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2024-10-22
Il «complotto russo» dura solo una notte. Commentatori in tilt sul voto in Moldavia
Maia Sandu, presidente della Moldavia (Getty)
Certo che questi russi sono proprio delle pippe. Manco riescono più a condizionare un referendum in Moldavia. Abbiamo passato un’intera notte a frignare contro le «interferenze di Vladimir Putin», il «pressing di Mosca», «l’attacco senza precedenti», le «forze straniere ostili che hanno investito decine di milioni di euro», i «gruppi criminali che cercano di ingannare le persone» e, ovviamente, la «democrazia in pericolo». Ore e ore a passare in rassegna tutti i movimenti sospetti, compreso un elettore (cito testualmente Repubblica) che «a Varnita si è persino rivolto, arrabbiato a un membro della commissione scambiandolo per un corruttore» (che avesse bevuto troppo?) e una «Volkswagen Sharan che ha accompagnato elettori al seggio per tutto il giorno» (chiaro comportamento antidemocratico: come si permette di portare elettori al seggio?). Un fiume di parole dette e scritte nel tentativo di giustificare la sconfitta del «no» al referendum per l’ingresso della Moldavia nell’Ue, che fino a domenica sera sembrava probabile. Tutta fatica sprecata: alle prime luci dell’alba si è scoperto che avevano vinto i «sì». E allora uno potrebbe pensare: non è che le interferenze illecite erano quelle dell’Europa? Non è che il pressing fuori luogo era quello di Bruxelles? Macché. Se anche fosse, non si può dire. Perché l’ordine di scuderia è chiaro: le elezioni sono democratiche solo se le vince la Ue. Altrimenti sono frodi. E interferenze russe.
In fondo al referendum della Moldavia si è ripetuto quello che va in scena ormai in tutte le elezioni: o vincono loro o perde la democrazia. In Europa ormai si è affermato questo concetto già reso celebre da Bertolt Brecht: il comitato ha deciso, e poiché il popolo non è d’accordo, si cambi il popolo. In Moldavia, per fortuna, non è ancora necessario cambiare il popolo dal momento che il sì all’Europa ha vinto in extremis, disperdendo in un batter d’occhio l’«allarme frodi», l’«attacco senza precedenti» e persino «le forze straniere ostile che hanno investito decine di milioni di euro» oltre che «i gruppi criminali che cercano di ingannare le persone». Quell’elettore di Varnita che gridava contro un membro della commissione scambiandolo per un corruttore è tornato a essere quel che probabilmente era, e cioè un ubriaco al seggio. E alla fine si scoprirà che persino la Volskwagen Sharan che portava gli elettori alle urne era guidata da un boy scout servizievole e non da un pericoloso agente dei servizi segreti putiniani. Alla fine, se proprio dobbiamo essere sinceri, siamo quasi sollevati: ci dispiace per i poveri moldavi che fanno un passo avanti verso l’ingresso nell’Unione europea, poveretti, come se non avessero già abbastanza problemi per conto loro. Ma per lo meno nessuno ci sfracasserà gli zebedei nelle prossime settimane con le elezioni truccate, il voto inquinato e le interferenze russe sulla democrazia europea. Non avremmo retto.
Anche se, confesso, a volte è divertente vederli all’opera, come in questo caso. In Moldavia, per dire, si votava nello stesso momento, oltre che per il referendum (puramente consultivo) sull’ingresso nell’Ue, anche per la rielezione del presidente. Alle presidenziali era ricandidata l’uscente Maia Sandu, filo Ue e nemica della Russia. Ebbene: è risultata prima fra gli undici candidati, con il 41,9 per cento dei voti, quasi il doppio del secondo arrivato, che andrà al ballottaggio con lei. Ora qualcuno riesce a spiegare perché l’«attacco senza precedenti» alle elezioni avrebbe preso di mira soltanto il referendum pro Ue e non la contemporanea elezione del presidente pro Ue? Qualcuno sa dirmi perché questi terribili russi, criminali agguerriti e pieni di soldi, abbiano cercato con tanto sforzo di inquinare il voto referendario che ha solo valore simbolico e non abbiano invece inquinato il voto presidenziale che ha effetti reali? Non è dato sapere. Però fa ridere che l’intera stampa internazionale cerchi di spiegarci, in modo molto serio, che è andata proprio così.
