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2018-08-01
«Uova anche contro di me, la xenofobia non c’entra»
Non sono soltanto i carabinieri a smentire la tesi dell'attacco razzista nei confronti di Daisy Osakue, l'atleta di 22 anni primatista italiana di lancio del disco. Anche la Procura di Torino segue la stessa linea. Ieri il pubblico ministero Patrizia Caputo ha aperto un fascicolo sulla vicenda. Si indaga per lesioni, ma senza l'aggravante razziale. Insomma: non ci sono dubbi sul fatto che la giovane sia stata aggredita e abbia subito un danno anche grave. Ma non si è trattato di un atto di discriminazione.
Come siano andati i fatti ormai è noto. La dinamica l'ha spiegata un comunicato stampa dei carabinieri uscito lunedì: «Il 30 luglio 2018, ore 01.25 circa, a Moncalieri, Corso Roma angolo via Vico, alcune persone a bordo di Fiat Doblò non meglio indicato, lanciavano delle uova contro un gruppo di ragazze che si trovavano in strada, colpendo al volto una studentessa di colore, con la cittadinanza italiana, di 22 anni abitante a Moncalieri, campionessa italiana under 23 di lancio del disco. La medesima, soccorsa da personale del 118, è stata trasportata all'Ospedale Oftalmico di Torino, dove è stata riscontrata affetta da “lesione della cornea" [...]. Prime verifiche hanno escluso che l'azione sia riconducibile a discriminazione razziale».
Daisy, a quanto risulta, camminava assieme ad alcune amiche. Era un poco più avanti rispetto al gruppo, quando un furgone si è avvicinato a tutta velocità. A bordo c'erano, sembra, due persone, che hanno lanciato uova fuori dal finestrino, colpendo in viso l'atleta. La Osakue ne ha ricavato abrasioni alla cornea. Ha dovuto sospendere gli allenamenti, ma non ha alcuna intenzione di saltare le importanti competizioni che la attendono.
Nelle ultime ore, Daisy ha ripetuto nelle interviste che quello contro di lei è stato un assalto razzista. Le forze dell'ordine e la Procura, come abbiamo visto, la pensano diversamente. Del resto, anche altri cittadini di Moncalieri hanno subito attacchi simili al suo. Tra questi c'è Brunella Gambino, 47 anni, impiegata.
«Posso parlare del mio caso, raccontare che cosa è successo a me», dice alla Verità.
Ci racconti.
«Eravamo in quattro, signore italiane quasi cinquantenni. Il 25 luglio siamo andate in pizzeria, qui a Moncalieri (il locale è il Nom Nom di strada Genova, ndr)».
È lì che via hanno aggredito?
«Eravamo appena uscite, ci trovavamo poco fuori dal locale. Saranno state le 23.00 o le 23.30. Ci siamo fermate a chiacchierare, ed è a quel punto che ci hanno colpito le uova. Abbiamo sentito un motore che rombava, e questa macchina ha accelerato, poi ci è arrivato addosso qualcosa».
Erano uova.
«Sì, anche se sono state tirate con una forza incredibile. Subito pensavamo che ci avessero tirato una bottiglia. Una mia amica è stata colpita al braccio, le faceva male».
Ha visto da che auto sono state tirate le uova?
«Io ero di spalle, non ci ho fatto caso. Ma le mie amiche erano sicure che fosse un Doblò».
La stessa auto da cui sono state lanciate uova contro Daisy Osakue. Dopo che siete state colpite, che cosa è successo?
«Ci siamo fermate ad aiutare la nostra mica. Saranno passati cinque minuti, e la macchina è tornata».
Stessa dinamica?
«Sì. La stessa auto è ripassata, sempre a forte velocità, con i fari spenti. Ci ha tirato un altro uovo, questa volta ha colpito il marciapiede, ci ha sporcato le scarpe e i vestiti».
In queste ore si parla molto di aggressione razzista a Daisy Osakue. Secondo lei si tratta di attacco di questo tipo?
