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2023-01-25
Cinquant'anni fa: la fine della guerra del Vietnam
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(Getty Images)
L’annuncio della firma sui lunghi e sofferti trattati di pace arrivò il 24 gennaio 1973 a Parigi tra gli Americani e il governo sudvietnamita da una parte e il governo di Hanoi e i vietcong del Sud seduti dall’altra parte del tavolo. Le sigle erano quelle di William Pierce Rogers, Segretario di Stato durante la presidenza Nixon e dell’omologo Sudvietnamita Charles Tran Van Lam. Da parte di Hanoi firmò Nguyen Duy Trinh e per il governo rivoluzionario del Sud, Nguyen Thi Binh. Dietro a questi nomi poco noti, si celava la fine di uno di conflitti più cruenti del Ventesimo secolo, il primo ad avere avuto una risonanza mediatica mondiale giorno per giorno per quasi un decennio. Gli Stati Uniti annunciavano il ritiro completo delle forze armate nel Sud del Paese e, cosa ancora più rilevante, riconoscevano il governo comunista rivoluzionario presente nel Vietnam meridionale, lasciando di fatto il debole governo di Thieu alla mercé del nemico. Ciò che colpiva maggiormente l’opinione pubblica occidentale erano i numeri e le statistiche di quel conflitto combattuto contro un nemico spesso invisibile e abituato alla guerra e alla presenza straniera da più di un secolo da quando era incominciata la dominazione francese dell’Indocina. Al gennaio 1973 i morti in combattimento tra i soldati americani erano stati 45mila. Includendo le vittime di malattie, incidenti e altre cause, il saldo totale superò i 58mila decessi. Una strage il cui memento si mostrava in Patria con i feriti e gli invalidi tra i reduci, oltre 150mila disseminati in tutti gli Stati Uniti. Uno shock per il mondo che aveva assistito quotidianamente alle cronache da quel piccolo Paese dell’estremo Oriente diventato il più famoso vulnus nell'attrito tra i blocchi contrapposti nella Guerra Fredda, che fu determinante per l’evoluzione successiva della storia geopolitica mondiale. La guerra del Vietnam fu una guerra nella guerra, che andò ad intrecciarsi con un secolo di storia coloniale dell’Indocina, caratterizzata dal dominio francese a partire dai primi anni del Diciannovesimo secolo in un continuum di guerre locali attraverso cui passò anche la Seconda Guerra Mondiale. Il Vietnam fu per secoli un dominio cinese (viet è la traslitterazione fonetica di Yué, straniero e Nam, che significa Sud) fino a quando all’inizio dell’Ottocento uno dei più potenti feudatari riuscì a creare un regno del Vietnam con l’appoggio della Francia, che gradualmente prese il sopravvento con l’intervento militare giustificato dai continui attacchi alle missioni cattoliche. L’unità del Vietnam, parte dell’Indocina francese, fu conclusa nel 1887. Nel 1941 i Giapponesi occuparono il Paese e fu in questo periodo che Ho-Chi Minh e il suo braccio militare generale Vò-Nguyen Giap fondarono il Viet-minh o Lega per l’indipendenza del Vietnam contro l’invasore nipponico. Gli accordi di pace del 1945 cambiarono nuovamente l’assetto geopolitico e alla Cina (poco più tardi teatro della rivoluzione comunista) fu concessa l’annessione del Nord Vietnam, mentre i Francesi sarebbero rimasti a sud del 16°parallelo. Nel quadro di forte instabilità Ho Chi Minh prese il potere al Nord, con la mira di riunificare la nazione sotto uno stato comunista. A guerra fredda già in corso, l’attacco dei nordvietnamiti porterà alla sconfitta di Diem-Bien Phu del 1954. Con la dipartita dei Francesi, entrarono in gioco indirettamente gli Americani che sostennero al Sud un debole governo autocratico guidato da Diem, osteggiato da bonzi e comunisti che organizzarono il primo fronte Vietcong. Fu sotto la presidenza del democratico John Fitzgerald Kennedy che i consiglieri militari americani suggerirono l’invio di un contingente militare con lo scopo di addestrare l’ARVN (Army Regular Viet Nam) nell’eventualità di un attacco da parte delle forze armate di Hanoi. Il 5 agosto 1964 il cacciatorpediniere americano Maddox, secondo i vertici militari Usa, sarebbe stato attaccato da forze nordvietnamite nel golfo del Tonchino. Fu l’incidente che determinò la partecipazione diretta dell’esercito