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2024-02-19
Ventennio social
Ansa
Bei tempi quando il diciannovenne Mark Zuckerberg, programmatore e studente di psicologia, animava la community dell’università di Harvard inventando dal suo dormitorio il giochino online del «libro dei volti». Lanciato il 4 febbraio 2004 (si festeggiano in questi giorni i suoi primi vent’anni di attività), «Thefacebook» - diventato oggi la più importante piattaforma social del mondo - contava all’epoca una media di poco più di 300 iscritti ed era una sorta di trombinoscopio digitale: consentiva di mantenere i legami con famiglia e parenti e ritrovare vecchie conoscenze. Passano due anni e nel settembre 2006 Facebook, che nel frattempo ha perso il «the», si fa conoscere al grande pubblico: in tutto il mondo, i giovani iniziano febbrilmente a mandarsi inviti e a diventare «amici», che lo siano o meno nella vita reale, per ciabattare sulla «bacheca» virtuale dei loro corrispondenti, indagare sugli stati d’animo e curiosare su foto e liste di amici.
Per tutta la generazione di chi oggi ha fra i 30 e i 40 anni, il numero di amici su Facebook ha messo a dura prova l’ego e rappresentato la misura della propria «popolarità», istituzionalizzata nel 2009 con l’introduzione del «mi piace». È in questo preciso momento che Facebook, nato come diario intimo condiviso, diventa modello di business, usato da privati, aziende e politici per commercializzare prodotti, consenso elettorale e sentimenti. È con l’istituzione del pollice blu del «gradimento», funzione iconica e preziosa informazione fornita spontaneamente dall’utente alla piattaforma, consentendole di intercettare i suoi gusti e tenerlo connesso il più a lungo possibile (e fargli vedere più pubblicità possibili), che Facebook perde la sua anima e diventa l’infernale macchina che, pochi giorni fa, ha trascinato il suo ideatore davanti al Senato Usa per rispondere di «danni inflitti online». Zuckerberg e il ceo di Snapchat, Evan Spiegel, hanno partecipato a un’audizione convocata per indagare sullo sfruttamento sessuale minorile online e si sono trovati di fronte genitori che hanno addebitato le tragiche morti dei propri figli all’uso dei social. Erano presenti anche altri amministratori delegati, tra cui Linda Yaccarino di X (ex Twitter) e Shou Zi Chew di TikTok. La dichiarazione introduttiva di Zuckerberg - «gli studi non mostrano un nesso causale tra l’uso dei social e il disagio mentale dei giovani» - ha irritato gli astanti. «Hai le mani sporche di sangue», gli hanno detto, e alla fine si è scusato: «Mi dispiace per tutto ciò che avete passato». C’è da dire che a qualcuno potrebbe apparire una forzatura scambiare le tragedie con i contenitori che le hanno veicolate, fatto sta che - dal vecchio libro dei volti che riduceva i famosi sei gradi di separazione, a strumento di morte - soltanto il patrimonio su cui siede Zuckerberg, stimato da Forbes in 104,3 miliardi di dollari, può motivare l’impassibilità con la quale l’ex studente di psicologia continua a dissociarsi dalle proprie responsabilità, dando così il colpo di grazia alla sua creatura.
Dopo il debutto pubblico e per tutto il decennio successivo Facebook continua ad evolversi offrendo nuovi tipi di interfaccia grafica, le news e l’implementazione di nuove funzioni come i sei pulsanti di reazione. Il passo verso l’ingresso in Borsa, il 17 maggio del 2012, è breve: la piattaforma lancia quindi Messenger, acquista Instagram e, nel 2014, Whatsapp, poi nel 2015 cominciano gli streaming video.
È nel marzo 2018 che scoppia il primo grande scandalo che colpisce duramente la reputazione della piattaforma. La società Cambridge Analytica, creata dall’ideologo di Donald Trump, Steve Bannon, raccoglie i dati di 87 milioni di utenti, soprattutto americani, per attività di marketing politico. Né più né meno di quanto già fatto nel 2012 da Barak Obama che, grazie a un’applicazione Facebook scaricata da oltre un milione di persone, accede ai loro dati. L’anno dopo la Federal Trade Commission commina una sanzione civile di 5 miliardi di dollari, cui si aggiunge quella di 100 milioni della Sec. A fine 2019 Facebook perde nel dark web i dati di 267 milioni di suoi utenti, lo stesso anno Bloomberg rivela che la piattaforma trascrive le chat Messenger degli utenti, mentre Zuckerberg lancia la sua criptovaluta «libra». Nel 2020 un’altra tegola: il Dipartimento di Giustizia Usa accusa Facebook di aver intenzionalmente creato un sistema di assunzioni che impedisce agli americani qualificati di candidarsi a determinate posizioni; a ottobre 2021 il gruppo patteggia per 14,25 milioni di dollari. A settembre del 2021 il caso dell’ex dipendente Frances Haugen, che rivela che il social ha volontariamente chiuso gli occhi sulle conseguenze dannose sulla salute mentale degli utenti. A gennaio 2022, la Cnil francese infligge a Facebook una multa di 60 milioni di euro per non aver permesso agli utenti di rifiutare i cookies (che consentono di indirizzare agli utenti pubblicità personalizzata, molto più remunerativa degli annunci generici). Nel marzo 2022, la Commissione Ue apre un'inchiesta contro Meta (casa madre di Facebook) per violazione della concorrenza sulla pubblicità online. Infine, i Facebook Files, attraverso i quali emerge il volto autoritario di Zuckerberg. Il filo diretto tra la piattaforma e le autorità politiche e mediche americane in pandemia conduce alla censura di qualsiasi contenuto critico della gestione pandemica. Scatta la mannaia dei fact-checkers: «Come distinguete i fatti dalle opinioni?», gli chiede il giornalista Lex Fridman. «Siamo pratici, ci limitiamo a domandarci se quell’informazione causa danni alle persone o no», risponde Zuck. La famosa «violazione degli standard della community»: stabiliti in nome di quale legge?
Privacy, profilazione, censura, fact-checking fazioso: addebiti non indifferenti per un giochino nato per mettere in relazione le persone. È vero che i giovani ci si avvicinano di meno, preferendogli TikTok, Instagram e Snapchat, ma oggi (dati 2023) più di tre miliardi di utenti aprono Facebook almeno una volta al mese, il 3% in più rispetto al 2022; la piattaforma di Zuckerberg è diventata una potenza politica mondiale, le sue azioni valgono 475 dollari. Risultati record, dunque, ma la reputazione è compromessa: il quotidiano francese Le Figaro ha commentato il ventesimo anniversario di Facebook lanciando un sondaggio dal titolo «I social network hanno fatto progredire la società?». L’86% ha risposto «no». Come dargli torto?
