True
2022-07-05
«Viaggio a Kiev possibile. E anche a Mosca»
Papa Francesco (Ansa)
Qualcosa è cambiato. Se lo scorso 3 maggio, parlando con il Corriere della Sera, papa Francesco aveva detto che non c’erano le condizioni per recarsi a Kiev, né quelle per andare a Mosca, sebbene ritenesse che «prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin», ieri, nella lunga intervista concessa a Philip Pulella della Reuters, il Papa ha detto che «ora è possibile» andare in Ucraina.
«Dopo essere tornato dal Canada», in cui Francesco andrà dal 24 al 30 luglio prossimi, «è possibile che riesca ad andare in Ucraina». Con queste parole rilasciate ieri al vaticanista della agenzia britannica, che ha incontrato Francesco per circa 90 minuti sabato scorso, prende davvero forza la possibilità che il Papa viaggi a Kiev nel tentativo di dare segno della sua vicinanza alla martoriata popolazione aggredita dall’esercito russo. Ma Francesco, restando coerente sulla propria linea nei confronti della guerra, ha di nuovo ricordato anche alla Reuters che «prima volevo andare a Mosca», sebbene in questo caso le cose siano più complicate per organizzare il viaggio.
«(Con la Russia) c’è ancora quel dialogo molto aperto, molto cordiale, molto diplomatico nel senso positivo della parola, ma per il momento va bene, la porta è aperta». Su questa «porta aperta» si intravede, appunto, la linea che il Papa ha tenuto fin da subito, da quando il 25 febbraio attraversò ai piedi via della Conciliazione per andare a parlare all’ambasciatore russo in Vaticano. Per Francesco, la Russia è responsabile di una guerra, ha aggredito il popolo ucraino, ma è anche un interlocutore, è anche quella nazione a cui la Nato avrebbe «abbaiato alle porte di casa», per citare un’altra dichiarazione del Papa.
In un’altra intervista recentissima, concessa alla giornalista argentina Bernarda Llorente, della principale agenzia di stampa argentina, Télam, Francesco ha dichiarato che «ci può essere una guerra giusta, c’è il diritto di difendersi, ma il modo in cui il concetto viene usato oggi deve essere ripensato. Ho affermato che l’uso e il possesso di armi nucleari è immorale. Risolvere le cose con la guerra significa dire no alla capacità di dialogo, di dialogo costruttivo, che le persone hanno». Una dichiarazione, questa, che aiuta a comprendere la linea del Papa sulla guerra in Ucraina, quella per cui non si presta a fare il cappellano di nessuna parte in causa, ma pone l’attenzione verso la possibile escalation e la sofferenza dei popoli.
Con Pulella, sabato, il Papa ha detto la sua anche sulla recente, storica sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti che ha annullato quella del 1973, l’ormai famosa Roe v Wade, che aveva fatto entrare nell’alveo della Costituzione americana il diritto all’aborto. Francesco ha detto di rispettare la decisione, ma di non avere abbastanza informazioni per parlarne da un punto di vista giuridico, tuttavia il suo giudizio sulla pratica dell’aborto è chiaro e già più volte ribadito: «Chiedo: è legittimo, è giusto eliminare una vita umana per risolvere un problema?». La risposta è nota: «È come affittare un sicario». A corollario, il Papa si è espresso sulla questione della comunione a quei politici sedicenti cattolici che sono a favore delle politiche per l’aborto, come nel caso della presidente della Camera americana, Nancy Pelosi, che proprio qualche giorno fa ha partecipato alla messa del Papa in San Pietro e ha ricevuto l’ostia, sebbene il suo vescovo, monsignor Salvatore Cordileone, a San Francisco, glielo avesse espressamente vietato proprio a causa del suo continuo sostegno alle politiche pro aborto. «Quando la Chiesa perde la sua natura pastorale, quando un vescovo perde la sua natura pastorale, crea un problema politico. Questo è tutto ciò che posso dire», ha detto il Papa, offrendo una risposta che, in un certo senso, suona come una smentita all’operato di Cordileone.
