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2018-04-21
Vescovi inglesi come Mengele:
uccidere Alfie
è lecito
ANSA
«Affermiamo la nostra convinzione che tutti coloro che hanno preso le decisioni strazianti che riguardano la cura di Alfie Evans agiscono con integrità e per il bene di Alfie, così come loro lo vedono. La professionalità e la cura per bambini seriamente malati dimostrata all'Alder Hey Hospital deve essere riconosciuta e affermata». È il passaggio centrale del comunicato della Conferenza dei vescovi cattolici d'Inghilterra.
I giudici inglesi hanno deciso che morire per asfissia, sia il «miglior interesse» del bambino, la cui vita (non il trattamento) è stata giudicata «futile». Come si riesce a fare risuonare parole naziste in un'aula di tribunale di un Paese democratico? La risposta è semplice: adottando il funzionalismo, teoria insegnata da Peter Singer a Princeton, da Jeff McMahan e Richard Dawkins a Oxford e da Jonathan Glover al King's College. È l'affermazione che non tutti gli esseri umani sono persone, essendolo solo quando sono in possesso di determinati attributi: l'autocoscienza per alcuni, l'autonomia per altri, la capacità di provare dolore per altri ancora. In tutti i casi si tratta di essere in grado di esercitare una o più funzioni ed è questa capacità che decide del diritto a vedersi riconosciuto dalla società e dalle leggi la protezione della vita e dell'integrità.
Per un po' di tempo il dibattito ha riguardato solo il concepito e il momento in cui l'embrione diventa persona. I sostenitori dell'aborto sostengono che non si sopprime una persona. L'argomento funzionalista è poi passato a interessare i già nati, colpiti da malattie neurologiche che ne minavano gravemente la coscienza. Negli Stati Uniti fece scalpore il caso di Terry Schiavo, in Inghilterra quello di Tony Bland, in Francia da anni si trascina la battaglia tra la moglie di Vincent Lambert che vuole che il marito muoia, e i genitori, che invece si oppongono alla rimozione della nutrizione al figlio. Quello di Eluana Englaro è stato il caso eclatante italiano. Le vicende di Charlie Gard e ora del piccolo Alfie Evans mostrano con chiarezza che non vi è alcun limite di età che impedisca di applicare il funzionalismo anche ai bambini, per decretarne l'espulsione dalla categoria delle persone. D'altra parte non si deve dimenticare che pochi anni fa due bioeticisti italiani ipotizzarono di consentire la soppressione dei neonati come «aborto post-nascita».
Di fronte a queste posizioni che cosa dicono i vescovi inglesi? Che anche costoro «agiscono con integrità e per il bene di Alfie». E già, per agire con integrità basta dunque che uno agisca così come vede le cose. È questo il risultato di una corrente di pensiero nella teologia morale che tende a esaltare la coscienza soggettiva, fino a farlo diventare il criterio di giudizio sovrano e assoluto della moralità degli atti. Ma non potremmo ipotizzare che anche i medici coinvolti nel programma eutanasico nazista T4 fossero animati dalla stessa integrità di giudizio in quella determinata situazione storica? Non si tratta di un argomento strumentale. Joseph Ratzinger lo evocò in un suo scritto, come l'argomento che lo convinse a rigettare quella teoria. Qualcuno, scrisse, sosteneva in una conversazione che «Hitler e i suoi complici non avrebbero potuto agire diversamente e che quindi, per quanto siano state oggettivamente spaventose le loro azioni, essi, a livello soggettivo, si comportarono moralmente bene». La risposta di Ratzinger fu nettissima: «Dopo una tale conversazione fui assolutamente sicuro che c'era qualcosa che non quadrava in questa teoria sul potere giustificativo della coscienza soggettiva. In altre parole: fui sicuro che doveva esser falsa una concezione di coscienza, che portava a simili conclusioni».
