«Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria», hanno inoltre affermato i sei Paesi, che hanno poi assicurato il proprio sostegno alle nazioni più colpite dalla crisi attraverso il ricorso all’Onu e alle istituzioni finanziarie internazionali. Secondo fonti di Bruxelles, quella in fase di definizione potrebbe essere una missione difensiva da avviare a seguito di un eventuale cessate il fuoco. L’Iran ha tuttavia avvisato che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco sarà per il regime una prova di complicità all’aggressione.
La presa di posizione dei sei è arrivata più o meno nelle stesse ore in cui emergevano delle divergenze tra Stati Uniti e Israele. «Gli obiettivi che il presidente ha delineato sono diversi da quelli che il governo israeliano ha delineato», ha dichiarato, riferendosi a Donald Trump, la direttrice dell’Intelligence nazionale americana, Tulsi Gabbard, in audizione alla Camera dei rappresentanti. «Dalle operazioni in corso», ha aggiunto, «si evince chiaramente che il governo israeliano si è concentrato sull’indebolimento della leadership iraniana. Il presidente ha dichiarato che i suoi obiettivi sono distruggere la capacità di lancio di missili balistici dell’Iran, la sua capacità di produzione di missili balistici e la sua marina».
Del resto, che fossero spuntate delle tensioni tra Stati Uniti e Israele era noto da tempo. La scorsa settimana, Washington si era irritata per gli attacchi di Gerusalemme contro le infrastrutture petrolifere iraniane. Inoltre, quando mercoledì lo Stato ebraico ha bombardato il giacimento di gas di South Pars, dall’amministrazione americana erano arrivate posizioni discordanti. Funzionari statunitensi avevano detto ad Axios che l’operazione era stata coordinata con Israele, mentre Trump, su Truth, aveva esplicitamente dichiarato di non esserne stato informato in anticipo.
Lo stesso presidente americano, ieri, ha rivelato di aver detto a Benjamin Netanyahu di non colpire giacimenti di petrolio e gas in Iran. «Agiamo in modo indipendente, ma andiamo molto d’accordo. È tutto coordinato. Ma ogni tanto fa qualcosa, e se non mi piace... allora non lo facciamo più», ha affermato. Tutto questo mentre, sempre ieri, poco prima delle dichiarazioni della Gabbard, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aveva definito lo Stato ebraico un «partner incredibile e capace», sostenendo che l’attacco al giacimento di South Pars sarebbe stato un «avvertimento» al regime khomeinista. Insomma, da Washington sta emergendo scarsa compattezza in riferimento agli obiettivi dell’alleanza militare con Gerusalemme sulla crisi iraniana.
Certo, Trump e Netanyahu restano accomunati dalla volontà di impedire a Teheran non solo di possedere l’arma atomica ma anche di continuare a foraggiare i suoi proxy regionali. Dall’altra parte, però, i due leader puntano a obiettivi sensibilmente differenti per quanto concerne il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il premier israeliano propende per un regime change classico, considerando il regime khomeinista come una minaccia assoluta per Gerusalemme. Trump punta invece a una «soluzione venezuelana»: vorrebbe scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio governo decapitato, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Questo tipo di scenario è visto con scetticismo da Netanyahu, mentre il presidente americano ne ha bisogno sia per evitare d’impantanarsi sia per cooperare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Ricordiamo che, il 7 marzo, Trump aveva chiuso all’ipotesi di impiegare i curdi per un’operazione militare di terra: un’opzione, questa, che era stata invece caldeggiata da Netanyahu.
Per l’inquilino della Casa Bianca, il problema principale resta l’alto costo dell’energia. I pasdaran lo sanno. Ed è per metterlo in difficoltà con il prezzo della benzina in vista delle Midterm che hanno bloccato Hormuz. È in questo quadro che, secondo The Hill, Trump, nonostante ieri abbia escluso l’invio di truppe di terra, starebbe ipotizzando di impiegare dei soldati per prendere possesso delle strutture petrolifere presenti sull’isola di Kharg e costringere così gli iraniani a riaprire Hormuz. La strategia, ragionano alla Casa Bianca, è quella di mettere in ginocchio l’economia del regime, visto che l’isoletta gestisce circa il 90% dell’export di greggio iraniano. Nel frattempo, ieri, Washington ha approvato la vendita di armamenti per oltre 16 miliardi di dollari a Emirati e Kuwait in funzione anti-iraniana. Certo, un eventuale coinvolgimento di terra sarebbe assai rischioso per la Casa Bianca. Ma Trump ha bisogno di scardinare il blocco di Hormuz. È da qui che passa il successo o il fallimento della sua operazione militare contro Teheran.