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2021-06-03
Un video e il fratello svelano l’orrore: «Saman consegnata allo zio e uccisa»
Ansa
«Vai dallo zio». Le ultime parole. Pronunciate da genitori accusati di aver ordinato l'omicidio della figlia. Accecati da un fondamentalismo tracimato in follia. «Vai Saman». Così Saman Abbas, la diciottenne pakistana che sognava di diventare italiana, sarebbe andata incontro al suo boia: lo zio, Danish Hasnain, 33 anni. Lui l'avrebbe aspettata alla fine di una stradina sterrata tra Guastalla e il Po, dove i campi si stendono a perdita d'occhio. Gli investigatori ora ne sono certi. Quella ragazza che voleva solo scappare da un matrimonio combinato in Pakistan sarebbe stata ammazzata per volere dei genitori: Shabbar Abbas e Nazia Shaheen. L'avrebbe raccontato agli inquirenti l'altro figlio, il fratello sedicenne di Saman, che sarà sentito nei prossimi giorni dai magistrati di Reggio Emilia. È stato poi lo zio, ha aggiunto, a uccidere la sorella. Per poi nascondere il cadavere. Forse sottoterra. O in una porcilaia. Oppure in un pozzo.
Sangue del suo sangue.
Peggio di Giovanni Brusca: u' verru, u' porcu, u' scannacristiani. La belva di Cosa nostra che si buttò pentito dopo l'arresto: aveva sciolto nell'acido il tredicenne Santino Di Matteo. Brusca è stato scarcerato dopo 25 anni di reclusione, nell'ovvia indignazione generale. Di Saman invece sembra non importare a nessuno. Vittima due volte: forse della sua atroce famiglia, sicuramente dei silenti ultrà del politicamente corretti. La mafia indigna. Il femminicidio islamico no.
La sconvolgente trama era già stata tratteggiata, grazie a due video recuperati dai carabinieri. Il primo viene ripreso dalla video sorveglianza lo scorso 29 aprile. Sono le 19.15: tre persone si dirigono verso i campi alle spalle dell'azienda agricola di Novellara, dove lavora Shabbar Abbas. Hanno due pale, un piede di porco, un secchio. Tornano sui loro passi alle 21.50: due ore e mezza più tardi. E tra di loro, gli investigatori riconoscono pure un cugino di Saman, Ijaz Ikram: arrestato in Francia sabato scorso mentre tentava di raggiungere Barcellona, la corte d'appello di Nimes ha dato via libera al suo ritorno in Italia.
Ikram si dichiara innocente. Per inquirenti invece la registrazione sarebbe la prova di un delitto premeditato.
Perché il secondo video è del giorno seguente: il 30 aprile 2021. È tarda sera. Le telecamere inquadrano la diciottenne. S'incammina lungo quella stradina isolata. Assieme a lei ci sono il padre e la madre. Che rientrano, più tardi, nel casolare. Senza di lei. Poco prima, ricostruiscono i magistrati, ci sarebbe stata una lite tra la ragazza e i genitori. Il motivo è sempre lo stesso: lei si rifiuta di sposare il cugino. Per questo, prima di Natale, chiede aiuto agli assistenti sociali. Va in una struttura protetta. Come una pentita di mafia, appunto. Ma poi, diventata maggiorenne, lo scorso aprile torna nella casa di famiglia: tra i campi a Novellara. Fino a sparire nel nulla.
Il padre e la madre, spiegano ancora i pm, volevano evitare che partisse di nuovo. L'aveva già fatto nell'estate 2020, quando era finita in Belgio. Proprio dove sarebbe tornata, giura il padre: «È viva, l'ho sentita l'altro ieri, è in Belgio», spiega qualche giorno fa dal Pakistan, dove si trova assieme alla moglie. Un lutto improvviso, assicura. Ma gli investigatori sospettano la fuga. L'uomo aggiunge, nell'intervista al Quotidiano Nazionale, che la figlia non ha il cellulare: «Le ho detto di rientrare anche lei in Italia, per raccontare tutto. Ma era già andata lì un'altra volta, l'anno scorso. Non so se torna».
