True
2020-01-01
L'Europa tace ma la polizia francese è infiltrata da jihadisti
True
Nonostante l'Europa continuai a guardare dall'altra parte, la penetrazione della radicalizzazione islamista nei ranghi della polizia francese non accenna a diminuire. In soli due mesi, dopo l'attentato terrorista del 3 ottobre 2019 alla prefettura di Parigi, l'ispettorato generale della polizia transalpina ha ricevuto un centinaio di segnalazioni. Allerte lanciate da agenti preoccupati dal comportamento tenuto dai loro vicini di scrivania o dai colleghi di pattuglia che, più o meno improvvisamente, hanno iniziato a lasciar trasparire una qualche simpatia per i terroristi islamici. L'aumento delle segnalazioni ha registrato una vera e propria impennata, come ha rivelato la radio francese Rtl a fine novembre. Basti pensare che, nei quattro anni precedenti all'attacco, sferrato contro i propri colleghi da Mickaël Harpon nella sede della polizia parigina, erano pervenute solo 70 segnalazioni. Un numero comunque preoccupante ma molto più diluito nel tempo.
Certo, circa la metà delle allerte lanciate dai poliziotti nell'ultimo trimestre del 2019 è già stata archiviata. Tuttavia l'idea che una cinquantina di casi sia ancora al vaglio degli ispettori, è estremamente preoccupante, anche perché l'archiviazione non mette la parola fine sulla segnalazione, i superiori devono infatti continuare a tenere sotto controllo gli agenti per i quali sono state lanciate le allerte. Le indagini sulla potenziale radicalizzazione all'interno delle forze dell'ordine richiedono tempo e risorse. Due elementi che i poliziotti preferirebbero destinare al miglioramento delle proprie condizioni di lavoro.
Tra le segnalazioni rese note dalla stampa, dopo l'attacco jihadista alla prefettura della capitale francese, ce ne sono alcune che fanno venire la pelle d'oca, perché viene da chiedersi come sia stato possibile che dei poliziotti radicalizzati, abbiano potuto tranquillamente svolgere mansioni estremamente delicate.
È il caso di una guardia carceraria di Argentan, in Normandia, riportato da diversi media francesi, come il quotidiano Ouest-France. La donna, una quarantenne madre di due figli, si è convertita all'islam nel giro di tre mesi dopo essere stata telecomandata da Mohammed Tayeb, un detenuto trentasettenne algerino già condannato per due aggressioni sessuali e uno stupro. La storia ha dell'incredibile. Al ritorno delle vacanze estive, la donna si è invaghita dell'algerino che l'ha riempita di complimenti fino a dichiarare di essere innamorato di lei. L'agente carceraria è caduta nella trappola. L'uomo è riuscito a convincerla ad indossare costantemente un auricolare, riuscendo così a muovere la propria pedina all'interno e all'esterno del carcere. Il detenuto ha così potuto ottenere cinque cellulari e tre sim, inoltre ha fatto consegnare 4.000 euro a Parigi - che saranno stati utilizzati per chissà quali traffici - il tutto senza destare il minimo sospetto. Questo perché i telefoni, le sim e i soldi, erano nascosti nella sacca usata dalla donna per andare in palestra. La manipolazione non si è fermata al traffico di oggetti e del denaro. Il detenuto algerino ha ottenuto anche che la donna cambiasse stile di vita, conformandosi ai precetti islamici visto che, come detto, si era convertita alla religione musulmana. Durante un'udienza tenutasi all'inizio di dicembre 2019, la donna ha spiegato ai giudici che non aveva più il diritto di salutare le persone baciandole sulla guancia, come si usa fare in Francia. Inoltre, ha aggiunto la poliziotta radicalizzata pentita, «dovevo indossare qualcosa che coprisse il mio sedere, perché altri non lo guardassero». Sfruttando le frustrazioni della donna, il criminale è riuscito addirittura a convincerla a chiedere il divorzio.
Ma quello della convertita frustrata non è il solo caso di guardia carceraria radicalizzata. All'inizio di novembre 2019, il quotidiano Le Figaro ha rivelato che la presidenza del Tribunale di Parigi ha chiesto il trasferimento immediato di un agente penitenziario conosciuto per essere radicalizzato. L'aspetto più allucinante della vicenda è che l'uomo lavorava come carceriere nell'area detta la trappola per topi del Palazzo di Giustizia parigino, che include un centinaio di celle destinate ai detenuti in attesa di processo. Questo nonostante fosse già un sorvegliato speciale prima di arrivare al tribunale della capitale francese. L'idea che il carceriere islamista potesse offrire una qualsiasi forma di collaborazione con dei prevenuti per terrorismo giunti dai loro rispettivi carceri per essere giudicati, lascia allibiti.
