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2021-10-26
Altri 11 miliardi pubblici in Mps per rimediare agli errori del Pd
Mario Draghi (Getty Images)
Bluff o vera rottura delle trattative? Ora che Unicredit si sfila dal tavolo per salvare Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per chiedere altro tempo per sistemare i cocci rotti e per rivendere la banca senese a qualcuno. Come minimo serviranno sei mesi extra rispetto alla scadenza di aprile 2022. Nel 2017 il governo italiano si impegnò a privatizzare Mps entro la prossima primavera, una volta approvati i risultati finanziari del 2021. «La Commissione segue da vicino i recenti sviluppi riguardanti la Banca Monte dei Paschi di Siena ed è in contatto con le autorità italiane», ha affermato ieri un portavoce della Commissione Ue, interpellato da Mf-Dowjones. «Nel luglio 2017 la Commissione ha approvato il piano dell'Italia per sostenere una ricapitalizzazione precauzionale di Mps ai sensi della normativa Ue, sulla base di un efficace piano di ristrutturazione e sulla base di alcuni impegni assunti dall'Italia nei confronti della banca», ricorda la Commissione.
Purtroppo il punto di partenza attuale è di gran lunga peggiorativo rispetto a quello che il governo avrebbe potuto cristallizzare nel febbraio scorso quando l'opposizione (Fratelli d'Italia) chiedeva più tempo e prima dell'avvio della discussione con Unicredit. A dirlo sono anche le proiezioni avanzate da più analisti. Se il ministro Daniele Franco e il numero uno del Tesoro, Alessandro Rivera, andranno a bussare in Europa per proporre un piano stand alone, molto probabilmente dovranno mettere in cantiere un aumento di capitale di almeno 4,5 miliardi. Circa 1,5 in più rispetto ai calcoli di Unicredit. Ci saranno inoltre esuberi per 1,5 miliardi di euro e almeno 3 miliardi di gestione dei crediti deteriorati. Non si possono dimenticare infine i 3 miliardi di cause legali. Il totale farebbe 11 miliardi. Praticamente più dei costi che l'amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, avrebbe paventato.
Tale macigno si sommerebbe a quanto il Tesoro ha già sborsato nel 2017, quando ha deciso di avviare la ricapitalizzazione precauzionale. Basti dire che all'epoca il Tesoro pagò le azioni circa 7 euro l'una e oggi quei titoli valgono 1,05 euro. Dunque il Tesoro, che di Mps possiede il 68,24 per cento del capitale, a oggi ha perso 4,7 miliardi, ovvero oltre l'85% cento di ciò che aveva investito. A decidere l'operazione, inutile ribadirlo, furono Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan, il quale poi si candidò proprio nel collegio di Siena, vincendo la competizione salvo poi fare il salto dall'altra parte. Cioè alla presidenza di Unicredit. Dunque, si può dire che la sola elezione di Padoan al Senato, ovviamente nelle liste del Pd, è costata al contribuente la bella cifra di 4,7 miliardi. Fino ad ora.
Avremmo dovuto aggiungere altri 10 miliardi secondo lo schema Unicredit oppure almeno 11 nel caso di risanamento tutto con i soldi pubblici. Il termine risanamento è per giunta improprio. Nulla garantisce che la banca si riesca a salvare nemmeno dopo aver sborsato una mezza legge Finanziaria.
Al tempo stesso non ci sono garanzie che dopo aver speso 11 miliardi dei contribuenti la banca senese finisca nazionalizzata in un contesto di stabilità. C'è infatti l'enorme tema delle sofferenze, gli Npl, e al tempo stesso dell'enorme montagna di crediti fiscali che la precedente legge Finanziaria ha concesso come dote per le aggregazioni. Almeno 2,4 miliardi sarebbero andati a Unicredit per incentivare la fusione e potrebbero essere guadagnati dalla stessa Gae Aulenti se decidesse di finalizzare un'altra operazione. Tutto per dire che una volta sventolati gli incentivi se in futuro a metà dell'opera di apparente risanamento da parte del Tesoro spuntasse un nuovo acquirente estero, il governo dovrebbe sicuramente mettere mano un'altra volta al portafoglio. Mica si possono fare differenze. Eppure nonostante si stia affrontando un tale sfacelo, chi ha contribuito politicamente al danno e alla rovina di una delle banca più antiche d'Europa non si tira indietro dal pontificare.
