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2025-05-22
Washington tira il freno sull’Ucraina. E il G7 canadese va subito nel pallone
Giancarlo Giorgetti al summit dei ministri delle Finanze del G7 in Canada (Getty Images)
Ucraina e commercio internazionale. Sono questi i punti al centro del summit dei ministri delle Finanze del G7 attualmente in corso a Banff, in Canada. «Credo che, per garantire il bene dei cittadini che rappresentiamo, la nostra missione sia in realtà quella di ripristinare stabilità e crescita», aveva in tal senso dichiarato, martedì, il ministro delle Finanze canadese, François-Philippe Champagne, ammettendo la presenza di tensioni a causa dei dazi statunitensi.
È in questo quadro che, ieri pomeriggio, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha avuto un bilaterale con l’omologo tedesco, Lars Klingbeil. Nell’occasione, secondo fonti ascoltate da Reuters, Klingbeil avrebbe auspicato relazioni transatlantiche più strette e la speranza di superare le fibrillazioni commerciali. Il ministro tedesco avrebbe anche sottolineato la necessità, da parte del G7, di sostenere fermamente l’Ucraina. E proprio la crisi ucraina, oltre ai dazi, starebbe rappresentando motivo di tensione al vertice. Secondo quanto riferito da Politico, la delegazione statunitense si sarebbe opposta a bollare l’invasione russa dell’Ucraina come «illegale» nel comunicato finale. Gli americani avrebbero mostrato contrarietà anche all’uso, nel documento, dell’espressione «ulteriore sostegno» relativamente a Kiev. La stessa Bloomberg News, ieri sera, definiva «in dubbio» l’eventualità di un comunicato finale. Ed è in questo quadro che ieri è arrivato il via libera del Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri presso l’Ue (Coreper) al «Safe», il regolamento sul fondo europeo che finanzierà fino a 150 miliardi di euro i prestiti agli Stati per il riarmo.
È chiaro che, dopo la recente telefonata con Vladimir Putin, Donald Trump sta spingendo per l’avvio di negoziati tra ucraini e russi: negoziati che il presidente americano vorrebbe fossero ospitati dalla Santa Sede. Se dovessero essere confermate, le indiscrezioni riportate da Politico andrebbero quindi lette in questo quadro. Un quadro che non rispecchierebbe tuttavia una linea di appeasement da parte della Casa Bianca. Innanzitutto Trump ha, sì, escluso delle nuove sanzioni alla Russia nel breve termine, ma ha anche aggiunto che potrebbe prima o poi ripensarci. In secondo luogo, il presidente americano ha recentemente inferto un duro colpo a Mosca in Medio Oriente, revocando le sanzioni al regime filoturco di Damasco: una mossa, questa, che va interpretata (anche) come una forma di pressione sul Cremlino. Da questo punto di vista, sarà interessante capire come si muoverà l’Italia. Il governo di Giorgia Meloni si è storicamente ritagliato il ruolo di pontiere tra Washington e Bruxelles sulla questione dei dazi. Non è del resto un mistero che, più in generale, l’inquilina di Palazzo Chigi abbia sempre sostenuto la necessità di rinsaldare i legami transatlantici non solo sul commercio ma anche sull’Ucraina. Sotto questo aspetto, è significativo che, nella sua recente telefonata con Leone XIV, la Meloni abbia affrontato proprio la questione ucraina. Non a caso, in una nota di Palazzo Chigi relativa al colloquio, si riferisce che il pontefice ha dato «conferma della disponibilità ad accogliere in Vaticano i prossimi colloqui tra le parti».
Non si può quindi affatto escludere che, nel summit canadese, l’Italia possa effettuare due mediazioni complementari sul dossier ucraino. Da una parte, potrebbe lavorare per rafforzare la sponda tra la Santa Sede e la Casa Bianca. Dall’altra, potrebbe adoperarsi per avvicinare la posizione di Trump a quella degli altri alleati e dell’Ucraina stessa.