Viene da chiedersi cosa controllino gli organi incaricati di verificare la compatibilità dei profili degli agenti con le mansioni di pubblica sicurezza. Sembra che i controllori passino al setaccio la vita privata dei sospetti: le loro frequentazioni, il comportamento tenuto lungo tutta la carriera. Poi ovviamente ci sono i segni esteriori: come la richiesta di effettuare le preghiere sul posto di lavoro, l'improvvisa scelta di farsi crescere la barba o, per le donne, di indossare il velo islamico fuori servizio. Nei fatti però i controlli e vanno a rilento. Da un lato per il timore di stigmatizzare i poliziotti (e i milioni di cittadini francesi) di fede islamica, dall'altro perché i radicalizzati adottano sempre più magistralmente la tecnica della Taqiyya. Questo termine arabo, indica la possibilità di rinnegare esteriormente la propria fede. Una strategia che, come hanno dimostrato le indagini su attacchi terroristici passati, ha permesso agli islamisti di arrivare fino al cuore delle istituzioni di vari Paesi, a cominciare dalla Francia e dalla sua polizia.
La senatrice Goulet: «In tutte le istituzioni ci sono state carenze nella vigilanza e scarsa attenzione alle procedure di controllo»

La senatrice Nathalie Goulet
Il Senato francese ha assunto, negli ultimi anni, un ruolo di controllo sulle istituzioni repubblicane sempre più importante. Durante l'affaire di Alexandre Benalla, ad esempio, la commissione senatoriale delle leggi si è trasformata in commissione d'inchiesta sulla vicenda. Anche in materia di terrorismo, già nel giugno del 2014, la Camera Alta francese ha varato una commissione d'inchiesta sull'organizzazione e i mezzi della lotta contro la rete jihadista in Francia e in Europa, presieduta dalla senatrice dell'Orne, Nathalie Goulet. Dopo l'attentato alla prefettura di Parigi, il Senato transalpino ha creato un nuovo organismo: la Commissione d'inchiesta sulla radicalizzazione islamista e i mezzi per combatterla.
Tra i senatori francesi c'è dunque molta preoccupazione per la crescita del fenomeno che lo stesso presidente Emmanuel Macron, ha definito «'Idra islamista». Ma preoccupazione non basta perché - come spiega la senatrice Goulet (*) a La Verità - «in tutte le istituzioni ci sono state carenze nella vigilanza perché non abbiamo prestato sufficientemente attenzione alle procedure di controllo». In particolare, per la senatrice francese i problemi maggiori si concentrano sulle attività di intelligence e sono legate anche alla mancanza di mezzi. «A volte il trattamento delle informazioni che provengono dall'intelligence è molto dispersivo, quindi la sua azione diventa inesatta» spiega. «Oggi sappiamo ad esempio che gli attacchi contro i militari e la scuola ebraica di Tolosa, compiuti nel 2012 da Mohammed Merah - si rammarica la senatrice - avrebbero potuto essere evitati». Parlando del timore di alcuni politici di discriminare o stigmatizzare la popolazione francese di religione musulmana, la senatrice spera che le défaillances dell'intelligence non c'entrino nulla. «Altrimenti - sottolinea - faremmo il gioco del Rassemblement National». Per Goulet «il discorso politicamente corretto del pas d'amalgame (che tradotto, significa non fare tutta un'erba un fascio, ndr) è durato abbastanza. Queste persone (i terroristi) non sono buddiste, sono musulmane».
Nota (*): La senatrice Nathalie Goulet si riferisce alla propria esperienza passata nell'ambito della lotta al terrorismo islamico. Questo perché, sebbene sia una delle vicepresidenti della commissione istituita nell'ottobre 2019, non può parlare dei lavori di quest'ultima per ragioni di sicurezza nazionale.
Il terrorismo islamico e la riforma delle pensioni

La minaccia terrorista che pesa anche sulle forze dell'ordine torna spesso anche nel dibattito sulla riforma delle pensioni, oggetto in queste settimane di un duro braccio di ferro tra i sindacati e il governo di Parigi. Essendo uno dei simboli dell'ordine istituzionale, i poliziotti sanno di essere particolarmente esposti al pericolo jihadista. Così quando Édouard Philippe ha ipotizzato di calcolare diversamente le pensioni dei poliziotti impegnati a combattere il crimine sul campo e dei loro colleghi dietro le scrivanie, c'è stata una levata di scudi. Durante la manifestazione dell'11 dicembre 2019, organizzata in concomitanza con la presentazione della riforma pensionistica da parte del Primo ministro, Thomas Toussaints - uno dei leader del sindacato Unsa Police - aveva parlato chiaro. «I poliziotti, restano poliziotti ventiquattr'ore su ventiquattro. Non c'è alcuna differenza tra chi lavora in ufficio e chi è di pattuglia». Un'opinione condivisa da Loïc Travers - della segreteria del sindacato Alliance Police Nationale - «diversi poliziotti sono morti recentemente in servizio o fuori servizio, come nel caso dell'attentato di Magnanville», dove una coppia di poliziotti era stata ammazzata da un terrorista islamico nella loro abitazione, sotto gli occhi del figlio della coppia, di soli tre anni.
