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Le attiviste denunciano: l’adunata delle penne nere a Genova sarà il trionfo di «machismo» e «patriarcato». «Consigliamo alle donne di munirsi di un fischietto. Offriremo strumenti di difesa anche alla comunità Lgbt».
Sotto il titolo «Adda passà ‘a adunata!», circolano sui social alcuni vergognosi avvertimenti formulati da Rete di donne per la politica, un’organizzazione di volontariato (Odv) che ha sede a Genova. A farne le spese sono sempre le penne nere, viste come una minaccia per l’ordine pubblico e per l’integrità del genere femminile, ma anche di quello non binario.
A pochi giorni dall’adunata nazionale, prevista da venerdì 8 a domenica 10 maggio, ancora si grida attenti agli assatanati calpestando l’immagine e l’onore degli Alpini. «Abbiamo pensato di fornire alle donne e alle persone della comunità Lgbtqia+ strumenti per affrontare queste giornate di potenziali disagi, molestie e cat calling», ovvero apprezzamenti e commenti volgari, scrive l’associazione del Terzo settore, assieme a Non una di meno, Unione donne Italia (Udi) e Centro antiviolenza Mascherona.
Invitano alla mobilitazione, a non abbassare la guardia, nemmeno fosse in arrivo un raduno internazionale di incel o di adepti della manosfera, comunità di uomini che odiano le donne. «Per reagire sul momento», scrivono, «automunitevi di fischietto. Può servire da deterrente e per attirare l’attenzione di chi vi sta intorno». Inoltre, raccomandano di andare nei loro centri «se avete subito comportamenti inappropriati o molestie/violenze e sentite la necessità di un supporto».
Così pure di segnalare molestie perché, spiegano, «intendiamo monitorare e raccogliere testimonianze per dare ascolto e visibilità a esperienze troppo spesso sottovalutate». Aspettiamoci un libro nero post adunata degli alpini, con nostri contributi veicolati dalla sinistra compiacente. Donne ed Lgbt sarebbero infatti oltremodo preoccupati: «La città verrà occupata da un’associazione di ex militari in un’Italia sempre più militarizzata, dove l’esercito si insinua nelle scuole e il linguaggio bellico cerca di pervadere le menti dei più giovani», è l’allarmismo che si vuole veicolare. Purtroppo, potranno esserci infiltrati solo per creare problemi e confermare che i timori erano fondati.
L’attacco agli Alpini così prosegue: «Dietro alla narrazione simpatica e solidale che parla di uomini pronti a intervenire per alluvioni e terremoti, dietro all’immagine di allegre compagnie di vecchietti goliardi, si nasconde quella cultura che da sempre vogliamo cambiare. Perché il militarismo è ideologia basata sulla forza, sull’autorità gerarchica, sul machismo». Insuperabile il delirio conclusivo: «Il fascino della divisa indora il suo scopo, quello di essere pronti a combattere in nome della Patria e degli interessi nazionali. Anche questo è patriarcato».
Insomma, penne nere sporche (perché si dice che insozzeranno Genova) e cattive, in quanto godrebbero di privilegio sociale. Poveri Alpini, loro che sono sempre così orgogliosi delle manifestazioni che organizzano, occasione di incontro, di rimpatriata ma anche all’insegna di motti che ne sottolineano i valori solidi, la capacità di sacrificio e lo spirito comunitario.
«Esprimo piena solidarietà agli Alpini per i manifesti offensivi comparsi oggi a Genova. Le penne nere sono memoria viva della nostra Nazione, presidio di valori ed esempio di solidarietà», ha dichiarato sui social il presidente del Senato, Ignazio La Russa, la cui «condanna per questi gesti vergognosi è ferma e senza ambiguità».
In una nota, Edoardo Rixi, deputato della Lega e viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha così protestato: «Distorcere la realtà, generalizzare e infangare una storia costruita su sacrificio e solidarietà significa superare il limite del rispetto e della civiltà. Genova è una città che conosce bene il valore della presenza degli Alpini, soprattutto nei momenti più difficili».
