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2021-06-03
Un video e il fratello svelano l’orrore: «Saman consegnata allo zio e uccisa»
Ansa
«Vai dallo zio». Le ultime parole. Pronunciate da genitori accusati di aver ordinato l'omicidio della figlia. Accecati da un fondamentalismo tracimato in follia. «Vai Saman». Così Saman Abbas, la diciottenne pakistana che sognava di diventare italiana, sarebbe andata incontro al suo boia: lo zio, Danish Hasnain, 33 anni. Lui l'avrebbe aspettata alla fine di una stradina sterrata tra Guastalla e il Po, dove i campi si stendono a perdita d'occhio. Gli investigatori ora ne sono certi. Quella ragazza che voleva solo scappare da un matrimonio combinato in Pakistan sarebbe stata ammazzata per volere dei genitori: Shabbar Abbas e Nazia Shaheen. L'avrebbe raccontato agli inquirenti l'altro figlio, il fratello sedicenne di Saman, che sarà sentito nei prossimi giorni dai magistrati di Reggio Emilia. È stato poi lo zio, ha aggiunto, a uccidere la sorella. Per poi nascondere il cadavere. Forse sottoterra. O in una porcilaia. Oppure in un pozzo.
Sangue del suo sangue.
Peggio di Giovanni Brusca: u' verru, u' porcu, u' scannacristiani. La belva di Cosa nostra che si buttò pentito dopo l'arresto: aveva sciolto nell'acido il tredicenne Santino Di Matteo. Brusca è stato scarcerato dopo 25 anni di reclusione, nell'ovvia indignazione generale. Di Saman invece sembra non importare a nessuno. Vittima due volte: forse della sua atroce famiglia, sicuramente dei silenti ultrà del politicamente corretti. La mafia indigna. Il femminicidio islamico no.
La sconvolgente trama era già stata tratteggiata, grazie a due video recuperati dai carabinieri. Il primo viene ripreso dalla video sorveglianza lo scorso 29 aprile. Sono le 19.15: tre persone si dirigono verso i campi alle spalle dell'azienda agricola di Novellara, dove lavora Shabbar Abbas. Hanno due pale, un piede di porco, un secchio. Tornano sui loro passi alle 21.50: due ore e mezza più tardi. E tra di loro, gli investigatori riconoscono pure un cugino di Saman, Ijaz Ikram: arrestato in Francia sabato scorso mentre tentava di raggiungere Barcellona, la corte d'appello di Nimes ha dato via libera al suo ritorno in Italia.
Ikram si dichiara innocente. Per inquirenti invece la registrazione sarebbe la prova di un delitto premeditato.
Perché il secondo video è del giorno seguente: il 30 aprile 2021. È tarda sera. Le telecamere inquadrano la diciottenne. S'incammina lungo quella stradina isolata. Assieme a lei ci sono il padre e la madre. Che rientrano, più tardi, nel casolare. Senza di lei. Poco prima, ricostruiscono i magistrati, ci sarebbe stata una lite tra la ragazza e i genitori. Il motivo è sempre lo stesso: lei si rifiuta di sposare il cugino. Per questo, prima di Natale, chiede aiuto agli assistenti sociali. Va in una struttura protetta. Come una pentita di mafia, appunto. Ma poi, diventata maggiorenne, lo scorso aprile torna nella casa di famiglia: tra i campi a Novellara. Fino a sparire nel nulla.
Il padre e la madre, spiegano ancora i pm, volevano evitare che partisse di nuovo. L'aveva già fatto nell'estate 2020, quando era finita in Belgio. Proprio dove sarebbe tornata, giura il padre: «È viva, l'ho sentita l'altro ieri, è in Belgio», spiega qualche giorno fa dal Pakistan, dove si trova assieme alla moglie. Un lutto improvviso, assicura. Ma gli investigatori sospettano la fuga. L'uomo aggiunge, nell'intervista al Quotidiano Nazionale, che la figlia non ha il cellulare: «Le ho detto di rientrare anche lei in Italia, per raccontare tutto. Ma era già andata lì un'altra volta, l'anno scorso. Non so se torna».
No. Non è tornata. E mentre il padre sembra annaspare, il figlio sedicenne, rimasto da solo a Novellara, riferisce agli investigatori una versione ben più tragica: è stato lo zio Danish a uccidere la sorella. E i mandanti sarebbero i genitori. Perché lei rifiutava un matrimonio combinato: usanza su cui ieri, finalmente, l'Ucoii ha annunciato una fatwa.
