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2020-01-01
L'Europa tace ma la polizia francese è infiltrata da jihadisti
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Nonostante l'Europa continuai a guardare dall'altra parte, la penetrazione della radicalizzazione islamista nei ranghi della polizia francese non accenna a diminuire. In soli due mesi, dopo l'attentato terrorista del 3 ottobre 2019 alla prefettura di Parigi, l'ispettorato generale della polizia transalpina ha ricevuto un centinaio di segnalazioni. Allerte lanciate da agenti preoccupati dal comportamento tenuto dai loro vicini di scrivania o dai colleghi di pattuglia che, più o meno improvvisamente, hanno iniziato a lasciar trasparire una qualche simpatia per i terroristi islamici. L'aumento delle segnalazioni ha registrato una vera e propria impennata, come ha rivelato la radio francese Rtl a fine novembre. Basti pensare che, nei quattro anni precedenti all'attacco, sferrato contro i propri colleghi da Mickaël Harpon nella sede della polizia parigina, erano pervenute solo 70 segnalazioni. Un numero comunque preoccupante ma molto più diluito nel tempo.
Certo, circa la metà delle allerte lanciate dai poliziotti nell'ultimo trimestre del 2019 è già stata archiviata. Tuttavia l'idea che una cinquantina di casi sia ancora al vaglio degli ispettori, è estremamente preoccupante, anche perché l'archiviazione non mette la parola fine sulla segnalazione, i superiori devono infatti continuare a tenere sotto controllo gli agenti per i quali sono state lanciate le allerte. Le indagini sulla potenziale radicalizzazione all'interno delle forze dell'ordine richiedono tempo e risorse. Due elementi che i poliziotti preferirebbero destinare al miglioramento delle proprie condizioni di lavoro.
Tra le segnalazioni rese note dalla stampa, dopo l'attacco jihadista alla prefettura della capitale francese, ce ne sono alcune che fanno venire la pelle d'oca, perché viene da chiedersi come sia stato possibile che dei poliziotti radicalizzati, abbiano potuto tranquillamente svolgere mansioni estremamente delicate.
È il caso di una guardia carceraria di Argentan, in Normandia, riportato da diversi media francesi, come il quotidiano Ouest-France. La donna, una quarantenne madre di due figli, si è convertita all'islam nel giro di tre mesi dopo essere stata telecomandata da Mohammed Tayeb, un detenuto trentasettenne algerino già condannato per due aggressioni sessuali e uno stupro. La storia ha dell'incredibile. Al ritorno delle vacanze estive, la donna si è invaghita dell'algerino che l'ha riempita di complimenti fino a dichiarare di essere innamorato di lei. L'agente carceraria è caduta nella trappola. L'uomo è riuscito a convincerla ad indossare costantemente un auricolare, riuscendo così a muovere la propria pedina all'interno e all'esterno del carcere. Il detenuto ha così potuto ottenere cinque cellulari e tre sim, inoltre ha fatto consegnare 4.000 euro a Parigi - che saranno stati utilizzati per chissà quali traffici - il tutto senza destare il minimo sospetto. Questo perché i telefoni, le sim e i soldi, erano nascosti nella sacca usata dalla donna per andare in palestra. La manipolazione non si è fermata al traffico di oggetti e del denaro. Il detenuto algerino ha ottenuto anche che la donna cambiasse stile di vita, conformandosi ai precetti islamici visto che, come detto, si era convertita alla religione musulmana. Durante un'udienza tenutasi all'inizio di dicembre 2019, la donna ha spiegato ai giudici che non aveva più il diritto di salutare le persone baciandole sulla guancia, come si usa fare in Francia. Inoltre, ha aggiunto la poliziotta radicalizzata pentita, «dovevo indossare qualcosa che coprisse il mio sedere, perché altri non lo guardassero». Sfruttando le frustrazioni della donna, il criminale è riuscito addirittura a convincerla a chiedere il divorzio.
Ma quello della convertita frustrata non è il solo caso di guardia carceraria radicalizzata. All'inizio di novembre 2019, il quotidiano Le Figaro ha rivelato che la presidenza del Tribunale di Parigi ha chiesto il trasferimento immediato di un agente penitenziario conosciuto per essere radicalizzato. L'aspetto più allucinante della vicenda è che l'uomo lavorava come carceriere nell'area detta la trappola per topi del Palazzo di Giustizia parigino, che include un centinaio di celle destinate ai detenuti in attesa di processo. Questo nonostante fosse già un sorvegliato speciale prima di arrivare al tribunale della capitale francese. L'idea che il carceriere islamista potesse offrire una qualsiasi forma di collaborazione con dei prevenuti per terrorismo giunti dai loro rispettivi carceri per essere giudicati, lascia allibiti.
