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2024-02-19
Ventennio social
Ansa
Bei tempi quando il diciannovenne Mark Zuckerberg, programmatore e studente di psicologia, animava la community dell’università di Harvard inventando dal suo dormitorio il giochino online del «libro dei volti». Lanciato il 4 febbraio 2004 (si festeggiano in questi giorni i suoi primi vent’anni di attività), «Thefacebook» - diventato oggi la più importante piattaforma social del mondo - contava all’epoca una media di poco più di 300 iscritti ed era una sorta di trombinoscopio digitale: consentiva di mantenere i legami con famiglia e parenti e ritrovare vecchie conoscenze. Passano due anni e nel settembre 2006 Facebook, che nel frattempo ha perso il «the», si fa conoscere al grande pubblico: in tutto il mondo, i giovani iniziano febbrilmente a mandarsi inviti e a diventare «amici», che lo siano o meno nella vita reale, per ciabattare sulla «bacheca» virtuale dei loro corrispondenti, indagare sugli stati d’animo e curiosare su foto e liste di amici.
Per tutta la generazione di chi oggi ha fra i 30 e i 40 anni, il numero di amici su Facebook ha messo a dura prova l’ego e rappresentato la misura della propria «popolarità», istituzionalizzata nel 2009 con l’introduzione del «mi piace». È in questo preciso momento che Facebook, nato come diario intimo condiviso, diventa modello di business, usato da privati, aziende e politici per commercializzare prodotti, consenso elettorale e sentimenti. È con l’istituzione del pollice blu del «gradimento», funzione iconica e preziosa informazione fornita spontaneamente dall’utente alla piattaforma, consentendole di intercettare i suoi gusti e tenerlo connesso il più a lungo possibile (e fargli vedere più pubblicità possibili), che Facebook perde la sua anima e diventa l’infernale macchina che, pochi giorni fa, ha trascinato il suo ideatore davanti al Senato Usa per rispondere di «danni inflitti online». Zuckerberg e il ceo di Snapchat, Evan Spiegel, hanno partecipato a un’audizione convocata per indagare sullo sfruttamento sessuale minorile online e si sono trovati di fronte genitori che hanno addebitato le tragiche morti dei propri figli all’uso dei social. Erano presenti anche altri amministratori delegati, tra cui Linda Yaccarino di X (ex Twitter) e Shou Zi Chew di TikTok. La dichiarazione introduttiva di Zuckerberg - «gli studi non mostrano un nesso causale tra l’uso dei social e il disagio mentale dei giovani» - ha irritato gli astanti. «Hai le mani sporche di sangue», gli hanno detto, e alla fine si è scusato: «Mi dispiace per tutto ciò che avete passato». C’è da dire che a qualcuno potrebbe apparire una forzatura scambiare le tragedie con i contenitori che le hanno veicolate, fatto sta che - dal vecchio libro dei volti che riduceva i famosi sei gradi di separazione, a strumento di morte - soltanto il patrimonio su cui siede Zuckerberg, stimato da Forbes in 104,3 miliardi di dollari, può motivare l’impassibilità con la quale l’ex studente di psicologia continua a dissociarsi dalle proprie responsabilità, dando così il colpo di grazia alla sua creatura.
Dopo il debutto pubblico e per tutto il decennio successivo Facebook continua ad evolversi offrendo nuovi tipi di interfaccia grafica, le news e l’implementazione di nuove funzioni come i sei pulsanti di reazione. Il passo verso l’ingresso in Borsa, il 17 maggio del 2012, è breve: la piattaforma lancia quindi Messenger, acquista Instagram e, nel 2014, Whatsapp, poi nel 2015 cominciano gli streaming video.
È nel marzo 2018 che scoppia il primo grande scandalo che colpisce duramente la reputazione della piattaforma. La società Cambridge Analytica, creata dall’ideologo di Donald Trump, Steve Bannon, raccoglie i dati di 87 milioni di utenti, soprattutto americani, per attività di marketing politico. Né più né meno di quanto già fatto nel 2012 da Barak Obama che, grazie a un’applicazione Facebook scaricata da oltre un milione di persone, accede ai loro dati. L’anno dopo la Federal Trade Commission commina una sanzione civile di 5 miliardi di dollari, cui si aggiunge quella di 100 milioni della Sec. A fine 2019 Facebook perde nel dark web i dati di 267 milioni di suoi utenti, lo stesso anno Bloomberg rivela che la piattaforma trascrive le chat Messenger degli utenti, mentre Zuckerberg lancia la sua criptovaluta «libra». Nel 2020 un’altra tegola: il Dipartimento di Giustizia Usa accusa Facebook di aver intenzionalmente creato un sistema di assunzioni che impedisce agli americani qualificati di candidarsi a determinate posizioni; a ottobre 2021 il gruppo patteggia per 14,25 milioni di dollari. A settembre del 2021 il caso dell’ex dipendente Frances Haugen, che rivela che il social ha volontariamente chiuso gli occhi sulle conseguenze dannose sulla salute mentale degli utenti. A gennaio 2022, la Cnil francese infligge a Facebook una multa di 60 milioni di euro per non aver permesso agli utenti di rifiutare i cookies (che consentono di indirizzare agli utenti pubblicità personalizzata, molto più remunerativa degli annunci generici). Nel marzo 2022, la Commissione Ue apre un'inchiesta contro Meta (casa madre di Facebook) per violazione della concorrenza sulla pubblicità online. Infine, i Facebook Files, attraverso i quali emerge il volto autoritario di Zuckerberg. Il filo diretto tra la piattaforma e le autorità politiche e mediche americane in pandemia conduce alla censura di qualsiasi contenuto critico della gestione pandemica. Scatta la mannaia dei fact-checkers: «Come distinguete i fatti dalle opinioni?», gli chiede il giornalista Lex Fridman. «Siamo pratici, ci limitiamo a domandarci se quell’informazione causa danni alle persone o no», risponde Zuck. La famosa «violazione degli standard della community»: stabiliti in nome di quale legge?
