
Uber vuole consentire di prenotare treni e aerei tramite la sua app
Uber guarda anche a treni e aerei e lavora a una sua super app. Partendo dalla Gran Bretagna, il servizio di trasporto punta ad aggiungere le prenotazioni a lunga distanza, inclusi treni e aerei, con l'obiettivo di trasformare la sua app in una super app per i viaggi.
L'esperimento inizia, come dicevamo, dalla Gran Bretagna, il maggiore mercato di Uber dopo il Nord America, per poi ampliarsi ad altri mercati. La speranza di Uber è che l'aggiunta di ulteriori forme di trasporto possa aiutare il suo business principale, che è quello legato alle auto. L’idea è, quindi, quella di creare un servizio di trasporto integrato e per fare ciò, la società integrerà il suo software con compagnie aeree, autobus interurbani e operatori ferroviari (inclusi Eurostar Channel Tunnel Tips) e società di autonoleggio, secondo CNBC. «Da diversi anni è possibile prenotare corse, biciclette, servizi in barca e scooter sull'app Uber, quindi l'aggiunta di treni e pullman è una progressione naturale - ha affermato il direttore generale di Uber UK Jamie Heywood -. Entro la fine dell'anno prevediamo di incorporare i voli, e in futuro gli hotel, integrando i principali partner nell'app Uber per creare un'esperienza di viaggio porta a porta senza interruzioni».
L’idea della super app non è esattamente nuova in casa Uber, ma non è ancora chiaro fino a che punto potrà competere direttamente con altri servizi di prenotazione di viaggi. Va ricordato, però, che il ceo Dara Khosrowshahi è stato anche ceo di Expedia prima di arrivare a Uber. La società potrebbe avere di conseguenza un vantaggio sui rivali in quanto potrebbe anche offrire un passaggio dall'aeroporto all'hotel, essenzialmente possedendo l'intero processo. Uber ha anche annunciato che consentirà a New York di prenotare taxi Yellow Cab tramite la sua app, con i passeggeri che pagano più o meno come farebbero per una corsa con Uber X.
Il prossimo 12 giugno a Roma, nella cornice del Palazzo dei Congressi all’Eur, verrà presentato un nuovo soggetto politico, nato dall’evoluzione del «Progetto civico nazionale», l’iniziativa lanciata alla fine del 2025 dall’assessore capitolino ai Grandi aventi, Alessandro Onorato.
Non si tratta di un ennesimo cartello centrista destinato a frammentare ulteriormente il panorama politico italiano, né di una sigla di facciata per trattative parlamentari.
L’ambizione dichiarata è molto più strutturata: trasformare la fitta rete di amministratori locali tessuta in questi mesi in una forza politica organizzata e permanente, capace di far valere il proprio peso specifico all’interno del campo progressista e di imporre nell’agenda nazionale il pragmatismo di chi governa quotidianamente i territori. Il centrosinistra si troverà davanti a un interlocutore che, parlando il linguaggio dei territori, chiederà più spazio nella definizione della linea nazionale. Si tratta di un evidente salto di qualità delle liste civiche locali: la scommessa è trasformare la mobilitazione «civica» che aiuta un candidato a vincere nel suo comune, in una forza nazionale che chiede di incidere su candidature e regole della coalizione.
Bisognerebbe spendere qualche parola in più per analizzare il fenomeno civico, ma limitandoci a due titoli: le liste civiche nei Comuni hanno spesso cercato di essere una risposta alla dilagante antipolitica, depurando le questioni divisive più strettamente ideologiche con il pragmatismo del fare per affrontare i problemi; nei Comuni sotto 15.000 abitanti, stante la legge elettorale, concorrere sotto la forma civica è quasi sempre obbligatorio e, spesso, i due schieramenti di «centrodestra» e «centrosinistra» si confrontano sotto forma «civica». Ciò detto, questo tentativo, non nuovissimo in verità, presenta alcune differenze rispetto al passato, che meritano di essere sottolineate.
