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2024-02-18
Zelensky strappa accordi sugli aiuti a Berlino e Parigi Ora tocca all’Italia
Volodymyr Zelensky (Ansa)
La Conferenza sulla sicurezza di Monaco, chiamata anche «la Davos della Difesa» nelle prime due giornate ha avuto al centro dell’agenda la guerra in Ucraina.
Oltre alla prima ministeriale Esteri del G7 presieduto dal nostro ministro Antonio Tajani si sono susseguiti gli interventi del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, del premier estone, Kaja Kallas, del segretario di Stato americano, Antony Blinken e del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Quest’ultima ha anticipato che se verrà riconfermata nel suo ruolo istituirà un commissario Ue alla Difesa. «Penso sia ragionevole. Da dove proviene, lui o lei, rimane una questione aperta ma naturalmente penso sia molto importante per i Paesi dell’Europa centrale ed orientale avere buoni portafogli e questo è un buon portafoglio». «Una proposta che mi vede assolutamente favorevole», commenta Tajani in conferenza stampa, «senza una difesa europea non possiamo essere protagonisti in maniera paritaria nella Nato e non possiamo avere azione efficace di politica estera».
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky interviene in mattinata e avverte: «Putin renderà le condizioni catastrofiche anche per altre nazioni. Il 2024 deve diventare il momento per ristabilire le regole. La Russia che non rispetta le regole deve appartenere al passato. Dobbiamo fare in modo che la sicurezza torni ad essere una realtà», ha proseguito Zelensky, aggiungendo che «questa guerra è una minaccia per tutti, non solo per l’Ucraina, ma per l’Europa e a livello globale».
Si tratta di un momento oggettivamente difficile per il presidente ucraino. C’è grande attesa di risposte sugli aiuti bloccati a Washington: un pacchetto da ben 60 miliardi di dollari passato al Senato ma che potrebbe ancora essere bloccato alla Camera dai repubblicani. Da ottobre scorso i membri dell’Unione europea e l’istituzione stessa hanno stanziato circa 4,5 miliardi di euro in aiuti militari, finanziari e umanitari all’Ucraina, più del triplo di quanto hanno fatto gli Stati Uniti nello stesso periodo, eppure non basta.
Il sostegno del resto dell’Occidente, quando arriva, lo fa a singhiozzi e non più con la convinzione di prima. La controffensiva ha deluso tutti quanti e con l’esercito cominciano ad esserci problemi severi di stanchezza oltre che di intesa strategica. Zelensky è politicamente debole e si vede, tanto che a Kiev non è più apprezzato come prima ed è crollato nei sondaggi di gradimento.
È anche per questo che prima di recarsi a Monaco ha condotto un nuovo mini tour nel cuore dell’Europa per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron. Il leader ucraino con queste visite mirate ha ottenuto rassicurazioni ma soprattutto ha chiuso due importanti accordi. Il primo incontro si è tenuto a Berlino dove con Scholz ha firmato un patto tramite il quale si prevedono aiuti militari aggiuntivi e immediati per un valore di 1,1 miliardi di euro che si aggiungono ai 28 miliardi già inviati da Berlino dall’inizio della guerra contro la Russia. «A due anni dall’inizio di questa spaventosa guerra, oggi inviamo un messaggio molto chiaro al presidente russo: non allenteremo il nostro sostegno all’Ucraina», il commento del cancelliere. Si chiama «Pacchetto Monaco» e comprende la consegna di 36 carri armati e obici gommati provenienti da scorte industriali. Si tratta di 18 ulteriori Pzh 2000, che verranno consegnati dal 2026 al 2027 (con munizioni, pezzi di ricambio ma anche addestramento), mentre tra il 2025 e il 2027 verranno inviati altri 18 obici semoventi su ruote Rch 155. Ma è soprattutto di proiettili che ha bisogno Kiev: verranno consegnati quindi 120.000 proiettili di artiglieria di calibro 122 millimetri. Inoltre nel 2025 Kiev riceverà un secondo sistema per la difesa aerea Skynex e, nel 2024, ulteriori 100 missili Iris-T Sls. Zelensky ha descritto l’accordo come «un documento senza precedenti che garantisce il sostegno tedesco all’Ucraina per un ammontare di 7 miliardi di euro per quest’anno. Sono grato alla Germania e a tutti i tedeschi per la loro solidarietà con il nostro Paese e il nostro popolo, nonché per tutto il sostegno e l’assistenza», ha detto.
