
Uber vuole consentire di prenotare treni e aerei tramite la sua app
Uber guarda anche a treni e aerei e lavora a una sua super app. Partendo dalla Gran Bretagna, il servizio di trasporto punta ad aggiungere le prenotazioni a lunga distanza, inclusi treni e aerei, con l'obiettivo di trasformare la sua app in una super app per i viaggi.
L'esperimento inizia, come dicevamo, dalla Gran Bretagna, il maggiore mercato di Uber dopo il Nord America, per poi ampliarsi ad altri mercati. La speranza di Uber è che l'aggiunta di ulteriori forme di trasporto possa aiutare il suo business principale, che è quello legato alle auto. L’idea è, quindi, quella di creare un servizio di trasporto integrato e per fare ciò, la società integrerà il suo software con compagnie aeree, autobus interurbani e operatori ferroviari (inclusi Eurostar Channel Tunnel Tips) e società di autonoleggio, secondo CNBC. «Da diversi anni è possibile prenotare corse, biciclette, servizi in barca e scooter sull'app Uber, quindi l'aggiunta di treni e pullman è una progressione naturale - ha affermato il direttore generale di Uber UK Jamie Heywood -. Entro la fine dell'anno prevediamo di incorporare i voli, e in futuro gli hotel, integrando i principali partner nell'app Uber per creare un'esperienza di viaggio porta a porta senza interruzioni».
L’idea della super app non è esattamente nuova in casa Uber, ma non è ancora chiaro fino a che punto potrà competere direttamente con altri servizi di prenotazione di viaggi. Va ricordato, però, che il ceo Dara Khosrowshahi è stato anche ceo di Expedia prima di arrivare a Uber. La società potrebbe avere di conseguenza un vantaggio sui rivali in quanto potrebbe anche offrire un passaggio dall'aeroporto all'hotel, essenzialmente possedendo l'intero processo. Uber ha anche annunciato che consentirà a New York di prenotare taxi Yellow Cab tramite la sua app, con i passeggeri che pagano più o meno come farebbero per una corsa con Uber X.
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Getty Images
Crosetto frena su Kiev nella Ue. Nuovi lanci di droni ucraini sulle raffinerie russe.
Nel giorno in cui droni ucraini hanno colpito una raffineria nel cuore della Russia, l’agenzia Bloomberg ha ieri anticipato che l’Unione europea, temendo il peggioramento del mercato petrolifero mondiale per la tensione nel Golfo Persico, si appresterebbe a congelare il meccanismo automatico del price cap, il tetto al prezzo del greggio russo pensato per far mancare a Mosca parte degli introiti.
Il price cap, aggiornato ogni 6 mesi da Bruxelles, è stabilito nel 15% in meno del prezzo di mercato del greggio russo degli Urali. Nei fatti l’Ue vieta alle aziende europee di fornire servizi di assicurazioni e trasporti per il petrolio russo venduto sopra il «tetto». Oggi la soglia è di 44,10 dollari al barile, ma in luglio dovrebbe essere rivista e potrebbe toccare 65 dollari. Congelare il cap significa che anche nel prossimo semestre l’Ue seguiterà ad accettare un prezzo massimo del greggio russo di 44,10 dollari al barile, sottraendo al Cremlino la cresta dovuta all’aumento dei prezzi.
La misura verrebbe abbinata ad altre nel 21° pacchetto di sanzioni europee: aggiunta nella lista degli enti sanzionati di ulteriori banche, commercianti di petrolio, raffinerie e operatori di criptovalute in Paesi terzi con cui Mosca triangola il blocco, sanzioni a 20 ulteriori petroliere della «flotta ombra» e possibile estensione del regime alle navi gasifere. Dal punto di vista economico la Russia incasserà meno, ma politicamente il congelamento del price cap viene interpretato a Mosca come segno di incertezza e timore da parte dell’Europa. Il consigliere economico del Cremlino, nonché amministratore del Fondo sovrano russo Rdif, Kirill Dmitriev ha commentato: «Come previsto, la crisi energetica sta costringendo l’Ue a essere più realistica e a iniziare a correggere gli errori del passato. L’Europa ha bisogno della Russia per sopravvivere». I russi pensano forse che valga la pena veder decurtati i profitti pur di constatare che l’Europa da un lato non può rinunciare del tutto al petrolio russo, dall’altro, con l’andar del tempo e il protrarsi della crisi mediorientale, potrebbe vedersi costretta ad ammorbidire la sua posizione per non dipendere troppo da forniture arabe instabili.
