True
2023-05-11
Ancora immigrati che stuprano. A Milano la vittima è una disabile
(Getty Images)
Le città che la gestione del Viminale targato Luciana Lamorgese ha permesso si trasformassero in Gotham city continuano a produrre aggressioni sessuali i cui protagonisti sono sempre stranieri. Ieri l’ennesima, a Pavia, in pieno centro, all’angolo tra corso Cavour e Porta Marica: la vittima è una ragazza di 24 anni che stava rientrando a casa. Il presunto aggressore, un nigeriano di 33 anni del quale al momento non sono state diffuse le generalità, le si sarebbe avvicinato e l’avrebbe molestata, tentando di spogliarla e di stringerla a sé. La giovane ha raccontato di aver reagito urlando. Ed è stata salvata da due passanti, che hanno subito chiamato il 112. La descrizione fornita dalla vittima e dai due testimoni ha portato poco dopo all’individuazione dello straniero, che era ancora nelle vicinanze. È stato inseguito e fermato dal personale di due pattuglie di carabinieri e polizia. C’è stata anche una colluttazione. E all’indagato è stata contestata pure la resistenza a pubblico ufficiale, per aver cercato di reagire al momento del fermo. È finito nel carcere di Torre del Gallo a Pavia in attesa dell’udienza di convalida. Nella Milano green di Beppe Sala, invece, è finito in manette lo straniero senza fissa dimora che l’altra sera avrebbe violentato in una tenda piantata in un parco pubblico una clochard con problemi di deambulazione che, ora, si scopre essere disabile. I fatti risalgono alla notte tra il 28 e il 29 aprile, quando la cinquantaseienne si è presentata negli uffici della Squadra mobile per presentare una denuncia. Il presunto aggressore, Said Yusuf, 33 anni, è titolare di protezione sussidiaria, una forma di protezione internazionale che viene assegnata a chi, pur non possedendo i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato, ottiene la possibilità di restare sul territorio nazionale poiché il rientro nel proprio Paese di origine potrebbe esporlo a gravi ripercussioni o a discriminazione. Nel provvedimento di fermo firmato dal sostituto procuratore Rosaria Stagnaro si legge che il somalo avrebbe «abusato delle condizioni di inferiorità fisica» della donna «affetta da disabilità motoria» dopo averla avvicinata nel piazzale della stazione Centrale (luogo che proprio negli stessi giorni è stato indicato come scena del crimine da una turista francese di origini marocchine che ha denunciato di essere stata stuprata da un suo connazionale, poi individuato e arrestato) intorno alle 21.30 del 28 aprile, dicendole che gli ricordava sua madre. Una volta carpita la fiducia, essendo la giornata molto piovosa, il somalo avrebbe offerto alla vittima riparo nella propria tenda in piazza Carbonari. I due a qual punto sono saliti su un tram, dal quale sono scesi quattro fermate dopo. Il somalo avrebbe aiutato anche la sua preda a salire degli scalini che portano ai giardinetti. Lì la tenda c’era davvero. Ma la donna non immaginava che stava per trasformarsi in una trappola. «Volevo scappare ma non riuscivo», ha raccontato la vittima agli investigatori. Lo stupro avrebbe avuto diverse fasi e si sarebbe protratto fino al mattino successivo, quando poi il somalo ha lasciato la tenda perché la donna non riusciva a muoversi. Secondo la ricostruzione degli investigatori, però, poi, all’alba sarebbe tornato di nuovo nella tenda, presentandosi con un altro uomo (rimasto al momento ignoto). Quest’ultimo, è sempre la ricostruzione dell’accusa, nonostante il somalo abbia messo a disposizione la sua preda, non avrebbe preso parte all’abuso, sostenendo che si trattava di una «malata invalida». La cinquantaseienne è stata visitata nella clinica Mangiagalli di Milano, dove sarebbe stato certificato l’evento violento. Le indagini sono state avviate dalla sezione della Squadra mobile di Milano specializzata nei reati a sfondo sessuale. Prima i sopralluoghi sulla scena e nelle vicinanze, dove sono stati trovati reperti che avrebbero consentito, in tempi brevi, di individuare una persona pienamente compatibile con la descrizione fornita dalla vittima. Poi l’ascolto dei testimoni. Uno in particolare, all’inizio scambiato dagli investigatori per l’aggressore, avrebbe, oltre