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2022-07-05
«Viaggio a Kiev possibile. E anche a Mosca»
Papa Francesco (Ansa)
Qualcosa è cambiato. Se lo scorso 3 maggio, parlando con il Corriere della Sera, papa Francesco aveva detto che non c’erano le condizioni per recarsi a Kiev, né quelle per andare a Mosca, sebbene ritenesse che «prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin», ieri, nella lunga intervista concessa a Philip Pulella della Reuters, il Papa ha detto che «ora è possibile» andare in Ucraina.
«Dopo essere tornato dal Canada», in cui Francesco andrà dal 24 al 30 luglio prossimi, «è possibile che riesca ad andare in Ucraina». Con queste parole rilasciate ieri al vaticanista della agenzia britannica, che ha incontrato Francesco per circa 90 minuti sabato scorso, prende davvero forza la possibilità che il Papa viaggi a Kiev nel tentativo di dare segno della sua vicinanza alla martoriata popolazione aggredita dall’esercito russo. Ma Francesco, restando coerente sulla propria linea nei confronti della guerra, ha di nuovo ricordato anche alla Reuters che «prima volevo andare a Mosca», sebbene in questo caso le cose siano più complicate per organizzare il viaggio.
«(Con la Russia) c’è ancora quel dialogo molto aperto, molto cordiale, molto diplomatico nel senso positivo della parola, ma per il momento va bene, la porta è aperta». Su questa «porta aperta» si intravede, appunto, la linea che il Papa ha tenuto fin da subito, da quando il 25 febbraio attraversò ai piedi via della Conciliazione per andare a parlare all’ambasciatore russo in Vaticano. Per Francesco, la Russia è responsabile di una guerra, ha aggredito il popolo ucraino, ma è anche un interlocutore, è anche quella nazione a cui la Nato avrebbe «abbaiato alle porte di casa», per citare un’altra dichiarazione del Papa.
In un’altra intervista recentissima, concessa alla giornalista argentina Bernarda Llorente, della principale agenzia di stampa argentina, Télam, Francesco ha dichiarato che «ci può essere una guerra giusta, c’è il diritto di difendersi, ma il modo in cui il concetto viene usato oggi deve essere ripensato. Ho affermato che l’uso e il possesso di armi nucleari è immorale. Risolvere le cose con la guerra significa dire no alla capacità di dialogo, di dialogo costruttivo, che le persone hanno». Una dichiarazione, questa, che aiuta a comprendere la linea del Papa sulla guerra in Ucraina, quella per cui non si presta a fare il cappellano di nessuna parte in causa, ma pone l’attenzione verso la possibile escalation e la sofferenza dei popoli.
Con Pulella, sabato, il Papa ha detto la sua anche sulla recente, storica sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti che ha annullato quella del 1973, l’ormai famosa Roe v Wade, che aveva fatto entrare nell’alveo della Costituzione americana il diritto all’aborto. Francesco ha detto di rispettare la decisione, ma di non avere abbastanza informazioni per parlarne da un punto di vista giuridico, tuttavia il suo giudizio sulla pratica dell’aborto è chiaro e già più volte ribadito: «Chiedo: è legittimo, è giusto eliminare una vita umana per risolvere un problema?». La risposta è nota: «È come affittare un sicario». A corollario, il Papa si è espresso sulla questione della comunione a quei politici sedicenti cattolici che sono a favore delle politiche per l’aborto, come nel caso della presidente della Camera americana, Nancy Pelosi, che proprio qualche giorno fa ha partecipato alla messa del Papa in San Pietro e ha ricevuto l’ostia, sebbene il suo vescovo, monsignor Salvatore Cordileone, a San Francisco, glielo avesse espressamente vietato proprio a causa del suo continuo sostegno alle politiche pro aborto. «Quando la Chiesa perde la sua natura pastorale, quando un vescovo perde la sua natura pastorale, crea un problema politico. Questo è tutto ciò che posso dire», ha detto il Papa, offrendo una risposta che, in un certo senso, suona come una smentita all’operato di Cordileone.