Anche se avessero ragione loro, però, possiamo stare tranquilli: è evidente, nel caso, che questi terribili russi non sono così terribili perché si sono evidentemente rincoglioniti. E la dimostrazione si è avuta nelle ore successive quando si è visto che nonostante abbiano concentrato tutti i loro sforzi soltanto sul (pressoché inutile) referendum, muovendo milioni di euro, agenti segreti e Volkswagen Sharan, non sono riusciti nemmeno a far vincere il «no». Al che noi cominciamo a pensare che questi «attacchi senza precedenti» non siano poi così temibili. E che continuare a ripetere, come fa l’informazione mainstream, che i russi influenzano tutte le elezioni in giro per l’Europa, e che sostengono i sovranisti, i populisti, le destre, gli agricoltori, i no vax, i pacifisti e tutti quelli che si oppongono alle follie di Bruxelles, in realtà è solo un modo per cercare di nascondere la tragica realtà: questa Ue, così com’è oggi, è respingente. L’hanno capito (a metà) persino in Moldavia. Ma ovviamente questo io lo sto scrivendo sotto il pressing di Mosca. Infatti sono arrivato al computer su una Volkswagen Sharan.
Un Paese diviso tra Mosca e l’Ue. Incide la scelta degli espatriati
Moldavia, voto presidenziale e referendum consultivo. Pare siano questi gli ingredienti della nuova sfida Russia-Ue. Il Paese sembra vivere una profonda spaccatura: da un lato, la parte filo occidentale, guidata dalla presidente uscente Maia Sandu, che aspira a un secondo mandato; dall’altro quella dell’orbita russa, rappresentata dall’opposizione socialista.
Sandu, europeista convinta, ha ottenuto il 41,9% dei consensi al primo turno, comunque insufficiente per evitare il ballottaggio, mentre il suo rivale, il socialista Alexander Stoianoglo, fermo al 26%, è l’espressione delle forze che vorrebbero avvicinare nuovamente la Moldavia alla Russia.
Parallelamente si è tenuto il referendum costituzionale consultivo che chiedeva ai cittadini se volessero proseguire il cammino verso l’adesione all’Unione intrapreso nel giugno del 2022, quando il Paese, insieme all’Ucraina, aveva ottenuto lo status candidato per entrare a far parte dell’Ue. Alla fine, è stata la diaspora di cittadini moldovi residenti all’estero a ribaltare un risultato che sembrava destinato al «no». Con 50,3 per cento di voti favorevoli, la Moldova ha sterzato - si fa per dire - in direzione Bruxelles.
Ma nulla è deciso, questo perché il risultato del referendum, seppur positivo per il governo della Sandu, evidenzia una frattura interna. Da un lato vi è chi guarda con speranza all’Europa; d’altro canto non mancano gli scettici, alcuni forse ancora legati al passato sovietico. Questi ultimi temono che l’adesione all’Ue possa allontanarli dalla Russia, da sempre alleata storica e garante di sicurezza, soprattutto per i residenti della regione secessionista della Transnistria.
Né mancano le tensioni, acuite dalle accuse reciproche tra i due blocchi. La presidente Sandu ha denunciato apertamente presunti brogli e interferenze russe nel processo elettorale. «Gruppi criminali, che lavorano con forze straniere ostili ai nostri interessi nazionali, hanno attaccato il nostro Paese con decine di milioni di euro, bugie e propaganda, usando i mezzi più vergognosi per tenere i nostri cittadini e la nostra nazione intrappolati nell’incertezza e nell’instabilità», ha dichiarato. E ancora: «Abbiamo prove evidenti che mirassero a comprare 300.000 voti, una frode di portata senza precedenti», ha aggiunto.
«Sono accuse molto serie e devono essere mostrate le prove all’opinione pubblica», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che a sua volta ha denunciato incongruenze nell’aumento dei voti in Moldova durante i conteggi delle schede.
Non è la prima volta che Chisinau e Mosca si trovano ai ferri corti dopo la richiesta di adesione della Moldova all’Ue. Nelle ultime settimane, le autorità locali hanno accusato la Russia di condurre una «guerra ibrida», finanziando gruppi filorussi e diffondendo fake news nel tentativo di influenzare le elezioni.
Da questa parte, invece, a Ovest, mentre si fa il tifo per l’esito del referendum consultivo, non si perde tempo ad accusare la Russia di interferenza nel medesimo referendum: «Abbiamo seguito molto attentamente le votazioni in Moldova e abbiamo notato che si sono svolte sotto un’interferenza e un’intimidazione senza precedenti da parte della Russia e dei suoi delegati, con l’obiettivo di destabilizzare i processi democratici nel Paese», ha affermato il portavoce della Commissione europea Peter Stano.