Privacy, profilazione, censura, fact-checking fazioso: addebiti non indifferenti per un giochino nato per mettere in relazione le persone. È vero che i giovani ci si avvicinano di meno, preferendogli TikTok, Instagram e Snapchat, ma oggi (dati 2023) più di tre miliardi di utenti aprono Facebook almeno una volta al mese, il 3% in più rispetto al 2022; la piattaforma di Zuckerberg è diventata una potenza politica mondiale, le sue azioni valgono 475 dollari. Risultati record, dunque, ma la reputazione è compromessa: il quotidiano francese Le Figaro ha commentato il ventesimo anniversario di Facebook lanciando un sondaggio dal titolo «I social network hanno fatto progredire la società?». L’86% ha risposto «no». Come dargli torto?
Tutti «condividiamo» un po’ di meno ma a disconnetterci non riusciamo
Bei tempi quando postavamo la torta di compleanno del pargolo con una candelina e il viaggio in Messico di nonna Clotilde sulle orme di Montezuma. Adesso il pargolo si sta laureando in Digital Marketing e la parente ha concluso anche l’ultimo, di viaggio. Vent’anni di vita, 20 anni di Facebook, ma sembrano molti di più. Allora un piatto di risotto al radicchio, un weekend a Foppolo, perfino un’avventura sexy avevano senso non «nel durante fisico e metafisico», ma quando venivano messi online. Delirio collettivo, voglia di libertà, eccesso di stupidità. Gli intellettuali, che detestano i fenomeni pop, catalogarono così quel periodo: «Facebook è un oceano di banalità condiviso da persone con vite così vuote che si sente l’eco». In questo caso l’eco era quella di Umberto Eco.
Quando arrivò il social network (2004) immediatamente lo accomunammo all’Ufficio Facce allestito da Diego Abatantuono e Beppe Viola alla pasticceria Gattullo di Milano negli anni Settanta. I clienti entravano e loro lì a catalogarli: «Tu hai la faccia da milanista, siediti qui. Tu hai il naso da interista, vai di là». Al banco servivano il famigerato panino «Triplo Special» che, come diceva Enzo Jannacci, «era davvero unico. Il materiale impiegato per la confezione avrebbe potuto risolvere i più gravi problemi di alcuni Paesi del terzo mondo». Niente di nuovo, facce e cibarie; ha cominciato così anche Mark Zuckerberg. Ed è invecchiato fra una convocazione e l’altra al Congresso degli Stati Uniti a giustificare 20 anni di privacy violata, di bug nel sistema di sicurezza, di condizionamenti politici nel nome del globalismo progressista, di fake news e di censure «per garantire la libertà di pensiero». Strano approccio. Il mito della rete campione di democrazia è durato qualche anno facendo abboccare i più ingenui. Ora quel meraviglioso mondo interconnesso sembra entrato in crisi.
I giovani lo snobbano. I millennials fuggono da Facebook dopo averlo bollato con una parola, «boring», che per loro significa molto più di noioso. Si tengono alla larga perché lo ritengono sorpassato, troppo di scrittura (il post del tornitore Brambilla con la pretesa di copiare Alessandro Baricco è patetico). Loro sono «visual», quindi si tuffano su Instagram e su Tik Tok, anche se ammettono che Facebook resta una fabbrica di click. Gli amici si tengono in contatto su Whatsapp, l’onanismo intellettuale si esprime meglio su X. Così, nell’età adulta, la effe è diventata un contenitore di community. Gruppi di quartiere, gruppi per gite in montagna, gruppi di italiani all’estero, gruppi di studenti che cercano un monolocale (o una tenda) a Milano. Una piattaforma di collegamento.