Già. L'essere umano, argomentava il futuro Pontefice, porta la responsabilità della formazione della propria coscienza. Ma di questo i presuli inglesi non dicono una parola, essi sganciano la coscienza dalla verità e così facendo la degradano a opinione. Per ammonire i vescovi a non ragionare in un modo tanto distorto, San Giovanni Paolo II scrisse l'encicloca Veritatis splendor, bestia nera dei pornoteologi morali. Il presidente della Pontificia accademia per la vita, Vincenzo Paglia, in una recente intervista seguita da un loffio comunicato esortativo alla concordia, aveva appoggiato i medici che vogliono terminare Alfie chiamando in causa un discorso di Pio XII che verteva sulla morte cerebrale per assimilarvi la condizione del piccolo paziente inglese. Piccolo particolare, Alfie non è cerebralmente morto. Ma forse dalla competenza bioetica di Paglia non si può pretendere molto di più. Che però un'intera Conferenza episcopale si esprima secondo dettami bioetici che vedrebbero il consenso entusiasta di Josef Mengele, proponendo la soluzione che già assunse Ponzio Pilato, dicendo oggi «Volete Alfie o il giudice Hayden?», è il segno che il degrado intellettuale è giunto a un livello non più tollerabile.
Renzo Puccetti
Respinto l’ultimo ricorso: il piccolo deve morire
Non c'è «alcuna ragione per ulteriori ritardi» e «non vi sarà ulteriore sospensione dell'ordine della Corte d'appello». Con un cinismo molto british la Corte Suprema inglese ha respinto il ricorso dei genitori del piccolo Alfie Evans e non si pronuncerà, quindi resta valida la sentenza di lunedì scorso della Corte, che prospetta di staccare la spina e far morire il piccolo paziente di 23 mesi ricoverato all'Alder hey hospital di Liverpool. Anche il desiderio di trasferire il bambino in un'altra struttura ospedaliera, come richiesto dai genitori Thomas e Kate Evans, era stato rigettato nella sentenza di lunedì in nome del best interest del bambino, che sarebbe poi quello di farlo morire.
L'ospedale, continuano i giudici della Corte Suprema, deve «essere libero di fare ciò che è stato stabilito essere il migliore interesse di Alfie». A questo punto potrebbe verificarsi la possibilità che lunedì venga eseguita la sentenza della Corte d'appello.
Dopo l'incontro di Thomas Evans con papa Francesco, erano in corso tutte le trattative possibili per poter attuare il desiderio dei genitori di trasferire il piccolo Alfie in un altro ospedale. Il Papa ha dimostrato di comprendere le ragioni della famiglia e ha incaricato monsignor Francesco Cavina, vescovo di Carpi, di verificare le possibilità per il trasferimento del paziente all'ospedale Bambino Gesù di Roma. Nel tardo pomeriggio di giovedì si è aggiunta anche la disponibilità dell'ospedale Gaslini di Genova nel farsi carico dell'accoglienza del bambino.
L'ospedale genovese, eccellenza mondiale nella cura, difesa e assistenza dell'infanzia e della fanciullezza, ha dichiarato che sarebbe pronto «a provvedere al trasporto dall'ospedale di Liverpool a Genova e ad accogliere il piccolo Alfie al Gaslini». È quanto hanno fatto sapere in una nota congiunta la vicepresidente della Regione Liguria, Sonia Viale, e il direttore generale dell'Istituto pediatrico, Paolo Petralia. «La nostra disponibilità non riguarda soltanto l'assistenza, ma anche il trasporto del bimbo dall'ospedale di Liverpool in cui si trova fino a Genova, dove vorremmo accoglierlo insieme alla famiglia, fino a quando sarà necessario. Il nostro auspicio è che la nostra disponibilità possa essere considerata a valutata in ogni aspetto: vorremmo poter offrire una concreta e reale opportunità di accoglienza ad Alfie e anche ai suoi genitori».
