo la Sec piuttosto che la Consob i politici dovrebbero stare attenti a quello dicono. Invece da noi si vive l'assuefazione totale alle disfatte di Stato. E questa di Mps si avvia a essere l'Alitalia delle banche. Altri costi e spezzatini serviti a gruppi stranieri.
Chissà come la vede Mario Draghi, che la banca senese l'ha conosciuta bene ai tempi di Bankitalia.
Da D’Alema a Fassino fino a Letta paghiamo ancora gli errori dei dem
Il fallimento del negoziato sul salvataggio di Mps è emerso solo dopo le suppletive senesi vinte da Enrico Letta che l'altra sera nel salotto da Fabio Fazio si vantava addirittura di aver evitato la svendita. Il Pd, così preoccupato per i destini di Siena, sembra aver dimenticato con un processo di rimozione kafkiano tutti i grovigli del passato. Eppure, la stessa trattativa tra Unicredit e il Mef, ora saltata, è in parte frutto di una strategia sinistra assai più recente e dunque difficile da omettere con amnesie improvvise. Il «pacchetto» proposto ad Andrea Orcel è stato infatti impostato da un dalemiano di ferro come l'ex ministro del Tesoro e neoeletto sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Che a settembre 2020 assicurava: «Una grande banca come Mps va rilanciata, non spezzettata». E nel frattempo spingeva per la soluzione Unicredit con Pier Carlo Padoan presidente che avrebbe potuto chiudere un cerchio aperto tanti anni fa. Così non è stato.
A far parte di quel cerchio che per decenni ha stretto Siena, sono stati in tanti. Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell'allora Pci, Giuliano Amato (ex premier oggi giudice e vicepresidente della Corte costituzionale), e l'ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi. Tempi lontani, quando le lotte interne ai Ds determinavano le mosse del risiko. A inizio del 2000, Mps compra Banca 121, la banca del Salento, collegio di Massimo D'Alema, e la paga 2.500 miliardi di vecchie lire. A guidare Banca 121 c'era Vincenzo De Bustis, considerato vicino al leader Maximo e diventato poi direttore generale dello stesso Monte (e poi anche ad della Pop Bari). Ma a creare fratture tra le correnti è il fidanzamento fra il Monte e Bnl, che avrebbe dovuto portare a una fusione saltata almeno un paio di volte. La prima è nell'estate 2000, quando le nozze fra Siena e Roma vengono sponsorizzate dall'allora presidente Ds, D'Alema, con il placet del governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Altre pressioni arrivano anche da Vincenzo Visco, in quel periodo ministro del Tesoro, e da Amato. Il matrimonio con Bnl, però, salta per lo stop di Walter Veltroni (allora sindaco di Roma e antagonista di D'Alema dentro al nascente Pd), con il sostegno dei prodiani. Poco dopo scoppierà l'estate delle scalate bancarie e Bnl finirà nel mirino delle coop rosse capitanate dall'allora patron di Unipol, Giovanni Consorte: il 31 dicembre 2005 Il Giornale pubblicherà stralci di un'intercettazione fra lui e Piero Fassino, allora segretario dei Ds, in cui quest'ultimo gli chiedeva: «E allora, siamo padroni di una banca?». È anche l'estate dei «furbetti del quartierino» capitanati da Gianpiero Fiorani che tenteranno, invano, di mettere le mani su Antonveneta. Da quelle scalate si sfila il Monte che però solo due anni dopo comprerà proprio la banca padovana.
L'inizio della fine, Il «peccato originale» della crisi del Monte. Accompagnato in quel novembre del 2007, dal plauso unanime della ditta Ds-Pd. Nomi e cognomi finiti nei faldoni delle inchieste giudiziarie. Gabriello Mancini, ex presidente della fondazione, nel luglio 2012 ai magistrati senesi racconta della spartizione di poltrone: «La mia nomina, come quella dell'avvocato Mussari alla guida della banca, fu decisa dai maggiorenti della politica locale e regionale e condivisa dai vertici della politica nazionale». L'ex sindaco di Siena nonché ex deputato Ds, Ceccuzzi, cita invece un colloquio con D'Alema: «Nell'autunno del 2011 pensammo di cambiare direttore generale e ci rivolgemmo anche ad Alessandro Profumo, che però rifiutò lasciando la porta aperta a una sua possibile nomina alla presidenza. Con il passare dei mesi la situazione diventava sempre più difficile e mi rivolsi a Massimo D'Alema. Naturalmente lo invitai a contattare Profumo per fare pressioni perché accettasse l'offerta». D'Alema, Veltroni e anche Matteo Renzi. Che, da premier, il 21 gennaio 2016 aveva detto: «Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell'affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata».
