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L’ex No Global e fondatore di Mediterranea spiega a media unificati gli insegnamenti del Pontefice.
L’ex No Global e fondatore di Mediterranea spiega a media unificati gli insegnamenti del Pontefice.
C’è chi pronuncia cùrcuma, chi curcùma, ma è più corretto curcùma. Curcuma rima con la nostra parola napoletana cuccuma, cioè la caffettiera in alluminio che, giunta l’acqua a bollore, si gira su sé stessa per ottenere il caffè per percolazione, ma mentre la cuccuma è qualcosa che più tradizionale non si può, la curcuma è stata un po’ adottata come spezia-bandiera dagli antitradizionalisti di casa nostra, i quali anziché preparare il risotto alla milanese con lo zafferano, come ricetta vuole, lo ingialliscono con... la curcuma, l’ingiallente alimentare indiano (sì è una spezia, ma ha anche potenzialità ed uso tintorio). Che a prescindere dall’uso simbolico di militanza un po’ anti italiana, la curcuma sia sempre stata percepita come simile allo zafferano lo testimonia anche uno dei nomi con cui è stata conosciuta nel tempo: zafferano delle Indie. Zafferano e curcuma, a dire il vero, hanno in comune solo il colore «giallo giallo giallo giallo in modo assurdo», direbbe lo Zoolander del film omonimo interpretato da Ben Stiller. I rizomi di curcuma vengono bolliti, seccati, polverizzati e con la polvere, tanto gialla quanto odorosa un po’ di pepe, un po’ piccante, un po’ di terra umida, proprio come il suo sapore, si procede a tingere oppure a insaporire. Si usa anche fresca, naturalmente. Oggi che siamo tutti o quasi molto acculturati sull’altro da noi alimentare, sia che lo amiamo sia che lo detestiamo, nessuno chiama più la curcuma zafferano delle Indie. Altro nome con cui la si può invece trovare nominata è turmerico, dall’italianizzazione del suo nome inglese, turmeric. Se volete sorprendere gli antitradizionalisti, chiamatela così: turmerico.
La curcuma non è una sola pianta. Curcuma, difatti, è un genere di piante, genere che appartiene alla famiglia delle Zingiberaceae e la specie longa è la più rinomata e diffusa tra quelle che possono essere «la curcuma». Curcuma longa, quindi, è la principale curcuma. Ma ce ne sono davvero tante, un elenco botanico decisamente lungo, dalla Curcuma aeruginosa alla Curcuma zedoaroides passando per un’infinità di altre. A sua volta, la curcuma è l’ingrediente principale dell’altra spezia che poi è anch’essa un gruppo di spezie, appunto, come la curcuma, ovvero il curry.
Diciamo il vero: nei nostri ricettari precisamente italiani la curcuma trova poco o zero alloggio. Si possono forse trovare ricette degli anni Ottanta, come il risotto o le pennette curry (quindi anche curcuma) e gamberetti, ma si tratta sempre di prelievi del condimento da ricettari orientali. La curcuma, infatti, è originaria dell’Asia e molto diffusa in India, Indonesia, Thailandia, e da lì anche in altre zone dell’Oriente, l’India ne è il maggior produttore mondiale. Troviamo poi, nei nostri supermercati, nel settore del cibo etnico, preparati come il golden milk, anche detto curcuma latte, un mix in polvere con il quale si realizza la bevanda ayurvedica omonima aggiungendo latte caldo a 1/2 o 1 cucchiaino del preparato di curcuma, zenzero, cannella e pepe nero. Il golden milk è considerato antinfiammatorio e antiossidante in particolar modo grazie al connubio tra curcuma e pepe, che amplifica le proprietà della curcumina, principio attivo della curcuma, tuttavia questi preparati che percepiamo come salutari non vanno presi con leggerezza e consumati a cucchiaiate mane, pomeriggio e sera. Possono essere insalubri (e questo vale per tutto ciò che ci viene detto faccia bene). Ora vedremo perché.
