True
2018-08-01
«Uova anche contro di me, la xenofobia non c’entra»
Non sono soltanto i carabinieri a smentire la tesi dell'attacco razzista nei confronti di Daisy Osakue, l'atleta di 22 anni primatista italiana di lancio del disco. Anche la Procura di Torino segue la stessa linea. Ieri il pubblico ministero Patrizia Caputo ha aperto un fascicolo sulla vicenda. Si indaga per lesioni, ma senza l'aggravante razziale. Insomma: non ci sono dubbi sul fatto che la giovane sia stata aggredita e abbia subito un danno anche grave. Ma non si è trattato di un atto di discriminazione.
Come siano andati i fatti ormai è noto. La dinamica l'ha spiegata un comunicato stampa dei carabinieri uscito lunedì: «Il 30 luglio 2018, ore 01.25 circa, a Moncalieri, Corso Roma angolo via Vico, alcune persone a bordo di Fiat Doblò non meglio indicato, lanciavano delle uova contro un gruppo di ragazze che si trovavano in strada, colpendo al volto una studentessa di colore, con la cittadinanza italiana, di 22 anni abitante a Moncalieri, campionessa italiana under 23 di lancio del disco. La medesima, soccorsa da personale del 118, è stata trasportata all'Ospedale Oftalmico di Torino, dove è stata riscontrata affetta da “lesione della cornea" [...]. Prime verifiche hanno escluso che l'azione sia riconducibile a discriminazione razziale».
Daisy, a quanto risulta, camminava assieme ad alcune amiche. Era un poco più avanti rispetto al gruppo, quando un furgone si è avvicinato a tutta velocità. A bordo c'erano, sembra, due persone, che hanno lanciato uova fuori dal finestrino, colpendo in viso l'atleta. La Osakue ne ha ricavato abrasioni alla cornea. Ha dovuto sospendere gli allenamenti, ma non ha alcuna intenzione di saltare le importanti competizioni che la attendono.
Nelle ultime ore, Daisy ha ripetuto nelle interviste che quello contro di lei è stato un assalto razzista. Le forze dell'ordine e la Procura, come abbiamo visto, la pensano diversamente. Del resto, anche altri cittadini di Moncalieri hanno subito attacchi simili al suo. Tra questi c'è Brunella Gambino, 47 anni, impiegata.
«Posso parlare del mio caso, raccontare che cosa è successo a me», dice alla Verità.
Ci racconti.
«Eravamo in quattro, signore italiane quasi cinquantenni. Il 25 luglio siamo andate in pizzeria, qui a Moncalieri (il locale è il Nom Nom di strada Genova, ndr)».
È lì che via hanno aggredito?
«Eravamo appena uscite, ci trovavamo poco fuori dal locale. Saranno state le 23.00 o le 23.30. Ci siamo fermate a chiacchierare, ed è a quel punto che ci hanno colpito le uova. Abbiamo sentito un motore che rombava, e questa macchina ha accelerato, poi ci è arrivato addosso qualcosa».
Erano uova.
«Sì, anche se sono state tirate con una forza incredibile. Subito pensavamo che ci avessero tirato una bottiglia. Una mia amica è stata colpita al braccio, le faceva male».
Ha visto da che auto sono state tirate le uova?
«Io ero di spalle, non ci ho fatto caso. Ma le mie amiche erano sicure che fosse un Doblò».
La stessa auto da cui sono state lanciate uova contro Daisy Osakue. Dopo che siete state colpite, che cosa è successo?
«Ci siamo fermate ad aiutare la nostra mica. Saranno passati cinque minuti, e la macchina è tornata».
Stessa dinamica?
«Sì. La stessa auto è ripassata, sempre a forte velocità, con i fari spenti. Ci ha tirato un altro uovo, questa volta ha colpito il marciapiede, ci ha sporcato le scarpe e i vestiti».
In queste ore si parla molto di aggressione razzista a Daisy Osakue. Secondo lei si tratta di attacco di questo tipo?
«Secondo me si tratta di scherzi stupidi di ragazzi. Ragazzi che hanno la patente, ovviamente. Scherzi stupidi finiti male. L'unica cosa che mi viene in mente è quella. Poi non so se uno stupido che si diverte in questo modo possa essere pure razzista».
Francesco Borgonovo
La discriminazione esiste ma le vere vittime sono gli anziani vessati
Prima gli anziani! La canea sollevata dalla sinistra in merito all'aggressione subita da Daisy Osakue si è dimostrata, come era prevedibile per non dire scontato, totalmente strumentale. Si è trattato di un vergognoso atto di teppismo, ma il colore della pelle di Daisy non c'entra assolutamente niente. Lo dice la Procura di Torino, che ieri ha ipotizzato, nell'ambito dell'inchiesta aperta sull'episodio, il reato di lesioni senza contestare l'aggravante razziale. Teppismo, inciviltà, stupidaggine, ma niente razzismo, con buona pace dei sinistrati con il Rolex che hanno dipinto l'Italia come una nazione di xenofobi intolleranti.
Ora che sono stati gli stessi pm di Torino a escludere l'aggravante razzista, possiamo tranquillamente invitare la sinistra italiana a occuparsi di tutti gli episodi di violenza con la stessa severa loquacità e indignata grafomania con la quale negli ultimi due giorni hanno letteralmente infestato talk show, giornali, siti web e social network. Partiremmo da un fenomeno che definire preoccupante è un eufemismo: la violenza sugli anziani. I casi di poveri pensionati pestati, rapinati, scippati, vittime di abusi, non si contano. Indifesi, spesso soli, gli anziani sono bersaglio di violenze di tutti i tipi, eppure la sinistra se ne frega allegramente: nessun allarme, nessuna polemica, nessun tweet pensoso o allarmato, e tanto meno (per fortuna) la tentazione di definire l'Italia come un Paese razzista nei confronti degli anziani.
Come mai? Dimenticanza? Sottovalutazione del fenomeno? Oppure, come malignamente si potrebbe pensare, denunciare e combattere la piaga della violenza sugli anziani non rende in termini propagandistici e non serve ad attaccare il governo e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini? Eppure, proprio Famiglia cristiana, settimanale che ha dipinto lo stesso Salvini come Satana, poco più di un mese fa, il 15 giugno, in occasione della Giornata mondiale contro i maltrattamenti inflitti agli anziani (ricorrenza passata in sordina, chi sa come mai) ha pubblicato un articolo con dati assai allarmanti.