Tutti «condividiamo» un po’ di meno ma a disconnetterci non riusciamo
Bei tempi quando postavamo la torta di compleanno del pargolo con una candelina e il viaggio in Messico di nonna Clotilde sulle orme di Montezuma. Adesso il pargolo si sta laureando in Digital Marketing e la parente ha concluso anche l’ultimo, di viaggio. Vent’anni di vita, 20 anni di Facebook, ma sembrano molti di più. Allora un piatto di risotto al radicchio, un weekend a Foppolo, perfino un’avventura sexy avevano senso non «nel durante fisico e metafisico», ma quando venivano messi online. Delirio collettivo, voglia di libertà, eccesso di stupidità. Gli intellettuali, che detestano i fenomeni pop, catalogarono così quel periodo: «Facebook è un oceano di banalità condiviso da persone con vite così vuote che si sente l’eco». In questo caso l’eco era quella di Umberto Eco.
Quando arrivò il social network (2004) immediatamente lo accomunammo all’Ufficio Facce allestito da Diego Abatantuono e Beppe Viola alla pasticceria Gattullo di Milano negli anni Settanta. I clienti entravano e loro lì a catalogarli: «Tu hai la faccia da milanista, siediti qui. Tu hai il naso da interista, vai di là». Al banco servivano il famigerato panino «Triplo Special» che, come diceva Enzo Jannacci, «era davvero unico. Il materiale impiegato per la confezione avrebbe potuto risolvere i più gravi problemi di alcuni Paesi del terzo mondo». Niente di nuovo, facce e cibarie; ha cominciato così anche Mark Zuckerberg. Ed è invecchiato fra una convocazione e l’altra al Congresso degli Stati Uniti a giustificare 20 anni di privacy violata, di bug nel sistema di sicurezza, di condizionamenti politici nel nome del globalismo progressista, di fake news e di censure «per garantire la libertà di pensiero». Strano approccio. Il mito della rete campione di democrazia è durato qualche anno facendo abboccare i più ingenui. Ora quel meraviglioso mondo interconnesso sembra entrato in crisi.
I giovani lo snobbano. I millennials fuggono da Facebook dopo averlo bollato con una parola, «boring», che per loro significa molto più di noioso. Si tengono alla larga perché lo ritengono sorpassato, troppo di scrittura (il post del tornitore Brambilla con la pretesa di copiare Alessandro Baricco è patetico). Loro sono «visual», quindi si tuffano su Instagram e su Tik Tok, anche se ammettono che Facebook resta una fabbrica di click. Gli amici si tengono in contatto su Whatsapp, l’onanismo intellettuale si esprime meglio su X. Così, nell’età adulta, la effe è diventata un contenitore di community. Gruppi di quartiere, gruppi per gite in montagna, gruppi di italiani all’estero, gruppi di studenti che cercano un monolocale (o una tenda) a Milano. Una piattaforma di collegamento.
Chi pensa che abbia ancora appeal per veicolare opinioni è fuori strada. Al massimo si postano pensierini della sera, articoli di giornalisti in pensione con ricordi stupendi, consigli di pseudo-esperti. Al terzo commento tutti svaccano e si passa direttamente al vaffa. Siamo più nervosi. Il caso di Chiara Ferragni dimostra che anche per gli influencer non è più la stagione del bengodi: Facebook ha inventato i venditori di fuffa, ha dato loro il benessere, poi li ha trasferiti su Instagram (dove le foto vengono meglio) e infine li fa a fette travolgendoli di scandali e di shitstorm, che sarebbero gli insulti nel ventilatore.
Secondo l’analisi Radar per Swg, l’uso che facciamo di Facebook (o Meta che dir si voglia) è molto diverso dagli esordi: chi è ancora iscritto naviga meno e lo fa con studiata passività. Siamo diventati voyeur delle vite degli altri ma condividiamo il nostro privato con prudenza. Dopo avere regalato ogni dato sensibile postando le foto delle vacanze, stringendo amicizie di sconosciuti, mettendo in bella mostra i figli, facendo sapere a tutti (anche ai ladri) quando andavamo in ferie, forse abbiamo riscoperto la sobrietà.
Però siamo ancora in tanti. Tre miliardi di persone, il 60% di chi naviga in Internet. Facebook rimane il più grande contenitore di pubblicità al mondo dopo Google. Grazie a noi il signor Zuck, solo nel terzo trimestre del 2023, ha incassato 34 miliardi di dollari. Lui è riuscito nel delitto perfetto: trasformare l’infrastruttura digitale da qualcosa che possediamo a qualcosa che ci possiede. Come diceva quel baro: «Se dopo due giri di poker non hai ancora capito chi è il pollo, significa che il pollo sei tu». Oggi per un italiano su tre il bilancio è severo: «Facebook ha portato danni alla società e ci ha reso prede facili di notizie false e dipendenti dalle sue dinamiche». Il social più vecchio ha fomentato opachi movimenti sociali, dal #MeToo e #BlackLivesMatter alle Primavere arabe, alla rivolta di Capitol Hill; ha scatenato il peggio nel lessico polemico con gli haters, ha contribuito a una polarizzazione politica senza precedenti.
In Italia gli effetti sociali sul cambiamento dei costumi sono evidenti. Di fatto i social hanno azzoppato l’informazione di carta infischiandosene dei diritti d’autore, hanno messo in crisi la professione del giornalista cancellando l’intermediazione culturale. Lo abbiamo toccato con mano durante il Covid, quando Rocco Casalino organizzava le famose dirette online per il premier Giuseppe Conte bypassando i cronisti. Oggi i politici istruiscono le loro greggi a colpi di post senza il fastidio delle domande scomode. Tutto vero, ma continuiamo a connetterci. Centrosinistra o centrodestra? Come dice Roberto D’Agostino, anche 20 anni dopo «prevale il centrotavola».
Miliardario per caso «Zuck» ora studia il jiu-jitsu e la politica
Un fenomeno nato per caso ma che si è trasformato nel giro di soli vent’anni in una macchina che genera miliardi ma soprattutto in uno degli strumenti di potere più persuasivi al mondo. Facebook nasce come Facemash, in un notte di ottobre del 2003. Mark Zuckerberg, studente di Harvard, è reduce da un appuntamento andato male e forse spinto da un sentimento di rivalsa nei confronti del genere femminile, si siede al computer e partorisce l’idea del secolo: creare un sito dove caricare tutte le foto degli studenti del college e dove si può votare la preferita tra due foto che il sistema seleziona casualmente. Mark è un genietto dell’informatica e riesce ad hackerare i database degli studentati di Harvard e ad estrarre foto e nomi degli studenti. Nel giro di quattro ore Facemash attira 450 visitatori e 22.000 click sulle foto. I server dell’università vanno in crash e i vertici di Harvard intervengono. Il sistema viene bloccato e Zuckerberg è punito con sei mesi di sospensione. Per l’università era una «ragazzata» che doveva finire lì, ma Mark intuisce che ha nelle mani qualcosa di grosso. A gennaio 2004 registra il dominio thefacebook.com, ha inizio la storia del social network più visitato al mondo, che ora conta oltre due miliardi di iscritti.