Ma il Papa con la Reuters ha messo i puntini sulle «i» anche a proposito della sua salute e della eventuale possibilità che arrivi a dimettersi come ha fatto Benedetto XVI. Per quanto riguarda l’ipotizzato cancro al colon, dove ha già subito un’operazione all’ospedale Gemelli di Roma, un anno fa, per rimuovere un problema di diverticolite, Francesco lo ha liquidato in modo secco con un diretto «pettegolezzi di corte». Per quanto concerne la situazione del ginocchio, che gli ha già impedito il viaggio in Africa che era in programma propri in questi giorni di luglio e lo costringe spesso a presentarsi in pubblico in carrozzina, Francesco ha ribadito che non ha intenzione di operarsi perché l’anestesia generale dell’intervento dello scorso anno aveva avuto effetti collaterali negativi. «Sto lentamente migliorando», ha detto.
Sulla questione delle sue dimissioni, ha affermato: «Quando vedrò che non ce la faccio, lo farò». Francesco ha parlato della decisione del predecessore di abbandonare il pontificato, sottolineando che «è stata una cosa buona per la Chiesa e per i Papi» e che lui resta un «grande esempio».
E ha voluto dire la sua anche sulle speculazioni innescate dalla sua visita a L’Aquila il prossimo 2 agosto, in occasione della festa della Perdonanza. La visita nella città abruzzese, dove è sepolto Celestino V, il papa che prima di Benedetto XVI si dimise dal papato nel 1294, ha innescato una serie di voci su una possibile prossima uscita di Francesco. «Tutte queste coincidenze hanno fatto pensare ad alcuni che la stessa liturgia sarebbe avvenuta. Ma non mi è mai passato per la testa. Per il momento no».
Il Cremlino ignora il «4 luglio» Usa e stringe i rapporti con il Venezuela
Crisi ucraina: la diplomazia è al lavoro per cercare di sbloccare la questione del grano. A tal proposito, la Turchia ha annunciato pieno sostegno al piano delle Nazioni unite. «Se il piano funziona, l’Ucraina sarà in grado di esportare il suo grano a livello internazionale», ha detto ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu.
Sul tema è intervenuto anche Boris Johnson. «I turchi sono assolutamente indispensabili per risolvere questo problema. Stanno facendo del loro meglio... Dipende dal fatto che i russi accettino di far uscire quel grano», ha dichiarato il premier britannico. «Dovremo sempre più cercare mezzi alternativi per spostare quel grano dall’Ucraina, se non possiamo usare la rotta marittima, se non puoi usare il Bosforo», ha aggiunto. Ankara ha inoltre fatto sapere che, dopo aver fermato una nave mercantile battente bandiera russa al largo della costa del Mar Nero, sta adesso cercando di chiarire se, come denunciato da Kiev, stesse trasportando frumento rubato.
Resta invece per il momento sospesa la situazione dell’exclave russa di Kaliningrad. «Stiamo aspettando che la situazione si risolva. Speriamo per il meglio ma, ovviamente, stiamo anche valutando varie soluzioni, nel caso dello scenario peggiore. Speriamo prevalga il buon senso», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Nel frattempo, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha annunciato ritorsioni per l’espulsione di 70 diplomatici russi dalla Bulgaria.
In tutto questo, è tornato a parlare il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko. «Oggi veniamo criticati per essere l’unico Paese al mondo a sostenere la Russia nella sua lotta contro il nazismo. Sosteniamo e continueremo a sostenere la Russia», ha dichiarato. «L’ipotesi di un ingresso diretto in guerra della Bielorussia aumenterà proporzionatamente ai successi russi», ha affermato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. Il Regno Unito, dal canto suo, ha reso noto ieri che comminerà nuove sanzioni alla Bielorussia. «La nuova legislazione bloccherà il commercio di circa 60 milioni di sterline di merci con la Bielorussia per il suo ruolo nel sostenere l’invasione russa dell’Ucraina», ha affermato il governo britannico.