«In Italia», scrive Famiglia cristiana, «un anziano su tre è vittima di una forma di violenza: 2,9 milioni over 65 sono sottoposti a maltrattamenti psicologici, 600.000 subiscono truffe finanziarie, 400.000 vengono maltrattati fisicamente, 100.000 sono oggetto di abusi sessuali. In aumento anche la contenzione fisica: secondo un'indagine della Federazione Nazionale Collegi Infermieri, a subirla è il 68,7% degli anziani residenti in Residenze sanitarie assistenziali».
Un anziano su tre, in Italia, è vittima di una forma di violenza. Una percentuale mostruosa, ma che non merita l'attenzione della sinistra e dei suoi media di riferimento. Eppure, ogni santo giorno, le cronache dei siti e dei giornali sono piene di aggressioni nei confronti degli anziani, alcune delle quali degne di Arancia meccanica. Qualche esempio, tra tantissimi. A Pergine, in provincia di Trento, lo scorso 17 luglio, una settantacinquenne è stata ritrovata dai vicini di casa esanime e con il volto sfigurato sul pianerottolo del suo appartamento. La donna è stata percossa con efferata violenza: aggredita per sottrarle alcuni gioielli. La povera pensionata si è ribellata, e l'aggressore ha tentato di ammazzarla soffocandola con un cuscino. Caduta sul pavimento, la donna ha sbattuto la testa, e quando sono arrivati i soccorsi non respirava più: è viva per miracolo. Altro episodio orrendo a Creazzo, in provincia di Vicenza: due settimane fa una anziana è stata vittima di un violento pestaggio da parte di alcuni ladri di appartamento. Secondo le testimonianze raccolte, la pensionata è stata sbattuta a terra, presa a calci e poi imbavagliata con del nastro adesivo per evitare che potesse chiedere aiuto. Lo scorso 6 luglio, a Bologna, un povero ottantaseienne era appena entrato nell'androne del suo condominio quando è stato sorpreso alle spalle da un malintenzionato che aveva messo gli occhi sul suo orologio, del valore di appena 100 euro. L'aggressore ha messo la mani alla bocca dell'anziano, quasi soffocandolo, poi lo ha scaraventato giù per le scale. Si è avvicinato all'uomo, che giaceva sul pavimento, gli ha strappato l'orologio e si è allontanato insieme a un complice che faceva da palo.
Lo scorso 20 luglio, a San Salvo Marina, in provincia di Chieti, un anziano era intento a parcheggiare la sua auto quando è scattata la ferocia di due uomini i quali, forse per motivi di viabilità, lo hanno picchiato, hanno sfondato il lunotto della sua auto e sono scappati via poco prima che intervenissero i Carabinieri. Gli esempi sono infiniti. L'altro ieri, a Vicenza, un nomade quarantacinquenne, già noto alle forze dell'ordine, è stato protagonista di una aggressione da incubo. Il nomade chiedeva l'elemosina: si è avvicinato un ottantunenne e gli ha dato 4 euro. Un'offerta generosa, fatta con il cuore, ma che al malvivente non è bastata: l'uomo ha chiesto altri soldi, ha costretto l'anziano a dirigersi verso la sua auto alla ricerca di monete e banconote, lo ha insultato e gli ha impedito di andarsene fin quando il malcapitato ottantunenne ha chiamato la polizia che ha bloccato l'aggressore. Il 26 luglio a Lucca un pensionato era seduto su una panchina, e ha visto un pacchetto di sigarette per terra. Lo ha raccolto ed è stato avvicinato da un giovane che gli ha strappato di mano il pacchetto e ha strattonato il malcapitato, facendolo cadere a terra e mandandolo in ospedale. Nessuno di questi crimini ha meritato l'attenzione della sinistra. Chissà come mai.
Carlo Tarallo
Oseghale: «Ho fatto a pezzi Pamela»
Marco Valerio Verni è un quasi quarantenne avvocato del Foro di Roma, specializzato in diritto penale anche militare e diritto internazionale umanitario. Ma, soprattutto, è il fratello di Alessandra Verni, madre di Pamela Mastropietro, quindi zio della giovane ragazza romana ritrovata fatta a pezzi in un trolley dopo che si era allontanata dalla comunità di recupero nella quale stava tentando di vincere la battaglia contro la tossicodipendenza. Fatta a pezzi da mani nigeriane. Proprio ieri, la trasmissione Quarto grado ha rivelato alcuni dettagli dell'interrogatorio di Innocent Oseghale davanti al procuratore capo di Macerata. Il nigeriano nega di aver violentato e ucciso Pamela, ma ammette di averne smembrato il cadavere. «Sono uscito a comprare un sacco per nascondere il corpo», avrebbe detto Oseghale. «Non ci sono riuscito perché il sacco era piccolo. Ho preso così la decisione di sezionare il corpo. Non l'avevo mai fatto prima. Ho nascosto i resti in due valigie e le ho portate con un taxi verso Sforzacosta ma ero al telefono e non mi sono accorto di aver superato il paese e così ho chiesto al tassista di lasciare le due valigie lungo il fossato».
Sono passati sei mesi da quella giornata orrenda e lunedì 30 luglio Pamela è stata ricordata a Roma con una manifestazione commemorativa nel suo quartiere e una messa nella parrocchia di Ognissanti.
Sono anche sei mesi che Marco Valerio Verni affida soprattutto ai social network riflessioni che nessuno dei giornali che ogni giorno criminalizzano la politica di Matteo Salvini riporta mai. «Sono sei mesi che non ci sei più: ed io continuerò a combattere per cercare di farti avere giustizia. Affinché non accada ad altri», ha scritto lunedì sulla sua pagina Facebook.
Ieri, invece, si è rivolto al presidente Sergio Mattarella, facendo riferimento alle sue dichiarazioni sul Far West: «Perché mai nessuna parola di condanna quando a compiere gravi reati siano immigrati a danno di italiani? Quanto accaduto a Pamela non è forse barbarie? No alla violenza… Mai. Ma non discriminate noi italiani a casa nostra».