Chi pensa che abbia ancora appeal per veicolare opinioni è fuori strada. Al massimo si postano pensierini della sera, articoli di giornalisti in pensione con ricordi stupendi, consigli di pseudo-esperti. Al terzo commento tutti svaccano e si passa direttamente al vaffa. Siamo più nervosi. Il caso di Chiara Ferragni dimostra che anche per gli influencer non è più la stagione del bengodi: Facebook ha inventato i venditori di fuffa, ha dato loro il benessere, poi li ha trasferiti su Instagram (dove le foto vengono meglio) e infine li fa a fette travolgendoli di scandali e di shitstorm, che sarebbero gli insulti nel ventilatore.
Secondo l’analisi Radar per Swg, l’uso che facciamo di Facebook (o Meta che dir si voglia) è molto diverso dagli esordi: chi è ancora iscritto naviga meno e lo fa con studiata passività. Siamo diventati voyeur delle vite degli altri ma condividiamo il nostro privato con prudenza. Dopo avere regalato ogni dato sensibile postando le foto delle vacanze, stringendo amicizie di sconosciuti, mettendo in bella mostra i figli, facendo sapere a tutti (anche ai ladri) quando andavamo in ferie, forse abbiamo riscoperto la sobrietà.
Però siamo ancora in tanti. Tre miliardi di persone, il 60% di chi naviga in Internet. Facebook rimane il più grande contenitore di pubblicità al mondo dopo Google. Grazie a noi il signor Zuck, solo nel terzo trimestre del 2023, ha incassato 34 miliardi di dollari. Lui è riuscito nel delitto perfetto: trasformare l’infrastruttura digitale da qualcosa che possediamo a qualcosa che ci possiede. Come diceva quel baro: «Se dopo due giri di poker non hai ancora capito chi è il pollo, significa che il pollo sei tu». Oggi per un italiano su tre il bilancio è severo: «Facebook ha portato danni alla società e ci ha reso prede facili di notizie false e dipendenti dalle sue dinamiche». Il social più vecchio ha fomentato opachi movimenti sociali, dal #MeToo e #BlackLivesMatter alle Primavere arabe, alla rivolta di Capitol Hill; ha scatenato il peggio nel lessico polemico con gli haters, ha contribuito a una polarizzazione politica senza precedenti.
In Italia gli effetti sociali sul cambiamento dei costumi sono evidenti. Di fatto i social hanno azzoppato l’informazione di carta infischiandosene dei diritti d’autore, hanno messo in crisi la professione del giornalista cancellando l’intermediazione culturale. Lo abbiamo toccato con mano durante il Covid, quando Rocco Casalino organizzava le famose dirette online per il premier Giuseppe Conte bypassando i cronisti. Oggi i politici istruiscono le loro greggi a colpi di post senza il fastidio delle domande scomode. Tutto vero, ma continuiamo a connetterci. Centrosinistra o centrodestra? Come dice Roberto D’Agostino, anche 20 anni dopo «prevale il centrotavola».
Miliardario per caso «Zuck» ora studia il jiu-jitsu e la politica
Un fenomeno nato per caso ma che si è trasformato nel giro di soli vent’anni in una macchina che genera miliardi ma soprattutto in uno degli strumenti di potere più persuasivi al mondo. Facebook nasce come Facemash, in un notte di ottobre del 2003. Mark Zuckerberg, studente di Harvard, è reduce da un appuntamento andato male e forse spinto da un sentimento di rivalsa nei confronti del genere femminile, si siede al computer e partorisce l’idea del secolo: creare un sito dove caricare tutte le foto degli studenti del college e dove si può votare la preferita tra due foto che il sistema seleziona casualmente. Mark è un genietto dell’informatica e riesce ad hackerare i database degli studentati di Harvard e ad estrarre foto e nomi degli studenti. Nel giro di quattro ore Facemash attira 450 visitatori e 22.000 click sulle foto. I server dell’università vanno in crash e i vertici di Harvard intervengono. Il sistema viene bloccato e Zuckerberg è punito con sei mesi di sospensione. Per l’università era una «ragazzata» che doveva finire lì, ma Mark intuisce che ha nelle mani qualcosa di grosso. A gennaio 2004 registra il dominio thefacebook.com, ha inizio la storia del social network più visitato al mondo, che ora conta oltre due miliardi di iscritti.
Usualmente Facebook viene associato a Zuckerberg ma la storia dimentica i suoi colleghi universitari che contribuirono a creare il social: Eduardo Saverin, Andrew McCollum, Dustin Moskovitz e Chris Hughes. Una vera squadra, nella quale ognuno ha il suo compito: c’è chi sviluppa l’algoritmo, chi si occupa degli aspetti aziendali e di marketing. A metà del 2004 Zuckerberg e i soci fondatori aprono la società Facebook, Inc. La voce del successo si sparge nel mondo finanziario e cominciano a bussare gli investitori. Nel 2005, Zuckerberg riceve 12,7 milioni dalla società Accel Partners. In molti gli chiedono di vendere, ma Mark rifiuta le offerte di Yahoo! e Mtv Network e si concentra sull’espansione del sito. Così quando Microsoft intuisce che in giro c’è una gallina dalle uova d’oro è già troppo tardi. A ottobre 2007, per rilevare solo l’1,6%, deve tirar fuori 240 milioni di dollari.