Non solo Berlino, c’è anche Parigi. In Francia il leader ucraino ha sottoscritto un nuovo accordo anche con Macron che comprende una fornitura nel 2024 fino a 3 miliardi di euro in aiuti militari supplementari a Kiev, dopo un aiuto stimato a 1,7 miliardi nel 2022 e 2,1 miliardi nel 2023. Inoltre si prevede l’istituzione di un fondo di 200 milioni di euro per progetti civili che saranno realizzati da aziende francesi. L’Eliseo è convinto che «il sostegno fornito all’Ucraina dovrebbe in particolare aiutarla nel processo di integrazione nell’Unione europea e nella Nato». «Il nostro sostegno non diminuisce», ha assicurato il presidente francese, rendendo omaggio agli ucraini, che si battono anche per la «libertà dell’Europa» e per la difesa «del diritto internazionale».
E adesso è in arrivo la volta di Roma. Fonti del governo fanno sapere a La Verità che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe firmare già nei prossimi giorni. La decisione di stringere accordi bilaterali con Kiev fu presa ai margini del vertice Nato di Vilnius dai paesi del G7. Era un modo per dire agli ucraini «non potete entrare subito nella Nato ma i Paesi più importanti dell’Occidente chiuderanno accordi bilaterali con voi».
Lo stesso tipo di accordo l’Ucraina lo aveva già chiuso il 12 gennaio con il Regno Unito di Rishi Sunak. Il pacchetto sottoscritto prevedeva forniture per tre miliardi di euro, il più ricco che Londra abbia mai concesso a Kiev.
Mistero sul cadavere di Navalny
Citando il celebre titolo di un articolo dell’Europeo sulla scomparsa del bandito Salvatore Giuliano, potremmo dire che, sul decesso di Aleksej Navalny, «di sicuro c’è solo che è morto». Tutto il resto pare avvolto in una nebbia impenetrabile, a cominciare dalla sorte del corpo del dissidente. La madre di Navalny, Lyudmila Navalnaya, ha visitato il carcere in cui è morto il figlio, nella colonia penale a regime speciale di Kharp, nella regione artica di Yamalo Nenets, ma le è stato detto che il suo cadavere non si trova né nell’obitorio né nell’ufficio del medico legale. Le autorità russe «stanno mentendo e facendo di tutto per evitare di consegnare il corpo» alla famiglia, ha tuonato la portavoce dell’oppositore, Kira Yarmysh. Quest’ultima ha così ricostruito la vicenda su X: «L’avvocato di Aleksej e sua madre sono arrivati all’obitorio di Salekhard. È chiuso però, anche se la colonia penale ha assicurato che era aperto e che il corpo di Navalny era lì. L’avvocato ha chiamato il numero di telefono che era sulla porta. Gli è stato detto che era il settimo a chiamare. Il corpo di Aleksej non è all’obitorio».
È molto probabile che le autorità aspettino la fine delle indagini sul decesso per restituire il corpo alla famiglia, ma anche su questo le versioni si rincorrono. «Solo un’ora fa agli avvocati era stato detto che il controllo (medico sul corpo di Navalny, ndr) era stato completato e che non era stato accertato alcun reato: mentono letteralmente ogni volta, girano in tondo e coprono le loro tracce», ha detto la Yarmysh.
