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2022-07-05
«Viaggio a Kiev possibile. E anche a Mosca»
Papa Francesco (Ansa)
Qualcosa è cambiato. Se lo scorso 3 maggio, parlando con il Corriere della Sera, papa Francesco aveva detto che non c’erano le condizioni per recarsi a Kiev, né quelle per andare a Mosca, sebbene ritenesse che «prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin», ieri, nella lunga intervista concessa a Philip Pulella della Reuters, il Papa ha detto che «ora è possibile» andare in Ucraina.
«Dopo essere tornato dal Canada», in cui Francesco andrà dal 24 al 30 luglio prossimi, «è possibile che riesca ad andare in Ucraina». Con queste parole rilasciate ieri al vaticanista della agenzia britannica, che ha incontrato Francesco per circa 90 minuti sabato scorso, prende davvero forza la possibilità che il Papa viaggi a Kiev nel tentativo di dare segno della sua vicinanza alla martoriata popolazione aggredita dall’esercito russo. Ma Francesco, restando coerente sulla propria linea nei confronti della guerra, ha di nuovo ricordato anche alla Reuters che «prima volevo andare a Mosca», sebbene in questo caso le cose siano più complicate per organizzare il viaggio.
«(Con la Russia) c’è ancora quel dialogo molto aperto, molto cordiale, molto diplomatico nel senso positivo della parola, ma per il momento va bene, la porta è aperta». Su questa «porta aperta» si intravede, appunto, la linea che il Papa ha tenuto fin da subito, da quando il 25 febbraio attraversò ai piedi via della Conciliazione per andare a parlare all’ambasciatore russo in Vaticano. Per Francesco, la Russia è responsabile di una guerra, ha aggredito il popolo ucraino, ma è anche un interlocutore, è anche quella nazione a cui la Nato avrebbe «abbaiato alle porte di casa», per citare un’altra dichiarazione del Papa.
In un’altra intervista recentissima, concessa alla giornalista argentina Bernarda Llorente, della principale agenzia di stampa argentina, Télam, Francesco ha dichiarato che «ci può essere una guerra giusta, c’è il diritto di difendersi, ma il modo in cui il concetto viene usato oggi deve essere ripensato. Ho affermato che l’uso e il possesso di armi nucleari è immorale. Risolvere le cose con la guerra significa dire no alla capacità di dialogo, di dialogo costruttivo, che le persone hanno». Una dichiarazione, questa, che aiuta a comprendere la linea del Papa sulla guerra in Ucraina, quella per cui non si presta a fare il cappellano di nessuna parte in causa, ma pone l’attenzione verso la possibile escalation e la sofferenza dei popoli.
Con Pulella, sabato, il Papa ha detto la sua anche sulla recente, storica sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti che ha annullato quella del 1973, l’ormai famosa Roe v Wade, che aveva fatto entrare nell’alveo della Costituzione americana il diritto all’aborto. Francesco ha detto di rispettare la decisione, ma di non avere abbastanza informazioni per parlarne da un punto di vista giuridico, tuttavia il suo giudizio sulla pratica dell’aborto è chiaro e già più volte ribadito: «Chiedo: è legittimo, è giusto eliminare una vita umana per risolvere un problema?». La risposta è nota: «È come affittare un sicario». A corollario, il Papa si è espresso sulla questione della comunione a quei politici sedicenti cattolici che sono a favore delle politiche per l’aborto, come nel caso della presidente della Camera americana, Nancy Pelosi, che proprio qualche giorno fa ha partecipato alla messa del Papa in San Pietro e ha ricevuto l’ostia, sebbene il suo vescovo, monsignor Salvatore Cordileone, a San Francisco, glielo avesse espressamente vietato proprio a causa del suo continuo sostegno alle politiche pro aborto. «Quando la Chiesa perde la sua natura pastorale, quando un vescovo perde la sua natura pastorale, crea un problema politico. Questo è tutto ciò che posso dire», ha detto il Papa, offrendo una risposta che, in un certo senso, suona come una smentita all’operato di Cordileone.
