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2023-05-11
Ancora immigrati che stuprano. A Milano la vittima è una disabile
(Getty Images)
Le città che la gestione del Viminale targato Luciana Lamorgese ha permesso si trasformassero in Gotham city continuano a produrre aggressioni sessuali i cui protagonisti sono sempre stranieri. Ieri l’ennesima, a Pavia, in pieno centro, all’angolo tra corso Cavour e Porta Marica: la vittima è una ragazza di 24 anni che stava rientrando a casa. Il presunto aggressore, un nigeriano di 33 anni del quale al momento non sono state diffuse le generalità, le si sarebbe avvicinato e l’avrebbe molestata, tentando di spogliarla e di stringerla a sé. La giovane ha raccontato di aver reagito urlando. Ed è stata salvata da due passanti, che hanno subito chiamato il 112. La descrizione fornita dalla vittima e dai due testimoni ha portato poco dopo all’individuazione dello straniero, che era ancora nelle vicinanze. È stato inseguito e fermato dal personale di due pattuglie di carabinieri e polizia. C’è stata anche una colluttazione. E all’indagato è stata contestata pure la resistenza a pubblico ufficiale, per aver cercato di reagire al momento del fermo. È finito nel carcere di Torre del Gallo a Pavia in attesa dell’udienza di convalida. Nella Milano green di Beppe Sala, invece, è finito in manette lo straniero senza fissa dimora che l’altra sera avrebbe violentato in una tenda piantata in un parco pubblico una clochard con problemi di deambulazione che, ora, si scopre essere disabile. I fatti risalgono alla notte tra il 28 e il 29 aprile, quando la cinquantaseienne si è presentata negli uffici della Squadra mobile per presentare una denuncia. Il presunto aggressore, Said Yusuf, 33 anni, è titolare di protezione sussidiaria, una forma di protezione internazionale che viene assegnata a chi, pur non possedendo i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato, ottiene la possibilità di restare sul territorio nazionale poiché il rientro nel proprio Paese di origine potrebbe esporlo a gravi ripercussioni o a discriminazione. Nel provvedimento di fermo firmato dal sostituto procuratore Rosaria Stagnaro si legge che il somalo avrebbe «abusato delle condizioni di inferiorità fisica» della donna «affetta da disabilità motoria» dopo averla avvicinata nel piazzale della stazione Centrale (luogo che proprio negli stessi giorni è stato indicato come scena del crimine da una turista francese di origini marocchine che ha denunciato di essere stata stuprata da un suo connazionale, poi individuato e arrestato) intorno alle 21.30 del 28 aprile, dicendole che gli ricordava sua madre. Una volta carpita la fiducia, essendo la giornata molto piovosa, il somalo avrebbe offerto alla vittima riparo nella propria tenda in piazza Carbonari. I due a qual punto sono saliti su un tram, dal quale sono scesi quattro fermate dopo. Il somalo avrebbe aiutato anche la sua preda a salire degli scalini che portano ai giardinetti. Lì la tenda c’era davvero. Ma la donna non immaginava che stava per trasformarsi in una trappola. «Volevo scappare ma non riuscivo», ha raccontato la vittima agli investigatori. Lo stupro avrebbe avuto diverse fasi e si sarebbe protratto fino al mattino successivo, quando poi il somalo ha lasciato la tenda perché la donna non riusciva a muoversi. Secondo la ricostruzione degli investigatori, però, poi, all’alba sarebbe tornato di nuovo nella tenda, presentandosi con un altro uomo (rimasto al momento ignoto). Quest’ultimo, è sempre la ricostruzione dell’accusa, nonostante il somalo abbia messo a disposizione la sua preda, non avrebbe preso parte all’abuso, sostenendo che si trattava di una «malata invalida». La cinquantaseienne è stata visitata nella clinica Mangiagalli di Milano, dove sarebbe stato certificato l’evento violento. Le indagini sono state avviate dalla sezione della Squadra mobile di Milano specializzata nei reati a sfondo sessuale. Prima i sopralluoghi sulla scena e nelle vicinanze, dove sono stati trovati reperti che avrebbero consentito, in tempi brevi, di individuare una persona pienamente compatibile con la descrizione fornita dalla vittima. Poi l’ascolto dei testimoni. Uno in particolare, all’inizio scambiato dagli investigatori