Se i fatti di Magnanville e della prefettura di Parigi suscitano emozione e timori tra i poliziotti, i commenti si fanno più rari quando si inizia a parlare del rischio legato alla radicalizzazione degli agenti. Questo vale anche per i sindacati che preferiscono orientare i giornalisti su comunicati o prese di posizione precedenti. Ancora una volta, sembra prevalere il timore di stigmatizzare la stragrande maggioranza di poliziotti musulmani che, a differenza di qualche pericoloso scalmanato, non hanno assolutamente grilli per la testa. Ma è inutile nascondere la testa sotto la sabbia anche perché, negli attentati che hanno sconvolto la Francia negli ultimi anni, sono morti anche degli agenti musulmani. È il caso di Ahmed Merabet, ucciso dal commando che ha colpito la strage a Charlie Hebdo. Questo lo sanno anche i sindacati, come confermano le loro prese di posizione dopo l'attentato alla prefettura. Ad esempio, in un comunicato diffuso ventiquattro ore dopo il dramma, il sindacato Alternative Police Cfdt riconosceva che «è nota la radicalizzazione di un certo numero di poliziotti» ma si domandava anche se i controlli amministrativi condotti su questi individui, fossero efficaci. Nello stesso comunicato, si parlava anche del «tema della radicalizzazione all'interno della pubblica amministrazione» al quale, per il sindacato, «i poteri pubblici dovrebbero prestare molta attenzione».
In un'intervista realizzata negli studi di Franceinfo, il 7 ottobre 2019, il segretario generale delegato del sindacato Unité Sgp-Fo Police, Grégory Joron ha rivelato che solo una volta ogni tre mesi, si riuniscono «gli agenti della Dgsi (Direzione generale della sicurezza interna, ndr) e quelli della sottodirezione dell'antiterrorismo». Il sindacalista si chiedeva laconicamente se non fosse il caso di organizzare di aumentare la frequenza di tali riunioni nonché il personale formato su questi rischi in modo da «analizzare i casi (di radicalizzazione) in modo più reattivo».
Impossibile espellere i radicalizzati dalla sicurezza pubblica senza la volontà politica
L'individuazione e l'espulsione dalla polizia delle «mele marce» radicalizzate è un lavoro che le autorità francesi dovranno svolgere sul lungo periodo, sperando che non si verifichino ulteriori attentati.
Per accelerare il processo di pulizia all'interno delle forze dell'ordine serve una volontà politica chiara, che non sia influenzata ad esempio da manovre elettorali. Visto che può contare su una larghissima maggioranza parlamentare, il governo transalpino potrebbe, se lo volesse veramente, approvare norme per licenziare più facilmente gli agenti delle forze dell'ordine radicalizzati. Ma l'introduzione nel corpus giuridico transalpino di norme che facilitano i licenziamenti rimane un tabù. Inoltre, alcune forze di sinistra, in particolare quella estrema del partito La France Insoumise, da qualche mese sostengono la vittimizzazione portata avanti da una parte galassia islamica francese. Basti pensare che il leader di questo partito, Jean-Luc Melenchon ha partecipato alla manifestazione contro l'islamofobia, svoltasi a Parigi il 10 novembre scorso.
Le varie anime della sinistra d'oltralpe sembrano preoccuparsi più delle scadenze elettorali che del pericolo dell'islamismo radicale. Forse scommettono su una rivincita elettorale alle prossime municipali, previste per marzo 2020. Questo permetterebbe loro di pesare di più nelle decisioni politiche anche perché, alcuni dei futuri consiglieri comunali potranno partecipare alle prossime elezioni senatoriali (in Francia il Senato non è eletto direttamente dai cittadini ma da dei grandi elettori, nrd).
Mostrandosi alla manifestazione contro l'islamofobia, alcuni politici devono aver voluto mandare un messaggio chiaro all'elettorato musulmano non moderato. E pazienza se tra i manifestanti ci fosse anche Marwan Muhammad, descritto da Le Parisien e da Franceinfo come una «figura controversa dell'islam di Francia [...] ex direttore del Collettivo contro l'islamofobia in Francia, il movimento accusato di essere vicino ai Fratelli Musulmani». Questo leader musulmano è stato filmato in piedi sulla tettoia di una pensilina, intento ad arringare i manifestanti al grido di «Allah Akbar!».
È difficile dunque immaginare che la maggioranza macronista - composta anche da una folta componente di sinistra e impaurita da una eventuale nuova sconfitta elettorale - decida di prendere il toro per le corna. Il rischio è che l'introduzione di nuove leggi per lottare contro la radicalizzazione dei poliziotti e di altri agenti della pubblica amministrazione, sia accolta con sospetto da un certo elettorato. Una scommessa troppo rischiosa quando, dopo un anno di Gilet Gialli e quasi un mese di scioperi, la contestazione nel Paese è estremamente forte.
