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2022-04-15
I virologi si buttano sull’editoria per provare a riscrivere la storia
Matteo Bassetti (Imagoeconomica)
Un’ «opera» che mette nero su bianco, senza timidezze, le contraddizioni&distrazioni della scienza, emerse con prepotenza nei due anni pandemici. Chi ingenuamente sperava che la pagina scritta potesse offrire al Direttore del San Martino l’occasione di rimettere al posto giusto alcune evidenze scientifiche e sanitarie, sfuggite o bistrattate nell’immediatezza emotiva del dibattito televisivo, si è dovuto arrendere: Bassetti rilancia alla grande, e consegna definitivamente alla storia pillole di scienza da Manuale del Giovane Infettivologo, come quella che recita che «chi non si vaccina, e non fa vaccinare i propri figli, se minorenni, mette se stesso e loro in grave pericolo». Una versione romantica dell’altrettanto rasserenante «se non ti vaccini, muori» comunicato da Mario Draghi per convincere i cittadini a recarsi gentilmente all’hub. «Persuadere anziché obbligare» era stato l’auspicio dell’Oms alla conferenza stampa del 7 dicembre 2020, presentando i primi vaccini antiCovid sbarcati negli Stati Uniti. Bassetti applica alla lettera la raccomandazione, e viene presentato in seconda di copertina «presenza rassicurante e competente» perché… «ci porta dentro la prossima emergenza sanitaria», sic, che per Bassetti potrebbe essere il fungo killer Candida Auris. Un’occasione mancata ribadita quando il primario genovese scrive: «Spero si vaccineranno i bambini dai 5 agli 11 anni, in modo da rallentare i contagi dei quali sono moltiplicatori, evitando che l’infezione dilaghi nelle scuole, proteggendo i loro nonni e i loro zii». Un concentrato di luoghi comuni (i vaccinati non si contagiano; i bambini infettano; le scuole sono luogo di contagio) smentiti dall’evidenza scientifica ed empirica mondiale, e di pesanti postulati etici (i bambini possono proteggere gli adulti vaccinandosi) inediti nel mondo scientifico perché oggettivamente discutibili.
Dopo una prima parte didascalica ma scorrevole dedicata a microbi, batteri e antibiotici, il libro entra nel cuore del racconto con il capitolo «La lunga marcia dei vaccini»: è grande la delusione del «supereroe vaccino», in cui Bassetti sembra identificarsi, di fronte al voltafaccia di una percentuale di cittadini che non ha voluto «prestare il braccio» alla «puntura impercettibile ma sicura e risolutiva», preferendo «approdare nel campo minato dell’ideologia, della dietrologia e della disinformazione». Non si riferiva certo alla sua giovane conterranea Camilla Canepa, che alla «disinformazione» non aveva ceduto, andando a vaccinarsi il 25 maggio 2021 e morendo sedici giorni dopo per cause definite dalla procura «correlabili alla vaccinazione»: la ragazza è citata incidentalmente perché il suo decesso scatena l’identificazione di Bassetti in «capro espiatorio» (cit.). Il dramma umano del prof è qui, concentrato nell’autoreferenziale capitolo «A Capitan Vaccino hanno dato la scorta» (il supereroe è lui, insomma) dedicato alle minacce ricevute dall’infettivologo, e ricordate in gran parte del libro: «Il mondo mi ha preso a bersaglio».
Non una parola, invece, sul problema giuridico che ha infiammato piazze reali e televisive da ottobre 2021 in poi, quello dei diritti negati a lavoratori e minori. Di tutti i Dpcm e DL emanati dalle istituzioni, Bassetti si indigna - definendolo «liberticida» - soltanto di fronte a un ordine del giorno che voleva condizionare le uscite mediatiche dei professionisti sanitari come lui all’autorizzazione della propria struttura. L’odg dura l’éspace d’un matin, e la sovraesposizione mediatica dell’infettivologo in TV sconfina perfino nell’emergenza guerra. Una cosa va, però, riconosciuta al professor Bassetti: ciò che in tv è esattamente ciò che scrive.