per l’aggressore, avrebbe, oltre alla vittima, contribuito al riconoscimento del somalo come il presunto autore dello stupro. L’indagato, precedentemente residente in Piemonte (dove ha lasciato la famiglia per vivere da senzatetto), era a Milano solo da qualche settimana. E aveva scelto piazza Carbonari per piantare la sua tenda. A confermare la presenza dell’indagato sul luogo dello stupro ci sarebbe anche l’analisi delle celle telefoniche agganciate dal suo smartphone, che lo avrebbero localizzato prima in stazione e poi proprio in piazza Carbonari e in orari compatibili con quelli segnalati dalla vittima nella sua denuncia. Il pm ha motivato il fermo fondando le esigenze cautelari su due dettagli: «Si tratta di un soggetto privo di occupazione e di una collocazione abitativa». Poi la toga ha sottolineato la «particolare gravità della violenza sessuale consumata con estrema freddezza dall’indagato, che ha scelto una vittima appena incontrata in evidente stato di fragilità, dimostrando una personalità particolarmente pericolosa, spregiudicata e priva di qualsiasi controllo». Per l’accusa, insomma, l’unica forma detentiva sufficiente a evitare che fugga o che reiteri sarebbe quella più afflittiva. E il somalo è finito a San Vittore, dove ora attende il suo interrogatorio e l’udienza di convalida del fermo.
Nessuna diffamazione alle Ong: vittoria per «La Verità»
Actionaid e Amnesty international avevano tentato di aggredire per via giudiziaria i giornali sgraditi, citando in giudizio La Verità e Panorama ma anche il Giornale, Libero, L’Opinione, il Secolo d’Italia e Italia oggi. E chiedendo 50.000 euro di pena pecuniaria per ciascuna società colpevole, secondo le due associazioni, di aver gettato fango sulle Ong. Ieri il Tribunale di Milano ha rigettato le richieste e ha condannato le due associazioni anche a pagare le spese legali: 7.000 euro. Da moltiplicare per i cinque gruppi editoriali: 35.000 euro provento di finanziamenti e donazioni sprecati per tentare di mettere la mordacchia alla stampa. In particolare, il giudice Serena Nicotra ha evidenziato che i dieci articoli contestati alla Verità e Panorama (rappresentati in giudizio dall’avvocato Claudio Mangiafico) non legittimano reazioni censorie da parte di Actionaid e Amnesty, soggetti che peraltro non erano oggetto specifico della critica. In ogni caso, comunque, il giudice esclude la natura diffamatoria dei servizi giornalistici, collocandoli nell’alveo della lecita critica su argomenti di pubblico interesse. In particolare, dell’articolo del 20 gennaio 2021 firmato dal direttore Maurizio Belpietro, venivano ritenuti diffamatori il titolo («La sporca legge delle Ong) e una delle argomentazioni: «La tragedia dimostra semmai ancora una volta che appena si cede di fronte al ricatto delle Ong, consentendo lo sbarco dei migranti da un barcone, altri navi sono pronte a partire e purtroppo spesso a sparire tra le onde». Come emerge dal testo dell’articolo e dal titolo dell’editoriale «per fermare i morti bisogna fermare i barconi», il pensiero esposto dall’autore «è quello secondo cui l’attività delle Ong volta a consentire lo sbarco dei migranti dai barconi produca l’effetto di incentivare le partenze e di incrementare il numero delle vittime dei naufragi». Secondo il giudice, «rimane nell’ambito dell’esercizio del diritto di critica, essendo espressione dell’opinione personale dell’autore, secondo cui il verificarsi dei naufragi non può essere imputato al governo per la chiusura dei porti ma semmai all’atteggiamento opposto di assecondare le attività delle Ong, consentendo lo sbarco dei migranti». E anche le espressioni «cedere al ricatto» e «la sporca legge delle Ong», per quanto «dal forte impatto e dalla connotazione negativa», è affermato in sentenza, «non assurgono a offesa». Come l’uso del termine «ricatto», col quale si censura «la strumentalizzazione politica della tragedia in mare», afferma ancora il giudice, «è volto a stigmatizzare la scelta di cedere alle pressioni morali delle Ong, affinché sia consentito lo sbarco dei migranti, rispetto a quella propugnata dall’autore come migliore soluzione, ovvero rendere impossibile l’immigrazione». Quella clandestina in particolare. I cui flussi sembrano inarrestabili.