Frattanto il processo negoziale tra Kiev e Mosca resta fondamentalmente in stallo. «Cessate il fuoco. Ritiro delle truppe russe. Ritorno dei cittadini deportati. Estradizione dei criminali di guerra. Meccanismo di risarcimenti. Riconoscimento dei diritti sovrani dell’Ucraina. La controparte russa conosce bene le nostre condizioni. Il capo di Peskov non deve preoccuparsi, verrà il tempo e le registreremo sulla carta», ha dichiarato il capo negoziatore ucraino, Mykhailo Podolyak, rivolgendosi al portavoce del Cremlino. Si mantengono fredde anche le relazioni tra Washington e Mosca. Vladimir Putin si è rifiutato di inviare ieri a Joe Biden il telegramma di congratulazioni per il giorno dell’Indipendenza americana. «Quest’anno il telegramma di congratulazioni non verrà inviato», ha detto Peskov. «Quest’anno ha segnato il culmine di una politica ostile nei confronti del nostro Paese da parte degli Usa», ha aggiunto. Lavrov ha, frattanto, ricevuto l’omologo venezuelano Carlos Faria, per rafforzare la cooperazione tra Mosca e Caracas. Ulteriore esempio dei cortocircuiti geopolitici di Biden, che ha appena allentato le sanzioni americane sul Venezuela. Eppure era arcinoto che, oltre ad essere una dittatura, il regime di Nicolas Maduro è vicinissimo a Putin, alla Cina e all’Iran. Vontraddizioni che indeboliscono l’Occidente.
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In una lunga intervista concessa alla Reuters, papa Francesco ha aperto alla possibilità di una visita nei due Paesi belligeranti. E sulla sua salute chiarisce: «Se mi dimetterò come Benedetto XVI? Per adesso no. E non ho un tumore, sono pettegolezzi di corte».Il Cremlino ignora il «4 luglio» Usa e stringe i rapporti con il Venezuela. Trattative di pace a un punto morto. Nuove sanzioni del Regno Unito alla Bielorussia.Lo speciale comprende due articoli. Qualcosa è cambiato. Se lo scorso 3 maggio, parlando con il Corriere della Sera, papa Francesco aveva detto che non c’erano le condizioni per recarsi a Kiev, né quelle per andare a Mosca, sebbene ritenesse che «prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin», ieri, nella lunga intervista concessa a Philip Pulella della Reuters, il Papa ha detto che «ora è possibile» andare in Ucraina.«Dopo essere tornato dal Canada», in cui Francesco andrà dal 24 al 30 luglio prossimi, «è possibile che riesca ad andare in Ucraina». Con queste parole rilasciate ieri al vaticanista della agenzia britannica, che ha incontrato Francesco per circa 90 minuti sabato scorso, prende davvero forza la possibilità che il Papa viaggi a Kiev nel tentativo di dare segno della sua vicinanza alla martoriata popolazione aggredita dall’esercito russo. Ma Francesco, restando coerente sulla propria linea nei confronti della guerra, ha di nuovo ricordato anche alla Reuters che «prima volevo andare a Mosca», sebbene in questo caso le cose siano più complicate per organizzare il viaggio.«(Con la Russia) c’è ancora quel dialogo molto aperto, molto cordiale, molto diplomatico nel senso positivo della parola, ma per il momento va bene, la porta è aperta». Su questa «porta aperta» si intravede, appunto, la linea che il Papa ha tenuto fin da subito, da quando il 25 febbraio attraversò ai piedi via della Conciliazione per andare a parlare all’ambasciatore russo in Vaticano. Per Francesco, la Russia è responsabile di una guerra, ha aggredito il popolo ucraino, ma è anche un interlocutore, è anche quella nazione a cui la Nato avrebbe «abbaiato alle porte di casa», per citare un’altra dichiarazione del Papa.In un’altra intervista recentissima, concessa alla giornalista argentina Bernarda Llorente, della principale agenzia di stampa argentina, Télam, Francesco ha dichiarato che «ci può essere una guerra giusta, c’è il diritto di difendersi, ma il modo in cui il concetto viene usato oggi deve essere ripensato. Ho affermato che l’uso e il possesso di armi nucleari è immorale. Risolvere le cose con la guerra significa dire no alla capacità di