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2021-10-26
Altri 11 miliardi pubblici in Mps per rimediare agli errori del Pd
Mario Draghi (Getty Images)
Bluff o vera rottura delle trattative? Ora che Unicredit si sfila dal tavolo per salvare Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per chiedere altro tempo per sistemare i cocci rotti e per rivendere la banca senese a qualcuno. Come minimo serviranno sei mesi extra rispetto alla scadenza di aprile 2022. Nel 2017 il governo italiano si impegnò a privatizzare Mps entro la prossima primavera, una volta approvati i risultati finanziari del 2021. «La Commissione segue da vicino i recenti sviluppi riguardanti la Banca Monte dei Paschi di Siena ed è in contatto con le autorità italiane», ha affermato ieri un portavoce della Commissione Ue, interpellato da Mf-Dowjones. «Nel luglio 2017 la Commissione ha approvato il piano dell'Italia per sostenere una ricapitalizzazione precauzionale di Mps ai sensi della normativa Ue, sulla base di un efficace piano di ristrutturazione e sulla base di alcuni impegni assunti dall'Italia nei confronti della banca», ricorda la Commissione.
Purtroppo il punto di partenza attuale è di gran lunga peggiorativo rispetto a quello che il governo avrebbe potuto cristallizzare nel febbraio scorso quando l'opposizione (Fratelli d'Italia) chiedeva più tempo e prima dell'avvio della discussione con Unicredit. A dirlo sono anche le proiezioni avanzate da più analisti. Se il ministro Daniele Franco e il numero uno del Tesoro, Alessandro Rivera, andranno a bussare in Europa per proporre un piano stand alone, molto probabilmente dovranno mettere in cantiere un aumento di capitale di almeno 4,5 miliardi. Circa 1,5 in più rispetto ai calcoli di Unicredit. Ci saranno inoltre esuberi per 1,5 miliardi di euro e almeno 3 miliardi di gestione dei crediti deteriorati. Non si possono dimenticare infine i 3 miliardi di cause legali. Il totale farebbe 11 miliardi. Praticamente più dei costi che l'amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, avrebbe paventato.
Tale macigno si sommerebbe a quanto il Tesoro ha già sborsato nel 2017, quando ha deciso di avviare la ricapitalizzazione precauzionale. Basti dire che all'epoca il Tesoro pagò le azioni circa 7 euro l'una e oggi quei titoli valgono 1,05 euro. Dunque il Tesoro, che di Mps possiede il 68,24 per cento del capitale, a oggi ha perso 4,7 miliardi, ovvero oltre l'85% cento di ciò che aveva investito. A decidere l'operazione, inutile ribadirlo, furono Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan, il quale poi si candidò proprio nel collegio di Siena, vincendo la competizione salvo poi fare il salto dall'altra parte. Cioè alla presidenza di Unicredit. Dunque, si può dire che la sola elezione di Padoan al Senato, ovviamente nelle liste del Pd, è costata al contribuente la bella cifra di 4,7 miliardi. Fino ad ora.
Avremmo dovuto aggiungere altri 10 miliardi secondo lo schema Unicredit oppure almeno 11 nel caso di risanamento tutto con i soldi pubblici. Il termine risanamento è per giunta improprio. Nulla garantisce che la banca si riesca a salvare nemmeno dopo aver sborsato una mezza legge Finanziaria.
Al tempo stesso non ci sono garanzie che dopo aver speso 11 miliardi dei contribuenti la banca senese finisca nazionalizzata in un contesto di stabilità. C'è infatti l'enorme tema delle sofferenze, gli Npl, e al tempo stesso dell'enorme montagna di crediti fiscali che la precedente legge Finanziaria ha concesso come dote per le aggregazioni. Almeno 2,4 miliardi sarebbero andati a Unicredit per incentivare la fusione e potrebbero essere guadagnati dalla stessa Gae Aulenti se decidesse di finalizzare un'altra operazione. Tutto per dire che una volta sventolati gli incentivi se in futuro a metà dell'opera di apparente risanamento da parte del Tesoro spuntasse un nuovo acquirente estero, il governo dovrebbe sicuramente mettere mano un'altra volta al portafoglio. Mica si possono fare differenze. Eppure nonostante si stia affrontando un tale sfacelo, chi ha contribuito politicamente al danno e alla rovina di una delle banca più antiche d'Europa non si tira indietro dal pontificare.