Ma c’è un ulteriore fattore che, stando anche a indiscrezioni di Bloomberg News, potrebbe emergere nel corso del G7: la questione cinese. Trump punta a rafforzare i rapporti commerciali con la Russia per cercare di allontanare il più possibile Mosca da Pechino. Dall’altra parte, il Dragone sta tentando di avvicinarsi all’Unione europea per fare blocco contro i dazi americani: uno scenario che irrita Washington e su cui Bessent, già alcune settimane fa, si era espresso in modo piuttosto severo. L’aspetto rilevante è che sono stati finora soprattutto due membri del G7, vale a dire Francia e Germania, a spingere Bruxelles verso la linea morbida con Pechino, laddove l’Italia si è spesa per il consolidamento delle relazioni transatlantiche. Nel complesso, la questione è molto interessante, perché, soprattutto in sede di G7, i dossier commerciali possono essere letti anche in chiave di sicurezza nazionale. Il che è l’impostazione che ha intenzione di portare avanti Bessent durante il vertice.
Insomma, il quadro è complesso. Ma l’Italia potrebbe avere le carte in regola per svolgere un ruolo di primo piano nel corso del summit. E intanto Parigi ha iniziato ad ammorbidirsi. Ieri, il ministro delle Finanze francese, Eric Lombard, si è infatti detto fiducioso sulla possibilità di ridurre le divergenze con Washington anche in eventuale assenza di un comunicato finale. «L’obiettivo è progredire e se non c’è un comunicato non è un problema, ne otterremo uno la prossima volta».
Trump si blinda con lo scudo spaziale
Donald Trump tira dritto sullo scudo missilistico. Il presidente americano ha annunciato Golden dome: un programma di difesa dal costo complessivo di 175 miliardi di dollari che porterà armamenti statunitensi nello spazio. Trump ha specificato che l’iniziativa dovrebbe essere «pienamente operativa» entro il termine del suo mandato presidenziale. Ha inoltre posto a capo del progetto il generale Michael Guetlein. Secondo l’Associated Press, «si prevede che Golden dome includa capacità terrestri e spaziali in grado di rilevare e fermare i missili in tutte e quattro le fasi principali di un potenziale attacco: rilevandoli e distruggendoli prima del lancio, intercettandoli nella loro prima fase di volo, fermandoli a metà percorso o fermandoli negli ultimi minuti mentre scendono verso un bersaglio». La presentazione di Golden dome è stata accompagnata da un’analisi della Defense Intelligence Agency, secondo cui le minacce missilistiche sul suolo statunitense aumenteranno nei prossimi 10 anni: l’agenzia ha puntato il dito contro Cina, Iran, Russia e Corea del Nord.
D’altronde, la creazione di uno scudo missilistico è un vecchio pallino di Trump: ne aveva parlato già in campagna elettorale e, a gennaio, aveva siglato un ordine esecutivo per iniziare ad avviarne la realizzazione. In passato, l’attuale presidente americano aveva sostenuto la volontà di portare avanti un simile progetto sia per creare posti di lavoro sia per associare il proprio nome a quello di Ronald Reagan che, negli anni ’80, propose la realizzazione dello scudo poi denominato «Guerre stellari».
Il punto vero è tuttavia legato a questioni di carattere geopolitico. Innanzitutto, un aspetto interessante risiede nel fatto il progetto Golden dome dovrebbe includere anche il Canada. Ebbene, al di là di una distensione tra Washington e Ottawa, il tema rilevante, qui, è che lo scudo potrebbe essere inserito da Trump nel suo più ampio obiettivo di una riedizione della Dottrina Monroe. Non è del resto un mistero che il presidente americano punti a indebolire l’influenza della Cina sull’Emisfero occidentale. La questione dello scudo potrebbe quindi essere collegata ad altri dossier, come Panama e la Groenlandia.
Non a caso, l’annuncio di Golden dome è stato accolto con irritazione da Pechino. «Gli Stati Uniti, perseguendo una politica “Us first”, sono ossessionati dalla ricerca della sicurezza assoluta per sé stessi. Ciò viola il principio secondo cui la sicurezza di tutti i Paesi non dovrebbe essere compromessa e mina l’equilibrio strategico e la stabilità globali. La Cina è seriamente preoccupata per questo», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning.
