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2023-01-25
Cinquant'anni fa: la fine della guerra del Vietnam
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(Getty Images)
L’annuncio della firma sui lunghi e sofferti trattati di pace arrivò il 24 gennaio 1973 a Parigi tra gli Americani e il governo sudvietnamita da una parte e il governo di Hanoi e i vietcong del Sud seduti dall’altra parte del tavolo. Le sigle erano quelle di William Pierce Rogers, Segretario di Stato durante la presidenza Nixon e dell’omologo Sudvietnamita Charles Tran Van Lam. Da parte di Hanoi firmò Nguyen Duy Trinh e per il governo rivoluzionario del Sud, Nguyen Thi Binh. Dietro a questi nomi poco noti, si celava la fine di uno di conflitti più cruenti del Ventesimo secolo, il primo ad avere avuto una risonanza mediatica mondiale giorno per giorno per quasi un decennio. Gli Stati Uniti annunciavano il ritiro completo delle forze armate nel Sud del Paese e, cosa ancora più rilevante, riconoscevano il governo comunista rivoluzionario presente nel Vietnam meridionale, lasciando di fatto il debole governo di Thieu alla mercé del nemico. Ciò che colpiva maggiormente l’opinione pubblica occidentale erano i numeri e le statistiche di quel conflitto combattuto contro un nemico spesso invisibile e abituato alla guerra e alla presenza straniera da più di un secolo da quando era incominciata la dominazione francese dell’Indocina. Al gennaio 1973 i morti in combattimento tra i soldati americani erano stati 45mila. Includendo le vittime di malattie, incidenti e altre cause, il saldo totale superò i 58mila decessi. Una strage il cui memento si mostrava in Patria con i feriti e gli invalidi tra i reduci, oltre 150mila disseminati in tutti gli Stati Uniti. Uno shock per il mondo che aveva assistito quotidianamente alle cronache da quel piccolo Paese dell’estremo Oriente diventato il più famoso vulnus nell'attrito tra i blocchi contrapposti nella Guerra Fredda, che fu determinante per l’evoluzione successiva della storia geopolitica mondiale. La guerra del Vietnam fu una guerra nella guerra, che andò ad intrecciarsi con un secolo di storia coloniale dell’Indocina, caratterizzata dal dominio francese a partire dai primi anni del Diciannovesimo secolo in un continuum di guerre locali attraverso cui passò anche la Seconda Guerra Mondiale. Il Vietnam fu per secoli un dominio cinese (viet è la traslitterazione fonetica di Yué, straniero e Nam, che significa Sud) fino a quando all’inizio dell’Ottocento uno dei più potenti feudatari riuscì a creare un regno del Vietnam con l’appoggio della Francia, che gradualmente prese il sopravvento con l’intervento militare giustificato dai continui attacchi alle missioni cattoliche. L’unità del Vietnam, parte dell’Indocina francese, fu conclusa nel 1887. Nel 1941 i Giapponesi occuparono il Paese e fu in questo periodo che Ho-Chi Minh e il suo braccio militare generale Vò-Nguyen Giap fondarono il Viet-minh o Lega per l’indipendenza del Vietnam contro l’invasore nipponico. Gli accordi di pace del 1945 cambiarono nuovamente l’assetto geopolitico e alla Cina (poco più tardi teatro della rivoluzione comunista) fu concessa l’annessione del Nord Vietnam, mentre i Francesi sarebbero rimasti a sud del 16°parallelo. Nel quadro di forte instabilità Ho Chi Minh prese il potere al Nord, con la mira di riunificare la nazione sotto uno stato comunista. A guerra fredda già in corso, l’attacco dei nordvietnamiti porterà alla sconfitta di Diem-Bien Phu del 1954. Con la dipartita dei Francesi, entrarono in gioco indirettamente gli Americani che sostennero al Sud un debole governo autocratico guidato da Diem, osteggiato da bonzi e comunisti che organizzarono il primo fronte Vietcong. Fu sotto la presidenza del democratico John Fitzgerald Kennedy che i consiglieri militari americani suggerirono l’invio di un contingente militare con lo scopo di addestrare l’ARVN (Army Regular Viet Nam) nell’eventualità di un attacco da parte delle forze armate di Hanoi. Il 5 agosto 1964 il cacciatorpediniere americano Maddox, secondo i vertici militari Usa, sarebbe stato attaccato da forze nordvietnamite nel golfo del Tonchino. Fu l’incidente che determinò la partecipazione diretta dell’esercito