Usualmente Facebook viene associato a Zuckerberg ma la storia dimentica i suoi colleghi universitari che contribuirono a creare il social: Eduardo Saverin, Andrew McCollum, Dustin Moskovitz e Chris Hughes. Una vera squadra, nella quale ognuno ha il suo compito: c’è chi sviluppa l’algoritmo, chi si occupa degli aspetti aziendali e di marketing. A metà del 2004 Zuckerberg e i soci fondatori aprono la società Facebook, Inc. La voce del successo si sparge nel mondo finanziario e cominciano a bussare gli investitori. Nel 2005, Zuckerberg riceve 12,7 milioni dalla società Accel Partners. In molti gli chiedono di vendere, ma Mark rifiuta le offerte di Yahoo! e Mtv Network e si concentra sull’espansione del sito. Così quando Microsoft intuisce che in giro c’è una gallina dalle uova d’oro è già troppo tardi. A ottobre 2007, per rilevare solo l’1,6%, deve tirar fuori 240 milioni di dollari.
Poi arriva la grande finanza. Il 3 gennaio 2011 Goldman Sachs chiede di poter entrare nel capitale di Facebook. La banca d’affari è disposta a investire 450 milioni di dollari. Mark capisce che è il momento di fare il grande salto: il 18 maggio 2012 sbarca a Wall Street con una delle Ipo (un’offerta pubblica di vendita) più grandi della storia degli Usa. Nella prima giornata di contrattazioni Facebook vende azioni per 16 miliardi di dollari, facendo salire il suo valore a 104 miliardi di dollari. È il valore più alto mai registrato per una new entry a Wall Street. Non c’è che dire per un ragazzo di appena 27 anni che all’informatica alternava la passione per i poemi epici. Pare che spesso nelle riunioni degli albori di Facebook amasse stupire citando versi dell’Eneide.
La passione per le arti marziali e in particolare per il jiu-jitsu brasiliano, invece è più recente, risale alla pandemia. Uno sport nel quale Mark si è gettato a capofitto riuscendo a ottenere una medaglia d’oro e una d’argento durante un torneo ma che ha tenuto gli investitori col fiato sospeso quando ha pubblicato una foto su Facebook in cui era sdraiato su un letto di ospedale, con il volto sorridente ma stanco di chi ha appena subìto un’operazione (il crociato anteriore rotto mentre si allenava).
Torniamo alla sua vita. Nel giro di pochi anni Mark si trova catapultato dalla piccola città di Dobbs Ferry, a circa 10 miglia a nord di New York, dove era cresciuto insieme alle tre sorelle, con un padre dentista e una madre psichiatra, nel regno della finanza e un patrimonio di svariati miliardi di dollari. Dal debutto a Wall Street sono traguardi su traguardi.
Nel 2010 l’acquisto di Snaptu e Beluga che consentono di ottimizzare Facebook Messenger App, la piattaforma di messaggistica e nello stesso anno arriva il tasto «Mi piace». Sempre nel 2010 il Time inserisce Zuckerberg tra le 100 persone più ricche e influenti del mondo. Anche il cinema si interessa alla sua storia con il film The Social Network. Nel maggio 2013, a 28 anni è il più giovane Ceo della lista Fortune 500 e l’anno dopo la rivista Forbes, lo incorona 5° uomo più ricco del mondo, con un patrimonio stimato di 72,3 miliardi di dollari. Nel 2012 il grande colpo con l’acquisto di Instagram per circa 1 miliardo e di Glancee, la piattaforma che unisce utenti per vicinanza geografica e stessi interessi. Due anni dopo arriva WhatsApp, acquisita per 16 miliardi di dollari.
I media si sono sempre interrogati sul Zuck politico. Lui si è sempre trincerato dietro la frase «non sono né di destra né di sinistra» ma dopo l’elezione di Trump si è schierato contro le misure protezionistiche e di restrizione dei flussi migratori tanto che si parlò di una sua discesa in campo. Secondo il Center for responsive politics, Zuckerberg ha speso almeno 600.000 dollari in attività di lobbying nel 2013 per favorire la riforma dell’immigrazione dell’allora governo Obama. Ma risulta che abbia finanziato politici sia democratici che repubblicani a titolo individuale o attraverso Facebook Pac inc. Secondo una stima del portale ThoughtCo, nel 2016 il comitato ha investito 517.000 dollari nella campagna elettorale e il 56% è andato a candidati repubblicani anche se Trump non ha mai nascosto antipatia verso alcune posizioni pro immigrazione del patron di Facebook.
Zuck al pari di Warren Buffett e di Bill Gates si è buttato nella corporate philantropy, la filantropia aziendale orientando i fondi verso programmi di educazione digitale dei bambini ma anche per l’immigrazione. Nel 2015 dona 5 milioni di dollari a The Dream, un fondo scolastico per giovani immigrati.
Alle scorse elezioni americane del 2020, secondo il New York Post, Zuck ha speso 419 milioni di dollari a favore di organizzazioni che hanno assistito gli uffici elettorali favorendo il voto di Biden in alcuni Stati chiave. Eppure Biden parlando con il New York Times nel 2020 diceva di «non essere mai stato un fan di Facebook e di Zuckerberg».
Soldi e potere hanno bisogno gli uni dell’altro, non è una novità. Vedremo cosa farà alle prossime elezioni.