Un’irritazione, quella di Pechino, che ha tre motivazioni. In primis, la Cina sta incrementando il proprio arsenale nucleare e, secondo quanto riferito dal Pentagono a dicembre, potrebbe arrivare a possedere mille ordigni entro il 2030. A marzo, sempre il Pentagono ha inoltre lanciato l’allarme su test di natura militare effettuati in orbita da Pechino e Mosca. In secondo luogo, la Repubblica popolare teme la concorrenza statunitense nello spazio come quella nel settore dell’intelligenza artificiale: due ambiti che, per Trump, risultano di prioritaria importanza. In terzo luogo, Pechino non vede affatto di buon occhio la riedizione della Dottrina Monroe, portata avanti dalla Casa Bianca.
E attenzione: c’è un altro «dettaglio» non indifferente. La reazione di Mosca all’annuncio di Golden dDome è stata molto più morbida di quella cinese. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che l’iniziativa americana potrebbe spingere Stati Uniti e Russia a riprendere i contatti sul tema del controllo degli armamenti nucleari. Quando gli è poi stato chiesto se considerasse il progetto di Washington una minaccia a Mosca, Peskov è stato evasivo, dicendo di non avere ancora dei dettagli.
Insomma, per quanto paradossale possa apparire a prima vista, Golden dome potrebbe almeno in parte favorire un avvicinamento tra americani e russi. Il che, ovviamente, si rivelerebbe una pessima notizia per Pechino.
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Alla riunione dei ministri delle Finanze stallo sulla dichiarazione finale: gli statunitensi si oppongono ai toni minacciosi verso Mosca mentre si tratta. Intanto l’Ue dà il primo via ai prestiti «Safe» per investire in Difesa.La Casa Bianca presenta Golden dome, il programma di difesa da 175 miliardi. Cina furiosa: «Mina la stabilità globale». La Russia invece appare conciliante.Lo speciale contiene due articoli.Ucraina e commercio internazionale. Sono questi i punti al centro del summit dei ministri delle Finanze del G7 attualmente in corso a Banff, in Canada. «Credo che, per garantire il bene dei cittadini che rappresentiamo, la nostra missione sia in realtà quella di ripristinare stabilità e crescita», aveva in tal senso dichiarato, martedì, il ministro delle Finanze canadese, François-Philippe Champagne, ammettendo la presenza di tensioni a causa dei dazi statunitensi. È in questo quadro che, ieri pomeriggio, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha avuto un bilaterale con l’omologo tedesco, Lars Klingbeil. Nell’occasione, secondo fonti ascoltate da Reuters, Klingbeil avrebbe auspicato relazioni transatlantiche più strette e la speranza di superare le fibrillazioni commerciali. Il ministro tedesco avrebbe anche sottolineato la necessità, da parte del G7, di sostenere fermamente l’Ucraina. E proprio la crisi ucraina, oltre ai dazi, starebbe rappresentando motivo di tensione al vertice. Secondo quanto riferito da Politico, la delegazione statunitense si sarebbe opposta a bollare l’invasione russa dell’Ucraina come «illegale» nel comunicato finale. Gli americani avrebbero mostrato contrarietà anche all’uso, nel documento, dell’espressione «ulteriore sostegno» relativamente a Kiev. La stessa Bloomberg News, ieri sera, definiva «in dubbio» l’eventualità di un comunicato finale. Ed è in questo quadro che ieri è arrivato il via libera del Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri presso l’Ue (Coreper) al «Safe», il regolamento sul fondo europeo che finanzierà fino a 150 miliardi di euro i prestiti agli Stati per il riarmo. È chiaro che, dopo la recente telefonata con Vladimir Putin, Donald Trump sta spingendo per l’avvio di negoziati tra ucraini e russi: negoziati che il presidente americano vorrebbe fossero ospitati dalla Santa Sede. Se dovessero essere confermate, le indiscrezioni riportate da Politico andrebbero quindi lette in questo quadro. Un quadro che non rispecchierebbe tuttavia una linea di appeasement da parte della Casa Bianca. Innanzitutto Trump ha, sì, escluso delle nuove sanzioni alla Russia nel breve termine, ma ha anche aggiunto che potrebbe prima o poi ripensarci. In secondo luogo, il presidente