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2024-02-19
Ventennio social
Ansa
Bei tempi quando il diciannovenne Mark Zuckerberg, programmatore e studente di psicologia, animava la community dell’università di Harvard inventando dal suo dormitorio il giochino online del «libro dei volti». Lanciato il 4 febbraio 2004 (si festeggiano in questi giorni i suoi primi vent’anni di attività), «Thefacebook» - diventato oggi la più importante piattaforma social del mondo - contava all’epoca una media di poco più di 300 iscritti ed era una sorta di trombinoscopio digitale: consentiva di mantenere i legami con famiglia e parenti e ritrovare vecchie conoscenze. Passano due anni e nel settembre 2006 Facebook, che nel frattempo ha perso il «the», si fa conoscere al grande pubblico: in tutto il mondo, i giovani iniziano febbrilmente a mandarsi inviti e a diventare «amici», che lo siano o meno nella vita reale, per ciabattare sulla «bacheca» virtuale dei loro corrispondenti, indagare sugli stati d’animo e curiosare su foto e liste di amici.
Per tutta la generazione di chi oggi ha fra i 30 e i 40 anni, il numero di amici su Facebook ha messo a dura prova l’ego e rappresentato la misura della propria «popolarità», istituzionalizzata nel 2009 con l’introduzione del «mi piace». È in questo preciso momento che Facebook, nato come diario intimo condiviso, diventa modello di business, usato da privati, aziende e politici per commercializzare prodotti, consenso elettorale e sentimenti. È con l’istituzione del pollice blu del «gradimento», funzione iconica e preziosa informazione fornita spontaneamente dall’utente alla piattaforma, consentendole di intercettare i suoi gusti e tenerlo connesso il più a lungo possibile (e fargli vedere più pubblicità possibili), che Facebook perde la sua anima e diventa l’infernale macchina che, pochi giorni fa, ha trascinato il suo ideatore davanti al Senato Usa per rispondere di «danni inflitti online». Zuckerberg e il ceo di Snapchat, Evan Spiegel, hanno partecipato a un’audizione convocata per indagare sullo sfruttamento sessuale minorile online e si sono trovati di fronte genitori che hanno addebitato le tragiche morti dei propri figli all’uso dei social. Erano presenti anche altri amministratori delegati, tra cui Linda Yaccarino di X (ex Twitter) e Shou Zi Chew di TikTok. La dichiarazione introduttiva di Zuckerberg - «gli studi non mostrano un nesso causale tra l’uso dei social e il disagio mentale dei giovani» - ha irritato gli astanti. «Hai le mani sporche di sangue», gli hanno detto, e alla fine si è scusato: «Mi dispiace per tutto ciò che avete passato». C’è da dire che a qualcuno potrebbe apparire una forzatura scambiare le tragedie con i contenitori che le hanno veicolate, fatto sta che - dal vecchio libro dei volti che riduceva i famosi sei gradi di separazione, a strumento di morte - soltanto il patrimonio su cui siede Zuckerberg, stimato da Forbes in 104,3 miliardi di dollari, può motivare l’impassibilità con la quale l’ex studente di psicologia continua a dissociarsi dalle proprie responsabilità, dando così il colpo di grazia alla sua creatura.
Dopo il debutto pubblico e per tutto il decennio successivo Facebook continua ad evolversi offrendo nuovi tipi di interfaccia grafica, le news e l’implementazione di nuove funzioni come i sei pulsanti di reazione. Il passo verso l’ingresso in Borsa, il 17 maggio del 2012, è breve: la piattaforma lancia quindi Messenger, acquista Instagram e, nel 2014, Whatsapp, poi nel 2015 cominciano gli streaming video.
È nel marzo 2018 che scoppia il primo grande scandalo che colpisce duramente la reputazione della piattaforma. La società Cambridge Analytica, creata dall’ideologo di Donald Trump, Steve Bannon, raccoglie i dati di 87 milioni di utenti, soprattutto americani, per attività di marketing politico. Né più né meno di quanto già fatto nel 2012 da Barak Obama che, grazie a un’applicazione Facebook scaricata da oltre un milione di persone, accede ai loro dati. L’anno dopo la Federal Trade Commission commina una sanzione civile di 5 miliardi di dollari, cui si aggiunge quella di 100 milioni della Sec. A fine 2019 Facebook perde nel dark web i dati di 267 milioni di suoi utenti, lo stesso anno Bloomberg rivela che la piattaforma trascrive le chat Messenger degli utenti, mentre Zuckerberg lancia la sua criptovaluta «libra». Nel 2020 un’altra tegola: il Dipartimento di Giustizia Usa accusa Facebook di aver intenzionalmente creato un sistema di assunzioni che impedisce agli americani qualificati di candidarsi a determinate posizioni; a ottobre 2021 il gruppo patteggia per 14,25 milioni di dollari. A settembre del 2021 il caso dell’ex dipendente Frances Haugen, che rivela che il social ha volontariamente chiuso gli occhi sulle conseguenze dannose sulla salute mentale degli utenti. A gennaio 2022, la Cnil francese infligge a Facebook una multa di 60 milioni di euro per non aver permesso agli utenti di rifiutare i cookies (che consentono di indirizzare agli utenti pubblicità personalizzata, molto più remunerativa degli annunci generici). Nel marzo 2022, la Commissione Ue apre un'inchiesta contro Meta (casa madre di Facebook) per violazione della concorrenza sulla pubblicità online. Infine, i Facebook Files, attraverso i quali emerge il volto autoritario di Zuckerberg. Il filo diretto tra la piattaforma e le autorità politiche e mediche americane in pandemia conduce alla censura di qualsiasi contenuto critico della gestione pandemica. Scatta la mannaia dei fact-checkers: «Come distinguete i fatti dalle opinioni?», gli chiede il giornalista Lex Fridman. «Siamo pratici, ci limitiamo a domandarci se quell’informazione causa danni alle persone o no», risponde Zuck. La famosa «violazione degli standard della community»: stabiliti in nome di quale legge?
