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2024-02-18
Zelensky strappa accordi sugli aiuti a Berlino e Parigi Ora tocca all’Italia
Volodymyr Zelensky (Ansa)
La Conferenza sulla sicurezza di Monaco, chiamata anche «la Davos della Difesa» nelle prime due giornate ha avuto al centro dell’agenda la guerra in Ucraina.
Oltre alla prima ministeriale Esteri del G7 presieduto dal nostro ministro Antonio Tajani si sono susseguiti gli interventi del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, del premier estone, Kaja Kallas, del segretario di Stato americano, Antony Blinken e del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Quest’ultima ha anticipato che se verrà riconfermata nel suo ruolo istituirà un commissario Ue alla Difesa. «Penso sia ragionevole. Da dove proviene, lui o lei, rimane una questione aperta ma naturalmente penso sia molto importante per i Paesi dell’Europa centrale ed orientale avere buoni portafogli e questo è un buon portafoglio». «Una proposta che mi vede assolutamente favorevole», commenta Tajani in conferenza stampa, «senza una difesa europea non possiamo essere protagonisti in maniera paritaria nella Nato e non possiamo avere azione efficace di politica estera».
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky interviene in mattinata e avverte: «Putin renderà le condizioni catastrofiche anche per altre nazioni. Il 2024 deve diventare il momento per ristabilire le regole. La Russia che non rispetta le regole deve appartenere al passato. Dobbiamo fare in modo che la sicurezza torni ad essere una realtà», ha proseguito Zelensky, aggiungendo che «questa guerra è una minaccia per tutti, non solo per l’Ucraina, ma per l’Europa e a livello globale».
Si tratta di un momento oggettivamente difficile per il presidente ucraino. C’è grande attesa di risposte sugli aiuti bloccati a Washington: un pacchetto da ben 60 miliardi di dollari passato al Senato ma che potrebbe ancora essere bloccato alla Camera dai repubblicani. Da ottobre scorso i membri dell’Unione europea e l’istituzione stessa hanno stanziato circa 4,5 miliardi di euro in aiuti militari, finanziari e umanitari all’Ucraina, più del triplo di quanto hanno fatto gli Stati Uniti nello stesso periodo, eppure non basta.
Il sostegno del resto dell’Occidente, quando arriva, lo fa a singhiozzi e non più con la convinzione di prima. La controffensiva ha deluso tutti quanti e con l’esercito cominciano ad esserci problemi severi di stanchezza oltre che di intesa strategica. Zelensky è politicamente debole e si vede, tanto che a Kiev non è più apprezzato come prima ed è crollato nei sondaggi di gradimento.
È anche per questo che prima di recarsi a Monaco ha condotto un nuovo mini tour nel cuore dell’Europa per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron. Il leader ucraino con queste visite mirate ha ottenuto rassicurazioni ma soprattutto ha chiuso due importanti accordi. Il primo incontro si è tenuto a Berlino dove con Scholz ha firmato un patto tramite il quale si prevedono aiuti militari aggiuntivi e immediati per un valore di 1,1 miliardi di euro che si aggiungono ai 28 miliardi già inviati da Berlino dall’inizio della guerra contro la Russia. «A due anni dall’inizio di questa spaventosa guerra, oggi inviamo un messaggio molto chiaro al presidente russo: non allenteremo il nostro sostegno all’Ucraina», il commento del cancelliere. Si chiama «Pacchetto Monaco» e comprende la consegna di 36 carri armati e obici gommati provenienti da scorte industriali. Si tratta di 18 ulteriori Pzh 2000, che verranno consegnati dal 2026 al 2027 (con munizioni, pezzi di ricambio ma anche addestramento), mentre tra il 2025 e il 2027 verranno inviati altri 18 obici semoventi su ruote Rch 155. Ma è soprattutto di proiettili che ha bisogno Kiev: verranno consegnati quindi 120.000 proiettili di artiglieria di calibro 122 millimetri. Inoltre nel 2025 Kiev riceverà un secondo sistema per la difesa aerea Skynex e, nel 2024, ulteriori 100 missili Iris-T Sls. Zelensky ha descritto l’accordo come «un documento senza precedenti che garantisce il sostegno tedesco all’Ucraina per un ammontare di 7 miliardi di euro per quest’anno. Sono grato alla Germania e a tutti i tedeschi per la loro solidarietà con il nostro Paese e il nostro popolo, nonché per tutto il sostegno e l’assistenza», ha detto.
