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2021-10-26
Altri 11 miliardi pubblici in Mps per rimediare agli errori del Pd
Mario Draghi (Getty Images)
Bluff o vera rottura delle trattative? Ora che Unicredit si sfila dal tavolo per salvare Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per chiedere altro tempo per sistemare i cocci rotti e per rivendere la banca senese a qualcuno. Come minimo serviranno sei mesi extra rispetto alla scadenza di aprile 2022. Nel 2017 il governo italiano si impegnò a privatizzare Mps entro la prossima primavera, una volta approvati i risultati finanziari del 2021. «La Commissione segue da vicino i recenti sviluppi riguardanti la Banca Monte dei Paschi di Siena ed è in contatto con le autorità italiane», ha affermato ieri un portavoce della Commissione Ue, interpellato da Mf-Dowjones. «Nel luglio 2017 la Commissione ha approvato il piano dell'Italia per sostenere una ricapitalizzazione precauzionale di Mps ai sensi della normativa Ue, sulla base di un efficace piano di ristrutturazione e sulla base di alcuni impegni assunti dall'Italia nei confronti della banca», ricorda la Commissione.
Purtroppo il punto di partenza attuale è di gran lunga peggiorativo rispetto a quello che il governo avrebbe potuto cristallizzare nel febbraio scorso quando l'opposizione (Fratelli d'Italia) chiedeva più tempo e prima dell'avvio della discussione con Unicredit. A dirlo sono anche le proiezioni avanzate da più analisti. Se il ministro Daniele Franco e il numero uno del Tesoro, Alessandro Rivera, andranno a bussare in Europa per proporre un piano stand alone, molto probabilmente dovranno mettere in cantiere un aumento di capitale di almeno 4,5 miliardi. Circa 1,5 in più rispetto ai calcoli di Unicredit. Ci saranno inoltre esuberi per 1,5 miliardi di euro e almeno 3 miliardi di gestione dei crediti deteriorati. Non si possono dimenticare infine i 3 miliardi di cause legali. Il totale farebbe 11 miliardi. Praticamente più dei costi che l'amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, avrebbe paventato.
Tale macigno si sommerebbe a quanto il Tesoro ha già sborsato nel 2017, quando ha deciso di avviare la ricapitalizzazione precauzionale. Basti dire che all'epoca il Tesoro pagò le azioni circa 7 euro l'una e oggi quei titoli valgono 1,05 euro. Dunque il Tesoro, che di Mps possiede il 68,24 per cento del capitale, a oggi ha perso 4,7 miliardi, ovvero oltre l'85% cento di ciò che aveva investito. A decidere l'operazione, inutile ribadirlo, furono Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan, il quale poi si candidò proprio nel collegio di Siena, vincendo la competizione salvo poi fare il salto dall'altra parte. Cioè alla presidenza di Unicredit. Dunque, si può dire che la sola elezione di Padoan al Senato, ovviamente nelle liste del Pd, è costata al contribuente la bella cifra di 4,7 miliardi. Fino ad ora.
Avremmo dovuto aggiungere altri 10 miliardi secondo lo schema Unicredit oppure almeno 11 nel caso di risanamento tutto con i soldi pubblici. Il termine risanamento è per giunta improprio. Nulla garantisce che la banca si riesca a salvare nemmeno dopo aver sborsato una mezza legge Finanziaria.
Al tempo stesso non ci sono garanzie che dopo aver speso 11 miliardi dei contribuenti la banca senese finisca nazionalizzata in un contesto di stabilità. C'è infatti l'enorme tema delle sofferenze, gli Npl, e al tempo stesso dell'enorme montagna di crediti fiscali che la precedente legge Finanziaria ha concesso come dote per le aggregazioni. Almeno 2,4 miliardi sarebbero andati a Unicredit per incentivare la fusione e potrebbero essere guadagnati dalla stessa Gae Aulenti se decidesse di finalizzare un'altra operazione. Tutto per dire che una volta sventolati gli incentivi se in futuro a metà dell'opera di apparente risanamento da parte del Tesoro spuntasse un nuovo acquirente estero, il governo dovrebbe sicuramente mettere mano un'altra volta al portafoglio. Mica si possono fare differenze. Eppure nonostante si stia affrontando un tale sfacelo, chi ha contribuito politicamente al danno e alla rovina di una delle banca più antiche d'Europa non si tira indietro dal pontificare.