«L'interruzione dei negoziati tra Mef e Unicredit su Mps rende necessaria la ricerca da parte del governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena», si legge in una nota congiunta a firma Antonio Misiani, responsabile economia del Pd, e Simona Bonafè, segretaria regionale Pd Toscana. A rincarare con parole al vento è il presidente della Regione, Eugenio Giani. «Vediamo i dati che usciranno il 5 novembre, ma se i dati del bilancio trimestrale confermassero quanto avvenuto nel precedente, cioè che Mps ha un utile di 208 milioni allora veramente la cosa che conviene fare è far correre Mps magari con un piccolo, rispetto ai 7 miliardi di euro, aumento di capitale sociale per dare respiro». Se in Italia avessimo la Sec piuttosto che la Consob i politici dovrebbero stare attenti a quello dicono. Invece da noi si vive l'assuefazione totale alle disfatte di Stato. E questa di Mps si avvia a essere l'Alitalia delle banche. Altri costi e spezzatini serviti a gruppi stranieri.
Chissà come la vede Mario Draghi, che la banca senese l'ha conosciuta bene ai tempi di Bankitalia.
Da D’Alema a Fassino fino a Letta paghiamo ancora gli errori dei dem
Il fallimento del negoziato sul salvataggio di Mps è emerso solo dopo le suppletive senesi vinte da Enrico Letta che l'altra sera nel salotto da Fabio Fazio si vantava addirittura di aver evitato la svendita. Il Pd, così preoccupato per i destini di Siena, sembra aver dimenticato con un processo di rimozione kafkiano tutti i grovigli del passato. Eppure, la stessa trattativa tra Unicredit e il Mef, ora saltata, è in parte frutto di una strategia sinistra assai più recente e dunque difficile da omettere con amnesie improvvise. Il «pacchetto» proposto ad Andrea Orcel è stato infatti impostato da un dalemiano di ferro come l'ex ministro del Tesoro e neoeletto sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Che a settembre 2020 assicurava: «Una grande banca come Mps va rilanciata, non spezzettata». E nel frattempo spingeva per la soluzione Unicredit con Pier Carlo Padoan presidente che avrebbe potuto chiudere un cerchio aperto tanti anni fa. Così non è stato.
A far parte di quel cerchio che per decenni ha stretto Siena, sono stati in tanti. Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell'allora Pci, Giuliano Amato (ex premier oggi giudice e vicepresidente della Corte costituzionale), e l'ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi. Tempi lontani, quando le lotte interne ai Ds determinavano le mosse del risiko. A inizio del 2000, Mps compra Banca 121, la banca del Salento, collegio di Massimo D'Alema, e la paga 2.500 miliardi di vecchie lire. A guidare Banca 121 c'era Vincenzo De Bustis, considerato vicino al leader Maximo e diventato poi direttore generale dello stesso Monte (e poi anche ad della Pop Bari). Ma a creare fratture tra le correnti è il fidanzamento fra il Monte e Bnl, che avrebbe dovuto portare a una fusione saltata almeno un paio di volte. La prima è nell'estate 2000, quando le nozze fra Siena e Roma vengono sponsorizzate dall'allora presidente Ds, D'Alema, con il placet del governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Altre pressioni arrivano anche da Vincenzo Visco, in quel periodo ministro del Tesoro, e da Amato. Il matrimonio con Bnl, però, salta per lo stop di Walter Veltroni (allora sindaco di Roma e antagonista di D'Alema dentro al nascente Pd), con il sostegno dei prodiani. Poco dopo scoppierà l'estate delle scalate bancarie e Bnl finirà nel mirino delle coop rosse capitanate dall'allora patron di Unipol, Giovanni Consorte: il 31 dicembre 2005 Il Giornale pubblicherà stralci di un'intercettazione fra lui e Piero Fassino, allora segretario dei Ds, in cui quest'ultimo gli chiedeva: «E allora, siamo padroni di una banca?». È anche l'estate dei «furbetti del quartierino» capitanati da Gianpiero Fiorani che tenteranno, invano, di mettere le mani su Antonveneta. Da quelle scalate si sfila il Monte che però solo due anni dopo comprerà proprio la banca padovana.
L'inizio della fine, Il «peccato originale» della crisi del Monte. Accompagnato in quel novembre del 2007, dal plauso unanime della ditta Ds-Pd. Nomi e cognomi finiti nei faldoni delle inchieste giudiziarie. Gabriello Mancini, ex presidente della fondazione, nel luglio 2012 ai magistrati senesi racconta della spartizione di poltrone: «La mia nomina, come quella dell'avvocato Mussari alla guida della banca, fu decisa dai maggiorenti della politica locale e regionale e condivisa dai vertici della politica nazionale». L'ex sindaco di Siena nonché ex deputato Ds, Ceccuzzi, cita invece un colloquio con D'Alema: «Nell'autunno del 2011 pensammo di cambiare direttore generale e ci rivolgemmo anche ad Alessandro Profumo, che però rifiutò lasciando la porta aperta a una sua possibile nomina alla presidenza. Con il passare dei mesi la situazione diventava sempre più difficile e mi rivolsi a Massimo D'Alema. Naturalmente lo invitai a contattare Profumo per fare pressioni perché accettasse l'offerta». D'Alema, Veltroni e anche Matteo Renzi. Che, da premier, il 21 gennaio 2016 aveva detto: «Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell'affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata».