Alfie è tutt'ora ricoverato all'Alder hey hospital di Liverpool in uno stato semivegetativo, senza alcuna diagnosi. Ma ora, dopo il rigetto del ricorso alla Corte Suprema, dal punto di vista giuridico la battaglia si fa davvero difficile. Ieri i legali che assistono la famiglia Evans hanno presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo fondato sull'articolo 5 della Convenzione dei diritti umani dell'Unione europea, ma la Corte suprema inglese si è peritata di specificare che «questa è la legge nel nostro Paese, nessuna richiesta alla Corte europea dei diritti dell'uomo a Strasburgo può o dovrebbe cambiare questo».
L'accelerazione della Corte suprema inglese, che sembrava doversi pronunciare solo la prossima settimana, sembra davvero uno strappo rispetto all'azione della diplomazia vaticana, che si era appena messa in moto per verificare tutte le possibilità per trasferire il bambino. Di fronte alla disponibilità di almeno due ospedali italiani, Bambin Gesù e Gaslini, e la presidente dell'ospedale romano Mariella Enoch che aveva anche dichiarato di potersi accollare le spese di trasporto, si registra un sinistro orgoglio inglese che chiude le porte a ogni altra possibilità di valutazione medica e giuridica. È lo Stato che decide quando, come e dove i suoi sudditi vanno alla morte, in faccia anche al diritto dei genitori di scegliere dove curare il proprio figlio. «I nostri ospedali nel Regno Unito», ha dichiarato ieri pomeriggio Thomas Evans, «non vogliono dare ai bambini disabili la possibilità di vivere».
Lorenzo Bertocchi
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Un'intera Conferenza episcopale si è espressa secondo dettami bioetici che farebbero felici i nazisti. È la deriva della Chiesa.La Corte suprema britannica dà il via libera all'ospedale per staccare la spina al bambino. I legali della famiglia si rivolgono all'Ue e l'ospedale Gaslini di Genova si offre per accogliere il piccino. Una corsa disperata: lunedì potrebbe essere eseguita la sentenza.Lo speciale contiene due articoli.«Affermiamo la nostra convinzione che tutti coloro che hanno preso le decisioni strazianti che riguardano la cura di Alfie Evans agiscono con integrità e per il bene di Alfie, così come loro lo vedono. La professionalità e la cura per bambini seriamente malati dimostrata all'Alder Hey Hospital deve essere riconosciuta e affermata». È il passaggio centrale del comunicato della Conferenza dei vescovi cattolici d'Inghilterra. I giudici inglesi hanno deciso che morire per asfissia, sia il «miglior interesse» del bambino, la cui vita (non il trattamento) è stata giudicata «futile». Come si riesce a fare risuonare parole naziste in un'aula di tribunale di un Paese democratico? La risposta è semplice: adottando il funzionalismo, teoria insegnata da Peter Singer a Princeton, da Jeff McMahan e Richard Dawkins a Oxford e da Jonathan Glover al King's College. È l'affermazione che non tutti gli esseri umani sono persone, essendolo solo quando sono in possesso di determinati attributi: l'autocoscienza per alcuni, l'autonomia per altri, la capacità di provare dolore per altri ancora. In tutti i casi si tratta di essere in grado di esercitare una o più funzioni ed è questa capacità che decide del diritto a vedersi riconosciuto dalla società e dalle leggi la protezione della vita e dell'integrità.Per un po' di tempo il dibattito ha riguardato solo il concepito e il momento in cui l'embrione diventa persona. I sostenitori dell'aborto sostengono che non si sopprime una persona. L'argomento funzionalista è poi passato a interessare i già nati, colpiti da malattie neurologiche che ne minavano gravemente la coscienza. Negli Stati Uniti fece scalpore il caso di Terry Schiavo, in Inghilterra quello di Tony Bland, in Francia da anni si trascina la battaglia tra la moglie di Vincent Lambert che vuole che il marito muoia, e i genitori, che invece si oppongono alla rimozione della nutrizione al