La prima è che l’obiettivo dell’iniziativa è quello di fornire uno spazio concreto alla possibilità di una candidatura civica in caso di primarie, rendendo il Progetto civico un attore negoziale. Non chiede solo ascolto, chiede che gli amministratori possano incidere anche quando il centrosinistra deve scegliere chi guida la coalizione, rafforzando il campo progressista, portando amministratori riconoscibili e con seguito personale contro le candidature paracadutate sui territori, imposte dai partiti: ma questa intenzione però sarà verificata valutando la qualità delle candidature che il progetto saprà esprimere. La strada maestra per questo percorso, che questo movimento ha in testa, è ovviamente quella delle primarie. Il rischio che questa operazione possa, invece, complicare le cose diventando solo una nuova sigla al tavolo delle trattative è abbastanza evidente.
La seconda è un altro fattore che sicuramente creerà problemi, e che chiama in causa il sindaco di Genova, Silvia Salis. Completamente avulsa dal percorso di Onorato, ha più volte dichiarato come intende risolvere la questione chiave per il centrosinistra, cioè decidere se la leadership si debba costruire attraverso un accordo tra soggetti politici o attraverso competizione aperta. L’assenza della Salis e dello stesso Matteo Renzi (suo mentore) all’iniziativa (a differenza di tutti gli altri leader del centrosinistra) chiarisce che loro due hanno scelto la strada che nega di fatto il ricorso alle primarie. Tutto ciò crea confusione che si aggiunge a quella già abbondantemente presente nel campo largo.
La nascita del cosiddetto partito dei sindaci, però, non sarà misurata solo dalla foto del 12 giugno ma da ciò che accadrà dopo. Se la rete degli amministratori riuscirà a portare nelle piazze una domanda riconoscibile di rappresentanza, il centrosinistra avrà un nuovo soggetto con cui fare i conti. Viceversa, se resterà una cornice di supporto, il suo peso si consumerà nella trattativa sulle prossime candidature. Pur esistendo una carta dei valori, il progetto non ha ancora un programma dettagliato con priorità e strumenti precisi. Nonostante ciò, gli organizzatori hanno affermato che tra gli obiettivi principali ci sono l’efficienza del sistema sanitario, la semplificazione burocratica e l’innovazione tecnologica. In più, l’intenzione è di puntare su questioni, come la sicurezza delle città, le piccole e medie imprese e le partite Iva, che la sinistra inspiegabilmente ha lasciato alla destra e su cui loro, invece, vogliono cambiare passo. Non si capisce perché un movimento di sindaci che pone problemi di questa natura non usi la sede ideale che è quella dell’Anci per discutere e avanzare rivendicazioni e costruisca invece appuntamenti che sono di una parte politica dimenticando che i sindaci, per loro natura, dovrebbero rappresentare tutta la loro comunità e non solo una parte.
Difficile pronosticare oggi se questo movimento avrà un futuro o se invece, come alcuni paventano, anziché avere un partito dei sindaci avremo solo dei sindaci di partito.
In Europa si insiste: l’obiettivo è eliminare il diritto di veto per i Paesi membri nelle materie in cui è richiesta l’unanimità. Una proposta che comincia a prendere forma perché è arrivata una richiesta ufficiale in un documento firmato da Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo.
Nel documento si legge: «L’Ue dovrebbe iniziare un approfondito dibattito sulla possibilità di limitazioni temporanee e transitorie dei diritti di voto per i nuovi Stati membri, in particolare nelle parti dell’acquis dell’Ue in cui è richiesta l’unanimità». Nel testo si fa riferimento a qualche esempio come l’allargamento, la Politica estera e di sicurezza comune e il Quadro finanziario pluriennale.
Nel documento vengono citate anche ulteriori forme di salvaguardia, tra cui una clausola di non regressione vincolante sullo Stato di diritto, che abbia conseguenze automatiche in caso di violazione; la partecipazione alla Procura europea (Eppo) come precondizione per l’adesione; l’estensione delle clausole di salvaguardia esistenti a sicurezza economica e interferenze straniere, con misure transitorie anche per Politica agricola comune e coesione; una revisione dell’articolo 7 Tue (quello che permette di privare del diritto di voto uno Stato membro che non rispetta i valori fondamentali) in modo tale che non sia più richiesta l’unanimità ma un voto a maggioranza dei 4/5; e una clausola che richiami il principio di leale cooperazione, con possibili meccanismi per affrontare possibili violazioni. «I Paesi candidati hanno bisogno di una prospettiva chiara per l’allargamento. Dobbiamo quindi mantenere lo slancio nella nostra politica di allargamento, garantendo che i negoziati di adesione conducano a risultati concreti» si spiega nel testo. «Facendo tesoro delle lezioni apprese dai precedenti cicli di allargamento, occorre una nuova prospettiva sui trattati di adesione».