L'8 luglio scorso lo zio di Pamela si è rivolto in un video al popolo delle «magliette rosse», quello che si fotografava compiaciuto sui social network in un tripudio di slogan accoglientisti. Marco Valerio indossava una maglietta nera, in segno di lutto, e chiedeva: «Dove eravate voi, voi benpensanti intellettualoidi, chiusi nei vostri mondi dorati, quando hanno massacrato Pamela? Lei sì che aveva la maglietta color rosso… Ma del suo sangue! Vergognatevi! Vergognatevi! Vergognatevi!».
Verni ha visto coi suoi occhi i risultati della ferocia vera esercitata da nigeriani verso italiani. Perciò sono ancora più drammatiche le parole che ha aggiunto dopo: «Solo un senso di pudore e di rispetto per mia nipote mi impedisce di postare le foto (vere, non finte come amate fare qualche volta voi) del suo cadavere che, lo ricordo, è stato depezzato (ossia tagliato a pezzi), disarticolato (avete presente quando mangiate un pollo, cercando di disarticolarne le ossa?), scuoiato (gli hanno levato la pelle), lavato con la varechina, messo in due trolley e abbandonato sulla strada».
Ci si sente male ad immaginarlo, figuriamoci vederlo. Dall'altra parte, questo pudore non c'è mai. Il video ha avuto più di 80.000 visualizzazioni, è stato condiviso da più di 2.000 persone, numerosissimi anche i commenti: Annalisa scrive: «Ricordiamoci i pezzi mancanti. Mangiati?». E Danilo: «A causa di gente che confonde il buon senso con il razzismo, subiamo un'invasione senza controllo. Siamo contro il business dell'immigrazione e passiamo per fascisti».
Durante la discussione della mozione contro il sindaco di Macerata, poco dopo il ritrovamento di Pamela, il consigliere comunale del Partito democratico Ninfa Contigiani disse: «La causa della morte di Pamela è la droga, non è un femminicidio». Come se uno Stato che abbandona ragazzini tossicodipendenti a loro stessi fosse uno Stato decente, come se fingere di non sapere che a spacciare droga sono soprattutto immigrati irregolari fosse dignitoso. La Contigiani si occupa di servizi sociali e cultura. Quella cultura che il Pd invoca sempre come strumento di «formazione» delle persone. Fino ad ora, però, le hanno formate solo a gridare all'emergenza quando le vittime sono nere e il carnefice bianco, mai quando avviene il contrario. E il contrario avviene fin troppo spesso.
Gemma Gaetani
Continua a leggereRiduci
I lanci contro i passanti non hanno colpito soltanto Daisy Osakue, ma pure altre donne con la pelle bianca. Una di loro, Brunella Gambino, racconta: «Due attacchi dalla stessa auto a fari spenti».Nel nostro Paese un pensionato su tre subisce qualche forma di violenza. Picchiati, rapinati, pure abusati: ma dei loro drammi nessuno si occupa.Il nigeriano Oseghale ammette: «Ho sezionato io il corpo di Pamela». Marco Verni, zio della ragazza uccisa a Macerata: «Perché nessuno s'indigna quando le vittime sono italiane?».Lo speciale contiene tre articoliNon sono soltanto i carabinieri a smentire la tesi dell'attacco razzista nei confronti di Daisy Osakue, l'atleta di 22 anni primatista italiana di lancio del disco. Anche la Procura di Torino segue la stessa linea. Ieri il pubblico ministero Patrizia Caputo ha aperto un fascicolo sulla vicenda. Si indaga per lesioni, ma senza l'aggravante razziale. Insomma: non ci sono dubbi sul fatto che la giovane sia stata aggredita e abbia subito un danno anche grave. Ma non si è trattato di un atto di discriminazione. Come siano andati i fatti ormai è noto. La dinamica l'ha spiegata un comunicato stampa dei carabinieri uscito lunedì: «Il 30 luglio 2018, ore 01.25 circa, a Moncalieri, Corso Roma angolo via Vico, alcune persone a bordo di Fiat Doblò non meglio indicato, lanciavano delle uova contro un gruppo di ragazze che si trovavano in strada, colpendo al volto una studentessa di colore, con la cittadinanza italiana, di 22 anni abitante a Moncalieri, campionessa italiana under 23 di lancio del disco. La medesima, soccorsa da personale del 118, è stata trasportata all'Ospedale Oftalmico di Torino, dove è stata riscontrata affetta da “lesione della cornea" [...]. Prime verifiche hanno escluso che l'azione sia riconducibile a discriminazione razziale». Daisy, a quanto risulta, camminava assieme ad alcune amiche. Era un poco più avanti rispetto al gruppo, quando un furgone si è avvicinato a tutta velocità. A bordo c'erano, sembra, due persone, che hanno lanciato uova fuori dal finestrino, colpendo in viso l'atleta. La Osakue ne ha ricavato abrasioni alla cornea. Ha dovuto sospendere gli allenamenti, ma non ha alcuna intenzione di saltare le importanti competizioni che la attendono. Nelle ultime ore, Daisy ha ripetuto nelle interviste che quello contro di lei è stato un assalto razzista. Le forze dell'ordine e la Procura, come abbiamo visto, la pensano diversamente. Del resto, anche altri cittadini di Moncalieri hanno subito attacchi simili al suo. Tra questi c'è Brunella Gambino, 47 anni, impiegata. «Posso parlare del mio caso, raccontare che cosa è successo a me», dice alla Verità. Ci racconti. «Eravamo in quattro, signore italiane quasi cinquantenni. Il 25 luglio siamo andate in pizzeria, qui a Moncalieri (il locale è il Nom Nom di strada Genova, ndr)». È lì che via hanno aggredito?«Eravamo appena uscite, ci trovavamo poco fuori dal locale. Saranno state le 23.00 o le 23.30. Ci siamo fermate a chiacchierare, ed è a quel punto che ci hanno colpito le uova. Abbiamo sentito un motore che rombava, e questa macchina ha accelerato, poi ci è arrivato addosso qualcosa». Erano uova. «Sì, anche se sono state tirate con una forza incredibile. Subito pensavamo che ci avessero tirato una bottiglia. Una mia amica è stata colpita al braccio, le faceva male». Ha visto da che auto sono state tirate le uova?«Io ero di spalle, non ci ho fatto caso. Ma le mie amiche erano sicure che fosse un Doblò». La stessa auto da cui sono state lanciate uova contro Daisy Osakue. Dopo che siete state colpite, che cosa è successo?