Continua a leggereRiduci
Oltre 100 segnalazioni ricevute dall'ispettorato generale delle forze dell'ordine transalpine. Il fenomeno è gravissimo ma Bruxelles continua a guardare altrove. La senatrice Nathalie Goulet sottolinea le falle all'interno dell'intelligence: «Gli attacchi contro i militari e la scuola ebraica di Tolosa del 2012 avrebbero potuto essere evitati senza la dispersione di informazioni».Il problema del contrasto al terrorismo tocca il tema delle pensioni delle forze dell'ordine, la cui riforma è in queste settimane oggetto di un duro braccio di ferro tra sindacati e governo.L'introduzione di leggi che facilitino i licenziamenti degli agenti radicalizzati resta ancora un tabù: per velocizzare il processo servirebbe una volontà politica netta.Lo speciale contiene quattro articoli.Nonostante l'Europa continuai a guardare dall'altra parte, la penetrazione della radicalizzazione islamista nei ranghi della polizia francese non accenna a diminuire. In soli due mesi, dopo l'attentato terrorista del 3 ottobre 2019 alla prefettura di Parigi, l'ispettorato generale della polizia transalpina ha ricevuto un centinaio di segnalazioni. Allerte lanciate da agenti preoccupati dal comportamento tenuto dai loro vicini di scrivania o dai colleghi di pattuglia che, più o meno improvvisamente, hanno iniziato a lasciar trasparire una qualche simpatia per i terroristi islamici. L'aumento delle segnalazioni ha registrato una vera e propria impennata, come ha rivelato la radio francese Rtl a fine novembre. Basti pensare che, nei quattro anni precedenti all'attacco, sferrato contro i propri colleghi da Mickaël Harpon nella sede della polizia parigina, erano pervenute solo 70 segnalazioni. Un numero comunque preoccupante ma molto più diluito nel tempo.Certo, circa la metà delle allerte lanciate dai poliziotti nell'ultimo trimestre del 2019 è già stata archiviata. Tuttavia l'idea che una cinquantina di casi sia ancora al vaglio degli ispettori, è estremamente preoccupante, anche perché l'archiviazione non mette la parola fine sulla segnalazione, i superiori devono infatti continuare a tenere sotto controllo gli agenti per i quali sono state lanciate le allerte. Le indagini sulla potenziale radicalizzazione all'interno delle forze dell'ordine richiedono tempo e risorse. Due elementi che i poliziotti preferirebbero destinare al miglioramento delle proprie condizioni di lavoro. Tra le segnalazioni rese note dalla stampa, dopo l'attacco jihadista alla prefettura della capitale francese, ce ne sono alcune che fanno venire la pelle d'oca, perché viene da chiedersi come sia stato possibile che dei poliziotti radicalizzati, abbiano potuto tranquillamente svolgere mansioni estremamente delicate. È il caso di una guardia carceraria di Argentan, in Normandia, riportato da diversi media francesi, come il quotidiano Ouest-France. La donna, una quarantenne madre di due figli, si è convertita all'islam nel giro di tre mesi dopo essere stata telecomandata da Mohammed Tayeb, un detenuto trentasettenne algerino già condannato per due aggressioni sessuali e uno stupro. La storia ha dell'incredibile. Al ritorno delle vacanze estive, la donna si è invaghita dell'algerino che l'ha riempita di complimenti fino a dichiarare di essere innamorato di lei. L'agente carceraria è caduta nella trappola. L'uomo è riuscito a convincerla ad indossare costantemente un auricolare, riuscendo così a muovere la propria pedina all'interno e all'esterno del carcere. Il detenuto ha così potuto ottenere cinque cellulari e tre sim, inoltre ha fatto consegnare 4.000 euro a Parigi - che saranno stati utilizzati per chissà quali traffici - il tutto senza destare il minimo sospetto. Questo perché i telefoni, le sim e i soldi, erano nascosti nella sacca usata dalla donna per andare in palestra. La manipolazione non si è fermata al traffico di oggetti e del denaro. Il detenuto algerino ha ottenuto anche che la donna cambiasse stile di vita, conformandosi ai precetti islamici visto che, come detto, si era convertita alla religione musulmana. Durante un'udienza tenutasi all'inizio di dicembre 2019, la donna ha spiegato ai giudici che non aveva più il diritto di salutare le persone baciandole sulla guancia, come si usa fare in Francia. Inoltre, ha aggiunto la poliziotta radicalizzata pentita, «dovevo indossare qualcosa che coprisse il mio sedere, perché altri non lo guardassero». Sfruttando le frustrazioni della donna, il criminale è riuscito addirittura a convincerla a chiedere il divorzio.Ma quello della convertita frustrata non è il solo caso di guardia carceraria radicalizzata. All'inizio di novembre 2019, il quotidiano Le Figaro ha rivelato che la presidenza del Tribunale di Parigi ha chiesto il trasferimento immediato di un agente penitenziario conosciuto per essere radicalizzato. L'aspetto più allucinante della vicenda è che l'uomo lavorava come carceriere nell'area detta la trappola per topi del Palazzo di Giustizia parigino, che include un centinaio di celle destinate ai detenuti in attesa di processo. Questo nonostante fosse già un sorvegliato speciale prima di arrivare al tribunale della capitale francese. L'idea che il carceriere islamista potesse offrire una qualsiasi forma di collaborazione con dei prevenuti per terrorismo giunti dai loro rispettivi carceri per essere giudicati, lascia allibiti.Viene da chiedersi cosa controllino gli organi incaricati