Non si può dire la stessa cosa, invece, del professor Giuseppe Remuzzi, che dando alle stampe il libro Le impronte del signor Neanderthal, promette nell’introduzione di «parlare di Covid e vaccini»: si va a leggere, pieni di curiosità, il capitolo «Il vaccino socialista» e si scopre con delusione che l’autore, apprezzato per posizioni abbastanza liberali e una cifra mediatica discreta, accoglie con entusiasmo alcuni solidi mantra dell’intellighenzia internazionale. Si va dall’applauso all’appello di grandi personalità mondiali affinché i leader globali definiscano ufficialmente i vaccini per Covid-19 bene comune universale (“una svolta nella direzione giusta”, chiosa Remuzzi), all’allarme clima (“i cambiamenti climatici uccideranno più del Covid”: affermazione banale se si considera che la mortalità mondiale da Covid è dello 0,077%, meno se si riconosce alla malattia un effetto devastante). Consola che il direttore dell’Istituto Mario Negri ammetta il rischio che «vivere e morire potrebbe dipendere dalla classe sociale a cui appartieni, e le app dei contagi (=leggi green pass) si trasformino in una forma di controllo digitale della nostra vita», perché è esattamente ciò che sta avvenendo.
Il libro di Remuzzi è un interessantissimo percorso che si snoda intorno al nostro Dna, permettendo al lettore di scoprire se «suoneremo tutti come Mozart» attraverso una dotta sublimazione accademica della manipolazione genetica, definita con eleganza gene editing. Sarebbe stata benedetta anche dal Vaticano, nel corso di un convegno dedicato a cellule staminali e terapie geniche organizzato dal Cardinal Ravasi. Più che dalla manipolazione del nostro codice genetico, la maggiore preoccupazione delle alte sfere cattoliche - rivela (e pare condividere) Remuzzi - è che il primo obiettivo non sia il profitto ma la cura dei malati: il minimo sindacale è assicurato.
Neanche una riga, purtroppo, su quelle Cure Precoci pur trattate da Remuzzi nel corso della pandemia, attraverso una proposta di protocollo (da lui elaborata a ottobre del 2020 e mai troppo pubblicizzata) e uno studio di cui Remuzzi ha parlato poco, e sommessamente. Invitato da Corrado Formigli a Piazza Pulita a fine gennaio, il Direttore del Negri ne minimizzava con modestia il potenziale impatto, precipitandosi poi ad ammonire su Omicron: «Per i non vaccinati è molto pericolosa». La cura tradizionale del malato, insomma, è ormai roba da sempliciotti.