No. Non è tornata. E mentre il padre sembra annaspare, il figlio sedicenne, rimasto da solo a Novellara, riferisce agli investigatori una versione ben più tragica: è stato lo zio Danish a uccidere la sorella. E i mandanti sarebbero i genitori. Perché lei rifiutava un matrimonio combinato: usanza su cui ieri, finalmente, l'Ucoii ha annunciato una fatwa.
Il fratello era già finito davanti al tribunale dei minori: e l'inchiesta riguarderebbe proprio il primo allontanamento di Saman da casa, dopo l'intervento dei servizi sociali. Ora il sedicenne è in una località protetta, in attesa dell'incidente probatorio. È lui il sesto indagato, dopo i genitori, i due cugini e uno zio: tutti accusati di omicidio e occultamento di cadavere.
È scomparsa da più di un mese.
Nelle campagne del reggiano si continua a cercare Saman. Era arrivata dal Pakistan nel 2015, ancora adolescente. Le erano bastati pochi mesi per imparare l'italiano. Tanto da superare con facilità l'esame di licenza media. Roberta, l'assistente sociale che la seguiva, racconta di una diciottenne che «voleva iscriversi al liceo», «cocciuta e determinata». Voleva diventare una dottoressa, invece deve interrompere gli studi. Per lei ci sono altri piani: un matrimonio combinato e la vita in Pakistan. Anni di scontri. Fino a quando, diventata maggiorenne, tenta di riavere la carta d'identità. Per questo, rientra a casa l'11 aprile 2021. Dove però ritrova la stessa claustrofobia. La solita arretratezza. «Il padre non la faceva uscire nemmeno per fare la spesa» raccontano a Novellara.
Lo scorso 18 dicembre, dopo essere uscita per qualche ora dal centro che la ospitava, Saman posta un video su TikTok. Quindici secondi. È il giorno del suo compleanno. Lei che cammina in via Ugo Bassi, in centro a Bologna. Si vedono le sneakers e i jeans strappati sulle ginocchia. In sottofondo, Sfera Ebbasta canta: «Quando chiami tu mi chiedi: “Dove sei?». Saman aveva due account social. Uno su Instagram: «Alonegirl». La ragazza sola che sapeva di essere. L'altro, appunto, su TikTok: «Italiangirl». La ragazza che non doveva diventare.
L’Ucoii annuncia una fatwa contro l’infibulazione e i matrimoni combinati
«L'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia emetterà una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l'altrettanto tribale usanza dell'infibulazione femminile». È quanto si legge sul sito internet della stessa Ucoii, che, dopo gli sviluppi del caso della giovane Saman Abbas, la ragazza pakistana scomparsa nel Reggiano, ha ritenuto di annunciare tale iniziativa, che verrà formalizzata, è stato precisato, «in concerto con l'Associazione Islamica degli Imam e delle Guide Religiose». L'ente religioso di rappresentanza dei musulmani più radicato in Italia fa inoltre sapere d'essersi preso a cuore la vicenda della povera giovane, col suo presidente, Yassine Lafram, che «ha sin da subito seguito i primi lanci di agenzia per conoscere e aggiornarsi» sull'accaduto.
Ora, com'è ovvio non si può che salutare positivamente la notizia di questa fatwa, che tecnicamente, per i fedeli musulmani, è una prescrizione religiosa vincolante come legge; anzi, c'è da augurarsi che essa possa risultare estremamente tempestiva ed efficace, al fine di prevenire nuove vicende come quella di Saman Abbas, mettendo al bando quelli che sempre l'Ucoii definisce «comportamenti che non possono trovare alcuna giustificazione religiosa, quindi assolutamente da condannare, e ancor di più da prevenire».
Detto ciò, la pur benvenuta iniziativa della rappresentanza islamica pone alcune criticità. Innanzitutto rispetto alla tempistica, che fa pensare che la fatwa in parola serva - come d'altra parte recita la stessa nota Ucoii - per rispondere a chi «mira ad infangare l'intera comunità islamica italiana», più che a rigettare certe pratiche disumane. Viceversa, se davvero l'organizzazione musulmana è in totale buona fede - cosa di cui nessuno a priori dubita -, le cose assumono un contorno ancora più allarmante; sì, perché se urge condannare formalmente i matrimoni combinati forzati e l'usanza dell'infibulazione femminile, significa che il Codice penale italiano, da solo, non basta.