«Ci siamo fermate ad aiutare la nostra mica. Saranno passati cinque minuti, e la macchina è tornata». Stessa dinamica?«Sì. La stessa auto è ripassata, sempre a forte velocità, con i fari spenti. Ci ha tirato un altro uovo, questa volta ha colpito il marciapiede, ci ha sporcato le scarpe e i vestiti». In queste ore si parla molto di aggressione razzista a Daisy Osakue. Secondo lei si tratta di attacco di questo tipo?«Secondo me si tratta di scherzi stupidi di ragazzi. Ragazzi che hanno la patente, ovviamente. Scherzi stupidi finiti male. L'unica cosa che mi viene in mente è quella. Poi non so se uno stupido che si diverte in questo modo possa essere pure razzista». Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uova-anche-contro-di-me-la-xenofobia-non-centra-2591538827.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-discriminazione-esiste-ma-le-vere-vittime-sono-gli-anziani-vessati" data-post-id="2591538827" data-published-at="1779568436" data-use-pagination="False"> La discriminazione esiste ma le vere vittime sono gli anziani vessati Prima gli anziani! La canea sollevata dalla sinistra in merito all'aggressione subita da Daisy Osakue si è dimostrata, come era prevedibile per non dire scontato, totalmente strumentale. Si è trattato di un vergognoso atto di teppismo, ma il colore della pelle di Daisy non c'entra assolutamente niente. Lo dice la Procura di Torino, che ieri ha ipotizzato, nell'ambito dell'inchiesta aperta sull'episodio, il reato di lesioni senza contestare l'aggravante razziale. Teppismo, inciviltà, stupidaggine, ma niente razzismo, con buona pace dei sinistrati con il Rolex che hanno dipinto l'Italia come una nazione di xenofobi intolleranti. Ora che sono stati gli stessi pm di Torino a escludere l'aggravante razzista, possiamo tranquillamente invitare la sinistra italiana a occuparsi di tutti gli episodi di violenza con la stessa severa loquacità e indignata grafomania con la quale negli ultimi due giorni hanno letteralmente infestato talk show, giornali, siti web e social network. Partiremmo da un fenomeno che definire preoccupante è un eufemismo: la violenza sugli anziani. I casi di poveri pensionati pestati, rapinati, scippati, vittime di abusi, non si contano. Indifesi, spesso soli, gli anziani sono bersaglio di violenze di tutti i tipi, eppure la sinistra se ne frega allegramente: nessun allarme, nessuna polemica, nessun tweet pensoso o allarmato, e tanto meno (per fortuna) la tentazione di definire l'Italia come un Paese razzista nei confronti degli anziani. Come mai? Dimenticanza? Sottovalutazione del fenomeno? Oppure, come malignamente si potrebbe pensare, denunciare e combattere la piaga della violenza sugli anziani non rende in termini propagandistici e non serve ad attaccare il governo e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini? Eppure, proprio Famiglia cristiana, settimanale che ha dipinto lo stesso Salvini come Satana, poco più di un mese fa, il 15 giugno, in occasione della Giornata mondiale contro i maltrattamenti inflitti agli anziani (ricorrenza passata in sordina, chi sa come mai) ha pubblicato un articolo con dati assai allarmanti. «In Italia», scrive Famiglia cristiana, «un anziano su tre è vittima di una forma di violenza: 2,9 milioni over 65 sono sottoposti a maltrattamenti psicologici, 600.000 subiscono truffe finanziarie, 400.000 vengono maltrattati fisicamente, 100.000 sono oggetto di abusi sessuali. In aumento anche la contenzione fisica: secondo un'indagine della Federazione Nazionale Collegi Infermieri, a subirla è il 68,7% degli anziani residenti in Residenze sanitarie assistenziali». Un anziano su tre, in Italia, è vittima di una forma di violenza. Una percentuale mostruosa, ma che non merita l'attenzione della sinistra e dei suoi media di riferimento. Eppure, ogni santo giorno, le cronache dei siti e dei giornali sono piene di aggressioni nei confronti degli anziani, alcune delle quali degne di Arancia meccanica. Qualche esempio, tra tantissimi. A Pergine, in provincia di Trento, lo scorso 17 luglio, una settantacinquenne è stata ritrovata dai vicini di casa esanime e con il volto sfigurato sul pianerottolo del suo appartamento. La donna è stata percossa con efferata violenza: aggredita per sottrarle alcuni gioielli. La povera pensionata si è ribellata, e l'aggressore ha tentato di ammazzarla soffocandola con un cuscino. Caduta sul pavimento, la donna ha sbattuto la testa, e quando sono arrivati i soccorsi non respirava più: è viva per miracolo. Altro episodio orrendo a Creazzo, in provincia di Vicenza: due settimane fa una anziana è stata vittima di un violento pestaggio da parte di alcuni ladri di appartamento. Secondo le testimonianze raccolte, la pensionata è stata sbattuta a terra, presa a calci e poi imbavagliata con del nastro adesivo per evitare che potesse chiedere aiuto. Lo scorso 6 luglio, a Bologna, un povero ottantaseienne era appena entrato nell'androne del suo condominio quando è stato sorpreso alle spalle da un malintenzionato che aveva messo gli occhi sul suo orologio, del valore di appena 100 euro. L'aggressore ha messo la mani alla bocca dell'anziano, quasi soffocandolo, poi lo ha scaraventato giù per le scale. Si è avvicinato all'uomo, che giaceva sul pavimento, gli ha strappato l'orologio e si è allontanato insieme a un complice che faceva da palo. Lo scorso 20 luglio, a San Salvo Marina, in provincia di Chieti, un anziano era intento a parcheggiare la sua auto quando è scattata la ferocia di due uomini i quali, forse per motivi di viabilità, lo hanno picchiato, hanno sfondato il lunotto della sua auto e sono scappati via poco prima che intervenissero i Carabinieri. Gli esempi sono infiniti. L'altro ieri, a Vicenza, un nomade quarantacinquenne, già noto alle forze dell'ordine, è stato protagonista di una aggressione da incubo. Il nomade chiedeva l'elemosina: si è avvicinato un ottantunenne e gli ha dato 4 euro. Un'offerta generosa, fatta con il cuore, ma che al malvivente non è bastata: l'uomo ha chiesto altri soldi, ha costretto l'anziano a dirigersi verso la sua auto alla ricerca di monete e banconote, lo ha insultato e gli ha impedito di andarsene fin quando il malcapitato ottantunenne ha chiamato la polizia che ha bloccato l'aggressore. Il 26 luglio a Lucca un pensionato era seduto su una panchina, e ha visto un pacchetto di sigarette per terra. Lo ha raccolto ed è stato avvicinato da un giovane che gli ha strappato di mano il pacchetto e ha strattonato il malcapitato, facendolo cadere a terra e mandandolo in ospedale. Nessuno di questi crimini ha meritato l'attenzione della sinistra. Chissà come mai. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uova-anche-contro-di-me-la-xenofobia-non-centra-2591538827.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="oseghale-ho-fatto-a-pezzi-pamela" data-post-id="2591538827" data-published-at="1779568436" data-use-pagination="False"> Oseghale: «Ho fatto a pezzi Pamela» Marco Valerio Verni è un quasi quarantenne avvocato del Foro di Roma, specializzato in diritto penale anche militare e diritto internazionale umanitario. Ma, soprattutto, è il fratello di Alessandra Verni, madre di Pamela Mastropietro, quindi zio della giovane ragazza romana ritrovata fatta a pezzi in un trolley dopo che si era allontanata dalla comunità di recupero nella quale stava tentando di vincere la battaglia contro la tossicodipendenza. Fatta a pezzi da mani nigeriane. Proprio ieri, la trasmissione Quarto grado ha rivelato alcuni dettagli dell'interrogatorio di Innocent Oseghale davanti al procuratore capo di Macerata. Il nigeriano nega di aver violentato e ucciso Pamela, ma ammette di averne smembrato il cadavere. «Sono uscito a comprare un sacco per nascondere il corpo», avrebbe detto Oseghale. «Non ci sono riuscito perché il sacco era piccolo. Ho preso così la decisione di sezionare il corpo. Non l'avevo mai fatto prima. Ho nascosto i resti in due valigie e le ho portate con un taxi verso Sforzacosta ma ero al telefono e non mi sono accorto di aver superato il paese e così ho chiesto al tassista di lasciare le due valigie lungo il fossato». Sono passati sei mesi da quella giornata orrenda e lunedì 30 luglio Pamela è stata ricordata a Roma con una manifestazione commemorativa nel suo quartiere e una messa nella parrocchia di Ognissanti. Sono anche sei mesi che Marco Valerio Verni affida soprattutto ai social network riflessioni che nessuno dei giornali che ogni giorno criminalizzano la politica di Matteo Salvini riporta mai. «Sono sei mesi che non ci sei più: ed io continuerò a combattere per cercare di farti avere giustizia. Affinché non accada ad altri», ha scritto lunedì sulla sua pagina Facebook. Ieri, invece, si è rivolto al presidente Sergio Mattarella, facendo riferimento alle sue dichiarazioni sul Far West: «Perché mai nessuna parola di condanna quando a compiere gravi reati siano immigrati a danno di italiani? Quanto accaduto a Pamela non è forse barbarie? No alla violenza… Mai. Ma non discriminate noi italiani a casa nostra». L'8 luglio scorso lo zio di Pamela si è rivolto in un video al popolo delle «magliette rosse», quello che si fotografava compiaciuto sui social network in un tripudio di slogan accoglientisti. Marco Valerio indossava una maglietta nera, in segno di lutto, e chiedeva: «Dove eravate voi, voi benpensanti intellettualoidi, chiusi nei vostri mondi dorati, quando hanno massacrato Pamela? Lei sì che aveva la maglietta color rosso… Ma del suo sangue! Vergognatevi! Vergognatevi! Vergognatevi!». Verni ha visto coi suoi occhi i risultati della ferocia vera esercitata da nigeriani verso italiani. Perciò sono ancora più drammatiche le parole che ha aggiunto dopo: «Solo un senso di pudore e di rispetto per mia nipote mi impedisce di postare le foto (vere, non finte come amate fare qualche volta voi) del suo cadavere che, lo ricordo, è stato depezzato (ossia tagliato a pezzi), disarticolato (avete presente quando mangiate un pollo, cercando di disarticolarne le ossa?), scuoiato (gli hanno levato la pelle), lavato con la varechina, messo in due trolley e abbandonato sulla strada». Ci si sente male ad immaginarlo, figuriamoci vederlo. Dall'altra parte, questo pudore non c'è mai. Il video ha avuto più di 80.000 visualizzazioni, è stato condiviso da più di 2.000 persone, numerosissimi anche i commenti: Annalisa scrive: «Ricordiamoci i pezzi mancanti. Mangiati?». E Danilo: «A causa di gente che confonde il buon senso con il razzismo, subiamo un'invasione senza controllo. Siamo contro il business dell'immigrazione e passiamo per fascisti». Durante la discussione della mozione contro il sindaco di Macerata, poco dopo il ritrovamento di Pamela, il consigliere comunale del Partito democratico Ninfa Contigiani disse: «La causa della morte di Pamela è la droga, non è un femminicidio». Come se uno Stato che abbandona ragazzini tossicodipendenti a loro stessi fosse uno Stato decente, come se fingere di non sapere che a spacciare droga sono soprattutto immigrati irregolari fosse dignitoso. La Contigiani si occupa di servizi sociali e cultura. Quella cultura che il Pd invoca sempre come strumento di «formazione» delle persone. Fino ad ora, però, le hanno formate solo a gridare all'emergenza quando le vittime sono nere e il carnefice bianco, mai quando avviene il contrario. E il contrario avviene fin troppo spesso. Gemma Gaetani
iStock
Ma qui non si parla delle conquiste di Don Giovanni, ma di ciliegie. Tra le precoci ecco le maiatiche, buone e suggestive come un’aurora primaverile, chiamate così perché sono le ciliegie di maggio, maius per i latini. Le maiatiche sono le debuttanti della stagione: «Maggio ciliegie per assaggio». Le precoci più celebri sono di Taurasi, patria di due celebri rossi: il vino Docg e, appunto, la ciliegia dolce e succosa, buona al naturale e ottima come marmellata. Altrettanto gustose la Melella e la San Pasquale, cugine irpine, e la maiatica di Cerisano, nel Cosentino.