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Sottoporsi alla lettura dell’ultima fatica letteraria di Matteo Bassetti, dopo due anni di comunicazione 24/7 sul Covid e mesi di discussioni infuocate in televisione, è atto eroico, bisogna riconoscerlo. Ancor più se l’evidenza stilistica supera ogni più rosea previsione di manifestazione egotica, come nel caso de Il mondo è dei microbi, il libro scritto dall’infettivologo genovese.Un’ «opera» che mette nero su bianco, senza timidezze, le contraddizioni&distrazioni della scienza, emerse con prepotenza nei due anni pandemici. Chi ingenuamente sperava che la pagina scritta potesse offrire al Direttore del San Martino l’occasione di rimettere al posto giusto alcune evidenze scientifiche e sanitarie, sfuggite o bistrattate nell’immediatezza emotiva del dibattito televisivo, si è dovuto arrendere: Bassetti rilancia alla grande, e consegna definitivamente alla storia pillole di scienza da Manuale del Giovane Infettivologo, come quella che recita che «chi non si vaccina, e non fa vaccinare i propri figli, se minorenni, mette se stesso e loro in grave pericolo». Una versione romantica dell’altrettanto rasserenante «se non ti vaccini, muori» comunicato da Mario Draghi per convincere i cittadini a recarsi gentilmente all’hub. «Persuadere anziché obbligare» era stato l’auspicio dell’Oms alla conferenza stampa del 7 dicembre 2020, presentando i primi vaccini antiCovid sbarcati negli Stati Uniti. Bassetti applica alla lettera la raccomandazione, e viene presentato in seconda di copertina «presenza rassicurante e competente» perché… «ci porta dentro la prossima emergenza sanitaria», sic, che per Bassetti potrebbe essere il fungo killer Candida Auris. Un’occasione mancata ribadita quando il primario genovese scrive: «Spero si vaccineranno i bambini dai 5 agli 11 anni, in modo da rallentare i contagi dei quali sono moltiplicatori, evitando che l’infezione dilaghi nelle scuole, proteggendo i loro nonni e i loro zii». Un concentrato di luoghi comuni (i vaccinati non si contagiano; i bambini infettano; le scuole sono luogo di contagio) smentiti dall’evidenza scientifica ed empirica mondiale, e di pesanti postulati etici (i bambini possono proteggere gli adulti vaccinandosi) inediti nel mondo scientifico perché oggettivamente discutibili.Dopo una prima parte didascalica ma scorrevole dedicata a microbi, batteri e antibiotici, il libro entra nel cuore del racconto con il capitolo «La lunga marcia dei vaccini»: è grande la delusione del «supereroe vaccino», in cui Bassetti sembra identificarsi, di fronte al voltafaccia di una percentuale di cittadini che non ha voluto «prestare il braccio» alla «puntura impercettibile ma sicura e risolutiva», preferendo «approdare nel campo minato dell’ideologia, della dietrologia e della disinformazione». Non si riferiva certo alla sua giovane conterranea Camilla Canepa, che alla «disinformazione» non aveva ceduto, andando a vaccinarsi il 25 maggio 2021 e morendo sedici giorni dopo per cause definite dalla procura «correlabili alla vaccinazione»: la ragazza è citata incidentalmente perché il suo decesso scatena l’identificazione di Bassetti in «capro espiatorio» (cit.). Il dramma umano del prof è qui, concentrato nell’autoreferenziale capitolo «A Capitan Vaccino hanno dato la scorta» (il supereroe è lui, insomma) dedicato alle minacce ricevute dall’infettivologo, e ricordate in gran parte del libro: «Il mondo mi ha preso a bersaglio».Non una parola, invece, sul problema giuridico che ha infiammato piazze reali e televisive da ottobre 2021 in poi, quello dei diritti negati a lavoratori e minori. Di tutti i Dpcm e DL emanati dalle istituzioni, Bassetti si indigna - definendolo «liberticida» - soltanto di fronte a un ordine del giorno che voleva condizionare le uscite mediatiche dei professionisti sanitari come lui all’autorizzazione della propria struttura. L’odg dura l’éspace d’un matin, e la sovraesposizione mediatica dell’infettivologo in TV sconfina perfino nell’emergenza guerra. Una cosa va, però, riconosciuta al professor Bassetti: ciò che in tv è esattamente ciò che scrive. Non si può dire la stessa cosa, invece, del professor Giuseppe Remuzzi, che dando alle stampe il libro Le impronte del signor Neanderthal, promette nell’introduzione di «parlare di Covid e vaccini»: si va a leggere, pieni di curiosità, il capitolo «Il vaccino socialista» e si scopre con delusione che l’autore, apprezzato per posizioni abbastanza liberali e una cifra