Viene da chiedersi cosa controllino gli organi incaricati di verificare la compatibilità dei profili degli agenti con le mansioni di pubblica sicurezza. Sembra che i controllori passino al setaccio la vita privata dei sospetti: le loro frequentazioni, il comportamento tenuto lungo tutta la carriera. Poi ovviamente ci sono i segni esteriori: come la richiesta di effettuare le preghiere sul posto di lavoro, l'improvvisa scelta di farsi crescere la barba o, per le donne, di indossare il velo islamico fuori servizio. Nei fatti però i controlli e vanno a rilento. Da un lato per il timore di stigmatizzare i poliziotti (e i milioni di cittadini francesi) di fede islamica, dall'altro perché i radicalizzati adottano sempre più magistralmente la tecnica della Taqiyya. Questo termine arabo, indica la possibilità di rinnegare esteriormente la propria fede. Una strategia che, come hanno dimostrato le indagini su attacchi terroristici passati, ha permesso agli islamisti di arrivare fino al cuore delle istituzioni di vari Paesi, a cominciare dalla Francia e dalla sua polizia.
La senatrice Goulet: «In tutte le istituzioni ci sono state carenze nella vigilanza e scarsa attenzione alle procedure di controllo»

La senatrice Nathalie Goulet
Il Senato francese ha assunto, negli ultimi anni, un ruolo di controllo sulle istituzioni repubblicane sempre più importante. Durante l'affaire di Alexandre Benalla, ad esempio, la commissione senatoriale delle leggi si è trasformata in commissione d'inchiesta sulla vicenda. Anche in materia di terrorismo, già nel giugno del 2014, la Camera Alta francese ha varato una commissione d'inchiesta sull'organizzazione e i mezzi della lotta contro la rete jihadista in Francia e in Europa, presieduta dalla senatrice dell'Orne, Nathalie Goulet. Dopo l'attentato alla prefettura di Parigi, il Senato transalpino ha creato un nuovo organismo: la Commissione d'inchiesta sulla radicalizzazione islamista e i mezzi per combatterla.
Tra i senatori francesi c'è dunque molta preoccupazione per la crescita del fenomeno che lo stesso presidente Emmanuel Macron, ha definito «'Idra islamista». Ma preoccupazione non basta perché - come spiega la senatrice Goulet (*) a La Verità - «in tutte le istituzioni ci sono state carenze nella vigilanza perché non abbiamo prestato sufficientemente attenzione alle procedure di controllo». In particolare, per la senatrice francese i problemi maggiori si concentrano sulle attività di intelligence e sono legate anche alla mancanza di mezzi. «A volte il trattamento delle informazioni che provengono dall'intelligence è molto dispersivo, quindi la sua azione diventa inesatta» spiega. «Oggi sappiamo ad esempio che gli attacchi contro i militari e la scuola ebraica di Tolosa, compiuti nel 2012 da Mohammed Merah - si rammarica la senatrice - avrebbero potuto essere evitati». Parlando del timore di alcuni politici di discriminare o stigmatizzare la popolazione francese di religione musulmana, la senatrice spera che le défaillances dell'intelligence non c'entrino nulla. «Altrimenti - sottolinea - faremmo il gioco del Rassemblement National». Per Goulet «il discorso politicamente corretto del pas d'amalgame (che tradotto, significa non fare tutta un'erba un fascio, ndr) è durato abbastanza. Queste persone (i terroristi) non sono buddiste, sono musulmane».
Nota (*): La senatrice Nathalie Goulet si riferisce alla propria esperienza passata nell'ambito della lotta al terrorismo islamico. Questo perché, sebbene sia una delle vicepresidenti della commissione istituita nell'ottobre 2019, non può parlare dei lavori di quest'ultima per ragioni di sicurezza nazionale.