dialogo, di dialogo costruttivo, che le persone hanno». Una dichiarazione, questa, che aiuta a comprendere la linea del Papa sulla guerra in Ucraina, quella per cui non si presta a fare il cappellano di nessuna parte in causa, ma pone l’attenzione verso la possibile escalation e la sofferenza dei popoli.Con Pulella, sabato, il Papa ha detto la sua anche sulla recente, storica sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti che ha annullato quella del 1973, l’ormai famosa Roe v Wade, che aveva fatto entrare nell’alveo della Costituzione americana il diritto all’aborto. Francesco ha detto di rispettare la decisione, ma di non avere abbastanza informazioni per parlarne da un punto di vista giuridico, tuttavia il suo giudizio sulla pratica dell’aborto è chiaro e già più volte ribadito: «Chiedo: è legittimo, è giusto eliminare una vita umana per risolvere un problema?». La risposta è nota: «È come affittare un sicario». A corollario, il Papa si è espresso sulla questione della comunione a quei politici sedicenti cattolici che sono a favore delle politiche per l’aborto, come nel caso della presidente della Camera americana, Nancy Pelosi, che proprio qualche giorno fa ha partecipato alla messa del Papa in San Pietro e ha ricevuto l’ostia, sebbene il suo vescovo, monsignor Salvatore Cordileone, a San Francisco, glielo avesse espressamente vietato proprio a causa del suo continuo sostegno alle politiche pro aborto. «Quando la Chiesa perde la sua natura pastorale, quando un vescovo perde la sua natura pastorale, crea un problema politico. Questo è tutto ciò che posso dire», ha detto il Papa, offrendo una risposta che, in un certo senso, suona come una smentita all’operato di Cordileone.Ma il Papa con la Reuters ha messo i puntini sulle «i» anche a proposito della sua salute e della eventuale possibilità che arrivi a dimettersi come ha fatto Benedetto XVI. Per quanto riguarda l’ipotizzato cancro al colon, dove ha già subito un’operazione all’ospedale Gemelli di Roma, un anno fa, per rimuovere un problema di diverticolite, Francesco lo ha liquidato in modo secco con un diretto «pettegolezzi di corte». Per quanto concerne la situazione del ginocchio, che gli ha già impedito il viaggio in Africa che era in programma propri in questi giorni di luglio e lo costringe spesso a presentarsi in pubblico in carrozzina, Francesco ha ribadito che non ha intenzione di operarsi perché l’anestesia generale dell’intervento dello scorso anno aveva avuto effetti collaterali negativi. «Sto lentamente migliorando», ha detto.Sulla questione delle sue dimissioni, ha affermato: «Quando vedrò che non ce la faccio, lo farò». Francesco ha parlato della decisione del predecessore di abbandonare il pontificato, sottolineando che «è stata una cosa buona per la Chiesa e per i Papi» e che lui resta un «grande esempio».E ha voluto dire la sua anche sulle speculazioni innescate dalla sua visita a L’Aquila il prossimo 2 agosto, in occasione della festa della Perdonanza. La visita nella città abruzzese, dove è sepolto Celestino V, il papa che prima di Benedetto XVI si dimise dal papato nel 1294, ha innescato una serie di voci su una possibile prossima uscita di Francesco. «Tutte queste coincidenze hanno fatto pensare ad alcuni che la stessa liturgia sarebbe avvenuta. Ma non mi è mai passato per la testa. 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Dipende dal fatto che i russi accettino di far uscire quel grano», ha dichiarato il premier britannico. «Dovremo sempre più cercare mezzi alternativi per spostare quel grano dall’Ucraina, se non possiamo usare la rotta marittima, se non puoi usare il Bosforo», ha aggiunto. Ankara ha inoltre fatto sapere che, dopo aver fermato una nave mercantile battente bandiera russa al largo della costa del Mar Nero, sta adesso cercando di chiarire se, come denunciato da Kiev, stesse trasportando frumento rubato. Resta invece per il momento sospesa la situazione dell’exclave russa di Kaliningrad. «Stiamo aspettando che