Poi arriva la grande finanza. Il 3 gennaio 2011 Goldman Sachs chiede di poter entrare nel capitale di Facebook. La banca d’affari è disposta a investire 450 milioni di dollari. Mark capisce che è il momento di fare il grande salto: il 18 maggio 2012 sbarca a Wall Street con una delle Ipo (un’offerta pubblica di vendita) più grandi della storia degli Usa. Nella prima giornata di contrattazioni Facebook vende azioni per 16 miliardi di dollari, facendo salire il suo valore a 104 miliardi di dollari. È il valore più alto mai registrato per una new entry a Wall Street. Non c’è che dire per un ragazzo di appena 27 anni che all’informatica alternava la passione per i poemi epici. Pare che spesso nelle riunioni degli albori di Facebook amasse stupire citando versi dell’Eneide.
La passione per le arti marziali e in particolare per il jiu-jitsu brasiliano, invece è più recente, risale alla pandemia. Uno sport nel quale Mark si è gettato a capofitto riuscendo a ottenere una medaglia d’oro e una d’argento durante un torneo ma che ha tenuto gli investitori col fiato sospeso quando ha pubblicato una foto su Facebook in cui era sdraiato su un letto di ospedale, con il volto sorridente ma stanco di chi ha appena subìto un’operazione (il crociato anteriore rotto mentre si allenava).
Torniamo alla sua vita. Nel giro di pochi anni Mark si trova catapultato dalla piccola città di Dobbs Ferry, a circa 10 miglia a nord di New York, dove era cresciuto insieme alle tre sorelle, con un padre dentista e una madre psichiatra, nel regno della finanza e un patrimonio di svariati miliardi di dollari. Dal debutto a Wall Street sono traguardi su traguardi.
Nel 2010 l’acquisto di Snaptu e Beluga che consentono di ottimizzare Facebook Messenger App, la piattaforma di messaggistica e nello stesso anno arriva il tasto «Mi piace». Sempre nel 2010 il Time inserisce Zuckerberg tra le 100 persone più ricche e influenti del mondo. Anche il cinema si interessa alla sua storia con il film The Social Network. Nel maggio 2013, a 28 anni è il più giovane Ceo della lista Fortune 500 e l’anno dopo la rivista Forbes, lo incorona 5° uomo più ricco del mondo, con un patrimonio stimato di 72,3 miliardi di dollari. Nel 2012 il grande colpo con l’acquisto di Instagram per circa 1 miliardo e di Glancee, la piattaforma che unisce utenti per vicinanza geografica e stessi interessi. Due anni dopo arriva WhatsApp, acquisita per 16 miliardi di dollari.
I media si sono sempre interrogati sul Zuck politico. Lui si è sempre trincerato dietro la frase «non sono né di destra né di sinistra» ma dopo l’elezione di Trump si è schierato contro le misure protezionistiche e di restrizione dei flussi migratori tanto che si parlò di una sua discesa in campo. Secondo il Center for responsive politics, Zuckerberg ha speso almeno 600.000 dollari in attività di lobbying nel 2013 per favorire la riforma dell’immigrazione dell’allora governo Obama. Ma risulta che abbia finanziato politici sia democratici che repubblicani a titolo individuale o attraverso Facebook Pac inc. Secondo una stima del portale ThoughtCo, nel 2016 il comitato ha investito 517.000 dollari nella campagna elettorale e il 56% è andato a candidati repubblicani anche se Trump non ha mai nascosto antipatia verso alcune posizioni pro immigrazione del patron di Facebook.
Zuck al pari di Warren Buffett e di Bill Gates si è buttato nella corporate philantropy, la filantropia aziendale orientando i fondi verso programmi di educazione digitale dei bambini ma anche per l’immigrazione. Nel 2015 dona 5 milioni di dollari a The Dream, un fondo scolastico per giovani immigrati.
Alle scorse elezioni americane del 2020, secondo il New York Post, Zuck ha speso 419 milioni di dollari a favore di organizzazioni che hanno assistito gli uffici elettorali favorendo il voto di Biden in alcuni Stati chiave. Eppure Biden parlando con il New York Times nel 2020 diceva di «non essere mai stato un fan di Facebook e di Zuckerberg».
Soldi e potere hanno bisogno gli uni dell’altro, non è una novità. Vedremo cosa farà alle prossime elezioni.