Ma il Papa con la Reuters ha messo i puntini sulle «i» anche a proposito della sua salute e della eventuale possibilità che arrivi a dimettersi come ha fatto Benedetto XVI. Per quanto riguarda l’ipotizzato cancro al colon, dove ha già subito un’operazione all’ospedale Gemelli di Roma, un anno fa, per rimuovere un problema di diverticolite, Francesco lo ha liquidato in modo secco con un diretto «pettegolezzi di corte». Per quanto concerne la situazione del ginocchio, che gli ha già impedito il viaggio in Africa che era in programma propri in questi giorni di luglio e lo costringe spesso a presentarsi in pubblico in carrozzina, Francesco ha ribadito che non ha intenzione di operarsi perché l’anestesia generale dell’intervento dello scorso anno aveva avuto effetti collaterali negativi. «Sto lentamente migliorando», ha detto.
Sulla questione delle sue dimissioni, ha affermato: «Quando vedrò che non ce la faccio, lo farò». Francesco ha parlato della decisione del predecessore di abbandonare il pontificato, sottolineando che «è stata una cosa buona per la Chiesa e per i Papi» e che lui resta un «grande esempio».
E ha voluto dire la sua anche sulle speculazioni innescate dalla sua visita a L’Aquila il prossimo 2 agosto, in occasione della festa della Perdonanza. La visita nella città abruzzese, dove è sepolto Celestino V, il papa che prima di Benedetto XVI si dimise dal papato nel 1294, ha innescato una serie di voci su una possibile prossima uscita di Francesco. «Tutte queste coincidenze hanno fatto pensare ad alcuni che la stessa liturgia sarebbe avvenuta. Ma non mi è mai passato per la testa. Per il momento no».
Il Cremlino ignora il «4 luglio» Usa e stringe i rapporti con il Venezuela
Crisi ucraina: la diplomazia è al lavoro per cercare di sbloccare la questione del grano. A tal proposito, la Turchia ha annunciato pieno sostegno al piano delle Nazioni unite. «Se il piano funziona, l’Ucraina sarà in grado di esportare il suo grano a livello internazionale», ha detto ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu.
Sul tema è intervenuto anche Boris Johnson. «I turchi sono assolutamente indispensabili per risolvere questo problema. Stanno facendo del loro meglio... Dipende dal fatto che i russi accettino di far uscire quel grano», ha dichiarato il premier britannico. «Dovremo sempre più cercare mezzi alternativi per spostare quel grano dall’Ucraina, se non possiamo usare la rotta marittima, se non puoi usare il Bosforo», ha aggiunto. Ankara ha inoltre fatto sapere che, dopo aver fermato una nave mercantile battente bandiera russa al largo della costa del Mar Nero, sta adesso cercando di chiarire se, come denunciato da Kiev, stesse trasportando frumento rubato.
Resta invece per il momento sospesa la situazione dell’exclave russa di Kaliningrad. «Stiamo aspettando che la situazione si risolva. Speriamo per il meglio ma, ovviamente, stiamo anche valutando varie soluzioni, nel caso dello scenario peggiore. Speriamo prevalga il buon senso», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Nel frattempo, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha annunciato ritorsioni per l’espulsione di 70 diplomatici russi dalla Bulgaria.
In tutto questo, è tornato a parlare il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko. «Oggi veniamo criticati per essere l’unico Paese al mondo a sostenere la Russia nella sua lotta contro il nazismo. Sosteniamo e continueremo a sostenere la Russia», ha dichiarato. «L’ipotesi di un ingresso diretto in guerra della Bielorussia aumenterà proporzionatamente ai successi russi», ha affermato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. Il Regno Unito, dal canto suo, ha reso noto ieri che comminerà nuove sanzioni alla Bielorussia. «La nuova legislazione bloccherà il commercio di circa 60 milioni di sterline di merci con la Bielorussia per il suo ruolo nel sostenere l’invasione russa dell’Ucraina», ha affermato il governo britannico.