Privacy, profilazione, censura, fact-checking fazioso: addebiti non indifferenti per un giochino nato per mettere in relazione le persone. È vero che i giovani ci si avvicinano di meno, preferendogli TikTok, Instagram e Snapchat, ma oggi (dati 2023) più di tre miliardi di utenti aprono Facebook almeno una volta al mese, il 3% in più rispetto al 2022; la piattaforma di Zuckerberg è diventata una potenza politica mondiale, le sue azioni valgono 475 dollari. Risultati record, dunque, ma la reputazione è compromessa: il quotidiano francese Le Figaro ha commentato il ventesimo anniversario di Facebook lanciando un sondaggio dal titolo «I social network hanno fatto progredire la società?». L’86% ha risposto «no». Come dargli torto?
Tutti «condividiamo» un po’ di meno ma a disconnetterci non riusciamo
Bei tempi quando postavamo la torta di compleanno del pargolo con una candelina e il viaggio in Messico di nonna Clotilde sulle orme di Montezuma. Adesso il pargolo si sta laureando in Digital Marketing e la parente ha concluso anche l’ultimo, di viaggio. Vent’anni di vita, 20 anni di Facebook, ma sembrano molti di più. Allora un piatto di risotto al radicchio, un weekend a Foppolo, perfino un’avventura sexy avevano senso non «nel durante fisico e metafisico», ma quando venivano messi online. Delirio collettivo, voglia di libertà, eccesso di stupidità. Gli intellettuali, che detestano i fenomeni pop, catalogarono così quel periodo: «Facebook è un oceano di banalità condiviso da persone con vite così vuote che si sente l’eco». In questo caso l’eco era quella di Umberto Eco.
Quando arrivò il social network (2004) immediatamente lo accomunammo all’Ufficio Facce allestito da Diego Abatantuono e Beppe Viola alla pasticceria Gattullo di Milano negli anni Settanta. I clienti entravano e loro lì a catalogarli: «Tu hai la faccia da milanista, siediti qui. Tu hai il naso da interista, vai di là». Al banco servivano il famigerato panino «Triplo Special» che, come diceva Enzo Jannacci, «era davvero unico. Il materiale impiegato per la confezione avrebbe potuto risolvere i più gravi problemi di alcuni Paesi del terzo mondo». Niente di nuovo, facce e cibarie; ha cominciato così anche Mark Zuckerberg. Ed è invecchiato fra una convocazione e l’altra al Congresso degli Stati Uniti a giustificare 20 anni di privacy violata, di bug nel sistema di sicurezza, di condizionamenti politici nel nome del globalismo progressista, di fake news e di censure «per garantire la libertà di pensiero». Strano approccio. Il mito della rete campione di democrazia è durato qualche anno facendo abboccare i più ingenui. Ora quel meraviglioso mondo interconnesso sembra entrato in crisi.
I giovani lo snobbano. I millennials fuggono da Facebook dopo averlo bollato con una parola, «boring», che per loro significa molto più di noioso. Si tengono alla larga perché lo ritengono sorpassato, troppo di scrittura (il post del tornitore Brambilla con la pretesa di copiare Alessandro Baricco è patetico). Loro sono «visual», quindi si tuffano su Instagram e su Tik Tok, anche se ammettono che Facebook resta una fabbrica di click. Gli amici si tengono in contatto su Whatsapp, l’onanismo intellettuale si esprime meglio su X. Così, nell’età adulta, la effe è diventata un contenitore di community. Gruppi di quartiere, gruppi per gite in montagna, gruppi di italiani all’estero, gruppi di studenti che cercano un monolocale (o una tenda) a Milano. Una piattaforma di collegamento.
Chi pensa che abbia ancora appeal per veicolare opinioni è fuori strada. Al massimo si postano pensierini della sera, articoli di giornalisti in pensione con ricordi stupendi, consigli di pseudo-esperti. Al terzo commento tutti svaccano e si passa direttamente al vaffa. Siamo più nervosi. Il caso di Chiara Ferragni dimostra che anche per gli influencer non è più la stagione del bengodi: Facebook ha inventato i venditori di fuffa, ha dato loro il benessere, poi li ha trasferiti su Instagram (dove le foto vengono meglio) e infine li fa a fette travolgendoli di scandali e di shitstorm, che sarebbero gli insulti nel ventilatore.
Secondo l’analisi Radar per Swg, l’uso che facciamo di Facebook (o Meta che dir si voglia) è molto diverso dagli esordi: chi è ancora iscritto naviga meno e lo fa con studiata passività. Siamo diventati voyeur delle vite degli altri ma condividiamo il nostro privato con prudenza. Dopo avere regalato ogni dato sensibile postando le foto delle vacanze, stringendo amicizie di sconosciuti, mettendo in bella mostra i figli, facendo sapere a tutti (anche ai ladri) quando andavamo in ferie, forse abbiamo riscoperto la sobrietà.
Però siamo ancora in tanti. Tre miliardi di persone, il 60% di chi naviga in Internet. Facebook rimane il più grande contenitore di pubblicità al mondo dopo Google. Grazie a noi il signor Zuck, solo nel terzo trimestre del 2023, ha incassato 34 miliardi di dollari. Lui è riuscito nel delitto perfetto: trasformare l’infrastruttura digitale da qualcosa che possediamo a qualcosa che ci possiede. Come diceva quel baro: «Se dopo due giri di poker non hai ancora capito chi è il pollo, significa che il pollo sei tu». Oggi per un italiano su tre il bilancio è severo: «Facebook ha portato danni alla società e ci ha reso prede facili di notizie false e dipendenti dalle sue dinamiche». Il social più vecchio ha fomentato opachi movimenti sociali, dal #MeToo e #BlackLivesMatter alle Primavere arabe, alla rivolta di Capitol Hill; ha scatenato il peggio nel lessico polemico con gli haters, ha contribuito a una polarizzazione politica senza precedenti.
In Italia gli effetti sociali sul cambiamento dei costumi sono evidenti. Di fatto i social hanno azzoppato l’informazione di carta infischiandosene dei diritti d’autore, hanno messo in crisi la professione del giornalista cancellando l’intermediazione culturale. Lo abbiamo toccato con mano durante il Covid, quando Rocco Casalino organizzava le famose dirette online per il premier Giuseppe Conte bypassando i cronisti. Oggi i politici istruiscono le loro greggi a colpi di post senza il fastidio delle domande scomode. Tutto vero, ma continuiamo a connetterci. Centrosinistra o centrodestra? Come dice Roberto D’Agostino, anche 20 anni dopo «prevale il centrotavola».