americano ha recentemente inferto un duro colpo a Mosca in Medio Oriente, revocando le sanzioni al regime filoturco di Damasco: una mossa, questa, che va interpretata (anche) come una forma di pressione sul Cremlino. Da questo punto di vista, sarà interessante capire come si muoverà l’Italia. Il governo di Giorgia Meloni si è storicamente ritagliato il ruolo di pontiere tra Washington e Bruxelles sulla questione dei dazi. Non è del resto un mistero che, più in generale, l’inquilina di Palazzo Chigi abbia sempre sostenuto la necessità di rinsaldare i legami transatlantici non solo sul commercio ma anche sull’Ucraina. Sotto questo aspetto, è significativo che, nella sua recente telefonata con Leone XIV, la Meloni abbia affrontato proprio la questione ucraina. Non a caso, in una nota di Palazzo Chigi relativa al colloquio, si riferisce che il pontefice ha dato «conferma della disponibilità ad accogliere in Vaticano i prossimi colloqui tra le parti». Non si può quindi affatto escludere che, nel summit canadese, l’Italia possa effettuare due mediazioni complementari sul dossier ucraino. Da una parte, potrebbe lavorare per rafforzare la sponda tra la Santa Sede e la Casa Bianca. Dall’altra, potrebbe adoperarsi per avvicinare la posizione di Trump a quella degli altri alleati e dell’Ucraina stessa.Ma c’è un ulteriore fattore che, stando anche a indiscrezioni di Bloomberg News, potrebbe emergere nel corso del G7: la questione cinese. Trump punta a rafforzare i rapporti commerciali con la Russia per cercare di allontanare il più possibile Mosca da Pechino. Dall’altra parte, il Dragone sta tentando di avvicinarsi all’Unione europea per fare blocco contro i dazi americani: uno scenario che irrita Washington e su cui Bessent, già alcune settimane fa, si era espresso in modo piuttosto severo. L’aspetto rilevante è che sono stati finora soprattutto due membri del G7, vale a dire Francia e Germania, a spingere Bruxelles verso la linea morbida con Pechino, laddove l’Italia si è spesa per il consolidamento delle relazioni transatlantiche. Nel complesso, la questione è molto interessante, perché, soprattutto in sede di G7, i dossier commerciali possono essere letti anche in chiave di sicurezza nazionale. Il che è l’impostazione che ha intenzione di portare avanti Bessent durante il vertice.Insomma, il quadro è complesso. Ma l’Italia potrebbe avere le carte in regola per svolgere un ruolo di primo piano nel corso del summit. E intanto Parigi ha iniziato ad ammorbidirsi. Ieri, il ministro delle Finanze francese, Eric Lombard, si è infatti detto fiducioso sulla possibilità di ridurre le divergenze con Washington anche in eventuale assenza di un comunicato finale. «L’obiettivo è progredire e se non c’è un comunicato non è un problema, ne otterremo uno la prossima volta».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/washington-tira-freno-ucraina-2672182810.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-si-blinda-con-lo-scudo-spaziale" data-post-id="2672182810" data-published-at="1747872501" data-use-pagination="False"> Trump si blinda con lo scudo spaziale Donald Trump tira dritto sullo scudo missilistico. Il presidente americano ha annunciato Golden dome: un programma di difesa dal costo complessivo di 175 miliardi di dollari che porterà armamenti statunitensi nello spazio. Trump ha specificato che l’iniziativa dovrebbe essere «pienamente operativa» entro il termine del suo mandato presidenziale. Ha inoltre posto a capo del progetto il generale Michael Guetlein. Secondo l’Associated Press, «si prevede che Golden dome includa capacità terrestri e spaziali in grado di rilevare e fermare i missili in tutte e quattro le fasi principali di un potenziale attacco: rilevandoli e distruggendoli prima del lancio, intercettandoli nella loro prima fase di volo, fermandoli a metà percorso o fermandoli negli ultimi minuti mentre scendono verso un bersaglio». La presentazione di Golden dome è stata accompagnata da un’analisi della Defense Intelligence Agency, secondo cui le minacce missilistiche sul suolo statunitense aumenteranno nei prossimi 10 anni: l’agenzia ha puntato il dito contro Cina, Iran, Russia