Camilla Conti
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Con Unicredit che si sfila dal salvataggio Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per avere tempo. La scadenza della primavera prossima è irrealistica. E servono più soldi di quelli richiesti da Andrea Orcel per aumento di capitale, esuberi, Npl e cause.Il Pd soffre di amnesia sui guai provocati in passato e sulle attuali colpe a Siena.Lo speciale contiene due articoli.Bluff o vera rottura delle trattative? Ora che Unicredit si sfila dal tavolo per salvare Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per chiedere altro tempo per sistemare i cocci rotti e per rivendere la banca senese a qualcuno. Come minimo serviranno sei mesi extra rispetto alla scadenza di aprile 2022. Nel 2017 il governo italiano si impegnò a privatizzare Mps entro la prossima primavera, una volta approvati i risultati finanziari del 2021. «La Commissione segue da vicino i recenti sviluppi riguardanti la Banca Monte dei Paschi di Siena ed è in contatto con le autorità italiane», ha affermato ieri un portavoce della Commissione Ue, interpellato da Mf-Dowjones. «Nel luglio 2017 la Commissione ha approvato il piano dell'Italia per sostenere una ricapitalizzazione precauzionale di Mps ai sensi della normativa Ue, sulla base di un efficace piano di ristrutturazione e sulla base di alcuni impegni assunti dall'Italia nei confronti della banca», ricorda la Commissione.Purtroppo il punto di partenza attuale è di gran lunga peggiorativo rispetto a quello che il governo avrebbe potuto cristallizzare nel febbraio scorso quando l'opposizione (Fratelli d'Italia) chiedeva più tempo e prima dell'avvio della discussione con Unicredit. A dirlo sono anche le proiezioni avanzate da più analisti. Se il ministro Daniele Franco e il numero uno del Tesoro, Alessandro Rivera, andranno a bussare in Europa per proporre un piano stand alone, molto probabilmente dovranno mettere in cantiere un aumento di capitale di almeno 4,5 miliardi. Circa 1,5 in più rispetto ai calcoli di Unicredit. Ci saranno inoltre esuberi per 1,5 miliardi di euro e almeno 3 miliardi di gestione dei crediti deteriorati. Non si possono dimenticare infine i 3 miliardi di cause legali. Il totale farebbe 11 miliardi. Praticamente più dei costi che l'amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, avrebbe paventato.Tale macigno si sommerebbe a quanto il Tesoro ha già sborsato nel 2017, quando ha deciso di avviare la ricapitalizzazione precauzionale. Basti dire che all'epoca il Tesoro pagò le azioni circa 7 euro l'una e oggi quei titoli valgono 1,05 euro. Dunque il Tesoro, che di Mps possiede il 68,24 per cento del capitale, a oggi ha perso 4,7 miliardi, ovvero oltre l'85% cento di ciò che aveva investito. A decidere l'operazione, inutile ribadirlo, furono Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan, il quale poi si candidò proprio nel collegio di Siena, vincendo la competizione salvo poi fare il salto dall'altra parte. Cioè alla presidenza di Unicredit. Dunque, si può dire che la sola elezione di Padoan al Senato, ovviamente nelle liste del Pd, è costata al contribuente la bella cifra di 4,7 miliardi. Fino ad ora. Avremmo dovuto aggiungere altri 10 miliardi secondo lo schema Unicredit oppure almeno 11 nel caso di risanamento tutto con i soldi pubblici. Il termine risanamento è per giunta improprio. Nulla garantisce che la banca si riesca a salvare nemmeno dopo aver sborsato una mezza legge Finanziaria. Al tempo stesso non ci sono garanzie che dopo aver speso 11 miliardi dei contribuenti la banca senese finisca nazionalizzata in un contesto di stabilità. C'è infatti l'enorme tema delle sofferenze, gli Npl, e al tempo stesso dell'enorme montagna di crediti fiscali che la precedente legge Finanziaria ha concesso come dote per le aggregazioni. Almeno 2,4 miliardi sarebbero andati a Unicredit per incentivare la fusione e potrebbero essere guadagnati dalla stessa Gae Aulenti se decidesse di finalizzare un'altra operazione. Tutto per dire che una volta sventolati gli incentivi se in futuro a metà dell'opera di apparente risanamento da parte del Tesoro spuntasse un nuovo acquirente estero, il governo dovrebbe sicuramente mettere mano un'altra volta al portafoglio. Mica si possono fare differenze. Eppure nonostante si stia affrontando un tale sfacelo, chi ha contribuito politicamente al danno e alla rovina di una delle banca più antiche d'Europa non si tira indietro dal pontificare. «L'interruzione dei negoziati tra Mef e Unicredit su Mps rende necessaria la ricerca da parte del governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena», si legge in una nota congiunta a firma Antonio Misiani, responsabile economia del Pd, e Simona Bonafè, segretaria regionale Pd Toscana. A rincarare con parole al vento è il presidente della Regione, Eugenio Giani. «Vediamo i dati che usciranno il 5 novembre, ma se i dati del bilancio trimestrale confermassero quanto avvenuto nel precedente, cioè che Mps ha un utile di 208 milioni allora veramente la cosa che conviene fare è far correre Mps magari con un piccolo, rispetto ai 7 miliardi di euro, aumento di capitale sociale per dare respiro». Se in Italia avessimo la Sec piuttosto che la Consob i politici dovrebbero stare attenti a quello dicono. Invece da noi si vive l'assuefazione totale alle disfatte di Stato. E questa di Mps si avvia a essere l'Alitalia delle banche. Altri costi e spezzatini serviti a gruppi stranieri. 