di verificare la compatibilità dei profili degli agenti con le mansioni di pubblica sicurezza. Sembra che i controllori passino al setaccio la vita privata dei sospetti: le loro frequentazioni, il comportamento tenuto lungo tutta la carriera. Poi ovviamente ci sono i segni esteriori: come la richiesta di effettuare le preghiere sul posto di lavoro, l'improvvisa scelta di farsi crescere la barba o, per le donne, di indossare il velo islamico fuori servizio. Nei fatti però i controlli e vanno a rilento. Da un lato per il timore di stigmatizzare i poliziotti (e i milioni di cittadini francesi) di fede islamica, dall'altro perché i radicalizzati adottano sempre più magistralmente la tecnica della Taqiyya. Questo termine arabo, indica la possibilità di rinnegare esteriormente la propria fede. Una strategia che, come hanno dimostrato le indagini su attacchi terroristici passati, ha permesso agli islamisti di arrivare fino al cuore delle istituzioni di vari Paesi, a cominciare dalla Francia e dalla sua polizia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/100-denunce-per-agenti-radicalizzati-nella-polizia-francese-2642430168.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-senatrice-goulet-in-tutte-le-istituzioni-ci-sono-state-carenze-nella-vigilanza-e-scarsa-attenzione-alle-procedure-di-controllo" data-post-id="2642430168" data-published-at="1771091691" data-use-pagination="False"> La senatrice Goulet: «In tutte le istituzioni ci sono state carenze nella vigilanza e scarsa attenzione alle procedure di controllo» La senatrice Nathalie Goulet Il Senato francese ha assunto, negli ultimi anni, un ruolo di controllo sulle istituzioni repubblicane sempre più importante. Durante l'affaire di Alexandre Benalla, ad esempio, la commissione senatoriale delle leggi si è trasformata in commissione d'inchiesta sulla vicenda. Anche in materia di terrorismo, già nel giugno del 2014, la Camera Alta francese ha varato una commissione d'inchiesta sull'organizzazione e i mezzi della lotta contro la rete jihadista in Francia e in Europa, presieduta dalla senatrice dell'Orne, Nathalie Goulet. Dopo l'attentato alla prefettura di Parigi, il Senato transalpino ha creato un nuovo organismo: la Commissione d'inchiesta sulla radicalizzazione islamista e i mezzi per combatterla.Tra i senatori francesi c'è dunque molta preoccupazione per la crescita del fenomeno che lo stesso presidente Emmanuel Macron, ha definito «'Idra islamista». Ma preoccupazione non basta perché - come spiega la senatrice Goulet (*) a La Verità - «in tutte le istituzioni ci sono state carenze nella vigilanza perché non abbiamo prestato sufficientemente attenzione alle procedure di controllo». In particolare, per la senatrice francese i problemi maggiori si concentrano sulle attività di intelligence e sono legate anche alla mancanza di mezzi. «A volte il trattamento delle informazioni che provengono dall'intelligence è molto dispersivo, quindi la sua azione diventa inesatta» spiega. «Oggi sappiamo ad esempio che gli attacchi contro i militari e la scuola ebraica di Tolosa, compiuti nel 2012 da Mohammed Merah - si rammarica la senatrice - avrebbero potuto essere evitati». Parlando del timore di alcuni politici di discriminare o stigmatizzare la popolazione francese di religione musulmana, la senatrice spera che le défaillances dell'intelligence non c'entrino nulla. «Altrimenti - sottolinea - faremmo il gioco del Rassemblement National». Per Goulet «il discorso politicamente corretto del pas d'amalgame (che tradotto, significa non fare tutta un'erba un fascio, ndr) è durato abbastanza. Queste persone (i terroristi) non sono buddiste, sono musulmane». Nota (*): La senatrice Nathalie Goulet si riferisce alla propria esperienza passata nell'ambito della lotta al terrorismo islamico. Questo perché, sebbene sia una delle vicepresidenti della commissione istituita nell'ottobre 2019, non può parlare dei lavori di quest'ultima per ragioni di sicurezza nazionale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/100-denunce-per-agenti-radicalizzati-nella-polizia-francese-2642430168.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-terrorismo-islamico-e-la-riforma-delle-pensioni" data-post-id="2642430168" data-published-at="1771091691" data-use-pagination="False"> Il terrorismo islamico e la riforma delle pensioni La minaccia terrorista che pesa anche sulle forze dell'ordine torna spesso anche nel dibattito sulla riforma delle pensioni, oggetto in queste settimane di un duro braccio di ferro tra i sindacati e il governo di Parigi. Essendo uno dei simboli dell'ordine istituzionale, i poliziotti sanno di essere particolarmente esposti al pericolo jihadista. Così quando Édouard Philippe ha ipotizzato di calcolare diversamente le pensioni dei poliziotti impegnati a combattere il crimine sul campo e dei loro colleghi dietro le scrivanie, c'è stata una levata di scudi. Durante la manifestazione dell'11 dicembre 2019, organizzata in concomitanza con la presentazione della riforma pensionistica da parte del Primo ministro, Thomas Toussaints - uno dei leader del sindacato Unsa Police - aveva parlato chiaro. «I poliziotti, restano poliziotti ventiquattr'ore su ventiquattro. Non c'è alcuna differenza tra chi lavora in ufficio e chi è di pattuglia». Un'opinione condivisa da Loïc Travers - della segreteria del sindacato Alliance Police Nationale - «diversi poliziotti