la situazione si risolva. Speriamo per il meglio ma, ovviamente, stiamo anche valutando varie soluzioni, nel caso dello scenario peggiore. Speriamo prevalga il buon senso», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Nel frattempo, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha annunciato ritorsioni per l’espulsione di 70 diplomatici russi dalla Bulgaria. In tutto questo, è tornato a parlare il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko. «Oggi veniamo criticati per essere l’unico Paese al mondo a sostenere la Russia nella sua lotta contro il nazismo. Sosteniamo e continueremo a sostenere la Russia», ha dichiarato. «L’ipotesi di un ingresso diretto in guerra della Bielorussia aumenterà proporzionatamente ai successi russi», ha affermato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. Il Regno Unito, dal canto suo, ha reso noto ieri che comminerà nuove sanzioni alla Bielorussia. «La nuova legislazione bloccherà il commercio di circa 60 milioni di sterline di merci con la Bielorussia per il suo ruolo nel sostenere l’invasione russa dell’Ucraina», ha affermato il governo britannico. Frattanto il processo negoziale tra Kiev e Mosca resta fondamentalmente in stallo. «Cessate il fuoco. Ritiro delle truppe russe. Ritorno dei cittadini deportati. Estradizione dei criminali di guerra. Meccanismo di risarcimenti. Riconoscimento dei diritti sovrani dell’Ucraina. La controparte russa conosce bene le nostre condizioni. Il capo di Peskov non deve preoccuparsi, verrà il tempo e le registreremo sulla carta», ha dichiarato il capo negoziatore ucraino, Mykhailo Podolyak, rivolgendosi al portavoce del Cremlino. Si mantengono fredde anche le relazioni tra Washington e Mosca. Vladimir Putin si è rifiutato di inviare ieri a Joe Biden il telegramma di congratulazioni per il giorno dell’Indipendenza americana. «Quest’anno il telegramma di congratulazioni non verrà inviato», ha detto Peskov. «Quest’anno ha segnato il culmine di una politica ostile nei confronti del nostro Paese da parte degli Usa», ha aggiunto. Lavrov ha, frattanto, ricevuto l’omologo venezuelano Carlos Faria, per rafforzare la cooperazione tra Mosca e Caracas. Ulteriore esempio dei cortocircuiti geopolitici di Biden, che ha appena allentato le sanzioni americane sul Venezuela. Eppure era arcinoto che, oltre ad essere una dittatura, il regime di Nicolas Maduro è vicinissimo a Putin, alla Cina e all’Iran. Vontraddizioni che indeboliscono l’Occidente.
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Mariano Bizzarri
Oncologo, dipartimento di medicina sperimentale, Gruppo di biologia dei sistemi,
Università La Sapienza, Roma.
Trent’anni fa Henry Gadsen, direttore della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque». A distanza di tre decenni, il suo sogno sembra essersi avverato e questo per il concorso di più fattori. Si è ridotta la «prevenzione» al solo consumo di farmaci, quando occorrerebbe agire su altri e più complessi livelli (alimentazione, esercizio fisico, relazioni sociali).
Sono stati rivisitati, arbitrariamente, i limiti dei parametri che definiscono lo stato di salute: abbassando livelli di colesterolo e glucosio, si sono enormemente ampliati i margini della popolazione cui potevano essere prescritti i farmaci correlati. E sono state inventate, letteralmente, nuove malattie, etichettando come «patologiche» condizioni che connotano tratti di personalità (ansia, timidezza, noia), particolari fasi della vita (menopausa, vecchiaia) o semplici caratteristiche fisiche (calvizie, cellulite). Per risolvere il problema occorre ricostruire il modello medico-paziente degenerato negli ultimi 40 anni, intervenendo realmente sui fattori di prevenzione primaria prima ricordati. Inoltre, occorre tutelare l’integrità degli enti regolatori, impedendo che ricevano sussidi da Big Pharma.
Simonetta Pulciani
Biofisica in pensione, esperta di trasformazioni cellulari e di retrovirus, di microarray, epidemiologia genetica e malattie rare.