Non solo Berlino, c’è anche Parigi. In Francia il leader ucraino ha sottoscritto un nuovo accordo anche con Macron che comprende una fornitura nel 2024 fino a 3 miliardi di euro in aiuti militari supplementari a Kiev, dopo un aiuto stimato a 1,7 miliardi nel 2022 e 2,1 miliardi nel 2023. Inoltre si prevede l’istituzione di un fondo di 200 milioni di euro per progetti civili che saranno realizzati da aziende francesi. L’Eliseo è convinto che «il sostegno fornito all’Ucraina dovrebbe in particolare aiutarla nel processo di integrazione nell’Unione europea e nella Nato». «Il nostro sostegno non diminuisce», ha assicurato il presidente francese, rendendo omaggio agli ucraini, che si battono anche per la «libertà dell’Europa» e per la difesa «del diritto internazionale».
E adesso è in arrivo la volta di Roma. Fonti del governo fanno sapere a La Verità che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe firmare già nei prossimi giorni. La decisione di stringere accordi bilaterali con Kiev fu presa ai margini del vertice Nato di Vilnius dai paesi del G7. Era un modo per dire agli ucraini «non potete entrare subito nella Nato ma i Paesi più importanti dell’Occidente chiuderanno accordi bilaterali con voi».
Lo stesso tipo di accordo l’Ucraina lo aveva già chiuso il 12 gennaio con il Regno Unito di Rishi Sunak. Il pacchetto sottoscritto prevedeva forniture per tre miliardi di euro, il più ricco che Londra abbia mai concesso a Kiev.
Mistero sul cadavere di Navalny
Citando il celebre titolo di un articolo dell’Europeo sulla scomparsa del bandito Salvatore Giuliano, potremmo dire che, sul decesso di Aleksej Navalny, «di sicuro c’è solo che è morto». Tutto il resto pare avvolto in una nebbia impenetrabile, a cominciare dalla sorte del corpo del dissidente. La madre di Navalny, Lyudmila Navalnaya, ha visitato il carcere in cui è morto il figlio, nella colonia penale a regime speciale di Kharp, nella regione artica di Yamalo Nenets, ma le è stato detto che il suo cadavere non si trova né nell’obitorio né nell’ufficio del medico legale. Le autorità russe «stanno mentendo e facendo di tutto per evitare di consegnare il corpo» alla famiglia, ha tuonato la portavoce dell’oppositore, Kira Yarmysh. Quest’ultima ha così ricostruito la vicenda su X: «L’avvocato di Aleksej e sua madre sono arrivati all’obitorio di Salekhard. È chiuso però, anche se la colonia penale ha assicurato che era aperto e che il corpo di Navalny era lì. L’avvocato ha chiamato il numero di telefono che era sulla porta. Gli è stato detto che era il settimo a chiamare. Il corpo di Aleksej non è all’obitorio».
È molto probabile che le autorità aspettino la fine delle indagini sul decesso per restituire il corpo alla famiglia, ma anche su questo le versioni si rincorrono. «Solo un’ora fa agli avvocati era stato detto che il controllo (medico sul corpo di Navalny, ndr) era stato completato e che non era stato accertato alcun reato: mentono letteralmente ogni volta, girano in tondo e coprono le loro tracce», ha detto la Yarmysh.