A provocare questo clima di rifiuto delle penne nere era stata Lorena Lucattini, direttore della Procura di Genova, già candidata al consiglio comunale per Avs alle ultime elezioni comunali, che aveva affidato ai social un violento attacco. «Ci siamo ereditati questa pagliacciata del raduno degli Alpini, che ci occupano scuole e palestre, almeno si pagassero gli alberghi! Bloccano una città per tre giorni, la sporcano, bevono, fanno casino, ma a cosa servono questi raduni a spese della collettività. Non vedo l’ora se ne vadano ancora prima che arrivino», aveva scritto, tra un post sul Liguria Pride e la condivisione di un elogio al premier spagnolo Pedro Sánchez che «avrebbe ridato dignità alla parola “sinistra”»
Dopo le reazioni indignate da ogni parte d’Italia, la funzionaria ha inviato una lettera di scuse all’Associazione nazionale alpini (Ana), definendo «breve ed infelice» il suo commento su Facebook. «Con questa mia intendo esprimere le mie scuse circa l’uso improprio del termine “pagliacciata” utilizzato per lamentarmi dei disagi che i cittadini genovesi potrebbero subire», si legge nel documento pubblicato dall’Ana sulla sua pagina social.
Spiega: «Non avevo intenzione alcuna di offendere il valoroso corpo degli Alpini, di cui ben conosco gli interventi nel caso di bisogno […] spero che l’incontro con la città di Genova dimostrerà ancora di più il mio torto». Tra i tantissimi commenti sempre di critica a Lucattini malgrado la lettera, un utente osserva: «Non una parola di scuse sull’affermazione “bevono, sporcano, si pagassero gli alberghi”. Scuse tardive e su suggerimento, non sue».
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2026-05-05
Ordine dei giornalisti in pista dopo la gogna: «Rispettate la privacy dei bimbi del bosco»
Famiglia Trevallion (Ansa)
Raccontare le sofferenze dei piccoli Trevallion non sarebbe deontologico. Demolire la famiglia invece andava bene?
Dopo quasi sei mesi che, con cadenza pressoché quotidiana, i giornali e le reti tv raccontano i più disparati dettagli della vicenda dei tre bimbi della cosiddetta «Famiglia del bosco», l’Ordine dei giornalisti nazionale e quello dell’Abruzzo hanno preso posizione contro l’eco mediatica data agli ultimi sviluppi della vicenda.
«Le recenti pubblicazioni che hanno dato conto delle reazioni dei bambini», si legge nella nota congiunta, «al nuovo contesto di vita, riprendendo dichiarazioni, stati d’animo e dettagli della loro condizione attuale, impongono una riflessione deontologica sull’opportunità della diffusione senza filtri di tali contenuti». E ancora: «Il Codice deontologico è chiaro: il minore non è mai una fonte di notizia in quanto tale e la sua immagine, la sua voce, la sua storia non possono essere utilizzate quando ciò possa arrecargli danno, anche indiretto. Un discorso particolare merita l’atteggiamento dei colleghi che, pur dichiarando di agire nell’interesse dei minori, producono in realtà contenuti che alimentano la contrapposizione tra chi sostiene le ragioni della famiglia e chi difende le scelte delle istituzioni». Alla fine l’Ordine invita «i colleghi a riconsiderare con la dovuta cautela ogni contenuto relativo a questi minori, astenendosi da qualsiasi pubblicazione che non sia strettamente necessaria all’informazione di interesse generale».
Va detto che giorni scorsi, il Garante per l’infanzia della Regione Abruzzo, Alessandra De Febis, aveva definito «inaccettabile e preoccupante» la costante violazione della privacy dei tre minori, invocando il rispetto della Carta di Treviso e la tutela dell’immagine dei bambini. Una presa di posizione che, visto il riferimento alla Carta, era di fatto una sollecitazione a un intervento nei confronti del mondo dell’informazione dagli organismi competenti.
Se da un lato il richiamo da parte dell’Ordine ad abbassare i toni può essere un atto di prudenza e attenzione nei confronti dei piccoli Trevallion, dall’altro stupisce che questa presa di posizione, in parte originata dalla divulgazione di un audio nel quale si sente uno dei bimbi piangere spaventato di notte all’interno della casa famiglia di Vasto, arrivi dopo che per mesi sono stati pubblicati in varie forme i contenuti dei documenti processuali che accusavano i genitori, Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, di tutta una serie di mancanze.
