
Uber vuole consentire di prenotare treni e aerei tramite la sua app
Uber guarda anche a treni e aerei e lavora a una sua super app. Partendo dalla Gran Bretagna, il servizio di trasporto punta ad aggiungere le prenotazioni a lunga distanza, inclusi treni e aerei, con l'obiettivo di trasformare la sua app in una super app per i viaggi.
L'esperimento inizia, come dicevamo, dalla Gran Bretagna, il maggiore mercato di Uber dopo il Nord America, per poi ampliarsi ad altri mercati. La speranza di Uber è che l'aggiunta di ulteriori forme di trasporto possa aiutare il suo business principale, che è quello legato alle auto. L’idea è, quindi, quella di creare un servizio di trasporto integrato e per fare ciò, la società integrerà il suo software con compagnie aeree, autobus interurbani e operatori ferroviari (inclusi Eurostar Channel Tunnel Tips) e società di autonoleggio, secondo CNBC. «Da diversi anni è possibile prenotare corse, biciclette, servizi in barca e scooter sull'app Uber, quindi l'aggiunta di treni e pullman è una progressione naturale - ha affermato il direttore generale di Uber UK Jamie Heywood -. Entro la fine dell'anno prevediamo di incorporare i voli, e in futuro gli hotel, integrando i principali partner nell'app Uber per creare un'esperienza di viaggio porta a porta senza interruzioni».
L’idea della super app non è esattamente nuova in casa Uber, ma non è ancora chiaro fino a che punto potrà competere direttamente con altri servizi di prenotazione di viaggi. Va ricordato, però, che il ceo Dara Khosrowshahi è stato anche ceo di Expedia prima di arrivare a Uber. La società potrebbe avere di conseguenza un vantaggio sui rivali in quanto potrebbe anche offrire un passaggio dall'aeroporto all'hotel, essenzialmente possedendo l'intero processo. Uber ha anche annunciato che consentirà a New York di prenotare taxi Yellow Cab tramite la sua app, con i passeggeri che pagano più o meno come farebbero per una corsa con Uber X.
Alla guida di Grisport, Graziano Grigolato ha accompagnato l’azienda in un percorso di crescita che l’ha portata a consolidare la propria presenza sui mercati nazionali e internazionali, mantenendo salde le radici nel territorio e nella tradizione manifatturiera italiana. Imprenditore attento all’innovazione e all’evoluzione dei consumi, Grigolato racconta la visione che guida l’azienda, le sfide affrontate in un settore sempre più competitivo e le opportunità che si aprono per il futuro.
Presidente, come nasce Grisport e quale intuizione vi spinse ad avviare l’azienda nel distretto di Montebelluna?
«Ho fondato Grisport assieme a mio fratello Mario a seguito della nostra passione per il mondo dell’abbigliamento. Il fatto che fossimo nell’importante distretto dello “Sport system” di Asolo e Montebelluna ci ha aiutato. Siamo partiti con l’idea di creare una calzatura che fosse comoda, di design e all’avanguardia nella tecnica, realizzata con materiali di alta qualità ma, allo stesso tempo, economicamente parlando, accessibile a tutti. Le nostre prime collezioni erano composte da calzature outdoor e casual e, negli anni, puntando sulle nuove tecnologie, ma anche su innovazione e ricerca, abbiamo aggiunto al nostro core business anche la linea antinfortunistica».
Fin dall’inizio avete scelto di specializzarvi nelle scarpe da outdoor e trekking. Perché avete puntato proprio su questo segmento?
«Siamo stati “aiutati” dalle bellezze naturalistiche sparse nel nostro territorio e dalla voglia di evadere dalla città, nei fine settimana, delle persone. Che cosa c’è di meglio che trascorrere un sabato o una domenica all’aria aperta, in montagna o al lago? Così noi abbiamo fornito loro la principale attrezzatura, dato che, in caso di camminate di questo tipo, la sicurezza parte sempre dai propri piedi».
Oggi il mercato è molto competitivo. Qual è il valore aggiunto che distingue una calzatura Grisport rispetto ai principali concorrenti internazionali?
«Ce ne sono diversi. Innanzitutto, l’elemento del comfort, espresso con calzature di qualità, di design e all’avanguardia nella tecnica con una collezione che supera i 5.000 modelli. Per la linea outdoor, inoltre, vengono impiegati materiali resistenti e altamente performanti secondo la qualità Grisport e il nostro design made in Italy. La collezione Safety, invece, dà la possibilità di proteggere il piede da ogni minaccia del terreno e di camminare in sicurezza anche nelle peggiori condizioni, mantenendo lo stile outdoor tipico di Grisport. La linea City, infine, presenta diversi stili e ogni calzatura è realizzata secondo gli ultimi trend nel mondo della moda. Altri elementi caratterizzanti le nostre scarpe sono l’impiego di materiali di buona e alta fattura e il rapporto qualità-prezzo».
