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2024-02-18
Zelensky strappa accordi sugli aiuti a Berlino e Parigi Ora tocca all’Italia
Volodymyr Zelensky (Ansa)
La Conferenza sulla sicurezza di Monaco, chiamata anche «la Davos della Difesa» nelle prime due giornate ha avuto al centro dell’agenda la guerra in Ucraina.
Oltre alla prima ministeriale Esteri del G7 presieduto dal nostro ministro Antonio Tajani si sono susseguiti gli interventi del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, del premier estone, Kaja Kallas, del segretario di Stato americano, Antony Blinken e del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Quest’ultima ha anticipato che se verrà riconfermata nel suo ruolo istituirà un commissario Ue alla Difesa. «Penso sia ragionevole. Da dove proviene, lui o lei, rimane una questione aperta ma naturalmente penso sia molto importante per i Paesi dell’Europa centrale ed orientale avere buoni portafogli e questo è un buon portafoglio». «Una proposta che mi vede assolutamente favorevole», commenta Tajani in conferenza stampa, «senza una difesa europea non possiamo essere protagonisti in maniera paritaria nella Nato e non possiamo avere azione efficace di politica estera».
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky interviene in mattinata e avverte: «Putin renderà le condizioni catastrofiche anche per altre nazioni. Il 2024 deve diventare il momento per ristabilire le regole. La Russia che non rispetta le regole deve appartenere al passato. Dobbiamo fare in modo che la sicurezza torni ad essere una realtà», ha proseguito Zelensky, aggiungendo che «questa guerra è una minaccia per tutti, non solo per l’Ucraina, ma per l’Europa e a livello globale».
Si tratta di un momento oggettivamente difficile per il presidente ucraino. C’è grande attesa di risposte sugli aiuti bloccati a Washington: un pacchetto da ben 60 miliardi di dollari passato al Senato ma che potrebbe ancora essere bloccato alla Camera dai repubblicani. Da ottobre scorso i membri dell’Unione europea e l’istituzione stessa hanno stanziato circa 4,5 miliardi di euro in aiuti militari, finanziari e umanitari all’Ucraina, più del triplo di quanto hanno fatto gli Stati Uniti nello stesso periodo, eppure non basta.
Il sostegno del resto dell’Occidente, quando arriva, lo fa a singhiozzi e non più con la convinzione di prima. La controffensiva ha deluso tutti quanti e con l’esercito cominciano ad esserci problemi severi di stanchezza oltre che di intesa strategica. Zelensky è politicamente debole e si vede, tanto che a Kiev non è più apprezzato come prima ed è crollato nei sondaggi di gradimento.
È anche per questo che prima di recarsi a Monaco ha condotto un nuovo mini tour nel cuore dell’Europa per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron. Il leader ucraino con queste visite mirate ha ottenuto rassicurazioni ma soprattutto ha chiuso due importanti accordi. Il primo incontro si è tenuto a Berlino dove con Scholz ha firmato un patto tramite il quale si prevedono aiuti militari aggiuntivi e immediati per un valore di 1,1 miliardi di euro che si aggiungono ai 28 miliardi già inviati da Berlino dall’inizio della guerra contro la Russia. «A due anni dall’inizio di questa spaventosa guerra, oggi inviamo un messaggio molto chiaro al presidente russo: non allenteremo il nostro sostegno all’Ucraina», il commento del cancelliere. Si chiama «Pacchetto Monaco» e comprende la consegna di 36 carri armati e obici gommati provenienti da scorte industriali. Si tratta di 18 ulteriori Pzh 2000, che verranno consegnati dal 2026 al 2027 (con munizioni, pezzi di ricambio ma anche addestramento), mentre tra il 2025 e il 2027 verranno inviati altri 18 obici semoventi su ruote Rch 155. Ma è soprattutto di proiettili che ha bisogno Kiev: verranno consegnati quindi 120.000 proiettili di artiglieria di calibro 122 millimetri. Inoltre nel 2025 Kiev riceverà un secondo sistema per la difesa aerea Skynex e, nel 2024, ulteriori 100 missili Iris-T Sls. Zelensky ha descritto l’accordo come «un documento senza precedenti che garantisce il sostegno tedesco all’Ucraina per un ammontare di 7 miliardi di euro per quest’anno. Sono grato alla Germania e a tutti i tedeschi per la loro solidarietà con il nostro Paese e il nostro popolo, nonché per tutto il sostegno e l’assistenza», ha detto.