Il fratello era già finito davanti al tribunale dei minori: e l'inchiesta riguarderebbe proprio il primo allontanamento di Saman da casa, dopo l'intervento dei servizi sociali. Ora il sedicenne è in una località protetta, in attesa dell'incidente probatorio. È lui il sesto indagato, dopo i genitori, i due cugini e uno zio: tutti accusati di omicidio e occultamento di cadavere.
È scomparsa da più di un mese.
Nelle campagne del reggiano si continua a cercare Saman. Era arrivata dal Pakistan nel 2015, ancora adolescente. Le erano bastati pochi mesi per imparare l'italiano. Tanto da superare con facilità l'esame di licenza media. Roberta, l'assistente sociale che la seguiva, racconta di una diciottenne che «voleva iscriversi al liceo», «cocciuta e determinata». Voleva diventare una dottoressa, invece deve interrompere gli studi. Per lei ci sono altri piani: un matrimonio combinato e la vita in Pakistan. Anni di scontri. Fino a quando, diventata maggiorenne, tenta di riavere la carta d'identità. Per questo, rientra a casa l'11 aprile 2021. Dove però ritrova la stessa claustrofobia. La solita arretratezza. «Il padre non la faceva uscire nemmeno per fare la spesa» raccontano a Novellara.
Lo scorso 18 dicembre, dopo essere uscita per qualche ora dal centro che la ospitava, Saman posta un video su TikTok. Quindici secondi. È il giorno del suo compleanno. Lei che cammina in via Ugo Bassi, in centro a Bologna. Si vedono le sneakers e i jeans strappati sulle ginocchia. In sottofondo, Sfera Ebbasta canta: «Quando chiami tu mi chiedi: “Dove sei?». Saman aveva due account social. Uno su Instagram: «Alonegirl». La ragazza sola che sapeva di essere. L'altro, appunto, su TikTok: «Italiangirl». La ragazza che non doveva diventare.
L’Ucoii annuncia una fatwa contro l’infibulazione e i matrimoni combinati
«L'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia emetterà una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l'altrettanto tribale usanza dell'infibulazione femminile». È quanto si legge sul sito internet della stessa Ucoii, che, dopo gli sviluppi del caso della giovane Saman Abbas, la ragazza pakistana scomparsa nel Reggiano, ha ritenuto di annunciare tale iniziativa, che verrà formalizzata, è stato precisato, «in concerto con l'Associazione Islamica degli Imam e delle Guide Religiose». L'ente religioso di rappresentanza dei musulmani più radicato in Italia fa inoltre sapere d'essersi preso a cuore la vicenda della povera giovane, col suo presidente, Yassine Lafram, che «ha sin da subito seguito i primi lanci di agenzia per conoscere e aggiornarsi» sull'accaduto.
Ora, com'è ovvio non si può che salutare positivamente la notizia di questa fatwa, che tecnicamente, per i fedeli musulmani, è una prescrizione religiosa vincolante come legge; anzi, c'è da augurarsi che essa possa risultare estremamente tempestiva ed efficace, al fine di prevenire nuove vicende come quella di Saman Abbas, mettendo al bando quelli che sempre l'Ucoii definisce «comportamenti che non possono trovare alcuna giustificazione religiosa, quindi assolutamente da condannare, e ancor di più da prevenire».
Detto ciò, la pur benvenuta iniziativa della rappresentanza islamica pone alcune criticità. Innanzitutto rispetto alla tempistica, che fa pensare che la fatwa in parola serva - come d'altra parte recita la stessa nota Ucoii - per rispondere a chi «mira ad infangare l'intera comunità islamica italiana», più che a rigettare certe pratiche disumane. Viceversa, se davvero l'organizzazione musulmana è in totale buona fede - cosa di cui nessuno a priori dubita -, le cose assumono un contorno ancora più allarmante; sì, perché se urge condannare formalmente i matrimoni combinati forzati e l'usanza dell'infibulazione femminile, significa che il Codice penale italiano, da solo, non basta.
Soprattutto, significa che, al di là delle apparenze, c'è tutto un sottobosco islamico che non solo non risulta integrato, ma che non ha affatto intenzione di esserlo. Da questo punto di vista, inevitabilmente c'è una quota di responsabilità anche da parte della cultura progressista che, allorquando si tratta di fede cristiana, rilancia ossessivamente il mantra della laicità, mentre di fronte ad altre, islamica in primis, ripiega docile sul ritornello della tolleranza, pur consapevole che minoritarie ma non irrilevanti frange musulmane calpestano i più elementari diritti delle donne.