americano in Vietnam. Dalle basi del Sud iniziarono i massicci bombardamenti con i B-52 e i cacciabombardieri F-4 Phantom sul Nord Vietnam, parallelamente ad una forte escalation militare americana, forte nelle armi e nella tecnologia contro un nemico spesso invisibile pronto a colpire con le tecniche della guerriglia nel folto della giungla. Non bastarono l’impiego di napalm per diradare l’intricata foresta tropicale, né la cavalleria dell’aria sugli elicotteri Uh-1 Iroquois, per tutti «Huey». Il sentiero di Ho-Chi Minh, ossia la via di rifornimento dal Nord al Sud studiata in quasi un secolo di guerra sostenuto dalle popolazioni fu sempre in funzione (attraverso cui passavano gli aiuti militari cinesi e russi), le trappole nella giungla e le bombe dei Vietcong a Saigon e nei principali centri del Sud del paese con il passare dei mesi erosero lentamente le conquiste dell’ARVN e degli Americani. Il 1968 segnò una svolta dopo che l’inizio dell’anno fu teatro della più pesante controffensiva nordvietnamita, nota come offensiva del «Têt» dal nome del capodanno buddista, dove le forze di Ho-Chi Minh si spinsero fino nell’area urbana di Saigon. E ancora, la terribile strage di Huê, la città imperiale conquistata dai comunisti per oltre un mese. La pressione dell’opinione pubblica mondiale nell’anno della contestazione e l’inizio di forti tensioni interne che sfociarono in duri scontri di piazza e all’esplosione della questione razziale spinsero la presidenza di Richard Nixon ad intavolare i trattati di pace di Parigi, con la promessa di terminare i bombardamenti sul Nord del Vietnam. Le trattative però stagnarono per anni, visto il rifiuto americano e sudvietnamita di riconoscere l’autorità vietcong durante gli incontri a Parigi e i bombardamenti e le ostilità ripresero portando con sé ancora migliaia di vittime civili e militari. All’esordio del nuovo decennio, l’evoluzione geopolitica della Guerra Fredda mutò il quadro internazionale, influenzando anche l’andamento della guerra del Vietnam. I primi segni di distensione divennero concreti proprio con l’alleato più stretto di Hanoi, la Cina, culminati nel viaggio di Nixon a Pechino nel 1972. L’imminente crisi economica e i costi stellari della guerra, oltre che al desiderio di Nixon di concludere il conflitto con una pace onorevole, accelerarono le trattative fino all’accordo definitivo della fine del gennaio dell’anno successivo. Dal ritiro delle forze Usa, il governo di Thieu andò incontro alla dissoluzione fino all’offensiva finale avvenuta due anni più tardi. Il 30 aprile 1975 cadeva la capitale Saigon invasa dalle truppe rosse di Giap, che avevano conquistato un paese devastato tra i più poveri al mondo e che presto sarebbe stato coinvolto in nuovi e sanguinosi conflitti . Negli anni a venire, la guerra del Vietnam continuò a far sentire la sua presenza nella dolorosa questione dei reduci americani e del loro duro reinserimento nella società. Usciti a stento vivi da quello che fino ad allora era stato il più lungo conflitto per l’esercito americano, furono costretti ad affrontare in molti casi l’indifferenza se non l’ostilità della società una volta tornati da una guerra perduta e simbolo di un’era che si avviava al tramonto. Durante gli anni della stagnazione economica e dell’America travolta dallo scandalo Watergate, i veterani faticarono a vedere riconosciuti i propri diritti alla sussistenza dopo aver immolato alla nazione il proprio corpo e la propria salute mentale. L’effetto del «fantasma Vietnam», svanito solo successivamente al crollo dell’Urss e alla vittoria nella Prima guerra del Golfo, si manifestò nella produzione cinematografica almeno fino alla fine degli anni Ottanta. I titoli che trattavano la guerra e la questione dei reduci segnarono la storia del cinema americano. Tra i film più importanti «Il cacciatore» di Michael Cimino, «Apocalypse Now» di Francis Ford Coppola, «Platoon» di Oliver Stone, la saga di «Rambo», «Nato il quattro luglio» e «Full metal jacket» di Stanley Kubrick per citarne solo alcuni. Fino a quando l’«odore del napalm» fu svanito del tutto nella giungla inestricabile del Vietnam e nel ricordo collettivo di quasi un decennio di cronache quotidiane della guerra.