Più dubbi che certezze anche sull’ora della morte. Navalny sarebbe morto la notte fra giovedì e venerdì, vale a dire molto prima di quanto annunciato dalle autorità penitenziarie russe, almeno a sentire le testimonianze che arrivano dal penitenziario. Sulla causa della morte c’è quanto meno un pronunciamento ufficiale, per quanto vago: secondo quanto comunicato alla madre, l’oppositore russo sarebbe rimasto vittima di una «sindrome da morte improvvisa», termine generale per varie sindromi cardiache che causano l’arresto cardiaco improvviso e la morte. Secondo l’agenzia Tass, il dissidente ha avvertito un malore dopo una passeggiata, ma nonostante siano state eseguite «tutte le misure di rianimazione necessarie», queste «non hanno dato risultati positivi».
Intanto, memoriali improvvisati dedicati all’oppositore sono apparsi in molte città: Uljanovsk, Perm, Vladivostok, Ekaterinburg, Krasnodar, Khabarovsk, Voronezh e Tomsk. A Ekaterinburg gli operai comunali hanno coperto scritte sui muri dedicate a Navalny. Inizialmente appena tollerato, il pellegrinaggio verso questi luoghi di cordoglio è stato infine represso. Ieri sera si contavano almeno 359 arresti in 32 città, secondo quanto riferito da Ong anti governative.
Al termine della ministeriale G7 Esteri a Monaco, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha dichiarato che tutti i suoi colleghi del G7 «hanno espresso la loro indignazione per la morte in detenzione di Alexei Navalny, ingiustamente condannato per attività politiche legittime e per la sua lotta contro la corruzione. Hanno chiesto alle autorità russe di chiarire pienamente le circostanze della sua morte» e «hanno invitato la Russia a porre fine all’inaccettabile persecuzione del dissenso politico, nonché alla repressione sistematica della libertà di espressione e all’indebita limitazione dei diritti civili».
Crescono intanto le adesioni alla manifestazione per ricordare l’oppositore scomparso indetta da Carlo Calenda: parteciperanno il Pd, ma anche Fratelli d’Italia, Forza Italia e la Lega (con cui il leader di Azione aveva polemizzato).
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Previsto nei prossimi giorni il patto bilaterale con Giorgia Meloni. Ursula Von der Leyen: «Istituirò un commissario Ue alla Difesa».Il corpo del dissidente scomparso dall’obitorio. Almeno 359 arresti nelle cerimonie di cordoglio. Centrodestra unito e Pd aderiscono alla manifestazione di Carlo Calenda.Lo speciale contiene due articoliLa Conferenza sulla sicurezza di Monaco, chiamata anche «la Davos della Difesa» nelle prime due giornate ha avuto al centro dell’agenda la guerra in Ucraina. Oltre alla prima ministeriale Esteri del G7 presieduto dal nostro ministro Antonio Tajani si sono susseguiti gli interventi del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, del premier estone, Kaja Kallas, del segretario di Stato americano, Antony Blinken e del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Quest’ultima ha anticipato che se verrà riconfermata nel suo ruolo istituirà un commissario Ue alla Difesa. «Penso sia ragionevole. Da dove proviene, lui o lei, rimane una questione aperta ma naturalmente penso sia molto importante per i Paesi dell’Europa centrale ed orientale avere buoni portafogli e questo è un buon portafoglio». «Una proposta che mi vede assolutamente favorevole», commenta Tajani in conferenza stampa, «senza una difesa europea non possiamo essere protagonisti in maniera paritaria nella Nato e non possiamo avere azione efficace di politica estera». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky interviene in mattinata e avverte: «Putin renderà le condizioni catastrofiche anche per altre nazioni. Il 2024 deve diventare il momento per ristabilire le regole. La Russia che non rispetta le regole deve appartenere al passato. Dobbiamo fare in modo che la sicurezza torni ad essere una realtà», ha proseguito Zelensky, aggiungendo che «questa guerra è una minaccia per tutti, non solo per l’Ucraina, ma per l’Europa e a livello globale».Si tratta di un momento oggettivamente difficile per il presidente ucraino. C’è grande attesa di risposte sugli aiuti bloccati a Washington: un pacchetto da ben 60 miliardi di dollari passato al Senato ma che potrebbe ancora essere bloccato alla Camera dai repubblicani. Da ottobre scorso i membri dell’Unione europea e l’istituzione stessa hanno stanziato circa 4,5 miliardi di euro in aiuti militari, finanziari e umanitari all’Ucraina, più del triplo di quanto hanno fatto gli Stati Uniti nello stesso periodo, eppure non basta. Il sostegno del resto dell’Occidente, quando arriva, lo fa a singhiozzi e non più con la convinzione di prima. La controffensiva ha deluso tutti quanti e con l’esercito cominciano ad esserci problemi severi di stanchezza oltre che di intesa strategica. Zelensky è politicamente debole e si vede, tanto che a Kiev non è più apprezzato come prima ed è crollato nei sondaggi di gradimento. È anche per questo che prima di recarsi a Monaco ha condotto un nuovo mini tour nel cuore dell’Europa per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron. Il leader ucraino con queste visite mirate ha ottenuto rassicurazioni ma soprattutto ha chiuso due importanti accordi. Il primo incontro si è tenuto a Berlino dove con Scholz ha firmato un patto tramite il quale si prevedono aiuti militari aggiuntivi e immediati per un valore di 1,1 miliardi di euro che si aggiungono ai 28 miliardi già inviati da Berlino dall’inizio della guerra contro la Russia. «A due anni dall’inizio di questa spaventosa guerra, oggi inviamo un messaggio molto chiaro al presidente russo: non allenteremo il nostro sostegno all’Ucraina», il commento del cancelliere. Si chiama «Pacchetto Monaco» e comprende la consegna di 36 carri armati e obici gommati provenienti da scorte industriali. Si tratta di 18 ulteriori Pzh 2000, che verranno consegnati dal 2026 al 2027 (con munizioni, pezzi di ricambio ma anche addestramento), mentre tra il 2025 e il 2027 verranno inviati altri 18 obici semoventi su ruote Rch 155. Ma è soprattutto di proiettili che ha bisogno Kiev: verranno consegnati quindi 120.000 proiettili di artiglieria di calibro 122 millimetri. Inoltre nel 2025 Kiev riceverà un secondo sistema per la difesa aerea Skynex e, nel 2024, ulteriori 100 missili Iris-T Sls. Zelensky ha descritto l’accordo come «un documento senza precedenti che garantisce il sostegno tedesco all’Ucraina per un ammontare di 7 miliardi di euro per quest’anno. Sono grato alla Germania e a tutti i tedeschi per la loro solidarietà con il nostro Paese e il nostro popolo, nonché per tutto il sostegno e l’assistenza», ha detto. Non solo Berlino, c’è anche Parigi. In Francia il leader ucraino ha sottoscritto un nuovo accordo anche con Macron che comprende una fornitura nel 2024 fino a 3 miliardi di euro in aiuti militari supplementari a Kiev, dopo un aiuto stimato a 1,7 miliardi nel 2022 e 2,1 miliardi nel 2023. Inoltre si prevede l’istituzione di un fondo di 200 milioni di euro per progetti civili che saranno realizzati da aziende francesi. L’Eliseo è convinto che «il sostegno fornito all’Ucraina dovrebbe in particolare aiutarla nel processo di integrazione nell’Unione europea e nella Nato». «Il nostro sostegno non diminuisce», ha assicurato il presidente francese, rendendo omaggio agli ucraini, che si battono anche per la «libertà dell’Europa» e per la difesa «del diritto internazionale». E adesso è in arrivo la volta di Roma. Fonti del governo fanno sapere a La Verità che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe firmare già nei prossimi giorni. La decisione di stringere accordi bilaterali con Kiev fu presa ai margini del vertice Nato di Vilnius dai paesi del G7. Era un modo per dire agli ucraini «non potete entrare subito nella Nato ma i Paesi più importanti dell’Occidente chiuderanno accordi bilaterali con voi». Lo stesso tipo di accordo l’Ucraina lo aveva già chiuso il 12 gennaio con il Regno Unito di Rishi Sunak. 