Efficaci, al riguardo, sono le parole della giornalista Eugénie Bastié che pochi giorni fa, su Le Figaro, ha scritto che alcuni «ossessionati dall'idea che il sessismo sia una malattia occidentale, rifiutano la possibilità di un patriarcato d'importazione». Si afferma tutto questo, beninteso, non già per criticare l'iniziativa dell'Ucoii - che in sé, lo si ripete, resta da accogliere con favore -, bensì per rimarcare che un conto sono le belle parole e le iniziative di circostanza, e un altro è la volontà, che ci si augura vi sia davvero in questo caso, di porre fine a pratiche barbare, che ci si deve decidere a condannare anche al di là dei singoli fatti di cronaca.
Viceversa, se ci si limita ogni volta a chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati, vuol dire che manca la volontà di affrontare un problema che, se dobbiamo prestar fede all'Ucoii, esiste eccome. La tragica vicenda di Saman Abbas non è un caso isolato.
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Il sedicenne ha raccontato l'omicidio della ragazza, che rifiutava le nozze forzate con un parente in Pakistan. Un filmato mostra come la giovane è stata tradita dai genitori. Via all'estradizione di un cugino dalla Francia.Apprezzabile iniziativa del maggiore ente religioso musulmano in Italia, ma per quei reati dovrebbe bastare il Codice penale.Lo speciale contiene due articoli.«Vai dallo zio». Le ultime parole. Pronunciate da genitori accusati di aver ordinato l'omicidio della figlia. Accecati da un fondamentalismo tracimato in follia. «Vai Saman». Così Saman Abbas, la diciottenne pakistana che sognava di diventare italiana, sarebbe andata incontro al suo boia: lo zio, Danish Hasnain, 33 anni. Lui l'avrebbe aspettata alla fine di una stradina sterrata tra Guastalla e il Po, dove i campi si stendono a perdita d'occhio. Gli investigatori ora ne sono certi. Quella ragazza che voleva solo scappare da un matrimonio combinato in Pakistan sarebbe stata ammazzata per volere dei genitori: Shabbar Abbas e Nazia Shaheen. L'avrebbe raccontato agli inquirenti l'altro figlio, il fratello sedicenne di Saman, che sarà sentito nei prossimi giorni dai magistrati di Reggio Emilia. È stato poi lo zio, ha aggiunto, a uccidere la sorella. Per poi nascondere il cadavere. Forse sottoterra. O in una porcilaia. Oppure in un pozzo. Sangue del suo sangue. Peggio di Giovanni Brusca: u' verru, u' porcu, u' scannacristiani. La belva di Cosa nostra che si buttò pentito dopo l'arresto: aveva sciolto nell'acido il tredicenne Santino Di Matteo. Brusca è stato scarcerato dopo 25 anni di reclusione, nell'ovvia indignazione generale. Di Saman invece sembra non importare a nessuno. Vittima due volte: forse della sua atroce famiglia, sicuramente dei silenti ultrà del politicamente corretti. La mafia indigna. Il femminicidio islamico no. La sconvolgente trama era già stata tratteggiata, grazie a due video recuperati dai carabinieri. Il primo viene ripreso dalla video sorveglianza lo scorso 29 aprile. Sono le 19.15: tre persone si dirigono verso i campi alle spalle dell'azienda agricola di Novellara, dove lavora Shabbar Abbas. Hanno due pale, un piede di porco, un secchio. Tornano sui loro passi alle 21.50: due ore e mezza più tardi. E tra di loro, gli investigatori riconoscono pure un cugino di Saman, Ijaz Ikram: arrestato in Francia sabato scorso mentre tentava di raggiungere Barcellona, la corte d'appello di Nimes ha dato via libera al suo ritorno in Italia. Ikram si dichiara innocente. Per inquirenti invece la registrazione sarebbe la prova di un delitto premeditato. Perché il secondo video è del giorno seguente: il 30 aprile 2021. È tarda sera. Le telecamere inquadrano la diciottenne. S'incammina lungo quella stradina isolata. Assieme a lei ci sono il padre e la madre. Che rientrano, più tardi, nel casolare. Senza di lei. Poco prima, ricostruiscono i magistrati, ci sarebbe stata una lite tra la ragazza e i genitori. Il motivo è sempre lo stesso: lei si rifiuta di sposare il cugino. Per questo, prima di Natale, chiede aiuto agli assistenti sociali. Va in una struttura protetta. Come una pentita di mafia, appunto. Ma poi, diventata maggiorenne, lo scorso aprile torna nella casa di famiglia: tra i campi a Novellara. Fino a sparire nel nulla. Il padre e la madre, spiegano ancora i pm, volevano evitare