«L'interruzione dei negoziati tra Mef e Unicredit su Mps rende necessaria la ricerca da parte del governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena», si legge in una nota congiunta a firma Antonio Misiani, responsabile economia del Pd, e Simona Bonafè, segretaria regionale Pd Toscana. A rincarare con parole al vento è il presidente della Regione, Eugenio Giani. «Vediamo i dati che usciranno il 5 novembre, ma se i dati del bilancio trimestrale confermassero quanto avvenuto nel precedente, cioè che Mps ha un utile di 208 milioni allora veramente la cosa che conviene fare è far correre Mps magari con un piccolo, rispetto ai 7 miliardi di euro, aumento di capitale sociale per dare respiro». Se in Italia avessimo la Sec piuttosto che la Consob i politici dovrebbero stare attenti a quello dicono. Invece da noi si vive l'assuefazione totale alle disfatte di Stato. E questa di Mps si avvia a essere l'Alitalia delle banche. Altri costi e spezzatini serviti a gruppi stranieri.
Chissà come la vede Mario Draghi, che la banca senese l'ha conosciuta bene ai tempi di Bankitalia.
Da D’Alema a Fassino fino a Letta paghiamo ancora gli errori dei dem
Il fallimento del negoziato sul salvataggio di Mps è emerso solo dopo le suppletive senesi vinte da Enrico Letta che l'altra sera nel salotto da Fabio Fazio si vantava addirittura di aver evitato la svendita. Il Pd, così preoccupato per i destini di Siena, sembra aver dimenticato con un processo di rimozione kafkiano tutti i grovigli del passato. Eppure, la stessa trattativa tra Unicredit e il Mef, ora saltata, è in parte frutto di una strategia sinistra assai più recente e dunque difficile da omettere con amnesie improvvise. Il «pacchetto» proposto ad Andrea Orcel è stato infatti impostato da un dalemiano di ferro come l'ex ministro del Tesoro e neoeletto sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Che a settembre 2020 assicurava: «Una grande banca come Mps va rilanciata, non spezzettata». E nel frattempo spingeva per la soluzione Unicredit con Pier Carlo Padoan presidente che avrebbe potuto chiudere un cerchio aperto tanti anni fa. Così non è stato.
A far parte di quel cerchio che per decenni ha stretto Siena, sono stati in tanti. Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell'allora Pci, Giuliano Amato (ex premier oggi giudice e vicepresidente della Corte costituzionale), e l'ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi. Tempi lontani, quando le lotte interne ai Ds determinavano le mosse del risiko. A inizio del 2000, Mps compra Banca 121, la banca del Salento, collegio di Massimo D'Alema, e la paga 2.500 miliardi di vecchie lire. A guidare Banca 121 c'era Vincenzo De Bustis, considerato vicino al leader Maximo e diventato poi direttore generale dello stesso Monte (e poi anche ad della Pop Bari). Ma a creare fratture tra le correnti è il fidanzamento fra il Monte e Bnl, che avrebbe dovuto portare a una fusione saltata almeno un paio di volte. La prima è nell'estate 2000, quando le nozze fra Siena e Roma vengono sponsorizzate dall'allora presidente Ds, D'Alema, con il placet del governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Altre pressioni arrivano anche da Vincenzo Visco, in quel periodo ministro del Tesoro, e da Amato. Il matrimonio con Bnl, però, salta per lo stop di Walter Veltroni (allora sindaco di Roma e antagonista di D'Alema dentro al nascente Pd), con il sostegno dei prodiani. Poco dopo scoppierà l'estate delle scalate bancarie e Bnl finirà nel mirino delle coop rosse capitanate dall'allora patron di Unipol, Giovanni Consorte: il 31 dicembre 2005 Il Giornale pubblicherà stralci di un'intercettazione fra lui e Piero Fassino, allora segretario dei Ds, in cui quest'ultimo gli chiedeva: «E allora, siamo padroni di una banca?». È anche l'estate dei «furbetti del quartierino» capitanati da Gianpiero Fiorani che tenteranno, invano, di mettere le mani su Antonveneta. Da quelle scalate si sfila il Monte che però solo due anni dopo comprerà proprio la banca padovana.