sono morti recentemente in servizio o fuori servizio, come nel caso dell'attentato di Magnanville», dove una coppia di poliziotti era stata ammazzata da un terrorista islamico nella loro abitazione, sotto gli occhi del figlio della coppia, di soli tre anni.Se i fatti di Magnanville e della prefettura di Parigi suscitano emozione e timori tra i poliziotti, i commenti si fanno più rari quando si inizia a parlare del rischio legato alla radicalizzazione degli agenti. Questo vale anche per i sindacati che preferiscono orientare i giornalisti su comunicati o prese di posizione precedenti. Ancora una volta, sembra prevalere il timore di stigmatizzare la stragrande maggioranza di poliziotti musulmani che, a differenza di qualche pericoloso scalmanato, non hanno assolutamente grilli per la testa. Ma è inutile nascondere la testa sotto la sabbia anche perché, negli attentati che hanno sconvolto la Francia negli ultimi anni, sono morti anche degli agenti musulmani. È il caso di Ahmed Merabet, ucciso dal commando che ha colpito la strage a Charlie Hebdo. Questo lo sanno anche i sindacati, come confermano le loro prese di posizione dopo l'attentato alla prefettura. Ad esempio, in un comunicato diffuso ventiquattro ore dopo il dramma, il sindacato Alternative Police Cfdt riconosceva che «è nota la radicalizzazione di un certo numero di poliziotti» ma si domandava anche se i controlli amministrativi condotti su questi individui, fossero efficaci. Nello stesso comunicato, si parlava anche del «tema della radicalizzazione all'interno della pubblica amministrazione» al quale, per il sindacato, «i poteri pubblici dovrebbero prestare molta attenzione». In un'intervista realizzata negli studi di Franceinfo, il 7 ottobre 2019, il segretario generale delegato del sindacato Unité Sgp-Fo Police, Grégory Joron ha rivelato che solo una volta ogni tre mesi, si riuniscono «gli agenti della Dgsi (Direzione generale della sicurezza interna, ndr) e quelli della sottodirezione dell'antiterrorismo». Il sindacalista si chiedeva laconicamente se non fosse il caso di organizzare di aumentare la frequenza di tali riunioni nonché il personale formato su questi rischi in modo da «analizzare i casi (di radicalizzazione) in modo più reattivo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/100-denunce-per-agenti-radicalizzati-nella-polizia-francese-2642430168.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="impossibile-espellere-i-radicalizzati-dalla-sicurezza-pubblica-senza-la-volonta-politica" data-post-id="2642430168" data-published-at="1771091691" data-use-pagination="False"> Impossibile espellere i radicalizzati dalla sicurezza pubblica senza la volontà politica L'individuazione e l'espulsione dalla polizia delle «mele marce» radicalizzate è un lavoro che le autorità francesi dovranno svolgere sul lungo periodo, sperando che non si verifichino ulteriori attentati.Per accelerare il processo di pulizia all'interno delle forze dell'ordine serve una volontà politica chiara, che non sia influenzata ad esempio da manovre elettorali. Visto che può contare su una larghissima maggioranza parlamentare, il governo transalpino potrebbe, se lo volesse veramente, approvare norme per licenziare più facilmente gli agenti delle forze dell'ordine radicalizzati. Ma l'introduzione nel corpus giuridico transalpino di norme che facilitano i licenziamenti rimane un tabù. Inoltre, alcune forze di sinistra, in particolare quella estrema del partito La France Insoumise, da qualche mese sostengono la vittimizzazione portata avanti da una parte galassia islamica francese. Basti pensare che il leader di questo partito, Jean-Luc Melenchon ha partecipato alla manifestazione contro l'islamofobia, svoltasi a Parigi il 10 novembre scorso. Le varie anime della sinistra d'oltralpe sembrano preoccuparsi più delle scadenze elettorali che del pericolo dell'islamismo radicale. Forse scommettono su una rivincita elettorale alle prossime municipali, previste per marzo 2020. Questo permetterebbe loro di pesare di più nelle decisioni politiche anche perché, alcuni dei futuri consiglieri comunali potranno partecipare alle prossime elezioni senatoriali (in Francia il Senato non è eletto direttamente dai cittadini ma da dei grandi elettori, nrd).Mostrandosi alla manifestazione contro l'islamofobia, alcuni politici devono aver voluto mandare un messaggio chiaro all'elettorato musulmano non moderato. E pazienza se tra i manifestanti ci fosse anche Marwan Muhammad, descritto da Le Parisien e da Franceinfo come una «figura controversa dell'islam di Francia [...] ex direttore del Collettivo contro l'islamofobia in Francia, il movimento accusato di essere vicino ai Fratelli Musulmani». Questo leader musulmano è stato filmato in piedi sulla tettoia di una pensilina, intento ad arringare i manifestanti al grido di «Allah Akbar!».È difficile dunque immaginare che la maggioranza macronista - composta anche da una folta componente di sinistra e impaurita da una eventuale nuova sconfitta elettorale - decida di prendere il toro per le corna. Il rischio è che l'introduzione di nuove leggi per lottare contro la radicalizzazione dei poliziotti e di altri agenti della pubblica amministrazione, sia accolta con sospetto da un certo elettorato. Una scommessa troppo rischiosa quando, dopo un anno di Gilet Gialli e quasi un mese di scioperi, la contestazione nel Paese è estremamente forte.