La sostanza è proprio nella revisione dell’articolo 7 del Tue. Una proposta sollevata da tempo per via dell’impasse creata dal veto che l’Ungheria di Viktor Orbán aveva posto sul sostegno all’Ucraina e resa più urgente dalla necessità di velocizzare gli iter decisionali dell’Unione. Una proposta che tuttavia continua a sollevare forti dubbi perché potrebbe costringere certi Stati membri a subire decisioni che si ripercuotono nel loro diritto interno senza che i propri cittadini ne siano decisori. Potrebbe quindi inquadrarsi come una violazione del diritto di autodeterminazione dei popoli.
L’Italia si è posta fin qui con atteggiamento critico sul tema. La stessa premier Giorgia Meloni ha sollevato dubbi sul superamento del diritto di veto. «Continuiamo a difendere l’idea fondativa dell’Unione come una confederazione di Stati. Non come un superstato» ha detto poche settimane fa Nicola Procaccini, copresidente del gruppo Ecr. Completamente diversa la posizione del Pd che in una risoluzione oggi impegnerà il governo a «favorire il superamento del potere di veto e una coerente riforma dei Trattati, come richiesto dal Parlamento europeo per abolire l’unanimità nel sistema decisionale dell’Unione europea» e «rilanciare la pratica istituzionale delle cooperazioni rafforzate, per avviare da subito progetti e politiche comuni con gli Stati membri che vogliono farlo». Si tratta di due degli impegni, indirizzati al governo, presenti nella risoluzione del Partito democratico sulle comunicazioni, domani in Parlamento, della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno.
«Questo Paese, io per primo, ne ha abbastanza di guerre. Stiamo pagando anche come Paese, a livello economico, nelle nostre famiglie, nelle nostre aziende, un prezzo altissimo che non ha senso pagare». Ieri, a Palermo, dove ha partecipato alla Giornata della Marina militare, Guido Crosetto si è sfogato così, commentando gli ultimi sviluppi della guerra in Ucraina.
A quanto ammonti questo «prezzo altissimo», il ministro della Difesa non l’ha detto. Una stima accurata l’ha offerta il senatore leghista Claudio Borghi, sul suo sito personale. Il conto che l’Italia potrebbe ritrovarsi a saldare per l’aiuto a Kiev, qualora il Paese disastrato non ripagasse il debito che ha contratto con l’Ue, ammonta ad almeno 25 miliardi di euro. È un calcolo che anche La Verità aveva elaborato, lo scorso 17 dicembre, quando il Consiglio europeo aveva raggiunto l’accordo per l’ennesimo prestito da 90 miliardi. Quello bloccato dall’Ungheria di Viktor Orbán e ora riesumato dal successore, Péter Magyar, sempre a condizione che l’Ungheria non sborsi un centesimo.
Ma se l’impegno finanziario che incombe su Roma rispecchia la quota italiana di partecipazione al bilancio comunitario, intorno al 13%, le condizioni alle quali sono stati concessi i finanziamenti a Volodymyr Zelensky rispecchiano soltanto il tafazzismo dell’Unione europea.
La radiografia dei prestiti l’hanno fatta a gennaio due studiosi, Lukas Spielberger e Moritz Rehm, su Review of international political economy. Spulciando i documenti, hanno accertato che i tempi di restituzione dei denari saranno lunghi: ad esempio, l’Eu Ukraine facility, un pacchetto da 50 miliardi, prevede una scadenza a 35 anni e 10 anni di esenzione dall’inizio della restituzione del capitale. In parole povere - povere sul serio - gli europei, ammesso che Kiev sia nelle condizioni di onorare il debito, rivedranno le prime tranche solo nel 2033. Il fondo era nato già in modo un po’ opaco, con 5 miliardi di euro messi a disposizione dallo stesso Zelensky, 33 miliardi di obbligazioni emesse da Bruxelles, 9 miliardi e mezzo sotto forma di garanzie per prestiti da istituti di credito, come la Bei, e 2 miliardi e mezzo di provenienza… ignota.