La curcumina è uno dei rimedi di fitoterapia più diffusi nel mondo. Si possono, infatti, trovare spesso pubblicizzati quasi come miracolosi gli integratori alimentari di curcumina. Per il tramite della tradizione medica ayurvedica, nel sud est asiatico la curcuma, per il suo contenuto di curcumina, è considerata un rimedio fitoterapico trasversale da far scendere in campo un po’ per tutto: dai disturbi biliari alla sinusite passando per i dolori mestruali, antisettico, analgesico, antinfiammatorio, antimalarico e repellente per insetti. Anche da quest’altra parte del mondo ormai la curcumina è stata adottata come rimedio fitoterapico ed è considerata innanzitutto antinfiammatoria, poi antidolorifica, in particolar modo nei confronti dei dolori da artrosi e, in generale, articolari. Poi, è considerata un tonico cerebrale e del sistema nervoso, un valido aiuto per la cicatrizzazione delle ferite e per la prevenzione delle infezioni batteriche. Ancora, la curcumina aiuterebbe la digestione. Ma non soltanto. 2 compresse al giorno da 250 mg avrebbero lo stesso effetto dell’omeprazolo, farmaco gastroprotettore inibitore di pompa protonica (IPP) che serve a curare il reflusso gastroesofageo, perché riduce drasticamente la produzione di acido nello stomaco, ma anche le ulcere gastriche, duodenali, associate a Helicobapter pylori o prodotte dall’assunzione di Fans, i farmaci antinfiammatori non steroidei.
La curcumina, poi, preverrebbe il diabete di tipo 2 cioè la patologia metabolica cronica che si verifica quando l’organismo non utilizza correttamente l’insulina a causa di uno stato cosiddetto di insulino-resistenza oppure non produce insulina a sufficienza, così registrando aumento dei livelli di glucosio nel sangue. Il diabete 2 si collega a sovrappeso, obesità, sedentarietà, alimentazione scorretta ed è una vera e propria piaga contemporanea tanto più diffusa quanto più mangiamo male (ultraprocessato, troppo, troppo dolce, troppi cereali raffinati, troppo grasso), un problema sempre più presente che riguarda, pensate, anche i bambini. Ancora, la curcumina è considerata un antiossidante perché limita l’azione dei radicali liberi, poi rinforza il sistema immunitario. Insomma, tra gli innumerevoli integratori alimentari che si possono trovare al banco della farmacia, ma anche on line, svetta sicuramente la curcumina. E qui bisogna fare una prima distinzione tra curcuma assunta come spezia da cucina e integratore: nelle pillole di integratori il quantitativo di curcumina è alto. L’integratore alimentare contiene dosi importanti e talvolta si tratta di integratori che hanno subito anche modifiche per migliorare la biodisponibilità, cioè la quantità con cui la sostanza raggiunge la circolazione sanguigna diventando così più disponibile per l’organismo. Per esempio, legarla col fitosoma, molecola in grado di aumentare la capacità di superare la barriera intestinale che rende la curcumina più facilmente assorbibile. Ci sono stati tanti studi sul rapporto tra curcumina e fitosoma, che hanno messo in evidenza anche altre caratteristiche curative del connubio. Per esempio, negli anziani l’assunzione di curcumina migliora la forza e l’energia, ciò che scongiura la perdita di massa muscolare (sarcopenia) e di massa ossea (osteopenia). In chi ha problemi di tipo oculistico, la curcumina pare aiutare a migliorare la vista, anche nel caso di problemi alla vista causati dal diabete. Ancora, la curcumina parrebbe aiutare anche chi soffre di psoriasi e, ancora, la curcumina sembrerebbe abbassare il colesterolo alto e quindi, indirettamente, diminuirebbe il rischio di problemi cardiocircolatori. Insomma, questa curcumina sembra una vera e propria manna dal cielo, ma c’è il rovescio della medaglia che si può manifestare in particolar modo in soggetti predisposti oppure assumendo la curcumina come integratore ad alto dosaggio magari amplificato da piperina o nanoparticelle. E non bisogna nemmeno dimenticare che acquistata on line, per esempio, di dubbia provenienza, può anche contenere coloranti non naturali e altre aggiunte chimiche che possono essere responsabili di effetti collaterali. Infine, bisogna ricordare che