Ma il Papa con la Reuters ha messo i puntini sulle «i» anche a proposito della sua salute e della eventuale possibilità che arrivi a dimettersi come ha fatto Benedetto XVI. Per quanto riguarda l’ipotizzato cancro al colon, dove ha già subito un’operazione all’ospedale Gemelli di Roma, un anno fa, per rimuovere un problema di diverticolite, Francesco lo ha liquidato in modo secco con un diretto «pettegolezzi di corte». Per quanto concerne la situazione del ginocchio, che gli ha già impedito il viaggio in Africa che era in programma propri in questi giorni di luglio e lo costringe spesso a presentarsi in pubblico in carrozzina, Francesco ha ribadito che non ha intenzione di operarsi perché l’anestesia generale dell’intervento dello scorso anno aveva avuto effetti collaterali negativi. «Sto lentamente migliorando», ha detto.
Sulla questione delle sue dimissioni, ha affermato: «Quando vedrò che non ce la faccio, lo farò». Francesco ha parlato della decisione del predecessore di abbandonare il pontificato, sottolineando che «è stata una cosa buona per la Chiesa e per i Papi» e che lui resta un «grande esempio».
E ha voluto dire la sua anche sulle speculazioni innescate dalla sua visita a L’Aquila il prossimo 2 agosto, in occasione della festa della Perdonanza. La visita nella città abruzzese, dove è sepolto Celestino V, il papa che prima di Benedetto XVI si dimise dal papato nel 1294, ha innescato una serie di voci su una possibile prossima uscita di Francesco. «Tutte queste coincidenze hanno fatto pensare ad alcuni che la stessa liturgia sarebbe avvenuta. Ma non mi è mai passato per la testa. Per il momento no».
Il Cremlino ignora il «4 luglio» Usa e stringe i rapporti con il Venezuela
Crisi ucraina: la diplomazia è al lavoro per cercare di sbloccare la questione del grano. A tal proposito, la Turchia ha annunciato pieno sostegno al piano delle Nazioni unite. «Se il piano funziona, l’Ucraina sarà in grado di esportare il suo grano a livello internazionale», ha detto ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu.
Sul tema è intervenuto anche Boris Johnson. «I turchi sono assolutamente indispensabili per risolvere questo problema. Stanno facendo del loro meglio... Dipende dal fatto che i russi accettino di far uscire quel grano», ha dichiarato il premier britannico. «Dovremo sempre più cercare mezzi alternativi per spostare quel grano dall’Ucraina, se non possiamo usare la rotta marittima, se non puoi usare il Bosforo», ha aggiunto. Ankara ha inoltre fatto sapere che, dopo aver fermato una nave mercantile battente bandiera russa al largo della costa del Mar Nero, sta adesso cercando di chiarire se, come denunciato da Kiev, stesse trasportando frumento rubato.
Resta invece per il momento sospesa la situazione dell’exclave russa di Kaliningrad. «Stiamo aspettando che la situazione si risolva. Speriamo per il meglio ma, ovviamente, stiamo anche valutando varie soluzioni, nel caso dello scenario peggiore. Speriamo prevalga il buon senso», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Nel frattempo, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha annunciato ritorsioni per l’espulsione di 70 diplomatici russi dalla Bulgaria.
In tutto questo, è tornato a parlare il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko. «Oggi veniamo criticati per essere l’unico Paese al mondo a sostenere la Russia nella sua lotta contro il nazismo. Sosteniamo e continueremo a sostenere la Russia», ha dichiarato. «L’ipotesi di un ingresso diretto in guerra della Bielorussia aumenterà proporzionatamente ai successi russi», ha affermato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. Il Regno Unito, dal canto suo, ha reso noto ieri che comminerà nuove sanzioni alla Bielorussia. «La nuova legislazione bloccherà il commercio di circa 60 milioni di sterline di merci con la Bielorussia per il suo ruolo nel sostenere l’invasione russa dell’Ucraina», ha affermato il governo britannico.