alla vittima, contribuito al riconoscimento del somalo come il presunto autore dello stupro. L’indagato, precedentemente residente in Piemonte (dove ha lasciato la famiglia per vivere da senzatetto), era a Milano solo da qualche settimana. E aveva scelto piazza Carbonari per piantare la sua tenda. A confermare la presenza dell’indagato sul luogo dello stupro ci sarebbe anche l’analisi delle celle telefoniche agganciate dal suo smartphone, che lo avrebbero localizzato prima in stazione e poi proprio in piazza Carbonari e in orari compatibili con quelli segnalati dalla vittima nella sua denuncia. Il pm ha motivato il fermo fondando le esigenze cautelari su due dettagli: «Si tratta di un soggetto privo di occupazione e di una collocazione abitativa». Poi la toga ha sottolineato la «particolare gravità della violenza sessuale consumata con estrema freddezza dall’indagato, che ha scelto una vittima appena incontrata in evidente stato di fragilità, dimostrando una personalità particolarmente pericolosa, spregiudicata e priva di qualsiasi controllo». Per l’accusa, insomma, l’unica forma detentiva sufficiente a evitare che fugga o che reiteri sarebbe quella più afflittiva. E il somalo è finito a San Vittore, dove ora attende il suo interrogatorio e l’udienza di convalida del fermo.
Nessuna diffamazione alle Ong: vittoria per «La Verità»
Actionaid e Amnesty international avevano tentato di aggredire per via giudiziaria i giornali sgraditi, citando in giudizio La Verità e Panorama ma anche il Giornale, Libero, L’Opinione, il Secolo d’Italia e Italia oggi. E chiedendo 50.000 euro di pena pecuniaria per ciascuna società colpevole, secondo le due associazioni, di aver gettato fango sulle Ong. Ieri il Tribunale di Milano ha rigettato le richieste e ha condannato le due associazioni anche a pagare le spese legali: 7.000 euro. Da moltiplicare per i cinque gruppi editoriali: 35.000 euro provento di finanziamenti e donazioni sprecati per tentare di mettere la mordacchia alla stampa. In particolare, il giudice Serena Nicotra ha evidenziato che i dieci articoli contestati alla Verità e Panorama (rappresentati in giudizio dall’avvocato Claudio Mangiafico) non legittimano reazioni censorie da parte di Actionaid e Amnesty, soggetti che peraltro non erano oggetto specifico della critica. In ogni caso, comunque, il giudice esclude la natura diffamatoria dei servizi giornalistici, collocandoli nell’alveo della lecita critica su argomenti di pubblico interesse. In particolare, dell’articolo del 20 gennaio 2021 firmato dal direttore Maurizio Belpietro, venivano ritenuti diffamatori il titolo («La sporca legge delle Ong) e una delle argomentazioni: «La tragedia dimostra semmai ancora una volta che appena si cede di fronte al ricatto delle Ong, consentendo lo sbarco dei migranti da un barcone, altri navi sono pronte a partire e purtroppo spesso a sparire tra le onde». Come emerge dal testo dell’articolo e dal titolo dell’editoriale «per fermare i morti bisogna fermare i barconi», il pensiero esposto dall’autore «è quello secondo cui l’attività delle Ong volta a consentire lo sbarco dei migranti dai barconi produca l’effetto di incentivare le partenze e di incrementare il numero delle vittime dei naufragi». Secondo il giudice, «rimane nell’ambito dell’esercizio del diritto di critica, essendo espressione dell’opinione personale dell’autore, secondo cui il verificarsi dei naufragi non può essere imputato al governo per la chiusura dei porti ma semmai all’atteggiamento opposto di assecondare le attività delle Ong, consentendo lo sbarco dei migranti». E anche le espressioni «cedere al ricatto» e «la sporca legge delle Ong», per quanto «dal forte impatto e dalla connotazione negativa», è affermato in sentenza, «non assurgono a offesa». Come l’uso del termine «ricatto», col quale si censura «la strumentalizzazione politica della tragedia in mare», afferma ancora il giudice, «è volto a stigmatizzare la scelta di cedere alle pressioni morali delle Ong, affinché sia consentito lo sbarco dei migranti, rispetto a quella propugnata dall’autore come migliore soluzione, ovvero rendere impossibile l’immigrazione». Quella clandestina in particolare. I cui flussi sembrano inarrestabili.