La domanda fondamentale resta: «I dati oggi a disposizione possono garantire l’estrapolazione di una diagnosi o la predizione di una futura malattia con un’alta probabilità di veridicità», come proponeva il ricercatore Leroy Hood con una medicina definita 4P: predittiva, preventiva, personalizzata e partecipata? Sicuramente i successi non devono essere ignorati o svalutati, ma una certa precauzione è d’obbligo. E la prevenzione non si deve limitare a indagini strumentali, ad analisi cliniche. Lo stile di vita potrebbe essere più importante di continui consulti medici. Il periodo del Covid è stato emblematico di come l’industria medica non sia più allineata alla prosperità del paziente. Non bisogna dimenticare che il Sars-CoV-2 era un coronavirus e sui coronavirus si sapeva molto, una cura era possibile e dovuta. Su quali basi scientifiche, davanti a un paziente infetto da un coronavirus e affetto da una sindrome respiratoria, i promotori di una prevenzione sfrenata hanno appoggiato «la vigile attesa»? Poter dare risposte sincere a questa domanda spiegherebbe anche la continua spinta a farci consumare sempre più farmaci.
Fabio Angeli
Professore al dipartimento di medicina e innovazione tecnologica (Dimit) dell’Università degli Studi dell’Insubria.
Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte a livello globale, includendo condizioni come infarto, ictus, scompenso cardiaco e malattie ischemiche. Malattie in gran parte prevenibili attraverso uno stile di vita sano, controlli medici regolari e una appropriata terapia farmacologica. Nonostante questo, negli ultimi anni si sta assistendo a una richiesta di esami diagnostici molto costosi per il nostro sistema sanitario e molto spesso non appropriati, se eseguiti prima di un oculato intervento mirato a valutare i vari fattori di rischio cardiovascolari modificabili. La vera sfida è quella di generare percorsi di prevenzione che siano sia sostenibili, sia realmente utili per ridurre l’impatto delle varie patologie, con esami diagnostici universalmente fruibili e a basso costo (come, ad esempio, l’elettrocardiogramma e «semplici» esami del sangue). La richiesta che si può inviare all’industria farmaceutica è di supportare non solo studi clinici sui farmaci ma, anche e soprattutto, studi utili a generare percorsi per corrette strategie preventive a livello di popolazione.
Mario Mantovani
Bioimmunologo all’Istituto di medicina biologica di Milano ricerca e sviluppo.
Ritengo fondamentale una giusta e corretta informazione per quanto riguarda la prevenzione con alcuni esami che indagano «sotto il pelo dell’acqua», senza porre il paziente in uno stato di ansia, molto spesso inutilmente. Dalla salute alla malattia vi è una scala di grigi direi abbastanza dinamica ed è lì che bisognerebbe agire. D’altro canto molto spesso, quando vi è la necessità di indagini strumentali o per imaging, si nota una certa reticenza a svolgere i suddetti esami o vengono rimandati per diversi mesi, senza giungere a una diagnosi e quindi a una cura. Oggi in ambito diagnostico c’è la possibilità di capire se alcuni parametri di II o III livello sono difformi da ciò che è «normale», e quindi agire preventivamente. Faccio riferimento per esempio all’infiammazione cronica di basso grado, chiamata anche infiammazione subclinica o asintomatica. I soggetti che ne soffrono presentano uno stato di estremo equilibrio, e sono inclini a un eventuale condizione clinica che può sfociare in una vera e propria patologia. L’autoimmunità è un esempio classico. Purtroppo, a livello si sanità pubblica non è ancora possibile un’indagine, per poi agire a livello preventivo.