Ieri l’ennesima inchiesta giudiziaria, con 29 arresti, ha sgominato una banda di spedizionieri umani dalla Turchia. «Questo mese arriveranno tante persone al confine con la Grecia e apriranno sicuramente i confini per farli passare». Un’inchiesta della Procura di Catanzaro svela tutti i retroscena della rotta balcanica, la stessa che due mesi fa si è trasformata nel teatro della tragedia di Steccato di Cutro. Il cuore pulsante dell’organizzazione smantellata dagli investigatori della polizia di Stato coordinati dal procuratore Nicola Gratteri era in Turchia. In un bar del quartiere Aksaray di Istanbul con vista sul Bosforo, il Sulaymaniye Cafè. La trattativa con chi doveva partire si consumava lì. Il viaggio per l’Europa con l’Italia come tappa intermedia costava tra i 7.000 e i 15.000 euro. Una trentina le traversate monitorate.
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Nuova ondata di violenze sessuali con protagonisti stranieri. A Pavia nigeriano aggredisce ragazza e poi picchia gli agenti.Caso Ong contro «La Verità». I giudici: «Critiche legittime, associazioni paghino le spese». Inchiesta in Calabria su banda di trafficanti dalla Turchia, 29 arresti.Lo speciale contiene due articoli.Le città che la gestione del Viminale targato Luciana Lamorgese ha permesso si trasformassero in Gotham city continuano a produrre aggressioni sessuali i cui protagonisti sono sempre stranieri. Ieri l’ennesima, a Pavia, in pieno centro, all’angolo tra corso Cavour e Porta Marica: la vittima è una ragazza di 24 anni che stava rientrando a casa. Il presunto aggressore, un nigeriano di 33 anni del quale al momento non sono state diffuse le generalità, le si sarebbe avvicinato e l’avrebbe molestata, tentando di spogliarla e di stringerla a sé. La giovane ha raccontato di aver reagito urlando. Ed è stata salvata da due passanti, che hanno subito chiamato il 112. La descrizione fornita dalla vittima e dai due testimoni ha portato poco dopo all’individuazione dello straniero, che era ancora nelle vicinanze. È stato inseguito e fermato dal personale di due pattuglie di carabinieri e polizia. C’è stata anche una colluttazione. E all’indagato è stata contestata pure la resistenza a pubblico ufficiale, per aver cercato di reagire al momento del fermo. È finito nel carcere di Torre del Gallo a Pavia in attesa dell’udienza di convalida. Nella Milano green di Beppe Sala, invece, è finito in manette lo straniero senza fissa dimora che l’altra sera avrebbe violentato in una tenda piantata in un parco pubblico una clochard con problemi di deambulazione che, ora, si scopre essere disabile. I fatti risalgono alla notte tra il 28 e il 29 aprile, quando la cinquantaseienne si è presentata negli uffici della Squadra mobile per presentare una denuncia. Il presunto aggressore, Said Yusuf, 33 anni, è titolare di protezione sussidiaria, una forma di protezione internazionale che viene assegnata a chi, pur non possedendo i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato, ottiene la possibilità di restare sul territorio nazionale poiché il rientro nel proprio Paese di origine potrebbe esporlo a gravi ripercussioni o a discriminazione. Nel provvedimento di fermo firmato dal sostituto procuratore Rosaria Stagnaro si legge che il somalo avrebbe «abusato delle condizioni di inferiorità fisica» della donna «affetta da disabilità motoria» dopo averla avvicinata nel piazzale della stazione Centrale (luogo che proprio negli stessi giorni è stato indicato come scena del crimine da una turista francese di origini marocchine che ha denunciato di essere stata stuprata