e Corea del Nord. D’altronde, la creazione di uno scudo missilistico è un vecchio pallino di Trump: ne aveva parlato già in campagna elettorale e, a gennaio, aveva siglato un ordine esecutivo per iniziare ad avviarne la realizzazione. In passato, l’attuale presidente americano aveva sostenuto la volontà di portare avanti un simile progetto sia per creare posti di lavoro sia per associare il proprio nome a quello di Ronald Reagan che, negli anni ’80, propose la realizzazione dello scudo poi denominato «Guerre stellari». Il punto vero è tuttavia legato a questioni di carattere geopolitico. Innanzitutto, un aspetto interessante risiede nel fatto il progetto Golden dome dovrebbe includere anche il Canada. Ebbene, al di là di una distensione tra Washington e Ottawa, il tema rilevante, qui, è che lo scudo potrebbe essere inserito da Trump nel suo più ampio obiettivo di una riedizione della Dottrina Monroe. Non è del resto un mistero che il presidente americano punti a indebolire l’influenza della Cina sull’Emisfero occidentale. La questione dello scudo potrebbe quindi essere collegata ad altri dossier, come Panama e la Groenlandia. Non a caso, l’annuncio di Golden dome è stato accolto con irritazione da Pechino. «Gli Stati Uniti, perseguendo una politica “Us first”, sono ossessionati dalla ricerca della sicurezza assoluta per sé stessi. Ciò viola il principio secondo cui la sicurezza di tutti i Paesi non dovrebbe essere compromessa e mina l’equilibrio strategico e la stabilità globali. La Cina è seriamente preoccupata per questo», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. Un’irritazione, quella di Pechino, che ha tre motivazioni. In primis, la Cina sta incrementando il proprio arsenale nucleare e, secondo quanto riferito dal Pentagono a dicembre, potrebbe arrivare a possedere mille ordigni entro il 2030. A marzo, sempre il Pentagono ha inoltre lanciato l’allarme su test di natura militare effettuati in orbita da Pechino e Mosca. In secondo luogo, la Repubblica popolare teme la concorrenza statunitense nello spazio come quella nel settore dell’intelligenza artificiale: due ambiti che, per Trump, risultano di prioritaria importanza. In terzo luogo, Pechino non vede affatto di buon occhio la riedizione della Dottrina Monroe, portata avanti dalla Casa Bianca. E attenzione: c’è un altro «dettaglio» non indifferente. La reazione di Mosca all’annuncio di Golden dDome è stata molto più morbida di quella cinese. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che l’iniziativa americana potrebbe spingere Stati Uniti e Russia a riprendere i contatti sul tema del controllo degli armamenti nucleari. Quando gli è poi stato chiesto se considerasse il progetto di Washington una minaccia a Mosca, Peskov è stato evasivo, dicendo di non avere ancora dei dettagli. Insomma, per quanto paradossale possa apparire a prima vista, Golden dome potrebbe almeno in parte favorire un avvicinamento tra americani e russi. Il che, ovviamente, si rivelerebbe una pessima notizia per Pechino.
(Ansa)
«Come fai quando vuoi spezzare un filo di ferro? Prima lo torci in una direzione e poi nell’altra». Nella riuscita trasposizione cinematografica de Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, la sceneggiatura cofirmata da Emmanuel Carrère salva uno dei passaggi più acuti del libro. Il protagonista del romanzo, l’enigmatico consigliori di Vladimir Putin Vadim Baranov, fissa le priorità della guerra ibrida che la Russia deve impegnare sul fronte digitale col suo esercito di hacker. Per farlo, illustra la teoria del filo di ferro: «Man mano che costruirete la vostra rete, vi renderete conto che ci sono dei temi ai quali le persone tengono di più. Io non so quali siano, ve lo diranno i clic. [...] L’essenziale è che ognuno ha qualcosa che gli sta a cuore, e qualcuno che lo fa incazzare. Non dobbiamo convertire nessuno. Solo scoprire in cosa credono e convincerli di più. Dargli notizie, argomenti, veri, falsi, non ha importanza. Farli incazzare. Tutti. Sempre di più. Non abbiamo preferenze. La nostra unica linea è il filo di ferro. Torciamo da una parte e poi dall’altra. Finché il filo si spezza».