che partisse di nuovo. L'aveva già fatto nell'estate 2020, quando era finita in Belgio. Proprio dove sarebbe tornata, giura il padre: «È viva, l'ho sentita l'altro ieri, è in Belgio», spiega qualche giorno fa dal Pakistan, dove si trova assieme alla moglie. Un lutto improvviso, assicura. Ma gli investigatori sospettano la fuga. L'uomo aggiunge, nell'intervista al Quotidiano Nazionale, che la figlia non ha il cellulare: «Le ho detto di rientrare anche lei in Italia, per raccontare tutto. Ma era già andata lì un'altra volta, l'anno scorso. Non so se torna». No. Non è tornata. E mentre il padre sembra annaspare, il figlio sedicenne, rimasto da solo a Novellara, riferisce agli investigatori una versione ben più tragica: è stato lo zio Danish a uccidere la sorella. E i mandanti sarebbero i genitori. Perché lei rifiutava un matrimonio combinato: usanza su cui ieri, finalmente, l'Ucoii ha annunciato una fatwa. Il fratello era già finito davanti al tribunale dei minori: e l'inchiesta riguarderebbe proprio il primo allontanamento di Saman da casa, dopo l'intervento dei servizi sociali. Ora il sedicenne è in una località protetta, in attesa dell'incidente probatorio. È lui il sesto indagato, dopo i genitori, i due cugini e uno zio: tutti accusati di omicidio e occultamento di cadavere. È scomparsa da più di un mese. Nelle campagne del reggiano si continua a cercare Saman. Era arrivata dal Pakistan nel 2015, ancora adolescente. Le erano bastati pochi mesi per imparare l'italiano. Tanto da superare con facilità l'esame di licenza media. Roberta, l'assistente sociale che la seguiva, racconta di una diciottenne che «voleva iscriversi al liceo», «cocciuta e determinata». Voleva diventare una dottoressa, invece deve interrompere gli studi. Per lei ci sono altri piani: un matrimonio combinato e la vita in Pakistan. Anni di scontri. Fino a quando, diventata maggiorenne, tenta di riavere la carta d'identità. Per questo, rientra a casa l'11 aprile 2021. Dove però ritrova la stessa claustrofobia. La solita arretratezza. «Il padre non la faceva uscire nemmeno per fare la spesa» raccontano a Novellara. Lo scorso 18 dicembre, dopo essere uscita per qualche ora dal centro che la ospitava, Saman posta un video su TikTok. Quindici secondi. È il giorno del suo compleanno. Lei che cammina in via Ugo Bassi, in centro a Bologna. Si vedono le sneakers e i jeans strappati sulle ginocchia. In sottofondo, Sfera Ebbasta canta: «Quando chiami tu mi chiedi: “Dove sei?». Saman aveva due account social. Uno su Instagram: «Alonegirl». La ragazza sola che sapeva di essere. L'altro, appunto, su TikTok: «Italiangirl». La ragazza che non doveva diventare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/video-fratello-saman-zio-uccisa-2653211240.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lucoii-annuncia-una-fatwa-contro-linfibulazione-e-i-matrimoni-combinati" data-post-id="2653211240" data-published-at="1622664541" data-use-pagination="False"> L’Ucoii annuncia una fatwa contro l’infibulazione e i matrimoni combinati «L'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia emetterà una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l'altrettanto tribale usanza dell'infibulazione femminile». È quanto si legge sul sito internet della stessa Ucoii, che, dopo gli sviluppi del caso della giovane Saman Abbas, la ragazza pakistana scomparsa nel Reggiano, ha ritenuto di annunciare tale iniziativa, che verrà formalizzata, è stato precisato, «in concerto con l'Associazione Islamica degli Imam e delle Guide Religiose». L'ente religioso di rappresentanza dei musulmani più radicato in Italia fa inoltre sapere d'essersi preso a cuore la vicenda della povera giovane, col suo presidente, Yassine Lafram, che «ha sin da subito seguito i primi lanci di agenzia per conoscere e aggiornarsi» sull'accaduto. Ora, com'è ovvio non si può che salutare positivamente la notizia di questa fatwa, che tecnicamente, per i fedeli musulmani, è una prescrizione religiosa vincolante come legge; anzi, c'è da augurarsi che essa possa risultare estremamente tempestiva ed efficace, al fine di prevenire nuove vicende come quella di Saman Abbas, mettendo al bando quelli che sempre l'Ucoii definisce «comportamenti che non possono trovare alcuna giustificazione religiosa, quindi assolutamente da condannare, e ancor