La ciliegia non è solo un frutto. È molto di più. È un simbolo, sacro e profano, è desiderio e appagamento, palato e lingua, gusto e metafora. La ciliegia è poesia. A volte intrigante, passionale, erotica. «Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi», sussurra Pablo Neruda in una delle sue canzoni disperate lasciandoci la libertà di pensare cosa mai farà la primavera con i ciliegi. In García Lorca il sentimento è trasporto: «E io ti baciavo senza rendermi conto che non ti dicevo: labbra di ciliegia».
A volte la ciliegia è malinconia, nostalgia di un amore lontano o perduto: «Vi supplico o figlie di Xiang, ricamate un guanciale di lino con mille ciliegie purpuree. Cerco il mio dolce amore e non lo trovo. Dov’è la mia bella, la mia amata? Posando il capo sui rossi ricami stanotte sognerò le labbra punicee del mio tesoro, le carezze vermiglie del mio bene smarrito. Le ciliegie addolciscono il sonno e l’assenza». Chi supplica è un anonimo poeta orientale convinto che solo sognando bacerà il suo amore spezzando il malvagio sortilegio dell’abbandono. In Angiolo Silvio Novaro c’è il ricordo dell’infanzia e delle poesie imparate a memoria: «E l’estate vien cantando, vien cantando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Un cestel di bionde pesche vellutate, appena tocche, e ciliege lustre e fresche, ben divise a mazzi e a ciocche».
Ciliege e amore è un classico anche nella canzone, nel romanzo d’amore, nel cinema. Se la «ninfetta» Lolita, nell’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov (tradotto poi in film), si fosse dipinta le labbra con un rossetto qualsiasi anziché con il wet cherry (ciliegia bagnata) e avesse succhiato un leccalecca al limone, più consono alla sua età, piuttosto di leccare quello alla ciliegia a forma di cuore, il trentasettenne professor Humbert Humbert non avrebbe rischiato la camicia di forza. Quale misero effetto avrebbe fatto in Pulp fiction di Quentin Tarantino, il frappè di latte di Uma Thurman se sopra la candida schiuma del frullato che sta bevendo con voluttà ci fosse stata, al posto della ciliegia scarlatta, una moscatella, ciliegia buonissima ma di color bianco? Riguardate la scena nella mente: la stangona di Hollywood fissa negli occhi John Travolta passando e ripassando tra le labbra la pallida controfigura di una ciliegia rossa come il fuoco. Seee…addio eros.
Purtroppo le ciliegie bianche hanno la dolcezza delle sorelle rosse, ma non lo stesso sex appeal. Non emozionano, non stuzzicano i sensi come le sorelle scarlatte. Queste, frutto proibito, suggeriscono voluttà, sensualità, peccato (ai minori di 14 anni, come è opportuno che sia, solo golosità). Quelle - oltre alla moscatella ci sono la limona, la bianca di Verona - fanno pensare all’innocenza, alla pudicizia, alla Prima comunione. Al bianco vestito delle spose che (almeno una volta era così) arrivavano illibate all’altare.
La ciliegia rossa ha ispirato compositori e cantanti. Nell’Amico Fritz di Pietro Mascagni c’è il Duetto delle ciliegie: «Han della porpora vivo il colore, son dolci e tenere». Nel 1950 Nilla Pizzi titillava il cuore degli innamorati cantando «Ciliegi rosa a primavera come le labbra del mio amor, i baci della prima sera ricordo ancor». Nel 1959 Gloria Christian gorgheggiava Cerasella al Festival di Napoli. Nel 1990 Pino Mango firma con Mogol Ma com’è rossa la ciliegia: «Ma com’è rossa la ciliegia, come mai? I raggi del sole l’hanno baciata e lei si è trovata già maturata». Insomma, ciliegie, baci e amore vanno sempre d’accordo. Ma, e non è cosa da poco, le ciliegie fanno bene alla salute oltre che all’amore. Sono ricche di vitamine: A, C, B1 e B2 e di sali minerali: potassio, calcio, magnesio, fosforo. Hanno poche calorie (38 in un etto) e sono diuretiche.
La bellezza e la dolcezza della ciliegia hanno ispirato artisti e letterati fin dall’antichità. A Ercolano, nella casa detta del Gran portale, c’è un bellissimo ciliegio dipinto 2.000 anni fa. I Greci, che la chiamavano kèrasos, la apprezzavano da molto prima dei Romani. Teofrasto ne parla 300 anni prima di Cristo. Prima di loro, la conoscevano gli Egizi. Secondo Plinio fu Lucio Licinio Lucullo a introdurre il ciliegio in Italia nel 73 a.C. dopo aver sconfitto Mitridate, re del Ponto. Oltre a essere il più noto gourmet del mondo antico - celebri le cene luculliane - fu anche un ottimo generale e, siccome una ciliegia tira l’altra, Lucullo pensò bene di procacciarsene una scorta infinita portandosi un ciliegio da Cerasunte, colonia greca sul Mar Nero famosa per la coltivazione della pianta dalla quale prese il nome: il cerasum.
Nome che, più o meno modificato, si usa ancora in molti dialetti della Penisola e all’estero. In Sicilia (famose le ciliegie etnee) la chiamano ciràsa; a Napoli ’a ceràsa; cirésa in Piemonte (celebri quelle di Pecetto); sirésa in Veneto dove domina la Mora di Tramigna. In Spagna è cereza, in Francia cerise, in Portogallo cereja. In Inglese è cherry che è anche il nome del liquore che si ricava dal frutto. Gabriele D’Annunzio battezzò Sangue morlacco il liquore che la Luxardo produceva a Fiume con le marasche.