Non solo Berlino, c’è anche Parigi. In Francia il leader ucraino ha sottoscritto un nuovo accordo anche con Macron che comprende una fornitura nel 2024 fino a 3 miliardi di euro in aiuti militari supplementari a Kiev, dopo un aiuto stimato a 1,7 miliardi nel 2022 e 2,1 miliardi nel 2023. Inoltre si prevede l’istituzione di un fondo di 200 milioni di euro per progetti civili che saranno realizzati da aziende francesi. L’Eliseo è convinto che «il sostegno fornito all’Ucraina dovrebbe in particolare aiutarla nel processo di integrazione nell’Unione europea e nella Nato». «Il nostro sostegno non diminuisce», ha assicurato il presidente francese, rendendo omaggio agli ucraini, che si battono anche per la «libertà dell’Europa» e per la difesa «del diritto internazionale».
E adesso è in arrivo la volta di Roma. Fonti del governo fanno sapere a La Verità che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe firmare già nei prossimi giorni. La decisione di stringere accordi bilaterali con Kiev fu presa ai margini del vertice Nato di Vilnius dai paesi del G7. Era un modo per dire agli ucraini «non potete entrare subito nella Nato ma i Paesi più importanti dell’Occidente chiuderanno accordi bilaterali con voi».
Lo stesso tipo di accordo l’Ucraina lo aveva già chiuso il 12 gennaio con il Regno Unito di Rishi Sunak. Il pacchetto sottoscritto prevedeva forniture per tre miliardi di euro, il più ricco che Londra abbia mai concesso a Kiev.
Mistero sul cadavere di Navalny
Citando il celebre titolo di un articolo dell’Europeo sulla scomparsa del bandito Salvatore Giuliano, potremmo dire che, sul decesso di Aleksej Navalny, «di sicuro c’è solo che è morto». Tutto il resto pare avvolto in una nebbia impenetrabile, a cominciare dalla sorte del corpo del dissidente. La madre di Navalny, Lyudmila Navalnaya, ha visitato il carcere in cui è morto il figlio, nella colonia penale a regime speciale di Kharp, nella regione artica di Yamalo Nenets, ma le è stato detto che il suo cadavere non si trova né nell’obitorio né nell’ufficio del medico legale. Le autorità russe «stanno mentendo e facendo di tutto per evitare di consegnare il corpo» alla famiglia, ha tuonato la portavoce dell’oppositore, Kira Yarmysh. Quest’ultima ha così ricostruito la vicenda su X: «L’avvocato di Aleksej e sua madre sono arrivati all’obitorio di Salekhard. È chiuso però, anche se la colonia penale ha assicurato che era aperto e che il corpo di Navalny era lì. L’avvocato ha chiamato il numero di telefono che era sulla porta. Gli è stato detto che era il settimo a chiamare. Il corpo di Aleksej non è all’obitorio».
È molto probabile che le autorità aspettino la fine delle indagini sul decesso per restituire il corpo alla famiglia, ma anche su questo le versioni si rincorrono. «Solo un’ora fa agli avvocati era stato detto che il controllo (medico sul corpo di Navalny, ndr) era stato completato e che non era stato accertato alcun reato: mentono letteralmente ogni volta, girano in tondo e coprono le loro tracce», ha detto la Yarmysh.
Più dubbi che certezze anche sull’ora della morte. Navalny sarebbe morto la notte fra giovedì e venerdì, vale a dire molto prima di quanto annunciato dalle autorità penitenziarie russe, almeno a sentire le testimonianze che arrivano dal penitenziario. Sulla causa della morte c’è quanto meno un pronunciamento ufficiale, per quanto vago: secondo quanto comunicato alla madre, l’oppositore russo sarebbe rimasto vittima di una «sindrome da morte improvvisa», termine generale per varie sindromi cardiache che causano l’arresto cardiaco improvviso e la morte. Secondo l’agenzia Tass, il dissidente ha avvertito un malore dopo una passeggiata, ma nonostante siano state eseguite «tutte le misure di rianimazione necessarie», queste «non hanno dato risultati positivi».