Soprattutto, significa che, al di là delle apparenze, c'è tutto un sottobosco islamico che non solo non risulta integrato, ma che non ha affatto intenzione di esserlo. Da questo punto di vista, inevitabilmente c'è una quota di responsabilità anche da parte della cultura progressista che, allorquando si tratta di fede cristiana, rilancia ossessivamente il mantra della laicità, mentre di fronte ad altre, islamica in primis, ripiega docile sul ritornello della tolleranza, pur consapevole che minoritarie ma non irrilevanti frange musulmane calpestano i più elementari diritti delle donne.
Efficaci, al riguardo, sono le parole della giornalista Eugénie Bastié che pochi giorni fa, su Le Figaro, ha scritto che alcuni «ossessionati dall'idea che il sessismo sia una malattia occidentale, rifiutano la possibilità di un patriarcato d'importazione». Si afferma tutto questo, beninteso, non già per criticare l'iniziativa dell'Ucoii - che in sé, lo si ripete, resta da accogliere con favore -, bensì per rimarcare che un conto sono le belle parole e le iniziative di circostanza, e un altro è la volontà, che ci si augura vi sia davvero in questo caso, di porre fine a pratiche barbare, che ci si deve decidere a condannare anche al di là dei singoli fatti di cronaca.
Viceversa, se ci si limita ogni volta a chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati, vuol dire che manca la volontà di affrontare un problema che, se dobbiamo prestar fede all'Ucoii, esiste eccome. La tragica vicenda di Saman Abbas non è un caso isolato.
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Il sedicenne ha raccontato l'omicidio della ragazza, che rifiutava le nozze forzate con un parente in Pakistan. Un filmato mostra come la giovane è stata tradita dai genitori. Via all'estradizione di un cugino dalla Francia.Apprezzabile iniziativa del maggiore ente religioso musulmano in Italia, ma per quei reati dovrebbe bastare il Codice penale.Lo speciale contiene due articoli.«Vai dallo zio». Le ultime parole. Pronunciate da genitori accusati di aver ordinato l'omicidio della figlia. Accecati da un fondamentalismo tracimato in follia. «Vai Saman». Così Saman Abbas, la diciottenne pakistana che sognava di diventare italiana, sarebbe andata incontro al suo boia: lo zio, Danish Hasnain, 33 anni. Lui l'avrebbe aspettata alla fine di una stradina sterrata tra Guastalla e il Po, dove i campi si stendono a perdita d'occhio. Gli investigatori ora ne sono certi. Quella ragazza che voleva solo scappare da un matrimonio combinato in Pakistan sarebbe stata ammazzata per volere dei genitori: Shabbar Abbas e Nazia Shaheen. L'avrebbe raccontato agli inquirenti l'altro figlio, il fratello sedicenne di Saman, che sarà sentito nei prossimi giorni dai magistrati di Reggio Emilia. È stato poi lo zio, ha aggiunto, a uccidere la sorella. Per poi nascondere il cadavere. Forse sottoterra. O in una porcilaia. Oppure in un pozzo. Sangue del suo sangue. Peggio di Giovanni Brusca: u' verru, u' porcu, u' scannacristiani. La belva di Cosa nostra che si buttò pentito dopo l'arresto: aveva sciolto nell'acido il tredicenne Santino Di Matteo. Brusca è stato scarcerato dopo 25 anni di reclusione, nell'ovvia indignazione generale. Di Saman invece sembra non importare a nessuno. Vittima due volte: forse della sua atroce famiglia, sicuramente dei silenti ultrà del politicamente corretti. La mafia indigna. Il femminicidio islamico no. La sconvolgente trama era già stata tratteggiata, grazie a due video recuperati dai carabinieri. Il primo viene ripreso dalla video sorveglianza lo scorso 29 aprile. Sono le 19.15: tre persone si dirigono verso i campi alle spalle dell'azienda agricola di Novellara, dove lavora Shabbar Abbas. Hanno due pale, un piede di porco, un secchio. Tornano sui loro passi alle 21.50: due ore e mezza più tardi. E tra di loro, gli investigatori riconoscono