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Eppure, la stessa trattativa tra Unicredit e il Mef, ora saltata, è in parte frutto di una strategia sinistra assai più recente e dunque difficile da omettere con amnesie improvvise. Il «pacchetto» proposto ad Andrea Orcel è stato infatti impostato da un dalemiano di ferro come l'ex ministro del Tesoro e neoeletto sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Che a settembre 2020 assicurava: «Una grande banca come Mps va rilanciata, non spezzettata». E nel frattempo spingeva per la soluzione Unicredit con Pier Carlo Padoan presidente che avrebbe potuto chiudere un cerchio aperto tanti anni fa. Così non è stato. A far parte di quel cerchio che per decenni ha stretto Siena, sono stati in tanti. Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell'allora Pci, Giuliano Amato (ex premier oggi giudice e vicepresidente della Corte costituzionale), e l'ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi. Tempi lontani, quando le lotte interne ai Ds determinavano le mosse del risiko. A inizio del 2000, Mps compra Banca 121, la banca del Salento, collegio di Massimo D'Alema, e la paga 2.500 miliardi di vecchie lire. A guidare Banca 121 c'era Vincenzo De Bustis, considerato vicino al leader Maximo e diventato poi direttore generale dello stesso Monte (e poi anche ad della Pop Bari). Ma a creare fratture tra le correnti è il fidanzamento fra il Monte e Bnl, che avrebbe dovuto portare a una fusione saltata almeno un paio di volte. La prima è nell'estate 2000, quando le nozze fra Siena e Roma vengono sponsorizzate dall'allora presidente Ds, D'Alema, con il placet del governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Altre pressioni arrivano anche da Vincenzo Visco, in quel periodo ministro del Tesoro, e da Amato. Il matrimonio con Bnl, però, salta per lo stop di Walter Veltroni (allora sindaco di Roma e antagonista di D'Alema dentro al nascente Pd), con il sostegno dei prodiani. Poco dopo scoppierà l'estate delle scalate bancarie e Bnl finirà nel mirino delle coop rosse capitanate dall'allora patron di Unipol, Giovanni Consorte: il 31 dicembre 2005 Il Giornale pubblicherà stralci di un'intercettazione fra lui e Piero Fassino, allora segretario dei Ds, in cui quest'ultimo gli chiedeva: «E allora, siamo padroni di una banca?». È anche l'estate dei «furbetti del quartierino» capitanati da Gianpiero Fiorani che tenteranno, invano, di mettere le mani su Antonveneta. Da quelle scalate si sfila il Monte che però solo due anni dopo comprerà proprio la banca padovana. L'inizio della fine, Il «peccato originale» della crisi del Monte. Accompagnato in quel novembre del 2007, dal plauso unanime della ditta Ds-Pd. Nomi e cognomi finiti nei faldoni delle inchieste giudiziarie. Gabriello Mancini, ex presidente della fondazione, nel luglio 2012 ai magistrati senesi racconta della spartizione di poltrone: «La mia nomina, come quella dell'avvocato Mussari alla guida della banca, fu decisa dai maggiorenti della politica locale e regionale e condivisa dai vertici della politica nazionale». L'ex sindaco di Siena nonché ex deputato Ds, Ceccuzzi, cita invece un colloquio con D'Alema: «Nell'autunno del 2011 pensammo di cambiare direttore generale e ci rivolgemmo anche ad Alessandro Profumo, che però rifiutò lasciando la porta aperta a una sua possibile nomina alla presidenza. Con il passare dei mesi la situazione diventava sempre più difficile e mi rivolsi a Massimo D'Alema. Naturalmente lo invitai a contattare Profumo per fare pressioni perché accettasse l'offerta». D'Alema, Veltroni e anche Matteo Renzi. Che, da premier, il 21 gennaio 2016 aveva detto: «Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell'affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata». Camilla Conti
iStock
Attualmente non abbiamo dei protocolli strutturati su come contrastare la diffusione del crack e la sua dipendenza, perché ha un percorso totalmente diverso dall’eroina… Una delle ipotesi che si sta sviluppando e che si sta attuando è almeno la distribuzione delle pipette sterili». Così Claudio Cerrato, capogruppo Pd in Consiglio comunale. «L’insicurezza ha due fattori chiave, dipendenza da crack e reiterazione dei reati. Un approccio integrato di salute pubblica e inclusione sociale… Questa cosa», ha aggiunto, «aiuta almeno nell’evitare la diffusione di alcune malattie e dall’altra serve per un tentativo di aggancio degli operatori». Così «noi abbiamo proposto questo genere di approccio all’Asl in maniera più forte, perché dopo che hai sgombrato la Gondrand, se non agganci in qualche modo», il rischio è la «recidiva» di reati. La distribuzione di pipe, ha confermato, «è tra le politiche di riduzione del danno…».