«L'interruzione dei negoziati tra Mef e Unicredit su Mps rende necessaria la ricerca da parte del governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena», si legge in una nota congiunta a firma Antonio Misiani, responsabile economia del Pd, e Simona Bonafè, segretaria regionale Pd Toscana. A rincarare con parole al vento è il presidente della Regione, Eugenio Giani. «Vediamo i dati che usciranno il 5 novembre, ma se i dati del bilancio trimestrale confermassero quanto avvenuto nel precedente, cioè che Mps ha un utile di 208 milioni allora veramente la cosa che conviene fare è far correre Mps magari con un piccolo, rispetto ai 7 miliardi di euro, aumento di capitale sociale per dare respiro». Se in Italia avessimo la Sec piuttosto che la Consob i politici dovrebbero stare attenti a quello dicono. Invece da noi si vive l'assuefazione totale alle disfatte di Stato. E questa di Mps si avvia a essere l'Alitalia delle banche. Altri costi e spezzatini serviti a gruppi stranieri.
Chissà come la vede Mario Draghi, che la banca senese l'ha conosciuta bene ai tempi di Bankitalia.
Da D’Alema a Fassino fino a Letta paghiamo ancora gli errori dei dem
Il fallimento del negoziato sul salvataggio di Mps è emerso solo dopo le suppletive senesi vinte da Enrico Letta che l'altra sera nel salotto da Fabio Fazio si vantava addirittura di aver evitato la svendita. Il Pd, così preoccupato per i destini di Siena, sembra aver dimenticato con un processo di rimozione kafkiano tutti i grovigli del passato. Eppure, la stessa trattativa tra Unicredit e il Mef, ora saltata, è in parte frutto di una strategia sinistra assai più recente e dunque difficile da omettere con amnesie improvvise. Il «pacchetto» proposto ad Andrea Orcel è stato infatti impostato da un dalemiano di ferro come l'ex ministro del Tesoro e neoeletto sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Che a settembre 2020 assicurava: «Una grande banca come Mps va rilanciata, non spezzettata». E nel frattempo spingeva per la soluzione Unicredit con Pier Carlo Padoan presidente che avrebbe potuto chiudere un cerchio aperto tanti anni fa. Così non è stato.
A far parte di quel cerchio che per decenni ha stretto Siena, sono stati in tanti. Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell'allora Pci, Giuliano Amato (ex premier oggi giudice e vicepresidente della Corte costituzionale), e l'ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi. Tempi lontani, quando le lotte interne ai Ds determinavano le mosse del risiko. A inizio del 2000, Mps compra Banca 121, la banca del Salento, collegio di Massimo D'Alema, e la paga 2.500 miliardi di vecchie lire. A guidare Banca 121 c'era Vincenzo De Bustis, considerato vicino al leader Maximo e diventato poi direttore generale dello stesso Monte (e poi anche ad della Pop Bari). Ma a creare fratture tra le correnti è il fidanzamento fra il Monte e Bnl, che avrebbe dovuto portare a una fusione saltata almeno un paio di volte. La prima è nell'estate 2000, quando le nozze fra Siena e Roma vengono sponsorizzate dall'allora presidente Ds, D'Alema, con il placet del governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Altre pressioni arrivano anche da Vincenzo Visco, in quel periodo ministro del Tesoro, e da Amato. Il matrimonio con Bnl, però, salta per lo stop di Walter Veltroni (allora sindaco di Roma e antagonista di D'Alema dentro al nascente Pd), con il sostegno dei prodiani. Poco dopo scoppierà l'estate delle scalate bancarie e Bnl finirà nel mirino delle coop rosse capitanate dall'allora patron di Unipol, Giovanni Consorte: il 31 dicembre 2005 Il Giornale pubblicherà stralci di un'intercettazione fra lui e Piero Fassino, allora segretario dei Ds, in cui quest'ultimo gli chiedeva: «E allora, siamo padroni di una banca?». È anche l'estate dei «furbetti del quartierino» capitanati da Gianpiero Fiorani che tenteranno, invano, di mettere le mani su Antonveneta. Da quelle scalate si sfila il Monte che però solo due anni dopo comprerà proprio la banca padovana.
