L’Europarlamento «indaga» Ursula. Nemmeno i Popolari la difendono più
Ursula von der Leyen (Ansa)
Commissione citata in giudizio per aver sbloccato 10,2 miliardi in favore di Orbán.

Se il tuo partito ti vota clamorosamente contro, dopo averti ricandidato alla guida della Commissione, forse c’è un problema politico, e non da poco. È quello che è successo a Ursula von der Leyen lunedì a Bruxelles, quando la commissione Affari legali dell’Europarlamento ha citato in giudizio l’esecutivo dell’Ue per aver – a suo avviso indebitamente – sbloccato 10,2 miliardi di euro di fondi destinati all’Ungheria di Viktor Orbán, alla vigilia di un importante voto sull’adesione dell’Ucraina all’Ue e su ulteriori aiuti a Kiev per il conflitto con la Russia. Per la commissione Affari legali, infatti, la decisione della Von der Leyen andrebbe contro il principio in base al quale i soldi dei contribuenti europei non debbano essere utilizzati in modo improprio. Secondo la tesi della commissione europarlamentare, infatti, lo sblocco di quei soldi non è stato legittimo, poiché questi erano vincolati alla soddisfazione, da parte del governo ungherese, di una serie di condizioni relative al rispetto dello stato di diritto.

Per i deputati che hanno dato il via libera all’indagine sulla presidente della Commissione Ue, quest’ultima avrebbe utilizzato lo sblocco dei fondi come leva per convincere Orbán ad ammorbidire le proprie posizioni critiche sull’allargamento della Nato all’Ucraina e sugli aiuti militari, non ponendo il veto come aveva minacciato. Dopo circa tre mesi, secondo quanto riportato dal sito Politico, l’Europarlamento è tornato sulla questione e ha fatto riunire a porte chiuse la commissione Affari legali, che poi ha censurato la Von der Leyen praticamente all’unanimità. E al di là del merito della questione (di per sé lungamente opinabile, visto che per molti l’iniziale blocco dei fondi era apparso un ricatto dell’Ue a Orbán e non viceversa), il dato politicamente rilevante è che tra gli eurodeputati che hanno dato l’ok alla citazione in giudizio della presidente della Commissione ci sono i suoi compagni di partito del Ppe. Se si considera che solo una settimana fa, a Bucarest, il congresso del Partito popolare ha ufficialmente ricandidato la politica tedesca alla guida del governo dell’Unione europea, è facile intuire che in realtà ci sia qualcosa che non torna.

Basta però osservare meglio il contesto in cui questa ricandidatura è maturata, per comprendere che non è tutto oro quel che luccica. Il voto sul bis della Von der Leyen, infatti, ha evidenziato perplessità e disaccordi tali in seno ai delegati dei vari Paesi, da farne una sorta di «anatra zoppa»: nella Capitale romena su 801 delegati al congresso di Bucarest, di cui 737 aventi diritto al voto, i voti favorevoli alla ricandidatura sono stati solo 400. Inoltre, ci sono stati ben 89 voti contrari, il che in un’assise convocata per dare un segnale di continuità non rappresenta il viatico migliore sulla strada di Bruxelles. La fronda nei confronti di Ursula, infatti, è andata ben oltre la contrarietà dichiarata a viso aperto dai delegati francesi, e ha fatto sì che già nei giorni successivi al congresso di Bucarest si siano accumulate delle voci su una possibile sostituzione in corsa, anche perché molti non le hanno perdonato un eccesso di realpolitik per restare sulla sua prestigiosa poltrona.

Tra i nomi che circolano già, quello più autorevole è il nostro ex premier ed ex numero uno della Bce, Mario Draghi, già incaricato di redigere per conto della commissione un rapporto sulla competitività del continente europeo. Come outsider, si fanno anche i nomi del premier greco, Kyriakos Mitsotakis, e della presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, che potrebbe avere messo la firma assieme al leader del Ppe, Manfred Weber, sul voto ostile a Ursula di lunedì.

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