A me questo tipo di approccio, più che una politica di riduzione del danno mi pare una politica che non scardina l’origine del danno e cioè lo spaccio del crack. Se non lavori su quello, tutto il resto, anche nelle migliori intenzioni, non va verso la soluzione del problema. Sarebbe stato come distribuire siringhe sterili a coloro che si facevano, o si fanno, gli eroina per evitare il diffondersi di contagi e di malattie come, ad esempio, l’Aids. Inoltre, l’altra strada è quella di aiutare quelli che ci sono cascati già. E per questo ci sono le comunità di recupero. In Emilia-Romagna non mancano. È legittimo che qualcuno non sappia esattamente di cosa si tratta e allora conviene spiegarlo utilizzando ciò che è scritto sul sito della comunità di San Patrignano, che è proprio in Emilia Romagna. «Il crack è una sostanza stupefacente stimolante, derivata dalla cocaina, nota per la sua elevata capacità di indurre dipendenza rapida e per gli effetti devastanti sulla salute fisica e psichica. Diffusosi a partire dagli anni ottanta, si presenta sotto forma di piccoli cristalli (“rocce") che vengono fumati, producendo un caratteristico scricchiolio (in inglese crackling) quando scaldati… Viene fumato utilizzando apposite pipe di vetro o, spesso, strumenti di fortuna (lattine, bottiglie)… Fumatolo, il principio attivo raggiunge il cervello in pochi secondi, provocando un intenso effetto euforico, di benessere e un’accelerazione del pensiero. L’effetto è estremamente intenso ma breve, durando dai 3 ai 15 minuti, seguito da un brusco calo che spinge al consumo compulsivo. Il consumo prolungato porta a forte aggressività, stati paranoici, allucinazioni e sintomi simili alla schizofrenia... Il crack può causare arresti respiratori e cardiaci, ictus, infarto e morte per overdose (spesso bastano 800 mg). Inoltre, l’uso di pipe improvvisate causa lesioni orali (ustioni, vesciche, ulcere) e aumenta il rischio di trasmissioni di malattie infettive… A differenza della cocaina aspirata, il crack crea una compulsione neurobiologica immediata e fortissima… Il suo costo relativamente basso e la rapidità dell’effetto lo rendono attraente, coinvolgendo spesso fasce di popolazione vulnerabili, giovani e giovanissimi.
Il crack è una sostanza illecita, il cui consumo comporta gravissimi rischi sanitari e sociali. La dipendenza da crack richiede un intervento specialistico e un percorso di disintossicazione».
Se a capire queste cose non ci arriva l’intelligenza naturale, si può ricorrere a quella artificiale andando su Google e digitando il termine crack. Non occorre essere specialisti della materia, o occorre solo fare uso di una dotazione anche medio bassa di materia grigia. Infatti, come sopra detto, la dotazione di pipette sterili può avere l’effetto positivo di evitare lesioni orali trasmissioni di malattie infettive. Punto. Nient’altro. Si dirà che questo non è poco perché si può evitare nel male il peggio, ma è francamente una consolazione magra e sterile. Il crack non è distribuito da soggetti soprannaturali e invisibili. Si conosce la rete di distribuzione e, ove non la si conosca, non è difficile individuarla. O si spezza quella o il crack continuerà a diffondersi ad una velocità impressionante per i due motivi citati: costa poco e crea una dipendenza quasi immediata. Come si può pensare che distribuendo delle pipetta sterili si attenui il danno? Quale danno? Quello delle infezioni. Ma qui l’infezione è lo spaccio e coloro che lo fanno vanno tolti dalla circolazione e nel frattempo occorre aiutare quelle persone che sono cadute in questa dipendenza e che da sole non possono assolutamente uscirne. Vanno curate da specialisti, vanno seguite e vanno, possibilmente, portate via da quella vita così come succede nelle comunità di Recupero di cui abbiamo parlato.