La ciliegia, oltre all’arte e alla poesia, appartiene alla simbologia cristiana. Il rosso richiama il sangue di Cristo e dei martiri. Per questo si trovano ciliegie su tavole raffiguranti l’ultima cena o la Cena in Emmaus. Nel Riposo durante la fuga in Egitto del Barocci, Gesù Bambino ha ciliegie in mano. Nella Madonna del libro di Sandro Botticelli c’è una coppa di ciliegie. Nella Madonna delle ciliegie di Tiziano sono in mano al Bambino e a Maria che le porge a San Giovannino; simboleggiano la futura Passione di Gesù e il martirio del Battista decollato da Erode.
Agli smemorati mangiatori di frutta d’oggidì, la ciliegia bianca presenta le sue antiche e aristocratiche radici, il blasone rinascimentale. È nelle nature morte dei pittori del Cinquecento e del Seicento. La troviamo in scenografici vassoi. Bellissime le fruttivendole di Vincenzo Campi che dispongono cesti di frutta con tutte le varietà di ciliegie, anche le bianche. Il toscano Bartolomeo Bimbi, alla corte dei Medici, tocca le vette della natura morta. Nella villa medicea di Poggio a Caiano le sue tele con la frutta e i fiori dominano meravigliose, educative e tragiche perché ci fanno capire quanta biodiversità, quanti frutti, verdure, animali abbiamo perduto dal Settecento a oggi. Il Bimbi, nella grande tela delle ciliegie pone al centro della scena le moscatelle bianche che i Medici coltivavano nelle tenute intorno a Firenze.
Pochi lo sanno, ma anche le ciliegie, sia rosse sia bianche, dolci o asprigne, hanno un santo protettore: San Gerardo dei Tintori, patrono della città di Monza (lo si festeggia tra poco, il 6 giugno). Una sera d’inverno del Duecento, in cui sentiva ardentemente il bisogno di pregare, chiese ai chierici del Duomo di Monza di farlo entrare. I custodi, insonnoliti, gli opposero un «no» secco. San Gerardo non si scompose: se lo avessero fatto entrare, avrebbe donato loro un cesto di ciliegie. Vista la stagione, gli altri acconsentirono ridacchiando. Di lì a poco Gerardo tornò con le ciliegie.
Continua a leggereRiduci
In occasione del Milan longevity summit, Unifarco presenta il progetto GenAge® e il modello delle Farmacie specializzate in longevità: un approccio che punta a trasformare la farmacia in un vero «Longevity hub», dove il farmacista diventa guida multidisciplinare in un percorso costruito su evidenze scientifiche, analisi dello stile di vita e prevenzione personalizzata. Ne parliamo con il dottor Gianni Baratto, direttore scientifico e vicepresidente (Ricerca e sviluppo) di Unifarco, per capire quale ruolo potranno avere le farmacie nella diffusione di una cultura della longevità sana e consapevole.
Oggi si parla moltissimo di longevità. Secondo lei qual è il rischio più grande: trasformarla in una moda o riuscire davvero a renderla prevenzione quotidiana?
«Sicuramente oggi il termine “longevity” è ampiamente utilizzato e strumentalizzato anche fuori dai giusti contesti. È diventato un termine spendibile in svariati ambiti, dalla comunicazione sanitaria a quella finanziaria e assicurativa. Tuttavia è utile ricordare che, sebbene questo termine sia oggi sulla bocca di tutti e possa sembrare una trovata commerciale per vendere più beni e servizi, non è un tema così recente. Longevità si può tradurre anche con “salute nel tempo”, e ogni prodotto nasce per far star bene le persone. È esplosa questa meravigliosa bolla, finalmente ora parlare di longevità non è più fantascienza ma scienza, e questo ha reso più motivati brand come GenAge® a fornire a tutte le persone gli strumenti più concreti che la scienza oggi offre».
A che punto è la conoscenza?
«In questo campo non si ferma mai, nascono ogni giorno startup e aziende dedicate, vengono investiti sempre più capitali per lo studio di come accompagnare l’allungamento della durata media della vita con un parallelo aumento degli anni in salute. A chi è scettico suggeriamo di trovare i giusti referenti, interlocutori formati e competenti con cui differenziare ciò che è longevity solo per moda e convenienza da ciò che è realmente longevity, per una salute ora e nel tempo tramite un lavoro di squadra sulle proprie abitudini e sulla propria biologia. Così da esprimere al meglio le potenzialità genetiche che abbiamo ricevuto e vivere più a lungo e in salute, con partecipazione attiva alla vita sociale, autonomia e soddisfazione di noi stessi a qualsiasi età. Perché è davvero possibile».
Che cosa significa «manutenzione della salute» nella vita di una persona di 40, 50 o 60 anni?
«Quando parliamo di meccanismi biologici malleabili, di azioni sul nostro stile di vita, di cambiamenti che devono diventare sane routine mantenute nel tempo, ecco che si evidenzia chiaramente come sia necessario cominciare a occuparsi della propria longevità (in salute) prima che tutto sia visibile e manifesto. In realtà, a partire dai 35-40 anni, nel nostro corpo, i meccanismi biologici, la vitalità delle cellule, l’accumulo di danni, le compensazioni che prima erano altamente efficienti, cominciano ad alterarsi innescando la curva dell’invecchiamento. È nel momento in cui siamo al massimo della nostra vitalità che dobbiamo sostenerla e “revisionarla” (quasi fosse la nostra automobile), per darle l’energia e la carica per durare più a lungo nel tempo e in modo più performante».
Nel vostro approccio i farmacisti diventano una sorta di «guida della longevità». Come cambia il ruolo della farmacia rispetto al passato?
«Il farmacista è depositario di una solida esperienza formulativa e analitica di stampo multidisciplinare e ha le competenze necessarie per mettere la persona al centro, prendersene cura a 360 gradi, accompagnarla in modo personalizzato e sostenerne la motivazione. Possiede tutte le caratteristiche per essere il primo punto di riferimento e l’anello di congiunzione per un percorso multidisciplinare che include anche altri professionisti della salute. Oltre a questo, la farmacia è un presidio accessibile, diffuso capillarmente in tutto il territorio e intercetta tutte le fasce della popolazione. In farmacia, con la presenza di un farmacista preparatore formato nell’approccio pro-longevity promosso da GenAge®, potrà così concretizzarsi un percorso di manutenzione della salute fatto di analisi genetiche, analisi dei principali parametri ematici e dei marker infiammatori, test del microbiota e valutazione della composizione corporea. Approcci concreti, facilmente accessibili ed estremamente scientifici e personalizzati. Per rendere il tutto più approfondito e oggettivo, abbiamo creato il Programma yougevity, in cui alla figura del farmacista si affianca un team multidisciplinare composto da medico, nutrizionista, personal trainer e mental coach, per un’esperienza completa che integra ogni aspetto essenziale alla nostra longevità in salute».