Miliardario per caso «Zuck» ora studia il jiu-jitsu e la politica
Un fenomeno nato per caso ma che si è trasformato nel giro di soli vent’anni in una macchina che genera miliardi ma soprattutto in uno degli strumenti di potere più persuasivi al mondo. Facebook nasce come Facemash, in un notte di ottobre del 2003. Mark Zuckerberg, studente di Harvard, è reduce da un appuntamento andato male e forse spinto da un sentimento di rivalsa nei confronti del genere femminile, si siede al computer e partorisce l’idea del secolo: creare un sito dove caricare tutte le foto degli studenti del college e dove si può votare la preferita tra due foto che il sistema seleziona casualmente. Mark è un genietto dell’informatica e riesce ad hackerare i database degli studentati di Harvard e ad estrarre foto e nomi degli studenti. Nel giro di quattro ore Facemash attira 450 visitatori e 22.000 click sulle foto. I server dell’università vanno in crash e i vertici di Harvard intervengono. Il sistema viene bloccato e Zuckerberg è punito con sei mesi di sospensione. Per l’università era una «ragazzata» che doveva finire lì, ma Mark intuisce che ha nelle mani qualcosa di grosso. A gennaio 2004 registra il dominio thefacebook.com, ha inizio la storia del social network più visitato al mondo, che ora conta oltre due miliardi di iscritti.
Usualmente Facebook viene associato a Zuckerberg ma la storia dimentica i suoi colleghi universitari che contribuirono a creare il social: Eduardo Saverin, Andrew McCollum, Dustin Moskovitz e Chris Hughes. Una vera squadra, nella quale ognuno ha il suo compito: c’è chi sviluppa l’algoritmo, chi si occupa degli aspetti aziendali e di marketing. A metà del 2004 Zuckerberg e i soci fondatori aprono la società Facebook, Inc. La voce del successo si sparge nel mondo finanziario e cominciano a bussare gli investitori. Nel 2005, Zuckerberg riceve 12,7 milioni dalla società Accel Partners. In molti gli chiedono di vendere, ma Mark rifiuta le offerte di Yahoo! e Mtv Network e si concentra sull’espansione del sito. Così quando Microsoft intuisce che in giro c’è una gallina dalle uova d’oro è già troppo tardi. A ottobre 2007, per rilevare solo l’1,6%, deve tirar fuori 240 milioni di dollari.
Poi arriva la grande finanza. Il 3 gennaio 2011 Goldman Sachs chiede di poter entrare nel capitale di Facebook. La banca d’affari è disposta a investire 450 milioni di dollari. Mark capisce che è il momento di fare il grande salto: il 18 maggio 2012 sbarca a Wall Street con una delle Ipo (un’offerta pubblica di vendita) più grandi della storia degli Usa. Nella prima giornata di contrattazioni Facebook vende azioni per 16 miliardi di dollari, facendo salire il suo valore a 104 miliardi di dollari. È il valore più alto mai registrato per una new entry a Wall Street. Non c’è che dire per un ragazzo di appena 27 anni che all’informatica alternava la passione per i poemi epici. Pare che spesso nelle riunioni degli albori di Facebook amasse stupire citando versi dell’Eneide.
La passione per le arti marziali e in particolare per il jiu-jitsu brasiliano, invece è più recente, risale alla pandemia. Uno sport nel quale Mark si è gettato a capofitto riuscendo a ottenere una medaglia d’oro e una d’argento durante un torneo ma che ha tenuto gli investitori col fiato sospeso quando ha pubblicato una foto su Facebook in cui era sdraiato su un letto di ospedale, con il volto sorridente ma stanco di chi ha appena subìto un’operazione (il crociato anteriore rotto mentre si allenava).
Torniamo alla sua vita. Nel giro di pochi anni Mark si trova catapultato dalla piccola città di Dobbs Ferry, a circa 10 miglia a nord di New York, dove era cresciuto insieme alle tre sorelle, con un padre dentista e una madre psichiatra, nel regno della finanza e un patrimonio di svariati miliardi di dollari. Dal debutto a Wall Street sono traguardi su traguardi.
Nel 2010 l’acquisto di Snaptu e Beluga che consentono di ottimizzare Facebook Messenger App, la piattaforma di messaggistica e nello stesso anno arriva il tasto «Mi piace». Sempre nel 2010 il Time inserisce Zuckerberg tra le 100 persone più ricche e influenti del mondo. Anche il cinema si interessa alla sua storia con il film The Social Network. Nel maggio 2013, a 28 anni è il più giovane Ceo della lista Fortune 500 e l’anno dopo la rivista Forbes, lo incorona 5° uomo più ricco del mondo, con un patrimonio stimato di 72,3 miliardi di dollari. Nel 2012 il grande colpo con l’acquisto di Instagram per circa 1 miliardo e di Glancee, la piattaforma che unisce utenti per vicinanza geografica e stessi interessi. Due anni dopo arriva WhatsApp, acquisita per 16 miliardi di dollari.
I media si sono sempre interrogati sul Zuck politico. Lui si è sempre trincerato dietro la frase «non sono né di destra né di sinistra» ma dopo l’elezione di Trump si è schierato contro le misure protezionistiche e di restrizione dei flussi migratori tanto che si parlò di una sua discesa in campo. Secondo il Center for responsive politics, Zuckerberg ha speso almeno 600.000 dollari in attività di lobbying nel 2013 per favorire la riforma dell’immigrazione dell’allora governo Obama. Ma risulta che abbia finanziato politici sia democratici che repubblicani a titolo individuale o attraverso Facebook Pac inc. Secondo una stima del portale ThoughtCo, nel 2016 il comitato ha investito 517.000 dollari nella campagna elettorale e il 56% è andato a candidati repubblicani anche se Trump non ha mai nascosto antipatia verso alcune posizioni pro immigrazione del patron di Facebook.
Zuck al pari di Warren Buffett e di Bill Gates si è buttato nella corporate philantropy, la filantropia aziendale orientando i fondi verso programmi di educazione digitale dei bambini ma anche per l’immigrazione. Nel 2015 dona 5 milioni di dollari a The Dream, un fondo scolastico per giovani immigrati.