Il terrorismo islamico e la riforma delle pensioni

La minaccia terrorista che pesa anche sulle forze dell'ordine torna spesso anche nel dibattito sulla riforma delle pensioni, oggetto in queste settimane di un duro braccio di ferro tra i sindacati e il governo di Parigi. Essendo uno dei simboli dell'ordine istituzionale, i poliziotti sanno di essere particolarmente esposti al pericolo jihadista. Così quando Édouard Philippe ha ipotizzato di calcolare diversamente le pensioni dei poliziotti impegnati a combattere il crimine sul campo e dei loro colleghi dietro le scrivanie, c'è stata una levata di scudi. Durante la manifestazione dell'11 dicembre 2019, organizzata in concomitanza con la presentazione della riforma pensionistica da parte del Primo ministro, Thomas Toussaints - uno dei leader del sindacato Unsa Police - aveva parlato chiaro. «I poliziotti, restano poliziotti ventiquattr'ore su ventiquattro. Non c'è alcuna differenza tra chi lavora in ufficio e chi è di pattuglia». Un'opinione condivisa da Loïc Travers - della segreteria del sindacato Alliance Police Nationale - «diversi poliziotti sono morti recentemente in servizio o fuori servizio, come nel caso dell'attentato di Magnanville», dove una coppia di poliziotti era stata ammazzata da un terrorista islamico nella loro abitazione, sotto gli occhi del figlio della coppia, di soli tre anni.
Se i fatti di Magnanville e della prefettura di Parigi suscitano emozione e timori tra i poliziotti, i commenti si fanno più rari quando si inizia a parlare del rischio legato alla radicalizzazione degli agenti. Questo vale anche per i sindacati che preferiscono orientare i giornalisti su comunicati o prese di posizione precedenti. Ancora una volta, sembra prevalere il timore di stigmatizzare la stragrande maggioranza di poliziotti musulmani che, a differenza di qualche pericoloso scalmanato, non hanno assolutamente grilli per la testa. Ma è inutile nascondere la testa sotto la sabbia anche perché, negli attentati che hanno sconvolto la Francia negli ultimi anni, sono morti anche degli agenti musulmani. È il caso di Ahmed Merabet, ucciso dal commando che ha colpito la strage a Charlie Hebdo. Questo lo sanno anche i sindacati, come confermano le loro prese di posizione dopo l'attentato alla prefettura. Ad esempio, in un comunicato diffuso ventiquattro ore dopo il dramma, il sindacato Alternative Police Cfdt riconosceva che «è nota la radicalizzazione di un certo numero di poliziotti» ma si domandava anche se i controlli amministrativi condotti su questi individui, fossero efficaci. Nello stesso comunicato, si parlava anche del «tema della radicalizzazione all'interno della pubblica amministrazione» al quale, per il sindacato, «i poteri pubblici dovrebbero prestare molta attenzione».
In un'intervista realizzata negli studi di Franceinfo, il 7 ottobre 2019, il segretario generale delegato del sindacato Unité Sgp-Fo Police, Grégory Joron ha rivelato che solo una volta ogni tre mesi, si riuniscono «gli agenti della Dgsi (Direzione generale della sicurezza interna, ndr) e quelli della sottodirezione dell'antiterrorismo». Il sindacalista si chiedeva laconicamente se non fosse il caso di organizzare di aumentare la frequenza di tali riunioni nonché il personale formato su questi rischi in modo da «analizzare i casi (di radicalizzazione) in modo più reattivo».
Impossibile espellere i radicalizzati dalla sicurezza pubblica senza la volontà politica
L'individuazione e l'espulsione dalla polizia delle «mele marce» radicalizzate è un lavoro che le autorità francesi dovranno svolgere sul lungo periodo, sperando che non si verifichino ulteriori attentati.
Per accelerare il processo di pulizia all'interno delle forze dell'ordine serve una volontà politica chiara, che non sia influenzata ad esempio da manovre elettorali. Visto che può contare su una larghissima maggioranza parlamentare, il governo transalpino potrebbe, se lo volesse veramente, approvare norme per licenziare più facilmente gli agenti delle forze dell'ordine radicalizzati. Ma l'introduzione nel corpus giuridico transalpino di norme che facilitano i licenziamenti rimane un tabù. Inoltre, alcune forze di sinistra, in particolare quella estrema del partito La France Insoumise, da qualche mese sostengono la vittimizzazione portata avanti da una parte galassia islamica francese. Basti pensare che il leader di questo partito, Jean-Luc Melenchon ha partecipato alla manifestazione contro l'islamofobia, svoltasi a Parigi il 10 novembre scorso.
Le varie anime della sinistra d'oltralpe sembrano preoccuparsi più delle scadenze elettorali che del pericolo dell'islamismo radicale. Forse scommettono su una rivincita elettorale alle prossime municipali, previste per marzo 2020. Questo permetterebbe loro di pesare di più nelle decisioni politiche anche perché, alcuni dei futuri consiglieri comunali potranno partecipare alle prossime elezioni senatoriali (in Francia il Senato non è eletto direttamente dai cittadini ma da dei grandi elettori, nrd).