L'inizio della fine, Il «peccato originale» della crisi del Monte. Accompagnato in quel novembre del 2007, dal plauso unanime della ditta Ds-Pd. Nomi e cognomi finiti nei faldoni delle inchieste giudiziarie. Gabriello Mancini, ex presidente della fondazione, nel luglio 2012 ai magistrati senesi racconta della spartizione di poltrone: «La mia nomina, come quella dell'avvocato Mussari alla guida della banca, fu decisa dai maggiorenti della politica locale e regionale e condivisa dai vertici della politica nazionale». L'ex sindaco di Siena nonché ex deputato Ds, Ceccuzzi, cita invece un colloquio con D'Alema: «Nell'autunno del 2011 pensammo di cambiare direttore generale e ci rivolgemmo anche ad Alessandro Profumo, che però rifiutò lasciando la porta aperta a una sua possibile nomina alla presidenza. Con il passare dei mesi la situazione diventava sempre più difficile e mi rivolsi a Massimo D'Alema. Naturalmente lo invitai a contattare Profumo per fare pressioni perché accettasse l'offerta». D'Alema, Veltroni e anche Matteo Renzi. Che, da premier, il 21 gennaio 2016 aveva detto: «Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell'affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata».
Camilla Conti
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Con Unicredit che si sfila dal salvataggio Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per avere tempo. La scadenza della primavera prossima è irrealistica. E servono più soldi di quelli richiesti da Andrea Orcel per aumento di capitale, esuberi, Npl e cause.Il Pd soffre di amnesia sui guai provocati in passato e sulle attuali colpe a Siena.Lo speciale contiene due articoli.Bluff o vera rottura delle trattative? Ora che Unicredit si sfila dal tavolo per salvare Mps, al governo non resta che tornare a Bruxelles e trattare per chiedere altro tempo per sistemare i cocci rotti e per rivendere la banca senese a qualcuno. Come minimo serviranno sei mesi extra rispetto alla scadenza di aprile 2022. Nel 2017 il governo italiano si impegnò a privatizzare Mps entro la prossima primavera, una volta approvati i risultati finanziari del 2021. «La Commissione segue da vicino i recenti sviluppi riguardanti la Banca Monte dei Paschi di Siena ed è in contatto con le autorità italiane», ha affermato ieri un portavoce della Commissione Ue, interpellato da Mf-Dowjones. «Nel luglio 2017 la Commissione ha approvato il piano dell'Italia per sostenere una ricapitalizzazione precauzionale di Mps ai sensi della normativa Ue, sulla base di un efficace piano di ristrutturazione e sulla base di alcuni impegni assunti dall'Italia nei confronti della banca», ricorda la Commissione.Purtroppo il punto di partenza attuale è di gran lunga peggiorativo rispetto a quello che il governo avrebbe potuto cristallizzare nel febbraio scorso quando l'opposizione (Fratelli d'Italia) chiedeva più tempo e prima dell'avvio della discussione con Unicredit. A dirlo sono anche le proiezioni avanzate da più analisti. Se il ministro Daniele Franco e il numero uno del Tesoro, Alessandro Rivera, andranno a bussare in Europa per proporre un piano stand alone, molto probabilmente dovranno mettere in cantiere un aumento di capitale di almeno 4,5 miliardi. Circa 1,5 in più rispetto ai calcoli di Unicredit. Ci saranno inoltre esuberi per 1,5 miliardi di euro e almeno 3 miliardi di gestione dei crediti deteriorati. Non si possono dimenticare infine i 3 miliardi di cause legali. Il totale farebbe 11 miliardi. Praticamente più dei costi che l'amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, avrebbe paventato.Tale macigno si sommerebbe a quanto il Tesoro ha già sborsato nel 2017, quando ha deciso di avviare la ricapitalizzazione precauzionale. Basti dire che all'epoca il Tesoro pagò le azioni circa 7 euro l'una