L'inizio della fine, Il «peccato originale» della crisi del Monte. Accompagnato in quel novembre del 2007, dal plauso unanime della ditta Ds-Pd. Nomi e cognomi finiti nei faldoni delle inchieste giudiziarie. Gabriello Mancini, ex presidente della fondazione, nel luglio 2012 ai magistrati senesi racconta della spartizione di poltrone: «La mia nomina, come quella dell'avvocato Mussari alla guida della banca, fu decisa dai maggiorenti della politica locale e regionale e condivisa dai vertici della politica nazionale». L'ex sindaco di Siena nonché ex deputato Ds, Ceccuzzi, cita invece un colloquio con D'Alema: «Nell'autunno del 2011 pensammo di cambiare direttore generale e ci rivolgemmo anche ad Alessandro Profumo, che però rifiutò lasciando la porta aperta a una sua possibile nomina alla presidenza. Con il passare dei mesi la situazione diventava sempre più difficile e mi rivolsi a Massimo D'Alema. Naturalmente lo invitai a contattare Profumo per fare pressioni perché accettasse l'offerta». D'Alema, Veltroni e anche Matteo Renzi. Che, da premier, il 21 gennaio 2016 aveva detto: «Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell'affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata».
Camilla Conti
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Con Unicredit che si sfila dal salvataggio Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per avere tempo. La scadenza della primavera prossima è irrealistica. E servono più soldi di quelli richiesti da Andrea Orcel per aumento di capitale, esuberi, Npl e cause.Il Pd soffre di amnesia sui guai provocati in passato e sulle attuali colpe a Siena.Lo speciale contiene due articoli.Bluff o vera rottura delle trattative? Ora che Unicredit si sfila dal tavolo per salvare Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per chiedere altro tempo per sistemare i cocci rotti e per rivendere la banca senese a qualcuno. Come minimo serviranno sei mesi extra rispetto alla scadenza di aprile 2022. Nel 2017 il governo italiano si impegnò a privatizzare Mps entro la prossima primavera, una volta approvati i risultati finanziari del 2021. «La Commissione segue da vicino i recenti sviluppi riguardanti la Banca Monte dei Paschi di Siena ed è in contatto con le autorità italiane», ha affermato ieri un portavoce della Commissione Ue, interpellato da Mf-Dowjones. «Nel luglio 2017 la Commissione ha approvato il piano dell'Italia per sostenere una ricapitalizzazione precauzionale di Mps ai sensi della normativa Ue, sulla base di un efficace piano di ristrutturazione e sulla base di alcuni impegni assunti dall'Italia nei confronti della banca», ricorda la Commissione.Purtroppo il punto di partenza attuale è di gran lunga peggiorativo rispetto a quello che il governo avrebbe potuto cristallizzare nel febbraio scorso quando l'opposizione (Fratelli d'Italia) chiedeva più tempo e prima dell'avvio della discussione con Unicredit. A dirlo sono anche le proiezioni avanzate da più analisti. Se il ministro Daniele Franco e il numero uno del Tesoro, Alessandro Rivera, andranno a bussare in Europa per proporre un piano stand alone, molto probabilmente dovranno mettere in cantiere un aumento di capitale di almeno 4,5 miliardi. Circa 1,5 in più rispetto ai calcoli di Unicredit. Ci saranno inoltre esuberi per 1,5 miliardi di euro e almeno 3 miliardi di gestione dei crediti deteriorati. Non si possono dimenticare infine i 3 miliardi di cause legali. Il totale farebbe 11 miliardi. Praticamente più dei costi che l'amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, avrebbe paventato.Tale macigno si sommerebbe a quanto il Tesoro ha già sborsato nel 2017, quando ha deciso di avviare la ricapitalizzazione precauzionale. Basti dire che all'epoca il Tesoro pagò le azioni circa 7 euro l'una e oggi quei titoli valgono 1,05 euro. Dunque il Tesoro, che di Mps