Alle scorse elezioni americane del 2020, secondo il New York Post, Zuck ha speso 419 milioni di dollari a favore di organizzazioni che hanno assistito gli uffici elettorali favorendo il voto di Biden in alcuni Stati chiave. Eppure Biden parlando con il New York Times nel 2020 diceva di «non essere mai stato un fan di Facebook e di Zuckerberg».
Soldi e potere hanno bisogno gli uni dell’altro, non è una novità. Vedremo cosa farà alle prossime elezioni.
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Nel febbraio 2004 nasceva Facebook. Inizialmente strumento per fare amicizie, oggi è la piattaforma più influente del mondo. E le sue ombre sono aumentate: dalla privacy degli utenti violata alla censura delle opinioni «non corrette»I giovani preferiscono Instagram o TikTok, eppure la «effe» rimane fabbrica di click.La fortuna del fondatore comincia quando da studente hackera i computer di Harvard. La passione per l’Eneide e per i migranti.Lo speciale contiene tre articoliBei tempi quando il diciannovenne Mark Zuckerberg, programmatore e studente di psicologia, animava la community dell’università di Harvard inventando dal suo dormitorio il giochino online del «libro dei volti». Lanciato il 4 febbraio 2004 (si festeggiano in questi giorni i suoi primi vent’anni di attività), «Thefacebook» - diventato oggi la più importante piattaforma social del mondo - contava all’epoca una media di poco più di 300 iscritti ed era una sorta di trombinoscopio digitale: consentiva di mantenere i legami con famiglia e parenti e ritrovare vecchie conoscenze. Passano due anni e nel settembre 2006 Facebook, che nel frattempo ha perso il «the», si fa conoscere al grande pubblico: in tutto il mondo, i giovani iniziano febbrilmente a mandarsi inviti e a diventare «amici», che lo siano o meno nella vita reale, per ciabattare sulla «bacheca» virtuale dei loro corrispondenti, indagare sugli stati d’animo e curiosare su foto e liste di amici. Per tutta la generazione di chi oggi ha fra i 30 e i 40 anni, il numero di amici su Facebook ha messo a dura prova l’ego e rappresentato la misura della propria «popolarità», istituzionalizzata nel 2009 con l’introduzione del «mi piace». È in questo preciso momento che Facebook, nato come diario intimo condiviso, diventa modello di business, usato da privati, aziende e politici per commercializzare prodotti, consenso elettorale e sentimenti. È con l’istituzione del pollice blu del «gradimento», funzione iconica e preziosa informazione fornita spontaneamente dall’utente alla piattaforma, consentendole di intercettare i suoi gusti e tenerlo connesso il più a lungo possibile (e fargli vedere più pubblicità possibili), che Facebook perde la sua anima e diventa l’infernale macchina che, pochi giorni fa, ha trascinato il suo ideatore davanti al Senato Usa per rispondere di «danni inflitti online». Zuckerberg e il ceo di Snapchat, Evan Spiegel, hanno partecipato a un’audizione convocata per indagare sullo sfruttamento sessuale minorile online e si sono trovati di fronte genitori che hanno addebitato le tragiche morti dei propri figli all’uso dei social. Erano presenti anche altri amministratori delegati, tra cui Linda Yaccarino di X (ex Twitter) e Shou Zi Chew di TikTok. La dichiarazione introduttiva di Zuckerberg - «gli studi non mostrano un nesso causale tra l’uso dei social e il disagio mentale dei giovani» - ha irritato gli astanti. «Hai le mani sporche di sangue», gli hanno detto, e alla fine si è scusato: «Mi dispiace per tutto ciò che avete passato». C’è da dire che a qualcuno potrebbe apparire una forzatura scambiare le tragedie con i contenitori che le hanno veicolate, fatto sta che - dal vecchio libro dei volti che riduceva i famosi sei gradi di separazione, a strumento di morte - soltanto il patrimonio su cui siede Zuckerberg, stimato da Forbes in 104,3 miliardi di dollari, può motivare l’impassibilità con la quale l’ex studente di psicologia continua a dissociarsi dalle proprie responsabilità, dando così il colpo di grazia alla sua creatura. Dopo il debutto pubblico e per tutto il decennio successivo Facebook continua ad evolversi offrendo nuovi tipi di interfaccia grafica, le news e l’implementazione di nuove funzioni come i sei pulsanti di reazione. Il passo verso l’ingresso in Borsa, il 17 maggio del 2012, è breve: la piattaforma lancia quindi Messenger, acquista Instagram e, nel 2014, Whatsapp, poi nel 2015 cominciano gli streaming video. È nel marzo 2018 che scoppia il primo grande scandalo che colpisce duramente la reputazione della piattaforma. La società Cambridge Analytica, creata dall’ideologo di Donald Trump, Steve Bannon, raccoglie i dati di 87 milioni di utenti, soprattutto americani, per attività di marketing politico. Né più né meno di quanto già fatto nel 2012 da Barak Obama che, grazie a un’applicazione Facebook scaricata da oltre un milione di persone, accede ai loro dati. L’anno dopo la Federal Trade Commission commina una sanzione civile di 5 miliardi di dollari, cui si aggiunge quella di 100 milioni della Sec. A fine 2019 Facebook perde nel dark web i dati di 267 milioni di suoi utenti, lo stesso anno Bloomberg rivela che la piattaforma trascrive le chat Messenger degli utenti, mentre Zuckerberg lancia la sua criptovaluta «libra». Nel 2020 un’altra tegola: il Dipartimento di Giustizia Usa accusa Facebook di aver intenzionalmente creato un sistema di assunzioni che impedisce agli americani qualificati di candidarsi a determinate posizioni; a ottobre 2021 il gruppo patteggia per 14,25 milioni di dollari. A settembre del 2021 il caso dell’ex dipendente Frances Haugen, che rivela che il social ha volontariamente chiuso gli occhi sulle conseguenze dannose sulla salute mentale degli utenti. A gennaio 2022, la Cnil francese infligge a Facebook una multa di 60 milioni di euro per non aver permesso agli utenti di rifiutare i cookies (che consentono di indirizzare agli utenti pubblicità personalizzata, molto più remunerativa degli annunci generici). Nel marzo 2022, la Commissione Ue apre un'inchiesta contro Meta (casa madre di Facebook) per violazione della concorrenza sulla pubblicità online. Infine, i Facebook Files, attraverso i quali emerge il volto autoritario di Zuckerberg. Il filo diretto tra la piattaforma e le autorità politiche e mediche americane in pandemia conduce alla censura di qualsiasi contenuto critico della gestione pandemica. Scatta la mannaia dei fact-checkers: «Come distinguete i fatti dalle opinioni?», gli chiede il giornalista Lex Fridman. «Siamo pratici, ci limitiamo a domandarci se quell’informazione causa danni alle persone o no», risponde Zuck. La famosa «violazione degli standard della community»: stabiliti in nome di quale legge?Privacy, profilazione, censura, fact-checking fazioso: addebiti non indifferenti per un giochino nato per mettere in relazione le persone. È vero che i giovani ci si avvicinano di meno, preferendogli TikTok, Instagram e Snapchat, ma oggi (dati 2023) più di tre miliardi di utenti aprono Facebook almeno una volta al mese, il 3% in più rispetto al 2022; la piattaforma di Zuckerberg è diventata una potenza politica mondiale, le sue azioni valgono 475 dollari. Risultati record, dunque, ma la reputazione è compromessa: il quotidiano francese Le Figaro ha commentato il ventesimo anniversario di Facebook lanciando un sondaggio dal titolo «I social network hanno fatto progredire la società?». L’86% ha risposto «no». Come dargli torto?