Ci siamo dilungati nella spiegazione di cosa sia questa droga bestiale e di quali siano le conseguenze fisiche, purtroppo molto veloci, che hanno sul corpo e sul cervello delle persone. La distribuzione delle pipette, lo ripeto: anche nel caso delle migliori intenzioni, non è certo il punto di partenza per debellare questo fenomeno infernale. Con le fiamme dell’inferno non si lotta con dei secchi d’acqua.
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Marco Bucci (Imagoeconomica)
Un dialogo da cui emergono i messaggi critici del governatore per alcuni articoli, ma anche le risposte cortesi e di grande disponibilità del direttore. Per esempio è lo stesso Brambilla che, di fronte alla contestazione di parzialità da parte del sindaco di Sestri Levante (lamentela inoltrata da Bucci), ammette: «Ho parlato con Daniele Grillo […] dice che effettivamente prima, con il capo precedente, l’edizione era sbilanciata, ma adesso non più. Parlerà con il sindaco di Sestri […]». Poi offre spazio e rimarca che il suo mandato è di «essere imparziali e dare spazio a tutti». All’arrivo di Brambilla, Bucci si mostra molto fiducioso e scrive: «Faremo insieme una grande Liguria». Il giornalista cerca di mantenere buoni rapporti. Promette verifiche sugli articoli contestati e possibilità di repliche. Evita lo scontro. Un paio di mesi dopo essersi insediato, scrive al governatore: «Se vuoi ci sentiamo e ti segnalo un paio di persone che potrebbero fare qualcosa per la cultura». In un’occasione Bucci si complimenta per un articolo di fondo scritto da Brambilla («Hai fatto un ottimo lavoro»). Il direttore risponde con entusiasmo: «Grazie Presidente!!!!!». Quando Bucci si lamenta, le risposte sono diplomatiche: «Adesso leggo e ti dico»; «Oggi rimediamo, promesso»; «Segnala sempre»; «Ok, ne parlo con la redazione»: «Ho parlato con i miei, se vuoi ti dico». Tutte risposte che forse a un politico lasciano immaginare spazi di manovra. In un’occasione Brambilla annuncia: «Domani esce pezzo Cisl. L’ho titolato io». Risposta: «Grazie». Altro messaggio: «Dimmi quando puoi la prossima settimana che ti faccio l’intervistona di Natale (spero che tu abbia visto che abbiamo intervistato anche tutti i tuoi assessori… una paginata a testa)». Brambilla precisa che l’intervista uscirà in uno dei giorni in cui il quotidiano vende di più.
Di fronte alle lamentele di Bucci («Mi sembra un articolo completamente strumentale») per un pezzo riguardante le presunte pecche nei servizi dedicati alle persone senza fissa dimora, Brambilla rassicura Bucci: «Farò fare un servizio sul Massoero (un asilo notturno, ndr). La settimana prossima ci vediamo». Ma quando l’Ordine dei giornalisti scopre i «dossier» sugli articoli del Secolo preparati dallo staff di Bucci, scoppia il finimondo e tra i due protagonisti volano gli stracci. Con tanto di denunce e controdenunce (annunciate da Bucci). Ieri Brambilla ha picchiato duro sul suo giornale: «Marco Bucci ha passato il limite pubblicando senza chiedermi l’autorizzazione le mie chat con lui. Sono tra l’altro chat in cui, se uno le legge tutte, è chiaro che io protesto per le sue ingerenze». Quindi ha accusato il governatore di avere «mentito in qualità di presidente della Regione Liguria». Il motivo? Ha affermato di «non sapere nulla di un vademecum per le elezioni amministrative, cioè di un manuale di istruzioni su come il Secolo avrebbe dovuto seguire la sfida tra Silvia Salis e Pietro Piciocchi». E aggiunge: «L’unico che ne esce male è Bucci, che anche ieri ha perseguito il suo disegno di menzogna, sostenendo che io ero d’accordo con lui nel confezionare dossier contro i miei giornalisti». Il governatore ieri su Facebook ha controreplicato ad «accuse e insinuazioni» di Brambilla. Innanzitutto nega che i messaggi con il vademecum inviati dall’editore siano a lui riferibili: «Le chat […] non contengono in alcun punto il mio nome e in nessuna maniera possono essere a me attribuibili. Non rappresentano alcuna prova». Non basta: «I documenti apparsi in fotografia e menzionati (da Brambilla, ndr) non sono roba mia né del mio staff. Non so come possa aver dimostrato che sono i miei». Quanto all’autorizzazione alla pubblicazione delle chat quella, evidenzia Bucci, l’ha data lo stesso Brambilla «a mezzo stampa in data 12 marzo» e, quindi, per il politico, «lascia sbigottiti l’ennesima bugia» del giornalista, che, «per primo e senza alcuna autorizzazione, ha fatto pubblicare un messaggio […] attribuito» a Bucci. Per tutto questo il governatore fa sapere che, «a tutela dell’immagine di Regione Liguria», la vicenda anziché sui giornali, da adesso, verrà affrontata nelle aule giudiziarie. Ma da questa guerra senza esclusione di colpi tra il presidente di centrodestra della Regione e il principale quotidiano locale l’unica a trarre vantaggio saranno la sindaca Silvia Salis e la sua maggioranza.