Ieri l’ennesima inchiesta giudiziaria, con 29 arresti, ha sgominato una banda di spedizionieri umani dalla Turchia. «Questo mese arriveranno tante persone al confine con la Grecia e apriranno sicuramente i confini per farli passare». Un’inchiesta della Procura di Catanzaro svela tutti i retroscena della rotta balcanica, la stessa che due mesi fa si è trasformata nel teatro della tragedia di Steccato di Cutro. Il cuore pulsante dell’organizzazione smantellata dagli investigatori della polizia di Stato coordinati dal procuratore Nicola Gratteri era in Turchia. In un bar del quartiere Aksaray di Istanbul con vista sul Bosforo, il Sulaymaniye Cafè. La trattativa con chi doveva partire si consumava lì. Il viaggio per l’Europa con l’Italia come tappa intermedia costava tra i 7.000 e i 15.000 euro. Una trentina le traversate monitorate.
Continua a leggereRiduci
Nuova ondata di violenze sessuali con protagonisti stranieri. A Pavia nigeriano aggredisce ragazza e poi picchia gli agenti.Caso Ong contro «La Verità». I giudici: «Critiche legittime, associazioni paghino le spese». Inchiesta in Calabria su banda di trafficanti dalla Turchia, 29 arresti.Lo speciale contiene due articoli.Le città che la gestione del Viminale targato Luciana Lamorgese ha permesso si trasformassero in Gotham city continuano a produrre aggressioni sessuali i cui protagonisti sono sempre stranieri. Ieri l’ennesima, a Pavia, in pieno centro, all’angolo tra corso Cavour e Porta Marica: la vittima è una ragazza di 24 anni che stava rientrando a casa. Il presunto aggressore, un nigeriano di 33 anni del quale al momento non sono state diffuse le generalità, le si sarebbe avvicinato e l’avrebbe molestata, tentando di spogliarla e di stringerla a sé. La giovane ha raccontato di aver reagito urlando. Ed è stata salvata da due passanti, che hanno subito chiamato il 112. La descrizione fornita dalla vittima e dai due testimoni ha portato poco dopo all’individuazione dello straniero, che era ancora nelle vicinanze. È stato inseguito e fermato dal personale di due pattuglie di carabinieri e polizia. C’è stata anche una colluttazione. E all’indagato è stata contestata pure la resistenza a pubblico ufficiale, per aver cercato di reagire al momento del fermo. È finito nel carcere di Torre del Gallo a Pavia in attesa dell’udienza di convalida. Nella Milano green di Beppe Sala, invece, è finito in manette lo straniero senza fissa dimora che l’altra sera avrebbe violentato in una tenda piantata in un parco pubblico una clochard con problemi di deambulazione che, ora, si scopre essere disabile. I fatti risalgono alla notte tra il 28 e il 29 aprile, quando la cinquantaseienne si è presentata negli uffici della Squadra mobile per presentare una denuncia. Il presunto aggressore, Said Yusuf, 33 anni, è titolare di protezione sussidiaria, una forma di protezione internazionale che viene assegnata a chi, pur non possedendo i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato, ottiene la possibilità di restare sul territorio nazionale poiché il rientro nel proprio Paese di origine potrebbe esporlo a gravi ripercussioni o a discriminazione. Nel provvedimento di fermo firmato dal sostituto procuratore Rosaria Stagnaro si legge che il somalo avrebbe «abusato delle condizioni di inferiorità fisica» della donna «affetta da disabilità motoria» dopo averla avvicinata nel piazzale della stazione Centrale (luogo che proprio negli stessi giorni è stato indicato come scena del crimine da una turista francese di origini marocchine che ha denunciato di essere stata stuprata da un suo connazionale, poi individuato e arrestato) intorno