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Nel febbraio 2004 nasceva Facebook. Inizialmente strumento per fare amicizie, oggi è la piattaforma più influente del mondo. E le sue ombre sono aumentate: dalla privacy degli utenti violata alla censura delle opinioni «non corrette»I giovani preferiscono Instagram o TikTok, eppure la «effe» rimane fabbrica di click.La fortuna del fondatore comincia quando da studente hackera i computer di Harvard. La passione per l’Eneide e per i migranti.Lo speciale contiene tre articoliBei tempi quando il diciannovenne Mark Zuckerberg, programmatore e studente di psicologia, animava la community dell’università di Harvard inventando dal suo dormitorio il giochino online del «libro dei volti». Lanciato il 4 febbraio 2004 (si festeggiano in questi giorni i suoi primi vent’anni di attività), «Thefacebook» - diventato oggi la più importante piattaforma social del mondo - contava all’epoca una media di poco più di 300 iscritti ed era una sorta di trombinoscopio digitale: consentiva di mantenere i legami con famiglia e parenti e ritrovare vecchie conoscenze. Passano due anni e nel settembre 2006 Facebook, che nel frattempo ha perso il «the», si fa conoscere al grande pubblico: in tutto il mondo, i giovani iniziano febbrilmente a mandarsi inviti e a diventare «amici», che lo siano o meno nella vita reale, per ciabattare sulla «bacheca» virtuale dei loro corrispondenti, indagare sugli stati d’animo e curiosare su foto e liste di amici. Per tutta la generazione di chi oggi ha fra i 30 e i 40 anni, il numero di amici su Facebook ha messo a dura prova l’ego e rappresentato la misura della propria «popolarità», istituzionalizzata nel 2009 con l’introduzione del «mi piace». È in questo preciso momento che Facebook, nato come diario intimo condiviso, diventa modello di business, usato da privati, aziende e politici per commercializzare prodotti, consenso elettorale e sentimenti. È con l’istituzione del pollice blu del «gradimento», funzione iconica e preziosa informazione fornita spontaneamente dall’utente alla piattaforma, consentendole di intercettare i suoi gusti e tenerlo connesso il più a lungo possibile (e fargli vedere più pubblicità possibili), che Facebook perde la sua anima e diventa l’infernale macchina che, pochi giorni fa, ha trascinato il suo ideatore davanti al Senato Usa per rispondere di «danni inflitti online». Zuckerberg e il ceo di Snapchat, Evan Spiegel, hanno partecipato a un’audizione convocata per indagare sullo sfruttamento sessuale minorile online e si sono trovati di fronte genitori che hanno addebitato le tragiche morti dei propri figli all’uso dei social. Erano presenti anche altri amministratori delegati, tra cui Linda Yaccarino di X (ex Twitter) e Shou Zi Chew di TikTok. La dichiarazione introduttiva di Zuckerberg - «gli studi non mostrano un nesso causale tra l’uso dei social e il disagio mentale dei giovani» - ha irritato gli astanti. «Hai le mani sporche di sangue», gli hanno detto, e alla fine si è scusato: «Mi dispiace per tutto ciò che avete passato». C’è da dire che a qualcuno potrebbe apparire una forzatura scambiare le tragedie con i contenitori che le hanno veicolate, fatto sta che - dal vecchio libro dei volti che riduceva i famosi sei gradi di separazione, a strumento di morte - soltanto il patrimonio su cui siede Zuckerberg, stimato da Forbes in 104,3 miliardi di dollari, può motivare l’impassibilità con la quale l’ex studente di psicologia continua a dissociarsi dalle proprie responsabilità, dando così il colpo di grazia alla sua creatura. Dopo il debutto pubblico e per tutto il decennio successivo Facebook continua ad evolversi offrendo nuovi tipi di interfaccia grafica, le news e l’implementazione di nuove funzioni come i sei pulsanti di reazione. Il passo verso l’ingresso in Borsa, il 17 maggio del 2012, è breve: la piattaforma lancia quindi Messenger, acquista Instagram e, nel 2014, Whatsapp, poi nel 2015 cominciano gli streaming video. È nel marzo 2018 che scoppia il primo grande scandalo che colpisce duramente la reputazione della piattaforma. La società Cambridge Analytica, creata dall’ideologo di Donald Trump, Steve Bannon, raccoglie i dati di 87 milioni di utenti, soprattutto americani, per attività di marketing politico. Né più né meno di quanto già fatto nel 2012 da Barak Obama che, grazie a un’applicazione Facebook scaricata da oltre un milione di persone, accede ai loro dati. L’anno dopo la Federal Trade Commission commina una sanzione civile di 5 miliardi di dollari, cui si aggiunge quella di 100 milioni della Sec. A fine 2019 Facebook perde nel dark web i dati di 267 milioni di suoi utenti, lo stesso anno Bloomberg rivela che la piattaforma trascrive le chat Messenger degli utenti, mentre Zuckerberg lancia la sua criptovaluta «libra». Nel 2020 un’altra tegola: il Dipartimento di Giustizia Usa accusa