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È così? Per capirlo bisogna tornare indietro di qualche puntata, in una «serie» che ne ha già mandate in onda diverse. Tutto nasce infatti dal proliferare di siti pirata e accessi irregolari agli eventi, soprattutto le partite di calcio, a pagamento.
L’Autorità garante delle comunicazioni e la Lega Calcio avevano chiesto mesi fa a Cloudflare di deindicizzare i trasgressori e fornire i dati relativi ai clienti che le provano tutte per bypassare illegalmente gli abbonamenti. Insomma, stoppare le piattaforme abusive.
Detta così, può sembrare un’operazione banale e condivisibile, il punto è che bloccare o censurare un’applicazione non rientra tra le attività della società californiana che anzi preferisce tenersene ben lontana. Seguendo le indicazioni Agcom, sarebbero i provider stessi a fermare i contenuti segnalati da privati senza nessuna supervisione giudiziaria. Insomma si prenderebbero tutta la responsabilità della scelta. Cloudflare -così spiegano dal quartier generale di San Francisco - subirebbe, come altre aziende del settore, un potente disincentivo economico a investire in Italia: cosa che, si suppone, un governo sia interessato a evitare.
Senza contare che, se dovesse cedere al pressing dell’authority italiana, la piattaforma americana sarebbe sommersa da richieste analoghe in arrivo da mezzo mondo.
Non solo. C’è anche una questione tecnica dirimente. L’operazione chiesta a più ripresa dall’Agcom agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi mette a rischio anche siti e app che lavorano nel pieno rispetto delle regole. Come ne uscirebbe la reputazione di una delle azienda leader per la connettività globale?
Senza dimenticare che l’ammontare stesso della multa è considerato sproporzionato. In Italia, Cloudflare gestisce infrastrutture critiche per e-commerce, piattaforme di servizi digitali e siti istituzionali, certo, ma le entrate nel Belpaese non superano gli 8 milioni. Una sanzione pari all’1% del fatturato mondiale appare oggettivamente fuori scala.
Per questo a gennaio, a multa fresca, Prince aveva minacciato di interrompere i servizi di sicurezza informatica pro bono da diversi milioni di dollari assicurati all’Italia, compresi quelli per le allora imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina. Si era rischiato un incidente geopolitico con tanto di coinvolgimento di Elon Musk e del vicepresidente americano Vance. Ma poi i toni si sono placati. C’è stata una sorta di tregua olimpica che, adesso, a Giochi conclusi, termina ufficialmente con l’annuncio della presentazione del ricorso al Tar.
Oltre ai punti di merito visti prima la multinazionale Usa dovrebbe anche ricordare che a fine 2025, il Consiglio di Stato aveva ordinato all’Agcom di condividere i documenti su cui si basa il sistema Piracy Shield. Parliamo della piattaforma online gestita dalla stessa authority che ha l’obiettivo di bloccare in tempo reale i siti web e gli indirizzi IP che trasmettono illegalmente eventi sportivi in diretta. Quelli che Cloudflare, appunto, avrebbe dovuto segnalargli.
Ecco, secondo i manager sella società di San Francisco, quell’ordinanza non è mai stata rispettata. Anzi. Cloudflare avrebbe potuto consultare solo un numero assai limitato di atti esclusivamente attraverso legali esterni. Dove? Per la sede sarebbero stati scelti gli uffici distaccati dell’authority a Napoli e comunque con la supervisione di funzionari della stessa agenzia. Una sorta di corsa ad ostacoli.
Perché un comportamento così ostativo? Come è stata possibile una tale mancanza di trasparenza? Per giunta con la necessità di avere dei controllori all’atto della consultazione? Anche per questo in California, la decisione di fare ricorso al Tar è sembrata praticamente obbligata.
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Sea Eye 5
Una frase che rovescia l’impianto della contestazione amministrativa. Ma solo in parte.