alle 21.30 del 28 aprile, dicendole che gli ricordava sua madre. Una volta carpita la fiducia, essendo la giornata molto piovosa, il somalo avrebbe offerto alla vittima riparo nella propria tenda in piazza Carbonari. I due a qual punto sono saliti su un tram, dal quale sono scesi quattro fermate dopo. Il somalo avrebbe aiutato anche la sua preda a salire degli scalini che portano ai giardinetti. Lì la tenda c’era davvero. Ma la donna non immaginava che stava per trasformarsi in una trappola. «Volevo scappare ma non riuscivo», ha raccontato la vittima agli investigatori. Lo stupro avrebbe avuto diverse fasi e si sarebbe protratto fino al mattino successivo, quando poi il somalo ha lasciato la tenda perché la donna non riusciva a muoversi. Secondo la ricostruzione degli investigatori, però, poi, all’alba sarebbe tornato di nuovo nella tenda, presentandosi con un altro uomo (rimasto al momento ignoto). Quest’ultimo, è sempre la ricostruzione dell’accusa, nonostante il somalo abbia messo a disposizione la sua preda, non avrebbe preso parte all’abuso, sostenendo che si trattava di una «malata invalida». La cinquantaseienne è stata visitata nella clinica Mangiagalli di Milano, dove sarebbe stato certificato l’evento violento. Le indagini sono state avviate dalla sezione della Squadra mobile di Milano specializzata nei reati a sfondo sessuale. Prima i sopralluoghi sulla scena e nelle vicinanze, dove sono stati trovati reperti che avrebbero consentito, in tempi brevi, di individuare una persona pienamente compatibile con la descrizione fornita dalla vittima. Poi l’ascolto dei testimoni. Uno in particolare, all’inizio scambiato dagli investigatori per l’aggressore, avrebbe, oltre alla vittima, contribuito al riconoscimento del somalo come il presunto autore dello stupro. L’indagato, precedentemente residente in Piemonte (dove ha lasciato la famiglia per vivere da senzatetto), era a Milano solo da qualche settimana. E aveva scelto piazza Carbonari per piantare la sua tenda. A confermare la presenza dell’indagato sul luogo dello stupro ci sarebbe anche l’analisi delle celle telefoniche agganciate dal suo smartphone, che lo avrebbero localizzato prima in stazione e poi proprio in piazza Carbonari e in orari compatibili con quelli segnalati dalla vittima nella sua denuncia. Il pm ha motivato il fermo fondando le esigenze cautelari su due dettagli: «Si tratta di un soggetto privo di occupazione e di una collocazione abitativa». Poi la toga ha sottolineato la «particolare gravità della violenza sessuale consumata con estrema freddezza dall’indagato, che ha scelto una vittima appena incontrata in evidente stato di fragilità, dimostrando una personalità particolarmente pericolosa, spregiudicata e priva di qualsiasi controllo». Per l’accusa, insomma, l’unica forma detentiva sufficiente a evitare che fugga o che reiteri sarebbe quella più afflittiva. E il somalo è finito a San Vittore, dove ora attende il suo interrogatorio e l’udienza di convalida del fermo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenza-immigrati-2659994251.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessuna-diffamazione-alle-ong-vittoria-per-la-verita" data-post-id="2659994251" data-published-at="1683757787" data-use-pagination="False"> Nessuna diffamazione alle Ong: vittoria per «La Verità» Actionaid e Amnesty international avevano tentato di aggredire per via giudiziaria i giornali sgraditi, citando in giudizio La Verità e Panorama ma anche il Giornale, Libero, L’Opinione, il Secolo d’Italia e Italia oggi. E chiedendo 50.000 euro di pena pecuniaria per ciascuna società colpevole, secondo