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La madre di Navalny, Lyudmila Navalnaya, ha visitato il carcere in cui è morto il figlio, nella colonia penale a regime speciale di Kharp, nella regione artica di Yamalo Nenets, ma le è stato detto che il suo cadavere non si trova né nell’obitorio né nell’ufficio del medico legale. Le autorità russe «stanno mentendo e facendo di tutto per evitare di consegnare il corpo» alla famiglia, ha tuonato la portavoce dell’oppositore, Kira Yarmysh. Quest’ultima ha così ricostruito la vicenda su X: «L’avvocato di Aleksej e sua madre sono arrivati all’obitorio di Salekhard. È chiuso però, anche se la colonia penale ha assicurato che era aperto e che il corpo di Navalny era lì. L’avvocato ha chiamato il numero di telefono che era sulla porta. Gli è stato detto che era il settimo a chiamare. Il corpo di Aleksej non è all’obitorio». È molto probabile che le autorità aspettino la fine delle indagini sul decesso per restituire il corpo alla famiglia, ma anche su questo le versioni si rincorrono. «Solo un’ora fa agli avvocati era stato detto che il controllo (medico sul corpo di Navalny, ndr) era stato completato e che non era stato accertato alcun reato: mentono letteralmente ogni volta, girano in tondo e coprono le loro tracce», ha detto la Yarmysh. Più dubbi che certezze anche sull’ora della morte. Navalny sarebbe morto la notte fra giovedì e venerdì, vale a dire molto prima di quanto annunciato dalle autorità penitenziarie russe, almeno a sentire le testimonianze che arrivano dal penitenziario. Sulla causa della morte c’è quanto meno un pronunciamento ufficiale, per quanto vago: secondo quanto comunicato alla madre, l’oppositore russo sarebbe rimasto vittima di una «sindrome da morte improvvisa», termine generale per varie sindromi cardiache che causano l’arresto cardiaco improvviso e la morte. Secondo l’agenzia Tass, il dissidente ha avvertito un malore dopo una passeggiata, ma nonostante siano state eseguite «tutte le misure di rianimazione necessarie», queste «non hanno dato risultati positivi». Intanto, memoriali improvvisati dedicati all’oppositore sono apparsi in molte città: Uljanovsk, Perm, Vladivostok, Ekaterinburg, Krasnodar, Khabarovsk, Voronezh e Tomsk. A Ekaterinburg gli operai comunali hanno coperto scritte sui muri dedicate a Navalny. Inizialmente appena tollerato, il pellegrinaggio verso questi luoghi di cordoglio è stato infine represso. Ieri sera si contavano almeno 359 arresti in 32 città, secondo quanto riferito da Ong anti governative. Al termine della ministeriale G7 Esteri a Monaco, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha dichiarato che tutti i suoi colleghi del G7 «hanno espresso la loro indignazione per la morte in detenzione di Alexei Navalny, ingiustamente condannato per attività politiche legittime e per la sua lotta contro la corruzione. Hanno chiesto alle autorità russe di chiarire pienamente le circostanze della sua morte» e «hanno invitato la Russia a porre fine all’inaccettabile persecuzione del dissenso politico, nonché alla repressione sistematica della libertà di espressione e all’indebita limitazione dei diritti civili». Crescono intanto le adesioni alla manifestazione per ricordare l’oppositore scomparso indetta da Carlo Calenda: parteciperanno il Pd, ma anche Fratelli d’Italia, Forza Italia e la Lega (con cui il leader di Azione aveva polemizzato).
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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