Non più tardi di due mesi fa, il 10 marzo, l’Ordine dei giornalisti dell’Abruzzo aveva preso pubblicamente posizione a difesa della categoria dopo che il tribunale dei minorenni dell’Aquila aveva stigmatizzato i rischi derivanti dall’esposizione mediatica.
Dopo una valutazione preliminare della copertura mediatica della vicenda, il Consiglio regionale ha affermato di «non ravvisare elementi che configurino una violazione sistematica o strutturale delle norme previste dalla Carta di Treviso da parte degli organi di informazione operanti sul territorio». Secondo l’Ordine dell’Abruzzo, infatti, fino a quel momento «la vicenda» era stata «trattata nel quadro di un evidente interesse pubblico».
Un interesse che, sottolineava la nota, era confermato anche dall’intervento del ministero della Giustizia con l’invio di un’ispezione, circostanza che ha contribuito «a far assumere alla vicenda una dimensione che trascende quella locale e familiare, configurandola come una questione di rilievo pubblico generale. In presenza di un interesse pubblico accertato e riconosciuto dallo stesso apparato istituzionale, la copertura giornalistica non solo è legittima, ma doverosa». Sarebbe stato dunque «contraddittorio e deontologicamente insostenibile dire che i giornalisti abbiano violato le norme a tutela dei minori proprio mentre documentavano una vicenda che lo Stato stesso ha ritenuto meritevole di approfondimento».
L’Ordine concludeva poi denunciando che l’attribuire alla copertura mediatica una responsabilità non adeguatamente circostanziata sul piano deontologico rischia di costituire un precedente «metodologicamente preoccupante», potenzialmente in grado di produrre un effetto dissuasivo sulla libertà di informazione in vicende analoghe.
Adesso, nemmeno 60 giorni dopo, la posizione dell’Ordine diventa critica. Contestualmente sono cambiati anche i contenuti delle notizie che filtrano sulla condizione dei bimbi, con nuovi elementi, come l’audio, che confermano i racconti allarmati che da tempo la mamma dei tre bambini sta facendo in tutte le sedi, tra cui la Camera, sulla condizione psicologica dei figli, che come noto sono dal novembre scorso in una casa famiglia di Vasto.
Se da un lato è certamente vero che il prolungarsi della vicenda rischi di amplificare il conflitto tra i Trevallion e le istituzioni, dall’altro non si può non notare che, in casi come questo, eventuali linee guida andrebbero stabilite fin da quando il caso mediatico esplode. Farlo dopo sei mesi di atti processuali e consulenze relativi a tre bambini rischia di sembrare un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.
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Vladimir Putin (Ansa)
Il Cremlino si sente minacciato e ha armi nucleari: non seguiamo l’Unione o finirà male.
Ho letto la trascrizione di una intervista del 26 aprile del noto giornalista Alexander Kareevsky del canale Russia-24 (per intenderci una specie di Bruno Vespa, per ruolo, stile e influenza). L’intervistato era Sergey Karaganov, politologo, professore alla Scuola Superiore di Economia di Mosca, importante consigliere in politica estera al Cremlino.
La mia inquietudine nasce dal fatto che non sembra allentarsi il coinvolgimento della Ue in una possibile guerra contro la Russia, e mi meraviglia che la cosa non emerga non tanto dalle parole dei responsabili politici, che hanno i loro bravi motivi per pesarle, celarle o anche alterarne la verità, e questo per una moltitudine di ragioni, anche «di Stato»; mi meraviglia, piuttosto, il silenzio di gran parte dell’opinione pubblica sul rischio di codesta guerra. Un’opinione pubblica, peraltro, molto querula nell’allarmare su moltissime emergenze infondate, se non, addirittura, inventate (quella climatica, per dirne una). E taccio di quella parte d’opinione pubblica che, poi, la guerra contro la Russia l’ha fomentata fin dal primo giorno.