Frattanto il processo negoziale tra Kiev e Mosca resta fondamentalmente in stallo. «Cessate il fuoco. Ritiro delle truppe russe. Ritorno dei cittadini deportati. Estradizione dei criminali di guerra. Meccanismo di risarcimenti. Riconoscimento dei diritti sovrani dell’Ucraina. La controparte russa conosce bene le nostre condizioni. Il capo di Peskov non deve preoccuparsi, verrà il tempo e le registreremo sulla carta», ha dichiarato il capo negoziatore ucraino, Mykhailo Podolyak, rivolgendosi al portavoce del Cremlino. Si mantengono fredde anche le relazioni tra Washington e Mosca. Vladimir Putin si è rifiutato di inviare ieri a Joe Biden il telegramma di congratulazioni per il giorno dell’Indipendenza americana. «Quest’anno il telegramma di congratulazioni non verrà inviato», ha detto Peskov. «Quest’anno ha segnato il culmine di una politica ostile nei confronti del nostro Paese da parte degli Usa», ha aggiunto. Lavrov ha, frattanto, ricevuto l’omologo venezuelano Carlos Faria, per rafforzare la cooperazione tra Mosca e Caracas. Ulteriore esempio dei cortocircuiti geopolitici di Biden, che ha appena allentato le sanzioni americane sul Venezuela. Eppure era arcinoto che, oltre ad essere una dittatura, il regime di Nicolas Maduro è vicinissimo a Putin, alla Cina e all’Iran. Vontraddizioni che indeboliscono l’Occidente.
Continua a leggereRiduci
In una lunga intervista concessa alla Reuters, papa Francesco ha aperto alla possibilità di una visita nei due Paesi belligeranti. E sulla sua salute chiarisce: «Se mi dimetterò come Benedetto XVI? Per adesso no. E non ho un tumore, sono pettegolezzi di corte».Il Cremlino ignora il «4 luglio» Usa e stringe i rapporti con il Venezuela. Trattative di pace a un punto morto. Nuove sanzioni del Regno Unito alla Bielorussia.Lo speciale comprende due articoli. Qualcosa è cambiato. Se lo scorso 3 maggio, parlando con il Corriere della Sera, papa Francesco aveva detto che non c’erano le condizioni per recarsi a Kiev, né quelle per andare a Mosca, sebbene ritenesse che «prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin», ieri, nella lunga intervista concessa a Philip Pulella della Reuters, il Papa ha detto che «ora è possibile» andare in Ucraina.«Dopo essere tornato dal Canada», in cui Francesco andrà dal 24 al 30 luglio prossimi, «è possibile che riesca ad andare in Ucraina». Con queste parole rilasciate ieri al vaticanista della agenzia britannica, che ha incontrato Francesco per circa 90 minuti sabato scorso, prende davvero forza la possibilità che il Papa viaggi a Kiev nel tentativo di dare segno della sua vicinanza alla martoriata popolazione aggredita dall’esercito russo. Ma Francesco, restando coerente sulla propria linea nei confronti della guerra, ha di nuovo ricordato anche alla Reuters che «prima volevo andare a Mosca», sebbene in questo caso le cose siano più complicate per organizzare il viaggio.«(Con la Russia) c’è ancora quel dialogo molto aperto, molto cordiale, molto diplomatico nel senso positivo della parola, ma per il momento va bene, la porta è aperta». Su questa «porta aperta» si intravede, appunto, la linea che il Papa ha tenuto fin da subito, da quando il 25 febbraio attraversò ai piedi via della Conciliazione per andare a parlare all’ambasciatore russo in Vaticano. Per Francesco, la Russia è responsabile di una guerra, ha aggredito il popolo ucraino, ma è anche un interlocutore, è anche quella nazione a cui la Nato avrebbe «abbaiato alle porte di casa», per citare un’altra dichiarazione del Papa.In un’altra intervista recentissima, concessa alla giornalista argentina Bernarda Llorente, della principale agenzia di stampa argentina, Télam, Francesco ha dichiarato che «ci può essere una guerra giusta, c’è il diritto di difendersi, ma il modo in cui il concetto viene usato oggi deve essere ripensato. Ho affermato che l’uso e il possesso di armi nucleari è immorale. Risolvere le cose con la guerra significa dire no alla capacità di dialogo, di dialogo costruttivo, che le persone hanno». Una dichiarazione, questa, che aiuta a comprendere la linea del Papa sulla guerra in Ucraina, quella per cui non si presta