«Secondo me si tratta di scherzi stupidi di ragazzi. Ragazzi che hanno la patente, ovviamente. Scherzi stupidi finiti male. L'unica cosa che mi viene in mente è quella. Poi non so se uno stupido che si diverte in questo modo possa essere pure razzista».
Francesco Borgonovo
La discriminazione esiste ma le vere vittime sono gli anziani vessati
Prima gli anziani! La canea sollevata dalla sinistra in merito all'aggressione subita da Daisy Osakue si è dimostrata, come era prevedibile per non dire scontato, totalmente strumentale. Si è trattato di un vergognoso atto di teppismo, ma il colore della pelle di Daisy non c'entra assolutamente niente. Lo dice la Procura di Torino, che ieri ha ipotizzato, nell'ambito dell'inchiesta aperta sull'episodio, il reato di lesioni senza contestare l'aggravante razziale. Teppismo, inciviltà, stupidaggine, ma niente razzismo, con buona pace dei sinistrati con il Rolex che hanno dipinto l'Italia come una nazione di xenofobi intolleranti.
Ora che sono stati gli stessi pm di Torino a escludere l'aggravante razzista, possiamo tranquillamente invitare la sinistra italiana a occuparsi di tutti gli episodi di violenza con la stessa severa loquacità e indignata grafomania con la quale negli ultimi due giorni hanno letteralmente infestato talk show, giornali, siti web e social network. Partiremmo da un fenomeno che definire preoccupante è un eufemismo: la violenza sugli anziani. I casi di poveri pensionati pestati, rapinati, scippati, vittime di abusi, non si contano. Indifesi, spesso soli, gli anziani sono bersaglio di violenze di tutti i tipi, eppure la sinistra se ne frega allegramente: nessun allarme, nessuna polemica, nessun tweet pensoso o allarmato, e tanto meno (per fortuna) la tentazione di definire l'Italia come un Paese razzista nei confronti degli anziani.
Come mai? Dimenticanza? Sottovalutazione del fenomeno? Oppure, come malignamente si potrebbe pensare, denunciare e combattere la piaga della violenza sugli anziani non rende in termini propagandistici e non serve ad attaccare il governo e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini? Eppure, proprio Famiglia cristiana, settimanale che ha dipinto lo stesso Salvini come Satana, poco più di un mese fa, il 15 giugno, in occasione della Giornata mondiale contro i maltrattamenti inflitti agli anziani (ricorrenza passata in sordina, chi sa come mai) ha pubblicato un articolo con dati assai allarmanti.
«In Italia», scrive Famiglia cristiana, «un anziano su tre è vittima di una forma di violenza: 2,9 milioni over 65 sono sottoposti a maltrattamenti psicologici, 600.000 subiscono truffe finanziarie, 400.000 vengono maltrattati fisicamente, 100.000 sono oggetto di abusi sessuali. In aumento anche la contenzione fisica: secondo un'indagine della Federazione Nazionale Collegi Infermieri, a subirla è il 68,7% degli anziani residenti in Residenze sanitarie assistenziali».