pure in forma di spezia, assunta a grandi dosi può far male, in particolare se si è predisposti o soggetti a rischio. Attenzione, quindi. Se da una parte si registrano effetti collaterali lievi, come disturbi gastrointestinali vari tra i quali nausea e diarrea, mal di testa, eruzione cutanea, dall’altra parte sono stati registrati casi di vera e propria intossicazione e conseguente danneggiamento del fegato, con effetti pesanti come epatite, aumento preoccupante delle transaminasi, ittero, urine concentrate e scure. L’epatotossicità possibile della curcumina è un fatto (ci sono stati vari casi) e sarebbe amplificata dall’alta biodisponibilità (inclusione con piperina o nanoparticelle) oppure da un dosaggio inferiore accompagnato però a un consumo costante in persone predisposte, ma in generale è sempre meglio guardare anche al mezzo cucchiaino di curcuma che si spolverizza su un riso bianco con occhi guardinghi. Questi effetti collaterali sul fegato, infatti, possono anche diventare molto gravi e un altro elemento probante della responsabilità della curcumina in certi casi di problematiche epatiche è che, se il danno al fegato non è irreversibile, queste spariscono una volta interrotta l’assunzione di curcumina. Anche per questa ragione, dal 2022 un decreto ha normato l’impiego di sostanze e preparati negli integratori alimentari inserendo una specifica avvertenza nell’etichettatura degli integratori contenenti ingredienti derivati da Curcuma longa e spp (tutte le sue specie, ndr). L’aggiunta recita: «AVVERTENZA IMPORTANTE In caso di alterazioni della funzione epatica, biliare o di calcolosi delle vie biliari, l’uso del prodotto è sconsigliato. Non usare in gravidanza e allattamento. Non utilizzare per periodi prolungati senza consultare il medico. Se si stanno assumendo farmaci, è opportuno sentire il parere del medico». Teniamolo a mente per tutelare il nostro fegato e prima di assumere integratori alimentari contenenti curcumina a scopo terapeutico chiediamo sempre ad uno specialista, a partire dal nostro medico di base. E, per precauzione, non esageriamo nemmeno con la curcuma come spezia, perché potremmo essere ipersensibili e non saperlo oppure, in caso di fegato già danneggiato, potremmo non reggere nemmeno l’uso frequente ed abbondante della spezia, aggravando le condizioni del nostro amico organo.
Negli ultimi quasi trent’anni Telelombardia non è stata soltanto una televisione locale, ma un fenomeno popolare capace di raccontare il calcio come nessun altro: diretto, passionale, rumoroso, imperfetto e per questo autentico. Un calcio senza pay tv, senza filtri, fatto di tifosi, personaggi riconoscibili, discussioni accese e linguaggi che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca. Tutto ciò sotto la guida del direttore Fabio Ravezzani, che a fine anno lascerà l’emittente. Dai siparietti di Qui Studio a Voi Stadio alle «moviola umane», dai telecronisti dichiaratamente tifosi alle discussioni colorite che hanno segnato intere generazioni di appassionati, Telelombardia continuerà a raccontare il calcio con la stessa energia. Come tiene a precisare lo stesso Ravezzani: «Qsvs era una trasmissione leader prima di me e lo sarà anche dopo di me».
Direttore, la decisione di lasciare Telelombardia arriva dopo quasi trent’anni. Come è maturata?
«È maturata perché insieme all’azionista di maggioranza, Sandro Parenzo, a cui sono molto legato, è entrato in società con un altro editore, Filippo Jannacopulos, che avrà una partecipazione importante e la prospettiva di incidere sempre di più sulle scelte strategiche. Avendo visto che il nuovo socio aveva idee sue, ho pensato che fosse inutile restare se c’era la volontà di cambiare delle cose».
Una scelta anche di stile, quindi.
«Sì. Ho sempre pensato che sia meglio farsi da parte prima che qualcuno ti dica di farlo, o prima di ritrovarti in una situazione di disarmonia. Così mi son detto: occupiamoci solo dello sport fino alla fine dell’anno e poi vado via con la mia testa, serenamente. Credo sia la scelta più elegante».
Telelombardia è stata spesso identificata con le persone che la fanno. Questo modello può continuare anche senza di lei?