possiede il 68,24 per cento del capitale, a oggi ha perso 4,7 miliardi, ovvero oltre l'85% cento di ciò che aveva investito. A decidere l'operazione, inutile ribadirlo, furono Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan, il quale poi si candidò proprio nel collegio di Siena, vincendo la competizione salvo poi fare il salto dall'altra parte. Cioè alla presidenza di Unicredit. Dunque, si può dire che la sola elezione di Padoan al Senato, ovviamente nelle liste del Pd, è costata al contribuente la bella cifra di 4,7 miliardi. Fino ad ora. Avremmo dovuto aggiungere altri 10 miliardi secondo lo schema Unicredit oppure almeno 11 nel caso di risanamento tutto con i soldi pubblici. Il termine risanamento è per giunta improprio. Nulla garantisce che la banca si riesca a salvare nemmeno dopo aver sborsato una mezza legge Finanziaria. Al tempo stesso non ci sono garanzie che dopo aver speso 11 miliardi dei contribuenti la banca senese finisca nazionalizzata in un contesto di stabilità. C'è infatti l'enorme tema delle sofferenze, gli Npl, e al tempo stesso dell'enorme montagna di crediti fiscali che la precedente legge Finanziaria ha concesso come dote per le aggregazioni. Almeno 2,4 miliardi sarebbero andati a Unicredit per incentivare la fusione e potrebbero essere guadagnati dalla stessa Gae Aulenti se decidesse di finalizzare un'altra operazione. Tutto per dire che una volta sventolati gli incentivi se in futuro a metà dell'opera di apparente risanamento da parte del Tesoro spuntasse un nuovo acquirente estero, il governo dovrebbe sicuramente mettere mano un'altra volta al portafoglio. Mica si possono fare differenze. Eppure nonostante si stia affrontando un tale sfacelo, chi ha contribuito politicamente al danno e alla rovina di una delle banca più antiche d'Europa non si tira indietro dal pontificare. «L'interruzione dei negoziati tra Mef e Unicredit su Mps rende necessaria la ricerca da parte del governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena», si legge in una nota congiunta a firma Antonio Misiani, responsabile economia del Pd, e Simona Bonafè, segretaria regionale Pd Toscana. A rincarare con parole al vento è il presidente della Regione, Eugenio Giani. «Vediamo i dati che usciranno il 5 novembre, ma se i dati del bilancio trimestrale confermassero quanto avvenuto nel precedente, cioè che Mps ha un utile di 208 milioni allora veramente la cosa che conviene fare è far correre Mps magari con un piccolo, rispetto ai 7 miliardi di euro, aumento di capitale sociale per dare respiro». Se in Italia avessimo la Sec piuttosto che la Consob i politici dovrebbero stare attenti a quello dicono. Invece da noi si vive l'assuefazione totale alle disfatte di Stato. E questa di Mps si avvia a essere l'Alitalia delle banche. Altri costi e spezzatini serviti a gruppi stranieri. Chissà come la vede Mario Draghi, che la banca senese l'ha conosciuta bene ai tempi di Bankitalia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/11-miliardi-mps-errori-pd-2655367249.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-dalema-a-fassino-fino-a-letta-paghiamo-ancora-gli-errori-dei-dem" data-post-id="2655367249" data-published-at="1635196765" data-use-pagination="False"> Da D’Alema a Fassino fino a Letta paghiamo ancora gli errori dei dem Il fallimento del negoziato sul salvataggio di Mps è emerso solo dopo le suppletive senesi vinte da Enrico Letta che l'altra sera nel salotto da Fabio Fazio si vantava addirittura di aver evitato la svendita. Il Pd, così preoccupato per i destini di Siena, sembra aver dimenticato con un processo di rimozione kafkiano tutti i grovigli del passato. Eppure, la stessa trattativa tra Unicredit e il Mef, ora saltata, è in parte frutto di una strategia sinistra assai più recente e dunque difficile da omettere con amnesie improvvise. Il «pacchetto» proposto ad Andrea Orcel è stato infatti impostato da un dalemiano di ferro come l'ex ministro del Tesoro e neoeletto sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Che a settembre 2020 assicurava: «Una grande banca come Mps va rilanciata, non spezzettata». E nel frattempo spingeva per la soluzione Unicredit con Pier Carlo Padoan presidente che avrebbe potuto chiudere un cerchio aperto tanti anni fa. Così non è stato. A far parte di quel cerchio che per decenni ha stretto Siena, sono stati in tanti. Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell'allora Pci, Giuliano Amato (ex premier oggi giudice e vicepresidente della Corte costituzionale), e l'ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi. Tempi lontani, quando le lotte interne ai Ds determinavano le mosse del risiko. A inizio del 2000, Mps compra Banca 121, la banca del Salento, collegio di Massimo D'Alema, e la paga 2.500 miliardi di vecchie lire. A guidare Banca 121 c'era Vincenzo De Bustis, considerato vicino al leader Maximo e diventato poi direttore generale dello stesso Monte (e poi anche ad della Pop Bari). Ma a creare fratture tra le correnti è il fidanzamento fra il Monte e Bnl, che avrebbe dovuto portare a una fusione saltata almeno un paio di volte. La prima è nell'estate 2000, quando le nozze fra Siena e Roma vengono sponsorizzate dall'allora presidente Ds, D'Alema, con il placet del governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Altre pressioni arrivano anche da Vincenzo Visco, in quel periodo ministro del Tesoro, e da Amato. Il matrimonio con Bnl, però, salta per lo stop di Walter Veltroni (allora sindaco di Roma e antagonista di D'Alema dentro al nascente Pd), con il sostegno dei prodiani. Poco dopo scoppierà l'estate delle scalate bancarie e Bnl finirà nel mirino delle coop rosse capitanate dall'allora patron di Unipol, Giovanni Consorte: il 31 dicembre 2005 Il Giornale pubblicherà stralci di un'intercettazione fra lui e Piero Fassino, allora segretario dei Ds, in cui quest'ultimo gli chiedeva: «E allora, siamo padroni di una banca?». È anche l'estate dei «furbetti del quartierino» capitanati da Gianpiero Fiorani che tenteranno, invano, di mettere le mani su Antonveneta. Da quelle scalate si sfila il Monte che però solo due anni dopo comprerà proprio la banca padovana. L'inizio della fine, Il «peccato originale» della crisi del Monte. Accompagnato in quel novembre del 2007, dal plauso unanime della ditta Ds-Pd. Nomi e cognomi finiti nei faldoni delle inchieste giudiziarie. Gabriello Mancini, ex presidente della fondazione, nel luglio 2012 ai magistrati senesi racconta della spartizione di poltrone: «La mia nomina, come quella dell'avvocato Mussari alla guida della banca, fu decisa dai maggiorenti della politica locale e regionale e condivisa dai vertici della politica nazionale». L'ex sindaco di Siena nonché ex deputato Ds, Ceccuzzi, cita invece un colloquio con D'Alema: «Nell'autunno del 2011 pensammo di cambiare direttore generale e ci rivolgemmo anche ad Alessandro Profumo, che però rifiutò lasciando la porta aperta a una sua possibile nomina alla presidenza. Con il passare dei mesi la situazione diventava sempre più difficile e mi rivolsi a Massimo D'Alema. Naturalmente lo invitai a contattare Profumo per fare pressioni perché accettasse l'offerta». D'Alema, Veltroni e anche Matteo Renzi. Che, da premier, il 21 gennaio 2016 aveva detto: «Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell'affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata». Camilla Conti
Secondo gli inquirenti, il meccanismo si basava su una rete articolata: c’era chi reclutava i cittadini stranieri, chi raccoglieva documenti e passaporti, chi preparava le pratiche e chi metteva a disposizione imprese — reali ma ignare oppure compiacenti o fittizie — utilizzate come datori di lavoro solo sulla carta.