Un anziano su tre, in Italia, è vittima di una forma di violenza. Una percentuale mostruosa, ma che non merita l'attenzione della sinistra e dei suoi media di riferimento. Eppure, ogni santo giorno, le cronache dei siti e dei giornali sono piene di aggressioni nei confronti degli anziani, alcune delle quali degne di Arancia meccanica. Qualche esempio, tra tantissimi. A Pergine, in provincia di Trento, lo scorso 17 luglio, una settantacinquenne è stata ritrovata dai vicini di casa esanime e con il volto sfigurato sul pianerottolo del suo appartamento. La donna è stata percossa con efferata violenza: aggredita per sottrarle alcuni gioielli. La povera pensionata si è ribellata, e l'aggressore ha tentato di ammazzarla soffocandola con un cuscino. Caduta sul pavimento, la donna ha sbattuto la testa, e quando sono arrivati i soccorsi non respirava più: è viva per miracolo. Altro episodio orrendo a Creazzo, in provincia di Vicenza: due settimane fa una anziana è stata vittima di un violento pestaggio da parte di alcuni ladri di appartamento. Secondo le testimonianze raccolte, la pensionata è stata sbattuta a terra, presa a calci e poi imbavagliata con del nastro adesivo per evitare che potesse chiedere aiuto. Lo scorso 6 luglio, a Bologna, un povero ottantaseienne era appena entrato nell'androne del suo condominio quando è stato sorpreso alle spalle da un malintenzionato che aveva messo gli occhi sul suo orologio, del valore di appena 100 euro. L'aggressore ha messo la mani alla bocca dell'anziano, quasi soffocandolo, poi lo ha scaraventato giù per le scale. Si è avvicinato all'uomo, che giaceva sul pavimento, gli ha strappato l'orologio e si è allontanato insieme a un complice che faceva da palo.
Lo scorso 20 luglio, a San Salvo Marina, in provincia di Chieti, un anziano era intento a parcheggiare la sua auto quando è scattata la ferocia di due uomini i quali, forse per motivi di viabilità, lo hanno picchiato, hanno sfondato il lunotto della sua auto e sono scappati via poco prima che intervenissero i Carabinieri. Gli esempi sono infiniti. L'altro ieri, a Vicenza, un nomade quarantacinquenne, già noto alle forze dell'ordine, è stato protagonista di una aggressione da incubo. Il nomade chiedeva l'elemosina: si è avvicinato un ottantunenne e gli ha dato 4 euro. Un'offerta generosa, fatta con il cuore, ma che al malvivente non è bastata: l'uomo ha chiesto altri soldi, ha costretto l'anziano a dirigersi verso la sua auto alla ricerca di monete e banconote, lo ha insultato e gli ha impedito di andarsene fin quando il malcapitato ottantunenne ha chiamato la polizia che ha bloccato l'aggressore. Il 26 luglio a Lucca un pensionato era seduto su una panchina, e ha visto un pacchetto di sigarette per terra. Lo ha raccolto ed è stato avvicinato da un giovane che gli ha strappato di mano il pacchetto e ha strattonato il malcapitato, facendolo cadere a terra e mandandolo in ospedale. Nessuno di questi crimini ha meritato l'attenzione della sinistra. Chissà come mai.
Carlo Tarallo
Oseghale: «Ho fatto a pezzi Pamela»
Marco Valerio Verni è un quasi quarantenne avvocato del Foro di Roma, specializzato in diritto penale anche militare e diritto internazionale umanitario. Ma, soprattutto, è il fratello di Alessandra Verni, madre di Pamela Mastropietro, quindi zio della giovane ragazza romana ritrovata fatta a pezzi in un trolley dopo che si era allontanata dalla comunità di recupero nella quale stava tentando di vincere la battaglia contro la tossicodipendenza. Fatta a pezzi da mani nigeriane. Proprio ieri, la trasmissione Quarto grado ha rivelato alcuni dettagli dell'interrogatorio di Innocent Oseghale davanti al procuratore capo di Macerata. Il nigeriano nega di aver violentato e ucciso Pamela, ma ammette di averne smembrato il cadavere. «Sono uscito a comprare un sacco per nascondere il corpo», avrebbe detto Oseghale. «Non ci sono riuscito perché il sacco era piccolo. Ho preso così la decisione di sezionare il corpo. Non l'avevo mai fatto prima. Ho nascosto i resti in due valigie e le ho portate con un taxi verso Sforzacosta ma ero al telefono e non mi sono accorto di aver superato il paese e così ho chiesto al tassista di lasciare le due valigie lungo il fossato».
Sono passati sei mesi da quella giornata orrenda e lunedì 30 luglio Pamela è stata ricordata a Roma con una manifestazione commemorativa nel suo quartiere e una messa nella parrocchia di Ognissanti.