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Nel febbraio 2004 nasceva Facebook. Inizialmente strumento per fare amicizie, oggi è la piattaforma più influente del mondo. E le sue ombre sono aumentate: dalla privacy degli utenti violata alla censura delle opinioni «non corrette»I giovani preferiscono Instagram o TikTok, eppure la «effe» rimane fabbrica di click.La fortuna del fondatore comincia quando da studente hackera i computer di Harvard. La passione per l’Eneide e per i migranti.Lo speciale contiene tre articoliBei tempi quando il diciannovenne Mark Zuckerberg, programmatore e studente di psicologia, animava la community dell’università di Harvard inventando dal suo dormitorio il giochino online del «libro dei volti». Lanciato il 4 febbraio 2004 (si festeggiano in questi giorni i suoi primi vent’anni di attività), «Thefacebook» - diventato oggi la più importante piattaforma social del mondo - contava all’epoca una media di poco più di 300 iscritti ed era una sorta di trombinoscopio digitale: consentiva di mantenere i legami con famiglia e parenti e ritrovare vecchie conoscenze. Passano due anni e nel settembre 2006 Facebook, che nel frattempo ha perso il «the», si fa conoscere al grande pubblico: in tutto il mondo, i giovani iniziano febbrilmente a mandarsi inviti e a diventare «amici», che lo siano o meno nella vita reale, per ciabattare sulla «bacheca» virtuale dei loro corrispondenti, indagare sugli stati d’animo e curiosare su foto e liste di amici. Per tutta la generazione di chi oggi ha fra i 30 e i 40 anni, il numero di amici su Facebook ha messo a dura prova l’ego e rappresentato la misura della propria «popolarità», istituzionalizzata nel 2009 con l’introduzione del «mi piace». È in questo preciso momento che Facebook, nato come diario intimo condiviso, diventa modello di business, usato da privati, aziende e politici per commercializzare prodotti, consenso elettorale e sentimenti. È con l’istituzione del pollice blu del «gradimento», funzione iconica e preziosa informazione fornita spontaneamente dall’utente alla piattaforma, consentendole di intercettare i suoi gusti e tenerlo connesso il più a lungo possibile (e fargli vedere più pubblicità possibili), che Facebook perde la sua anima e diventa l’infernale macchina che, pochi giorni fa, ha trascinato il suo ideatore davanti al Senato Usa per rispondere di «danni inflitti online». Zuckerberg e il ceo di Snapchat, Evan Spiegel, hanno partecipato a un’audizione convocata per indagare sullo sfruttamento sessuale minorile online e si sono trovati di fronte genitori che hanno addebitato le tragiche morti dei propri figli all’uso dei social. Erano presenti anche altri amministratori delegati, tra cui Linda Yaccarino di X (ex Twitter) e Shou Zi Chew di TikTok. La dichiarazione introduttiva di Zuckerberg - «gli studi non mostrano un nesso causale tra l’uso dei social e il disagio mentale dei giovani» - ha irritato gli astanti. «Hai le mani sporche di sangue», gli hanno detto, e alla fine si è scusato: «Mi dispiace per tutto ciò che avete passato». C’è da dire che a qualcuno potrebbe apparire una forzatura scambiare le tragedie con i contenitori che le hanno veicolate, fatto sta che - dal vecchio libro dei volti che riduceva i famosi sei gradi di separazione, a strumento di morte - soltanto il patrimonio su cui siede Zuckerberg, stimato da Forbes in 104,3 miliardi di dollari, può motivare l’impassibilità con la quale l’ex studente di psicologia continua a dissociarsi dalle proprie responsabilità, dando così il colpo di grazia alla sua creatura. Dopo il debutto pubblico e per tutto il decennio successivo Facebook continua ad evolversi offrendo nuovi tipi di interfaccia grafica, le news e l’implementazione di nuove funzioni come i sei pulsanti di reazione. Il passo verso l’ingresso in Borsa, il 17 maggio del 2012, è breve: la piattaforma lancia quindi Messenger, acquista Instagram e, nel 2014, Whatsapp, poi nel 2015 cominciano gli streaming video. È nel marzo 2018 che scoppia il primo grande scandalo che colpisce duramente la reputazione della piattaforma. La società Cambridge Analytica, creata dall’ideologo di Donald Trump, Steve Bannon, raccoglie i dati di 87 milioni di utenti, soprattutto americani, per attività di marketing politico. Né più né meno di quanto già fatto nel 2012 da Barak Obama che, grazie a un’applicazione Facebook scaricata da oltre un milione di persone, accede ai loro dati. L’anno dopo la Federal Trade Commission commina una sanzione civile di 5 miliardi di dollari, cui si aggiunge quella di 100 milioni della Sec. A fine 2019 Facebook perde nel dark web i dati di 267 milioni di suoi utenti, lo stesso anno Bloomberg rivela che la piattaforma trascrive le chat Messenger degli utenti, mentre Zuckerberg lancia la sua criptovaluta «libra». Nel 2020 un’altra tegola: il Dipartimento di Giustizia Usa accusa Facebook di aver intenzionalmente creato un sistema di assunzioni che impedisce agli americani qualificati di candidarsi a determinate posizioni; a ottobre 2021 il gruppo patteggia per 14,25 milioni di dollari. A settembre del 2021 il caso dell’ex dipendente Frances Haugen, che rivela che il social ha volontariamente chiuso gli occhi sulle conseguenze dannose sulla salute mentale degli utenti. A gennaio 2022, la Cnil francese infligge a Facebook una multa di 60 milioni di euro per non aver permesso agli utenti di rifiutare i cookies (che consentono di indirizzare agli utenti pubblicità personalizzata, molto più remunerativa degli annunci generici). Nel marzo 2022, la Commissione Ue apre un'inchiesta contro Meta (casa madre di Facebook) per violazione della concorrenza sulla pubblicità online. Infine, i Facebook Files, attraverso i quali emerge il volto autoritario di Zuckerberg. Il filo diretto tra la piattaforma e le autorità politiche e mediche americane in pandemia conduce alla censura di qualsiasi contenuto critico della gestione pandemica. Scatta la mannaia dei fact-checkers: «Come distinguete i fatti dalle opinioni?», gli chiede il giornalista Lex Fridman. «Siamo pratici, ci limitiamo a domandarci se quell’informazione causa danni alle persone o no», risponde Zuck. La famosa «violazione degli standard della community»: stabiliti in nome di quale legge?Privacy, profilazione, censura, fact-checking fazioso: addebiti non indifferenti per un giochino nato per mettere in relazione le persone. È vero che i giovani ci si avvicinano di meno, preferendogli TikTok, Instagram e Snapchat, ma oggi (dati 2023) più di tre miliardi di utenti aprono Facebook almeno una volta al mese, il 3% in più rispetto al 2022; la piattaforma di Zuckerberg è diventata una potenza politica mondiale, le sue azioni valgono 475 dollari. Risultati record, dunque, ma la reputazione è compromessa: il quotidiano francese Le Figaro ha commentato il ventesimo anniversario di Facebook lanciando un sondaggio dal titolo «I social network hanno fatto progredire la società?». L’86% ha risposto «no». Come dargli torto?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ventennio-social-2667307775.