e oggi quei titoli valgono 1,05 euro. Dunque il Tesoro, che di Mps possiede il 68,24 per cento del capitale, a oggi ha perso 4,7 miliardi, ovvero oltre l'85% cento di ciò che aveva investito. A decidere l'operazione, inutile ribadirlo, furono Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan, il quale poi si candidò proprio nel collegio di Siena, vincendo la competizione salvo poi fare il salto dall'altra parte. Cioè alla presidenza di Unicredit. Dunque, si può dire che la sola elezione di Padoan al Senato, ovviamente nelle liste del Pd, è costata al contribuente la bella cifra di 4,7 miliardi. Fino ad ora. Avremmo dovuto aggiungere altri 10 miliardi secondo lo schema Unicredit oppure almeno 11 nel caso di risanamento tutto con i soldi pubblici. Il termine risanamento è per giunta improprio. Nulla garantisce che la banca si riesca a salvare nemmeno dopo aver sborsato una mezza legge Finanziaria. Al tempo stesso non ci sono garanzie che dopo aver speso 11 miliardi dei contribuenti la banca senese finisca nazionalizzata in un contesto di stabilità. C'è infatti l'enorme tema delle sofferenze, gli Npl, e al tempo stesso dell'enorme montagna di crediti fiscali che la precedente legge Finanziaria ha concesso come dote per le aggregazioni. Almeno 2,4 miliardi sarebbero andati a Unicredit per incentivare la fusione e potrebbero essere guadagnati dalla stessa Gae Aulenti se decidesse di finalizzare un'altra operazione. Tutto per dire che una volta sventolati gli incentivi se in futuro a metà dell'opera di apparente risanamento da parte del Tesoro spuntasse un nuovo acquirente estero, il governo dovrebbe sicuramente mettere mano un'altra volta al portafoglio. Mica si possono fare differenze. Eppure nonostante si stia affrontando un tale sfacelo, chi ha contribuito politicamente al danno e alla rovina di una delle banca più antiche d'Europa non si tira indietro dal pontificare. «L'interruzione dei negoziati tra Mef e Unicredit su Mps rende necessaria la ricerca da parte del governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena», si legge in una nota congiunta a firma Antonio Misiani, responsabile economia del Pd, e Simona Bonafè, segretaria regionale Pd Toscana. A rincarare con parole al vento è il presidente della Regione, Eugenio Giani. «Vediamo i dati che usciranno il 5 novembre, ma se i dati del bilancio trimestrale confermassero quanto avvenuto nel precedente, cioè che Mps ha un utile di 208 milioni allora veramente la cosa che conviene fare è far correre Mps magari con un piccolo, rispetto ai 7 miliardi di euro, aumento di capitale sociale per dare respiro». Se in Italia avessimo la Sec piuttosto che la Consob i politici dovrebbero stare attenti a quello dicono. Invece da noi si vive l'assuefazione totale alle disfatte di Stato. E questa di Mps si avvia a essere l'Alitalia delle banche. Altri costi e spezzatini serviti a gruppi stranieri. Chissà come la vede Mario Draghi, che la banca senese l'ha conosciuta bene ai tempi di Bankitalia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/11-miliardi-mps-errori-pd-2655367249.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-dalema-a-fassino-fino-a-letta-paghiamo-ancora-gli-errori-dei-dem" data-post-id="2655367249" data-published-at="1635196765" data-use-pagination="False"> Da D’Alema a Fassino fino a Letta paghiamo ancora gli errori dei dem Il fallimento del negoziato sul salvataggio di Mps è emerso solo dopo le suppletive senesi vinte da Enrico Letta che l'altra sera nel salotto da Fabio Fazio si vantava addirittura di aver evitato la svendita. Il Pd, così preoccupato per i destini di Siena, sembra aver dimenticato con un processo di rimozione kafkiano tutti i grovigli del passato. Eppure, la stessa trattativa tra Unicredit e il Mef, ora saltata, è in