Mostrandosi alla manifestazione contro l'islamofobia, alcuni politici devono aver voluto mandare un messaggio chiaro all'elettorato musulmano non moderato. E pazienza se tra i manifestanti ci fosse anche Marwan Muhammad, descritto da Le Parisien e da Franceinfo come una «figura controversa dell'islam di Francia [...] ex direttore del Collettivo contro l'islamofobia in Francia, il movimento accusato di essere vicino ai Fratelli Musulmani». Questo leader musulmano è stato filmato in piedi sulla tettoia di una pensilina, intento ad arringare i manifestanti al grido di «Allah Akbar!».
È difficile dunque immaginare che la maggioranza macronista - composta anche da una folta componente di sinistra e impaurita da una eventuale nuova sconfitta elettorale - decida di prendere il toro per le corna. Il rischio è che l'introduzione di nuove leggi per lottare contro la radicalizzazione dei poliziotti e di altri agenti della pubblica amministrazione, sia accolta con sospetto da un certo elettorato. Una scommessa troppo rischiosa quando, dopo un anno di Gilet Gialli e quasi un mese di scioperi, la contestazione nel Paese è estremamente forte.
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Oltre 100 segnalazioni ricevute dall'ispettorato generale delle forze dell'ordine transalpine. Il fenomeno è gravissimo ma Bruxelles continua a guardare altrove. La senatrice Nathalie Goulet sottolinea le falle all'interno dell'intelligence: «Gli attacchi contro i militari e la scuola ebraica di Tolosa del 2012 avrebbero potuto essere evitati senza la dispersione di informazioni».Il problema del contrasto al terrorismo tocca il tema delle pensioni delle forze dell'ordine, la cui riforma è in queste settimane oggetto di un duro braccio di ferro tra sindacati e governo.L'introduzione di leggi che facilitino i licenziamenti degli agenti radicalizzati resta ancora un tabù: per velocizzare il processo servirebbe una volontà politica netta.Lo speciale contiene quattro articoli.Nonostante l'Europa continuai a guardare dall'altra parte, la penetrazione della radicalizzazione islamista nei ranghi della polizia francese non accenna a diminuire. In soli due mesi, dopo l'attentato terrorista del 3 ottobre 2019 alla prefettura di Parigi, l'ispettorato generale della polizia transalpina ha ricevuto un centinaio di segnalazioni. Allerte lanciate da agenti preoccupati dal comportamento tenuto dai loro vicini di scrivania o dai colleghi di pattuglia che, più o meno improvvisamente, hanno iniziato a lasciar trasparire una qualche simpatia per i terroristi islamici. L'aumento delle segnalazioni ha registrato una vera e propria impennata, come ha rivelato la radio francese Rtl a fine novembre. Basti pensare che, nei quattro anni precedenti all'attacco, sferrato contro i propri colleghi da Mickaël Harpon nella sede della polizia parigina, erano pervenute solo 70 segnalazioni. Un numero comunque preoccupante ma molto più diluito nel tempo.Certo, circa la metà delle allerte lanciate dai poliziotti nell'ultimo trimestre del 2019 è già stata archiviata. Tuttavia l'idea che una cinquantina di casi sia ancora al vaglio degli ispettori, è estremamente preoccupante, anche perché l'archiviazione non mette la parola fine sulla segnalazione, i superiori devono infatti continuare a tenere sotto controllo gli agenti per i quali sono state lanciate le allerte. Le indagini sulla potenziale radicalizzazione all'interno delle forze dell'ordine richiedono tempo e risorse. Due elementi che i poliziotti preferirebbero destinare al miglioramento delle proprie condizioni di lavoro. Tra le segnalazioni rese note dalla stampa, dopo l'attacco jihadista alla prefettura della capitale francese, ce ne sono alcune che fanno venire la pelle d'oca, perché viene da chiedersi come sia stato possibile che dei poliziotti radicalizzati, abbiano potuto tranquillamente svolgere mansioni estremamente delicate. È il caso di una guardia carceraria di Argentan, in Normandia, riportato da diversi media francesi, come il quotidiano Ouest-France. La donna, una quarantenne madre di due figli, si è convertita all'islam nel giro di tre mesi dopo essere stata telecomandata da Mohammed Tayeb, un detenuto trentasettenne algerino già condannato per due aggressioni sessuali e uno stupro. La storia ha dell'incredibile. Al ritorno delle vacanze estive, la donna si è invaghita dell'algerino che l'ha riempita di complimenti fino a dichiarare di essere