«Telelombardia non è nata con me: ha più di cinquant’anni di storia. L’impronta è talmente profonda che non è che se esce una scarpa e ne entra un’altra cambia di molto. Io ho avuto il merito di calcificarla e rafforzarla. Quando sono arrivato era in concorrenza con altre emittenti regionali, oggi è leader assoluta come grande tv regionale, soprattutto sullo sport ma anche sull’informazione. Questo ruolo, secondo me, può continuare».
Quanto ha contato la scelta di puntare sul calcio popolare?
«È stata una scelta strategica. Una tv regionale che fa solo informazione sulla cronaca rischia di perdere importanza, perché oggi l’informazione arriva prima dal web e dai social. Quindi ho pensato che ci fosse un grande argomento che facesse da grande collante regionale: il calcio. Perché Inter, Milan e Juve sono fortemente presenti in tutta la Lombardia. Ho scelto di fare una tv che durante il giorno fosse informazione, cronaca e politica, ma che la sera diventasse la grande tv del talk show sportivo. Ha funzionato perché unisce ugualmente Milano a Sondrio, Bergamo, Varese, Como, eccetera».
Avete cambiato anche il modo di raccontare il calcio.
«Quando arrivai si parlava moltissimo di tecnica. Era una palla colossale. Ho spostato il focus sulla polemica, sull’antagonismo, sulla notizia. Raccontare il calcio in modo professionale ma anche emotivo e divertente».
Questo ha permesso a tantissimi tifosi che non potevano accedere alle pay tv di seguire il calcio forse con ancora più passione di quanto si faccia in televisione?
«Diciamo che un po’ di spettacolo lo garantiamo sempre. Ho cercato di coniugare vari piani: professionalità, emozione e intrattenimento. Un taglio che poi è stato ripreso anche da altri e che ha funzionato perché dà emozioni e racconta il calcio in modo serio ma anche divertente. E questo è stato anche propedeutico per la diffusione del prodotto calcio e se ne sta accorgendo Lega Calcio negli ultimi anni che negli ultimi anni ci ha in qualche modo avversati».
Come mai?
«Per anni siamo stati visti come un problema dalla Lega, perché pensavano togliessimo pubblico alle pay tv che davano i soldi veri. In realtà, raccontando il calcio a chi non poteva o non voleva abbonarsi, abbiamo alimentato il fenomeno. Io dico sempre che siamo il “coming soon” del calcio: racconti qualcosa di emozionante e fai venire voglia di vedere la partita».
Un racconto più vicino allo stadio che allo studio televisivo.
«Esatto, perché noi abbiamo un racconto della partita che è quello che più si avvicina alle emozioni che il tifoso vive durante la partita. C’è chi vuole il post partita misurato degli ex calciatori molto misurati e che non polemizzano mai. E c’è chi vuole sentirsi dire che l’allenatore ha sbagliato tutto o che un attaccante è un brocco. Noi abbiamo scelto quel linguaggio lì, che rispecchia molto l’emozione dello stadio. Non a caso si chiama Qui Studio a Voi Stadio».
Caratteristica fondamentale, la presenza in studio di personaggi tifosi «macchietta» e le loro discussioni animate. Quei momenti sono del tutto spontanei?
«Ah sì sì, io non preparo mai niente. Metto insieme la miscela giusta che secondo me deve essere composta da uno o due grandi giornalisti, un vero esperto, un ex allenatore o calciatore brillante e persone di spessore culturale che però tifano davvero. Avvocati, manager, imprenditori, primari accanto al tifoso più popolare. La mia stella polare è sempre stata il rispetto: va bene prendersi in giro, va bene la polemica, ma non si trascende. In 27 anni non ho mai voluto vedere la rissa. Quando si trascende io intervengo e blocco. E questo ci è stato anche riconosciuto con una menzione speciale all’Ambrogino d’oro del 2009. Un riconoscimento che, credo, abbia premiato anche un valore culturale: si può rappresentare il tifo in modo acceso e divertente, senza perdere il rispetto reciproco».
Tra i personaggi iconici, impossibile non citare Crudeli e il compianto Elio Corno.
«Erano l’archetipo perfetto: due diversissimi, uno più acido e provocatore, l’altro più di pancia e popolano. Rappresentavano due anime della tifoseria, ma con un grande rispetto e una vera amicizia che si vedeva anche in tv. Quando è venuto a mancare Elio, il dolore è stato autentico. Erano maschere, sì, ma anche persone che hanno fatto parte della cultura sportiva lombarda e non solo, perché adesso Qsvs si vede in mezza Italia. Ma abbiamo avuto tanti personaggi».