La notizia è arrivata mentre il presidente ucraino Volodymir Zelensky confermava raid di droni spintisi nelle ore precedenti sulle raffinerie russe di Saratov, a 700 km oltre la frontiera, causando danni: «Nella notte, i nostri guerrieri hanno applicato le sanzioni a lungo raggio dell’Ucraina contro una raffineria di petrolio nella Saratov russa». Per «sanzioni a lungo raggio», Kiev intende le incursioni in territorio russo su obbiettivi economici. L’offensiva contro gli impianti di petrolio e gas prosegue da settimane. Sempre ieri, il comandante dei reparti di droni ucraini, Robert «Madyar» Brovdi, ha tirato le somme dell’ultimo mese di campagna: «In maggio abbiamo colpito 18 impianti di petrolio e gas in Russia, a Mosca, Saratov, Tuapse, Volgograd, Novorossiysk, Grushovaya, Syzran, Kstovo, Ryazan, Taman, Perm, Kirishi, Samara, Yaroslavl-Lvds, Primorsk, Taganrog, Gpz Astrakhan e Orenburg. Più della metà di quelli presenti nell’elenco sono stati fermati o hanno interrotto il loro funzionamento nel corso del mese». Anche l’Ucraina fa fronte a incursioni di droni e missili russi, chiedendo agli alleati nuovi sistemi di difesa antiaerea.
L’Europa, pur discutendo di una possibile adesione di Kiev all’Unione, deve però pensare anzitutto alle proprie difese. Lo ha ribadito il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto: «L’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea è molto difficile, non solo politicamente ma anche a livello economico. È possibile una crisi nel settore agricolo gravissima per molti Paesi Ue, che nessuno può permettersi». Piuttosto, secondo il ministro, «è sempre più urgente organizzare un grande sistema di difesa comune europeo che vada oltre gli attuali confini Ue a 27», includendo «Norvegia, Balcani e anche Ucraina».
Ieri l’Ucraina ha ricevuto un ulteriore sistema antiaereo Iris-T dalla Germania, ma intanto ispettori dell’Aiea arrivati alla centrale nucleare di Energodar, controllata dai russi nella regione di Zaporizhzhia, hanno riscontrato «danni compatibili con l’impatto di un drone», confermando le accuse di Mosca circa il raid ucraino di sabato. Sempre a Zaporizhzhia, nei combattimenti in una «zona boschiva», i russi avrebbero ucciso, secondo la Tass, «mercenari tedeschi e britannici, fra cui Jason Largan Jaycee, nato nel 2003, e Laterman Philippe Maximilian, nato nel 2000».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 1° giugno con Carlo Cambi
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2026-06-01
Da Trump condizioni più dure per l’Iran. Netanyahu avanza in Libano, Macron chiama l’Onu
Donald Trump (Ansa)
Trump: «Teheran rinunci anche all’acquisto di armi nucleari». Israele conquista una ex fortezza crociata a 15 km dal confine.
La partita diplomatica tra Stati Uniti e Iran entra in una fase più delicata, mentre sul terreno continuano a intrecciarsi tensioni militari e manovre strategiche che coinvolgono anche Israele e il Libano.
Al centro del confronto resta lo Stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per il commercio energetico mondiale, che Washington considera una condizione imprescindibile per qualsiasi accordo con Teheran. Secondo quanto rivelato dal New York Times, il presidente americano Donald Trump ha inviato alla Repubblica Islamica una controproposta significativamente più rigida rispetto alla bozza discussa nelle ultime settimane.
Pur senza entrare nei dettagli delle modifiche richieste, il quotidiano statunitense sottolinea come la Casa Bianca mantenga una linea particolarmente dura sul programma nucleare iraniano, sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e sullo sblocco delle risorse finanziarie congelate. La nuova iniziativa americana arriva dopo la diffusione, da parte di alcuni media iraniani, di una bozza che prevedeva la possibilità di rendere disponibili fino a 12 miliardi di dollari all’Iran durante i 60 giorni di negoziato. Trump è inoltre infastidito dalla lentezza delle risposte provenienti da Teheran e avrebbe deciso di aumentare la pressione affinché la leadership iraniana approvi rapidamente il testo già sottoposto alla valutazione della Guida suprema Mojtaba Khamenei.
