Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 3 maggio con Camilla Conti
Lo ha dichiarato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani in uscita dal Consiglio degli esteri di Bruxelles. Il ministro ha parlato della situazione ad Hormuz e di come sia importante garantire la libera circolazione. Ha sottolineato che tutti i ministri degli esteri hanno posizioni analoghe, ovvero una spinta di entrambe le controparti per una soluzione di dialogo pacifico. Un ultimo punto su Hezbollah, Tajani ha ribadito la necessità di disarmare il partito di Dio, rafforzando l'esercito regolare libanese.
Hantavirus, vaccini già pronti e media di nuovo in allarme: per Maddalena Loy stanno tornando gli stessi meccanismi visti durante il Covid. Dalle virostar, all’OMS e fino alle campagne mediatiche, il sospetto è che qualcuno abbia già riaperto il circo pandemico. Ne parliamo con il dottor Giovanni Rezza.
A sinistra il Teatro alla Scala. A destra il Conservatorio dopo l'incursione del 15-16 agosto 1943 (Getty Images)
L'11 maggio 1946 Arturo Toscanini dirigeva il primo concerto dopo il restauro del tempio mondiale della musica e della lirica, gravemente danneggiato dalle bombe la notte del 16 agosto 1943. Negli stessi istanti veniva distrutto anche il Conservatorio.
La grande musica era rinata a Milano l’11 maggio 1946, dopo essere morta nell'agosto di tre anni prima. Le note de «la Gazza ladra» e del «Guglielmo Tell» di Rossini, dell’ouverture e del coro degli schiavi dal «Nabucco» di Giuseppe Verdi, della «Manon Lescaut» di Puccini e del prologo del «Mefistofele» di Arrigo Boito risuonavano nuovamente tra i palchi dorati del Teatro alla Scala, eseguite dall’orchestra e dal coro del tempio della musica seguendo la bacchetta di Arturo Toscanini, tornato in Italia dopo l’esilio negli Stati Uniti durato 8 anni.
Fino a quel giorno, Il Teatro alla Scala era stato un ferito grave, come centinaia di edifici e monumenti di Milano, schiantati dalle bombe dei quadrimotori della Royal Air Force nella tragica estate del 1943. Una notte in particolare fu fatale per la grande musica milanese, quando assieme alla Scala fu colpito anche uno dei luoghi di insegnamento più prestigiosi d’Europa, il Conservatorio.
Notte tra il 15 e il 16 agosto 1943. Ore 00:31
La città bruciava ancora quando l’allarme antiaereo suonò un’altra volta nella città già svuotata per i molti sfollati. Il «Bomber Command», guidato allora da Sir Arthur Harris detto «the butcher» (il macellaio) aveva deciso, dopo la caduta del fascismo del 25 luglio, di accelerare il processo di resa dell’Italia con una serie di grandi incursioni aeree sulle città del triangolo industriale del Nord. Lo fece in modo indiscriminato, con la chiara intenzione di terrorizzare la popolazione per mezzo di grandi raid a carattere terroristico, mirati a colpire il cuore di Milano e i suoi cittadini.
La notte tra il 12 e il 13 agosto era stata devastante. A incendiare Milano erano stati 504 bombardieri pesanti decollati dalle basi inglesi in una notte senza nubi. 2.000 tonnellate di bombe e 380.000 spezzoni incendiari erano caduti dal cielo per circa due ore Quella notte, tra gli incendi che divampavano e la rete idrica ed elettrica paralizzate, furono colpiti Palazzo Marino e la chiesa di S. Maria delle Grazie. Il Cenacolo si salvò grazie alle protezioni precedentemente predisposte, ma la struttura dell’edificio sacro ebbe gravi danni. La notte seguente ancora più di 100 bombardieri infierirono sulla città in fiamme, facendo crollare il Teatro dal Verme e la basilica di Sant’Ambrogio, simbolo della storia di Milano. La notte tra il 15 e il 16 agosto, sulla città prostrata di nuovo suonò l’allarme per 199 aerei che colpirono ancora le zone centrali, distruggendo la Rinascente, danneggiando il Duomo e i portici meridionali. Una bomba dirompente centrò l’edificio del Conservatorio «Giuseppe Verdi», già parzialmente danneggiato nella precedente incursione del 14 febbraio, ebbe la «Sala Grande» inaugurata nel 1908 totalmente sventrata, con i soli muri perimetrali rimasti in piedi come scheletri. Quella notte la grande musica subì un colpo mortale quando una bomba dirompente sfondò il tetto del Teatro alla Scala, costruita dal Piermarini nel 1778, distruggendo parte dei meravigliosi palchi, il pavimento e gli impianti. Solo il palcoscenico si salvò grazie alla tenda metallica di protezione. Il Teatro che vide passare i più grandi autori e direttori di tutti i tempi giacque da allora in un silenzio mortale.