Auro Bulbarelli (Ansa)
L’altro giorno lo aveva ben raccontato il direttore Belpietro. Se Petrecca si è ritrovato davanti a quel microfono più grande di lui è stato perché qualcuno, quello stesso microfono, lo aveva sfilato a Bulbarelli. Chi glielo ha tolto? In tanti, diciamo. Ma in primis il Quirinale. Sembra paradossale ma quello stesso Mattarella che oggi è narrato con enfasi come il talismano degli azzurri olimpici, il portafortuna nazionale; lo stesso Mattarella campione del pop che riceve i protagonisti del prossimo festival di Sanremo; ecco, proprio lui, si sarebbe infastidito per le anticipazioni giornalistiche date da Bulbarelli circa il ruolo del capo dello Stato nella vigilia dell’inaugurazione. Un ruolo istituzionale ma anche giocoso per lo sketch con Valentino Rossi sul tram, lo stesso che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro gentile e melenso.
Auro Bulbarelli aveva anticipato le notizie che riguardavano i passaggi del presidente nella cerimonia e il Quirinale si sarebbe «rabbuiato» chiedendo così l’intervento a chi di dovere (i più alti vertici della Rai), colpevole di non aver saputo preservare il riserbo su scaletta e protocollo. Sembrerà strano vista la leggerezza dell’accaduto - mica stavamo parlando della rivelazione di chissà quali segreti di Stato - ma il telecronista Bulbarelli è stato tagliato fuori proprio per aver dato una notizia, anche a costo (sicuramente involontario) di rompere l’embargo e la religiosità della scaletta. Quindi sono cominciate le interlocuzioni, anzi una specie di staffetta olimpica, tra Quirinale, organizzatori delle Olimpiadi invernali e vertici di viale Mazzini per sbattere in faccia ad Auro il cartellino giallo e sfilargli il ruolo di telecronista per la prima olimpica. Petrecca ha poi completato il pasticcio.
Va bene che col secondo mandato di Mattarella al Quirinale non siamo lontani da una specie di «monarchia mattarelliana» (nemmeno al potente presidente degli Stati Uniti è concesso un potere per 14 anni) ma arrivare addirittura a protestare con i vertici della tv pubblica perché un giornalista ha svelato il ruolo attivo di Mattarella nella cerimonia inaugurale ci sembra davvero un eccesso, la cui gravità è persino superiore alla decisione, autolesionista, dei vertici Rai di sostituire un telecronista navigato che si era ben preparato.
La rimostranza del Quirinale per lo «strappo» alla riservatezza è un fatto grave che non può passare sotto silenzio. Arriviamo così ai silenzi e alla complicità dell’opposizione, i cui membri in Vigilanza Rai stanno montando la polemica contro Petrecca senza tuttavia aver mai speso una parola di solidarietà nei confronti di Auro Bulbarelli, a dimostrazione di una stucchevole sudditanza verso il Colle. Centrosinistra e Cinque stelle non possono limitarsi ad accusare Petrecca - al quale non facciamo il minimo sconto: telecronaca pessima, approccio sciatto e presuntuoso, incapacità e inadeguatezza a restare nel ruolo di direttore di Rai Sport - e affermare che Bulbarelli ha commesso una gaffe, pensando di uscire da questa vicenda come quelli bravi o come i difensori della competenza: no, se importasse loro delle professionalità dovrebbero difendere chi è stato estromesso dal Quirinale. Invece stanno politicizzando oltremisura e stanno tenendo lo stesso atteggiamento del centrodestra: se quelli di Fratelli d’Italia sbagliano nel non chiedere il passo indietro di Petrecca, il Pd e compagnia sbaglia nel non risarcire Bulbarelli, che era stato incaricato di raccontare la cerimonia di inaugurazione.
Allora, visto che questo bravo collega sta pagando un prezzo professionale alto, lo diciamo noi: la diretta della cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali dev’essere affidata a Bulbarelli, giornalista che paga per aver dato delle notizie, e non certo perché, come sta dicendo la sinistra con la complicità dei vertici Rai, ha fatto delle gaffe o ha esposto la Rai a una figuraccia. Non è così, la figuraccia - purtroppo - l’ha fatta Petrecca e l’ha fatta fare Petrecca, Bulbarelli ha solo anticipato le notizie che riguardavano Mattarella come insegnano i vecchi maestri: chi ha una notizia la racconta. Se Petrecca volesse recuperare un bel po’ di faccia e un bel po’ di dignità dovrebbe riassegnare la telecronaca a Bulbarelli e dirlo apertamente. Se ciò accadesse significherebbe che anche l’amministratore delegato Giampaolo Rossi sarebbe d’accordo.
Pertanto, si ridia il microfono ad Auro Bulbarelli nella speranza anche di poter festeggiare un medagliere olimpico sempre più pesante e brillante.