Parlate di geroscienze e «hallmarks of aging». Quanto siamo vicini a una medicina che non cura solo le malattie, ma rallenta i meccanismi dell’invecchiamento?
«Negli ultimi anni la scienza dell’invecchiamento ha registrato un progresso senza precedenti. Ad oggi, è in grado di dare una risposta, seppur complessa e forse ancora incompleta, a questa domanda. La scienza si è concentrata soprattutto nell’analisi dei meccanismi chiave responsabili del progressivo declino dei sistemi di regolazione ed equilibrio (omeostasi) cellulare, identificando 12 “hallmarks of aging”, cioè 12 pilastri dell’invecchiamento».
Quali sono?
«Biomarker distintivi e responsabili della senescenza che si manifestano durante il normale invecchiamento, che lo accelerano se esacerbati e, viceversa, lo rallentano se gestiti correttamente. Metabolismo, funzioni cognitive, ossa, articolazioni, muscoli, pelle e intestino possono incontrare qualche ostacolo lungo il percorso degli anni anagrafici, spesso con segnali sottili, difficili da riconoscere e sensazioni che emergono nella routine quotidiana. Se siamo consapevoli dei nostri punti di forza e riconosciamo le nostre aree più vulnerabili, grazie a genetica e azione epigenetica con lo stile di vita pro-longevity, facciamo il primo fondamentale passo per lavorare sulla nostra biologia, rendendola più vitale, più funzionale, più ottimizzata e longeva».
Continua a leggereRiduci
Le foto stanno facendo il tour dei social con una velocità superiore a quella del cronoman Filippo Ganna. Ed escludendo l’autoironia (difficile trovarne qualche grammo su questi temi), indicano tante cose insieme: il delirio fuori scala di chi ha avuto la pensata, la volontà di abbracciare la moda woke ormai fuori tempo massimo e la dimostrazione di insensibilità nell’accostare il mondo fantasy a quello reale. Perché vedere la sedia a rotelle (con tutto ciò che presuppone in termini di dolore e di coraggio) accanto a un droide da Star Wars farebbe sobbalzare anche il più cinico dei leoni da tastiera di X.
Quello grossetano nella Cittadella dello studente dev’essere un istituto davvero fortunato. Mentre gli altri, in tutta Italia, sono preoccupati dalla dispersione scolastica, dall’uso indiscriminato dell’Intelligenza artificiale, dalle sacche di violenza al loro interno, ecco la paradisiaca Eat dove c’è la possibilità per i ragazzi di incontrare Robin mentre fa asciugare i guanti verdi sotto il getto di aria calda. È l’invasione dell’ultra-woke. Non fa una piega l’assessore regionale toscano alla Scuola, Alessandra Nardini (Pd), orgogliosa di mostrare l’opera su Facebook nella speranza che sia un viatico per decollare verso il Nazareno. Si sa che Elly Schlein è molto sensibile alle pulsioni radical da terza liceo «sull’accessibilità universale» che arriva ad abbracciare il transgenderismo planetario. Anzi galattico. Anzi a fumetti.
Così l’istituto dedicato a enogastronomia, accoglienza (nel senso di hospitality) e turismo deve fare i conti con i bagni più inclusivi dell’universo interstellar. Non vorremmo deludere chi ha avuto la pensata, ma è arrivato ultimo. Alcune università italiane, mosse dall’urgenza di adeguarsi ai dogmi del fanatismo Lgbtq+ da campus californiano, da tempo hanno ricavato servizi igienici per il presunto terzo sesso, destinati a rimanere deserti o ad attrarre superflue polemiche. Come quella avvampata due anni fa alla Bocconi di Milano, allorché tre studenti sono stati sospesi per sei mesi dalle lezioni per aver pubblicato sui social media commenti a loro dire goliardici, ma ritenuti «transfobici» dal consiglio di disciplina dell’ateneo. Un provvedimento molto severo, rigorosamente in linea con la polizia del pensiero e della parola.
I bagni di Guerre Stellari (noi boomer di periferia eravamo fermi al bar) stanno facendo discutere. Il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabrizio Rossi, ha commentato: «Direbbe il poeta, Non so se il riso o la pietà prevale. Ecco come le porte di un gabinetto diventano una crociata». È bastata la frase perché si autoproducesse come un blob una task force molto seria e molto presa dall’argomento, capitanata dall’assessora Nardini, pronta a far divampare lo scontro ideologico: «L’attacco di Rossi è l’ennesima prova dell’ossessione della destra. Io sto dalla parte di chi realizza spazi accoglienti, non di chi agita fantasmi woke. Davvero il problema sarebbero bagni pensati per riconoscere ogni persona? Penso che tutte le iniziative che consentono a ogni persona, ogni corpo e ogni identità, di essere riconosciuta, siano le benvenute». Se c’erano dubbi sulla mancanza di autoironia e di profondità morale del progressismo radical, questi evaporano. Perché sarebbe interessante definire l’identità e il perimetro sociale del robottino Ambrogio e della sirenetta Ariel. E capire le profonde motivazioni filosofiche che consentono di accostare nella stessa frase, con la stessa sensibilità, dentro lo stesso perimetro di dignità civile Batman e una mamma incinta, i Minions e una persona disabile. Anche il presidente provinciale Francesco Limatola (ovviamente piddino pure lui) non si è risparmiato qualche grammo di indignazione: «L’onorevole Rossi dovrebbe preoccuparsi un po’ di più di dare risposte ai territori e un po’ di meno di inseguire un maldestro tentativo di fare il fenomeno sui social». È noto che il presidente di una Provincia, al contrario, possa mettersi alle spalle le tematiche che riguardano i cittadini per baloccarsi a piacere dentro un cartoon. Undici icone, zero autocritica, una difesa d’ufficio da far cascare le braccia. Non resta che un consiglio: controllate spesso la carta igienica.
Continua a leggereRiduci