a fare il cappellano di nessuna parte in causa, ma pone l’attenzione verso la possibile escalation e la sofferenza dei popoli.Con Pulella, sabato, il Papa ha detto la sua anche sulla recente, storica sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti che ha annullato quella del 1973, l’ormai famosa Roe v Wade, che aveva fatto entrare nell’alveo della Costituzione americana il diritto all’aborto. Francesco ha detto di rispettare la decisione, ma di non avere abbastanza informazioni per parlarne da un punto di vista giuridico, tuttavia il suo giudizio sulla pratica dell’aborto è chiaro e già più volte ribadito: «Chiedo: è legittimo, è giusto eliminare una vita umana per risolvere un problema?». La risposta è nota: «È come affittare un sicario». A corollario, il Papa si è espresso sulla questione della comunione a quei politici sedicenti cattolici che sono a favore delle politiche per l’aborto, come nel caso della presidente della Camera americana, Nancy Pelosi, che proprio qualche giorno fa ha partecipato alla messa del Papa in San Pietro e ha ricevuto l’ostia, sebbene il suo vescovo, monsignor Salvatore Cordileone, a San Francisco, glielo avesse espressamente vietato proprio a causa del suo continuo sostegno alle politiche pro aborto. «Quando la Chiesa perde la sua natura pastorale, quando un vescovo perde la sua natura pastorale, crea un problema politico. Questo è tutto ciò che posso dire», ha detto il Papa, offrendo una risposta che, in un certo senso, suona come una smentita all’operato di Cordileone.Ma il Papa con la Reuters ha messo i puntini sulle «i» anche a proposito della sua salute e della eventuale possibilità che arrivi a dimettersi come ha fatto Benedetto XVI. Per quanto riguarda l’ipotizzato cancro al colon, dove ha già subito un’operazione all’ospedale Gemelli di Roma, un anno fa, per rimuovere un problema di diverticolite, Francesco lo ha liquidato in modo secco con un diretto «pettegolezzi di corte». Per quanto concerne la situazione del ginocchio, che gli ha già impedito il viaggio in Africa che era in programma propri in questi giorni di luglio e lo costringe spesso a presentarsi in pubblico in carrozzina, Francesco ha ribadito che non ha intenzione di operarsi perché l’anestesia generale dell’intervento dello scorso anno aveva avuto effetti collaterali negativi. «Sto lentamente migliorando», ha detto.Sulla questione delle sue dimissioni, ha affermato: «Quando vedrò che non ce la faccio, lo farò». Francesco ha parlato della decisione del predecessore di abbandonare il pontificato, sottolineando che «è stata una cosa buona per la Chiesa e per i Papi» e che lui resta un «grande esempio».E ha voluto dire la sua anche sulle speculazioni innescate dalla sua visita a L’Aquila il prossimo 2 agosto, in occasione della festa della Perdonanza. La visita nella città abruzzese, dove è sepolto Celestino V, il papa che prima di Benedetto XVI si dimise dal papato nel 1294, ha innescato una serie di voci su una possibile prossima uscita di Francesco. «Tutte queste coincidenze hanno fatto pensare ad alcuni che la stessa liturgia sarebbe avvenuta. Ma non mi è mai passato per la testa. Per il momento no». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/viaggio-a-kiev-possibile-e-anche-a-mosca-2657608283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cremlino-ignora-il-4-luglio-usa-e-stringe-i-rapporti-con-il-venezuela" data-post-id="2657608283" data-published-at="1656976280" data-use-pagination="False"> Il Cremlino ignora il «4 luglio» Usa e stringe i rapporti con il Venezuela Crisi ucraina: la diplomazia è al lavoro per cercare di sbloccare la questione del grano. A tal proposito, la Turchia ha annunciato pieno sostegno al piano delle Nazioni unite. «Se il piano funziona, l’Ucraina sarà in grado di esportare il suo grano a livello internazionale», ha detto ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu. Sul tema è intervenuto anche Boris Johnson. «I turchi sono assolutamente indispensabili per risolvere questo problema. Stanno facendo del loro meglio... Dipende dal fatto che i russi accettino di far uscire quel grano», ha dichiarato