Più dubbi che certezze anche sull’ora della morte. Navalny sarebbe morto la notte fra giovedì e venerdì, vale a dire molto prima di quanto annunciato dalle autorità penitenziarie russe, almeno a sentire le testimonianze che arrivano dal penitenziario. Sulla causa della morte c’è quanto meno un pronunciamento ufficiale, per quanto vago: secondo quanto comunicato alla madre, l’oppositore russo sarebbe rimasto vittima di una «sindrome da morte improvvisa», termine generale per varie sindromi cardiache che causano l’arresto cardiaco improvviso e la morte. Secondo l’agenzia Tass, il dissidente ha avvertito un malore dopo una passeggiata, ma nonostante siano state eseguite «tutte le misure di rianimazione necessarie», queste «non hanno dato risultati positivi».
Intanto, memoriali improvvisati dedicati all’oppositore sono apparsi in molte città: Uljanovsk, Perm, Vladivostok, Ekaterinburg, Krasnodar, Khabarovsk, Voronezh e Tomsk. A Ekaterinburg gli operai comunali hanno coperto scritte sui muri dedicate a Navalny. Inizialmente appena tollerato, il pellegrinaggio verso questi luoghi di cordoglio è stato infine represso. Ieri sera si contavano almeno 359 arresti in 32 città, secondo quanto riferito da Ong anti governative.
Al termine della ministeriale G7 Esteri a Monaco, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha dichiarato che tutti i suoi colleghi del G7 «hanno espresso la loro indignazione per la morte in detenzione di Alexei Navalny, ingiustamente condannato per attività politiche legittime e per la sua lotta contro la corruzione. Hanno chiesto alle autorità russe di chiarire pienamente le circostanze della sua morte» e «hanno invitato la Russia a porre fine all’inaccettabile persecuzione del dissenso politico, nonché alla repressione sistematica della libertà di espressione e all’indebita limitazione dei diritti civili».
Crescono intanto le adesioni alla manifestazione per ricordare l’oppositore scomparso indetta da Carlo Calenda: parteciperanno il Pd, ma anche Fratelli d’Italia, Forza Italia e la Lega (con cui il leader di Azione aveva polemizzato).
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Previsto nei prossimi giorni il patto bilaterale con Giorgia Meloni. Ursula Von der Leyen: «Istituirò un commissario Ue alla Difesa».Il corpo del dissidente scomparso dall’obitorio. Almeno 359 arresti nelle cerimonie di cordoglio. Centrodestra unito e Pd aderiscono alla manifestazione di Carlo Calenda.Lo speciale contiene due articoliLa Conferenza sulla sicurezza di Monaco, chiamata anche «la Davos della Difesa» nelle prime due giornate ha avuto al centro dell’agenda la guerra in Ucraina. Oltre alla prima ministeriale Esteri del G7 presieduto dal nostro ministro Antonio Tajani si sono susseguiti gli interventi del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, del premier estone, Kaja Kallas, del segretario di Stato americano, Antony Blinken e del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Quest’ultima ha anticipato che se verrà riconfermata nel suo ruolo istituirà un commissario Ue alla Difesa. «Penso sia ragionevole. Da dove proviene, lui o lei, rimane una questione aperta ma naturalmente penso sia molto importante per i Paesi dell’Europa centrale ed orientale avere buoni portafogli e questo è un buon portafoglio». «Una proposta che mi vede assolutamente favorevole», commenta Tajani in conferenza stampa, «senza una difesa europea non possiamo essere protagonisti in maniera paritaria nella Nato e non possiamo avere azione efficace di politica estera». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky interviene in mattinata e avverte: «Putin renderà le condizioni catastrofiche anche per altre nazioni. Il 2024 deve diventare il momento per ristabilire le regole. La Russia che non rispetta le regole deve appartenere al passato. Dobbiamo fare in modo che la sicurezza torni ad essere una realtà», ha proseguito Zelensky, aggiungendo che «questa guerra è una minaccia per tutti, non solo per l’Ucraina, ma per l’Europa e a livello globale».Si tratta di un momento oggettivamente difficile per il presidente ucraino. C’è grande attesa di risposte sugli aiuti bloccati a Washington: un pacchetto da ben 60 miliardi di dollari passato al Senato ma che potrebbe ancora essere bloccato alla Camera dai repubblicani. Da ottobre scorso i membri dell’Unione europea e l’istituzione stessa hanno stanziato circa 4,5 miliardi di euro in aiuti militari, finanziari e umanitari all’Ucraina, più del triplo di quanto hanno fatto gli Stati Uniti nello stesso periodo, eppure non basta. Il sostegno del resto dell’Occidente, quando arriva, lo fa a singhiozzi e non più con la convinzione di prima. La controffensiva ha deluso tutti quanti e con l’esercito cominciano ad esserci problemi severi di stanchezza oltre che di intesa strategica. Zelensky è politicamente debole e si vede, tanto che a Kiev non è più apprezzato come prima ed è crollato nei sondaggi di gradimento. È anche per questo che prima di recarsi a Monaco ha condotto un nuovo mini tour nel cuore dell’Europa per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron. Il leader ucraino con queste visite mirate ha ottenuto rassicurazioni ma soprattutto ha chiuso due importanti accordi. Il primo incontro si è tenuto a Berlino dove con Scholz ha firmato un patto tramite il quale si prevedono aiuti militari aggiuntivi e immediati per un valore di 1,1 miliardi di euro che si aggiungono ai 28 miliardi già inviati da Berlino dall’inizio della guerra contro la Russia. «A due anni dall’inizio di questa spaventosa guerra, oggi inviamo un messaggio molto chiaro al presidente russo: non allenteremo il nostro sostegno all’Ucraina», il commento del cancelliere. Si chiama «Pacchetto Monaco» e comprende la consegna di 36 carri armati e obici gommati provenienti da scorte industriali. Si tratta di 18 ulteriori Pzh 2000, che verranno consegnati dal 2026 al 2027 (con munizioni, pezzi di ricambio ma anche addestramento), mentre tra il 2025 e il 2027 verranno inviati altri 18 obici semoventi su ruote Rch 155. Ma è soprattutto di proiettili che ha bisogno Kiev: verranno consegnati quindi 120.000 proiettili di artiglieria di calibro 122 millimetri. Inoltre nel 2025 Kiev riceverà un secondo sistema per la difesa aerea Skynex e, nel 2024, ulteriori 100 missili Iris-T Sls. Zelensky ha descritto l’accordo come «un documento senza precedenti che garantisce il sostegno tedesco all’Ucraina per un ammontare di 7 miliardi di euro per quest’anno. Sono grato alla Germania e a tutti i tedeschi per la loro solidarietà con il nostro Paese e il nostro popolo, nonché per tutto il sostegno e l’assistenza», ha detto. Non solo Berlino, c’è anche Parigi. In Francia il leader ucraino ha sottoscritto un nuovo accordo anche con Macron che comprende una fornitura nel 2024 fino a 3 miliardi di euro in aiuti militari supplementari a Kiev, dopo un aiuto stimato a 1,7 miliardi nel 2022 e 2,1 miliardi nel 2023. Inoltre si prevede l’istituzione di un fondo di 200 milioni di euro per progetti civili che saranno realizzati da aziende francesi. L’Eliseo è convinto che «il sostegno fornito all’Ucraina dovrebbe in particolare aiutarla nel processo di integrazione nell’Unione europea e nella Nato». «Il nostro sostegno non diminuisce», ha assicurato il presidente francese, rendendo omaggio agli ucraini, che si battono anche per la «libertà dell’Europa» e per la difesa «del diritto internazionale». E adesso è in arrivo la volta di Roma. Fonti del governo fanno sapere a La Verità che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe firmare già nei prossimi giorni. La decisione di stringere accordi bilaterali con Kiev fu presa ai margini del vertice Nato di Vilnius dai paesi del G7. Era un modo per dire agli ucraini «non potete entrare subito nella Nato ma i Paesi più importanti dell’Occidente chiuderanno accordi bilaterali con voi». Lo stesso tipo di accordo l’Ucraina lo aveva già chiuso il 12 gennaio con il Regno Unito di Rishi Sunak. Il pacchetto sottoscritto prevedeva forniture per tre miliardi di euro, il più ricco che Londra abbia mai concesso a Kiev.