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Durata quasi un decennio, fu la prima guerra coperta quotidianamente dai media mondiali e la più sentita dall'opinione pubblica. Dal trionfo Usa nella Seconda Guerra mondiale all'incubo, ravvivato dalla sorte dei reduci americani e dall'onda lunga dei capolavori del cinema. La storia e le immagini.L’annuncio della firma sui lunghi e sofferti trattati di pace arrivò il 24 gennaio 1973 a Parigi tra gli Americani e il governo sudvietnamita da una parte e il governo di Hanoi e i vietcong del Sud seduti dall’altra parte del tavolo. Le sigle erano quelle di William Pierce Rogers, Segretario di Stato durante la presidenza Nixon e dell’omologo Sudvietnamita Charles Tran Van Lam. Da parte di Hanoi firmò Nguyen Duy Trinh e per il governo rivoluzionario del Sud, Nguyen Thi Binh. Dietro a questi nomi poco noti, si celava la fine di uno di conflitti più cruenti del Ventesimo secolo, il primo ad avere avuto una risonanza mediatica mondiale giorno per giorno per quasi un decennio. Gli Stati Uniti annunciavano il ritiro completo delle forze armate nel Sud del Paese e, cosa ancora più rilevante, riconoscevano il governo comunista rivoluzionario presente nel Vietnam meridionale, lasciando di fatto il debole governo di Thieu alla mercé del nemico. Ciò che colpiva maggiormente l’opinione pubblica occidentale erano i numeri e le statistiche di quel conflitto combattuto contro un nemico spesso invisibile e abituato alla guerra e alla presenza straniera da più di un secolo da quando era incominciata la dominazione francese dell’Indocina. Al gennaio 1973 i morti in combattimento tra i soldati americani erano stati 45mila. Includendo le vittime di malattie, incidenti e altre cause, il saldo totale superò i 58mila decessi. Una strage il cui memento si mostrava in Patria con i feriti e gli invalidi tra i reduci, oltre 150mila disseminati in tutti gli Stati Uniti. Uno shock per il mondo che aveva assistito quotidianamente alle cronache da quel piccolo Paese dell’estremo Oriente diventato il più famoso vulnus nell'attrito tra i blocchi contrapposti nella Guerra Fredda, che fu determinante per l’evoluzione successiva della storia geopolitica mondiale. La guerra del Vietnam fu una guerra nella guerra, che andò ad intrecciarsi con un secolo di storia coloniale dell’Indocina, caratterizzata dal dominio francese a partire dai primi anni del Diciannovesimo secolo in un continuum di guerre locali attraverso cui passò anche la Seconda Guerra Mondiale. Il Vietnam fu per secoli un dominio cinese (viet è la traslitterazione fonetica di Yué, straniero e Nam, che significa Sud) fino a quando all’inizio dell’Ottocento uno dei più potenti feudatari riuscì a creare un regno del Vietnam con l’appoggio della Francia, che gradualmente prese il sopravvento con l’intervento militare giustificato dai continui attacchi alle missioni cattoliche. L’unità del Vietnam, parte dell’Indocina francese, fu conclusa nel 1887. Nel 1941 i Giapponesi occuparono il Paese e fu in questo periodo che Ho-Chi Minh e il suo braccio militare generale Vò-Nguyen Giap fondarono il Viet-minh o Lega per l’indipendenza del Vietnam contro l’invasore nipponico. Gli accordi di pace del 1945 cambiarono nuovamente l’assetto geopolitico e alla Cina (poco più tardi teatro della rivoluzione comunista) fu concessa l’annessione del Nord Vietnam, mentre i Francesi sarebbero rimasti a sud del 16°parallelo. Nel quadro di forte instabilità Ho Chi Minh prese il potere al Nord, con la mira di riunificare la nazione sotto uno stato comunista. A guerra fredda già in corso, l’attacco dei nordvietnamiti porterà alla sconfitta di Diem-Bien Phu del 1954. Con la dipartita dei Francesi, entrarono in gioco indirettamente gli Americani che sostennero al Sud un debole governo autocratico guidato da Diem, osteggiato da bonzi e comunisti che organizzarono il primo fronte Vietcong. Fu sotto la presidenza del democratico John Fitzgerald Kennedy che i consiglieri militari americani suggerirono l’invio di un contingente militare con lo scopo di addestrare l’ARVN (Army Regular Viet Nam) nell’eventualità di un attacco da parte delle forze armate di Hanoi. Il 5 agosto 1964 il cacciatorpediniere americano Maddox, secondo i vertici militari Usa, sarebbe stato attaccato da forze nordvietnamite nel golfo del Tonchino. Fu