Intanto, memoriali improvvisati dedicati all’oppositore sono apparsi in molte città: Uljanovsk, Perm, Vladivostok, Ekaterinburg, Krasnodar, Khabarovsk, Voronezh e Tomsk. A Ekaterinburg gli operai comunali hanno coperto scritte sui muri dedicate a Navalny. Inizialmente appena tollerato, il pellegrinaggio verso questi luoghi di cordoglio è stato infine represso. Ieri sera si contavano almeno 359 arresti in 32 città, secondo quanto riferito da Ong anti governative.
Al termine della ministeriale G7 Esteri a Monaco, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha dichiarato che tutti i suoi colleghi del G7 «hanno espresso la loro indignazione per la morte in detenzione di Alexei Navalny, ingiustamente condannato per attività politiche legittime e per la sua lotta contro la corruzione. Hanno chiesto alle autorità russe di chiarire pienamente le circostanze della sua morte» e «hanno invitato la Russia a porre fine all’inaccettabile persecuzione del dissenso politico, nonché alla repressione sistematica della libertà di espressione e all’indebita limitazione dei diritti civili».
Crescono intanto le adesioni alla manifestazione per ricordare l’oppositore scomparso indetta da Carlo Calenda: parteciperanno il Pd, ma anche Fratelli d’Italia, Forza Italia e la Lega (con cui il leader di Azione aveva polemizzato).
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Previsto nei prossimi giorni il patto bilaterale con Giorgia Meloni. Ursula Von der Leyen: «Istituirò un commissario Ue alla Difesa».Il corpo del dissidente scomparso dall’obitorio. Almeno 359 arresti nelle cerimonie di cordoglio. Centrodestra unito e Pd aderiscono alla manifestazione di Carlo Calenda.Lo speciale contiene due articoliLa Conferenza sulla sicurezza di Monaco, chiamata anche «la Davos della Difesa» nelle prime due giornate ha avuto al centro dell’agenda la guerra in Ucraina. Oltre alla prima ministeriale Esteri del G7 presieduto dal nostro ministro Antonio Tajani si sono susseguiti gli interventi del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, del premier estone, Kaja Kallas, del segretario di Stato americano, Antony Blinken e del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Quest’ultima ha anticipato che se verrà riconfermata nel suo ruolo istituirà un commissario Ue alla Difesa. «Penso sia ragionevole. Da dove proviene, lui o lei, rimane una questione aperta ma naturalmente penso sia molto importante per i Paesi dell’Europa centrale ed orientale avere buoni portafogli e questo è un buon portafoglio». «Una proposta che mi vede assolutamente favorevole», commenta Tajani in conferenza stampa, «senza una difesa europea non possiamo essere protagonisti in maniera paritaria nella Nato e non possiamo avere azione efficace di politica estera». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky interviene in mattinata e avverte: «Putin renderà le condizioni catastrofiche anche per altre nazioni. Il 2024 deve diventare il momento per ristabilire le regole. La Russia che non rispetta le regole deve appartenere al passato. Dobbiamo fare in modo che la sicurezza torni ad essere una realtà», ha proseguito Zelensky, aggiungendo che «questa guerra è una minaccia per tutti, non solo per l’Ucraina, ma per l’Europa e a livello globale».Si tratta di un momento oggettivamente difficile per il presidente ucraino. C’è grande attesa di risposte sugli aiuti bloccati a Washington: un pacchetto da ben 60 miliardi di dollari passato al Senato ma che potrebbe ancora essere bloccato alla Camera dai repubblicani. Da ottobre scorso i membri dell’Unione europea e l’istituzione stessa hanno stanziato circa 4,5 miliardi di euro in aiuti militari, finanziari e umanitari all’Ucraina, più del triplo di quanto hanno fatto gli Stati Uniti nello stesso periodo, eppure non basta. Il sostegno del resto dell’Occidente, quando arriva, lo fa a singhiozzi e non più con la convinzione di prima. La controffensiva ha deluso tutti quanti e con l’esercito cominciano ad esserci problemi severi di stanchezza oltre che di intesa strategica. Zelensky è politicamente debole e si vede, tanto che a Kiev non è più apprezzato come prima ed è crollato nei sondaggi di gradimento. È anche per questo che prima di