figlio. Quello di Eluana Englaro è stato il caso eclatante italiano. Le vicende di Charlie Gard e ora del piccolo Alfie Evans mostrano con chiarezza che non vi è alcun limite di età che impedisca di applicare il funzionalismo anche ai bambini, per decretarne l'espulsione dalla categoria delle persone. D'altra parte non si deve dimenticare che pochi anni fa due bioeticisti italiani ipotizzarono di consentire la soppressione dei neonati come «aborto post-nascita».Di fronte a queste posizioni che cosa dicono i vescovi inglesi? Che anche costoro «agiscono con integrità e per il bene di Alfie». E già, per agire con integrità basta dunque che uno agisca così come vede le cose. È questo il risultato di una corrente di pensiero nella teologia morale che tende a esaltare la coscienza soggettiva, fino a farlo diventare il criterio di giudizio sovrano e assoluto della moralità degli atti. Ma non potremmo ipotizzare che anche i medici coinvolti nel programma eutanasico nazista T4 fossero animati dalla stessa integrità di giudizio in quella determinata situazione storica? Non si tratta di un argomento strumentale. Joseph Ratzinger lo evocò in un suo scritto, come l'argomento che lo convinse a rigettare quella teoria. Qualcuno, scrisse, sosteneva in una conversazione che «Hitler e i suoi complici non avrebbero potuto agire diversamente e che quindi, per quanto siano state oggettivamente spaventose le loro azioni, essi, a livello soggettivo, si comportarono moralmente bene». La risposta di Ratzinger fu nettissima: «Dopo una tale conversazione fui assolutamente sicuro che c'era qualcosa che non quadrava in questa teoria sul potere giustificativo della coscienza soggettiva. In altre parole: fui sicuro che doveva esser falsa una concezione di coscienza, che portava a simili conclusioni».Già. L'essere umano, argomentava il futuro Pontefice, porta la responsabilità della formazione della propria coscienza. Ma di questo i presuli inglesi non dicono una parola, essi sganciano la coscienza dalla verità e così facendo la degradano a opinione. Per ammonire i vescovi a non ragionare in un modo tanto distorto, San Giovanni Paolo II scrisse l'encicloca Veritatis splendor, bestia nera dei pornoteologi morali. Il presidente della Pontificia accademia per la vita, Vincenzo Paglia, in una recente intervista seguita da un loffio comunicato esortativo alla concordia, aveva appoggiato i medici che vogliono terminare Alfie chiamando in causa un discorso di Pio XII che verteva sulla morte cerebrale per assimilarvi la condizione del piccolo paziente inglese. Piccolo particolare, Alfie non è cerebralmente morto. Ma forse dalla competenza bioetica di Paglia non si può pretendere molto di più. Che però un'intera Conferenza episcopale si esprima secondo dettami bioetici che vedrebbero il consenso entusiasta di Josef Mengele, proponendo la soluzione che già assunse Ponzio Pilato, dicendo oggi «Volete Alfie o il giudice Hayden?», è il segno che il degrado intellettuale è giunto a un livello non più tollerabile.Renzo Puccetti<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vescovi-inglesi-come-mengele-2561815049.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="respinto-lultimo-ricorso-il-piccolo-deve-morire" data-post-id="2561815049" data-published-at="1778843087" data-use-pagination="False"> Respinto l’ultimo ricorso: il piccolo deve morire Non c'è «alcuna ragione per ulteriori ritardi» e «non vi sarà ulteriore sospensione dell'ordine della Corte d'appello». Con un cinismo molto british la Corte Suprema inglese ha respinto il ricorso dei genitori del piccolo Alfie Evans e non si pronuncerà, quindi resta valida la sentenza di lunedì scorso della Corte, che prospetta di staccare la spina e far morire il piccolo paziente di 23 mesi ricoverato all'Alder hey hospital di Liverpool. Anche il desiderio di trasferire il bambino in un'altra struttura ospedaliera, come richiesto dai genitori Thomas e Kate Evans, era