Continua a leggereRiduci
Laura Pausini, Carlo Conti e Sergio Mattarella (Ansa)
Nero come lo stato dell’ordine pubblico, con i violenti in piazza giustificati dai rossi, mentre il governo (nero anch’esso) sforna decreti sicurezza. Meno male che Sergio c’è, verrebbe da cantare tutti in coro, parafrasando l’inno a Berlusconi. Meno male che c’è il presidente di tutti gli italiani, con quella sua «forza tranquilla», per citare un classico manifesto della Dc dei tempi d’oro. I giornali coprono Mattarella di miele e melassa da giorni e sembra che le medaglie le abbia vinte lui. E tra dieci giorni arriva Sanremo, totem nazionalpopolare, ed ecco che il capo dello Stato ieri ha tolto la giacca vento e ha rimesso la grisaglia per benedire Carlo Conti e Laura Pausini nei saloni del Quirinale. Ormai, Mattarella presenzia più dell’amico Emmanuel Macron, che però è a caccia di voti. Il fatto è che Mattarella lava più bianco. Lava le colpe di una politica rissosa e cacofonica, e anche la Pausini si presenta al suo cospetto di bianco vestita, insieme a Conti, il bravo presentatore. È la prima volta in assoluto che i protagonisti di Sanremo vengono ricevuti ufficialmente sul Colle. Sarà un precedente interessante, specie se un giorno il Comune ligure dovesse decidere di affidare il Festival a Mediaset, che per Mattarella, quand’era ministro ai tempi del decreto tv, era l’Impero del Male. Tre anni fa, era stato il primo capo dello Stato a partecipare a Sanremo. Era stata un’idea di Amadeus, che per rendere gloria ai 75 anni della Costituzione di uno dei paesi più canterini del mondo aveva ingaggiato Roberto Benigni.
Il comico che unifica e non graffia trovò il modo di citare Bernardo Mattarella tra i padri costituenti e il presidente si commosse in eurovisione.
Ieri, al Quirinale, sono sfilati una ventina di artisti (cantando Azzurro davanti al presidente) che saliranno sul palco della Città dei fiori, tra cui J-Ax con cappello da cowboy e pantaloni con le frange, Dargen D’Amico con gli occhiali fucsia, Mara Sattei vestita in nero ministeriale ma con borsetta in lurex ed Elettra Lamborghini in total white. Conti, al termine dell’incontro, non si è tenuto: «È stato bellissimo, molto emozionante, io che non mi emoziono mai mi sono emozionato». E Mattarella? Era contento? Conti giura di sì: «Il presidente è stato meraviglioso e ha detto cose straordinarie sulla musica. Mi hanno colpito le sue parole sempre attente, precise, puntuali. Ho fatto l’esempio che Sanremo è come le Olimpiadi della musica». Mentre la Pausini è uscita come trasfigurata: «Ha detto cose bellissime sulla musica popolare (…) È un presidente pop». La rassegna stampa di ieri era degna della Corea del Nord di Kim Jong-un, il capo di Stato ritratto sempre trionfante, sulle nevi come nei campi. La Stampa ha dedicato un paginone al seguente tema: «Tutti gli ori del presidente». Spacciando l’esistenza di «un effetto Mattarella che distribuisce tranquillità ed è una calamita per gli atleti». Ma lui, va detto, resta umile: «Porto fortuna? Non è merito mio. Sarebbe appropriazione indebita». Anche spiritoso. Il Corriere della Sera ha arruolato per la laudatio Walter Veltroni, che in questa presenza benigna sulle nevi ha visto l’apprezzamento della gente «per una figura paterna, sempre presente, pieno di cure per la sua comunità, testimone di rettitudine e portatore di una rigorosa moderazione».
E nelle cronache da Cortina, c’è spazio per i toni messianici: «Lui, il presidente-amuleto, il giorno dei miracoli lo aveva visto arrivare». Brignone e Lollobrigida erano nei suoi pensieri lungimiranti e benedicenti». Quanto a Repubblica, ecco il giusto encomio al Quirinale: «Mattarella primo tifoso e talismano degli atleti». Non male anche la prima pagina del Messaggero, che mette in foto il presidente con la Brignone e titola: «Mattarella abbraccia Federica: «Contavo sulla tua rinascita». Presidente accolto come una rockstar». Ma sì, pop o rock, l’importante è far capire ai lettori che Mattarella è su un altro livello. Perfino le vignette, Corriere in testa, che dovrebbero fare satira, per il Mattarella Madonna delle nevi si fanno turibolo.
Adesso ci manca solo che questa sera il presidente compaia in tribuna d’onore a San Siro per Inter-Juventus, il derby d’Italia. In ogni caso, Mattarella che presenzia a cose ha davanti a sé un calendario invitante: venerdì 3 aprile potrebbe accompagnare un altro signore vestito di bianco, papa Leone, nella Via Crucis al Colosseo. Prima, il 21 marzo, potrebbe materializzarsi al traguardo della Maratona di Roma e stringere la mano alle runner e ai runner. Poi, se volesse impegnarsi, potrebbe aiutare la povera Nazionale di calcio a qualificarsi per i Mondiali. Mondiali che sono in programma in estate in Canada, Messico e Stati Uniti. Anche lì, con Mattarella in tribuna, tutto può succedere. Solo cose belle, ovviamente. E ovviamente siamo tutti contenti che al Colle ci sia un uomo pieno di energie, nonostante i capelli bianchi. Ma sono energie un po’ sprecate, per i suoi poteri, perché sono energie da campagna elettorale. Il suo iperpresenzialismo di questi ultimi giorni serve a creargli un’immagine apparentemente apolitica, ma alla fine gli consegna una leva formidabile sulla politica stessa. Mai una parola fuori posto, certo. Ma adesso è in ogni posto.
Continua a leggereRiduci