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutti-condividiamo-un-po-di-meno-ma-a-disconnetterci-non-riusciamo" data-post-id="2667307775" data-published-at="1708245057" data-use-pagination="False"> Tutti «condividiamo» un po’ di meno ma a disconnetterci non riusciamo Bei tempi quando postavamo la torta di compleanno del pargolo con una candelina e il viaggio in Messico di nonna Clotilde sulle orme di Montezuma. Adesso il pargolo si sta laureando in Digital Marketing e la parente ha concluso anche l’ultimo, di viaggio. Vent’anni di vita, 20 anni di Facebook, ma sembrano molti di più. Allora un piatto di risotto al radicchio, un weekend a Foppolo, perfino un’avventura sexy avevano senso non «nel durante fisico e metafisico», ma quando venivano messi online. Delirio collettivo, voglia di libertà, eccesso di stupidità. Gli intellettuali, che detestano i fenomeni pop, catalogarono così quel periodo: «Facebook è un oceano di banalità condiviso da persone con vite così vuote che si sente l’eco». In questo caso l’eco era quella di Umberto Eco. Quando arrivò il social network (2004) immediatamente lo accomunammo all’Ufficio Facce allestito da Diego Abatantuono e Beppe Viola alla pasticceria Gattullo di Milano negli anni Settanta. I clienti entravano e loro lì a catalogarli: «Tu hai la faccia da milanista, siediti qui. Tu hai il naso da interista, vai di là». Al banco servivano il famigerato panino «Triplo Special» che, come diceva Enzo Jannacci, «era davvero unico. Il materiale impiegato per la confezione avrebbe potuto risolvere i più gravi problemi di alcuni Paesi del terzo mondo». Niente di nuovo, facce e cibarie; ha cominciato così anche Mark Zuckerberg. Ed è invecchiato fra una convocazione e l’altra al Congresso degli Stati Uniti a giustificare 20 anni di privacy violata, di bug nel sistema di sicurezza, di condizionamenti politici nel nome del globalismo progressista, di fake news e di censure «per garantire la libertà di pensiero». Strano approccio. Il mito della rete campione di democrazia è durato qualche anno facendo abboccare i più ingenui. Ora quel meraviglioso mondo interconnesso sembra entrato in crisi. I giovani lo snobbano. I millennials fuggono da Facebook dopo averlo bollato con una parola, «boring», che per loro significa molto più di noioso. Si tengono alla larga perché lo ritengono sorpassato, troppo di scrittura (il post del tornitore Brambilla con la pretesa di copiare Alessandro Baricco è patetico). Loro sono «visual», quindi si tuffano su Instagram e su Tik Tok, anche se ammettono che Facebook resta una fabbrica di click. Gli amici si tengono in contatto su Whatsapp, l’onanismo intellettuale si esprime meglio su X. Così, nell’età adulta, la effe è diventata un contenitore di community. Gruppi di quartiere, gruppi per gite in montagna, gruppi di italiani all’estero, gruppi di studenti che cercano un monolocale (o una tenda) a Milano. Una piattaforma di collegamento. Chi pensa che abbia ancora appeal per veicolare opinioni è fuori strada. Al massimo si postano pensierini della sera, articoli di giornalisti in pensione con ricordi stupendi, consigli di pseudo-esperti. Al terzo commento tutti svaccano e si passa direttamente al vaffa. Siamo più nervosi. Il caso di Chiara Ferragni dimostra che anche per gli influencer non è più la stagione del bengodi: Facebook ha inventato i venditori di fuffa, ha dato loro il benessere, poi li ha trasferiti su Instagram (dove le foto vengono meglio) e infine li fa a fette travolgendoli di scandali e di shitstorm, che sarebbero gli insulti nel ventilatore. Secondo l’analisi Radar per Swg, l’uso che facciamo di Facebook (o Meta che dir si voglia) è molto diverso dagli esordi: chi è ancora iscritto naviga meno e lo fa con studiata passività. Siamo diventati voyeur delle vite degli altri ma condividiamo il nostro privato con prudenza. Dopo avere regalato ogni dato sensibile postando le foto delle vacanze, stringendo amicizie di sconosciuti, mettendo in bella mostra i figli, facendo sapere a tutti (anche ai ladri) quando andavamo in ferie, forse abbiamo riscoperto la sobrietà. Però siamo ancora in tanti. Tre miliardi di persone, il 60% di chi naviga in Internet. Facebook rimane il più grande contenitore di pubblicità al mondo dopo Google. Grazie a noi il signor Zuck, solo nel terzo trimestre del 2023, ha incassato 34 miliardi di dollari. Lui è riuscito nel delitto perfetto: trasformare l’infrastruttura digitale da qualcosa che possediamo a qualcosa che ci possiede. Come diceva quel baro: «Se dopo due giri di poker non hai ancora capito chi è il pollo, significa che il pollo sei tu». Oggi per un italiano su tre il bilancio è severo: «Facebook ha portato danni alla società e ci ha reso prede facili di notizie false e dipendenti dalle sue dinamiche». Il social più vecchio ha fomentato opachi movimenti sociali, dal #MeToo e #BlackLivesMatter alle Primavere arabe, alla rivolta di Capitol Hill; ha scatenato il peggio nel lessico polemico con gli haters, ha contribuito a una polarizzazione politica senza precedenti. In Italia gli effetti sociali sul cambiamento dei costumi sono evidenti. Di fatto i social hanno azzoppato l’informazione di carta infischiandosene dei diritti d’autore, hanno messo in crisi la professione del giornalista cancellando l’intermediazione culturale. Lo abbiamo toccato con mano durante il Covid, quando Rocco Casalino organizzava le famose dirette online per il premier Giuseppe Conte bypassando i cronisti. Oggi i politici istruiscono le loro greggi a colpi di post senza il fastidio delle domande scomode. Tutto vero, ma continuiamo a connetterci. Centrosinistra o centrodestra? Come dice Roberto D’Agostino, anche 20 anni dopo «prevale il centrotavola». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ventennio-social-2667307775.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="miliardario-per-caso-zuck-ora-studia-il-jiu-jitsu-e-la-politica" data-post-id="2667307775" data-published-at="1708281056" data-use-pagination="False"> Miliardario per caso «Zuck» ora studia il jiu-jitsu e la politica Un fenomeno nato per caso ma che si è trasformato nel giro di soli vent’anni in una macchina che genera miliardi ma soprattutto in uno degli strumenti di potere più persuasivi al mondo. Facebook nasce come Facemash, in un notte di ottobre del 2003. Mark Zuckerberg, studente di Harvard, è reduce da un appuntamento andato male e forse spinto da un sentimento di rivalsa nei confronti del genere femminile, si siede al computer e partorisce l’idea del secolo: creare un sito dove caricare tutte le foto degli studenti del college e dove si può votare la preferita tra due foto che il sistema seleziona casualmente. Mark è un genietto dell’informatica e riesce ad hackerare i database degli studentati di Harvard e ad estrarre foto e nomi degli studenti. Nel giro di quattro ore Facemash attira 450 visitatori e 22.000 click sulle foto. I server dell’università vanno in crash e i vertici di Harvard intervengono. Il sistema viene bloccato e Zuckerberg è punito con sei mesi di sospensione. Per l’università era una «ragazzata» che doveva finire lì, ma Mark intuisce che ha nelle mani qualcosa di grosso. A gennaio 2004 registra il dominio thefacebook.com, ha inizio la storia del social network più visitato al mondo, che