mediatica discreta, accoglie con entusiasmo alcuni solidi mantra dell’intellighenzia internazionale. Si va dall’applauso all’appello di grandi personalità mondiali affinché i leader globali definiscano ufficialmente i vaccini per Covid-19 bene comune universale (“una svolta nella direzione giusta”, chiosa Remuzzi), all’allarme clima (“i cambiamenti climatici uccideranno più del Covid”: affermazione banale se si considera che la mortalità mondiale da Covid è dello 0,077%, meno se si riconosce alla malattia un effetto devastante). Consola che il direttore dell’Istituto Mario Negri ammetta il rischio che «vivere e morire potrebbe dipendere dalla classe sociale a cui appartieni, e le app dei contagi (=leggi green pass) si trasformino in una forma di controllo digitale della nostra vita», perché è esattamente ciò che sta avvenendo. Il libro di Remuzzi è un interessantissimo percorso che si snoda intorno al nostro Dna, permettendo al lettore di scoprire se «suoneremo tutti come Mozart» attraverso una dotta sublimazione accademica della manipolazione genetica, definita con eleganza gene editing. Sarebbe stata benedetta anche dal Vaticano, nel corso di un convegno dedicato a cellule staminali e terapie geniche organizzato dal Cardinal Ravasi. Più che dalla manipolazione del nostro codice genetico, la maggiore preoccupazione delle alte sfere cattoliche - rivela (e pare condividere) Remuzzi - è che il primo obiettivo non sia il profitto ma la cura dei malati: il minimo sindacale è assicurato.Neanche una riga, purtroppo, su quelle Cure Precoci pur trattate da Remuzzi nel corso della pandemia, attraverso una proposta di protocollo (da lui elaborata a ottobre del 2020 e mai troppo pubblicizzata) e uno studio di cui Remuzzi ha parlato poco, e sommessamente. Invitato da Corrado Formigli a Piazza Pulita a fine gennaio, il Direttore del Negri ne minimizzava con modestia il potenziale impatto, precipitandosi poi ad ammonire su Omicron: «Per i non vaccinati è molto pericolosa». La cura tradizionale del malato, insomma, è ormai roba da sempliciotti.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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Il presidente Usa Donald Trump è atterrato a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina da quasi un decennio, in un incontro volto a ridurre le tensioni tra le due superpotenze.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è arrivato a Pechino, dove è atteso per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping. L’incontro si inserisce in un contesto di forti tensioni tra Washington e Pechino e punta ad avviare un confronto diretto tra le due principali potenze globali.
Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina dopo quasi dieci anni, un passaggio considerato significativo sul piano diplomatico. Trump è atterrato all’aeroporto internazionale della capitale cinese a bordo dell’Air Force One, dando così avvio a una missione osservata con grande attenzione dalla comunità internazionale. All’arrivo a Pechino, Trump è stato accolto dal vice presidente cinese Han Zheng in una cerimonia sulla pista dell’aeroporto, tra tappeto rosso, saluti ufficiali e la presenza di una delegazione di bambini. Subito dopo lo sbarco dall’Air Force One, il tycoon ha stretto la mano al suo omologo cinese e ha ricevuto un omaggio floreale prima di salire sulla limousine presidenziale.
Sul piano geopolitico, da Pechino è arrivato un messaggio di apertura alla collaborazione: il ministero degli Esteri ha parlato di una volontà di «gestire le divergenze e ampliare la cooperazione» con Washington. Un clima che si inserisce in un contesto internazionale teso, segnato anche dalle dichiarazioni provenienti dall’Iran, dove un portavoce militare ha ipotizzato un possibile aumento dell’arricchimento dell’uranio fino al 90% in caso di nuova escalation. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate dai media statunitensi, inoltre, l’amministrazione americana starebbe valutando nuove opzioni operative in caso di fallimento delle attuali trattative, con l’ipotesi di una ridefinizione delle operazioni militari legate allo scenario iraniano. Sullo sfondo, l’agenda della visita di Trump a Pechino include anche colloqui sul Medio Oriente e sulla questione di Taiwan, dossier centrali nei rapporti tra le due superpotenze.
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Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
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