Paranoie, le mie, direte. Può darsi. Ma valutate voi. Recentemente, Sergey Shoigu, già ministro della Difesa e ora segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, facendo riferimento a un elenco di imprese europee che produrrebbero droni forniti a Kiev, ha dichiarato che esistono in Ue bersagli militari che Mosca potrebbe legittimamente colpire. Naturalmente la Commissione Ue nega, ma gli attacchi di droni contro postazioni russe sono una realtà negata da nessuno. E qui veniamo a Karaganov che, giova ripetere, non è uno di passaggio. Egli ritiene che la responsabilità dell’inizio di una guerra contro la Russia sia tutta degli Stati Uniti, ma riconosce che questi abbiano capito di essersi cacciati in un guaio più grosso di loro e hanno iniziato a fare marcia indietro. Insomma, col cerino in mano in questa guerra è rimasta solo la Ue. Non possiamo dargli tutti i torti: la Ue continua con la trita versione dell’aggressore (Mosca) e dell’aggredito (Kiev), che però non è più difendibile.
Le élite della Ue, sostiene Karaganov, non hanno alcun motivo - morale, politico, economico - per rimanere al potere: hanno fallito su tutti i fronti e stanno alimentando un’isteria militare, forse anche per distogliere l’attenzione dai propri fallimenti. Ecco le sue parole: «Arriverà il momento in cui il presidente russo dovrà nominare un comandante supremo nel teatro delle operazioni con l’autorità di usare qualsiasi tipo di arma, e persino il dovere di farlo: contro un nemico che ci supera in termini demografici ed economici, dovremo usare armi nucleari. Preferirei che questo avvenisse senza l’uso di armi nucleari: dopotutto, l’Europa fa parte della nostra anima, della nostra cultura. Ma dobbiamo capire che l’Europa occidentale deve essere fermata». Ed ecco le parole più inquietanti tra tutte: «Dimenticate la sciocchezza che una guerra nucleare non può essere vinta. Una guerra nucleare può essere vinta. Ma Dio non voglia che ciò accada, perché sarebbe un peccato grave. Tuttavia, se non riusciamo a fermare un’Europa impazzita, sarà un peccato mortale, imperdonabile sia per il nostro popolo sia per tutta l’umanità».
Personalmente non penso di poterci permettere il lusso di ignorare queste parole come fossero di un visionario, e forse pazzo. Non smetterò mai di rammentare che alla domanda di un giornalista che gli chiedeva se non temesse che una eventuale guerra nucleare avrebbe distrutto il pianeta, Vladimir Putin rispondeva che «alla Russia non interessa un pianeta senza la Russia». Ora i russi sembrano essersi convinti di trovarsi, come già nel passato, minacciati da una Terza grande guerra. Che va impedita, se non addirittura interrotta (perché c’è anche chi ritiene che sia già iniziata), a ogni costo. Se comincia a farsi breccia la convinzione di aver esitato per quattro anni (se non, addirittura, dal 2014), la questione di chi avrà iniziato sarà solo pura speculazione accademica: i continui attacchi di droni nel territorio russo (o anche «ormai» russo) non sono sopportabili all’infinito, e un attacco nucleare mirato potrebbe essere preso in più seria considerazione, come il consulente del Cremlino Karaganov sembra suggerire.
Insomma, mi pare alto il rischio che, oltre a Hiroshima e Nagasaki, possa aggiungersi un terzo nome associato alle funeste esplosioni nucleari. E, anche stavolta, sarebbe nel nome di un superiore interesse di pace. I diretti interessati avanzano minacce contro non meglio specificate località in Ue, forse quelle dove i russi credono si fabbricano i droni sparati contro la Russia. In ogni caso, Hiroshima e Nagasaki ci sono state, ed entrambe furono accuratamente scelte (anche se la seconda fu una scelta di ripiego). Avremmo tutti i motivi per credere che, anche per il caso in parola, la scelta sia stata già fatta. Per non saperla mai avremmo una sola cosa da fare: issare bandiera bianca e far la pace con la Russia prima ancora che cominci la vera guerra.
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Nella basilica di Santa Giustina a Padova le esequie del pilota e atleta paralimpico bolognese scomparso il 1°maggio, grande esempio per tutti di forza e resilienza. Le toccanti parole del figlio Niccolò, l'omaggio al feretro all'esterno della chiesa.