Camilla Conti
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Con Unicredit che si sfila dal salvataggio Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per avere tempo. La scadenza della primavera prossima è irrealistica. E servono più soldi di quelli richiesti da Andrea Orcel per aumento di capitale, esuberi, Npl e cause.Il Pd soffre di amnesia sui guai provocati in passato e sulle attuali colpe a Siena.Lo speciale contiene due articoli.Bluff o vera rottura delle trattative? Ora che Unicredit si sfila dal tavolo per salvare Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per chiedere altro tempo per sistemare i cocci rotti e per rivendere la banca senese a qualcuno. Come minimo serviranno sei mesi extra rispetto alla scadenza di aprile 2022. Nel 2017 il governo italiano si impegnò a privatizzare Mps entro la prossima primavera, una volta approvati i risultati finanziari del 2021. «La Commissione segue da vicino i recenti sviluppi riguardanti la Banca Monte dei Paschi di Siena ed è in contatto con le autorità italiane», ha affermato ieri un portavoce della Commissione Ue, interpellato da Mf-Dowjones. «Nel luglio 2017 la Commissione ha approvato il piano dell'Italia per sostenere una ricapitalizzazione precauzionale di Mps ai sensi della normativa Ue, sulla base di un efficace piano di ristrutturazione e sulla base di alcuni impegni assunti dall'Italia nei confronti della banca», ricorda la Commissione.Purtroppo il punto di partenza attuale è di gran lunga peggiorativo rispetto a quello che il governo avrebbe potuto cristallizzare nel febbraio scorso quando l'opposizione (Fratelli d'Italia) chiedeva più tempo e prima dell'avvio della discussione con Unicredit. A dirlo sono anche le proiezioni avanzate da più analisti. Se il ministro Daniele Franco e il numero uno del Tesoro, Alessandro Rivera, andranno a bussare in Europa per proporre un piano stand alone, molto probabilmente dovranno mettere in cantiere un aumento di capitale di almeno 4,5 miliardi. Circa 1,5 in più rispetto ai calcoli di Unicredit. Ci saranno inoltre esuberi per 1,5 miliardi di euro e almeno 3 miliardi di gestione dei crediti deteriorati. Non si possono dimenticare infine i 3 miliardi di cause legali. Il totale farebbe 11 miliardi. Praticamente più dei costi che l'amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, avrebbe paventato.Tale macigno si sommerebbe a quanto il Tesoro ha già sborsato nel 2017, quando ha deciso di avviare la ricapitalizzazione precauzionale. Basti dire che all'epoca il Tesoro pagò le azioni circa 7 euro l'una e oggi quei titoli valgono 1,05 euro. Dunque il Tesoro, che di Mps possiede il 68,24 per cento del capitale, a oggi ha perso 4,7 miliardi, ovvero oltre l'85% cento di ciò che aveva investito. A decidere l'operazione, inutile ribadirlo, furono Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan, il quale poi si candidò proprio nel collegio di Siena, vincendo la competizione salvo poi fare il salto dall'altra parte. Cioè alla presidenza di Unicredit. Dunque, si può dire che la sola elezione di Padoan al Senato, ovviamente nelle liste del Pd, è costata al contribuente la bella cifra di 4,7 miliardi. Fino ad ora. Avremmo dovuto aggiungere altri 10 miliardi secondo lo schema Unicredit oppure almeno 11 nel caso di risanamento tutto con i soldi pubblici. Il termine risanamento è per giunta improprio. Nulla garantisce che la banca si riesca a salvare nemmeno dopo aver sborsato una mezza legge Finanziaria. Al tempo stesso non ci sono garanzie che dopo aver speso 11 miliardi dei contribuenti la banca senese finisca nazionalizzata in un contesto di stabilità. C'è infatti l'enorme tema delle sofferenze, gli Npl, e al tempo stesso dell'enorme montagna di crediti fiscali che la precedente legge Finanziaria ha concesso come dote per le aggregazioni. Almeno 2,4 miliardi sarebbero andati a Unicredit per incentivare la fusione e potrebbero essere guadagnati dalla stessa Gae Aulenti se decidesse di finalizzare un'altra operazione. Tutto per dire che una volta sventolati gli incentivi se in futuro a metà dell'opera di apparente risanamento da parte del Tesoro spuntasse un nuovo acquirente estero, il governo dovrebbe sicuramente mettere mano un'altra volta al portafoglio. Mica si possono fare differenze. Eppure nonostante si stia affrontando un tale sfacelo, chi ha contribuito politicamente al danno e alla rovina di una delle banca più antiche d'Europa non si tira indietro dal pontificare. «L'interruzione dei negoziati tra Mef e Unicredit su Mps rende necessaria la ricerca da parte del governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena», si legge in una nota congiunta a firma Antonio Misiani, responsabile economia del Pd, e Simona Bonafè, segretaria regionale Pd Toscana. A rincarare con parole al vento è il presidente della Regione, Eugenio Giani. «Vediamo i dati che usciranno il 5 novembre, ma se i dati del bilancio trimestrale confermassero quanto avvenuto nel precedente, cioè che Mps ha un utile di 208 milioni allora veramente la cosa che conviene fare è far correre Mps magari con un piccolo, rispetto ai 7 miliardi di euro, aumento di capitale sociale per dare respiro». Se in Italia avessimo la Sec piuttosto che la Consob i politici dovrebbero stare attenti a quello dicono. Invece da noi si vive l'assuefazione totale alle disfatte di Stato. E questa di Mps si avvia a essere l'Alitalia delle banche. Altri costi e spezzatini serviti a gruppi stranieri. Chissà come la vede Mario Draghi, che la banca senese l'ha conosciuta bene ai tempi di Bankitalia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/11-miliardi-mps-errori-pd-2655367249.