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Il governo tunisino ora guidato da Kais Saied, che ha azzerato la democrazia, ha già chiesto all’Ue di salire a 100.000 tonnellate esportabili a dazio zero. Ursula von de Leyen è favorevole. Anche il Commissario all’agricoltura, Christophe Hansen, è lussemburghese e forse crede che gli ulivi siano piante decorative, non ha nulla in contrario. Durissima è stata la reazione della Coldiretti che lamenta il dumping (l’olio del Nord Africa arriva al di sotto dei 5 euro) e che in passato ha «abbordato» le navi che lo trasportano a Civitavecchia, ma ancora più dura è la protesta degli olivicoltori greci che hanno bloccato il Paese con i trattori. Disordini ci sono stati nelle zone di Chania, Mesenia, Laconia e a Creta per la mancata erogazione dei contributi Pac e il dumping sul prezzo che Tunisia e Spagna fanno all’olio greco che viene pagato oggi sotto i 4 euro. Il malessere greco è la conferma del caos nel comparto oleario a livello comunitario. Le ragioni sono due: l’olio da oliva non interessa a Bruxelles; la Spagna ha imposto un sistema produttivo che si rivela devastante ed è devastato. Madrid è il primo produttore mondiale con 1,3 milioni di tonnellate estratte da colture iperintensive e ha bisogno di sbocchi immediati sul mercato: questo ha determinato un costante abbassamento del prezzo mondiale che viaggia oggi attorno ai 5 euro al litro. Una quotazione non remunerativa in Italia, in Grecia, in Francia e neppure in Croazia e Albania che vendono la loro scarsa produzione a 7 euro al litro. Ma in Nord Africa è una manna. Tunisi ha deciso perciò di puntare lo sviluppo economico sull’olio da olive favorita anche lo scorso anno da una scarsissima produzione in Spagna e in Italia che è con 70.000 tonnellate importate (e una quota del 28% dell’export tunisino) il primo cliente della Tunisia. L’Italia sta attorno alle 300.000 tonnellate di produzione (quest’anno è aumentata del 30% rispetto al disastroso 2024) colpita anche dalla xilella nella sua regione leader: la Puglia. Noi però siamo i più forti consumatori del mondo (circa 12 litri a testa) ed esportiamo per circa 3 miliardi circa 280.000 tonnellate. Non va trascurato che i principali brand oleari italiani sono di proprietà spagnola. Siccome la legislazione europea consente di etichettare gli oli anche come miscela Ue e non Ue ecco perché siamo il primo mercato della Tunisia che produce in dumping. Lo testimonia il Financial Times in un articolato reportage. Il governo Saied punta a oltre 1,5 miliardi di euro di export e ha fissato un prezzo minimo al frantoio (dieci dinari al litro: circa 2,9 euro) e un prezzo calmierato per il consumo interno a 15 dinari, questo per evitare una caduta di redditività da sovra-produzione. Comunque il boom di export registrato lo scorso anno (gli spagnoli compravano olio ovunque: hanno a pagato quello tunisino fino a 8 euro) secondo Najeh Saidi Hamed, della Camera tunisina dei produttori di olive, può far superare le 500.000 tonnellate di produzione, mentre Vito Martielli, analista senior per cereali e semi oleosi di Rabobank che stima la produzione tunisina attorno alle 400.000 tonnellate, sostiene che «il prezzo ha raggiunto i 10.000 dollari a tonnellata, il che ha innescato l’espansione». Secondo la Banca Mondiale la crescita della Tunisia (si mantiene moderata, attorno al 2,4% anche se Kaies Saide ha rifiutato un prestito da 1,9 miliardi dall’Fmi «per tenermi libero») è tutta proiettata su turismo e agricoltura. La dimostrazione? Il tribunale di Tunisi ha rimesso in libertà su cauzione (17 milioni di dollari) Abdelaziz Makhloufi il fondatore di CHO group. L’accusa era di essersi approfittato di un bene agricolo dello Stato, ma Makhloufi è il re dell’olio. Oggi a Tunisi, grazie all’Ue, chi ha a che fare con le olive è un eroe nazionale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 gennaio 2026. Con il generale Giuseppe Santomartino facciamo il punto sulla situazione internazionale a partire dall'Ucraina.
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Tutto questo, come sempre, viene giustificato con la necessità di ridurre le emissioni ed evitare l’apocalisse climatica. E avrebbe persino un barlume di senso, se effettivamente ci fosse una apocalisse in corso. Gli allarmi urlati dai tifosi della fine dei tempi, benché quasi sempre smentiti dai fatti, continuano a susseguirsi senza sosta. Pochi giorni fa, ad esempio, alcuni dei maggiori media mondiali hanno dato conto di un rapporto annuale realizzato dall’organizzazione umanitaria Christian Aid, secondo cui i dieci peggiori disastri climatici del 2025 hanno causato perdite per oltre 120 miliardi di dollari.