Frattanto il processo negoziale tra Kiev e Mosca resta fondamentalmente in stallo. «Cessate il fuoco. Ritiro delle truppe russe. Ritorno dei cittadini deportati. Estradizione dei criminali di guerra. Meccanismo di risarcimenti. Riconoscimento dei diritti sovrani dell’Ucraina. La controparte russa conosce bene le nostre condizioni. Il capo di Peskov non deve preoccuparsi, verrà il tempo e le registreremo sulla carta», ha dichiarato il capo negoziatore ucraino, Mykhailo Podolyak, rivolgendosi al portavoce del Cremlino. Si mantengono fredde anche le relazioni tra Washington e Mosca. Vladimir Putin si è rifiutato di inviare ieri a Joe Biden il telegramma di congratulazioni per il giorno dell’Indipendenza americana. «Quest’anno il telegramma di congratulazioni non verrà inviato», ha detto Peskov. «Quest’anno ha segnato il culmine di una politica ostile nei confronti del nostro Paese da parte degli Usa», ha aggiunto. Lavrov ha, frattanto, ricevuto l’omologo venezuelano Carlos Faria, per rafforzare la cooperazione tra Mosca e Caracas. Ulteriore esempio dei cortocircuiti geopolitici di Biden, che ha appena allentato le sanzioni americane sul Venezuela. Eppure era arcinoto che, oltre ad essere una dittatura, il regime di Nicolas Maduro è vicinissimo a Putin, alla Cina e all’Iran. Vontraddizioni che indeboliscono l’Occidente.
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In una lunga intervista concessa alla Reuters, papa Francesco ha aperto alla possibilità di una visita nei due Paesi belligeranti. E sulla sua salute chiarisce: «Se mi dimetterò come Benedetto XVI? Per adesso no. E non ho un tumore, sono pettegolezzi di corte».Il Cremlino ignora il «4 luglio» Usa e stringe i rapporti con il Venezuela. Trattative di pace a un punto morto. Nuove sanzioni del Regno Unito alla Bielorussia.Lo speciale comprende due articoli. Qualcosa è cambiato. Se lo scorso 3 maggio, parlando con il Corriere della Sera, papa Francesco aveva detto che non c’erano le condizioni per recarsi a Kiev, né quelle per andare a Mosca, sebbene ritenesse che «prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin», ieri, nella lunga intervista concessa a Philip Pulella della Reuters, il Papa ha detto che «ora è possibile» andare in Ucraina.«Dopo essere tornato dal Canada», in cui Francesco andrà dal 24 al 30 luglio prossimi, «è possibile che riesca ad andare in Ucraina». Con queste parole rilasciate ieri al vaticanista della agenzia britannica, che ha incontrato Francesco per circa 90 minuti sabato scorso, prende davvero forza la possibilità che il Papa viaggi a Kiev nel tentativo di dare segno della sua vicinanza alla martoriata popolazione aggredita dall’esercito russo. Ma Francesco, restando coerente sulla propria linea nei confronti della guerra, ha di nuovo ricordato anche alla Reuters che «prima volevo andare a Mosca», sebbene in questo caso le cose siano più complicate per organizzare il viaggio.«(Con la Russia) c’è ancora quel dialogo molto aperto, molto cordiale, molto diplomatico nel senso positivo della parola, ma per il momento va bene, la porta è aperta». Su questa «porta aperta» si intravede, appunto, la linea che il Papa ha tenuto fin da subito, da quando il 25 febbraio attraversò ai piedi via della Conciliazione per andare a parlare all’ambasciatore russo in Vaticano. Per Francesco, la Russia è responsabile di una guerra, ha aggredito il popolo ucraino, ma è anche un interlocutore, è anche quella nazione a cui la Nato avrebbe «abbaiato alle porte di casa», per citare un’altra dichiarazione del Papa.In un’altra intervista recentissima, concessa alla giornalista argentina Bernarda Llorente, della principale agenzia di stampa argentina, Télam, Francesco ha dichiarato che «ci può essere una guerra giusta, c’è il diritto di difendersi, ma il modo in cui il concetto viene usato oggi deve essere ripensato. Ho affermato che l’uso e il possesso di armi nucleari è immorale. Risolvere le cose con la guerra significa dire no alla capacità di dialogo, di dialogo costruttivo, che le persone hanno». Una dichiarazione, questa, che aiuta a comprendere la linea del Papa sulla guerra in Ucraina, quella per cui non si