Facebook di aver intenzionalmente creato un sistema di assunzioni che impedisce agli americani qualificati di candidarsi a determinate posizioni; a ottobre 2021 il gruppo patteggia per 14,25 milioni di dollari. A settembre del 2021 il caso dell’ex dipendente Frances Haugen, che rivela che il social ha volontariamente chiuso gli occhi sulle conseguenze dannose sulla salute mentale degli utenti. A gennaio 2022, la Cnil francese infligge a Facebook una multa di 60 milioni di euro per non aver permesso agli utenti di rifiutare i cookies (che consentono di indirizzare agli utenti pubblicità personalizzata, molto più remunerativa degli annunci generici). Nel marzo 2022, la Commissione Ue apre un'inchiesta contro Meta (casa madre di Facebook) per violazione della concorrenza sulla pubblicità online. Infine, i Facebook Files, attraverso i quali emerge il volto autoritario di Zuckerberg. Il filo diretto tra la piattaforma e le autorità politiche e mediche americane in pandemia conduce alla censura di qualsiasi contenuto critico della gestione pandemica. Scatta la mannaia dei fact-checkers: «Come distinguete i fatti dalle opinioni?», gli chiede il giornalista Lex Fridman. «Siamo pratici, ci limitiamo a domandarci se quell’informazione causa danni alle persone o no», risponde Zuck. La famosa «violazione degli standard della community»: stabiliti in nome di quale legge?Privacy, profilazione, censura, fact-checking fazioso: addebiti non indifferenti per un giochino nato per mettere in relazione le persone. È vero che i giovani ci si avvicinano di meno, preferendogli TikTok, Instagram e Snapchat, ma oggi (dati 2023) più di tre miliardi di utenti aprono Facebook almeno una volta al mese, il 3% in più rispetto al 2022; la piattaforma di Zuckerberg è diventata una potenza politica mondiale, le sue azioni valgono 475 dollari. Risultati record, dunque, ma la reputazione è compromessa: il quotidiano francese Le Figaro ha commentato il ventesimo anniversario di Facebook lanciando un sondaggio dal titolo «I social network hanno fatto progredire la società?». L’86% ha risposto «no». Come dargli torto?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ventennio-social-2667307775.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutti-condividiamo-un-po-di-meno-ma-a-disconnetterci-non-riusciamo" data-post-id="2667307775" data-published-at="1708245057" data-use-pagination="False"> Tutti «condividiamo» un po’ di meno ma a disconnetterci non riusciamo Bei tempi quando postavamo la torta di compleanno del pargolo con una candelina e il viaggio in Messico di nonna Clotilde sulle orme di Montezuma. Adesso il pargolo si sta laureando in Digital Marketing e la parente ha concluso anche l’ultimo, di viaggio. Vent’anni di vita, 20 anni di Facebook, ma sembrano molti di più. Allora un piatto di risotto al radicchio, un weekend a Foppolo, perfino un’avventura sexy avevano senso non «nel durante fisico e metafisico», ma quando venivano messi online. Delirio collettivo, voglia di libertà, eccesso di stupidità. Gli intellettuali, che detestano i fenomeni pop, catalogarono così quel periodo: «Facebook è un oceano di banalità condiviso da persone con vite così vuote che si sente l’eco». In questo caso l’eco era quella di Umberto Eco. Quando arrivò il social network (2004) immediatamente lo accomunammo all’Ufficio Facce allestito da Diego Abatantuono e Beppe Viola alla pasticceria Gattullo di Milano negli anni Settanta. I clienti entravano e loro lì a catalogarli: «Tu hai la faccia da milanista, siediti qui. Tu hai il naso da interista, vai di là». Al banco servivano il famigerato panino «Triplo Special» che, come diceva Enzo Jannacci, «era davvero unico. Il materiale impiegato per la confezione avrebbe potuto risolvere i più gravi problemi di alcuni Paesi del terzo mondo». Niente di nuovo, facce e cibarie; ha cominciato così anche Mark Zuckerberg. Ed è invecchiato fra una convocazione e l’altra al Congresso degli Stati Uniti a giustificare 20 anni di privacy violata, di bug nel sistema di sicurezza, di condizionamenti politici nel nome del globalismo progressista, di fake news e di censure «per garantire la libertà di pensiero». Strano approccio. Il mito della rete campione di democrazia è durato qualche anno facendo abboccare i più ingenui. Ora quel meraviglioso mondo interconnesso sembra entrato in crisi. I giovani lo snobbano. I millennials fuggono da Facebook dopo averlo bollato con una parola, «boring», che per loro significa molto più di noioso. Si tengono alla larga perché lo ritengono sorpassato, troppo di scrittura (il post del tornitore Brambilla con la pretesa di copiare Alessandro Baricco è patetico). Loro sono «visual», quindi si tuffano su Instagram e su Tik Tok, anche se ammettono che Facebook resta una fabbrica di click. Gli amici si tengono in contatto su Whatsapp, l’onanismo intellettuale si esprime