ora conta oltre due miliardi di iscritti. Usualmente Facebook viene associato a Zuckerberg ma la storia dimentica i suoi colleghi universitari che contribuirono a creare il social: Eduardo Saverin, Andrew McCollum, Dustin Moskovitz e Chris Hughes. Una vera squadra, nella quale ognuno ha il suo compito: c’è chi sviluppa l’algoritmo, chi si occupa degli aspetti aziendali e di marketing. A metà del 2004 Zuckerberg e i soci fondatori aprono la società Facebook, Inc. La voce del successo si sparge nel mondo finanziario e cominciano a bussare gli investitori. Nel 2005, Zuckerberg riceve 12,7 milioni dalla società Accel Partners. In molti gli chiedono di vendere, ma Mark rifiuta le offerte di Yahoo! e Mtv Network e si concentra sull’espansione del sito. Così quando Microsoft intuisce che in giro c’è una gallina dalle uova d’oro è già troppo tardi. A ottobre 2007, per rilevare solo l’1,6%, deve tirar fuori 240 milioni di dollari. Poi arriva la grande finanza. Il 3 gennaio 2011 Goldman Sachs chiede di poter entrare nel capitale di Facebook. La banca d’affari è disposta a investire 450 milioni di dollari. Mark capisce che è il momento di fare il grande salto: il 18 maggio 2012 sbarca a Wall Street con una delle Ipo (un’offerta pubblica di vendita) più grandi della storia degli Usa. Nella prima giornata di contrattazioni Facebook vende azioni per 16 miliardi di dollari, facendo salire il suo valore a 104 miliardi di dollari. È il valore più alto mai registrato per una new entry a Wall Street. Non c’è che dire per un ragazzo di appena 27 anni che all’informatica alternava la passione per i poemi epici. Pare che spesso nelle riunioni degli albori di Facebook amasse stupire citando versi dell’Eneide. La passione per le arti marziali e in particolare per il jiu-jitsu brasiliano, invece è più recente, risale alla pandemia. Uno sport nel quale Mark si è gettato a capofitto riuscendo a ottenere una medaglia d’oro e una d’argento durante un torneo ma che ha tenuto gli investitori col fiato sospeso quando ha pubblicato una foto su Facebook in cui era sdraiato su un letto di ospedale, con il volto sorridente ma stanco di chi ha appena subìto un’operazione (il crociato anteriore rotto mentre si allenava). Torniamo alla sua vita. Nel giro di pochi anni Mark si trova catapultato dalla piccola città di Dobbs Ferry, a circa 10 miglia a nord di New York, dove era cresciuto insieme alle tre sorelle, con un padre dentista e una madre psichiatra, nel regno della finanza e un patrimonio di svariati miliardi di dollari. Dal debutto a Wall Street sono traguardi su traguardi. Nel 2010 l’acquisto di Snaptu e Beluga che consentono di ottimizzare Facebook Messenger App, la piattaforma di messaggistica e nello stesso anno arriva il tasto «Mi piace». Sempre nel 2010 il Time inserisce Zuckerberg tra le 100 persone più ricche e influenti del mondo. Anche il cinema si interessa alla sua storia con il film The Social Network. Nel maggio 2013, a 28 anni è il più giovane Ceo della lista Fortune 500 e l’anno dopo la rivista Forbes, lo incorona 5° uomo più ricco del mondo, con un patrimonio stimato di 72,3 miliardi di dollari. Nel 2012 il grande colpo con l’acquisto di Instagram per circa 1 miliardo e di Glancee, la piattaforma che unisce utenti per vicinanza geografica e stessi interessi. Due anni dopo arriva WhatsApp, acquisita per 16 miliardi di dollari. I media si sono sempre interrogati sul Zuck politico. Lui si è sempre trincerato dietro la frase «non sono né di destra né di sinistra» ma dopo l’elezione di Trump si è schierato contro le misure protezionistiche e di restrizione dei flussi migratori tanto che si parlò di una sua discesa in campo. Secondo il Center for responsive politics, Zuckerberg ha speso almeno 600.000 dollari in attività di lobbying nel 2013 per favorire la riforma dell’immigrazione dell’allora governo Obama. Ma risulta che abbia finanziato politici sia democratici che repubblicani a titolo individuale o attraverso Facebook Pac inc. Secondo una stima del portale ThoughtCo, nel 2016 il comitato ha investito 517.000 dollari nella campagna elettorale e il 56% è andato a candidati repubblicani anche se Trump non ha mai nascosto antipatia verso alcune posizioni pro immigrazione del patron di Facebook. Zuck al pari di Warren Buffett e di Bill Gates si è buttato nella corporate philantropy, la filantropia aziendale orientando i fondi verso programmi di educazione digitale dei bambini ma anche per l’immigrazione. Nel 2015 dona 5 milioni di dollari a The Dream, un fondo scolastico per giovani immigrati. Alle scorse elezioni americane del 2020, secondo il New York Post, Zuck ha speso 419 milioni di dollari a favore di organizzazioni che hanno assistito gli uffici elettorali favorendo il voto di Biden in alcuni Stati chiave. Eppure Biden parlando con il New York Times nel 2020 diceva di «non essere mai stato un fan di Facebook e di Zuckerberg». Soldi e potere hanno bisogno gli uni dell’altro, non è una novità. Vedremo cosa farà alle prossime elezioni.
Fabio Lattanzi (Getty Images)
Determinante è stata la cena da Johnny di venerdì sera con il mio amico Claudio Lotito. L’assenza dei tifosi allo stadio non lo preoccupa, l’ha liquidata con questa lapidaria affermazione: «Il proprietario sono io». Romano, l’autista di Claudio, gli porta il cellulare e il presidente fa riferimento a un dibattito in Molise: il tema è il referendum, il problema è che non trova un sostenitore del No. Mi propongo. Lui, dal gentil carattere, mi guarda e mi aggredisce, dicendo: «Non solo sei romanista, voti pure No». «Sono indeciso», rispondo, «ascolto i sostenitori del Sì e propendo per il No, ascolto i sostenitori del No e propendo per il Sì. Da una parte si scomoda la famiglia nel bosco e il problema dell’immigrazione, dall’altra si afferma che è in pericolo lo stato di diritto». «Non esageriamo», afferma Claudio, «nessun pericolo per la democrazia, nessun pericolo per la separazione dei poteri e soprattutto nessuno pericolo per l’autonomia dei giudici».
Ribatto che le carriere sono già separate e chiedo qual è l’utilità di questa riforma. Lui afferma che questa riforma completa un cammino, recidendo definitivamente il cordone ombelicale che unisce giudici e pubblici ministeri. «È una riforma», insiste, «che dà più potere ai giudici e che, separandoli dai pm, li fa apparire imparziali. Il nostro Paese ha necessità di giudici autorevoli, che non solo siano imparziali, ma che appaiano tali e godano della fiducia della comunità». Non posso che dargli ragione, non posso non condividere il fatto che la fiducia nei giudici è scemata e che il pm è diventato la star del processo penale. Continua e afferma che giudici e pm devono rimanere autonomi, non controllati dalla politica, devono autogovernarsi, ma i pm devono governare i pm e i giudici devono governare i giudici, e che la riforma prevede due organi di autogoverno autonomi dalla politica e soprattutto autonomi gli uni dagli altri. Non posso che condividere, i giudici non devono, come invece avviene con il sistema attuale, essere controllati dai pm; la carriera dei giudici non può dipendere dai pm, poiché in questo modo si compromette l’imparzialità.