innamorato di lei. L'agente carceraria è caduta nella trappola. L'uomo è riuscito a convincerla ad indossare costantemente un auricolare, riuscendo così a muovere la propria pedina all'interno e all'esterno del carcere. Il detenuto ha così potuto ottenere cinque cellulari e tre sim, inoltre ha fatto consegnare 4.000 euro a Parigi - che saranno stati utilizzati per chissà quali traffici - il tutto senza destare il minimo sospetto. Questo perché i telefoni, le sim e i soldi, erano nascosti nella sacca usata dalla donna per andare in palestra. La manipolazione non si è fermata al traffico di oggetti e del denaro. Il detenuto algerino ha ottenuto anche che la donna cambiasse stile di vita, conformandosi ai precetti islamici visto che, come detto, si era convertita alla religione musulmana. Durante un'udienza tenutasi all'inizio di dicembre 2019, la donna ha spiegato ai giudici che non aveva più il diritto di salutare le persone baciandole sulla guancia, come si usa fare in Francia. Inoltre, ha aggiunto la poliziotta radicalizzata pentita, «dovevo indossare qualcosa che coprisse il mio sedere, perché altri non lo guardassero». Sfruttando le frustrazioni della donna, il criminale è riuscito addirittura a convincerla a chiedere il divorzio.Ma quello della convertita frustrata non è il solo caso di guardia carceraria radicalizzata. All'inizio di novembre 2019, il quotidiano Le Figaro ha rivelato che la presidenza del Tribunale di Parigi ha chiesto il trasferimento immediato di un agente penitenziario conosciuto per essere radicalizzato. L'aspetto più allucinante della vicenda è che l'uomo lavorava come carceriere nell'area detta la trappola per topi del Palazzo di Giustizia parigino, che include un centinaio di celle destinate ai detenuti in attesa di processo. Questo nonostante fosse già un sorvegliato speciale prima di arrivare al tribunale della capitale francese. L'idea che il carceriere islamista potesse offrire una qualsiasi forma di collaborazione con dei prevenuti per terrorismo giunti dai loro rispettivi carceri per essere giudicati, lascia allibiti.Viene da chiedersi cosa controllino gli organi incaricati di verificare la compatibilità dei profili degli agenti con le mansioni di pubblica sicurezza. Sembra che i controllori passino al setaccio la vita privata dei sospetti: le loro frequentazioni, il comportamento tenuto lungo tutta la carriera. Poi ovviamente ci sono i segni esteriori: come la richiesta di effettuare le preghiere sul posto di lavoro, l'improvvisa scelta di farsi crescere la barba o, per le donne, di indossare il velo islamico fuori servizio. Nei fatti però i controlli e vanno a rilento. Da un lato per il timore di stigmatizzare i poliziotti (e i milioni di cittadini francesi) di fede islamica, dall'altro perché i radicalizzati adottano sempre più magistralmente la tecnica della Taqiyya. Questo termine arabo, indica la possibilità di rinnegare esteriormente la propria fede. 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Durante l'affaire di Alexandre Benalla, ad esempio, la commissione senatoriale delle leggi si è trasformata in commissione d'inchiesta sulla vicenda. Anche in materia di terrorismo, già nel giugno del 2014, la Camera Alta francese ha varato una commissione d'inchiesta sull'organizzazione e i mezzi della lotta contro la rete jihadista in Francia e in Europa, presieduta dalla senatrice dell'Orne, Nathalie Goulet. Dopo l'attentato alla prefettura di Parigi, il Senato transalpino ha creato un nuovo organismo: la Commissione d'inchiesta sulla radicalizzazione islamista e i mezzi per combatterla.Tra i senatori francesi c'è dunque molta preoccupazione per la crescita del fenomeno che lo stesso presidente Emmanuel Macron, ha definito «'Idra islamista». Ma preoccupazione non basta perché - come spiega la senatrice Goulet (*) a La Verità - «in tutte le istituzioni ci sono state carenze nella vigilanza perché non abbiamo prestato sufficientemente attenzione alle procedure di controllo». In particolare, per la senatrice francese i problemi maggiori si concentrano sulle attività di intelligence e sono legate anche alla mancanza di mezzi. «A volte il trattamento delle informazioni che provengono dall'intelligence è molto dispersivo, quindi la sua azione diventa inesatta» spiega. «Oggi sappiamo ad esempio che gli attacchi contro i militari e la scuola ebraica di Tolosa, compiuti nel 2012 da Mohammed Merah - si rammarica la