le due associazioni, di aver gettato fango sulle Ong. Ieri il Tribunale di Milano ha rigettato le richieste e ha condannato le due associazioni anche a pagare le spese legali: 7.000 euro. Da moltiplicare per i cinque gruppi editoriali: 35.000 euro provento di finanziamenti e donazioni sprecati per tentare di mettere la mordacchia alla stampa. In particolare, il giudice Serena Nicotra ha evidenziato che i dieci articoli contestati alla Verità e Panorama (rappresentati in giudizio dall’avvocato Claudio Mangiafico) non legittimano reazioni censorie da parte di Actionaid e Amnesty, soggetti che peraltro non erano oggetto specifico della critica. In ogni caso, comunque, il giudice esclude la natura diffamatoria dei servizi giornalistici, collocandoli nell’alveo della lecita critica su argomenti di pubblico interesse. In particolare, dell’articolo del 20 gennaio 2021 firmato dal direttore Maurizio Belpietro, venivano ritenuti diffamatori il titolo («La sporca legge delle Ong) e una delle argomentazioni: «La tragedia dimostra semmai ancora una volta che appena si cede di fronte al ricatto delle Ong, consentendo lo sbarco dei migranti da un barcone, altri navi sono pronte a partire e purtroppo spesso a sparire tra le onde». Come emerge dal testo dell’articolo e dal titolo dell’editoriale «per fermare i morti bisogna fermare i barconi», il pensiero esposto dall’autore «è quello secondo cui l’attività delle Ong volta a consentire lo sbarco dei migranti dai barconi produca l’effetto di incentivare le partenze e di incrementare il numero delle vittime dei naufragi». Secondo il giudice, «rimane nell’ambito dell’esercizio del diritto di critica, essendo espressione dell’opinione personale dell’autore, secondo cui il verificarsi dei naufragi non può essere imputato al governo per la chiusura dei porti ma semmai all’atteggiamento opposto di assecondare le attività delle Ong, consentendo lo sbarco dei migranti». E anche le espressioni «cedere al ricatto» e «la sporca legge delle Ong», per quanto «dal forte impatto e dalla connotazione negativa», è affermato in sentenza, «non assurgono a offesa». Come l’uso del termine «ricatto», col quale si censura «la strumentalizzazione politica della tragedia in mare», afferma ancora il giudice, «è volto a stigmatizzare la scelta di cedere alle pressioni morali delle Ong, affinché sia consentito lo sbarco dei migranti, rispetto a quella propugnata dall’autore come migliore soluzione, ovvero rendere impossibile l’immigrazione». Quella clandestina in particolare. I cui flussi sembrano inarrestabili. Ieri l’ennesima inchiesta giudiziaria, con 29 arresti, ha sgominato una banda di spedizionieri umani dalla Turchia. «Questo mese arriveranno tante persone al confine con la Grecia e apriranno sicuramente i confini per farli passare». Un’inchiesta della Procura di Catanzaro svela tutti i retroscena della rotta balcanica, la stessa che due mesi fa si è trasformata nel teatro della tragedia di Steccato di Cutro. Il cuore pulsante dell’organizzazione smantellata dagli investigatori della polizia di Stato coordinati dal procuratore Nicola Gratteri era in Turchia. In un bar del quartiere Aksaray di Istanbul con vista sul Bosforo, il Sulaymaniye Cafè. La trattativa con chi doveva partire si consumava lì. Il viaggio per l’Europa con l’Italia come tappa intermedia costava tra i 7.000 e i 15.000 euro. Una trentina le traversate monitorate.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
Continua a leggereRiduci
Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
Continua a leggereRiduci
Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.