Claudio afferma, infine, che votando Sì vi è una speranza, mentre votando No si conferma un sistema che non funziona. Anche su questo ha ragione, mi stupisce e dubito sia lui. Non si può negare che nel nostro Paese la giustizia penale costituisca un problema. I cittadini non hanno fiducia nella giustizia e nei giudici. La mancanza di fiducia incide negativamente pure sull’economia del Paese. Gli investitori fuggono. La certezza del diritto, la certezza delle decisioni sono chimere, regna l’incertezza. I processi non si sa quando inizino, non si sa quando finiscano e se finiscano. La riforma costituzionale sicuramente non risolverà il problema della giustizia penale, ma potrebbe essere un buon inizio.
È una riforma che posiziona il giudice al centro del processo, legittimandolo, responsabilizzandolo, valutandolo in base al lavoro effettuato e non all’appartenenza a una corrente. Certo, come qualunque riforma, va sostenuta non criticando i giudici, non delegittimandoli, ma rispettandoli e fornendogli gli strumenti per lavorare al meglio. Votando Sì, pertanto, si ha una speranza, siglando il No quella speranza si spegne e si conferma lo status quo.
È indubbio che nel nostro Paese la giustizia penale, se non l’intero sistema giustizia, non funzioni e che solo il Sì ci dia la speranza che possa cambiare, e difficilmente in peggio, mentre il No ci condannerebbe a convivere con una giustizia delegittimata, che è uno dei mali peggiori di uno Stato democratico. Claudio, che sta aggredendo un piatto di frutta, mi ha quasi convinto. «Certo», sottolineo, «sarebbe stato preferibile non ricorrere al giudizio popolare e trovare una maggioranza qualificata in Parlamento». Infatti, se, al posto delle sterili contrapposizioni ideologiche e delle modifiche a colpi di maggioranza, si fosse favorito un ampio dibattito, oggi, probabilmente, avremmo una legge migliore.
L’auspicio, però, a questo punto, è che vinca il Sì e che si lavori tutti insieme perché questa riforma produca effetti positivi, con l’obiettivo di consegnare al Paese una giustizia migliore e di non ripetere l’errore del passato di cadere nella contrapposizione ideologica. Guardo Claudio e gli dico che, incredulo, devo ammettere che mi ha convinto. Lui si alza soddisfatto e, con il sorriso in volto, afferma: «Vai a pagare. Adesso ti ho convinto a votare Sì, ma alla prossima cena ti faccio diventare della Lazio».
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Elly Schlein (Ansa)
Schlein sbaglia sia in diritto che in logica: in diritto, perché a una riforma della Costituzione non attiene risolvere i problemi denunciati; in logica, perché è come se dicesse di dire No alla estirpazione di un dente irrimediabilmente cariato solo perché, così facendo, non guarirebbe da una allergia cronica.
«Arrivo al secondo punto», ha continuato Schlein, «dicono che è una separazione delle carriere ma, attenzione, la separazione delle funzioni è stata introdotta già dalla riforma Cartabia». In una stessa frase il segretario del Pd confonde la «separazione delle carriere» con la «separazione delle funzioni». Insomma, fa cilecca anche sul suo secondo punto.
Quindi ha richiamato i rischi legati alle modifiche della Costituzione «che i Padri costituenti ci hanno così sapientemente dato». Ma qui non si interviene sul testo originario del 1948, già rivisto nel 1999 dal governo D’Alema, che modificò l’articolo 111 inserendo il principio del «giudice terzo», coerente con il giusto processo sancito dieci anni prima dalla riforma Vassalli. In quell’occasione, tuttavia, si commise l’errore di mantenere pm e giudici come colleghi: un’evidente contraddizione, perché non può dirsi davvero «terzo» un giudice che è collega del pm.
E ancora: «Dividere il Csm in due - oggi un organo elettivo, e quindi rappresentativo, e quindi autorevole - e sorteggiarne i componenti lo indebolisce e indebolisce l’indipendenza della magistratura». Quella di Schlein è una inferenza non dimostrata: nella sua frase si potrebbe sostituire la parola «indebolisce» con la parola «rafforza» e ottenere una frase parimenti suggestiva e parimenti falsa. Il sorteggio né indebolisce né rafforza la magistratura ma, semplicemente, evita che il Csm sia, istituzionalmente, colorato politicamente, posto che, oggi, le elezioni sono determinate dalle correnti che sono associazioni (politicamente colorate) di magistrati. Anzi, il magistrato che volesse essere veramente indipendente dalla politica e non aderire ad alcuna corrente sarebbe fuori da ogni cordata elettorale e non avrebbe alcuna possibilità di far parte del Csm.
«Chi di noi affiderebbe la propria rappresentanza a un organo sorteggiato? Chi di noi sorteggerebbe il proprio consiglio comunale, il proprio sindaco, il Parlamento? Con un meccanismo di sorteggio, non vi sono garanzie né di competenza né d’indipendenza», incalza Schlein. Ma le attuali elezioni non sono un concorso con verifica di competenze, cosicché neanche le attuali elezioni garantiscono le competenze fantasticate da Schlein. Quanto all’indipendenza, il sorteggio garantisce sì l’indipendenza, mentre le elezioni rendono il consigliere del Csm dipendente da chi lo ha eletto.
«Non è vero che la riforma sopprimerebbe le correnti». Infatti non è intenzione della riforma sopprimere le correnti. Ciò che si sopprime è la formazione di un Csm dettata dalle correnti. E si vuol questo perché le correnti sono politicamente colorate, ma proprio per questo non devono dettare la formazione del Csm, che ne scaturirebbe colorato politicamente, in contraddizione col dettato costituzionale che vuole la magistraturaindipendente.
«La componente laica sarebbe sorteggiata da un elenco che elegge un Parlamento dove c’è una maggioranza. Quindi è chiaro che chi ha la maggioranza si tiene una parola in più». A parte il fatto che la componente laica è in netta minoranza, l’obiezione di Schlein vale già oggi. Anzi, oggi vale ancora di più, perché i nominati dal Parlamento sono, oggi, blindati; invece col sorteggio, la componente laica è meno blindata dalla politica.
«Non è vero che non ci sarebbero i casi di errori giudiziari». Vero, ma ce ne sarebbero di meno se, finalmente, anche i magistrati avessero delle responsabilità. Finora, le funzioni disciplinari del Csm non hanno funzionato, perché chi dovrebbe comminare sanzioni contro azioni superficiali, arroganti, omissive si astiene per lo più dal farlo perché, magari, dovrebbe sanzionare chi ha contribuito a farlo eleggere. La presenza dell’Alta Corte disciplinare farebbe meglio riflettere i magistrati, prima che si avventurino in azioni per le quali, oggi, hanno la consapevolezza di restare non sanzionati.