il premier britannico. «Dovremo sempre più cercare mezzi alternativi per spostare quel grano dall’Ucraina, se non possiamo usare la rotta marittima, se non puoi usare il Bosforo», ha aggiunto. Ankara ha inoltre fatto sapere che, dopo aver fermato una nave mercantile battente bandiera russa al largo della costa del Mar Nero, sta adesso cercando di chiarire se, come denunciato da Kiev, stesse trasportando frumento rubato. Resta invece per il momento sospesa la situazione dell’exclave russa di Kaliningrad. «Stiamo aspettando che la situazione si risolva. Speriamo per il meglio ma, ovviamente, stiamo anche valutando varie soluzioni, nel caso dello scenario peggiore. Speriamo prevalga il buon senso», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Nel frattempo, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha annunciato ritorsioni per l’espulsione di 70 diplomatici russi dalla Bulgaria. In tutto questo, è tornato a parlare il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko. «Oggi veniamo criticati per essere l’unico Paese al mondo a sostenere la Russia nella sua lotta contro il nazismo. Sosteniamo e continueremo a sostenere la Russia», ha dichiarato. «L’ipotesi di un ingresso diretto in guerra della Bielorussia aumenterà proporzionatamente ai successi russi», ha affermato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. Il Regno Unito, dal canto suo, ha reso noto ieri che comminerà nuove sanzioni alla Bielorussia. «La nuova legislazione bloccherà il commercio di circa 60 milioni di sterline di merci con la Bielorussia per il suo ruolo nel sostenere l’invasione russa dell’Ucraina», ha affermato il governo britannico. Frattanto il processo negoziale tra Kiev e Mosca resta fondamentalmente in stallo. «Cessate il fuoco. Ritiro delle truppe russe. Ritorno dei cittadini deportati. Estradizione dei criminali di guerra. Meccanismo di risarcimenti. Riconoscimento dei diritti sovrani dell’Ucraina. La controparte russa conosce bene le nostre condizioni. Il capo di Peskov non deve preoccuparsi, verrà il tempo e le registreremo sulla carta», ha dichiarato il capo negoziatore ucraino, Mykhailo Podolyak, rivolgendosi al portavoce del Cremlino. Si mantengono fredde anche le relazioni tra Washington e Mosca. Vladimir Putin si è rifiutato di inviare ieri a Joe Biden il telegramma di congratulazioni per il giorno dell’Indipendenza americana. «Quest’anno il telegramma di congratulazioni non verrà inviato», ha detto Peskov. «Quest’anno ha segnato il culmine di una politica ostile nei confronti del nostro Paese da parte degli Usa», ha aggiunto. Lavrov ha, frattanto, ricevuto l’omologo venezuelano Carlos Faria, per rafforzare la cooperazione tra Mosca e Caracas. Ulteriore esempio dei cortocircuiti geopolitici di Biden, che ha appena allentato le sanzioni americane sul Venezuela. Eppure era arcinoto che, oltre ad essere una dittatura, il regime di Nicolas Maduro è vicinissimo a Putin, alla Cina e all’Iran. Vontraddizioni che indeboliscono l’Occidente.
Invece, voi lettori mi avete sorpreso, perché avete risposto al nostro appello con una generosità commovente. Puntavamo a raccogliere 150.000 euro per pagare gli avvocati al militare dell’Arma e per fare fronte alla provvisionale a cui è stato condannato per aver fermato un criminale. Ma la cifra che intendevamo raggiungere è stata abbondantemente superata, al punto che ormai abbiamo toccato quota 450.000. Con il vostro beneplacito, appena sarà necessario verseremo sul conto del brigadiere la somma dovuta, mentre il resto costituirà un fondo per altri casi del genere. Non è la prima volta che uomini delle forze dell’ordine sono costretti a pagare di tasca propria l’adempimento del proprio dovere. E purtroppo non sarà l’ultima: dunque, ciò che avanzerà a seguito del saldo delle pendenze a carico del brigadiere resterà a disposizione di altri uomini delle forze dell’ordine, come ad esempio i carabinieri del caso Ramy, indagati per aver inseguito due giovani che non si erano fermati all’alt, una fuga finita tragicamente per uno dei due ragazzi e che, incredibilmente, ha fatto finire sul banco degli accusati sette militari.
