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2024-02-18
Zelensky strappa accordi sugli aiuti a Berlino e Parigi Ora tocca all’Italia
Volodymyr Zelensky (Ansa)
La Conferenza sulla sicurezza di Monaco, chiamata anche «la Davos della Difesa» nelle prime due giornate ha avuto al centro dell’agenda la guerra in Ucraina.
Oltre alla prima ministeriale Esteri del G7 presieduto dal nostro ministro Antonio Tajani si sono susseguiti gli interventi del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, del premier estone, Kaja Kallas, del segretario di Stato americano, Antony Blinken e del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Quest’ultima ha anticipato che se verrà riconfermata nel suo ruolo istituirà un commissario Ue alla Difesa. «Penso sia ragionevole. Da dove proviene, lui o lei, rimane una questione aperta ma naturalmente penso sia molto importante per i Paesi dell’Europa centrale ed orientale avere buoni portafogli e questo è un buon portafoglio». «Una proposta che mi vede assolutamente favorevole», commenta Tajani in conferenza stampa, «senza una difesa europea non possiamo essere protagonisti in maniera paritaria nella Nato e non possiamo avere azione efficace di politica estera».
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky interviene in mattinata e avverte: «Putin renderà le condizioni catastrofiche anche per altre nazioni. Il 2024 deve diventare il momento per ristabilire le regole. La Russia che non rispetta le regole deve appartenere al passato. Dobbiamo fare in modo che la sicurezza torni ad essere una realtà», ha proseguito Zelensky, aggiungendo che «questa guerra è una minaccia per tutti, non solo per l’Ucraina, ma per l’Europa e a livello globale».
Si tratta di un momento oggettivamente difficile per il presidente ucraino. C’è grande attesa di risposte sugli aiuti bloccati a Washington: un pacchetto da ben 60 miliardi di dollari passato al Senato ma che potrebbe ancora essere bloccato alla Camera dai repubblicani. Da ottobre scorso i membri dell’Unione europea e l’istituzione stessa hanno stanziato circa 4,5 miliardi di euro in aiuti militari, finanziari e umanitari all’Ucraina, più del triplo di quanto hanno fatto gli Stati Uniti nello stesso periodo, eppure non basta.
Il sostegno del resto dell’Occidente, quando arriva, lo fa a singhiozzi e non più con la convinzione di prima. La controffensiva ha deluso tutti quanti e con l’esercito cominciano ad esserci problemi severi di stanchezza oltre che di intesa strategica. Zelensky è politicamente debole e si vede, tanto che a Kiev non è più apprezzato come prima ed è crollato nei sondaggi di gradimento.
È anche per questo che prima di recarsi a Monaco ha condotto un nuovo mini tour nel cuore dell’Europa per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron. Il leader ucraino con queste visite mirate ha ottenuto rassicurazioni ma soprattutto ha chiuso due importanti accordi. Il primo incontro si è tenuto a Berlino dove con Scholz ha firmato un patto tramite il quale si prevedono aiuti militari aggiuntivi e immediati per un valore di 1,1 miliardi di euro che si aggiungono ai 28 miliardi già inviati da Berlino dall’inizio della guerra contro la Russia. «A due anni dall’inizio di questa spaventosa guerra, oggi inviamo un messaggio molto chiaro al presidente russo: non allenteremo il nostro sostegno all’Ucraina», il commento del cancelliere. Si chiama «Pacchetto Monaco» e comprende la consegna di 36 carri armati e obici gommati provenienti da scorte industriali. Si tratta di 18 ulteriori Pzh 2000, che verranno consegnati dal 2026 al 2027 (con munizioni, pezzi di ricambio ma anche addestramento), mentre tra il 2025 e il 2027 verranno inviati altri 18 obici semoventi su ruote Rch 155. Ma è soprattutto di proiettili che ha bisogno Kiev: verranno consegnati quindi 120.000 proiettili di artiglieria di calibro 122 millimetri. Inoltre nel 2025 Kiev riceverà un secondo sistema per la difesa aerea Skynex e, nel 2024, ulteriori 100 missili Iris-T Sls. Zelensky ha descritto l’accordo come «un documento senza precedenti che garantisce il sostegno tedesco all’Ucraina per un ammontare di 7 miliardi di euro per quest’anno. Sono grato alla Germania e a tutti i tedeschi per la loro solidarietà con il nostro Paese e il nostro popolo, nonché per tutto il sostegno e l’assistenza», ha detto.