Quanto contano oggi ricerca, sviluppo e brevetti nella vostra strategia industriale e quali innovazioni hanno cambiato maggiormente il prodotto negli ultimi anni?
«Se non si fa ricerca si rischia di rimanere ancorati al passato e, di conseguenza, non stare al passo con i tempi. Grisport non pone attenzione soltanto agli ultimi trend del mondo della moda, come per esempio i colori più in voga della stagione, ma anche ai materiali che vengono utilizzati e a quelli richiesti dal consumatore. Di conseguenza, poi, arrivano lo sviluppo e i brevetti. Le innovazioni che hanno cambiato maggiormente il prodotto negli ultimi anni, invece, sono stati nuovi materiali performanti, design innovativi e processo grazie a macchinari e tecnologie».
Quante paia di scarpe producete mediamente in un anno e come è cambiata la capacità produttiva rispetto agli inizi dell’attività?
«Nel corso dei nostri quasi 50 anni di storia, siamo passati dalle 20.000 iniziali a 4 milioni».
Quali sono le principali novità di prodotto che state presentando nel 2026 e quali trend stanno guidando l’evoluzione del settore calzaturiero outdoor e safety?
«Per il 2026 Grisport ne ha presentate diverse. Per quanto riguarda il tempo libero abbiamo il neonato progetto Devisalby Grisport, creato da un team interno alla famiglia Grisport con la passione per la tecnologia, il design e il fantasy. Per tutti gli sport lovers c’è una serie di calzature perfette per andare in palestra o fare una corsa, dotate di un’intersuola particolarmente alto per favorire l’effetto ammortizzante durante la camminata o, più in generale, quando si fa attività fisica. La linea Walker è la novità per l’outdoor: scarponcini, alti o bassi, per uomo e donna. Uno degli ultimi trend che stiamo notando nel settore antinfortunistico».
L’export rappresenta storicamente una quota importante del vostro business. Quali sono oggi i mercati più dinamici e dove vedete le maggiori opportunità di crescita nei prossimi anni?
«Grisport si attesta al 25% della propria produzione per il mercato italiano, con il restante 75% destinato all’estero. Giappone, Scandinavia, Sud e Nord America sono i mercati dove Grisport ha iniziato la penetrazione da qualche anno e che ritiene ci possano essere maggiori possibilità di crescita».
Dopo quasi mezzo secolo di storia aziendale, qual è la decisione di cui va più orgoglioso e quale sfida ritiene ancora aperta per Grisport?
«Sono molto orgoglioso per l’impegno profuso nella sostenibilità, un tema che, al giorno d’oggi, non può non essere preso in considerazione. Non parlerei tanto di sfide aperte, quanto di impegno e dedizione che i miei dipendenti hanno messo, stanno mettendo e metteranno sempre in ciò che fanno».
Se non fosse che ogni definizione risulta sempre riduttiva, la sua si potrebbe chiamarla TeleIannacone perché la televisione che da oltre un decennio Domenico Iannacone propone ha caratteristiche uniche. Una televisione altra. Tutta il contrario di quella maggioritaria. Una televisione lenta, una televisione dell’ascolto. Che non teme i silenzi e frequenta situazioni esistenziali di confine.
Da un paio di settimane è iniziata la sesta stagione di Che ci faccio qui, quattro episodi in tutto perché questa tv ha anche il pregio di non essere invasiva o compiaciuta. Dopo il primo, dedicato a un hospice in provincia di Campobasso e alle cure palliative per persone cui è stata diagnosticata una malattia terminale, intitolato Quel che resta dei giorni (4% di share, circa 700.000 spettatori), la seconda puntata, Tutta la vita che ho, centrata su una famiglia con un bambino affetto dalla sindrome di Cockaine, una rarissima malattia degenerativa di invecchiamento precoce, gli ascolti sono quasi raddoppiati: 7,6% e 1,2 milioni di telespettatori.
Giornalista e autore con natali nelle colline del Sannio degli anni Sessanta, Iannacone ha sempre lavorato a Rai 3, all’inizio come inviato e autore di Ballarò e Presadiretta. Poi, dal 2013, scrivendo e conducendo in proprio I dieci comandamenti, reportage dai margini che rivisitavano laicamente le tavole della legge. Dal 2019 ha inaugurato questa nuova serie con un titolo che, senza il punto interrogativo del libro di viaggi di Bruce Chatwin, adotta un modo di raccontare ancora più asciutto del primo ciclo.