pure un cugino di Saman, Ijaz Ikram: arrestato in Francia sabato scorso mentre tentava di raggiungere Barcellona, la corte d'appello di Nimes ha dato via libera al suo ritorno in Italia. Ikram si dichiara innocente. Per inquirenti invece la registrazione sarebbe la prova di un delitto premeditato. Perché il secondo video è del giorno seguente: il 30 aprile 2021. È tarda sera. Le telecamere inquadrano la diciottenne. S'incammina lungo quella stradina isolata. Assieme a lei ci sono il padre e la madre. Che rientrano, più tardi, nel casolare. Senza di lei. Poco prima, ricostruiscono i magistrati, ci sarebbe stata una lite tra la ragazza e i genitori. Il motivo è sempre lo stesso: lei si rifiuta di sposare il cugino. Per questo, prima di Natale, chiede aiuto agli assistenti sociali. Va in una struttura protetta. Come una pentita di mafia, appunto. Ma poi, diventata maggiorenne, lo scorso aprile torna nella casa di famiglia: tra i campi a Novellara. Fino a sparire nel nulla. Il padre e la madre, spiegano ancora i pm, volevano evitare che partisse di nuovo. L'aveva già fatto nell'estate 2020, quando era finita in Belgio. Proprio dove sarebbe tornata, giura il padre: «È viva, l'ho sentita l'altro ieri, è in Belgio», spiega qualche giorno fa dal Pakistan, dove si trova assieme alla moglie. Un lutto improvviso, assicura. Ma gli investigatori sospettano la fuga. L'uomo aggiunge, nell'intervista al Quotidiano Nazionale, che la figlia non ha il cellulare: «Le ho detto di rientrare anche lei in Italia, per raccontare tutto. Ma era già andata lì un'altra volta, l'anno scorso. Non so se torna». No. Non è tornata. E mentre il padre sembra annaspare, il figlio sedicenne, rimasto da solo a Novellara, riferisce agli investigatori una versione ben più tragica: è stato lo zio Danish a uccidere la sorella. E i mandanti sarebbero i genitori. Perché lei rifiutava un matrimonio combinato: usanza su cui ieri, finalmente, l'Ucoii ha annunciato una fatwa. Il fratello era già finito davanti al tribunale dei minori: e l'inchiesta riguarderebbe proprio il primo allontanamento di Saman da casa, dopo l'intervento dei servizi sociali. Ora il sedicenne è in una località protetta, in attesa dell'incidente probatorio. È lui il sesto indagato, dopo i genitori, i due cugini e uno zio: tutti accusati di omicidio e occultamento di cadavere. È scomparsa da più di un mese. Nelle campagne del reggiano si continua a cercare Saman. Era arrivata dal Pakistan nel 2015, ancora adolescente. Le erano bastati pochi mesi per imparare l'italiano. Tanto da superare con facilità l'esame di licenza media. Roberta, l'assistente sociale che la seguiva, racconta di una diciottenne che «voleva iscriversi al liceo», «cocciuta e determinata». Voleva diventare una dottoressa, invece deve interrompere gli studi. Per lei ci sono altri piani: un matrimonio combinato e la vita in Pakistan. Anni di scontri. Fino a quando, diventata maggiorenne, tenta di riavere la carta d'identità. Per questo, rientra a casa l'11 aprile 2021. Dove però ritrova la stessa claustrofobia. La solita arretratezza. «Il padre non la faceva uscire nemmeno per fare la spesa» raccontano a Novellara. Lo scorso 18 dicembre, dopo essere uscita per qualche ora dal centro che la ospitava, Saman posta un video su TikTok. Quindici secondi. È il giorno del suo compleanno. Lei che cammina in via Ugo Bassi, in centro a Bologna. Si vedono le sneakers e i jeans strappati sulle ginocchia. In sottofondo, Sfera Ebbasta canta: «Quando chiami tu mi chiedi: “Dove sei?». Saman aveva due account social. Uno su Instagram: «Alonegirl». La ragazza sola che sapeva di essere. L'altro, appunto, su TikTok: «Italiangirl». La ragazza che non doveva diventare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/video-fratello-saman-zio-uccisa-2653211240.