stato rigettato nella sentenza di lunedì in nome del best interest del bambino, che sarebbe poi quello di farlo morire. L'ospedale, continuano i giudici della Corte Suprema, deve «essere libero di fare ciò che è stato stabilito essere il migliore interesse di Alfie». A questo punto potrebbe verificarsi la possibilità che lunedì venga eseguita la sentenza della Corte d'appello. Dopo l'incontro di Thomas Evans con papa Francesco, erano in corso tutte le trattative possibili per poter attuare il desiderio dei genitori di trasferire il piccolo Alfie in un altro ospedale. Il Papa ha dimostrato di comprendere le ragioni della famiglia e ha incaricato monsignor Francesco Cavina, vescovo di Carpi, di verificare le possibilità per il trasferimento del paziente all'ospedale Bambino Gesù di Roma. Nel tardo pomeriggio di giovedì si è aggiunta anche la disponibilità dell'ospedale Gaslini di Genova nel farsi carico dell'accoglienza del bambino. L'ospedale genovese, eccellenza mondiale nella cura, difesa e assistenza dell'infanzia e della fanciullezza, ha dichiarato che sarebbe pronto «a provvedere al trasporto dall'ospedale di Liverpool a Genova e ad accogliere il piccolo Alfie al Gaslini». È quanto hanno fatto sapere in una nota congiunta la vicepresidente della Regione Liguria, Sonia Viale, e il direttore generale dell'Istituto pediatrico, Paolo Petralia. «La nostra disponibilità non riguarda soltanto l'assistenza, ma anche il trasporto del bimbo dall'ospedale di Liverpool in cui si trova fino a Genova, dove vorremmo accoglierlo insieme alla famiglia, fino a quando sarà necessario. Il nostro auspicio è che la nostra disponibilità possa essere considerata a valutata in ogni aspetto: vorremmo poter offrire una concreta e reale opportunità di accoglienza ad Alfie e anche ai suoi genitori». Alfie è tutt'ora ricoverato all'Alder hey hospital di Liverpool in uno stato semivegetativo, senza alcuna diagnosi. Ma ora, dopo il rigetto del ricorso alla Corte Suprema, dal punto di vista giuridico la battaglia si fa davvero difficile. Ieri i legali che assistono la famiglia Evans hanno presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo fondato sull'articolo 5 della Convenzione dei diritti umani dell'Unione europea, ma la Corte suprema inglese si è peritata di specificare che «questa è la legge nel nostro Paese, nessuna richiesta alla Corte europea dei diritti dell'uomo a Strasburgo può o dovrebbe cambiare questo». L'accelerazione della Corte suprema inglese, che sembrava doversi pronunciare solo la prossima settimana, sembra davvero uno strappo rispetto all'azione della diplomazia vaticana, che si era appena messa in moto per verificare tutte le possibilità per trasferire il bambino. Di fronte alla disponibilità di almeno due ospedali italiani, Bambin Gesù e Gaslini, e la presidente dell'ospedale romano Mariella Enoch che aveva anche dichiarato di potersi accollare le spese di trasporto, si registra un sinistro orgoglio inglese che chiude le porte a ogni altra possibilità di valutazione medica e giuridica. È lo Stato che decide quando, come e dove i suoi sudditi vanno alla morte, in faccia anche al diritto dei genitori di scegliere dove curare il proprio figlio. «I nostri ospedali nel Regno Unito», ha dichiarato ieri pomeriggio Thomas Evans, «non vogliono dare ai bambini disabili la possibilità di vivere». Lorenzo Bertocchi
Ecco il risultato del lavoro della Repubblica dei Giudici: Alberto Stasi è in prigione da 16 anni per un delitto che potrebbe non aver commesso e gli indizi ora vedrebbero come colpevole Andrea Sempio. Prove ignorate, perizie ribaltate e l’anomalia della Cassazione. Il sospetto di un errore giudiziario si fa sempre più pesante.
Nicole Minetti (Ansa)
Secondo il procuratore Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa l’ulteriore approfondimento non sarebbe necessario dopo le ricostruzioni ritenute «poco attendibili» fatte da Mabel De Los Santos Torres a mezzo stampa.