Per capire il senso della decisione bisogna partire da cosa veniva contestato alla nave. Nel ricorso contro il fermo, l’Ong elencava cinque contestazioni: la presunta illegittimità della procedura sanzionatoria, il difetto di motivazione e di proporzionalità del fermo, rivendicava il «mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche», confutava la contestazione di non avere fornito le informazioni richieste dall’autorità italiana e di non essersi uniformata alle indicazioni ricevute, e infine respingeva la violazione legata al fatto di non avere raggiunto «senza ritardo il porto di Taranto», indicato come place of safety. La sentenza non dà ragione alla Ong su tutta la linea. Il giudice ha rigettato la «violazione degli obblighi di motivazione» del fermo e del principio di proporzionalità della sanzione. Che risultano regolari. La sentenza boccia anche la tesi sulla carenza di giurisdizione italiana: «Il fatto […] pur avvenuto in alto mare, diviene rilevante per l’ordinamento giuridico italiano» e, una volta richiesto il porto di sbarco all’autorità italiana, «il comandante della nave si è assoggettato alle norme italiane». Poi però arriva il rovesciamento. Il giudice premette che l’opposizione è comunque fondata nel merito e spiega dove sarebbe crollato il provvedimento della Prefettura. Il perno è l’onere della prova. La sentenza richiama un principio definito come «unanimemente acquisito». Ed è questo: «Nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa, l’onere di dimostrare l’effettiva consumazione dell’illecito amministrativo, ove il fatto sia contestato, grava integralmente sull’autorità amministrativa». E subito dopo cala la lama: «L’onere in questione non può dirsi assolto nel caso di specie». È qui che la decisione fa una giravolta. Lo Stato, per il tribunale, aveva titolo per intervenire, ma non ha portato in tribunale abbastanza prove. La prima contestazione affrontata nel merito riguarda il mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche per l’assegnazione del porto di sbarco. Dalla documentazione, scrive il tribunale, «si evince chiaramente che alle autorità libiche sono state inviate» delle «email» per segnalare l’evento. Era il 14 giugno 2025. Da Tripoli non arrivò alcuna risposta. La nave, secondo la Prefettura, non avrebbe quindi fornito le informazioni richieste dalle autorità italiane e non si sarebbe uniformata alle indicazioni ricevute. Inoltre, non avrebbe raggiunto senza ritardo Taranto, individuato come porto sicuro. Anche qui il giudice sta dalla parte della Sea Eye 5. Scrive che «il comandante ha sempre dato risposta ad ogni richiesta». Eccetto una. Che appare anche particolarmente grave: «Non è stato in grado» di selezionare «le persone maggiormente vulnerabili» a causa «dell’elevato numero delle persone a bordo (ben 62)» e delle «gravissime condizioni» in cui versavano. La sentenza richiama una mail del 15 giugno in cui il comandante segnalava «persone ustionate, disidratate, in ipotermia e con bruciature e inalazioni da carburante», aggiungendo che «i naufraghi si trovavano in mare da oltre 48 ore». Qui, però, a fronte dell’incapacità in capo al comandante, ci sarebbe un secondo gap della Prefettura: «L’amministrazione» non avrebbe «dato prova del fatto che le persone salvate, una volta sbarcate, non versavano nelle condizioni dichiarate». Sul porto di Taranto, il giudice scrive che la situazione era aggravata anche dalla «carenza d’acqua» e che questa circostanza contribuiva a rendere impossibile raggiungere Taranto, giudicato «troppo distante». Da qui il cambio di rotta: «È stato solo a seguito del dialogo intercorso tra le parti, a fronte delle difficoltà ed esigenze palesate dal comandante, che (l’autorità, ndr) provvedeva ad assegnare il più vicino porto di Pozzallo». La conseguenza è scolpita in una frase: «Il mancato raggiungimento del porto di Taranto non è stato frutto di una ingiustificata disobbedienza, bensì delle comunicazioni intercorse tra la nave e l’autorità italiana». La contestazione secondo cui la Sea Eye 5 non avrebbe fornito le informazioni richieste o si sarebbe rifiutata di uniformarsi alle indicazioni ricevute «non appare corretta». Sostenere il contrario, secondo il giudice, «equivarrebbe ad affermare che il comandante di una nave», unico ad avere esperienza diretta della situazione di bordo, non avrebbe avuto «la possibilità di palesare le concrete difficoltà pratiche di eseguire una data indicazione» e sarebbe stato costretto a eseguire «passivamente» ordini che avrebbero potuto mettere in pericolo «la vita propria, dell’equipaggio e dei naufraghi salvati». Ed è così che il fermo cade. La Ong passa l’esame, ma non a pieni voti: «Sono ravvisabili delle ragioni sufficienti per l’accoglimento della proposta opposizione».
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