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ventennio-social-2667307775.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutti-condividiamo-un-po-di-meno-ma-a-disconnetterci-non-riusciamo" data-post-id="2667307775" data-published-at="1708245057" data-use-pagination="False"> Tutti «condividiamo» un po’ di meno ma a disconnetterci non riusciamo Bei tempi quando postavamo la torta di compleanno del pargolo con una candelina e il viaggio in Messico di nonna Clotilde sulle orme di Montezuma. Adesso il pargolo si sta laureando in Digital Marketing e la parente ha concluso anche l’ultimo, di viaggio. Vent’anni di vita, 20 anni di Facebook, ma sembrano molti di più. Allora un piatto di risotto al radicchio, un weekend a Foppolo, perfino un’avventura sexy avevano senso non «nel durante fisico e metafisico», ma quando venivano messi online. Delirio collettivo, voglia di libertà, eccesso di stupidità. Gli intellettuali, che detestano i fenomeni pop, catalogarono così quel periodo: «Facebook è un oceano di banalità condiviso da persone con vite così vuote che si sente l’eco». In questo caso l’eco era quella di Umberto Eco. Quando arrivò il social network (2004) immediatamente lo accomunammo all’Ufficio Facce allestito da Diego Abatantuono e Beppe Viola alla pasticceria Gattullo di Milano negli anni Settanta. I clienti entravano e loro lì a catalogarli: «Tu hai la faccia da milanista, siediti qui. Tu hai il naso da interista, vai di là». Al banco servivano il famigerato panino «Triplo Special» che, come diceva Enzo Jannacci, «era davvero unico. Il materiale impiegato per la confezione avrebbe potuto risolvere i più gravi problemi di alcuni Paesi del terzo mondo». Niente di nuovo, facce e cibarie; ha cominciato così anche Mark Zuckerberg. Ed è invecchiato fra una convocazione e l’altra al Congresso degli Stati Uniti a giustificare 20 anni di privacy violata, di bug nel sistema di sicurezza, di condizionamenti politici nel nome del globalismo progressista, di fake news e di censure «per garantire la libertà di pensiero». Strano approccio. Il mito della rete campione di democrazia è durato qualche anno facendo abboccare i più ingenui. Ora quel meraviglioso mondo interconnesso sembra entrato in crisi. I giovani lo snobbano. I millennials fuggono da Facebook dopo averlo bollato con una parola, «boring», che per loro significa molto più di noioso. Si tengono alla larga perché lo ritengono sorpassato, troppo di scrittura (il post del tornitore Brambilla con la pretesa di copiare Alessandro Baricco è patetico). Loro sono «visual», quindi si tuffano su Instagram e su Tik Tok, anche se ammettono che Facebook resta una fabbrica di click. Gli amici si tengono in contatto su Whatsapp, l’onanismo intellettuale si esprime meglio su X. Così, nell’età adulta, la effe è diventata un contenitore di community. Gruppi di quartiere, gruppi per gite in montagna, gruppi di italiani all’estero, gruppi di studenti che cercano un monolocale (o una tenda) a Milano. Una piattaforma di collegamento. Chi pensa che abbia ancora appeal per veicolare opinioni è fuori strada. Al massimo si postano pensierini della sera, articoli di giornalisti in pensione con ricordi stupendi, consigli di pseudo-esperti. Al terzo commento tutti svaccano e si passa direttamente al vaffa. Siamo più nervosi. Il caso di Chiara Ferragni dimostra che anche per gli influencer non è più la stagione del bengodi: Facebook ha inventato i venditori di fuffa, ha dato loro il benessere, poi li ha trasferiti su Instagram (dove le foto vengono meglio) e infine li fa a fette travolgendoli di scandali e di shitstorm, che sarebbero gli insulti nel ventilatore. Secondo l’analisi Radar per Swg, l’uso che facciamo di Facebook (o Meta che dir si voglia) è molto diverso dagli esordi: chi è ancora iscritto naviga meno e lo fa con studiata passività. Siamo diventati voyeur delle vite degli altri ma condividiamo il nostro privato con prudenza. Dopo avere regalato ogni dato sensibile postando le foto delle vacanze, stringendo amicizie di sconosciuti, mettendo in bella mostra i figli, facendo sapere a tutti (anche ai ladri) quando andavamo in ferie, forse abbiamo riscoperto la sobrietà. Però siamo ancora in tanti. Tre miliardi di persone, il 60% di chi naviga in Internet. Facebook rimane il più grande contenitore di pubblicità al mondo dopo Google. Grazie a noi il signor Zuck, solo nel terzo trimestre del 2023, ha incassato 34 miliardi di dollari. Lui è riuscito nel delitto perfetto: trasformare l’infrastruttura digitale da qualcosa che possediamo a qualcosa che ci possiede. Come diceva quel baro: «Se dopo due giri di poker non hai ancora capito chi è il pollo, significa che il pollo sei tu». Oggi per un italiano su tre il bilancio è severo: «Facebook ha portato danni alla società e ci ha reso prede facili di notizie false e dipendenti dalle sue dinamiche». Il social più vecchio ha fomentato opachi movimenti sociali, dal #MeToo e #BlackLivesMatter alle Primavere arabe, alla rivolta di Capitol Hill; ha scatenato il peggio nel lessico polemico con gli haters, ha contribuito a una polarizzazione politica senza precedenti. In Italia gli effetti sociali sul cambiamento dei costumi sono evidenti. Di fatto i social hanno azzoppato l’informazione di carta infischiandosene dei diritti d’autore, hanno messo in crisi la professione del giornalista cancellando l’intermediazione culturale. Lo abbiamo toccato con mano durante il Covid, quando Rocco Casalino organizzava le famose dirette online per il premier Giuseppe Conte bypassando i cronisti. Oggi i politici istruiscono le loro greggi a colpi di post senza il fastidio delle domande scomode. Tutto vero, ma continuiamo a connetterci. Centrosinistra o centrodestra? Come dice Roberto D’Agostino, anche 20 anni dopo «prevale il centrotavola». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ventennio-social-2667307775.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="miliardario-per-caso-zuck-ora-studia-il-jiu-jitsu-e-la-politica" data-post-id="2667307775" data-published-at="1708281056" data-use-pagination="False"> Miliardario per caso «Zuck» ora studia il jiu-jitsu e la politica Un fenomeno nato per caso ma che si è trasformato nel giro di soli vent’anni in una macchina che genera miliardi ma soprattutto in uno degli strumenti di potere più persuasivi al mondo. Facebook nasce come Facemash, in un notte di ottobre del 2003. Mark Zuckerberg, studente di Harvard, è reduce da un appuntamento andato male e forse spinto da un sentimento di rivalsa nei confronti del genere femminile, si siede al computer e partorisce l’idea del secolo: creare un sito dove caricare tutte le foto degli studenti del college e dove si può votare la preferita tra due foto che il sistema seleziona casualmente. Mark è un genietto dell’informatica e riesce ad hackerare i database degli studentati di Harvard e ad estrarre foto e nomi degli studenti. Nel giro di quattro ore Facemash attira 450 visitatori e 22.000 click sulle foto. I server dell’università vanno in crash e i vertici di Harvard intervengono. Il sistema viene bloccato e Zuckerberg è punito con sei mesi di sospensione. Per l’università era una «ragazzata» che doveva finire lì, ma Mark intuisce che ha nelle mani qualcosa di grosso. A gennaio 2004 registra il dominio thefacebook.com, ha inizio la storia del social network più visitato al mondo, che ora conta oltre due miliardi di iscritti. Usualmente Facebook viene associato a Zuckerberg ma la storia dimentica i suoi colleghi universitari che contribuirono a creare il social: Eduardo Saverin, Andrew McCollum, Dustin Moskovitz e Chris Hughes. Una vera squadra, nella quale ognuno ha il suo compito: c’è chi sviluppa l’algoritmo, chi si occupa degli aspetti aziendali e di marketing. A metà del 2004 Zuckerberg e i soci fondatori aprono la società Facebook, Inc. La voce del successo si sparge nel mondo finanziario e cominciano a bussare gli investitori. Nel 2005, Zuckerberg riceve 12,7 milioni dalla società Accel Partners. In molti gli chiedono di vendere, ma Mark rifiuta le offerte di Yahoo! e Mtv Network e si concentra sull’espansione del sito. Così quando Microsoft intuisce che in giro c’è una gallina dalle uova d’oro è già troppo tardi. A ottobre 2007, per rilevare solo l’1,6%, deve tirar fuori 240 milioni di dollari. Poi arriva la grande finanza. Il 3 gennaio 2011 Goldman Sachs chiede di poter entrare nel capitale di Facebook. La banca d’affari è disposta a investire 450 milioni di dollari. Mark capisce che è il momento di fare il grande salto: il 18 maggio 2012 sbarca a Wall Street con una delle Ipo (un’offerta pubblica di vendita) più grandi della storia degli Usa. Nella prima giornata di contrattazioni Facebook vende azioni per 16 miliardi di dollari, facendo salire il suo valore a 104 miliardi di dollari. È il valore più alto mai registrato per una new entry a Wall Street. Non c’è che dire per un ragazzo di appena 27 anni che all’informatica alternava la passione per i poemi epici. Pare che spesso nelle riunioni degli albori di Facebook amasse stupire citando versi dell’Eneide. La passione per le arti marziali e in particolare per il jiu-jitsu brasiliano, invece è più recente, risale alla pandemia. Uno sport nel quale Mark si è gettato a capofitto riuscendo a ottenere una medaglia d’oro e una d’argento durante un torneo ma che ha tenuto gli investitori col fiato sospeso quando ha pubblicato una foto su Facebook in cui era sdraiato su un letto di ospedale, con il volto sorridente ma stanco di chi ha appena subìto un’operazione (il crociato anteriore rotto mentre si allenava). Torniamo alla sua vita. Nel giro di pochi anni Mark si trova catapultato dalla piccola città di Dobbs Ferry, a circa 10 miglia a nord di New York, dove era cresciuto insieme alle tre sorelle, con un padre dentista e una madre psichiatra, nel regno della finanza e un patrimonio di svariati miliardi di dollari. Dal debutto a Wall Street sono traguardi su traguardi. Nel 2010 l’acquisto di Snaptu e Beluga che consentono di ottimizzare Facebook Messenger App, la piattaforma di messaggistica e nello stesso anno arriva il tasto «Mi piace». Sempre nel 2010 il Time inserisce Zuckerberg tra le 100 persone più ricche e influenti del mondo. Anche il cinema si interessa alla sua storia con il film The Social Network. Nel maggio 2013, a 28 anni è il più giovane Ceo della lista Fortune 500 e l’anno dopo la rivista Forbes, lo incorona 5° uomo più ricco del mondo, con un patrimonio stimato di 72,3 miliardi di dollari. Nel 2012 il grande colpo con l’acquisto di Instagram per circa 1 miliardo e di Glancee, la piattaforma che unisce utenti per vicinanza geografica e stessi interessi. Due anni dopo arriva WhatsApp, acquisita per 16 miliardi di dollari. I media si sono sempre interrogati sul Zuck politico. Lui si è sempre trincerato dietro la frase «non sono né di destra né di sinistra» ma dopo l’elezione di Trump si è schierato contro le misure protezionistiche e di restrizione dei flussi migratori tanto che si parlò di una sua discesa in campo. Secondo il Center for responsive politics, Zuckerberg ha speso almeno 600.000 dollari in attività di lobbying nel 2013 per favorire la riforma dell’immigrazione dell’allora governo Obama. Ma risulta che abbia finanziato politici sia democratici che repubblicani a titolo individuale o attraverso Facebook Pac inc. Secondo una stima del portale ThoughtCo, nel 2016 il comitato ha investito 517.000 dollari nella campagna elettorale e il 56% è andato a candidati repubblicani anche se Trump non ha mai nascosto antipatia verso alcune posizioni pro immigrazione del patron di Facebook. Zuck al pari di Warren Buffett e di Bill Gates si è buttato nella corporate philantropy, la filantropia aziendale orientando i fondi verso programmi di educazione digitale dei bambini ma anche per l’immigrazione. Nel 2015 dona 5 milioni di dollari a The Dream, un fondo scolastico per giovani immigrati. Alle scorse elezioni americane del 2020, secondo il New York Post, Zuck ha speso 419 milioni di dollari a favore di organizzazioni che hanno assistito gli uffici elettorali favorendo il voto di Biden in alcuni Stati chiave. Eppure Biden parlando con il New York Times nel 2020 diceva di «non essere mai stato un fan di Facebook e di Zuckerberg». Soldi e potere hanno bisogno gli uni dell’altro, non è una novità. Vedremo cosa farà alle prossime elezioni.