senatrice - avrebbero potuto essere evitati». Parlando del timore di alcuni politici di discriminare o stigmatizzare la popolazione francese di religione musulmana, la senatrice spera che le défaillances dell'intelligence non c'entrino nulla. «Altrimenti - sottolinea - faremmo il gioco del Rassemblement National». Per Goulet «il discorso politicamente corretto del pas d'amalgame (che tradotto, significa non fare tutta un'erba un fascio, ndr) è durato abbastanza. Queste persone (i terroristi) non sono buddiste, sono musulmane». Nota (*): La senatrice Nathalie Goulet si riferisce alla propria esperienza passata nell'ambito della lotta al terrorismo islamico. Questo perché, sebbene sia una delle vicepresidenti della commissione istituita nell'ottobre 2019, non può parlare dei lavori di quest'ultima per ragioni di sicurezza nazionale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/100-denunce-per-agenti-radicalizzati-nella-polizia-francese-2642430168.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-terrorismo-islamico-e-la-riforma-delle-pensioni" data-post-id="2642430168" data-published-at="1768108762" data-use-pagination="False"> Il terrorismo islamico e la riforma delle pensioni La minaccia terrorista che pesa anche sulle forze dell'ordine torna spesso anche nel dibattito sulla riforma delle pensioni, oggetto in queste settimane di un duro braccio di ferro tra i sindacati e il governo di Parigi. Essendo uno dei simboli dell'ordine istituzionale, i poliziotti sanno di essere particolarmente esposti al pericolo jihadista. Così quando Édouard Philippe ha ipotizzato di calcolare diversamente le pensioni dei poliziotti impegnati a combattere il crimine sul campo e dei loro colleghi dietro le scrivanie, c'è stata una levata di scudi. Durante la manifestazione dell'11 dicembre 2019, organizzata in concomitanza con la presentazione della riforma pensionistica da parte del Primo ministro, Thomas Toussaints - uno dei leader del sindacato Unsa Police - aveva parlato chiaro. «I poliziotti, restano poliziotti ventiquattr'ore su ventiquattro. Non c'è alcuna differenza tra chi lavora in ufficio e chi è di pattuglia». Un'opinione condivisa da Loïc Travers - della segreteria del sindacato Alliance Police Nationale - «diversi poliziotti sono morti recentemente in servizio o fuori servizio, come nel caso dell'attentato di Magnanville», dove una coppia di poliziotti era stata ammazzata da un terrorista islamico nella loro abitazione, sotto gli occhi del figlio della coppia, di soli tre anni.Se i fatti di Magnanville e della prefettura di Parigi suscitano emozione e timori tra i poliziotti, i commenti si fanno più rari quando si inizia a parlare del rischio legato alla radicalizzazione degli agenti. Questo vale anche per i sindacati che preferiscono orientare i giornalisti su comunicati o prese di posizione precedenti. Ancora una volta, sembra prevalere il timore di stigmatizzare la stragrande maggioranza di poliziotti musulmani che, a differenza di qualche pericoloso scalmanato, non hanno assolutamente grilli per la testa. Ma è inutile nascondere la testa sotto la sabbia anche perché, negli attentati che hanno sconvolto la Francia negli ultimi anni, sono morti anche degli agenti musulmani. È il caso di Ahmed Merabet, ucciso dal commando che ha colpito la strage a Charlie Hebdo. Questo lo sanno anche i sindacati, come confermano le loro prese di posizione dopo l'attentato alla prefettura. Ad esempio, in un comunicato diffuso ventiquattro ore dopo il dramma, il sindacato Alternative Police Cfdt riconosceva che «è nota la radicalizzazione di un certo numero di poliziotti» ma si domandava anche se i controlli amministrativi condotti su questi individui, fossero efficaci. Nello stesso comunicato, si parlava anche del «tema della radicalizzazione all'interno della pubblica amministrazione» al quale, per il sindacato, «i poteri pubblici dovrebbero prestare molta attenzione». In un'intervista realizzata negli studi di Franceinfo, il 7 ottobre 2019, il segretario generale delegato del sindacato Unité Sgp-Fo Police, Grégory Joron ha rivelato che solo una volta ogni tre mesi, si riuniscono «gli agenti della Dgsi (Direzione generale della sicurezza interna, ndr) e quelli della sottodirezione dell'antiterrorismo». Il sindacalista si chiedeva laconicamente se non fosse il caso di organizzare di aumentare la frequenza di tali riunioni nonché il personale formato su questi rischi in modo da «analizzare i casi (di radicalizzazione) in modo più reattivo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/100-denunce-per-agenti-radicalizzati-nella-polizia-francese-2642430168.