americano in Vietnam. Dalle basi del Sud iniziarono i massicci bombardamenti con i B-52 e i cacciabombardieri F-4 Phantom sul Nord Vietnam, parallelamente ad una forte escalation militare americana, forte nelle armi e nella tecnologia contro un nemico spesso invisibile pronto a colpire con le tecniche della guerriglia nel folto della giungla. Non bastarono l’impiego di napalm per diradare l’intricata foresta tropicale, né la cavalleria dell’aria sugli elicotteri Uh-1 Iroquois, per tutti «Huey». Il sentiero di Ho-Chi Minh, ossia la via di rifornimento dal Nord al Sud studiata in quasi un secolo di guerra sostenuto dalle popolazioni fu sempre in funzione (attraverso cui passavano gli aiuti militari cinesi e russi), le trappole nella giungla e le bombe dei Vietcong a Saigon e nei principali centri del Sud del paese con il passare dei mesi erosero lentamente le conquiste dell’ARVN e degli Americani. Il 1968 segnò una svolta dopo che l’inizio dell’anno fu teatro della più pesante controffensiva nordvietnamita, nota come offensiva del «Têt» dal nome del capodanno buddista, dove le forze di Ho-Chi Minh si spinsero fino nell’area urbana di Saigon. E ancora, la terribile strage di Huê, la città imperiale conquistata dai comunisti per oltre un mese. La pressione dell’opinione pubblica mondiale nell’anno della contestazione e l’inizio di forti tensioni interne che sfociarono in duri scontri di piazza e all’esplosione della questione razziale spinsero la presidenza di Richard Nixon ad intavolare i trattati di pace di Parigi, con la promessa di terminare i bombardamenti sul Nord del Vietnam. Le trattative però stagnarono per anni, visto il rifiuto americano e sudvietnamita di riconoscere l’autorità vietcong durante gli incontri a Parigi e i bombardamenti e le ostilità ripresero portando con sé ancora migliaia di vittime civili e militari. All’esordio del nuovo decennio, l’evoluzione geopolitica della Guerra Fredda mutò il quadro internazionale, influenzando anche l’andamento della guerra del Vietnam. I primi segni di distensione divennero concreti proprio con l’alleato più stretto di Hanoi, la Cina, culminati nel viaggio di Nixon a Pechino nel 1972. L’imminente crisi economica e i costi stellari della guerra, oltre che al desiderio di Nixon di concludere il conflitto con una pace onorevole, accelerarono le trattative fino all’accordo definitivo della fine del gennaio dell’anno successivo. Dal ritiro delle forze Usa, il governo di Thieu andò incontro alla dissoluzione fino all’offensiva finale avvenuta due anni più tardi. Il 30 aprile 1975 cadeva la capitale Saigon invasa dalle truppe rosse di Giap, che avevano conquistato un paese devastato tra i più poveri al mondo e che presto sarebbe stato coinvolto in nuovi e sanguinosi conflitti . Negli anni a venire, la guerra del Vietnam continuò a far sentire la sua presenza nella dolorosa questione dei reduci americani e del loro duro reinserimento nella società. Usciti a stento vivi da quello che fino ad allora era stato il più lungo conflitto per l’esercito americano, furono costretti ad affrontare in molti casi l’indifferenza se non l’ostilità della società una volta tornati da una guerra perduta e simbolo di un’era che si avviava al tramonto. Durante gli anni della stagnazione economica e dell’America travolta dallo scandalo Watergate, i veterani faticarono a vedere riconosciuti i propri diritti alla sussistenza dopo aver immolato alla nazione il proprio corpo e la propria salute mentale. L’effetto del «fantasma Vietnam», svanito solo successivamente al crollo dell’Urss e alla vittoria nella Prima guerra del Golfo, si manifestò nella produzione cinematografica almeno fino alla fine degli anni Ottanta. I titoli che trattavano la guerra e la questione dei reduci segnarono la storia del cinema americano. Tra i film più importanti «Il cacciatore» di Michael Cimino, «Apocalypse Now» di Francis Ford Coppola, «Platoon» di Oliver Stone, la saga di «Rambo», «Nato il quattro luglio» e «Full metal jacket» di Stanley Kubrick per citarne solo alcuni. Fino a quando l’«odore del napalm» fu svanito del tutto nella giungla inestricabile del Vietnam e nel ricordo collettivo di quasi un decennio di cronache quotidiane della guerra.