Sono anche sei mesi che Marco Valerio Verni affida soprattutto ai social network riflessioni che nessuno dei giornali che ogni giorno criminalizzano la politica di Matteo Salvini riporta mai. «Sono sei mesi che non ci sei più: ed io continuerò a combattere per cercare di farti avere giustizia. Affinché non accada ad altri», ha scritto lunedì sulla sua pagina Facebook.
Ieri, invece, si è rivolto al presidente Sergio Mattarella, facendo riferimento alle sue dichiarazioni sul Far West: «Perché mai nessuna parola di condanna quando a compiere gravi reati siano immigrati a danno di italiani? Quanto accaduto a Pamela non è forse barbarie? No alla violenza… Mai. Ma non discriminate noi italiani a casa nostra».
L'8 luglio scorso lo zio di Pamela si è rivolto in un video al popolo delle «magliette rosse», quello che si fotografava compiaciuto sui social network in un tripudio di slogan accoglientisti. Marco Valerio indossava una maglietta nera, in segno di lutto, e chiedeva: «Dove eravate voi, voi benpensanti intellettualoidi, chiusi nei vostri mondi dorati, quando hanno massacrato Pamela? Lei sì che aveva la maglietta color rosso… Ma del suo sangue! Vergognatevi! Vergognatevi! Vergognatevi!».
Verni ha visto coi suoi occhi i risultati della ferocia vera esercitata da nigeriani verso italiani. Perciò sono ancora più drammatiche le parole che ha aggiunto dopo: «Solo un senso di pudore e di rispetto per mia nipote mi impedisce di postare le foto (vere, non finte come amate fare qualche volta voi) del suo cadavere che, lo ricordo, è stato depezzato (ossia tagliato a pezzi), disarticolato (avete presente quando mangiate un pollo, cercando di disarticolarne le ossa?), scuoiato (gli hanno levato la pelle), lavato con la varechina, messo in due trolley e abbandonato sulla strada».
Ci si sente male ad immaginarlo, figuriamoci vederlo. Dall'altra parte, questo pudore non c'è mai. Il video ha avuto più di 80.000 visualizzazioni, è stato condiviso da più di 2.000 persone, numerosissimi anche i commenti: Annalisa scrive: «Ricordiamoci i pezzi mancanti. Mangiati?». E Danilo: «A causa di gente che confonde il buon senso con il razzismo, subiamo un'invasione senza controllo. Siamo contro il business dell'immigrazione e passiamo per fascisti».
Durante la discussione della mozione contro il sindaco di Macerata, poco dopo il ritrovamento di Pamela, il consigliere comunale del Partito democratico Ninfa Contigiani disse: «La causa della morte di Pamela è la droga, non è un femminicidio». Come se uno Stato che abbandona ragazzini tossicodipendenti a loro stessi fosse uno Stato decente, come se fingere di non sapere che a spacciare droga sono soprattutto immigrati irregolari fosse dignitoso. La Contigiani si occupa di servizi sociali e cultura. Quella cultura che il Pd invoca sempre come strumento di «formazione» delle persone. Fino ad ora, però, le hanno formate solo a gridare all'emergenza quando le vittime sono nere e il carnefice bianco, mai quando avviene il contrario. E il contrario avviene fin troppo spesso.