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="impossibile-espellere-i-radicalizzati-dalla-sicurezza-pubblica-senza-la-volonta-politica" data-post-id="2642430168" data-published-at="1768108762" data-use-pagination="False"> Impossibile espellere i radicalizzati dalla sicurezza pubblica senza la volontà politica L'individuazione e l'espulsione dalla polizia delle «mele marce» radicalizzate è un lavoro che le autorità francesi dovranno svolgere sul lungo periodo, sperando che non si verifichino ulteriori attentati.Per accelerare il processo di pulizia all'interno delle forze dell'ordine serve una volontà politica chiara, che non sia influenzata ad esempio da manovre elettorali. Visto che può contare su una larghissima maggioranza parlamentare, il governo transalpino potrebbe, se lo volesse veramente, approvare norme per licenziare più facilmente gli agenti delle forze dell'ordine radicalizzati. Ma l'introduzione nel corpus giuridico transalpino di norme che facilitano i licenziamenti rimane un tabù. Inoltre, alcune forze di sinistra, in particolare quella estrema del partito La France Insoumise, da qualche mese sostengono la vittimizzazione portata avanti da una parte galassia islamica francese. Basti pensare che il leader di questo partito, Jean-Luc Melenchon ha partecipato alla manifestazione contro l'islamofobia, svoltasi a Parigi il 10 novembre scorso. Le varie anime della sinistra d'oltralpe sembrano preoccuparsi più delle scadenze elettorali che del pericolo dell'islamismo radicale. Forse scommettono su una rivincita elettorale alle prossime municipali, previste per marzo 2020. Questo permetterebbe loro di pesare di più nelle decisioni politiche anche perché, alcuni dei futuri consiglieri comunali potranno partecipare alle prossime elezioni senatoriali (in Francia il Senato non è eletto direttamente dai cittadini ma da dei grandi elettori, nrd).Mostrandosi alla manifestazione contro l'islamofobia, alcuni politici devono aver voluto mandare un messaggio chiaro all'elettorato musulmano non moderato. E pazienza se tra i manifestanti ci fosse anche Marwan Muhammad, descritto da Le Parisien e da Franceinfo come una «figura controversa dell'islam di Francia [...] ex direttore del Collettivo contro l'islamofobia in Francia, il movimento accusato di essere vicino ai Fratelli Musulmani». Questo leader musulmano è stato filmato in piedi sulla tettoia di una pensilina, intento ad arringare i manifestanti al grido di «Allah Akbar!».È difficile dunque immaginare che la maggioranza macronista - composta anche da una folta componente di sinistra e impaurita da una eventuale nuova sconfitta elettorale - decida di prendere il toro per le corna. Il rischio è che l'introduzione di nuove leggi per lottare contro la radicalizzazione dei poliziotti e di altri agenti della pubblica amministrazione, sia accolta con sospetto da un certo elettorato. Una scommessa troppo rischiosa quando, dopo un anno di Gilet Gialli e quasi un mese di scioperi, la contestazione nel Paese è estremamente forte.
Can Yaman (Ansa)
Secondo quanto riferito dalla Procura di Istanbul, citata da Turkish Minute, le perquisizioni, a cui hanno preso parte circa 100 agenti della sezione antidroga della polizia di Istanbul, con il supporto della gendarmeria, hanno interessato il noto Bebek hotel sul Bosforo e 9 locali notturni, tra cui il Klein Phonix, uno dei locali più alla moda della capitale turca; sarebbero stati effettuati sequestri di cocaina, marijuana, pasticche, residui di sostanze liquide ritenute stupefacenti, un bilancino e munizioni.
Proprio al Bebek hotel secondo Cnn Turk, citata dalla testata online Hurriyet, gli inquirenti sospettavano l’esistenza di una «stanza segreta» nella quale potrebbero essere state realizzate delle registrazioni. Stanza che, a quanto pare, sarebbe stata trovata durante la perquisizione. La stampa locale, che parla di un possibile «livello superiore» dell’indagine, ora si chiede quale fosse la vera funzione di questa presunta stanza, e chi la utilizzasse, avanzando anche il sospetto di possibili video girati per essere successivamente usati a scopo di ricatto. Dietro al fermo del trentaseienne attore, protagonista di fiction e serie tv, ci sarebbe una soffiata.