Patrick Watt, amministratore delegato di Christian Aid, ha usato toni nerissimi: «Questi disastri climatici sono un monito di ciò che ci aspetta se non acceleriamo la transizione dai combustibili fossili», ha dichiarato. «Essi rimarcano anche l’urgente necessità di adattamento, in particolare nel Sud del mondo, dove le risorse sono limitate e le persone sono particolarmente vulnerabili agli shock climatici». Questi numeri impressionanti sono basato sulle stime di un noto colosso assicurativo, e ciò dovrebbe fare riflettere: forse alle assicurazioni battere sull’allarmismo conviene.
Ciò che non viene detto sui disastri naturali è che da un po’ di tempo causano - fortunatamente - sempre meno vittime. Lo ha spiegato sul New York Post Roger Pielke Jr., un ricercatore dell’American Enterprise Institute, citando i dati del Centro di ricerca sull’epidemiologia dei disastri (Cred) dell’Università cattolica di Lovanio. Basandosi sulle cifre raccolte da Our world in data, fino a ottobre del 2025, a livello globale sono stati registrati circa 4.500 decessi correlati a eventi meteorologici estremi. Anche contando i disastri accaduti nell’ultima parte dell’anno soprattutto in Asia, che potrebbero aver causato circa 1.600 morti, siamo comunque di fronte a una delle cifre più basse di ogni tempo.
«Ciò che possiamo affermare con maggiore sicurezza», dice Pielke, «è che il tasso di mortalità dovuto a eventi meteorologici estremi è il più basso di sempre, inferiore a 0,8 decessi ogni 100.000 persone (secondo i dati demografici delle Nazioni Unite). Solo il 2018 e il 2015 sono simili. Dal 2000, si sono verificati sei anni con un tasso di mortalità inferiore a 1,0 ogni 100.000 persone, tutti a partire dal 2014. Dal 1970 al 2025, il tasso di mortalità è diminuito di due ordini di grandezza. Questa è una storia incredibile di ingegno e progresso umano».
Secondo Pielke, «il 2025 non è un evento unico, ma fa parte di una tendenza a lungo termine di ridotta vulnerabilità e di migliore preparazione agli eventi estremi. Alla base di questa tendenza c’è l’applicazione efficace della scienza, della tecnologia e della politica in un mondo che è diventato molto più ricco e quindi molto meglio attrezzato per proteggere le persone quando, inevitabilmente, si verificano eventi estremi».
Intendiamoci, ciò non significa che non si verifichino eventi estremi e che non esistano catastrofi naturali anche causate da inquinamento e sfruttamento della terra. Ma il punto è che agire sulle infrastrutture, mettere in sicurezza i territori e muoversi sulla base del buon senso permette di ridurre notevolmente i pericoli e soprattutto il numero di decessi.
Persino Amy Pope, direttrice dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), lo ha detto a mezza bocca durante un recentissimo incontro Onu sulle catastrofi. «L’impatto dei disastri dipende in larga parte dalle scelte che facciamo, dalla solidità delle nostre infrastrutture, da quanto investiamo nella prevenzione e da quanto proteggiamo i più vulnerabili», ha affermato. «Con la pianificazione e il finanziamento adeguati, è possibile ridurre gli impatti negativi dei disastri. Di conseguenza, l’appello di quest’anno è rivolto a un aumento dei finanziamenti per la gestione del rischio di catastrofi e allo sviluppo di investimenti privati resilienti e adeguati al rischio». La Pope non è una pericolosa negazionista climatica, anzi è perfettamente in linea con la retorica dominante. Eppure non nega che un approccio pragmatico produca risultati.
Il fatto è che l’Unione europea pensa di affrontare i mutamenti del clima e i nuovi problemi che essi pongono con tasse e gabelle, che hanno l’unico risultato di danneggiare le imprese. Come dimostrano anche alcune drammatiche vicende italiane (alluvioni romagnole in testa) l’unica strada efficace per affrontare i mutamenti climatici - a prescindere dalla causa - consiste nell’adattarsi alle nuove esigenze, cioè nell’orientare l’azione politica alla risoluzione di questioni molto concrete. Dove si prendono provvedimenti, i morti diminuiscono. Dove regna l’ideologia, si spendono montagne di soldi senza benefici per la popolazione.
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