di più da prevenire». Detto ciò, la pur benvenuta iniziativa della rappresentanza islamica pone alcune criticità. Innanzitutto rispetto alla tempistica, che fa pensare che la fatwa in parola serva - come d'altra parte recita la stessa nota Ucoii - per rispondere a chi «mira ad infangare l'intera comunità islamica italiana», più che a rigettare certe pratiche disumane. Viceversa, se davvero l'organizzazione musulmana è in totale buona fede - cosa di cui nessuno a priori dubita -, le cose assumono un contorno ancora più allarmante; sì, perché se urge condannare formalmente i matrimoni combinati forzati e l'usanza dell'infibulazione femminile, significa che il Codice penale italiano, da solo, non basta. Soprattutto, significa che, al di là delle apparenze, c'è tutto un sottobosco islamico che non solo non risulta integrato, ma che non ha affatto intenzione di esserlo. Da questo punto di vista, inevitabilmente c'è una quota di responsabilità anche da parte della cultura progressista che, allorquando si tratta di fede cristiana, rilancia ossessivamente il mantra della laicità, mentre di fronte ad altre, islamica in primis, ripiega docile sul ritornello della tolleranza, pur consapevole che minoritarie ma non irrilevanti frange musulmane calpestano i più elementari diritti delle donne. Efficaci, al riguardo, sono le parole della giornalista Eugénie Bastié che pochi giorni fa, su Le Figaro, ha scritto che alcuni «ossessionati dall'idea che il sessismo sia una malattia occidentale, rifiutano la possibilità di un patriarcato d'importazione». Si afferma tutto questo, beninteso, non già per criticare l'iniziativa dell'Ucoii - che in sé, lo si ripete, resta da accogliere con favore -, bensì per rimarcare che un conto sono le belle parole e le iniziative di circostanza, e un altro è la volontà, che ci si augura vi sia davvero in questo caso, di porre fine a pratiche barbare, che ci si deve decidere a condannare anche al di là dei singoli fatti di cronaca. Viceversa, se ci si limita ogni volta a chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati, vuol dire che manca la volontà di affrontare un problema che, se dobbiamo prestar fede all'Ucoii, esiste eccome. La tragica vicenda di Saman Abbas non è un caso isolato.
iStock
Ricapitoliamo: il governo italiano ha pronto un decreto-legge che dovrebbe intervenire sul costo dell’energia, con l’intenzione di abbassarlo. Oltre ad alcuni sgravi per i bassi redditi, che complessivamente potrebbero valere tra i 2 e i 3 miliardi di euro, l’articolato prevede un intervento sul sistema che oggi obbliga i produttori termoelettrici a pagare per la CO2 emessa dalla combustione del gas per produrre energia elettrica, ovvero il sistema Ets. Tale intervento consiste nel rimborso ai produttori termoelettrici dei costi sostenuti per l’Ets, tramite l’applicazione di una nuova componente in bolletta su tutti i consumatori. In tal modo, il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso potrebbe scendere di qualcosa come 25-30 euro/MWh, mentre l’onere medio sulla platea complessiva gravata dalla nuova componente sarebbe molto inferiore. Ai produttori termoelettrici verrebbero rimborsate anche alcune voci di costo accessorie che gravano sul trasporto del gas.
L’effetto netto, dunque, dovrebbe essere quello di un generale abbassamento delle bollette per famiglie e imprese, almeno di quella parte dei consumatori che ha prezzi indicizzati al prezzo spot. Secondo il presidente di Confindustria Emanuele Orsini il decreto energia «è indispensabile perché essere competitivi in un’Europa dove purtroppo non esiste un mercato unico europeo dell’energia è un problema enorme». Ovviamente i consumatori sono molto favorevoli a qualunque forma di abbassamento dei costi dell’energia. Per una azienda che consuma 2 GWh all’anno di energia il risparmio può arrivare a 50-60.000 euro all’anno, sulla parte energia in un contratto indicizzato al prezzo spot.
Ma il dispositivo pensato dal governo non è di facile applicazione e vede un fronte contrario piuttosto compatto. Posto che ancora si sta discutendo di ipotesi perché il decreto ufficialmente non esiste ancora, sono soprattutto le imprese attive nelle fonti rinnovabili ad opporsi all’articolo 5 della bozza di decreto, quello contenente la norma sul rimborso dei costi Ets ai termoelettrici.