Ora che vi ho informato su come intendiamo procedere con i soldi che ci avete affidato, consentitemi però di fare alcune riflessioni. La prima riguarda la vittima, cioè il ladro per la cui uccisione è stato condannato Marroccella. L’uomo, un siriano che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, aveva una lunga lista di precedenti. Era un ex militare dell’esercito di Assad, esperto di arti marziali, che neppure la minaccia di una pistola ha fermato. Dopo aver colpito il collega del brigadiere con un cacciavite lungo venti centimetri, con quell’arma avrebbe potuto colpire altri carabinieri. Ed è per questo che il brigadiere ha sparato: per evitare la possibilità di un’aggressione e il conseguente ferimento di altri militari dell’Arma. In pratica, Marroccella è stato costretto a intervenire. Non difendeva sé stesso, ma doveva impedire che altri rimanessero vittime del siriano, il quale non aveva nessunissima intenzione di arrendersi. Perciò il suo è stato un uso legittimo dell’arma che gli era stata affidata. La seconda considerazione riguarda i parenti del ladro. Il tribunale ne ha ammessi come parti civili 13. E questi, nonostante in gran parte vivano all’estero, hanno sostenuto di frequentare con assiduità la vittima e dunque di aver diritto a un risarcimento per la sua morte. In totale hanno chiesto circa 13 milioni, ma il tribunale per ora ha riconosciuti 133.800 euro, comprensivi di spese legali. Apparentemente il tribunale ha ridotto a un centesimo le pretese di moglie, figli e fratelli del ladro, peccato che la provvisionale sia immediatamente esecutiva e dunque, nonostante una sentenza di secondo grado possa riformare la condanna del brigadiere, sia praticamente a fondo perduto. Già perché se gli eredi dovessero essere costretti a restituire la somma, sarà difficile riaverla indietro, dato che i parenti sono disseminati all’estero, dove notoriamente le esecuzioni non sono facili. Proprio questo avrebbe dovuto indurre i giudici a maggiore cautela. Se di fronte a condanne per errori medici le toghe non accordano un immediato risarcimento, perché con un carabiniere sì? Perché far gravare sulle sue spalle una provvisionale esecutiva?
C’è poi un’altra considerazione da fare: il siriano, ossia il ladro, era stato più volte incarcerato e avrebbe dovuto essere espulso. Le forze dell’ordine ne avevano chiesto il trattenimento in un Cpr, ossia in un centro di rimpatrio, ma come per l’assassino di Aurora, la giovane stuprata e uccisa a Milano, non se n’era fatto niente. Non perché, come nel caso del peruviano, fosse incompatibile con la custodia nel Cpr, ma perché non c’era posto. Così, mentre l’assassino di Aurora è stato lasciato libero di uccidere, al ladro siriano è stato consentito di continuare a rubare. Fino a quando non ha incontrato un uomo che non si è voltato dall’altra parte ma ha fatto il suo dovere.
La morale di questa storia mi pare evidente: non sono i carabinieri a dover essere trascinati sul banco degli imputati ma i criminali, i Cpr vanno aumentati per consentire le espulsioni e bisogna porre un argine ai risarcimenti in favore dei parenti di delinquenti rimasti vittime - come lo ha definito il cugino del rom ucciso a Lonate Pozzolo - del proprio «lavoro».
Continua a leggereRiduci
content.jwplatform.com
Così la banda, che per la Procura è un’associazione a delinquere radicata nel Padovano, avrebbe raggirato in modo seriale un’infinita lista di pensionate, spesso sole, i cui profili sarebbero in alcuni casi stati attentamente selezionati da società di profilazione. In altri casi, invece, venivano battute aree territoriali residenziali in cui sarebbe stato più semplice trovare nelle abitazioni anziani, casalinghe e persone sole. Quartieri tranquilli, porte aperte, fiducia concessa.