Dal canto suo, l’establishment iraniano continua a mostrare prudenza. Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha ribadito che Teheran non intende affidarsi alle sole promesse americane. «Non ci fidiamo delle dichiarazioni e delle promesse del nemico», ha affermato. Trump, intervenendo a Fox News, ha però lasciato intendere che un’intesa rimane possibile. Il presidente americano ha spiegato che la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire contestualmente alla firma dell’accordo e ha indicato come unica condizione irrinunciabile la rinuncia definitiva dell’Iran a qualsiasi forma di armamento nucleare. Secondo il capo della Casa Bianca, il testo negoziato sarebbe stato rafforzato proprio per impedire non solo lo sviluppo, ma anche l’acquisizione di armi nucleari da parte di Teheran.
Mentre i colloqui proseguono, l’Iran continua a rafforzare la propria presenza nel Golfo Persico. Nelle ultime ventiquattro ore, secondo la Marina delle Guardie rivoluzionarie, 28 navi hanno attraversato Hormuz dopo aver ottenuto l’autorizzazione delle autorità iraniane. Secondo la Cnn, che cita immagini satellitari, l’Iran avrebbe già riattivato 50 dei 69 accessi ai tunnel presenti in 18 basi missilistiche sotterranee colpite durante il recente conflitto con Stati Uniti e Israele. Le immagini mostrerebbero l’impiego di bulldozer e mezzi pesanti per riportare rapidamente in funzione le infrastrutture, consentendo a Teheran di recuperare parte significativa dei propri arsenali missilistici. Trump, tuttavia, continua a rivendicare la superiorità militare americana. Sempre ai microfoni di Fox News ha dichiarato che la marina e l’aeronautica iraniane sarebbero state «completamente distrutte», sostenendo invece che l’esercito regolare sarebbe stato risparmiato deliberatamente per evitare gli errori commessi in passato in altri teatri di guerra, come l’Iraq. Il presidente ha inoltre ribadito di non avere fretta di concludere i negoziati, pur riconoscendo le possibili ripercussioni sui mercati energetici globali.
In questo contesto, il fronte libanese registra una violenta escalation. Le Forze di difesa israeliane dopo gli attacchi sulle basi di Hezbollah nella città di Tiro hanno annunciato la conquista del castello di Beaufort, storica fortezza crociata situata nel Libano meridionale a circa 15 chilometri dal confine israeliano. Immagini diffuse dai media israeliani mostrano la bandiera dello Stato ebraico e quella della Brigata Golani issate sul sito strategico. Secondo l’Idf, l’operazione è stata condotta nell’area di Beaufort Ridge e del Wadi Saluki per distruggere infrastrutture di Hezbollah, eliminare combattenti e ampliare il controllo operativo nel sud del Libano. Israele sostiene che da questa zona sono stati lanciati negli anni centinaia di razzi contro il proprio territorio e che molte delle infrastrutture militari sono state realizzate con il sostegno dell’Iran. La conquista della fortezza è stata definita dal premier Benjamin Netanyahu una «svolta» nella guerra contro Hezbollah. Il leader israeliano ha rivendicato l’espansione delle operazioni su più fronti, da Gaza alla Siria fino al Libano, affermando che Israele ha ormai «infranto la barriera della paura» e ha ripreso l'iniziativa strategica. Netanyahu ha inoltre sostenuto che dall'inizio del conflitto siano stati eliminati circa 8.000 miliziani di Hezbollah.
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza oggi pomeriggio su richiesta della Francia. «Questa avanzata in territorio libanese non è solo contraria agli impegni assunti da Israele, ma è anche contraria al diritto internazionale», ha detto il presidente francese Emmanuel Macron. Intanto secondo l’emittente libanese Lbci, il segretario di Stato Usa Marco Rubio, impegnato negli sforzi di mediazione tra le parti, dovrebbe annunciare martedì 2 giugno una nuova intesa volta a consolidare la tregua e a scongiurare un’ulteriore escalation del conflitto.
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