Come Mimmo Pesce. Con il suo folklore avete fatto centro.
«Un fuoriclasse. L’ho notato per caso su 7Gold e ho capito subito che era fortissimo. Oggi è il personaggio più caratterizzante di tutta la banda. Come altri miei collaboratori ha la cilindrata da grande tv nazionale. Per varie ragioni ce li godiamo noi con soddisfazione».
Telelombardia è stata anche una grande palestra di giornalisti.
«Assolutamente. Gli ospiti hanno fatto la loro parte, ma la redazione è stata fondamentale. Sedici, diciotto giornalisti di grande professionalità, che non hanno nulla da invidiare alle grandi tv nazionali. Penso a Rossi, Momblano, Ruiu, Musmarra, Longoni: ragazzi entrati a vent’anni che oggi sono padri di famiglia. Io sono invecchiato, loro sono cresciuti».
Quanto hanno inciso i social nel vostro successo recente?
«Sono una grande cassa di risonanza, ma hanno anche frammentato il pubblico. Oggi i giovani non guardano più tre ore di trasmissione: vogliono gli highlights. Puoi fare milioni di visualizzazioni con un minuto su TikTok, ma è un mondo diverso».
È cambiato il pubblico?
«È cambiata la fruizione, nessuno oggi tra le tv nazionali o territoriali può pensare di fare meglio di 20 anni fa come ascolti. Ma se hai saputo adeguarti ed evolvere alla fine hai una presenza sul web che prima non avevi e la somma tra digitale terrestre e web ti permette di essere ancora leader e rivolgerti a un pubblico anche più vasto. Il nostro canale Youtube ha 220.000 iscritti che non sono pochi».
Negli anni avete trasmesso anche eventi in esclusiva.
«Il mio più grande successo televisivo nazionale risale al 28 agosto del 2002, quando per una serie di circostanze del tutto casuali e fortunate ero riuscito ad avere l’esclusiva della partita Inter-Sporting Lisbona, preliminare di Champions league: 5,8 milioni di spettatori e 36% di share nazionale. Più di Rai 1, Rai 2, Rai 3, Canale 5 eccetera».
Come ci riusciste?
«Misi insieme con fatica inenarrabile alcune delle principali televisioni di tutta Italia perché il presidente Moratti aveva detto “va bene vi do l’esclusiva, ma voglio che tutti gli interisti in Italia possano vedere la partita”. Le cosiddette “altre” batterono in prime time le tv nazionali. Un caso unico e irripetibile nella storia della televisione. Oggi numeri così non li fa più nessuno. Questo dà la misura di come il digitale e il web hanno appiattito la curva degli ascolti».
Avete trasmesso anche altri eventi in esclusiva.
«Sì, come la Supercoppa spagnola. Quando abbiamo mandato eventi, lo abbiamo sempre fatto in modo professionale, ma il nostro mestiere resta raccontare il calcio. Bisogna anche saper dire di no: è fondamentale».
Come è nato il tormentone: «Due minuti linea alla regia grazie a tra poco»?
«È nato per caso. Quando arrivai a Milano nessuno mi conosceva e volevo creare un segno distintivo. So parlare veloce e mi sono inventato questa cosa. Non pensavo diventasse così popolare. Così come la lavagna. Oggi sono “quello che sposta le pedine lavagna”. È il mio destino ma lo accetto volentieri».
E ora che farà Fabio Ravezzani?
«Ho una casetta in Galizia dove mi rifugio volentieri. Tirerò una riga verso luglio. Se ci sarà qualcosa che vale la pena fare, lo farò. Altrimenti c’è anche un momento per farsi da parte. Meglio andarsene un po’ rimpianti che mal sopportati. Non voglio cadere nel biscardismo. Ho sempre voluto molto bene ad Aldo Biscardi e lui ne ha voluto a me e io gli sarò sempre grato, ma io non vedo un 39° anno con Fabio Ravezzani in conduzione. Aldo è morto “davanti a una telecamera”, ha voluto andare avanti a oltranza. Io non ci riuscirei».