presta a fare il cappellano di nessuna parte in causa, ma pone l’attenzione verso la possibile escalation e la sofferenza dei popoli.Con Pulella, sabato, il Papa ha detto la sua anche sulla recente, storica sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti che ha annullato quella del 1973, l’ormai famosa Roe v Wade, che aveva fatto entrare nell’alveo della Costituzione americana il diritto all’aborto. Francesco ha detto di rispettare la decisione, ma di non avere abbastanza informazioni per parlarne da un punto di vista giuridico, tuttavia il suo giudizio sulla pratica dell’aborto è chiaro e già più volte ribadito: «Chiedo: è legittimo, è giusto eliminare una vita umana per risolvere un problema?». La risposta è nota: «È come affittare un sicario». A corollario, il Papa si è espresso sulla questione della comunione a quei politici sedicenti cattolici che sono a favore delle politiche per l’aborto, come nel caso della presidente della Camera americana, Nancy Pelosi, che proprio qualche giorno fa ha partecipato alla messa del Papa in San Pietro e ha ricevuto l’ostia, sebbene il suo vescovo, monsignor Salvatore Cordileone, a San Francisco, glielo avesse espressamente vietato proprio a causa del suo continuo sostegno alle politiche pro aborto. «Quando la Chiesa perde la sua natura pastorale, quando un vescovo perde la sua natura pastorale, crea un problema politico. Questo è tutto ciò che posso dire», ha detto il Papa, offrendo una risposta che, in un certo senso, suona come una smentita all’operato di Cordileone.Ma il Papa con la Reuters ha messo i puntini sulle «i» anche a proposito della sua salute e della eventuale possibilità che arrivi a dimettersi come ha fatto Benedetto XVI. Per quanto riguarda l’ipotizzato cancro al colon, dove ha già subito un’operazione all’ospedale Gemelli di Roma, un anno fa, per rimuovere un problema di diverticolite, Francesco lo ha liquidato in modo secco con un diretto «pettegolezzi di corte». Per quanto concerne la situazione del ginocchio, che gli ha già impedito il viaggio in Africa che era in programma propri in questi giorni di luglio e lo costringe spesso a presentarsi in pubblico in carrozzina, Francesco ha ribadito che non ha intenzione di operarsi perché l’anestesia generale dell’intervento dello scorso anno aveva avuto effetti collaterali negativi. «Sto lentamente migliorando», ha detto.Sulla questione delle sue dimissioni, ha affermato: «Quando vedrò che non ce la faccio, lo farò». Francesco ha parlato della decisione del predecessore di abbandonare il pontificato, sottolineando che «è stata una cosa buona per la Chiesa e per i Papi» e che lui resta un «grande esempio».E ha voluto dire la sua anche sulle speculazioni innescate dalla sua visita a L’Aquila il prossimo 2 agosto, in occasione della festa della Perdonanza. La visita nella città abruzzese, dove è sepolto Celestino V, il papa che prima di Benedetto XVI si dimise dal papato nel 1294, ha innescato una serie di voci su una possibile prossima uscita di Francesco. «Tutte queste coincidenze hanno fatto pensare ad alcuni che la stessa liturgia sarebbe avvenuta. Ma non mi è mai passato per la testa. 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Dipende dal fatto che i russi accettino di far uscire quel grano», ha dichiarato il premier britannico. «Dovremo sempre più cercare mezzi alternativi per spostare quel grano dall’Ucraina, se non possiamo usare la rotta marittima, se non puoi usare il Bosforo», ha aggiunto. Ankara ha inoltre fatto sapere che, dopo aver fermato una nave mercantile battente bandiera russa al largo della costa del Mar Nero, sta adesso cercando di chiarire se, come denunciato da Kiev, stesse trasportando frumento rubato. Resta invece per il momento sospesa la situazione dell’exclave russa di Kaliningrad. «Stiamo aspettando che la situazione si risolva. Speriamo per il meglio ma, ovviamente, stiamo anche valutando varie soluzioni, nel caso dello scenario peggiore. Speriamo prevalga il buon senso», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Nel frattempo, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha annunciato ritorsioni per l’espulsione di 70 