
«L’Italia è l’unica democrazia al mondo a usare l’esercito contro i piccoli delinquenti». Così ha scritto l’altro ieri Repubblica, commentando la decisione di Giorgia Meloni di mobilitare i militari per rendere le nostre città più sicure. Sarà la nostalgia per l’allarme golpe, che riempiva le tasche dell’Espresso, come ha fatto notare ieri Maurizio Belpietro sulla Verità. O sarà anche quell’idiosincrasia ancestrale ed epidermica che la sinistra nutre per le forze armate, espressa di recente da Michela Murgia che tremava di fronte alla divisa del generale Francesco Figliuolo. Sia come sia, per il direttore della Stampa, Massimo Giannini, è tutto chiaro ed evidente: «L’Italia sta diventando un gigantesco campo di concentramento».
Ci dispiace per i colleghi dei quotidiani della scuderia Agnelli, ma no: l’Italia non è affatto l’unica nazione democratica che ricorre all’esercito per combattere la microcriminalità. A breve, per dire, potrebbe farlo anche la Svezia. Quella stessa Svezia che, per decenni, la sinistra ha idolatrato come modello virtuoso di buona politica. Tra le caratteristiche del cosiddetto «modello svedese» - oltre a Stato sociale avanzato, rispetto dell’ambiente e parità di genere - figura anche l’integrazione degli immigrati. Peccato solo che questo modello multietnico abbia completamente fallito.
Andiamo ai fatti. La Svezia ha una popolazione complessiva di circa 10 milioni di abitanti, di cui oltre il 20% è di origine straniera. Una percentuale davvero alta. Le raffigurazioni oleografiche di una sorta di Arcadia scandinava, tuttavia, si scontrano subito con le cronache quotidiane, che ci raccontano invece di «no go zone» (come il quartiere Rinkeby di Stoccolma), società parallele, ghetti etnici, micro e macrocriminalità diffusa. Nei mesi recenti, i disordini provocati dagli immigrati sono stati innumerevoli: il caso più eclatante è avvenuto a marzo, quando un immigrato iraniano pluripregiudicato sgozzò a Göteborg una bambina di nove anni.
Ma anche negli ultimi giorni il bollettino delle violenze è bello nutrito: si sono registrate esplosioni lunedì a Hasselby (sobborgo di Stoccolma), martedì a Linköping, mercoledì a Fullerö, dove ha perso la vita una donna di 25 anni, e giovedì a Storvreta, alla periferia di Uppsala. Mercoledì e giovedì, inoltre, sono state ammazzate anche tre persone, nel giro di 12 ore, per regolamenti di conti delle baby gang immigrate.
Insomma, come ha dichiarato il primo ministro Ulf Kristersson, la Svezia «non ha mai visto prima qualcosa di simile». Per questo motivo, il governo di Stoccolma dovrebbe presto utilizzare l’esercito, che è uno dei più avanzati al mondo. Da parte sua Anders Thornberg, capo della polizia svedese, ha precisato che la collaborazione con i militari potrebbe includere un supporto nella sorveglianza e nella logistica. Kristersson peraltro, annunciando in tv la possibile mobilitazione delle forze armate nella lotta alle bande immigrate, ci ha tenuto a specificare perché si è arrivati a questo punto, e cioè a causa di «una politica sull’immigrazione irresponsabile», portata avanti dai socialdemocratici, «che ha fallito nei processi di integrazione».
Non è un caso che la larga coalizione di centrodestra ora al governo, che conta pure sull’appoggio esterno dei sovranisti (i Democratici svedesi), l’anno scorso abbia vinto le elezioni anche e soprattutto sul tema della sicurezza. Eppure, a onor del vero, gli stessi socialdemocratici avevano capito che il modello multiculturale svedese aveva ormai il fiato corto. Tanto che, nel 2021, l’esecutivo di Magdalena Andersson varò una riforma dell’immigrazione piuttosto stringente. In un’occasione, inoltre, fu persino costretta ad ammettere che «la Svezia non è stata in grado di integrare gli immigrati arrivati negli ultimi due decenni, il che ha portato allo sviluppo di società parallele e violenze di gruppo». Lacrime di coccodrillo.
Ma non c’è solo questo. Oltre al dietrofront sulle politiche migratorie (compiuto anche dalla socialdemocratica Danimarca), la Svezia ha dato diversi altri dispiaceri alla sinistra di casa nostra. A partire dal Covid: il governo di Stoccolma, infatti, non ha mai dato luce verde ai lockdown, mentre da noi si imponevano confinamenti, coprifuoco e zone rosse. Risultato? Contagi alti, sì, ma tasso di mortalità tra i più bassi d’Europa. Inoltre, quando Mario Draghi voleva vaccinare tutti, in Svezia si decise di esentare dalle dosi i bimbi dai 5 agli 11 anni di età: «Allo stato attuale delle conoscenze in nostro possesso, con un basso rischio di malattie gravi per i bambini, non vediamo alcun chiaro beneficio nel vaccinarli», aveva dichiarato nel gennaio del 2022 Britta Björkholm, funzionario dell’Agenzia della Salute svedese.
Non è finita: persino il totem dell’ambientalismo scandivano pare essersi incrinato. Nel 1980, infatti, un referendum aveva stabilito che, su suolo svedese, potessero rimanere in funzione al massimo 10 reattori nucleari. Lo scorso gennaio invece, vista la crisi energetica globale, Kristersson ha annunciato «la realizzazione di nuovi impianti nucleari». Di recente, peraltro, il governo ha disposto un corposo taglio alle politiche green, nonché agevolazioni fiscali su benzina e diesel, rallentando così la transizione ecologica. I motivi? I soldi servono per puntellare lo Stato sociale e per potenziare l’esercito (che sta per entrare nella Nato) e la polizia, che deve appunto vedersela con le agguerrite baby gang immigrate.
Tutto sommato, questo «modello svedese» non è poi così male.