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Durata quasi un decennio, fu la prima guerra coperta quotidianamente dai media mondiali e la più sentita dall'opinione pubblica. Dal trionfo Usa nella Seconda Guerra mondiale all'incubo, ravvivato dalla sorte dei reduci americani e dall'onda lunga dei capolavori del cinema. La storia e le immagini.L’annuncio della firma sui lunghi e sofferti trattati di pace arrivò il 24 gennaio 1973 a Parigi tra gli Americani e il governo sudvietnamita da una parte e il governo di Hanoi e i vietcong del Sud seduti dall’altra parte del tavolo. Le sigle erano quelle di William Pierce Rogers, Segretario di Stato durante la presidenza Nixon e dell’omologo Sudvietnamita Charles Tran Van Lam. Da parte di Hanoi firmò Nguyen Duy Trinh e per il governo rivoluzionario del Sud, Nguyen Thi Binh. Dietro a questi nomi poco noti, si celava la fine di uno di conflitti più cruenti del Ventesimo secolo, il primo ad avere avuto una risonanza mediatica mondiale giorno per giorno per quasi un decennio. Gli Stati Uniti annunciavano il ritiro completo delle forze armate nel Sud del Paese e, cosa ancora più rilevante, riconoscevano il governo comunista rivoluzionario presente nel Vietnam meridionale, lasciando di fatto il debole governo di Thieu alla mercé del nemico. Ciò che colpiva maggiormente l’opinione pubblica occidentale erano i numeri e le statistiche di quel conflitto combattuto contro un nemico spesso invisibile e abituato alla guerra e alla presenza straniera da più di un secolo da quando era incominciata la dominazione francese dell’Indocina. Al gennaio 1973 i morti in combattimento tra i soldati americani erano stati 45mila. Includendo le vittime di malattie, incidenti e altre cause, il saldo totale superò i 58mila decessi. Una strage il cui memento si mostrava in Patria con i feriti e gli invalidi tra i reduci, oltre 150mila disseminati in tutti gli Stati Uniti. Uno shock per il mondo che aveva assistito quotidianamente alle cronache da quel piccolo Paese dell’estremo Oriente diventato il più famoso vulnus nell'attrito tra i blocchi contrapposti nella Guerra Fredda, che fu determinante per l’evoluzione successiva della storia geopolitica mondiale. La guerra del Vietnam fu una guerra nella guerra, che andò ad intrecciarsi con un secolo di storia coloniale dell’Indocina, caratterizzata dal dominio francese a partire dai primi anni del Diciannovesimo secolo in un continuum di guerre locali attraverso cui passò anche la Seconda Guerra Mondiale. Il Vietnam fu per secoli un dominio cinese (viet è la traslitterazione fonetica di Yué, straniero e Nam, che significa Sud) fino a quando all’inizio dell’Ottocento uno dei più potenti feudatari riuscì a creare un regno del Vietnam con l’appoggio della Francia, che gradualmente prese il sopravvento con l’intervento militare giustificato dai continui attacchi alle missioni cattoliche. L’unità del Vietnam, parte dell’Indocina francese, fu conclusa nel 1887. Nel 1941 i Giapponesi occuparono il Paese e fu in questo periodo che Ho-Chi Minh e il suo braccio militare generale Vò-Nguyen Giap fondarono il Viet-minh o Lega per l’indipendenza del Vietnam contro l’invasore nipponico. Gli accordi di pace del 1945 cambiarono nuovamente l’assetto geopolitico e alla Cina (poco più tardi teatro della rivoluzione comunista) fu concessa l’annessione del Nord Vietnam, mentre i Francesi sarebbero rimasti a sud del 16°parallelo. Nel quadro di forte instabilità Ho Chi Minh prese il potere al Nord, con la mira di riunificare la nazione sotto uno stato comunista. A guerra fredda già in corso, l’attacco dei nordvietnamiti porterà alla sconfitta di Diem-Bien Phu del 1954. Con la dipartita dei Francesi, entrarono in gioco indirettamente gli Americani che sostennero al Sud un debole governo autocratico guidato da Diem, osteggiato da bonzi e comunisti che organizzarono il primo fronte Vietcong. Fu sotto la presidenza del democratico John Fitzgerald Kennedy che i consiglieri militari americani suggerirono l’invio di un contingente militare con lo scopo di addestrare l’ARVN (Army Regular Viet Nam) nell’eventualità di un attacco da parte delle forze armate di Hanoi. Il 5 agosto 1964 il cacciatorpediniere americano Maddox, secondo i vertici militari Usa, sarebbe stato attaccato da forze nordvietnamite nel golfo del Tonchino. Fu