diplomatici russi dalla Bulgaria. In tutto questo, è tornato a parlare il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko. «Oggi veniamo criticati per essere l’unico Paese al mondo a sostenere la Russia nella sua lotta contro il nazismo. Sosteniamo e continueremo a sostenere la Russia», ha dichiarato. «L’ipotesi di un ingresso diretto in guerra della Bielorussia aumenterà proporzionatamente ai successi russi», ha affermato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. Il Regno Unito, dal canto suo, ha reso noto ieri che comminerà nuove sanzioni alla Bielorussia. «La nuova legislazione bloccherà il commercio di circa 60 milioni di sterline di merci con la Bielorussia per il suo ruolo nel sostenere l’invasione russa dell’Ucraina», ha affermato il governo britannico. Frattanto il processo negoziale tra Kiev e Mosca resta fondamentalmente in stallo. «Cessate il fuoco. Ritiro delle truppe russe. Ritorno dei cittadini deportati. Estradizione dei criminali di guerra. Meccanismo di risarcimenti. Riconoscimento dei diritti sovrani dell’Ucraina. La controparte russa conosce bene le nostre condizioni. Il capo di Peskov non deve preoccuparsi, verrà il tempo e le registreremo sulla carta», ha dichiarato il capo negoziatore ucraino, Mykhailo Podolyak, rivolgendosi al portavoce del Cremlino. Si mantengono fredde anche le relazioni tra Washington e Mosca. Vladimir Putin si è rifiutato di inviare ieri a Joe Biden il telegramma di congratulazioni per il giorno dell’Indipendenza americana. «Quest’anno il telegramma di congratulazioni non verrà inviato», ha detto Peskov. «Quest’anno ha segnato il culmine di una politica ostile nei confronti del nostro Paese da parte degli Usa», ha aggiunto. Lavrov ha, frattanto, ricevuto l’omologo venezuelano Carlos Faria, per rafforzare la cooperazione tra Mosca e Caracas. Ulteriore esempio dei cortocircuiti geopolitici di Biden, che ha appena allentato le sanzioni americane sul Venezuela. Eppure era arcinoto che, oltre ad essere una dittatura, il regime di Nicolas Maduro è vicinissimo a Putin, alla Cina e all’Iran. Vontraddizioni che indeboliscono l’Occidente.
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Oltre 13 milioni di euro assegnati alle federazioni del tiro nel riparto 2026 di Sport e Salute fotografano una disciplina spesso invisibile nel dibattito pubblico. Tra tesserati ufficiali, praticanti non censiti e risultati internazionali continui, il tiro sportivo italiano si conferma un movimento strutturato, attivo tutto l’anno e non legato solo all’appuntamento olimpico.
Il tiro sportivo in Italia è un movimento in crescita più di quanto raccontino i numeri. Non perché manchino risultati o strutture, ma perché si tratta di una disciplina che sfugge per sua natura alle rilevazioni immediate e alla visibilità ciclica dei grandi eventi. Stimare con precisione le dimensioni del tiro sportivo nel nostro Paese non è semplice: i dati sono frammentati tra più federazioni e specialità, e una parte consistente dei praticanti non rientra nei circuiti ufficiali.
Le stime più attendibili parlano comunque di oltre 100.000 tesserati, distribuiti tra tiro a volo, tiro a segno, tiro dinamico e altre discipline affini. A questa base va aggiunta una platea informale di appassionati che frequentano poligoni e campi di tiro senza un tesseramento stabile: una fascia difficilmente quantificabile, ma che secondo alcune valutazioni potrebbe arrivare a diverse centinaia di migliaia di persone. Numeri che non collocano il tiro tra gli sport di massa, ma che ne confermano la solidità all’interno del sistema sportivo nazionale. Questo quadro trova una prima conferma nel riparto dei contributi pubblici per il 2026 deliberato da Sport e Salute. Su un totale di 344,4 milioni di euro destinati agli organismi sportivi, il comparto del tiro – escludendo il tiro con l’arco – riceve complessivamente oltre 13 milioni di euro. Una cifra che riflette risultati internazionali continui e una capacità organizzativa valutata positivamente dal Modello algoritmico dei contributi (MaC), lo strumento adottato per misurare performance, crescita e utilizzo efficiente delle risorse pubbliche.