l’incidente che determinò la partecipazione diretta dell’esercito americano in Vietnam. Dalle basi del Sud iniziarono i massicci bombardamenti con i B-52 e i cacciabombardieri F-4 Phantom sul Nord Vietnam, parallelamente ad una forte escalation militare americana, forte nelle armi e nella tecnologia contro un nemico spesso invisibile pronto a colpire con le tecniche della guerriglia nel folto della giungla. Non bastarono l’impiego di napalm per diradare l’intricata foresta tropicale, né la cavalleria dell’aria sugli elicotteri Uh-1 Iroquois, per tutti «Huey». Il sentiero di Ho-Chi Minh, ossia la via di rifornimento dal Nord al Sud studiata in quasi un secolo di guerra sostenuto dalle popolazioni fu sempre in funzione (attraverso cui passavano gli aiuti militari cinesi e russi), le trappole nella giungla e le bombe dei Vietcong a Saigon e nei principali centri del Sud del paese con il passare dei mesi erosero lentamente le conquiste dell’ARVN e degli Americani. Il 1968 segnò una svolta dopo che l’inizio dell’anno fu teatro della più pesante controffensiva nordvietnamita, nota come offensiva del «Têt» dal nome del capodanno buddista, dove le forze di Ho-Chi Minh si spinsero fino nell’area urbana di Saigon. E ancora, la terribile strage di Huê, la città imperiale conquistata dai comunisti per oltre un mese. La pressione dell’opinione pubblica mondiale nell’anno della contestazione e l’inizio di forti tensioni interne che sfociarono in duri scontri di piazza e all’esplosione della questione razziale spinsero la presidenza di Richard Nixon ad intavolare i trattati di pace di Parigi, con la promessa di terminare i bombardamenti sul Nord del Vietnam. Le trattative però stagnarono per anni, visto il rifiuto americano e sudvietnamita di riconoscere l’autorità vietcong durante gli incontri a Parigi e i bombardamenti e le ostilità ripresero portando con sé ancora migliaia di vittime civili e militari. All’esordio del nuovo decennio, l’evoluzione geopolitica della Guerra Fredda mutò il quadro internazionale, influenzando anche l’andamento della guerra del Vietnam. I primi segni di distensione divennero concreti proprio con l’alleato più stretto di Hanoi, la Cina, culminati nel viaggio di Nixon a Pechino nel 1972. L’imminente crisi economica e i costi stellari della guerra, oltre che al desiderio di Nixon di concludere il conflitto con una pace onorevole, accelerarono le trattative fino all’accordo definitivo della fine del gennaio dell’anno successivo. Dal ritiro delle forze Usa, il governo di Thieu andò incontro alla dissoluzione fino all’offensiva finale avvenuta due anni più tardi. Il 30 aprile 1975 cadeva la capitale Saigon invasa dalle truppe rosse di Giap, che avevano conquistato un paese devastato tra i più poveri al mondo e che presto sarebbe stato coinvolto in nuovi e sanguinosi conflitti . Negli anni a venire, la guerra del Vietnam continuò a far sentire la sua presenza nella dolorosa questione dei reduci americani e del loro duro reinserimento nella società. Usciti a stento vivi da quello che fino ad allora era stato il più lungo conflitto per l’esercito americano, furono costretti ad affrontare in molti casi l’indifferenza se non l’ostilità della società una volta tornati da una guerra perduta e simbolo di un’era che si avviava al tramonto. Durante gli anni della stagnazione economica e dell’America travolta dallo scandalo Watergate, i veterani faticarono a vedere riconosciuti i propri diritti alla sussistenza dopo aver immolato alla nazione il proprio corpo e la propria salute mentale. L’effetto del «fantasma Vietnam», svanito solo successivamente al crollo dell’Urss e alla vittoria nella Prima guerra del Golfo, si manifestò nella produzione cinematografica almeno fino alla fine degli anni Ottanta. I titoli che trattavano la guerra e la questione dei reduci segnarono la storia del cinema americano. Tra i film più importanti «Il cacciatore» di Michael Cimino, «Apocalypse Now» di Francis Ford Coppola, «Platoon» di Oliver Stone, la saga di «Rambo», «Nato il quattro luglio» e «Full metal jacket» di Stanley Kubrick per citarne solo alcuni. Fino a quando l’«odore del napalm» fu svanito del tutto nella giungla inestricabile del Vietnam e nel ricordo collettivo di quasi un decennio di cronache quotidiane della guerra.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.