l’incidente che determinò la partecipazione diretta dell’esercito americano in Vietnam. Dalle basi del Sud iniziarono i massicci bombardamenti con i B-52 e i cacciabombardieri F-4 Phantom sul Nord Vietnam, parallelamente ad una forte escalation militare americana, forte nelle armi e nella tecnologia contro un nemico spesso invisibile pronto a colpire con le tecniche della guerriglia nel folto della giungla. Non bastarono l’impiego di napalm per diradare l’intricata foresta tropicale, né la cavalleria dell’aria sugli elicotteri Uh-1 Iroquois, per tutti «Huey». Il sentiero di Ho-Chi Minh, ossia la via di rifornimento dal Nord al Sud studiata in quasi un secolo di guerra sostenuto dalle popolazioni fu sempre in funzione (attraverso cui passavano gli aiuti militari cinesi e russi), le trappole nella giungla e le bombe dei Vietcong a Saigon e nei principali centri del Sud del paese con il passare dei mesi erosero lentamente le conquiste dell’ARVN e degli Americani. Il 1968 segnò una svolta dopo che l’inizio dell’anno fu teatro della più pesante controffensiva nordvietnamita, nota come offensiva del «Têt» dal nome del capodanno buddista, dove le forze di Ho-Chi Minh si spinsero fino nell’area urbana di Saigon. E ancora, la terribile strage di Huê, la città imperiale conquistata dai comunisti per oltre un mese. La pressione dell’opinione pubblica mondiale nell’anno della contestazione e l’inizio di forti tensioni interne che sfociarono in duri scontri di piazza e all’esplosione della questione razziale spinsero la presidenza di Richard Nixon ad intavolare i trattati di pace di Parigi, con la promessa di terminare i bombardamenti sul Nord del Vietnam. Le trattative però stagnarono per anni, visto il rifiuto americano e sudvietnamita di riconoscere l’autorità vietcong durante gli incontri a Parigi e i bombardamenti e le ostilità ripresero portando con sé ancora migliaia di vittime civili e militari. All’esordio del nuovo decennio, l’evoluzione geopolitica della Guerra Fredda mutò il quadro internazionale, influenzando anche l’andamento della guerra del Vietnam. I primi segni di distensione divennero concreti proprio con l’alleato più stretto di Hanoi, la Cina, culminati nel viaggio di Nixon a Pechino nel 1972. L’imminente crisi economica e i costi stellari della guerra, oltre che al desiderio di Nixon di concludere il conflitto con una pace onorevole, accelerarono le trattative fino all’accordo definitivo della fine del gennaio dell’anno successivo. Dal ritiro delle forze Usa, il governo di Thieu andò incontro alla dissoluzione fino all’offensiva finale avvenuta due anni più tardi. Il 30 aprile 1975 cadeva la capitale Saigon invasa dalle truppe rosse di Giap, che avevano conquistato un paese devastato tra i più poveri al mondo e che presto sarebbe stato coinvolto in nuovi e sanguinosi conflitti . Negli anni a venire, la guerra del Vietnam continuò a far sentire la sua presenza nella dolorosa questione dei reduci americani e del loro duro reinserimento nella società. Usciti a stento vivi da quello che fino ad allora era stato il più lungo conflitto per l’esercito americano, furono costretti ad affrontare in molti casi l’indifferenza se non l’ostilità della società una volta tornati da una guerra perduta e simbolo di un’era che si avviava al tramonto. Durante gli anni della stagnazione economica e dell’America travolta dallo scandalo Watergate, i veterani faticarono a vedere riconosciuti i propri diritti alla sussistenza dopo aver immolato alla nazione il proprio corpo e la propria salute mentale. L’effetto del «fantasma Vietnam», svanito solo successivamente al crollo dell’Urss e alla vittoria nella Prima guerra del Golfo, si manifestò nella produzione cinematografica almeno fino alla fine degli anni Ottanta. I titoli che trattavano la guerra e la questione dei reduci segnarono la storia del cinema americano. Tra i film più importanti «Il cacciatore» di Michael Cimino, «Apocalypse Now» di Francis Ford Coppola, «Platoon» di Oliver Stone, la saga di «Rambo», «Nato il quattro luglio» e «Full metal jacket» di Stanley Kubrick per citarne solo alcuni. Fino a quando l’«odore del napalm» fu svanito del tutto nella giungla inestricabile del Vietnam e nel ricordo collettivo di quasi un decennio di cronache quotidiane della guerra.
Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.