L’Ets deriva da una normativa europea e dunque la sua sospensione de facto contenuta del decreto (peraltro limitata solo ad una parte degli obbligati) potrebbe essere rigettata dalla Commissione. Bruxelles ha fatto sapere ieri, tramite una portavoce, che valuterà «la compatibilità» del decreto energia con la legislazione Ue una volta che questo sarà approvato. «Si tratta ancora di un progetto di legge e non ho commenti da fare. Non abbiamo visto i contenuti e non ne conosciamo i dettagli», ha concluso la portavoce. Stando a queste parole non ci sarebbe dunque stata una interlocuzione preventiva con gli uffici della Commissione sul tema. Il che apre a scenari di una futura discussione con Bruxelles. Una discussione che potrebbe anche avere esito positivo, considerato che a livello di Consiglio il tema di un allentamento dell’Ets è all’ordine del giorno. Il problema in questo caso sarebbe rappresentato da tempi e modi. A livello europeo si parla infatti di una riduzione del prezzo dei permessi di emissione Ets attraverso un meccanismo di corridoio per confinare i prezzi della CO2 tra i 20 e i 40 euro a tonnellata, la metà del valore attuale. A questo meccanismo si affiancherebbe un allungamento del periodo di concessione delle quote gratuite.
Diversa è la questione dell’impatto sugli investimenti in fonti rinnovabili. È questo il punto che vede la maggiore opposizione da parte degli operatori del settore.
L’Associazione nazionale energia del vento, Aenev, ha stigmatizzato «l’ennesimo intervento retroattivo che rischia di indebolire il sistema Paese e ridurre l’attrattività per gli investitori nazionali e stranieri, con conseguenze negative per il sistema produttivo italiano e con il rischio di ridurre sensibilmente la possibilità di raggiungere gli obiettivi settoriali in materia di indipendenza energetica, competitività e decarbonizzazione».
Agostino Re Rebaudengo, presidente Asja Energy ed ex presidente di Energia Futura, ha dichiarato al quotidiano La Stampa: «Preoccupa constatare come alcune misure vadano a incentivare l’utilizzo del gas, comprimendone artificialmente il prezzo, peraltro scaricando i costi delle agevolazioni al gas nella bolletta elettrica, invece di intervenire per aumentare in modo strutturale la diffusione dell’elettricità da fonti rinnovabili, l’energia più competitiva e indipendente dall’instabilità geopolitica». La questione è delicata e riguarda la certezza del quadro normativo in un settore che ha un orizzonte temporale lungo. E del resto, l’Ets, che i produttori da fonte rinnovabile non pagano per definizione, rappresenta per essi un margine puro.
Nel frattempo, la Regione Lombardia ha raggiunto un accordo con Edison e A2A per il rinnovo delle concessioni idroelettriche, che prevede la cessione del 15% di energia a prezzi calmierati alle aziende energivore. Il decreto in approvazione però potrebbe precludere l’applicazione dell’accordo, rileva criticamente la Regione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 18 febbraio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ha presentato una proposta per bandire i Fratelli Musulmani dai Paesi europei.
Rifiuti tessili sequestrati nell'operazione congiunta (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli)
Si sono svolte, rispettivamente, dal 6 al 26 ottobre 2025 e dal 17 al 30 novembre 2025 le due fasi operative della «Jco Demeter XI» operazione doganale congiunta finalizzata alla repressione dei traffici transfrontalieri illegali di rifiuti ai sensi della Convenzione di Basilea e del commercio illegale di sostanze che riducono lo strato di ozono (ODS) e F-GAS controllate nell’ambito del Protocollo di Montreal.
L’Operazione, coordinata dall’Organizzazione Mondiale delle Dogane (OMD), in collaborazione con l’Amministrazione doganale cinese e con l’Ufficio di collegamento di intelligence regionale dell’OMD per l'Asia/Pacifico (RILO AP), giunta alla sua undicesima edizione, ha visto la partecipazione di un numero record di 120 Paesi.
Le attività di controllo doganale operate sul territorio nazionale, con il coordinamento della Direzione Antifrode dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e del Comando Generale della Guardia di Finanza, hanno consentito di constatare presso gli Uffici doganali violazioni per circa 1.037.137 kg di rifiuti, di cui la quota prevalente — pari a 905.237 kg — costituita da rifiuti tessili.
L’edizione appena conclusa dell’Operazione congiunta ha fatto emergere la crescita esponenziale nel commercio illegale di merce dichiarata di seconda mano, invece di essere classificata come rifiuto tessile, evidenziando una situazione di forte criticità legata principalmente alla cosiddetta fast fashion e alle sfide dell’economia circolare.
Traffici illeciti che, per loro natura, incidono prevalentemente sui Paesi in via di sviluppo, in particolare sulle nazioni del Sud-Est asiatico — tra cui la Thailandia — nonché su altre aree di destinazione come il Pakistan e la Tunisia. I controlli hanno interessato anche i rifiuti derivanti da veicoli e loro componenti, oltre a cascami di acciaio, mettendo in risalto, anche in ambito JCO, un incremento significativo in termini di sequestri rispetto alle precedenti edizioni dell’Operazione.