meglio su X. Così, nell’età adulta, la effe è diventata un contenitore di community. Gruppi di quartiere, gruppi per gite in montagna, gruppi di italiani all’estero, gruppi di studenti che cercano un monolocale (o una tenda) a Milano. Una piattaforma di collegamento. Chi pensa che abbia ancora appeal per veicolare opinioni è fuori strada. Al massimo si postano pensierini della sera, articoli di giornalisti in pensione con ricordi stupendi, consigli di pseudo-esperti. Al terzo commento tutti svaccano e si passa direttamente al vaffa. Siamo più nervosi. Il caso di Chiara Ferragni dimostra che anche per gli influencer non è più la stagione del bengodi: Facebook ha inventato i venditori di fuffa, ha dato loro il benessere, poi li ha trasferiti su Instagram (dove le foto vengono meglio) e infine li fa a fette travolgendoli di scandali e di shitstorm, che sarebbero gli insulti nel ventilatore. Secondo l’analisi Radar per Swg, l’uso che facciamo di Facebook (o Meta che dir si voglia) è molto diverso dagli esordi: chi è ancora iscritto naviga meno e lo fa con studiata passività. Siamo diventati voyeur delle vite degli altri ma condividiamo il nostro privato con prudenza. Dopo avere regalato ogni dato sensibile postando le foto delle vacanze, stringendo amicizie di sconosciuti, mettendo in bella mostra i figli, facendo sapere a tutti (anche ai ladri) quando andavamo in ferie, forse abbiamo riscoperto la sobrietà. Però siamo ancora in tanti. Tre miliardi di persone, il 60% di chi naviga in Internet. Facebook rimane il più grande contenitore di pubblicità al mondo dopo Google. Grazie a noi il signor Zuck, solo nel terzo trimestre del 2023, ha incassato 34 miliardi di dollari. Lui è riuscito nel delitto perfetto: trasformare l’infrastruttura digitale da qualcosa che possediamo a qualcosa che ci possiede. Come diceva quel baro: «Se dopo due giri di poker non hai ancora capito chi è il pollo, significa che il pollo sei tu». Oggi per un italiano su tre il bilancio è severo: «Facebook ha portato danni alla società e ci ha reso prede facili di notizie false e dipendenti dalle sue dinamiche». Il social più vecchio ha fomentato opachi movimenti sociali, dal #MeToo e #BlackLivesMatter alle Primavere arabe, alla rivolta di Capitol Hill; ha scatenato il peggio nel lessico polemico con gli haters, ha contribuito a una polarizzazione politica senza precedenti. In Italia gli effetti sociali sul cambiamento dei costumi sono evidenti. Di fatto i social hanno azzoppato l’informazione di carta infischiandosene dei diritti d’autore, hanno messo in crisi la professione del giornalista cancellando l’intermediazione culturale. Lo abbiamo toccato con mano durante il Covid, quando Rocco Casalino organizzava le famose dirette online per il premier Giuseppe Conte bypassando i cronisti. Oggi i politici istruiscono le loro greggi a colpi di post senza il fastidio delle domande scomode. Tutto vero, ma continuiamo a connetterci. Centrosinistra o centrodestra? Come dice Roberto D’Agostino, anche 20 anni dopo «prevale il centrotavola». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ventennio-social-2667307775.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="miliardario-per-caso-zuck-ora-studia-il-jiu-jitsu-e-la-politica" data-post-id="2667307775" data-published-at="1708281056" data-use-pagination="False"> Miliardario per caso «Zuck» ora studia il jiu-jitsu e la politica Un fenomeno nato per caso ma che si è trasformato nel giro di soli vent’anni in una macchina che genera miliardi ma soprattutto in uno degli strumenti di potere più persuasivi al mondo. Facebook nasce come Facemash, in un notte di ottobre del 2003. Mark Zuckerberg, studente di Harvard, è reduce da un appuntamento andato male e forse spinto da un sentimento di rivalsa nei confronti del genere femminile, si siede al computer e partorisce l’idea del secolo: creare un sito dove caricare tutte le foto degli studenti del college e dove si può votare la preferita tra due foto che il sistema seleziona casualmente. Mark è un genietto dell’informatica e riesce ad hackerare i database degli studentati di Harvard e ad estrarre foto e nomi degli studenti. Nel giro di quattro ore Facemash attira 450 visitatori e 22.000 click sulle foto. I server dell’università vanno in crash e i vertici di Harvard intervengono. Il sistema viene bloccato e Zuckerberg è punito con sei mesi di sospensione. Per l’università era una «ragazzata» che doveva finire lì, ma Mark intuisce che ha nelle mani qualcosa di grosso. A gennaio 2004 registra il dominio thefacebook.com, ha inizio la storia del social network più visitato al mondo, che ora conta oltre due miliardi di iscritti. Usualmente Facebook viene associato a Zuckerberg ma la storia dimentica i suoi colleghi universitari che contribuirono a creare il social: Eduardo Saverin, Andrew McCollum, Dustin Moskovitz e Chris Hughes. Una