da un suo connazionale, poi individuato e arrestato) intorno alle 21.30 del 28 aprile, dicendole che gli ricordava sua madre. Una volta carpita la fiducia, essendo la giornata molto piovosa, il somalo avrebbe offerto alla vittima riparo nella propria tenda in piazza Carbonari. I due a qual punto sono saliti su un tram, dal quale sono scesi quattro fermate dopo. Il somalo avrebbe aiutato anche la sua preda a salire degli scalini che portano ai giardinetti. Lì la tenda c’era davvero. Ma la donna non immaginava che stava per trasformarsi in una trappola. «Volevo scappare ma non riuscivo», ha raccontato la vittima agli investigatori. Lo stupro avrebbe avuto diverse fasi e si sarebbe protratto fino al mattino successivo, quando poi il somalo ha lasciato la tenda perché la donna non riusciva a muoversi. Secondo la ricostruzione degli investigatori, però, poi, all’alba sarebbe tornato di nuovo nella tenda, presentandosi con un altro uomo (rimasto al momento ignoto). Quest’ultimo, è sempre la ricostruzione dell’accusa, nonostante il somalo abbia messo a disposizione la sua preda, non avrebbe preso parte all’abuso, sostenendo che si trattava di una «malata invalida». La cinquantaseienne è stata visitata nella clinica Mangiagalli di Milano, dove sarebbe stato certificato l’evento violento. Le indagini sono state avviate dalla sezione della Squadra mobile di Milano specializzata nei reati a sfondo sessuale. Prima i sopralluoghi sulla scena e nelle vicinanze, dove sono stati trovati reperti che avrebbero consentito, in tempi brevi, di individuare una persona pienamente compatibile con la descrizione fornita dalla vittima. Poi l’ascolto dei testimoni. Uno in particolare, all’inizio scambiato dagli investigatori per l’aggressore, avrebbe, oltre alla vittima, contribuito al riconoscimento del somalo come il presunto autore dello stupro. L’indagato, precedentemente residente in Piemonte (dove ha lasciato la famiglia per vivere da senzatetto), era a Milano solo da qualche settimana. E aveva scelto piazza Carbonari per piantare la sua tenda. A confermare la presenza dell’indagato sul luogo dello stupro ci sarebbe anche l’analisi delle celle telefoniche agganciate dal suo smartphone, che lo avrebbero localizzato prima in stazione e poi proprio in piazza Carbonari e in orari compatibili con quelli segnalati dalla vittima nella sua denuncia. Il pm ha motivato il fermo fondando le esigenze cautelari su due dettagli: «Si tratta di un soggetto privo di occupazione e di una collocazione abitativa». Poi la toga ha sottolineato la «particolare gravità della violenza sessuale consumata con estrema freddezza dall’indagato, che ha scelto una vittima appena incontrata in evidente stato di fragilità, dimostrando una personalità particolarmente pericolosa, spregiudicata e priva di qualsiasi controllo». Per l’accusa, insomma, l’unica forma detentiva sufficiente a evitare che fugga o che reiteri sarebbe quella più afflittiva. E il somalo è finito a San Vittore, dove ora attende il suo interrogatorio e l’udienza di convalida del fermo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenza-immigrati-2659994251.