Nel dettaglio, la Federazione italiana Tiro a volo supera i 7,19 milioni di euro, collocandosi attorno alla quindicesima posizione nel ranking generale dei contributi. L’Unione italiana Tiro a segno riceve poco più di 4 milioni, mentre la Federazione italiana Discipline con Armi sportive da caccia si attesta sopra 1,55 milioni. Più contenuta in valore assoluto, ma significativa sul piano percentuale, la quota assegnata alla Federazione italiana Tiro dinamico sportivo, che registra l’incremento massimo consentito dal sistema, pari al 15%. I finanziamenti si inseriscono in un contesto più ampio di crescita del sistema sportivo italiano, sostenuto da un meccanismo di autofinanziamento attivo dal 2019 e da una politica pubblica orientata a premiare non solo il merito agonistico, ma anche l’impatto sociale e la sostenibilità gestionale. Le risorse complessive destinate allo sport, alimentate in larga parte dal prelievo fiscale generato dal calcio professionistico, hanno continuato ad aumentare nonostante la crisi pandemica, con effetti visibili sull’ampliamento della base dei praticanti.
Al di là dei numeri, il tiro sportivo resta una disciplina che vive soprattutto nella quotidianità dei poligoni e dei campi di tiro. È uno sport strutturato su percorsi formativi graduali, che possono iniziare in giovane età con le armi ad aria compressa e proseguire, nel tempo, verso specialità più complesse. La progressione è scandita da livelli tecnici precisi e da un sistema di controlli che pone la sicurezza come requisito imprescindibile. Allenatori, istruttori e ufficiali di gara garantiscono il rispetto delle regole e accompagnano i tiratori, soprattutto quelli alle prime armi, in un contesto rigidamente regolamentato.
Dal punto di vista della prestazione, il tiro sportivo richiede un equilibrio specifico tra precisione tecnica, forza mentale e condizione fisica. La stabilità del gesto, la capacità di concentrazione e la gestione della pressione sono fattori determinanti, tanto quanto l’allenamento muscolare. È una combinazione che spiega perché i percorsi agonistici siano spesso lunghi e perché i risultati arrivino dopo anni di lavoro lontano dall’attenzione mediatica. Il legame con le Olimpiadi contribuisce a dare visibilità alla disciplina, ma ne rappresenta solo una parte. Il tiro sportivo è presente quasi ininterrottamente nel programma dei Giochi moderni e oggi comprende sei specialità olimpiche, tra bersagli fissi e mobili. Tuttavia, la sua struttura non si esaurisce nel quadriennio olimpico: vive di attività federale costante, di competizioni nazionali e internazionali e di un movimento che, pur restando lontano dalle prime pagine, continua a produrre risultati e praticanti.
Lo stanziamento per il 2026 conferma questa continuità. Più che un’attenzione episodica, i fondi destinati al tiro sportivo certificano l’esistenza di un settore che funziona, cresce in modo misurato e contribuisce, nel suo perimetro, alla tenuta complessiva dello sport italiano. Un mondo che emerge raramente nel dibattito pubblico, ma che esiste ben oltre la vetrina olimpica.
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La coalizione dei volenterosi a Parigi il 6 gennaio 2026 (Ansa)
Con l’Eliseo che, ancora prima dell’inizio del summit, si era già preso il merito di aver fatto «convergere l’Ucraina, l’Europa e l’America», il leader francese ha accolto oltre 30 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente del consiglio, Giorgia Meloni. E visto che l’obiettivo era cercare di finalizzare un accordo sulle garanzie di sicurezza, a prendere parte al vertice sono stati anche l’inviato speciale americano, Steve Witkoff, e il genero del presidente americano, Jared Kushner.
La dichiarazione finale rilasciata dalla Coalizione dei volenterosi al termine dei lavori conferma l’impegno a «un sistema di garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti che saranno attivate una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, in aggiunta agli accordi bilaterali di sicurezza e in conformità con i rispettivi ordinamenti giuridici e costituzionali». E si parla di cinque componenti: il monitoraggio del cessate il fuoco, il sostegno alle forze armate ucraine, la forza multinazionale, gli impegni per sostenere l’Ucraina in caso di una nuova aggressione russa e l’impegno a «una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina». Riguardo al primo aspetto, è annunciata «la partecipazione a un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti». A tal proposito si prevede «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, che includerà i contributi dei membri della Coalizione dei volenterosi». Tra l’altro la Coalizione sarà anche «rappresentata nella Commissione speciale» che verrà creata «per affrontare eventuali violazioni, attribuire le responsabilità e determinare i rimedi».