Gemma Gaetani
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I lanci contro i passanti non hanno colpito soltanto Daisy Osakue, ma pure altre donne con la pelle bianca. Una di loro, Brunella Gambino, racconta: «Due attacchi dalla stessa auto a fari spenti».Nel nostro Paese un pensionato su tre subisce qualche forma di violenza. Picchiati, rapinati, pure abusati: ma dei loro drammi nessuno si occupa.Il nigeriano Oseghale ammette: «Ho sezionato io il corpo di Pamela». Marco Verni, zio della ragazza uccisa a Macerata: «Perché nessuno s'indigna quando le vittime sono italiane?».Lo speciale contiene tre articoliNon sono soltanto i carabinieri a smentire la tesi dell'attacco razzista nei confronti di Daisy Osakue, l'atleta di 22 anni primatista italiana di lancio del disco. Anche la Procura di Torino segue la stessa linea. Ieri il pubblico ministero Patrizia Caputo ha aperto un fascicolo sulla vicenda. Si indaga per lesioni, ma senza l'aggravante razziale. Insomma: non ci sono dubbi sul fatto che la giovane sia stata aggredita e abbia subito un danno anche grave. Ma non si è trattato di un atto di discriminazione. Come siano andati i fatti ormai è noto. La dinamica l'ha spiegata un comunicato stampa dei carabinieri uscito lunedì: «Il 30 luglio 2018, ore 01.25 circa, a Moncalieri, Corso Roma angolo via Vico, alcune persone a bordo di Fiat Doblò non meglio indicato, lanciavano delle uova contro un gruppo di ragazze che si trovavano in strada, colpendo al volto una studentessa di colore, con la cittadinanza italiana, di 22 anni abitante a Moncalieri, campionessa italiana under 23 di lancio del disco. La medesima, soccorsa da personale del 118, è stata trasportata all'Ospedale Oftalmico di Torino, dove è stata riscontrata affetta da “lesione della cornea" [...]. Prime verifiche hanno escluso che l'azione sia riconducibile a discriminazione razziale». Daisy, a quanto risulta, camminava assieme ad alcune amiche. Era un poco più avanti rispetto al gruppo, quando un furgone si è avvicinato a tutta velocità. A bordo c'erano, sembra, due persone, che hanno lanciato uova fuori dal finestrino, colpendo in viso l'atleta. La Osakue ne ha ricavato abrasioni alla cornea. Ha dovuto sospendere gli allenamenti, ma non ha alcuna intenzione di saltare le importanti competizioni che la attendono. Nelle ultime ore, Daisy ha ripetuto nelle interviste che quello contro di lei è stato un assalto razzista. Le forze dell'ordine e la Procura, come abbiamo visto, la pensano diversamente. Del resto, anche altri cittadini di Moncalieri hanno subito attacchi simili al suo. Tra questi c'è Brunella Gambino, 47 anni, impiegata. «Posso parlare del mio caso, raccontare che cosa è successo a me», dice alla Verità. Ci racconti. «Eravamo in quattro, signore italiane quasi cinquantenni. Il 25 luglio siamo andate in pizzeria, qui a Moncalieri (il locale è il Nom Nom di strada Genova, ndr)». È lì che via hanno aggredito?«Eravamo appena uscite, ci trovavamo poco fuori dal locale. Saranno state le 23.00 o le 23.30. Ci siamo fermate a chiacchierare, ed è a quel punto che ci hanno colpito le uova. Abbiamo sentito un motore che rombava, e questa macchina ha accelerato, poi ci è arrivato addosso qualcosa». Erano uova. «Sì, anche se sono state tirate con una forza incredibile. Subito pensavamo che ci avessero tirato una bottiglia. Una mia amica è stata colpita al braccio, le faceva male». Ha visto da che auto sono state tirate le uova?«Io ero di spalle, non ci ho fatto caso. Ma le mie amiche erano sicure che fosse un Doblò». La stessa auto da cui sono state lanciate uova contro Daisy Osakue. Dopo che siete state colpite, che cosa è successo?«Ci siamo fermate ad aiutare la nostra mica. Saranno passati cinque minuti, e la macchina è tornata». Stessa dinamica?