Dal 2013, epoca Mario Monti, quando al vertice della Rai c’era Luigi Gubitosi, prima dell’avvento del renziano Antonio Campo Dall’Orto e poi, passando per Mario Orfeo e Carlo Fuortes, nominato da Mario Draghi, fino alla governance attuale con Giampaolo Rossi, Iannacone è sempre andato in onda con i suoi documentari senza mai alimentare polemiche. Nessuno dei direttori di Rai 3 e ora della divisione Approfondimenti ha eccepito sull’imprescindibilità dei suoi programmi. Che, in compenso, hanno collezionato un discreto numero di premi nella categoria tv d’autore.
Il fatto da rilevare è, dunque, che abbiamo una televisione che si tiene distante dalla «narrazione» e dallo «storytelling». Una tv avulsa da ogni forma di polarizzazione. Sempre con una certa dose di tatto, si potrebbe definirla televisione dell’incontro. Televisione antropologica, usando un parolone. Andando sul concreto, televisione lontana dalla politica e vicina alla persona. Iannacone ascolta e osserva molto. E si potrebbe dire che realizza la preziosa avvertenza di Alexis Carrell, biologo e Nobel per la medicina nel 1912, nel suo Riflessioni sulla condotta della vita: «Tanta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità; poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore». Molto pertinente per un autore di documentari. Che, in realtà, la critica chiama docu-reality. Cioè, documentari che seguono da vicino i protagonisti nello svolgersi della vita quotidiana, con le sue incombenze e le sue urgenze. Dal punto di vista dei telespettatori si potrebbe dire che è un racconto consapevole del fatto che la vita è misteriosa. E ha a che fare con il destino. Succedono dei fatti, a volte tremendi, che ci interrogano, che ci interpellano. E si può rispondere in modi diversi. In un certo senso, certi fatti, o avvenimenti, sono divisivi. Si accettano o si rifiutano. Quando è stata confermata la diagnosi di Robertino che prevede per lui una vita molto breve, papà Alessio non ce l’ha fatta e, per oltre un anno, si è allontanato dalla famiglia. Non voleva affezionarsi a quel piccolo che se ne sarebbe andato troppo presto. Ha vissuto da amici, dai genitori, «sapevo che era una scelta sbagliata…». Mamma Giada, invece, già presentiva come sarebbero andate le cose e ha puntato sull’irripetibilità di ciò che stava accadendo, impegnandosi a dare una vita degna al bambino, alla figlia più grande e a sé stessa. Ora tutto si è ricomposto e, insieme a lei, il papà, la nonna e la bisnonna, tutti circondano di affetto e di mille attenzioni il piccolo.
Con la sua fronte increspata di rughe di curiosità e di immedesimazione, Iannacone si tiene un passo indietro. E proprio questa distanza aiuta a porre le domande giuste. Anche quando si ha di fronte una donna alla quale, poco dopo la morte del padre, è stato diagnosticato un cancro, ora è al quarto stadio. Molto più che un ospedale, l’hospice è una nuova casa, una nuova famiglia, dove anche i parenti del malato sono accompagnati dall’équipe di terapeuti. A tutti il giornalista chiede come cambia la percezione del tempo dopo che si apprende la notizia di una grave patologia. E quale idea abbiano queste persone del destino. Dio ci sussurra con la bellezza e ci grida con il dolore, dice Clive Staples Lewis. Ma Iannacone mantiene un profilo laico, senza attribuire a quel destino tratti divini. E va bene così. Malgrado pure a lui, conduttore schivo e riservato, capiti, dialogando con una maestra dell’asilo, di accomodarsi sulla parola-manifesto «inclusione» per promuovere la scuola pubblica, capace di accogliere anche un bimbo difficile come Robertino. Pazienza, neanche Iannacone è perfetto.
Sono in corso le ricerche di Luigi Cavallari, marito del ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella, scomparso nelle acque del lago di Vico, in provincia di Viterbo.
Secondo le prime informazioni, Cavallari si trovava a bordo di un'imbarcazione insieme alla moglie quando è finito in acqua e non è più riemerso. La dinamica dell'accaduto è ancora in fase di accertamento: non è chiaro se l'uomo si sia tuffato per fare il bagno oppure sia caduto accidentalmente dalla barca. L'allarme è scattato nella zona di località Fiorò, nel territorio comunale di Ronciglione. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, i vigili del fuoco e il personale del 118. Alle operazioni partecipano anche i nuclei sommozzatori dell'Arma e dei vigili del fuoco, impegnati nelle ricerche dell'uomo. Secondo quanto riferito dalle fonti presenti sul posto, è arrivata nell'area delle operazioni anche la portavoce del ministro Roccella.
Al momento non sono stati diffusi ulteriori dettagli sulle circostanze dell'accaduto, mentre le ricerche proseguono senza sosta.