Le domande di nulla osta al lavoro sarebbero state presentate sulla base di rapporti di lavoro inesistenti, esigenze occupazionali fittizie e documentazione ritenuta falsa o irregolare. In diversi casi sono emerse firme apocrife, dichiarazioni incomplete e dati considerati inverosimili, oltre all’utilizzo ricorrente degli stessi recapiti telefonici ed email.
Dalle indagini è emerso anche che alcune aziende sarebbero state coinvolte a loro insaputa, mentre altre risultavano prive di reale attività o comunque incapaci di sostenere assunzioni. La serialità delle pratiche e la ripetitività delle modalità operative delineano, secondo l’accusa, un sistema strutturato.
Il fine sarebbe stato duplice: da un lato consentire a cittadini extracomunitari di ottenere indebitamente il visto e l’ingresso in Italia, dall’altro ricavare un profitto economico dalla gestione delle pratiche.
I reati contestati, allo stato delle indagini, sono riconducibili al favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, attraverso la predisposizione di pratiche fittizie, la simulazione di rapporti di lavoro e l’utilizzo di documentazione non genuina.
L’operazione rappresenta l’esito di una complessa attività investigativa volta a contrastare fenomeni che alterano i canali legali di ingresso nel Paese e compromettono il corretto funzionamento delle procedure amministrative in materia di lavoro e immigrazione.
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Suez, novembre 1956: relitti di navi affondate bloccano il canale (Getty Images)
Un tassello della Guerra fredda fu all’origine della crisi che, alla fine del 1956, interessò il Canale di Suez. Per la costruzione della diga di Assuan, il presidente egiziano Abdel Nasser aveva richiesto finanziamenti A Stati Uniti e Regno Unito. Questi ultimi ritirarono la disponibilità quando Nasser si rivolse all’Unione Sovietica per l’acquisto di armamenti. In risposta, il presidente egiziano proclamò la nazionalizzazione di Suez, fino ad allora gestito da un consorzio anglo-francese.
Attraverso il canale lungo 193 chilometri ed aperto dal 1869, nel 1956 assicurava il transito di circa 2 milioni di barili di petrolio verso un mercato europeo allora fortemente dipendente dall’oro nero. All’ intervento militare di Regno Unito, Francia e Israele, Nasser rispose con la chiusura del canale (che fu minato) e con l’affondamento delle 40 navi presenti nelle acque di Suez. All’inizio delle ostilità, oltre il 60% del traffico di greggio verso occidente fu bloccato.
In Italia la crisi del 1956 fece temere una battuta d’arresto in pieno «boom» economico, sia per l’industria in forte crescita sia per i consumi privati che seguivano la parabola ascendente dell’economia italiana. Il governo, allora guidato dal democristiano Antonio Segni, fu subito attivo in due direzioni: quella diplomatica, dove abbracciò l’atlantismo della «dottrina Eisenhower» (che considerava pericolosa l’azione di Israele e delle potenze coloniali in Medio Oriente in quanto spingevano i Paesi arabi verso l’Unione Sovietica) prendendo decisamente le distanze dalla soluzione armata di Francia e Regno Unito e presentandosi come mediatore internazionale grazie ai consolidati rapporti politici ed economici con l’Egitto.