«Sì. La stessa auto è ripassata, sempre a forte velocità, con i fari spenti. Ci ha tirato un altro uovo, questa volta ha colpito il marciapiede, ci ha sporcato le scarpe e i vestiti». In queste ore si parla molto di aggressione razzista a Daisy Osakue. Secondo lei si tratta di attacco di questo tipo?«Secondo me si tratta di scherzi stupidi di ragazzi. Ragazzi che hanno la patente, ovviamente. Scherzi stupidi finiti male. L'unica cosa che mi viene in mente è quella. Poi non so se uno stupido che si diverte in questo modo possa essere pure razzista». Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uova-anche-contro-di-me-la-xenofobia-non-centra-2591538827.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-discriminazione-esiste-ma-le-vere-vittime-sono-gli-anziani-vessati" data-post-id="2591538827" data-published-at="1767190850" data-use-pagination="False"> La discriminazione esiste ma le vere vittime sono gli anziani vessati Prima gli anziani! La canea sollevata dalla sinistra in merito all'aggressione subita da Daisy Osakue si è dimostrata, come era prevedibile per non dire scontato, totalmente strumentale. Si è trattato di un vergognoso atto di teppismo, ma il colore della pelle di Daisy non c'entra assolutamente niente. Lo dice la Procura di Torino, che ieri ha ipotizzato, nell'ambito dell'inchiesta aperta sull'episodio, il reato di lesioni senza contestare l'aggravante razziale. Teppismo, inciviltà, stupidaggine, ma niente razzismo, con buona pace dei sinistrati con il Rolex che hanno dipinto l'Italia come una nazione di xenofobi intolleranti. Ora che sono stati gli stessi pm di Torino a escludere l'aggravante razzista, possiamo tranquillamente invitare la sinistra italiana a occuparsi di tutti gli episodi di violenza con la stessa severa loquacità e indignata grafomania con la quale negli ultimi due giorni hanno letteralmente infestato talk show, giornali, siti web e social network. Partiremmo da un fenomeno che definire preoccupante è un eufemismo: la violenza sugli anziani. I casi di poveri pensionati pestati, rapinati, scippati, vittime di abusi, non si contano. Indifesi, spesso soli, gli anziani sono bersaglio di violenze di tutti i tipi, eppure la sinistra se ne frega allegramente: nessun allarme, nessuna polemica, nessun tweet pensoso o allarmato, e tanto meno (per fortuna) la tentazione di definire l'Italia come un Paese razzista nei confronti degli anziani. Come mai? Dimenticanza? Sottovalutazione del fenomeno? Oppure, come malignamente si potrebbe pensare, denunciare e combattere la piaga della violenza sugli anziani non rende in termini propagandistici e non serve ad attaccare il governo e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini? Eppure, proprio Famiglia cristiana, settimanale che ha dipinto lo stesso Salvini come Satana, poco più di un mese fa, il 15 giugno, in occasione della Giornata mondiale contro i maltrattamenti inflitti agli anziani (ricorrenza passata in sordina, chi sa come mai) ha pubblicato un articolo con dati assai allarmanti. «In Italia», scrive Famiglia cristiana, «un anziano su tre è vittima di una forma di violenza: 2,9 milioni over 65 sono sottoposti a maltrattamenti psicologici, 600.000 subiscono truffe finanziarie, 400.000 vengono maltrattati fisicamente, 100.000 sono oggetto di abusi sessuali. In aumento anche la contenzione fisica: secondo un'indagine della Federazione Nazionale Collegi Infermieri, a subirla è il 68,7% degli anziani residenti in Residenze sanitarie assistenziali». Un anziano su tre, in Italia, è vittima di una forma di violenza. Una percentuale mostruosa, ma che non merita l'attenzione della sinistra e dei suoi media di riferimento. Eppure, ogni santo giorno, le cronache dei siti e dei giornali sono piene di aggressioni nei confronti degli anziani, alcune delle quali degne di Arancia meccanica. Qualche esempio, tra tantissimi. A Pergine, in provincia di Trento, lo scorso 17 luglio, una settantacinquenne