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessuna-diffamazione-alle-ong-vittoria-per-la-verita" data-post-id="2659994251" data-published-at="1683757787" data-use-pagination="False"> Nessuna diffamazione alle Ong: vittoria per «La Verità» Actionaid e Amnesty international avevano tentato di aggredire per via giudiziaria i giornali sgraditi, citando in giudizio La Verità e Panorama ma anche il Giornale, Libero, L’Opinione, il Secolo d’Italia e Italia oggi. E chiedendo 50.000 euro di pena pecuniaria per ciascuna società colpevole, secondo le due associazioni, di aver gettato fango sulle Ong. Ieri il Tribunale di Milano ha rigettato le richieste e ha condannato le due associazioni anche a pagare le spese legali: 7.000 euro. Da moltiplicare per i cinque gruppi editoriali: 35.000 euro provento di finanziamenti e donazioni sprecati per tentare di mettere la mordacchia alla stampa. In particolare, il giudice Serena Nicotra ha evidenziato che i dieci articoli contestati alla Verità e Panorama (rappresentati in giudizio dall’avvocato Claudio Mangiafico) non legittimano reazioni censorie da parte di Actionaid e Amnesty, soggetti che peraltro non erano oggetto specifico della critica. In ogni caso, comunque, il giudice esclude la natura diffamatoria dei servizi giornalistici, collocandoli nell’alveo della lecita critica su argomenti di pubblico interesse. In particolare, dell’articolo del 20 gennaio 2021 firmato dal direttore Maurizio Belpietro, venivano ritenuti diffamatori il titolo («La sporca legge delle Ong) e una delle argomentazioni: «La tragedia dimostra semmai ancora una volta che appena si cede di fronte al ricatto delle Ong, consentendo lo sbarco dei migranti da un barcone, altri navi sono pronte a partire e purtroppo spesso a sparire tra le onde». Come emerge dal testo dell’articolo e dal titolo dell’editoriale «per fermare i morti bisogna fermare i barconi», il pensiero esposto dall’autore «è quello secondo cui l’attività delle Ong volta a consentire lo sbarco dei migranti dai barconi produca l’effetto di incentivare le partenze e di incrementare il numero delle vittime dei naufragi». Secondo il giudice, «rimane nell’ambito dell’esercizio del diritto di critica, essendo espressione dell’opinione personale dell’autore, secondo cui il verificarsi dei naufragi non può essere imputato al governo per la chiusura dei porti ma semmai all’atteggiamento opposto di assecondare le attività delle Ong, consentendo lo sbarco dei migranti». E anche le espressioni «cedere al ricatto» e «la sporca legge delle Ong», per quanto «dal forte impatto e dalla connotazione negativa», è affermato in sentenza, «non assurgono a offesa». Come l’uso del termine «ricatto», col quale si censura «la strumentalizzazione politica della tragedia in mare», afferma ancora il giudice, «è volto a stigmatizzare la scelta di cedere alle pressioni morali delle Ong, affinché sia consentito lo sbarco dei migranti, rispetto a quella propugnata dall’autore come migliore soluzione, ovvero rendere impossibile l’immigrazione». Quella clandestina in particolare. I cui flussi sembrano inarrestabili. Ieri l’ennesima inchiesta giudiziaria, con 29 arresti, ha sgominato una banda di spedizionieri umani dalla Turchia. «Questo mese arriveranno tante persone al confine con la Grecia e apriranno sicuramente i confini per farli passare». Un’inchiesta della Procura di Catanzaro svela tutti i retroscena della rotta balcanica, la stessa che due mesi fa si è trasformata nel teatro della tragedia di Steccato di Cutro. Il cuore pulsante dell’organizzazione smantellata dagli investigatori della polizia di Stato coordinati dal procuratore Nicola Gratteri era in Turchia. In un bar del quartiere Aksaray di Istanbul con vista sul Bosforo, il Sulaymaniye Cafè. La trattativa con chi doveva partire si consumava lì. Il viaggio per l’Europa con l’Italia come tappa intermedia costava tra i 7.000 e i 15.000 euro. Una trentina le traversate monitorate.
Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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