Sull’emergenza energetica il governo, rappresentato nel settore dal ministro dell’Industria Guido Cortese (Pli), scelse di caricare sulle spalle dello Stato il maggior costo del greggio in modo mirato. Deliberò di evitare gli aumenti dei derivati fondamentali per il funzionamento dell’industria e per la produzione di energia come l’olio combustibile, che sarebbe aumentato di molto a causa dell’impennata dei noli delle navi che erano costrette alla rotta Africana. Applicò invece un aumento del costo della benzina, ma anche in questo caso intervenne per limitarne il rincaro risultante dagli effetti della crisi. Nel 1956, prima della crisi di Suez, un litro di benzina costava 128 lire al litro, di cui ben 91 di oneri fiscali. Gli aumenti dovuti alla crescita del prezzo del greggio e al costo dei trasporti avrebbero fatto crescere di ben 30 lire al litro il prezzo della benzina. Il governo italiano decise di sacrificare una parte degli introiti fiscali e scelse di applicare un aumento di sole 14 lire al litro (7 per i taxisti e i turisti), destinando parte dei proventi dell’aumento ai raffinatori nazionali per compensare i maggiori costi alla fonte. La formula funzionò, impedendo la battuta d’arresto nella crescita industriale ed economica italiana. Il 1956 si chiuse infatti con un bilancio positivo, con una crescita della produzione industriale tra il 7 e l’8%, pur terminando l’anno con l’incognita della durata del blocco di Suez. Peggio andò per le due grandi potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia, che avevano deciso di intervenire militarmente rigettando l’idea diplomatica di una gestione multinazionale del canale. Oltre ad aver dovuto affrontare il prezzo della guerra, il blocco dei carburanti e la crescita dei prezzi costrinsero Londra e Parigi a misure ben più drastiche di quelle di Roma, con razionamenti forzati dell’energia, crescita dell’inflazione e conseguente tensione politica. La crisi del 1956 sarà il tramonto definitivo della colonizzazione anglo-francese in Medio Oriente, sostituita dall’egemonia economica degli Usa. La piccola Italia, pur in crescita, era riuscita a reggere meglio il colpo anche per la ancora limitata diffusione di beni privati energivori come automobili ed elettrodomestici (nel 1956 la motorizzazione di massa era ancora agli albori, con poco più di 1 milione di auto circolanti).
Fu nel periodo della crisi di Suez che l’Eni sviluppò la sua presenza in Medio Oriente, gettando le basi della coraggiosa e spregiudicata «dottrina Mattei». Già alla salita al potere di Nasser il presidente dell’ente italiano Enrico Mattei aveva stretto legami con il governo egiziano, offrendo tecnologia e know-how. Con Saipem aveva vinto in breve la gara per la costruzione dell’oleodotto tra Suez e il Cairo. Poco prima della crisi, Mattei entrò nella nuova società petrolifera di Stato egiziana, la International Egyptian Oil Company – IEOC), offrendo al governo del Cairo condizioni molto vantaggiose in termini economici, una formula che ripeté nel 1957 con l’Iran, aggirando la storica egemonia delle Sette Sorelle grazie alla partecipazione ad una società a capitale pubblico.
L’italia ebbe un ruolo importante anche nell’epilogo della crisi del Canale di Suez. Dal 31 ottobre 1956 ben 44 relitti di grandi navi ostruivano il passaggio. Serviva una task force per una bonifica urgente, per non prolungare ulteriormente il blocco. Tra le italiane fu scelta dalle Nazioni Unite la compagnia milanese Micoperi, con sede operativa a Ravenna. Dal 1946 si occupava di bonifica di relitti della guerra. A Suez operò con i pontoni «Squalo» e «Pegaso», affiancata dalle navi delle due società triestine Banfield e Tripcovich. Gli specialisti italiani lavorarono talmente bene da meritare un encomio solenne da parte del consorzio internazionale di bonifica a guida Danese e Olandese. Nell’aprile del 1957 il canale di Suez era libero. Ed il petrolio passò nuovamente, ma lasciando l’Europa con il sapore di una catastrofe economica devastante se solamente il blocco fosse stato prolungato solo di qualche mese.
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