I profitti, secondo chi indaga, finivano in auto sportive, locali esclusivi, ristoranti di lusso e vacanze a Cortina. La bella vita alle spalle dei pensionati truffati. Fino agli arresti di ieri mattina e al sequestro di 2,5 milioni di euro, somma ritenuta corrispondente ai profitti illecitamente accumulati. Dietro la facciata di una normale società operante nel settore (con sede operativa in provincia di Padova e sede legale in provincia di Venezia), si è scoperto, agiva un’organizzazione strutturata. Che conquistava fiducia, esercitava pressione e poi, stando all’accusa, svuotava i conti correnti. Per il vertice dell’organizzazione è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Per i due uomini a lui più vicini sono scattati gli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico. Per altri due indagati, invece, il gip ha disposto l’obbligo di dimora con divieto di uscire dal comune di residenza nelle ore notturne e l’obbligo quotidiano di firma. Misure che fotografano i diversi ruoli all’interno del gruppo.
Parallelamente sono scattate le perquisizioni nelle abitazioni dei dieci indagati, nella sede della società finita sotto la lente delle Fiamme gialle e anche negli uffici di altre società con sedi a Lecce, Mantova, Roma e Treviso. Realtà che, secondo gli investigatori, avrebbero avuto un ruolo nel fornire elenchi di potenziali vittime. Un mercato di nomi e indirizzi (sul quale è ora concentrata l’attenzione degli inquirenti). Nomi, indirizzi, profili fragili. Liste da sfruttare. Il sistema, però, è franato proprio sul tenore di vita ostentato dagli indagati. Tutti ufficialmente con redditi dichiarati al fisco incompatibili con giri in Ferrari, abiti firmati, hotel di lusso e ristoranti stellati. Gli accertamenti bancari avrebbero subito evidenziato evidenti discrepanze tra le entrate ufficiali e le spese sostenute. Ma a colpire gli inquirenti è stato anche un altro dato: la quasi totalità della clientela della società era composta da donne over 60. Un’anomalia che ha acceso definitivamente i riflettori sull’attività.
È cominciata così l’attività investigativa. Primo step: l’ascolto delle clienti. Con non poco imbarazzo, molte di loro hanno ammesso di essere state raggirate. I verbali delle vittime sembrano uno la fotocopia dell’altro. Ed ecco il filo conduttore: si presentava a casa un agente, illustrava il prodotto come un affare e, dopo l’acquisto, cominciavano le pressioni. E anche se il primo incontro non si concludeva con l’acquisto, i venditori sarebbero riusciti comunque a far firmare un modulo alle vittime, presentandolo come un semplice «attestato di passaggio» da consegnare al responsabile. In realtà si trattava di un documento vincolante, un vero contratto. Quella firma diventava il grimaldello per obbligare le vittime all’acquisto di articoli per la casa: pentole, materassi, ferri da stiro, poltrone reclinabili, dispositivi elettromedicali per la magnetoterapia. Oggetti di scarso valore, ma presentati come prodotti di altissima qualità. Il costo? In media tra i 5.000 e i 7.000 euro. Cifre fuori portata per molte delle pensionate raggirate.
E a quel punto entrava in scena il finanziamento. I venditori avrebbero indotto le vittime ad aprire linee di credito con società finanziarie. Il debito come unica via d’uscita apparente. Ma il meccanismo non si fermava lì. I rappresentanti tornavano, soprattutto dalle clienti più fragili. E le avrebbero costrette a ulteriori acquisti, rimodulando i finanziamenti già attivi, che crescevano a dismisura nell’importo delle rate e nella durata. Un indebitamento progressivo, costruito visita dopo visita. E il cappio si stringeva lentamente.
Il secondo snodo investigativo si è concentrato sulle minacce. Perché con le vittime, secondo l’accusa, gli indagati avrebbero fatto continui riferimenti ad avvocati e ad azioni legali imminenti. In alcuni casi il legale (in realtà inesistente), come ultimo strumento di persuasione, accompagnava i venditori, pronto a intervenire per piegare le resistenze (e forse è anche per questo che non sono partite denunce). A quel punto, per paura, le vittime cedevano. Ed è per questo che ad alcuni indagati viene contestata oltre alla truffa anche l’estorsione.
Continua a leggereRiduci
Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
Continua a leggereRiduci
(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.