Lo Stato resta comunque in bilico fino al ballottaggio, previsto per il 3 novembre prossimo.
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Finché sembrava che stesse vincendo il no all’Unione europea, era «allarme brogli». Col ribaltone è «trionfo della democrazia».Alle presidenziali vince la candidata filo occidentale, referendum deciso per pochi «sì».Lo speciale contiene due articoli Certo che questi russi sono proprio delle pippe. Manco riescono più a condizionare un referendum in Moldavia. Abbiamo passato un’intera notte a frignare contro le «interferenze di Vladimir Putin», il «pressing di Mosca», «l’attacco senza precedenti», le «forze straniere ostili che hanno investito decine di milioni di euro», i «gruppi criminali che cercano di ingannare le persone» e, ovviamente, la «democrazia in pericolo». Ore e ore a passare in rassegna tutti i movimenti sospetti, compreso un elettore (cito testualmente Repubblica) che «a Varnita si è persino rivolto, arrabbiato a un membro della commissione scambiandolo per un corruttore» (che avesse bevuto troppo?) e una «Volkswagen Sharan che ha accompagnato elettori al seggio per tutto il giorno» (chiaro comportamento antidemocratico: come si permette di portare elettori al seggio?). Un fiume di parole dette e scritte nel tentativo di giustificare la sconfitta del «no» al referendum per l’ingresso della Moldavia nell’Ue, che fino a domenica sera sembrava probabile. Tutta fatica sprecata: alle prime luci dell’alba si è scoperto che avevano vinto i «sì». E allora uno potrebbe pensare: non è che le interferenze illecite erano quelle dell’Europa? Non è che il pressing fuori luogo era quello di Bruxelles? Macché. Se anche fosse, non si può dire. Perché l’ordine di scuderia è chiaro: le elezioni sono democratiche solo se le vince la Ue. Altrimenti sono frodi. E interferenze russe. In fondo al referendum della Moldavia si è ripetuto quello che va in scena ormai in tutte le elezioni: o vincono loro o perde la democrazia. In Europa ormai si è affermato questo concetto già reso celebre da Bertolt Brecht: il comitato ha deciso, e poiché il popolo non è d’accordo, si cambi il popolo. In Moldavia, per fortuna, non è ancora necessario cambiare il popolo dal momento che il sì all’Europa ha vinto in extremis, disperdendo in un batter d’occhio l’«allarme frodi», l’«attacco senza precedenti» e persino «le forze straniere ostile che hanno investito decine di milioni di euro» oltre che «i gruppi criminali che cercano di ingannare le persone». Quell’elettore di Varnita che gridava contro un membro della commissione scambiandolo per un corruttore è tornato a essere quel che probabilmente era, e cioè un ubriaco al seggio. E alla fine si scoprirà che persino la Volskwagen Sharan che portava gli elettori alle urne era guidata da un boy scout servizievole e non da un pericoloso agente dei servizi segreti putiniani. Alla fine, se proprio dobbiamo essere sinceri, siamo quasi sollevati: ci dispiace per i poveri moldavi che fanno un passo avanti verso l’ingresso nell’Unione europea, poveretti, come se non avessero già abbastanza problemi per conto loro. Ma per lo meno nessuno ci sfracasserà gli zebedei nelle prossime settimane con le elezioni truccate, il voto inquinato e le interferenze russe sulla democrazia europea. Non avremmo retto. Anche se, confesso, a volte è divertente vederli all’opera, come in questo caso. In Moldavia, per dire, si votava nello stesso momento, oltre che per il referendum (puramente consultivo) sull’ingresso nell’Ue, anche per la rielezione del presidente. Alle presidenziali era ricandidata l’uscente Maia Sandu, filo Ue e nemica della Russia. Ebbene: è risultata prima fra gli undici candidati, con il 41,9 per cento dei voti, quasi il doppio del secondo arrivato, che andrà al ballottaggio con lei. Ora qualcuno riesce a spiegare perché l’«attacco senza precedenti» alle elezioni avrebbe preso di mira soltanto il referendum pro Ue e non la contemporanea elezione del presidente pro Ue? Qualcuno sa dirmi perché questi terribili russi, criminali agguerriti e pieni di soldi, abbiano cercato con tanto sforzo di inquinare il voto referendario che ha solo valore simbolico e non abbiano invece inquinato il voto presidenziale che ha effetti reali? Non è dato sapere. Però fa ridere che l’intera stampa internazionale cerchi di spiegarci, in modo