Per chi suona la campana. È il verso di una poesia di John Donne, reso celeberrimo da Ernest Hemingway che l’ha scelto come titolo di un suo romanzo. È diventato anche una maniera di dire, non molto diffusa, è una citazione colta, rara. Nella poesia, quella che suona è una campana a morto. Non domandare per chi suona, suona anche per te, perché nessun uomo è un’isola, e la morte di qualcuno ci diminuisce tutti.
Una campana suona a Sanremo. L’ha voluta un vescovo, un vero vescovo. Tutte le sere i suoi rintocchi ricordano i milioni di bambini distrutti nel ventre delle loro madri per volontà stessa di quelle madri che avrebbero dovuto difenderli. «Madre» forse è un termine un po’ ampolloso, forse sarebbe meglio limitarci a «proprietarie dell’utero». È invece no. Loro sono madri, madri che, ubriache di una propaganda idiota, hanno preferito diventare la madre di un bambino morto.
L’aborto è il sacramento degli orchi. Lo dichiarano diritto, lo vogliono fino al nono mese. Vogliono cacciare dagli ospedali i medici, quelli veri, quelli che si rifiutano di assassinare un bimbetto. Negli autogrill dell’autostrada poster raccomandano di non abbandonare i cani. Spiegano che le motivazioni per cui si abbandonano i cani, «non posso permettermelo», «non ho tempo per lui», sono, se non pretestuose, risolvibili. Un cane abbandonato resta comunque vivo. Coloro che distribuiscono volantini per salvare la vita del piccolo naufrago che sua madre può far smembrare da vivo e senza anestesia, a spese dello Stato, sono aggrediti e minacciati. I loro volantini, pagati di tasca loro, come quelli di Giorgio Celsi di «Ora et labora», sono buttati a terra e strappati. Qualche volta è dovuta intervenire la forza pubblica per salvare Gianluca Martone, giornalista e attivista per la vita in Campania. Una persona che abbandona un cane, che comunque resta vivo, in una pubblicità progresso di qualche anno fa era definita un bastardo. Le campagne a favore della vita di Pro vita & famiglia sono vietate da sindaci, che fanno togliere i loro cartelloni perché potrebbero ferire l’anima della donna che ha abortito o potrebbero fermarne una che sta per abortire. Le sedi di Pro vita & famiglia sono vandalizzate. A Torino persino la «stanza dell’ascolto» e i piccoli aiuti alla maternità voluti dall’assessore Marrone, sono stati attaccati come un crimine di leso aborto. Negli Stati Uniti di Biden pregare davanti alle cliniche abortiste portava in galera. Nel Regno Unito chi prega davanti alle cliniche abortiste è arrestato.
Chi prega davanti alle cliniche dove si fanno aborti diminuisce il numero dei bimbetti assassinati del 70/80%, per questo è così importante che suoni la campana. L’aborto è una scelta talmente violentemente antifisiologica che è sufficiente che qualcuno preghi per fermarla la maggioranza delle volte. L’aborto è un’operazione talmente violentemente antifisiologica, che è necessario che tutta la società sia complice dell’uccisione del piccolo fornendo ospedali, esami del sangue, medici che siano disposti a uccidere il piccolo. Per questo è così importante che quella campana suoni. Tutta la società è sporcata dall’aver violato la legge di Dio, non uccidere. L’umanità esiste perché le donne, catastrofe dopo catastrofe, nell’abbondanza e nella miseria, nella pace e nella guerra, hanno portato nel ventre i loro bambini. Mentre ancora gli uomini imparavano a contare gli anni, c’era un corpo che accoglie, che nutre, che non distrugge ma permette alla vita di esistere, custodendola nel silenzio del proprio ventre, che è attesa e promessa. La maternità è una lunga raccolta di gesti, ripetuti milioni di volte, in caverne oscure e tende battute dal vento, sotto cieli che non avevano nome. Una donna si piegava su sé stessa per proteggere ciò che cresceva dentro di lei: questo è stato il primo tempio: non fatto di pietra, ma di carne viva. Il ventre della madre è stato il primo altare, il suo sangue versato nel parto è stato il primo sacrificio. La maternità è l’epopea che racchiude tutte le altre. Una donna incinta è una fortezza che sfida il vento e il ghiaccio, il freddo e la paura, un guerriero che non porta armi, ma porta il futuro, in guerra contro quello che può spezzare quella vita fragile e magnifica. La maternità non conquista territori: li rende abitabili. Portare una vita significa imparare l’arte dell’attesa, in cui si veglia su qualcosa che non può ancora difendersi. È l’attesa di quelli che come sentinelle aspettano l’aurora, che come guardiani sanno a che punto è la notte, perché è nel loro cuore la certezza che la notte è destinata a finire e l’alba sta per mettere in fuga l’oscurità. La maternità è dolcezza e paura, paura di non farcela, paura del mondo che non fa sconti.