Ansa
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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Andrea Martella, candidato sindaco del Pd per le elezioni comunali di Venezia (Ansa)
Se il risultato di Salerno, con Vincenzo De Luca in campo, era scontato e quello di Prato anche, riconquistare Venezia dopo i due mandati di Luigi Brugnaro era un passaggio vitale. Per questo il Pd aveva schierato un esponente di primo piano del partito, ovvero Andrea Martella, nato e cresciuto nel Pci, con oltre 25 anni di esperienza in parlamento e un passato perfino da sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Conte bis. E per questo aveva giocato perfino la carta del voto musulmano. Tuttavia, spendere il nome di un pezzo da novanta del partito non è bastato, perché a sbarrargli la strada ci ha pensato un illustre sconosciuto, quasi un ragazzo, con un passato da scout e una storia politica tutta consumata in laguna. Simone Venturini, curriculum da moderato, assessore di Brugnaro per ben due mandati, con delega alla coesione sociale, alla casa e al turismo. Bisogna essere sinceri: i sondaggi non lo davano in vantaggio, ma le urne hanno ribaltato le previsioni. La sua lista ha fatto il pieno di consensi, arrivando da sola allo stesso livello raggiunto da Martella, ma con dietro tutto il campo largo, vale dire Pd, 5 stelle, Avs e compagnia bella.
Venturini ha vinto al primo turno e la sinistra ha perso alla sua prima prova vera, quella di Venezia. In laguna tutto sembrava remare contro un successo del centrodestra. Prima una serie di inchieste contro il sindaco uscente, accusato per la vendita di un terreno di sua proprietà e per la gestione dei fondi della precedente campagna elettorale. Poi le polemiche per la nomina di Beatrice Venezi come direttore della Fenice, con successiva rimozione dall’incarico. Infine, lo scontro sulla partecipazione della delegazione russa alla Biennale, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli contro il presidente dell’istituzione artistica Pietrangelo Buttafuoco, entrambi esponenti di un’area vicina a Fratelli d’Italia. Divisioni e passi falsi che sembravano non predire un successo per il centrodestra, anche in considerazione del disimpegno dell’ex governatore Luca Zaia, a lungo ritenuto il migliore candidato per sostituire Brugnaro.
Ma lo sconosciuto Venturini ha scompaginato i giochi, sorprendendo perfino la stessa Giorgia Meloni, che ha definito mondiale la vittoria al primo turno.
A un risultato che fa esultare una parte, corrisponde però la delusione dell’altra, che non può certo consolarsi con De Luca e Biffoni, due dei cinque sindaci passati al primo turno. Infatti, il successo di Salerno con Vincenzo De Luca non è attribuibile a Elly Schlein e ai 5 stelle. L’ex governatore si è candidato contro il parere della segretaria del Partito democratico, che non gli ha concesso neppure il simbolo nella speranza di liberarsi dell’ex governatore una volta per tutte. Nemmeno Matteo Biffoni è un uomo che faccia la gioia della segretaria.
Al Nazareno fino all’ultimo hanno avversato la candidatura del consigliere regionale e Marco Furfaro, plenipotenziario di Elly in Toscana, ha provato a farla saltare, arrendendosi all’ultimo di fronte al pericolo di una sconfitta. Per non parlare poi di Mirello Crisafulli a Enna, altro cacicco che la segretaria avrebbe volentieri lasciato a casa. Dunque, il bilancio di questa prima tornata di amministrative si chiude per il Pd con la riconquista di Pistoia e la perdita di Reggio Calabria, con tre vincitori poco amati dai vertici del partito, e Venezia di nuovo saldamente in mano al centrodestra. Insomma, in laguna sono annegati i sogni della remuntada. E probabilmente è morta anche l’idea di un partito islamico da affiancare a quello democratico. Aver arruolato candidati musulmani infatti non ha portato bene a Elly Schlein. Evidentemente non si possono sostituire gli elettori italiani con quelli d’importazione.
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Papa Leone XIV (Ansa)
Il testo - 255 paragrafi per circa 250.000 caratteri nella traduzione italiana, dunque medio-lungo - parte con un bivio apocalittico sull’Intelligenza artificiale. Una strada è quella della Torre biblica, il cui tentativo non è né malvagio né impossibile («toccare il cielo», «farsi un nome») ma tragico perché convinto della propria autosufficienza, in forza della quale la dignità delle persone è subordinata all’efficienza unificante della tecnica. È l’Intelligenza artificiale nella sua deriva possibile. A questo scenario Leone contrappone il contributo di Neemia, che contempla la devastazione di Gerusalemme dopo l’esilio babilonese. Egli non si affretta: digiuna, prega, parla col re, e solo dopo «convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire». Nessuna ripulsa dell’innovazione né fughe nel passato, ma senso del limite che funga da antidoto al pericolo ideologico del progresso senza limiti come «autoaffermazione illimitata».