Oggi, a oltre un mese di guerra in Iran, a torcere quel filo che saremmo noi non ci sono (solo) gli eredi della disinformatia sovietica ma da un lato la prima potenza mondiale e dall’altro la Repubblica islamica dell’Iran. E, come ha spiegato al New York Times Darren Linvill, direttore del Media forensics hub della Clemson university, «Teheran sta vincendo la guerra di propaganda. Erano più pronti dell’amministrazione americana, perché si erano preparati per questo conflitto da 50 anni». Una preparazione che non include solo gli arsenali di missili e droni (costruito a spese di una difesa del popolo ritenuta non altrettanto strategica), ma anche una sofisticata rete di «attacco» informatico destinato al mondo occidentale, se è vero che la teocrazia ha praticamente «chiuso» Internet ai suoi cittadini.
Un report stilato in marzo dal Network contagion research institute descrive le caratteristiche di questa offensiva: «Un’architettura di influenza ibrida molto efficace, in cui media controllati dallo Stato (iraniano, ndr), piattaforme di intermediari e attivisti interni (americani contrari al conflitto, ndr) operano in un unico ecosistema che si rafforza. Al centro di questo sistema c’è un circolo facilmente attivabile di mobilitazione e amplificazione [...] il cui risultato è una dinamica rapidamente disponibile in cui proteste localizzate (sempre negli Usa, ndr) si trasformano in una narrazione globalmente disseminata di propaganda». In questo ecosistema, una conferenza stampa di Trump è letteralmente equiparata a un meme creato da bot gestiti dai pasdaran in grado di influenzare milioni di utenti, magari irridendo le spacconate del presidente Usa, accanendosi sulle bare americane nello Stretto di Hormuz, giocando sulle purghe dell’esercito a stelle e strisce, vero «regime change». Secondo la già citata Clemnson university, ci sono 62 account affiliati all’Irgc (Corpo di guardia della rivoluzione islamica) che operano protetti da Vpn che li fanno apparire americani e inglesi. Il resto lo fanno sistemi di traduzione automatica con Ia, e gli algoritmi di X, Tiktok, Facebook. Di questa trumpizzazione polarizzante del mondo è finita vittima anche la spettacolare operazione di salvataggio a Pasqua, ampiamente raccontata dai media americani: il pilota ferito che, su suolo nemico, fugge su una cresta a 2.100 metri, si nasconde in un anfratto per 36 ore, viene recuperato con 155 velivoli e al prezzo di due C-130 distrutti e dopo un gigantesco depistaggio a danno forze iraniane. Per Teheran è tutto falso: gli americani volevano l’uranio arricchito e il colonnello precipitato era un pretesto.
La verità in guerra è tra le prime vittime, da sempre. Qui siamo di fronte a un fatto nuovo, cioè che anche l’Iran ha imparato la lezione di Baranov: «Tutto ciò che fa credere alla forza l’accresce per davvero». E la potenza digitale è terribilmente reale.
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Nel riquadro: Franco Gattinoni, presidente Fto (Ansa)
Franco Gattinoni, presidente del Fto, la Federazione del Turismo organizzato lancia l’allarme. «Abbiamo fatto presente al governo le problematiche degli esercizi, siamo stati ascoltati con attenzione ma ora alle parole dovrebbero seguire i fatti. Il settore non può essere lasciato da solo».
Avete una stima delle disdette?
«Un paio di settimane fa si è manifestato un rallentamento delle prenotazioni del 20% rispetto alla media stagionale poi salito al 30% e ora nella settimana di Pasqua c’è stato un lieve miglioramento ma siamo sempre al 20% in meno dello standard di questo periodo. Considerate che prima della guerra in Iran, le agenzie turistiche facevano un +6-7% di prenotazioni. Stiamo risentendo del calo delle prenotazioni americane che sono quelle più importanti per il comparto».
C’è chi dice che ci sarà una maggiore scoperta dell’Italia, come avvenuto subito dopo il lockdown, cosa ne pensa?