recarsi a Monaco ha condotto un nuovo mini tour nel cuore dell’Europa per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron. Il leader ucraino con queste visite mirate ha ottenuto rassicurazioni ma soprattutto ha chiuso due importanti accordi. Il primo incontro si è tenuto a Berlino dove con Scholz ha firmato un patto tramite il quale si prevedono aiuti militari aggiuntivi e immediati per un valore di 1,1 miliardi di euro che si aggiungono ai 28 miliardi già inviati da Berlino dall’inizio della guerra contro la Russia. «A due anni dall’inizio di questa spaventosa guerra, oggi inviamo un messaggio molto chiaro al presidente russo: non allenteremo il nostro sostegno all’Ucraina», il commento del cancelliere. Si chiama «Pacchetto Monaco» e comprende la consegna di 36 carri armati e obici gommati provenienti da scorte industriali. Si tratta di 18 ulteriori Pzh 2000, che verranno consegnati dal 2026 al 2027 (con munizioni, pezzi di ricambio ma anche addestramento), mentre tra il 2025 e il 2027 verranno inviati altri 18 obici semoventi su ruote Rch 155. Ma è soprattutto di proiettili che ha bisogno Kiev: verranno consegnati quindi 120.000 proiettili di artiglieria di calibro 122 millimetri. Inoltre nel 2025 Kiev riceverà un secondo sistema per la difesa aerea Skynex e, nel 2024, ulteriori 100 missili Iris-T Sls. Zelensky ha descritto l’accordo come «un documento senza precedenti che garantisce il sostegno tedesco all’Ucraina per un ammontare di 7 miliardi di euro per quest’anno. Sono grato alla Germania e a tutti i tedeschi per la loro solidarietà con il nostro Paese e il nostro popolo, nonché per tutto il sostegno e l’assistenza», ha detto. Non solo Berlino, c’è anche Parigi. In Francia il leader ucraino ha sottoscritto un nuovo accordo anche con Macron che comprende una fornitura nel 2024 fino a 3 miliardi di euro in aiuti militari supplementari a Kiev, dopo un aiuto stimato a 1,7 miliardi nel 2022 e 2,1 miliardi nel 2023. Inoltre si prevede l’istituzione di un fondo di 200 milioni di euro per progetti civili che saranno realizzati da aziende francesi. L’Eliseo è convinto che «il sostegno fornito all’Ucraina dovrebbe in particolare aiutarla nel processo di integrazione nell’Unione europea e nella Nato». «Il nostro sostegno non diminuisce», ha assicurato il presidente francese, rendendo omaggio agli ucraini, che si battono anche per la «libertà dell’Europa» e per la difesa «del diritto internazionale». E adesso è in arrivo la volta di Roma. Fonti del governo fanno sapere a La Verità che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe firmare già nei prossimi giorni. La decisione di stringere accordi bilaterali con Kiev fu presa ai margini del vertice Nato di Vilnius dai paesi del G7. Era un modo per dire agli ucraini «non potete entrare subito nella Nato ma i Paesi più importanti dell’Occidente chiuderanno accordi bilaterali con voi». Lo stesso tipo di accordo l’Ucraina lo aveva già chiuso il 12 gennaio con il Regno Unito di Rishi Sunak. Il pacchetto sottoscritto prevedeva forniture per tre miliardi di euro, il più ricco che Londra abbia mai concesso a Kiev.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-strappa-accordi-sugli-aiuti-a-berlino-e-parigi-ora-tocca-allitalia-2667307045.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mistero-sul-cadavere-di-navalny" data-post-id="2667307045" data-published-at="1708211622" data-use-pagination="False"> Mistero sul cadavere di Navalny Citando il celebre titolo di un articolo dell’Europeo sulla scomparsa del bandito Salvatore Giuliano, potremmo dire che, sul decesso di Aleksej Navalny, «di sicuro c’è solo che è morto». Tutto il resto pare avvolto in una nebbia impenetrabile, a cominciare dalla sorte del corpo del dissidente. La madre di Navalny, Lyudmila Navalnaya, ha visitato il carcere in cui è morto il figlio, nella colonia penale a regime speciale di Kharp, nella regione artica di Yamalo Nenets, ma le è stato detto che il suo cadavere non si trova né nell’obitorio né nell’ufficio del medico legale. Le autorità russe «stanno mentendo e facendo di tutto per evitare di consegnare il corpo» alla famiglia, ha tuonato la portavoce dell’oppositore, Kira Yarmysh. Quest’ultima ha così