L’orizzonte dei debiti si dilata ancora di più nel caso dell’Ukraine loan cooperation mechanism, del valore di oltre 18 miliardi: la scadenza passa da 35 a 45 anni. Considerando che il patto è di dicembre 2024, significa che non riavremo indietro il credito fino al 2069. «Giusto per capire la totale follia di un simile schema di finanziamento», ha scritto l’onorevole del Carroccio, «basti pensare che i prestiti del Fmi hanno scadenza di 8 anni e tasso di interesse pari al 7%, oltre a essere credito privilegiato». Il Fondo monetario, difatti, dev’essere rimborsato per primo, quando il beneficiario delle sue elargizioni si procura un po’ di liquidità.
Ad aggravare il quadro c’è che i nostri soldi sono serviti anche ad arricchire i funzionari ucraini corrotti: i famigerati bagni d’oro, la cerchia del presidente in mimetica se l’è pagati con i fondi distratti dall’agenzia per l’energia Energoatom, a sua volta sovvenzionata, per un totale di 600 milioni, da Euratom, l’agenzia Ue, e dalla Banca europea di ricostruzione e sviluppo. Quattrini cui si aggiungono i 25 miliardi di assistenza macrofinanziaria - i primi stanziati - e i 90 miliardi sbloccati con l’avvento di Magyar. Il totale degli aiuti concessi dal Vecchio continente, ottenuto sommando le varie voci indicate sul sito della Commissione, è arrivato a 204,8 miliardi. Al di fuori del bilancio ufficiale, poi, c’è l’Eu peace facility, riesumato su autorizzazione di Budapest: dapprima impiegato per compensare gli Stati membri che fornivano armi alla resistenza, Kaja Kallas ha appena proposto di utilizzare la sua dotazione da 6,6 miliardi per acquistare altri armamenti e per finanziare una missione di supporto a Kiev.
Crosetto ha ragione: «Dobbiamo porre rimedio nel più breve tempo possibile» a questo «conflitto nel centro dell’Europa». In primo luogo, affinché si smetta di morire. In secondo luogo, perché la si smetta di svenarsi.
Il guaio è che, sul lungo periodo, la prospettiva di ulteriori salassi diventa sempre più concreta. Il levantino Magyar ha accettato di incassare i finanziamenti europei negati a Orbán in cambio dell’assenso al percorso di integrazione di Kiev nell’Ue. Ieri, il Pd ha promosso una risoluzione alla Camera nella quale si chiede al governo di «adoperarsi, insieme ai partner europei, per garantire la prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea». Nel partito, intanto, l’intervista di Goffredo Bettini al Corriere, reo di aver affermato che «la Russia è parte della storia europea» e che Bruxelles dovrebbe «prendere un’iniziativa di pace», ha creato scompiglio: Filippo Sensi ha detto che «un Pd che seguisse questa agenda filorussa» dovrebbe passare «sul mio cadavere», mentre Pina Picierno, fresca di addio al Nazareno, ha accusato i dem di non dissociarsi da posizioni «che sono anche quelle di Conte, di Salvini e di Vannacci».
Purtroppo, la maggioranza non si oppone alla traiettoria masochistica dell’Ue. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri ha ribadito: «Siamo assolutamente favorevoli all’ingresso dell’Ucraina», purché «rispetti i criteri di adesione». Quelli che il M5s, non proprio in sintonia con i dem, nonostante le rassicurazioni di Giuseppe Conte, raccomanda di «verificare», affinché la «membership» sia subordinata «all’adozione dell’acquis comunitario».
Chissà in che misura questi processi passeranno dal Parlamento. Borghi ha giustamente notato che, sebbene siano stati impegnati miliardi e l’Ue abbia persino emesso debito garantito dagli Stati membri (ieri l’esecutivo ha raccolto 8 miliardi per le sue «priorità politiche», inclusa quella di «sostenere finanziariamente l’Ucraina»), nulla è stato discusso in commissione Bilancio; men che meno votato dalle Camere. Al massimo, l’Europarlamento è stato chiamato a ratifiche sbrigative di accordi che erano stati già presi in Consiglio.
Si era detto che l’Ucraina combatte per i nostri valori. Tra essi, ci pare di ricordare, c’è anche la democrazia...