Le violazioni sono state rilevate dagli Uffici dell’Agenzia e dai Reparti territoriali della Guardia di Finanza di Livorno, Genova, Venezia, Prato e Milano. Complessivamente, a livello globale, la collaborazione tra le amministrazioni dei 120 Paesi coinvolti ha consentito il sequestro di: 15.509 tonnellate di rifiuti sequestrati e 220.716 pezzi di rifiuti non pesati; 168 tonnellate di ODS e HFC; 13 tonnellate e oltre 5.700 apparecchiature contenenti sostanze controllate nell’ambito del Protocollo di Montreal; 8 tonnellate e più di 30.000 pezzi di altre sostanze chimiche pericolose, tra cui pesticidi e mercurio.
Risultati eccellenti che costituiscono una testimonianza diretta dell’efficace collaborazione tra l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e la Guardia di Finanza, una sinergia ulteriormente consolidata alla luce della stipula del protocollo d’intesa siglato tra le due Istituzioni nel maggio 2025.
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Nel riquadro la copertina del volume scritto da Michele Surian «Mental training per sportivi - Strategie e abilità mentali per la performance atletica» (iStock)
Non basta allenare i muscoli. Chi fa sport, sia amatoriale sia agonistico, e desidera ottenere risultati concreti ma a un certo punto con ce la fa più, lo sa: il limite non è fisico, è mentale. Saper gestire ansia, emozioni e concentrazione e fissare obiettivi chiari e realistici, può fare la differenza tra un buon allenamento e uno mediocre, tra una performance vincente e una deludente sconfitta. Ma anche, più banalmente, un semplice allenamento di uno sportivo medio che pratica corsa outdoor, tanto per citare un esempio, e che a un certo punto si trova a fare i conti con la routine dell'allenamento e fatica a trovare dentro se stesso la giusta motivazione per non mollare. È lì, nei meandri della mente che si gioca una partita decisiva e spesso invisibile. Ed è proprio qui che può diventare fondamentale il supporto di un allenatore o un trainer in grado di toccare le corde giuste nel momento in cui chiunque vorrebbe mollare. Ricordo, per esempio, quando praticavo calcio agonistico, avevo un allenatore che insisteva parecchio sulla parte fisica dell'allenamento ad alta intensità con veri circuiti da crossfit. Quando qualcuno del gruppo non ce la faceva più, arrivava puntuale la frase magica: «Ricordate: non è il vostro corpo che sta mollando, ma la vostra mente». E chiunque trovava le forze e le energie per completare l'esercizio.
A spiegarlo è Michele Surian, maestro di numerosi campioni del mondo, nel libro Mental training per sportivi - Strategie e abilità mentali per la performance atletica (Edizioni Lswr). «Le stesse leggi che regolano lo sviluppo delle capacità fisiche valgono anche per quelle mentali – scrive Surian –. Con ripetizione, carichi progressivi e pratica di qualità, è possibile far crescere l’atleta come un sistema integrato, dove mente e corpo, tecnica e tattica si influenzano a vicenda». Il volume di Surian, pubblicato nel 2021, oggi torna particolarmente attuale alla luce del periodo di grande fermento sportivo con le gare delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 in primo piano e le imprese che gli atleti ci stanno regalando ogni giorno, ma anche in concomitanza dell’imminente arrivo della primavera. Una stagione in cui molti decidono di iniziare – o riprendere – a fare attività fisica. Senza una strategia chiara, però, l’entusiasmo iniziale rischia di spegnersi in fretta. Ed è qui che il mental training può rappresentare uno strumento concreto per dare continuità e direzione ai propri obiettivi.
Concentrazione, controllo emotivo e gestione dello stress non sono doti innate: si costruiscono e si consolidano attraverso un percorso graduale. Come nel gesto tecnico, l’apprendimento mentale passa da una fase iniziale di comprensione, alla ripetizione corretta, fino all’automatizzazione. Solo così le competenze mentali diventano affidabili, pronte a emergere nei momenti decisivi della gara. «Chi pensa di ottenere subito risultati concreti con una tecnica mentale appena appresa – avverte Surian – rischia di restare deluso. Serve tempo, pratica e integrazione tra mente e corpo».