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lucoii-annuncia-una-fatwa-contro-linfibulazione-e-i-matrimoni-combinati" data-post-id="2653211240" data-published-at="1622664541" data-use-pagination="False"> L’Ucoii annuncia una fatwa contro l’infibulazione e i matrimoni combinati «L'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia emetterà una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l'altrettanto tribale usanza dell'infibulazione femminile». È quanto si legge sul sito internet della stessa Ucoii, che, dopo gli sviluppi del caso della giovane Saman Abbas, la ragazza pakistana scomparsa nel Reggiano, ha ritenuto di annunciare tale iniziativa, che verrà formalizzata, è stato precisato, «in concerto con l'Associazione Islamica degli Imam e delle Guide Religiose». L'ente religioso di rappresentanza dei musulmani più radicato in Italia fa inoltre sapere d'essersi preso a cuore la vicenda della povera giovane, col suo presidente, Yassine Lafram, che «ha sin da subito seguito i primi lanci di agenzia per conoscere e aggiornarsi» sull'accaduto. Ora, com'è ovvio non si può che salutare positivamente la notizia di questa fatwa, che tecnicamente, per i fedeli musulmani, è una prescrizione religiosa vincolante come legge; anzi, c'è da augurarsi che essa possa risultare estremamente tempestiva ed efficace, al fine di prevenire nuove vicende come quella di Saman Abbas, mettendo al bando quelli che sempre l'Ucoii definisce «comportamenti che non possono trovare alcuna giustificazione religiosa, quindi assolutamente da condannare, e ancor di più da prevenire». Detto ciò, la pur benvenuta iniziativa della rappresentanza islamica pone alcune criticità. Innanzitutto rispetto alla tempistica, che fa pensare che la fatwa in parola serva - come d'altra parte recita la stessa nota Ucoii - per rispondere a chi «mira ad infangare l'intera comunità islamica italiana», più che a rigettare certe pratiche disumane. Viceversa, se davvero l'organizzazione musulmana è in totale buona fede - cosa di cui nessuno a priori dubita -, le cose assumono un contorno ancora più allarmante; sì, perché se urge condannare formalmente i matrimoni combinati forzati e l'usanza dell'infibulazione femminile, significa che il Codice penale italiano, da solo, non basta. Soprattutto, significa che, al di là delle apparenze, c'è tutto un sottobosco islamico che non solo non risulta integrato, ma che non ha affatto intenzione di esserlo. Da questo punto di vista, inevitabilmente c'è una quota di responsabilità anche da parte della cultura progressista che, allorquando si tratta di fede cristiana, rilancia ossessivamente il mantra della laicità, mentre di fronte ad altre, islamica in primis, ripiega docile sul ritornello della tolleranza, pur consapevole che minoritarie ma non irrilevanti frange musulmane calpestano i più elementari diritti delle donne. Efficaci, al riguardo, sono le parole della giornalista Eugénie Bastié che pochi giorni fa, su Le Figaro, ha scritto che alcuni «ossessionati dall'idea che il sessismo sia una malattia occidentale, rifiutano la possibilità di un patriarcato d'importazione». Si afferma tutto questo, beninteso, non già per criticare l'iniziativa dell'Ucoii - che in sé, lo si ripete, resta da accogliere con favore -, bensì per rimarcare che un conto sono le belle parole e le iniziative di circostanza, e un altro è la volontà, che ci si augura vi sia davvero in questo caso, di porre fine a pratiche barbare, che ci si deve decidere a condannare anche al di là dei singoli fatti di cronaca. Viceversa, se ci si limita ogni volta a chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati, vuol dire che manca la volontà di affrontare un problema che, se dobbiamo prestar fede all'Ucoii, esiste eccome. La tragica vicenda di Saman Abbas non è un caso isolato.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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