In merito al sostegno alle truppe ucraine, la Coalizione «ha concordato di continuare a fornire assistenza militare a lungo termine e armamenti» ai soldati ucraini «per garantirne una capacità sostenibile» visto che «rimarranno la prima linea di difesa e deterrenza». Questo sostegno include «pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno al finanziamento per acquistare armi; continua cooperazione con l’Ucraina sul suo bilancio nazionale per finanziare le forze armate; accesso a depositi di difesa che possono fornire un rapido supporto aggiuntivo in caso di un futuro attacco armato; fornitura di supporto pratico e tecnico all’Ucraina nella costruzione di fortificazioni difensive».
Riguardo al cavallo di battaglia di Macron e Starmer, ovvero «la forza di multinazionale per l’Ucraina», nella dichiarazione finale si conferma la base volontaria. Si specifica infatti che sarà creata dai contributi dei Paesi «disponibili nell’ambito della Coalizione» per «sostenere la ricostruzione delle forze armate ucraine e la deterrenza». La Coalizione poi afferma: «È stata condotta una pianificazione militare coordinata per preparare misure di rassicurazione in aria, in mare e a terra e per la rigenerazione delle forze armate ucraine. Abbiamo confermato che queste misure di rassicurazione dovranno essere rigorosamente implementate su richiesta dell’Ucraina una volta ottenuta una credibile cessazione delle ostilità». Si annuncia anche che «questi elementi saranno guidati dall’Europa, con il coinvolgimento anche di membri non europei della Coalizione e il proposto
sostegno degli Stati Uniti».
Nella quarta componente, inerente agli «impegni vincolanti a sostegno dell’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia al fine di ripristinare la pace», è stato concordato di «finalizzare gli impegni vincolanti che definiscano il nostro approccio per sostenere l’Ucraina e ripristinare la pace e la sicurezza in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia. Tali impegni possono includere l’impiego di capacità militari, supporto logistico e di intelligence, iniziative diplomatiche e l’adozione di sanzioni aggiuntive». Infine, riguardo «all’impegno a una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina», la dichiarazione annuncia: «Abbiamo concordato di continuare a sviluppare e approfondire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in materia di difesa con l’Ucraina, tra cui: addestramento, produzione congiunta industriale della difesa, anche con l’uso di strumenti europei pertinenti, e cooperazione in materia di intelligence».
Il testo si chiude con la decisione di «istituire una cellula di coordinamento tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Coalizione presso il Quartier generale operativo della Coalizione a Parigi». A dire qualcosa in più a tal proposito è stato Macron durante la conferenza stampa: la cellula di coordinamento «integrerà pienamente tutte le forze armate interessate». Starmer ha poi annunciato che, dopo il cessate il fuoco, «il Regno Unito e la Francia creeranno degli hub militari in Ucraina per sostenere le necessità di difesa degli ucraini».
Per quanto riguarda la posizione italiana, non ci sono stati cambi di programma con il governo che ha ribadito la contrarietà all’invio delle truppe. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi si legge: «Nel confermare il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina, in coerenza con quanto sempre fatto, il Presidente Meloni ha ribadito alcuni punti fermi della posizione del Governo italiano sul tema delle garanzie, in particolare l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».
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Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
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(Ansa)
Tanti colleghi di Alessandro Ambrosio hanno partecipato in divisa da ferroviere, con centinaia di persone presenti, al presidio in stazione a Bologna per ricordare il capotreno ucciso il 5 gennaio nel parcheggio dello scalo. Corone di fiori e commozione in piazza Medaglie d'oro, con foto e biglietti. Il gruppo ha raggiunto in corteo il luogo dove e' stato trovato morto il 34enne. Ad una recinzione, nei pressi, sono stati apposti un berretto e una cravatta da ferroviere.