ricostruito la vicenda su X: «L’avvocato di Aleksej e sua madre sono arrivati all’obitorio di Salekhard. È chiuso però, anche se la colonia penale ha assicurato che era aperto e che il corpo di Navalny era lì. L’avvocato ha chiamato il numero di telefono che era sulla porta. Gli è stato detto che era il settimo a chiamare. Il corpo di Aleksej non è all’obitorio». È molto probabile che le autorità aspettino la fine delle indagini sul decesso per restituire il corpo alla famiglia, ma anche su questo le versioni si rincorrono. «Solo un’ora fa agli avvocati era stato detto che il controllo (medico sul corpo di Navalny, ndr) era stato completato e che non era stato accertato alcun reato: mentono letteralmente ogni volta, girano in tondo e coprono le loro tracce», ha detto la Yarmysh. Più dubbi che certezze anche sull’ora della morte. Navalny sarebbe morto la notte fra giovedì e venerdì, vale a dire molto prima di quanto annunciato dalle autorità penitenziarie russe, almeno a sentire le testimonianze che arrivano dal penitenziario. Sulla causa della morte c’è quanto meno un pronunciamento ufficiale, per quanto vago: secondo quanto comunicato alla madre, l’oppositore russo sarebbe rimasto vittima di una «sindrome da morte improvvisa», termine generale per varie sindromi cardiache che causano l’arresto cardiaco improvviso e la morte. Secondo l’agenzia Tass, il dissidente ha avvertito un malore dopo una passeggiata, ma nonostante siano state eseguite «tutte le misure di rianimazione necessarie», queste «non hanno dato risultati positivi». Intanto, memoriali improvvisati dedicati all’oppositore sono apparsi in molte città: Uljanovsk, Perm, Vladivostok, Ekaterinburg, Krasnodar, Khabarovsk, Voronezh e Tomsk. A Ekaterinburg gli operai comunali hanno coperto scritte sui muri dedicate a Navalny. Inizialmente appena tollerato, il pellegrinaggio verso questi luoghi di cordoglio è stato infine represso. Ieri sera si contavano almeno 359 arresti in 32 città, secondo quanto riferito da Ong anti governative. Al termine della ministeriale G7 Esteri a Monaco, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha dichiarato che tutti i suoi colleghi del G7 «hanno espresso la loro indignazione per la morte in detenzione di Alexei Navalny, ingiustamente condannato per attività politiche legittime e per la sua lotta contro la corruzione. Hanno chiesto alle autorità russe di chiarire pienamente le circostanze della sua morte» e «hanno invitato la Russia a porre fine all’inaccettabile persecuzione del dissenso politico, nonché alla repressione sistematica della libertà di espressione e all’indebita limitazione dei diritti civili». Crescono intanto le adesioni alla manifestazione per ricordare l’oppositore scomparso indetta da Carlo Calenda: parteciperanno il Pd, ma anche Fratelli d’Italia, Forza Italia e la Lega (con cui il leader di Azione aveva polemizzato).
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Prima guida pediatrica «dedicata ai temi dell’identità di genere, dell’orientamento affettivo e sessuale e dell’accoglienza delle differenze nei percorsi di cura pediatrici», è stata pubblicata il 15 giugno e verrà presentata il prossimo 6 novembre a Roma, nientepopodimeno che presso l’Istituto superiore di sanità (Iss).
Dunque, l’Italia preme per un impegno comune contro la gestazione per altri (Gpa), che nel nostro Paese è reato universale punibile anche se commessa all’estero, invece le associazioni che rappresentano i nostri medici dei bambini la descrivono come tecnica procreativa dei padri gay, fornendo istruzioni al pediatra su come gestirne le implicazioni cliniche.
Più che una guida, risulta un manuale di indottrinamento, costruito attorno alla premessa che bambini e adolescenti Lgbtqia+ «sperimentano stigma, incomprensioni e discriminazioni» e che il pediatra deve essere «primo punto di ascolto». Oltre che specialista delle malattie infantili, può anche essere un supporto per il benessere emotivo e psicologico dei bambini e un riferimento per le famiglie, ma secondo Sip e Acp dovrebbe dare assistenza al coming out, inclusa la promozione della carriera alias scolastica. Scorrendo il documento, si resta stupefatti dall’inquadramento suggerito ai pediatri.