Non solo Berlino, c’è anche Parigi. In Francia il leader ucraino ha sottoscritto un nuovo accordo anche con Macron che comprende una fornitura nel 2024 fino a 3 miliardi di euro in aiuti militari supplementari a Kiev, dopo un aiuto stimato a 1,7 miliardi nel 2022 e 2,1 miliardi nel 2023. Inoltre si prevede l’istituzione di un fondo di 200 milioni di euro per progetti civili che saranno realizzati da aziende francesi. L’Eliseo è convinto che «il sostegno fornito all’Ucraina dovrebbe in particolare aiutarla nel processo di integrazione nell’Unione europea e nella Nato». «Il nostro sostegno non diminuisce», ha assicurato il presidente francese, rendendo omaggio agli ucraini, che si battono anche per la «libertà dell’Europa» e per la difesa «del diritto internazionale».
E adesso è in arrivo la volta di Roma. Fonti del governo fanno sapere a La Verità che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe firmare già nei prossimi giorni. La decisione di stringere accordi bilaterali con Kiev fu presa ai margini del vertice Nato di Vilnius dai paesi del G7. Era un modo per dire agli ucraini «non potete entrare subito nella Nato ma i Paesi più importanti dell’Occidente chiuderanno accordi bilaterali con voi».
Lo stesso tipo di accordo l’Ucraina lo aveva già chiuso il 12 gennaio con il Regno Unito di Rishi Sunak. Il pacchetto sottoscritto prevedeva forniture per tre miliardi di euro, il più ricco che Londra abbia mai concesso a Kiev.
Mistero sul cadavere di Navalny
Citando il celebre titolo di un articolo dell’Europeo sulla scomparsa del bandito Salvatore Giuliano, potremmo dire che, sul decesso di Aleksej Navalny, «di sicuro c’è solo che è morto». Tutto il resto pare avvolto in una nebbia impenetrabile, a cominciare dalla sorte del corpo del dissidente. La madre di Navalny, Lyudmila Navalnaya, ha visitato il carcere in cui è morto il figlio, nella colonia penale a regime speciale di Kharp, nella regione artica di Yamalo Nenets, ma le è stato detto che il suo cadavere non si trova né nell’obitorio né nell’ufficio del medico legale. Le autorità russe «stanno mentendo e facendo di tutto per evitare di consegnare il corpo» alla famiglia, ha tuonato la portavoce dell’oppositore, Kira Yarmysh. Quest’ultima ha così ricostruito la vicenda su X: «L’avvocato di Aleksej e sua madre sono arrivati all’obitorio di Salekhard. È chiuso però, anche se la colonia penale ha assicurato che era aperto e che il corpo di Navalny era lì. L’avvocato ha chiamato il numero di telefono che era sulla porta. Gli è stato detto che era il settimo a chiamare. Il corpo di Aleksej non è all’obitorio».
È molto probabile che le autorità aspettino la fine delle indagini sul decesso per restituire il corpo alla famiglia, ma anche su questo le versioni si rincorrono. «Solo un’ora fa agli avvocati era stato detto che il controllo (medico sul corpo di Navalny, ndr) era stato completato e che non era stato accertato alcun reato: mentono letteralmente ogni volta, girano in tondo e coprono le loro tracce», ha detto la Yarmysh.