«Mi ha colpito molto quando il ministro Nordio si è rivolto a me dicendo: “Ma io non capisco perché la segretaria del Pd non comprenda che questa riforma serve anche a loro”». Qui non poca è la malafede della Schlein: è evidente che quel che Nordio intende dire è che avere una magistratura meno politicizzata gioverebbe a tutti, e non a una sola componente della politica. Quel che Nordio intende dire è che la riforma non è di destra né di sinistra, ma è utile a tutti.
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Stretto di Hormuz bloccato, gli alleati si sfilano sulle scorte. Magistrati contro il governo. Poi Cuba, Oscar e il centenario di Jerry Lewis.
Il viceministro degli Affari Esteri Edmondo Cirielli e l'ambasciatore russo in Italia Aleksej Vladimirovic Paramonov (Ansa)
Ma in effetti: come si permette questo Cirielli? Incontra un ambasciatore? Chi si crede di essere? Il viceministro degli Esteri? Che dite? Ah, Cirielli è il viceministro degli Esteri. Va beh, fa lo stesso: come si permette il viceministro degli Esteri di incontrare un ambasciatore screditato? Che dite? Che l’ambasciatore è accreditato? È regolarmente in servizio? Svolge normale attività diplomatica? Va beh, fa lo stesso: come si permette il viceministro degli Esteri di incontrare un ambasciatore regolarmente accreditato senza prima avvertire il presidente Mattarella? Possibile che esistano ancora esponenti del governo convinti di poter svolgere le loro funzioni, e magari persino le loro minzioni, senza prima chiedere il permesso al Colle? Sono testoni. Devono imparare come si fa: pronto, Quirinale? Guardate che sto per incontrare il console del Ghana, ma prima passo dalla toilette: posso? Mi è consentito? Il presidente mi autorizza? Devono capire, questi viceministri, che tutto passa dal Colle. Anche l’agenda del giorno. E la pipì della notte.
Non ci crederete ma l’ultimo caso esploso sui giornali riguarda «l’incontro segreto», come è stato definito, tra il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e l’ambasciatore russo a Roma Alexy Paramonov. Un incontro talmente segreto che si è svolto ufficialmente alla Farnesina, alla presenza di un alto funzionario della direzione generale e del capo della segreteria. Una roba da carbonari, insomma. Ma a quei segugi del Corriere della Sera non sfugge nulla: così appena hanno trovato la notizia l’hanno pubblicata montandoci su un bel caso. Gli altri giornali ci sono andati dietro. E la politica pure: Carlo Calenda ha messo in discussione niente meno che «la dignità delle istituzioni», Elly Schlein ha protestato, Matteo Renzi si è indignato, il Pd ha presentato un’interpellanza per chiedere «una ricostruzione puntuale dell’incontro» e Filippo Sensi, addirittura, «evoca un contesto di tradimento», per cui si presume prossima la richiesta di fucilazione del viceministro. Per i traditori, si capisce, nessuna pietà.
La cosa più grave, però, scrive il Corriere, è che «da quanto risulta, il presidente della Repubblica era all’oscuro di tutto». E questo è veramente incredibile. Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che a Roma c’è un ambasciatore russo? E che l’ambasciatore russo, in quanto ambasciatore, è regolarmente autorizzato ad ambasciare? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, fino a prova contraria, non abbiamo ancora rotto le relazioni diplomatiche con Mosca? E che dunque l’ambasciatore russo a Roma non è un soggetto indesiderato? E nemmeno un clandestino? E nemmeno un nemico da abbattere? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, fino a prova contraria, l’ambasciatore russo resta un ambasciatore a tutti gli effetti? E che in quanto ambasciatore può, anzi deve, intrattenere relazioni diplomatiche con l’Italia perché altrimenti che diavolo ci starebbe a fare qui? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, tenetevi forte, esiste persino un’ambasciata italiana a Mosca? Che non è stata chiusa? Che abbiamo persino 340 imprese che continuano a lavorare in Russia? Che facciamo? Li dichiariamo tutti traditori? Li facciamo fucilare tutti, compreso il nostro ambasciatore, anzi ambatraditore?
Siamo in ansiosa attesa, naturalmente, della «ricostruzione puntuale dell’incontro», come chiedono gli amici del Pd. Ma temiamo che, se aspettano di scoprire oscure trame putiniane, rimarranno delusi. Ci troveremo di fronte, infatti, alla ricostruzione di un noioso incontro di routine diplomatica, fra un viceministro e un ambasciatore, un incontro che segue tutti i protocolli, per altro alla presenza per altro di alti funzionari della Farnesina. Come previsto dalle regole delle relazioni internazionali, oltre che da quelle del buon senso. Ma che diavolo deve fare un viceministro se un ambasciatore gli chiede un incontro? Sputargli in faccia? Tirargli un cazzotto? Tagliargli i cosiddetti? «Lei è russo: vada fuori da Roma». «Ma veramente io sarei l’ambasciatore». «Ambasciatore non porta pene» e zac con le forbici nelle parti basse: dovrebbe fare così un viceministro? Lo dicano coloro che lamentano la dignità offesa delle istituzioni: dovrebbe fargli del male? E magari prima avvertire il Colle? “«Guardi c’è qui alla porta l’ambasciatore russo, ma stia tranquillo, presidente, esco e lo corco di botte». E poi? Che altro dovrebbe fare il viceministro agli Esteri? Chiudere d’imperio la sede diplomatica russa? O darle direttamente fuoco? E cospargere il terreno di sale? Questo dovrebbe fare per rispettare la dignità delle istituzioni?
Ormai sulla Russia hanno perso tutti la trebisonda. Il ministro Giuli vuol disertare l’inaugurazione della Biennale perché Pietrangelo Buttafuoco non ha escluso gli artisti russi che sono rigorosamente all’indice perché il loro Paese ne ha aggredito un altro (mentre invece gli artisti israeliani e statunitensi sono i benvenuti perché i loro Paesi ne hanno aggredito un altro). La cerimonia delle Olimpiadi è stata boicottata perché sfilavano gli atleti paralimpici russi. L’auditorium di Roma ha appena cancellato dal galà della danza l’étoile del Bolshoi Svetlana Zakharova in quanto colpevole di essere russa. E persino sul gas russo ci facciamo prendere da tentazioni suicide, tenendo i rubinetti rigorosamente chiusi: «Sono sempre stato critico sullo stop totale, però in questa occasione non possiamo rovinare tutti gli sforzi fatti in questi anni», ha detto per esempio ieri il presidente di Nomisma Davide Tabarelli. Stupendo, no? È sbagliato, ma per non rovinare «gli sforzi fatti» continuiamo a massacrarci. In altre parole: siccome ci siamo fatti tanto male, continuiamo a farcene dell’altro. Geniale. Quasi quanto montare un caso per un viceministro degli Esteri che incontra un ambasciatore regolarmente accreditato. Per altro, senza nemmeno chiedere permesso al Colle. E senza nemmeno mettere un cucchiaino di cianuro nel caffè. Ma come si permette questo Cirielli? Non conosce la dignità delle istituzioni?
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