Le donne che abortiscono spesso sono sole. Per millenni il sesso è stato blindato, ci si poteva accedere solo attraverso il matrimonio, termine costruito sulla parola madre, perché serviva a garantire che mai la donna che portava la vita dovesse trovarsi ad affrontare il mondo da sola. Ora tutte le leggi e le convenzioni sociali sono saltate, ritenute retaggi inutili e bigotti, e le donne spezzate dalla solitudine uccidono i loro bambini con la solerte collaborazione dello Stato. La maternità crea i corpi e plasma le coscienze. L’aborto distrugge i corpi e annienta le coscienze. Il parto è un atto di coraggio primordiale, una resa e una vittoria insieme. È una battaglia che non prevede la sconfitta dell’altro. Ogni nascita insegna questa legge: ciò che non si apre, muore. La madre vince quando il figlio esiste. La madre che ha ucciso il suo bambino, ha ucciso una parte di sé stessa, ha ucciso una parte di tutti noi. È per noi che la campana suona. La campana deve suonare per fermare la donna che vuole uccidere il suo bimbo. O per consolarla se la perdita è già successa. La maternità non finisce con la nascita. Anzi, è lì che comincia la parte più lunga dell’epopea. Comincia con notti senza sonno, con il corpo che non appartiene più solo a sé stesso, con il tempo che si frammenta in richieste continue. La madre diventa interprete di pianti, indovina di bisogni. Impara a distinguere la fame dal dolore, il dolore dalla paura. Diventa una studiosa del dettaglio minimo. Il mondo moderno chiama tutto questo «fatica insopportabile», «perdita di libertà».
E poi ci sono loro, le mamme che hanno perso i loro bambini contro la propria volontà, che sono ferite dai latrati di tutte le donnette che con orgoglio urlano il loro aborto. Gli aborti sono ripugnanti. Il corpicino smembrato è una delle visione più nauseanti che un medico possa avere sotto gli occhi. Infatti non si può mostrare questo schifo, altrimenti si urta la sensibilità delle donne che hanno fatto uccidere i loro bambini e che dichiarano la fierezza delle loro azioni. La campana suona perché la vostra libertà di fare ammazzare i vostri bambini non sia più finanziata da denaro pubblico, eseguita in ospedali pubblici. Ci sono madri che perdono i figli. Donne che custodiscono il dolore di non poterne avere. Anche a loro è imposta la sofferenza di finanziare i vostri aborti. Le madri che hanno perso il loro bimbo sono a tutti gli effetti madri, colpite da una conoscenza che nessun libro insegna: la consapevolezza che la vita è fragile, e proprio per questo sacra. In nome del loro dolore, non vogliamo più finanziare la mattanza. Una civiltà che a spese dello Stato uccide i bimbi nel ventre delle madri è una civiltà crudele che merita di essere cancellata dalla faccia della terra. La campana suona per tutti noi. Noi credenti sappiamo che l’anima viene data alla nuova vita quando è concepita, l’angelo custode è dato alla sua nascita. Fino a che è nel ventre della madre, il bambino ha in comune con lei l’angelo custode. Schiere di angeli custodi sanguinanti, mutilati, amputati, feriti ascoltano la campana di Sanremo, unica voce che piange sull’orrore, voce potente che riuscirà a fermarlo.
Ecco #DimmiLaVerità del 19 gennaio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini commentiamo gli ultimi sviluppi di politica internazionale tra Groenlandia e Gaza.