Si parte con una annotazione che è già piena adesione al mondo Lgbtqia+, dove il simbolo addizionale è spiegato come «apertura verso un linguaggio in evoluzione, rappresentativo e rispettoso di ogni identità e vissuto». L’excusatio è altrettanto significativa: «Pur consapevoli dei limiti dell’impiego del maschile sovraesteso, si è scelto di aderirvi per garantire maggiore comprensibilità del testo e ridurre il carico cognitivo per il lettore». Insomma, un manifesto delle rivendicazioni di gay o trans anche nel linguaggio. Ma veniamo ai consigli pratici per i poveri medici. Dovrebbero utilizzare «nomi e pronomi elettivi», in base all’identità di genere che il bimbo avrebbe scelto (sic), e un «linguaggio verbale e non verbale inclusivo con bambini e bambine indipendentemente dall’espressione di genere». Ovvero asterischi, schwa che fluttuano nell’aria come nuvolette dei fumetti?
L’ambulatorio deve mostrare «segnali di accoglienza», per esempio un logo con l’arcobaleno, e nella sala d’attesa occorre lasciare in bella vista non giornaletti o giocattoli bensì «brochure/libri per bambini che rappresentino diverse tipologie di famiglie (incluse omogenitoriali) e la diversità di genere». Non è finita, il bagno deve essere «neutro rispetto al genere o con indicazione che l’accesso è libero per tutti». Per chi si fosse distratto, ricordiamo che è una guida per pediatri. Fortemente raccomandata è una modulistica inclusiva: «Indipendentemente dalla presenza di spazio dedicato nel software gestionale della cartella clinica, è importante specificare nelle note il sesso», ovvero se «maschio, femmina o indeterminato». Il genere: «Maschile/femminile/non binario/agender»; il nome d’elezione (alias).
Mamma e papà sono banditi dai moduli di iscrizione, viene suggerita la sostituzione «con diciture neutre come “genitore/genitore” anche se non legalmente riconosciuti in toto per finalità di cura». Per «prevenire il minority stress», dovuto a «stigma sociale e discriminazioni», è vietato chiedere «Che lavoro fa il papà?». Bisogna optare per un neutro «Che lavoro fanno i tuoi genitori?». Già, ma se uno dei due è morto, non si rischia di intristire il piccolo?
Il catalogo delle «parole che feriscono», e che un pediatra non deve mai utilizzare proviene direttamente dall’agenda Lgbtqia+. Guai se il medico chiede a un bimbo che si affaccia al suo studio: «Sei maschio o femmina?». Orrore fare a una bimba ben vestita l’apprezzamento: «Sembri una principessa!», così pure vanno bandite frasi del tipo: «Quando avrai dei figli…». Sì, perché secondo la guida la maternità non è un bene da affermare. Meglio optare per una recriminazione: «In Italia coppie dello stesso sesso possono unirsi civilmente e accedere all’ “adozione speciale del figlio del partner”, ma non possono accedere al matrimonio, all’adozione piena di bambini e alla Pma», lamenta il manualetto.
Attenzione a come Sip e Acp descrivono l’utero in affitto, reato universale in Italia: «Nelle coppie maschili, che ricorrono alla Gpa, il padre biologico fornisce il seme, l’altro è il genitore intenzionale; l’ovocita proviene da una donatrice, mentre la gravidanza viene portata avanti dalla gestante (secondo modalità altruistica o contrattuale), la quale rinuncia alla responsabilità genitoriale mantenendo comunque nella maggior parte dei casi rapporti di comunicazione con la famiglia».
Insomma, una pratica clinica neutra, del tutto normale.
Chissà come mai c’è chi si affanna per una moratoria, con il fine di sviluppare un quadro giuridico internazionale per abolire la Gpa in tutto il mondo. Non bastasse, le associazioni dei pediatri italiani dichiarano con assoluta certezza: «La comunità scientifica concorda, i genitori omosessuali sono adeguati quanto quelli eterosessuali». Sottinteso, ma non troppo: fateli usare il corpo delle donne per ottenere bambini da strappare alle loro mamme.
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Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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Iran, New York socialista e Greenspan: la settimana americana tra diplomazia difficile, sinistra urbana e fine del mito della Fed.