I primi due capitoli sono un’apparente parentesi con una funzione essenziale: nel fornire un compendio del fondamento e della storia della Dottrina sociale, ne ribadiscono i riferimenti, l’attualità e la pertinenza, arrivando a calarle nei problemi dello scenario attuale: bene comune, sussidiarietà, proprietà privata come diritto fondativo ma subordinato alla «destinazione universale dei beni» vanno calati nel contesto del dominio degli algoritmi.
Nel terzo capitolo si entra nel vivo, ripartendo dal bivio Babele/Gerusalemme. Con Romano Guardini, Prevost inquadra il dramma moderno di uomo «non educato al retto uso della potenza»: il progresso - mai neutro - «chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue». E nell’IA si incontra un primo problema: la «scatola nera» di questa tecnologia è in parte inaccessibile. Le IA - scrive il Papa - «non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non hanno una coscienza morale, non capiscono ciò che producono»: compiono un «adattamento statistico che può essere molto efficace ma non implica una crescita».
Nel testo non c’è mai una cesura netta tra la dimensione teologica e quella politica: anzi, lo sguardo fisso alle cose ultime arriva a una notevole capillarità pratica. Leone XIV indica tre aspetti decisivi da tenere presenti nell’uso personale degli strumenti di IA: «La facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana». Così come il testo è esigente in termini legislativi e politici: i paragrafi dal 102 al 111 illuminano il rischio che «lavoro, credito, accesso ai servizi, reputazione» vengano affidati a sistemi automatizzati occultando la responsabilità delle scelte. In Prevost lumeggia una lettura heideggeriana dei «dispositivi», capaci di far scomparire dall’orizzonte i «gesti politici». L’IA non è «moralmente neutra»: tema che non si risolve solo con la regolamentazione ma anzitutto con un’operazione da katechon: «rallentare». «Serve una politica più presente», spiega il Papa, contro la presunta deriva accelerazionista che giustifica e rende apparentemente inevitabile «la nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli». Da qui il «disarmo» dell’IA che si prenderà i titoli: non solo de-bellicizzare gli applicativi quanto «rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare». Fa impressione che la principale voce laica sull’Intelligenza artificiale arrivi da un’autorità religiosa, ma è così: Leone «smonta» il racconto di uno sviluppo univocamente positivo e chiede arene pubbliche in cui l’IA sia «sottratta ai monopoli, discutibile, contestabile, abitabile, restituita alla pluralità delle culture umane».
La formulazione più riuscita è forse nell’affronto di transumano e postumano, dove affiora deciso l’agostinismo del Pontefice: «L’umano non fiorisce malgrado il limite ma spesso attraverso il limite». A una tecnologia che ne promette il superamento, Prevost propone l’«autentico “più che umano”: la grazia di Dio ricevuta in Cristo». Prima delle promesse della tecnica, la Chiesa rivendica di essere generata dalla più radicale ipotesi di compimento dell’uomo oltre sé stesso. Qui l’agostiniano cede per un istante al tomista: la trasformazione che nasce dal dono di Dio «supera la capacità della natura» (secondo le parole dell’Aquinate). «Questa trasformazione è opera dello Spirito Santo» e «chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona». Poi torna il Santo d’Ippona, a scandire l’eterno gioco tra le due Città, quella di Dio e quella dell’uomo: «Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi».
Il quarto capitolo è una critica implicita all’orizzonte liberale della modernità, in cui il pragmatismo dell’efficacia spegne la tensione verso la verità, e l’uomo si concepisce «solo autore di sé stesso» (Ratzinger). L’IA accade in questo orizzonte, cui occorre reagire sul fronte comportamentale, educativo, sociale, scolastico, pedagogico ma soprattutto lavorativo. L’eco con la Rerum novarum è esplicita, fino al rigetto della «mano invisibile» e alla richiesta, molto politica, di «trasparenza e responsabilità», perché «la persona non sia ridotta a profilo», la famiglia e l’impresa siano tutelate nell’opporsi al «controllo sociale» della profilazione predittiva. Ed ecco l’altro affondo heideggeriano: l’uomo come «oggetto manipolabile, risorsa da ottimizzare», poiché «ciò che conta è l’efficienza e non il rispetto della libertà e della dignità umana». C’è spazio per la richiesta di perdono a nome della Chiesa per non aver denunciato prima la piaga della schiavitù, poi Prevost attacca chi «possiede i dati sanitari di intere popolazioni e può modellare bisogni e mercati, decidendo a chi destinare farmaci, investimenti, protezioni».
Più alto e spirituale l’ultimo capitolo: Babele e Neemia si spostano sul piano teologico, lasciando il posto alla «cultura della potenza» e a quella dell’amore. Il Papa ribadisce - a JD Vance saranno fischiate le orecchie - il «superamento della dottrina della guerra giusta, ferma restando la legittima difesa». A maggior ragione con le armi legate all’IA, e in una scena «resa ancora più instabile da gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali», ribadisce che «il giudizio morale non è riducibile a un calcolo», e che «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile», dissolvendo «nella macchina» responsabilità e colpe. Leone sfiora la categoria del «falso realismo politico», sintesi tra «nichilismo e pragmatismo», contrappondendogli un «sano realismo» che contrasti quell’«idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, finisce per abitare una realtà costruita a misura della proprie convinzioni». Per spiegare come il destino dell’uomo e del mondo sia aperto alla conversione, il Papa sceglie Gandalf, di cui riporta questa citazione tratta dal terzo volume del capolavoro di J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».
La conclusione è l’inno del Magnificat che rimette al centro del villaggio l’Incarnazione, via autentica alle pulsioni distorte del trans e postumano. La Madonna, conscia di avere in grembo il Redentore, esulta: «Nulla», nota Prevost, «è cambiato attorno a lei, eppure tutto è cambiato dentro di lei». Questo è lo sguardo che il Papa chiede al mondo nel tempo dell’IA.
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