«È una stupidaggine colossale. Vorrei sapere su quali basi un turista dovrebbe pensare che l’Italia, pur essendo vicino all’area di guerra, dovrebbe essere più sicura di altre mete. Perché dovrebbe venire qui da noi invece che andare in Spagna, o in Brasile o in Giappone. Se poi si ritiene di poter salvare la stagione estiva solo con le presenze italiane si commette un altro errore. Se un connazionale rinuncia al viaggio oltre confine per paura di rimanere bloccato in un aeroporto e decide allora per una meta italiana, non risolve il problema del settore. Il turista che occupa gli alberghi di lusso del nostro Paese, che spende cifre importanti per fare shopping, mangiare e divertirsi, non è certo quello italiano. Se dovesse venire a mancare questo flusso di stranieri, o ridursi in modo consistente, per il turismo sarebbe una stangata».
Rischio chiusure?
«Non siamo ancora a questa emergenza ma ci stiamo avvicinando, perché ogni giorno che passa la situazione si aggrava e sembra senza via d’uscita e la stagione estiva, con l’anticipo delle belle temperature, è già iniziata. Le agenzie di viaggio non hanno un’alta profittabilità, non possono ammortizzare lunghi periodi di cali nelle prenotazioni. Siamo usciti dal Covid con le casse vuote ed è stato durissimo rimetterci in movimento. Poi abbiamo avuto due anni buoni, il movimento turistico è ripreso in modo importante, con numeri anche superiori alle previsioni e pensavamo di essere usciti definitivamente dal tunnel. Questa doccia gelata non ci voleva. Se le prenotazioni crollano, i costi fissi continuano a correre».
Quindi?
«Non possiamo lasciare i dipendenti a casa o non pagare gli affitti dei locali. Poi c’è il tema che la crisi avvantaggia gli operatori digitali che possono sopportare le cancellazioni perché non hanno gli oneri di un esercizio fisico e pagano le tasse all’estero anche extra Ue. Basta vedere quello che è successo con l’e-commerce, con Amazon, che hanno distrutto il commercio tradizionale provocando la chiusura di tanti piccoli esercizi commerciali di prossimità. Le agenzie di viaggio rischiano di fare la stessa fine. Non c’è tempo da perdere. Per questo abbiamo chiesto al governo un sostegno».
Che tipo di aiuti avete chiesto?
«Sarebbe necessario un supporto soprattutto per le piccole e medie imprese, magari solo per affrontare l’emergenza del momento. Il problema però è che non c’è velocità decisionale da parte del governo. Con il Covid gli aiuti sono arrivati un paio di anni dopo la pandemia e nel frattempo le agenzie hanno dovuto far fronte con soldi propri alla crisi. Per far fronte a questa ennesima situazione critica della quale non si intravede un’uscita in tempi brevi, sarebbe necessaria una qualsiasi forma di defiscalizzazione o un intervento sui contributi per i dipendenti. Si fa un gran parlare del valore strategico del turismo che rappresenta il 13% del Pil ma poi al momento di dare un supporto al settore di perde tempo».
Che tempi prevede?
«Le agenzie di viaggio hanno già raschiato il fondo del barile e con un altro mese di incertezza e di calo delle prenotazioni, rischiano il collasso. O di consegnare il comparto a operatori stranieri. L’abitudine dei governi è di curare il malato quando è morto. Ora la situazione è brutta ma non drammatica, continuano ad arrivare le prenotazioni anche se inferiori alla media stagionale. Ma se i voli dovessero subire un drastico ridimensionamento, allora sarebbe un guaio. Perdere l’estate significa perdere un periodo decisivo per ogni agenzia di viaggi. Non si può pensare di poter contare solo sul turismo interno. I grandi alberghi della Costa Smeralda hanno una clientela internazionale. Il ricco italiano che passa le vacanze in Sardegna, ha di solito una propria abitazione, non va nell’hotel cinque stelle lusso. Senza gli americani non andiamo da nessuna parte. Abbiamo già dovuto rinunciare ai russi, a causa della guerra. Sono questi i flussi che fanno business».
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Christian Raimo (Imagoeconomica)
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.
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