Più dubbi che certezze anche sull’ora della morte. Navalny sarebbe morto la notte fra giovedì e venerdì, vale a dire molto prima di quanto annunciato dalle autorità penitenziarie russe, almeno a sentire le testimonianze che arrivano dal penitenziario. Sulla causa della morte c’è quanto meno un pronunciamento ufficiale, per quanto vago: secondo quanto comunicato alla madre, l’oppositore russo sarebbe rimasto vittima di una «sindrome da morte improvvisa», termine generale per varie sindromi cardiache che causano l’arresto cardiaco improvviso e la morte. Secondo l’agenzia Tass, il dissidente ha avvertito un malore dopo una passeggiata, ma nonostante siano state eseguite «tutte le misure di rianimazione necessarie», queste «non hanno dato risultati positivi».
Intanto, memoriali improvvisati dedicati all’oppositore sono apparsi in molte città: Uljanovsk, Perm, Vladivostok, Ekaterinburg, Krasnodar, Khabarovsk, Voronezh e Tomsk. A Ekaterinburg gli operai comunali hanno coperto scritte sui muri dedicate a Navalny. Inizialmente appena tollerato, il pellegrinaggio verso questi luoghi di cordoglio è stato infine represso. Ieri sera si contavano almeno 359 arresti in 32 città, secondo quanto riferito da Ong anti governative.
Al termine della ministeriale G7 Esteri a Monaco, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha dichiarato che tutti i suoi colleghi del G7 «hanno espresso la loro indignazione per la morte in detenzione di Alexei Navalny, ingiustamente condannato per attività politiche legittime e per la sua lotta contro la corruzione. Hanno chiesto alle autorità russe di chiarire pienamente le circostanze della sua morte» e «hanno invitato la Russia a porre fine all’inaccettabile persecuzione del dissenso politico, nonché alla repressione sistematica della libertà di espressione e all’indebita limitazione dei diritti civili».
Crescono intanto le adesioni alla manifestazione per ricordare l’oppositore scomparso indetta da Carlo Calenda: parteciperanno il Pd, ma anche Fratelli d’Italia, Forza Italia e la Lega (con cui il leader di Azione aveva polemizzato).
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Previsto nei prossimi giorni il patto bilaterale con Giorgia Meloni. Ursula Von der Leyen: «Istituirò un commissario Ue alla Difesa».Il corpo del dissidente scomparso dall’obitorio. Almeno 359 arresti nelle cerimonie di cordoglio. Centrodestra unito e Pd aderiscono alla manifestazione di Carlo Calenda.Lo speciale contiene due articoliLa Conferenza sulla sicurezza di Monaco, chiamata anche «la Davos della Difesa» nelle prime due giornate ha avuto al centro dell’agenda la guerra in Ucraina. Oltre alla prima ministeriale Esteri del G7 presieduto dal nostro ministro Antonio Tajani si sono susseguiti gli interventi del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, del premier estone, Kaja Kallas, del segretario di Stato americano, Antony Blinken e del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Quest’ultima ha anticipato che se verrà riconfermata nel suo ruolo istituirà un commissario Ue alla Difesa. «Penso sia ragionevole. Da dove proviene, lui o lei, rimane una questione aperta ma naturalmente penso sia molto importante per i Paesi dell’Europa centrale ed orientale avere buoni portafogli e questo è un buon portafoglio». «Una proposta che mi vede assolutamente favorevole», commenta Tajani in conferenza stampa, «senza una difesa europea non possiamo essere protagonisti in maniera paritaria nella Nato e non possiamo avere azione efficace di politica estera». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky interviene in mattinata e avverte: «Putin renderà le condizioni catastrofiche anche per altre nazioni. Il 2024 deve diventare il momento per ristabilire le regole. La Russia che non rispetta le regole deve appartenere al passato. Dobbiamo fare in modo che la sicurezza torni ad essere una realtà», ha proseguito Zelensky, aggiungendo che «questa guerra è una minaccia per tutti, non solo per l’Ucraina, ma per l’Europa e a livello globale».Si tratta di un momento oggettivamente difficile per il presidente ucraino. C’è grande attesa di risposte sugli aiuti bloccati a Washington: un pacchetto da ben 60 miliardi di dollari passato al Senato ma che potrebbe ancora essere bloccato alla Camera dai repubblicani. Da ottobre scorso i membri dell’Unione europea e l’istituzione stessa hanno stanziato circa 4,5 miliardi di euro in aiuti militari, finanziari e umanitari all’Ucraina, più del triplo di quanto hanno fatto gli Stati Uniti nello stesso periodo, eppure non basta. Il sostegno del resto dell’Occidente, quando arriva, lo fa a singhiozzi e non più con la convinzione di prima. La controffensiva ha deluso tutti quanti e con l’esercito cominciano ad esserci problemi severi di stanchezza oltre che di intesa strategica. Zelensky è politicamente debole e si vede, tanto che a Kiev non è più apprezzato come prima ed è crollato nei sondaggi di gradimento. È anche per questo che prima di recarsi a Monaco ha condotto un nuovo mini tour nel cuore dell’Europa per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron. Il leader ucraino con queste visite mirate ha ottenuto rassicurazioni ma soprattutto ha chiuso due importanti accordi. Il primo incontro si è tenuto a Berlino dove con Scholz ha firmato un patto tramite il quale si prevedono aiuti militari aggiuntivi e immediati per un valore di 1,1 miliardi di euro che si aggiungono ai 28 miliardi già inviati da Berlino dall’inizio della guerra contro la Russia. «A due anni dall’inizio di questa spaventosa guerra, oggi inviamo un messaggio molto chiaro al presidente russo: non allenteremo il nostro sostegno all’Ucraina», il commento del cancelliere. Si chiama «Pacchetto Monaco» e comprende la consegna di 36 carri armati e obici gommati provenienti da scorte industriali. Si tratta di 18 ulteriori Pzh 2000, che verranno consegnati dal 2026 al 2027 (con munizioni, pezzi di ricambio ma anche addestramento), mentre tra il 2025 e il 2027 verranno inviati altri 18 obici semoventi su ruote Rch 155. Ma è soprattutto di proiettili che ha bisogno Kiev: verranno consegnati quindi 120.000 proiettili di artiglieria di calibro 122 millimetri. Inoltre nel 2025 Kiev riceverà un secondo sistema per la difesa aerea Skynex e, nel 2024, ulteriori 100 missili Iris-T Sls. Zelensky ha descritto l’accordo come «un documento senza precedenti che garantisce il sostegno tedesco all’Ucraina per un ammontare di 7 miliardi di euro per quest’anno. Sono grato alla Germania e a tutti i tedeschi per la loro solidarietà con il nostro Paese e il nostro popolo, nonché per tutto il sostegno e l’assistenza», ha detto. Non solo Berlino, c’è anche Parigi. In Francia il leader ucraino ha sottoscritto un nuovo accordo anche con Macron che comprende una fornitura nel 2024 fino a 3 miliardi di euro in aiuti militari supplementari a Kiev, dopo un aiuto stimato a 1,7 miliardi nel 2022 e 2,1 miliardi nel 2023. Inoltre si prevede l’istituzione di un fondo di 200 milioni di euro per progetti civili che saranno realizzati da aziende francesi. L’Eliseo è convinto che «il sostegno fornito all’Ucraina dovrebbe in particolare aiutarla nel processo di integrazione nell’Unione europea e nella Nato». «Il nostro sostegno non diminuisce», ha assicurato il presidente francese, rendendo omaggio agli ucraini, che si battono anche per la «libertà dell’Europa» e per la difesa «del diritto internazionale». E adesso è in arrivo la volta di Roma. Fonti del governo fanno sapere a La Verità che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe firmare già nei prossimi giorni. La decisione di stringere accordi bilaterali con Kiev fu presa ai margini del vertice Nato di Vilnius dai paesi del G7. Era un modo per dire agli ucraini «non potete entrare subito nella Nato ma i Paesi più importanti dell’Occidente chiuderanno accordi bilaterali con voi». Lo stesso tipo di accordo l’Ucraina lo aveva già chiuso il 12 gennaio con il Regno Unito di Rishi Sunak. Il pacchetto sottoscritto prevedeva forniture per tre miliardi di euro, il più ricco che Londra abbia mai concesso a Kiev.