La ricostruzione fu difficile, anche perché iniziò quando ancora Milano era colpita dal cielo. Nell’ottobre del 1944, mese che registrò tra l’altro la raccapricciante strage dei bambini della scuola di Gorla, fu posta la prima carpenteria metallica per la ricostruzione del tetto. I lavori furono affidati all’ultima amministrazione fascista della città all’ingegnere capo dell’urbanistica Luigi Lorenzo Secchi durante il mandato del podestà Mario Colombo. Anche Mussolini spese parole per la natura simbolica di una ricostruzione rapida del tempio dell’opera. Già dal 22 agosto del 1943 Secchi si adoperò per cercare di recuperare più frammenti possibili del tetto andato a pezzi, perché quella copertura era ciò che dava alla Scala l’acustica perfetta. La copertura fu realizzata a tempo di record e ancora sotto le minacce dal cielo, anche se agli inglesi si erano sostituiti i bombardieri americani che colpivano (o cercavano il più possibile) di colpire target strategici, vista anche l’inutilità di radere al suolo una città che grazie al larghissimo uso di cemento e pietra era difficile da bruciare come le città tedesche piene di case in legno. Il 6 marzo 1945 il tetto era stato ricostruito. I palchi e il pavimento seguirono di pochi giorni, tornando all’antico splendore attorno alla data del 25 aprile 1945.
Nel maggio successivo fu Antonio Ghiringhelli quale commissario straordinario per la ricostruzione della Scala, nominato dal sindaco Antonio Greppi, a portare a termine gli ultimi lavori e a preparare il concerto della rinascita, affidato in modo pressoché plebiscitario a Toscanini, che il 21 aprile salpava da New York per le prove generali.
L’11 maggio il pubblico in piedi tributò l’ovazione al maestro, ma anche alla Scala guarita, pronta nuovamente a diffondere la grande musica e la lirica a tutto il mondo. In piazza Duomo furono installati grandi altoparlanti per diffondere il concerto alla folla. Altoparlanti che sostituivano il suono sinistro della sirena che aveva urlato anche la notte in cui il Teatro alla Scala fu ferito gravemente.
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Il generale libico Khalifa Haftar (Getty Images)
Secondo Middle East Eye, Washington starebbe lavorando a un accordo tra le famiglie Dbeibeh e Haftar per unificare la Libia. Sullo sfondo petrolio, guerra in Iran, Accordi di Abramo e la sfida geopolitica con Mosca nel Nord Africa.
Gli Stati Uniti avrebbero un piano per unificare la Libia. A riportarlo è stato, martedì scorso, Middle East Eye, che ha citato fonti occidentali e arabe a conoscenza della questione.
Il progetto, che sarebbe stato architettato dall’inviato speciale della Casa Bianca per l’Africa Massad Boulos, prevedrebbe di «unificare la Libia attraverso la famiglia Dbeibeh nella Libia occidentale e la famiglia Haftar in quella orientale, sostituendo i leader di ciascuna famiglia con una nuova generazione». Stando alla testata, Washington starebbe lavorando al piano da tempo. Si sarebbe tuttavia registrata un’accelerazione alla luce della guerra in Iran: gli Stati Uniti starebbero infatti guardando con maggiore interesse al petrolio libico, per cercare di abbassare i costi dell’energia.
«L'amministrazione Trump vuole che Ibrahim Dbeibeh, un influente politico libico, assuma la carica di primo ministro al posto di suo cugino, l'attuale premier Abdul Hamid Dbeibeh, che soffre di problemi di salute», ha ripotato Middle East Eye. Al contempo, Washington punterebbe a far sì che la carica di presidente della Libia vada al figlio del generale Khalifa Hafar, Saddam. Quest’ultimo avrebbe addirittura incontrato i vertici della Cia durante una visita negli Stati Uniti avvenuta l’anno scorso.
Il piano sembrerebbe essere visto con favore dai principali attori regionali, a partire da Turchia ed Egitto. Il che potrebbe portare eventualmente al suo successo. Del resto, oltre alla questione energetica, Washington potrebbe far leva su questo progetto per indebolire i legami tra Haftar e la Russia: una Russia che continua a rivestire un peso geopolitico significativo nella parte orientale della Libia. In altre parole, la Casa Bianca potrebbe approfittarne per sferrare un colpo alla longa manus di Mosca sul Nord Africa e potenzialmente sul Sahel. Senza contare che, nel caso l’amministrazione Trump dovesse riuscire a riunificare la Libia, potrebbe, in un secondo momento, cercare di spingerne il nuovo governo ad aderire agli Accordi di Abramo.
Certo, la situazione complessiva non è facile. E la strada potrebbe continuare a rivelarsi in salita. Tuttavia, il piano di Boulos certifica il crescente interesse di Washington per il Maghreb. Un fattore a cui l’Italia dovrebbe prestare estrema attenzione, in vista di possibili sinergie regionali con gli Stati Uniti.
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