Al centro del mental training c’è il goal-setting, la capacità di stabilire e perseguire obiettivi specifici e misurabili. Obiettivi chiari danno una direzione alle azioni, permettono di valutare i progressi e mantengono alta la motivazione. Devono essere sfidanti ma realistici, aggiornati continuamente e suddivisi in tappe brevi, medie e lunghe. Per rendere efficace il processo, Surian suggerisce il modello SMARTER: ogni obiettivo deve essere Specifico, Misurabile, Accessibile, Realistico, Temporalmente definito, Emozionante e Registrato. Così si costruisce una mappa concreta dei propri progressi, con piccoli successi che alimentano fiducia e senso di autoefficacia. La strategia del goal-setting non si limita alla performance atletica: può migliorare la qualità della vita, lo studio, il lavoro e le relazioni. Obiettivi ben formulati aiutano a diventare più consapevoli e a crescere, senza trascurare equilibrio e valori personali. Concetti molto cari a Surian, che ha alle spalle una lunga esperienza maturata prima sul tatami e poi in palestra. Ex atleta della Nazionale italiana di kickboxing, campione europeo e nove volte campione italiano, oggi è professore di Scienze motorie e tecnico di IV livello europeo Coni, oltre che Maestro 7° dan, negli anni ha seguito e formato numerosi campioni del mondo, portando nel lavoro quotidiano con gli atleti non solo competenze tecniche, ma una visione che mette al centro la crescita mentale oltre a quella fisica.
Da Jacobs a Federer: gli sportivi e non solo che hanno puntato sul mental coach

Roger Federer (Ansa)
Dietro le grandi vittorie non c’è solo talento o preparazione fisica. Sempre più spesso, al fianco degli atleti di alto livello c’è una figura invisibile ma fondamentale: il mental coach. La sua missione è lavorare sulla mente, su tutti quei processi interni che influenzano la performance ma che non si vedono in campo. Attenzione, dialogo interno, gestione delle emozioni e risposta allo stress competitivo diventano così strumenti concreti per raggiungere il massimo potenziale.
A differenza dello psicologo dello sport, professionista sanitario abilitato e in grado di trattare anche disturbi e patologie, il mental coach si concentra sull’allenamento pratico della mente. Non ha formazione clinica e non può fare diagnosi, ma sa guidare l’atleta nel migliorare la concentrazione, gestire l’ansia, rafforzare la fiducia in sé stesso e costruire autostima. In altre parole, trasforma la forza mentale in prestazioni eccellenti.
Molti atleti famosi, infatti, hanno scelto di affidarsi a questa figura. In Italia, Marcell Jacobs ha riconosciuto il ruolo determinante della sua mental coach Nicoletta Romanazzi nel successo ai 100 metri olimpici di Tokyo, mentre Federica Pellegrini ha lavorato sulla propria mente per ritrovare sicurezza dopo le sconfitte. La sciatrice Sofia Goggia, protagonista a Milano-Cortina 2026, ha dichiarato di aver potuto contare sul supporto psicologico di un mental coach per restare concentrata e motivata e superare infortuni e pressioni mediatiche. Anche nel tennis mondiale, campioni come Roger Federer e Serena Williams hanno sottolineato quanto la preparazione mentale sia fondamentale per mantenere costanza e gestire la pressione delle competizioni. Non solo singoli atleti: intere squadre e allenatori hanno integrato il mental coaching nel loro lavoro. Nel calcio, Roberto Mancini e club come il Barcellona e la Lazio hanno inserito questa figura nei propri staff per supportare giocatori e squadre a gestire l’ansia e le sfide della stagione. Tecniche come la visualizzazione, la meditazione mindfulness, che si pratica rimanendo in assoluto silenzio e rimanendo concentrati esclusivamente sul flusso del proprio respiro, o il self-talk positivo, una sorta di dialogo interiore in grado di convertire pensieri limitanti in affermazioni potenzianti, migliorando così non solo la motivazione, ma anche l'autostima e le prestazioni, aiutano gli sportivi a modulare la propria risposta mentale ed emotiva, facendo la differenza tra una buona prestazione e un risultato eccellente.
Il mental coaching, tuttavia, non si limita allo sport. Vip, musicisti, attori e personaggi pubblici di fama mondiale si affidano sempre più a questa figura per migliorare le proprie performance e raggiungere obiettivi precisi. Da Oprah Winfrey ad Adele, da Madonna a George Michael, passando per attori come Ben Affleck, Tom Hanks e Hugh Jackman, il coaching mentale aiuta a superare limiti personali e mantenere il focus anche in contesti di grande pressione. Nel mondo dello sport, anche figure come Serena Williams, Marcell Jacobs e Matteo Berrettini hanno riconosciuto l’importanza di avere un alleato invisibile ma strategico al proprio fianco.
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