«Per ora il parere sulla grazia è confermato». A indurre i magistrati milanesi a prendere questa posizione sarebbero tre novità: l’arrivo di un primo fascicolo dell’Interpol, che non comprova il racconto impressionista della donna; il riscontro negativo dei colleghi di Montevideo che hanno negato l’esistenza di fascicoli aperti per reati contro la morale a carico dell’ex igienista dentale; le smentite della stessa testimone (con ritrattazioni e «non ricordo») durante conversazioni con le televisioni uruguaiane. Un passo avanti che consente anche ai corazzieri del Quirinale di dormire sonni tranquilli.
Qualche giorno fa la signora Torres aveva riaperto i dubbi sull’opportunità di concedere il massimo atto di clemenza, firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con un’intervista al Fatto Quotidiano nella quale sosteneva che Minetti non aveva mai cambiato vita e aveva continuato a fare ciò per cui era stata condannata in Italia: il favoreggiamento della prostituzione. La massaggiatrice aveva parlato di «festini con escort di imprenditori e politici anche italiani». E aveva aggiunto - lei che per 20 anni aveva lavorato nella proprietà - che ragazze pure minorenni reclutate in Argentina, Brasile, Italia e Uruguay facevano passerella nella riedizione «gaucha» delle cene eleganti di vecchia memoria.
«Ho cominciato a lavorare per Cipriani a 23 anni», ha detto Mabel De Los Santos Torres. «Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli amici di casa. E lì iniziavano alcool, droga e sesso». Ha anche avanzato accuse di molestie: «Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi e smisero di chiamarmi». Secondo la sua narrazione, Nicole Minetti «viveva lì per lunghi periodi ed era lei a scegliere le ragazze. Al figlio invece (sempre secondo il racconto della donna, ndr) badava la tata uruguaiana».
Una ricostruzione shock non confermata da nessuna indagine, anzi smentita dagli approfondimenti giudiziari. La massaggiatrice in un primo tempo si era detta disponibile a testimoniare davanti ai pm milanesi «a condizione di essere protetta perché ho paura». I legali di Minetti-Cipriani, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra avevano replicato così alle nuove accuse: «Sono falsità. I giornalisti, invece di prendere atto della realtà, rilanciano diffondendo ulteriori notizie che nulla hanno a che vedere con la verità. Si tratta di circostanze del tutto inveritiere, anche queste facilmente smentibili documenti alla mano. Procederemo in sede giudiziaria nei confronti dei responsabili di questa violenta campagna mediatica».
Ora la Procura generale ha fatto un passo ufficiale. Aveva ricevuto il nullaosta dal ministero della Giustizia per concretizzare la rogatoria ma ha ritenuto di non dover proseguire nelle verifiche per «l’inattendibilità della teste» in una ricostruzione «priva di fondamento». Il nodo di tutto è il cambiamento dello stile di vita di Minetti, alla base del recepimento della domanda di grazia da parte degli uffici del Quirinale. Nel caso che non fosse confermato, l’architrave comincerebbe a scricchiolare. Non sembra così.
Sulla liceità dell’adozione del bambino affetto da grave patologia le certezze sono ormai granitiche: l’iter è stato formalmente validato da una sentenza del tribunale di Maldonado e riconosciuto anche dal Tribunale dei minori di Venezia. Un altro punto riguarda le cure mediche del minore. Nella richiesta di grazia, Minetti aveva riferito di avere consultato in via informale medici italiani - tra cui specialisti dell’ospedale San Raffaele e di una struttura di Padova - prima di decidere di portare il bambino a Boston, dove opera un centro all’avanguardia per quella specifica malattia. L’iter era stato autorizzato dall’Inau (istituto uruguaiano per i minori) poiché il bimbo era ancora in regime di pre-adozione.
In ogni caso la vicenda non si conclude qui. La Procura generale di Milano è alla ricerca di nuove testimonianze e attende per i primi di giugno un nuovo dossier dall’Interpol per completare l’istruttoria. Ci sarebbe anche l’inchiesta di Sigfrido Ranucci, ma da quel fronte nessuna novità. Sta ancora verificando.
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