Secondo quanto riportato da Hurriyet, durante il blitz qualcuno avrebbe segnalato alle forze dell’ordine che Yaman, presente all’interno di uno dei locali controllati (il nome dell’attore non era tra quelli sui mandati), sembra un night club, aveva fatto uso di droga. Durante la successiva perquisizione a Yaman sarebbe stata trovata addosso della sostanza stupefacente. L’attore, che dopo il fermo è stato condotto presso l’Istituto di medicina legale per gli esami del sangue necessari a verificare l’eventuale consumo di droga, è poi stato rilasciato nel tardo pomeriggio di ieri. Tra i sette fermati dalla polizia turca nell’ambito delle indagini, che riguardano, a vario titolo, le accuse di «possesso di droghe o stimolanti per uso personale», «agevolazione dell’uso di droghe» e «incoraggiamento di una persona alla prostituzione, facilitazione di tale pratica o mediazione o fornitura di un luogo per la prostituzione», oltre a Yaman e alla collega attrice Selen Gorguzel, ci sarebbero anche Ayse Saglam e Ceren Alper, oltre a proprietari di locali, gestori e Youtuber. Al momento non è noto se per le altre persone coinvolte è stato disposto l’arresto o il rilascio come per Yaman. L’indagine, in corso da mesi, è condotta dall’ufficio del procuratore capo di Istanbul attraverso le unità per reati finanziari, narcotraffico e contrabbando e prosegue a ondate: comprende 26 indagati destinatari di ordini di detenzione, ha già portato complessivamente all’incarcerazione di circa 36 persone, nonché a sequestri di beni e alla chiusura temporanea di alcuni locali.
Alcuni indagati risultano latitanti all’estero. L’indagine nella cui rete è finito il protagonista della serie Early Bird era diventata di pubblico dominio lo scorso 5 gennaio con l’arresto di 23 persone a Istanbul, Smirne, ma anche nelle località marittime di Mugla e Denizli. Tra questi l’attore Dogukan Gungor, l’influencer Burak Altindag, la modella e influencer Ceyda Ersoy.
Lo stesso giorno era finito in carcere anche il produttore Muzaffer Yildirim. Quest’ultimo sì, accusato di offrire party privati con tolleranza verso l’uso di droghe. L’uomo è anche il proprietario del Bebek hotel.
Nato a Istanbul nel 1989, Yaman ha un legame profondo con l’Italia fin dalla sua formazione. Il popolare attore si è infatti diplomato al liceo italiano di Istanbul. Un percorso di studi che ha facilitato la parte italiana della sua carriera. Figlio di un avvocato e di una professoressa di lettere, inizialmente segue le orme paterne laureandosi in Giurisprudenza e iniziando per un breve periodo la carriera legale. Ma a 24 anni sceglie la strada della recitazione. La sua carriera decolla nel 2017 con la serie Bitter Sweet - Ingredienti d’amore, ma è con DayDreamer - Le ali del sogno (2018-2019), al fianco di Demet Ozdemir, che la sua popolarità esplode a livello globale, trasformandolo in un sex symbol e facendogli guadagnare il titolo di «Uomo dell’anno» da GQ nel 2019.
Sbarcato in Italia, diventa un volto familiare al grande pubblico. Anche grazie al fidanzamento con la conduttrice di Dazn Diletta Leotta, durata circa un anno, che lo aveva fatto salire agli onori delle cronache rosa. Nel 2021 recita in un celebre spot per la pasta De Cecco diretto da Ferzan Ozpetek, al fianco di Claudia Gerini. La consacrazione nel nostro Paese arriva tra il 2022 e il 2024, quando è co-protagonista con Francesca Chillemi della serie di successo di Canale 5 Viola come il mare, nel ruolo dell’ispettore Francesco Demir.
Il 2025 ha segnato la sua definitiva affermazione con il ruolo da protagonista nella miniserie Il Turco e, soprattutto, nell’ambizioso remake Rai di Sandokan dove ha raccolto la tutt’altro che facile eredità di Kabir Bedi. Una carriera fatta di sole luci, fino alla vicenda delle ultime ore, che a prescindere dalle conseguenze legali (il suo ruolo appare francamente marginale), potrebbe però incidere sulla sua immagine.
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Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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