molto serio, che è andata proprio così. Anche se avessero ragione loro, però, possiamo stare tranquilli: è evidente, nel caso, che questi terribili russi non sono così terribili perché si sono evidentemente rincoglioniti. E la dimostrazione si è avuta nelle ore successive quando si è visto che nonostante abbiano concentrato tutti i loro sforzi soltanto sul (pressoché inutile) referendum, muovendo milioni di euro, agenti segreti e Volkswagen Sharan, non sono riusciti nemmeno a far vincere il «no». Al che noi cominciamo a pensare che questi «attacchi senza precedenti» non siano poi così temibili. E che continuare a ripetere, come fa l’informazione mainstream, che i russi influenzano tutte le elezioni in giro per l’Europa, e che sostengono i sovranisti, i populisti, le destre, gli agricoltori, i no vax, i pacifisti e tutti quelli che si oppongono alle follie di Bruxelles, in realtà è solo un modo per cercare di nascondere la tragica realtà: questa Ue, così com’è oggi, è respingente. L’hanno capito (a metà) persino in Moldavia. Ma ovviamente questo io lo sto scrivendo sotto il pressing di Mosca. 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Sandu, europeista convinta, ha ottenuto il 41,9% dei consensi al primo turno, comunque insufficiente per evitare il ballottaggio, mentre il suo rivale, il socialista Alexander Stoianoglo, fermo al 26%, è l’espressione delle forze che vorrebbero avvicinare nuovamente la Moldavia alla Russia. Parallelamente si è tenuto il referendum costituzionale consultivo che chiedeva ai cittadini se volessero proseguire il cammino verso l’adesione all’Unione intrapreso nel giugno del 2022, quando il Paese, insieme all’Ucraina, aveva ottenuto lo status candidato per entrare a far parte dell’Ue. Alla fine, è stata la diaspora di cittadini moldovi residenti all’estero a ribaltare un risultato che sembrava destinato al «no». Con 50,3 per cento di voti favorevoli, la Moldova ha sterzato - si fa per dire - in direzione Bruxelles. Ma nulla è deciso, questo perché il risultato del referendum, seppur positivo per il governo della Sandu, evidenzia una frattura interna. Da un lato vi è chi guarda con speranza all’Europa; d’altro canto non mancano gli scettici, alcuni forse ancora legati al passato sovietico. Questi ultimi temono che l’adesione all’Ue possa allontanarli dalla Russia, da sempre alleata storica e garante di sicurezza, soprattutto per i residenti della regione secessionista della Transnistria. Né mancano le tensioni, acuite dalle accuse reciproche tra i due blocchi. La presidente Sandu ha denunciato apertamente presunti brogli e interferenze russe nel processo elettorale. «Gruppi criminali, che lavorano con forze straniere ostili ai nostri interessi nazionali, hanno attaccato il nostro Paese con decine di milioni di euro, bugie e propaganda, usando i mezzi più vergognosi per tenere i nostri cittadini e la nostra nazione intrappolati nell’incertezza e nell’instabilità», ha dichiarato. E ancora: «Abbiamo prove evidenti che mirassero a comprare 300.000 voti, una frode di portata senza precedenti», ha aggiunto. «Sono accuse molto serie e devono essere mostrate le prove all’opinione pubblica», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che a sua volta ha denunciato incongruenze nell’aumento dei voti in Moldova durante i conteggi delle schede. Non è la prima volta che Chisinau e Mosca si trovano ai ferri corti dopo la richiesta di adesione della Moldova all’Ue. Nelle ultime settimane, le autorità locali hanno accusato la Russia di condurre una «guerra ibrida», finanziando gruppi filorussi e diffondendo fake news nel tentativo di influenzare le elezioni. Da questa parte, invece, a Ovest, mentre si fa il tifo per l’esito del referendum consultivo, non si perde tempo ad accusare la Russia di interferenza nel medesimo referendum: «Abbiamo seguito molto attentamente le votazioni in Moldova e abbiamo notato che si sono svolte sotto un’interferenza e un’intimidazione senza precedenti da parte della Russia e dei suoi delegati, con l’obiettivo di destabilizzare i processi democratici nel Paese», ha affermato il portavoce della Commissione europea Peter Stano. Lo Stato resta comunque in bilico fino al ballottaggio, previsto per il 3 novembre prossimo.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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