vera squadra, nella quale ognuno ha il suo compito: c’è chi sviluppa l’algoritmo, chi si occupa degli aspetti aziendali e di marketing. A metà del 2004 Zuckerberg e i soci fondatori aprono la società Facebook, Inc. La voce del successo si sparge nel mondo finanziario e cominciano a bussare gli investitori. Nel 2005, Zuckerberg riceve 12,7 milioni dalla società Accel Partners. In molti gli chiedono di vendere, ma Mark rifiuta le offerte di Yahoo! e Mtv Network e si concentra sull’espansione del sito. Così quando Microsoft intuisce che in giro c’è una gallina dalle uova d’oro è già troppo tardi. A ottobre 2007, per rilevare solo l’1,6%, deve tirar fuori 240 milioni di dollari. Poi arriva la grande finanza. Il 3 gennaio 2011 Goldman Sachs chiede di poter entrare nel capitale di Facebook. La banca d’affari è disposta a investire 450 milioni di dollari. Mark capisce che è il momento di fare il grande salto: il 18 maggio 2012 sbarca a Wall Street con una delle Ipo (un’offerta pubblica di vendita) più grandi della storia degli Usa. Nella prima giornata di contrattazioni Facebook vende azioni per 16 miliardi di dollari, facendo salire il suo valore a 104 miliardi di dollari. È il valore più alto mai registrato per una new entry a Wall Street. Non c’è che dire per un ragazzo di appena 27 anni che all’informatica alternava la passione per i poemi epici. Pare che spesso nelle riunioni degli albori di Facebook amasse stupire citando versi dell’Eneide. La passione per le arti marziali e in particolare per il jiu-jitsu brasiliano, invece è più recente, risale alla pandemia. Uno sport nel quale Mark si è gettato a capofitto riuscendo a ottenere una medaglia d’oro e una d’argento durante un torneo ma che ha tenuto gli investitori col fiato sospeso quando ha pubblicato una foto su Facebook in cui era sdraiato su un letto di ospedale, con il volto sorridente ma stanco di chi ha appena subìto un’operazione (il crociato anteriore rotto mentre si allenava). Torniamo alla sua vita. Nel giro di pochi anni Mark si trova catapultato dalla piccola città di Dobbs Ferry, a circa 10 miglia a nord di New York, dove era cresciuto insieme alle tre sorelle, con un padre dentista e una madre psichiatra, nel regno della finanza e un patrimonio di svariati miliardi di dollari. Dal debutto a Wall Street sono traguardi su traguardi. Nel 2010 l’acquisto di Snaptu e Beluga che consentono di ottimizzare Facebook Messenger App, la piattaforma di messaggistica e nello stesso anno arriva il tasto «Mi piace». Sempre nel 2010 il Time inserisce Zuckerberg tra le 100 persone più ricche e influenti del mondo. Anche il cinema si interessa alla sua storia con il film The Social Network. Nel maggio 2013, a 28 anni è il più giovane Ceo della lista Fortune 500 e l’anno dopo la rivista Forbes, lo incorona 5° uomo più ricco del mondo, con un patrimonio stimato di 72,3 miliardi di dollari. Nel 2012 il grande colpo con l’acquisto di Instagram per circa 1 miliardo e di Glancee, la piattaforma che unisce utenti per vicinanza geografica e stessi interessi. Due anni dopo arriva WhatsApp, acquisita per 16 miliardi di dollari. I media si sono sempre interrogati sul Zuck politico. Lui si è sempre trincerato dietro la frase «non sono né di destra né di sinistra» ma dopo l’elezione di Trump si è schierato contro le misure protezionistiche e di restrizione dei flussi migratori tanto che si parlò di una sua discesa in campo. Secondo il Center for responsive politics, Zuckerberg ha speso almeno 600.000 dollari in attività di lobbying nel 2013 per favorire la riforma dell’immigrazione dell’allora governo Obama. Ma risulta che abbia finanziato politici sia democratici che repubblicani a titolo individuale o attraverso Facebook Pac inc. Secondo una stima del portale ThoughtCo, nel 2016 il comitato ha investito 517.000 dollari nella campagna elettorale e il 56% è andato a candidati repubblicani anche se Trump non ha mai nascosto antipatia verso alcune posizioni pro immigrazione del patron di Facebook. Zuck al pari di Warren Buffett e di Bill Gates si è buttato nella corporate philantropy, la filantropia aziendale orientando i fondi verso programmi di educazione digitale dei bambini ma anche per l’immigrazione. Nel 2015 dona 5 milioni di dollari a The Dream, un fondo scolastico per giovani immigrati. Alle scorse elezioni americane del 2020, secondo il New York Post, Zuck ha speso 419 milioni di dollari a favore di organizzazioni che hanno assistito gli uffici elettorali favorendo il voto di Biden in alcuni Stati chiave. Eppure Biden parlando con il New York Times nel 2020 diceva di «non essere mai stato un fan di Facebook e di Zuckerberg». Soldi e potere hanno bisogno gli uni dell’altro, non è una novità. Vedremo cosa farà alle prossime elezioni.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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