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-strappa-accordi-sugli-aiuti-a-berlino-e-parigi-ora-tocca-allitalia-2667307045.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mistero-sul-cadavere-di-navalny" data-post-id="2667307045" data-published-at="1708211622" data-use-pagination="False"> Mistero sul cadavere di Navalny Citando il celebre titolo di un articolo dell’Europeo sulla scomparsa del bandito Salvatore Giuliano, potremmo dire che, sul decesso di Aleksej Navalny, «di sicuro c’è solo che è morto». Tutto il resto pare avvolto in una nebbia impenetrabile, a cominciare dalla sorte del corpo del dissidente. La madre di Navalny, Lyudmila Navalnaya, ha visitato il carcere in cui è morto il figlio, nella colonia penale a regime speciale di Kharp, nella regione artica di Yamalo Nenets, ma le è stato detto che il suo cadavere non si trova né nell’obitorio né nell’ufficio del medico legale. Le autorità russe «stanno mentendo e facendo di tutto per evitare di consegnare il corpo» alla famiglia, ha tuonato la portavoce dell’oppositore, Kira Yarmysh. Quest’ultima ha così ricostruito la vicenda su X: «L’avvocato di Aleksej e sua madre sono arrivati all’obitorio di Salekhard. È chiuso però, anche se la colonia penale ha assicurato che era aperto e che il corpo di Navalny era lì. L’avvocato ha chiamato il numero di telefono che era sulla porta. Gli è stato detto che era il settimo a chiamare. Il corpo di Aleksej non è all’obitorio». È molto probabile che le autorità aspettino la fine delle indagini sul decesso per restituire il corpo alla famiglia, ma anche su questo le versioni si rincorrono. «Solo un’ora fa agli avvocati era stato detto che il controllo (medico sul corpo di Navalny, ndr) era stato completato e che non era stato accertato alcun reato: mentono letteralmente ogni volta, girano in tondo e coprono le loro tracce», ha detto la Yarmysh. Più dubbi che certezze anche sull’ora della morte. Navalny sarebbe morto la notte fra giovedì e venerdì, vale a dire molto prima di quanto annunciato dalle autorità penitenziarie russe, almeno a sentire le testimonianze che arrivano dal penitenziario. Sulla causa della morte c’è quanto meno un pronunciamento ufficiale, per quanto vago: secondo quanto comunicato alla madre, l’oppositore russo sarebbe rimasto vittima di una «sindrome da morte improvvisa», termine generale per varie sindromi cardiache che causano l’arresto cardiaco improvviso e la morte. Secondo l’agenzia Tass, il dissidente ha avvertito un malore dopo una passeggiata, ma nonostante siano state eseguite «tutte le misure di rianimazione necessarie», queste «non hanno dato risultati positivi». Intanto, memoriali improvvisati dedicati all’oppositore sono apparsi in molte città: Uljanovsk, Perm, Vladivostok, Ekaterinburg, Krasnodar, Khabarovsk, Voronezh e Tomsk. A Ekaterinburg gli operai comunali hanno coperto scritte sui muri dedicate a Navalny. Inizialmente appena tollerato, il pellegrinaggio verso questi luoghi di cordoglio è stato infine represso. Ieri sera si contavano almeno 359 arresti in 32 città, secondo quanto riferito da Ong anti governative. Al termine della ministeriale G7 Esteri a Monaco, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha dichiarato che tutti i suoi colleghi del G7 «hanno espresso la loro indignazione per la morte in detenzione di Alexei Navalny, ingiustamente condannato per attività politiche legittime e per la sua lotta contro la corruzione. Hanno chiesto alle autorità russe di chiarire pienamente le circostanze della sua morte» e «hanno invitato la Russia a porre fine all’inaccettabile persecuzione del dissenso politico, nonché alla repressione sistematica della libertà di espressione e all’indebita limitazione dei diritti civili». Crescono intanto le adesioni alla manifestazione per ricordare l’oppositore scomparso indetta da Carlo Calenda: parteciperanno il Pd, ma anche Fratelli d’Italia, Forza Italia e la Lega (con cui il leader di Azione aveva polemizzato).
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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