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-dalema-a-fassino-fino-a-letta-paghiamo-ancora-gli-errori-dei-dem" data-post-id="2655367249" data-published-at="1635196765" data-use-pagination="False"> Da D’Alema a Fassino fino a Letta paghiamo ancora gli errori dei dem Il fallimento del negoziato sul salvataggio di Mps è emerso solo dopo le suppletive senesi vinte da Enrico Letta che l'altra sera nel salotto da Fabio Fazio si vantava addirittura di aver evitato la svendita. Il Pd, così preoccupato per i destini di Siena, sembra aver dimenticato con un processo di rimozione kafkiano tutti i grovigli del passato. Eppure, la stessa trattativa tra Unicredit e il Mef, ora saltata, è in parte frutto di una strategia sinistra assai più recente e dunque difficile da omettere con amnesie improvvise. Il «pacchetto» proposto ad Andrea Orcel è stato infatti impostato da un dalemiano di ferro come l'ex ministro del Tesoro e neoeletto sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Che a settembre 2020 assicurava: «Una grande banca come Mps va rilanciata, non spezzettata». E nel frattempo spingeva per la soluzione Unicredit con Pier Carlo Padoan presidente che avrebbe potuto chiudere un cerchio aperto tanti anni fa. Così non è stato. A far parte di quel cerchio che per decenni ha stretto Siena, sono stati in tanti. Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell'allora Pci, Giuliano Amato (ex premier oggi giudice e vicepresidente della Corte costituzionale), e l'ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi. Tempi lontani, quando le lotte interne ai Ds determinavano le mosse del risiko. A inizio del 2000, Mps compra Banca 121, la banca del Salento, collegio di Massimo D'Alema, e la paga 2.500 miliardi di vecchie lire. A guidare Banca 121 c'era Vincenzo De Bustis, considerato vicino al leader Maximo e diventato poi direttore generale dello stesso Monte (e poi anche ad della Pop Bari). Ma a creare fratture tra le correnti è il fidanzamento fra il Monte e Bnl, che avrebbe dovuto portare a una fusione saltata almeno un paio di volte. La prima è nell'estate 2000, quando le nozze fra Siena e Roma vengono sponsorizzate dall'allora presidente Ds, D'Alema, con il placet del governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Altre pressioni arrivano anche da Vincenzo Visco, in quel periodo ministro del Tesoro, e da Amato. Il matrimonio con Bnl, però, salta per lo stop di Walter Veltroni (allora sindaco di Roma e antagonista di D'Alema dentro al nascente Pd), con il sostegno dei prodiani. Poco dopo scoppierà l'estate delle scalate bancarie e Bnl finirà nel mirino delle coop rosse capitanate dall'allora patron di Unipol, Giovanni Consorte: il 31 dicembre 2005 Il Giornale pubblicherà stralci di un'intercettazione fra lui e Piero Fassino, allora segretario dei Ds, in cui quest'ultimo gli chiedeva: «E allora, siamo padroni di una banca?». È anche l'estate dei «furbetti del quartierino» capitanati da Gianpiero Fiorani che tenteranno, invano, di mettere le mani su Antonveneta. Da quelle scalate si sfila il Monte che però solo due anni dopo comprerà proprio la banca padovana. L'inizio della fine, Il «peccato originale» della crisi del Monte. Accompagnato in quel novembre del 2007, dal plauso unanime della ditta Ds-Pd. Nomi e cognomi finiti nei faldoni delle inchieste giudiziarie. Gabriello Mancini, ex presidente della fondazione, nel luglio 2012 ai magistrati senesi racconta della spartizione di poltrone: «La mia nomina, come quella dell'avvocato Mussari alla guida della banca, fu decisa dai maggiorenti della politica locale e regionale e condivisa dai vertici della politica nazionale». L'ex sindaco di Siena nonché ex deputato Ds, Ceccuzzi, cita invece un colloquio con D'Alema: «Nell'autunno del 2011 pensammo di cambiare direttore generale e ci rivolgemmo anche ad Alessandro Profumo, che però rifiutò lasciando la porta aperta a una sua possibile nomina alla presidenza. Con il passare dei mesi la situazione diventava sempre più difficile e mi rivolsi a Massimo D'Alema. Naturalmente lo invitai a contattare Profumo per fare pressioni perché accettasse l'offerta». D'Alema, Veltroni e anche Matteo Renzi. Che, da premier, il 21 gennaio 2016 aveva detto: «Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell'affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata». Camilla Conti
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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