parte frutto di una strategia sinistra assai più recente e dunque difficile da omettere con amnesie improvvise. Il «pacchetto» proposto ad Andrea Orcel è stato infatti impostato da un dalemiano di ferro come l'ex ministro del Tesoro e neoeletto sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Che a settembre 2020 assicurava: «Una grande banca come Mps va rilanciata, non spezzettata». E nel frattempo spingeva per la soluzione Unicredit con Pier Carlo Padoan presidente che avrebbe potuto chiudere un cerchio aperto tanti anni fa. Così non è stato. A far parte di quel cerchio che per decenni ha stretto Siena, sono stati in tanti. Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell'allora Pci, Giuliano Amato (ex premier oggi giudice e vicepresidente della Corte costituzionale), e l'ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi. Tempi lontani, quando le lotte interne ai Ds determinavano le mosse del risiko. A inizio del 2000, Mps compra Banca 121, la banca del Salento, collegio di Massimo D'Alema, e la paga 2.500 miliardi di vecchie lire. A guidare Banca 121 c'era Vincenzo De Bustis, considerato vicino al leader Maximo e diventato poi direttore generale dello stesso Monte (e poi anche ad della Pop Bari). Ma a creare fratture tra le correnti è il fidanzamento fra il Monte e Bnl, che avrebbe dovuto portare a una fusione saltata almeno un paio di volte. La prima è nell'estate 2000, quando le nozze fra Siena e Roma vengono sponsorizzate dall'allora presidente Ds, D'Alema, con il placet del governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Altre pressioni arrivano anche da Vincenzo Visco, in quel periodo ministro del Tesoro, e da Amato. Il matrimonio con Bnl, però, salta per lo stop di Walter Veltroni (allora sindaco di Roma e antagonista di D'Alema dentro al nascente Pd), con il sostegno dei prodiani. Poco dopo scoppierà l'estate delle scalate bancarie e Bnl finirà nel mirino delle coop rosse capitanate dall'allora patron di Unipol, Giovanni Consorte: il 31 dicembre 2005 Il Giornale pubblicherà stralci di un'intercettazione fra lui e Piero Fassino, allora segretario dei Ds, in cui quest'ultimo gli chiedeva: «E allora, siamo padroni di una banca?». È anche l'estate dei «furbetti del quartierino» capitanati da Gianpiero Fiorani che tenteranno, invano, di mettere le mani su Antonveneta. Da quelle scalate si sfila il Monte che però solo due anni dopo comprerà proprio la banca padovana. L'inizio della fine, Il «peccato originale» della crisi del Monte. Accompagnato in quel novembre del 2007, dal plauso unanime della ditta Ds-Pd. Nomi e cognomi finiti nei faldoni delle inchieste giudiziarie. Gabriello Mancini, ex presidente della fondazione, nel luglio 2012 ai magistrati senesi racconta della spartizione di poltrone: «La mia nomina, come quella dell'avvocato Mussari alla guida della banca, fu decisa dai maggiorenti della politica locale e regionale e condivisa dai vertici della politica nazionale». L'ex sindaco di Siena nonché ex deputato Ds, Ceccuzzi, cita invece un colloquio con D'Alema: «Nell'autunno del 2011 pensammo di cambiare direttore generale e ci rivolgemmo anche ad Alessandro Profumo, che però rifiutò lasciando la porta aperta a una sua possibile nomina alla presidenza. Con il passare dei mesi la situazione diventava sempre più difficile e mi rivolsi a Massimo D'Alema. Naturalmente lo invitai a contattare Profumo per fare pressioni perché accettasse l'offerta». D'Alema, Veltroni e anche Matteo Renzi. Che, da premier, il 21 gennaio 2016 aveva detto: «Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell'affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata». Camilla Conti
Getty Images
Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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