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-strappa-accordi-sugli-aiuti-a-berlino-e-parigi-ora-tocca-allitalia-2667307045.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mistero-sul-cadavere-di-navalny" data-post-id="2667307045" data-published-at="1708211622" data-use-pagination="False"> Mistero sul cadavere di Navalny Citando il celebre titolo di un articolo dell’Europeo sulla scomparsa del bandito Salvatore Giuliano, potremmo dire che, sul decesso di Aleksej Navalny, «di sicuro c’è solo che è morto». Tutto il resto pare avvolto in una nebbia impenetrabile, a cominciare dalla sorte del corpo del dissidente. La madre di Navalny, Lyudmila Navalnaya, ha visitato il carcere in cui è morto il figlio, nella colonia penale a regime speciale di Kharp, nella regione artica di Yamalo Nenets, ma le è stato detto che il suo cadavere non si trova né nell’obitorio né nell’ufficio del medico legale. Le autorità russe «stanno mentendo e facendo di tutto per evitare di consegnare il corpo» alla famiglia, ha tuonato la portavoce dell’oppositore, Kira Yarmysh. Quest’ultima ha così ricostruito la vicenda su X: «L’avvocato di Aleksej e sua madre sono arrivati all’obitorio di Salekhard. È chiuso però, anche se la colonia penale ha assicurato che era aperto e che il corpo di Navalny era lì. L’avvocato ha chiamato il numero di telefono che era sulla porta. Gli è stato detto che era il settimo a chiamare. Il corpo di Aleksej non è all’obitorio». È molto probabile che le autorità aspettino la fine delle indagini sul decesso per restituire il corpo alla famiglia, ma anche su questo le versioni si rincorrono. «Solo un’ora fa agli avvocati era stato detto che il controllo (medico sul corpo di Navalny, ndr) era stato completato e che non era stato accertato alcun reato: mentono letteralmente ogni volta, girano in tondo e coprono le loro tracce», ha detto la Yarmysh. Più dubbi che certezze anche sull’ora della morte. Navalny sarebbe morto la notte fra giovedì e venerdì, vale a dire molto prima di quanto annunciato dalle autorità penitenziarie russe, almeno a sentire le testimonianze che arrivano dal penitenziario. Sulla causa della morte c’è quanto meno un pronunciamento ufficiale, per quanto vago: secondo quanto comunicato alla madre, l’oppositore russo sarebbe rimasto vittima di una «sindrome da morte improvvisa», termine generale per varie sindromi cardiache che causano l’arresto cardiaco improvviso e la morte. Secondo l’agenzia Tass, il dissidente ha avvertito un malore dopo una passeggiata, ma nonostante siano state eseguite «tutte le misure di rianimazione necessarie», queste «non hanno dato risultati positivi». Intanto, memoriali improvvisati dedicati all’oppositore sono apparsi in molte città: Uljanovsk, Perm, Vladivostok, Ekaterinburg, Krasnodar, Khabarovsk, Voronezh e Tomsk. A Ekaterinburg gli operai comunali hanno coperto scritte sui muri dedicate a Navalny. Inizialmente appena tollerato, il pellegrinaggio verso questi luoghi di cordoglio è stato infine represso. Ieri sera si contavano almeno 359 arresti in 32 città, secondo quanto riferito da Ong anti governative. Al termine della ministeriale G7 Esteri a Monaco, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha dichiarato che tutti i suoi colleghi del G7 «hanno espresso la loro indignazione per la morte in detenzione di Alexei Navalny, ingiustamente condannato per attività politiche legittime e per la sua lotta contro la corruzione. Hanno chiesto alle autorità russe di chiarire pienamente le circostanze della sua morte» e «hanno invitato la Russia a porre fine all’inaccettabile persecuzione del dissenso politico, nonché alla repressione sistematica della libertà di espressione e all’indebita limitazione dei diritti civili». Crescono intanto le adesioni alla manifestazione per ricordare l’oppositore scomparso indetta da Carlo Calenda: parteciperanno il Pd, ma anche Fratelli d’Italia, Forza Italia e la Lega (con cui il leader di Azione aveva polemizzato).
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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