è stata ritrovata dai vicini di casa esanime e con il volto sfigurato sul pianerottolo del suo appartamento. La donna è stata percossa con efferata violenza: aggredita per sottrarle alcuni gioielli. La povera pensionata si è ribellata, e l'aggressore ha tentato di ammazzarla soffocandola con un cuscino. Caduta sul pavimento, la donna ha sbattuto la testa, e quando sono arrivati i soccorsi non respirava più: è viva per miracolo. Altro episodio orrendo a Creazzo, in provincia di Vicenza: due settimane fa una anziana è stata vittima di un violento pestaggio da parte di alcuni ladri di appartamento. Secondo le testimonianze raccolte, la pensionata è stata sbattuta a terra, presa a calci e poi imbavagliata con del nastro adesivo per evitare che potesse chiedere aiuto. Lo scorso 6 luglio, a Bologna, un povero ottantaseienne era appena entrato nell'androne del suo condominio quando è stato sorpreso alle spalle da un malintenzionato che aveva messo gli occhi sul suo orologio, del valore di appena 100 euro. L'aggressore ha messo la mani alla bocca dell'anziano, quasi soffocandolo, poi lo ha scaraventato giù per le scale. Si è avvicinato all'uomo, che giaceva sul pavimento, gli ha strappato l'orologio e si è allontanato insieme a un complice che faceva da palo. Lo scorso 20 luglio, a San Salvo Marina, in provincia di Chieti, un anziano era intento a parcheggiare la sua auto quando è scattata la ferocia di due uomini i quali, forse per motivi di viabilità, lo hanno picchiato, hanno sfondato il lunotto della sua auto e sono scappati via poco prima che intervenissero i Carabinieri. Gli esempi sono infiniti. L'altro ieri, a Vicenza, un nomade quarantacinquenne, già noto alle forze dell'ordine, è stato protagonista di una aggressione da incubo. Il nomade chiedeva l'elemosina: si è avvicinato un ottantunenne e gli ha dato 4 euro. Un'offerta generosa, fatta con il cuore, ma che al malvivente non è bastata: l'uomo ha chiesto altri soldi, ha costretto l'anziano a dirigersi verso la sua auto alla ricerca di monete e banconote, lo ha insultato e gli ha impedito di andarsene fin quando il malcapitato ottantunenne ha chiamato la polizia che ha bloccato l'aggressore. Il 26 luglio a Lucca un pensionato era seduto su una panchina, e ha visto un pacchetto di sigarette per terra. Lo ha raccolto ed è stato avvicinato da un giovane che gli ha strappato di mano il pacchetto e ha strattonato il malcapitato, facendolo cadere a terra e mandandolo in ospedale. Nessuno di questi crimini ha meritato l'attenzione della sinistra. Chissà come mai. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uova-anche-contro-di-me-la-xenofobia-non-centra-2591538827.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="oseghale-ho-fatto-a-pezzi-pamela" data-post-id="2591538827" data-published-at="1767190850" data-use-pagination="False"> Oseghale: «Ho fatto a pezzi Pamela» Marco Valerio Verni è un quasi quarantenne avvocato del Foro di Roma, specializzato in diritto penale anche militare e diritto internazionale umanitario. Ma, soprattutto, è il fratello di Alessandra Verni, madre di Pamela Mastropietro, quindi zio della giovane ragazza romana ritrovata fatta a pezzi in un trolley dopo che si era allontanata dalla comunità di recupero nella quale stava tentando di vincere la battaglia contro la tossicodipendenza. Fatta a pezzi da mani nigeriane. Proprio ieri, la trasmissione Quarto grado ha rivelato alcuni dettagli dell'interrogatorio di Innocent Oseghale davanti al procuratore capo di Macerata. Il nigeriano nega di aver violentato e ucciso Pamela, ma ammette di averne smembrato il cadavere. «Sono uscito a comprare un sacco per nascondere il corpo», avrebbe detto Oseghale. «Non ci sono riuscito perché il sacco era piccolo. Ho preso così la decisione di sezionare il corpo. Non l'avevo mai fatto prima. Ho nascosto i resti in due valigie e le ho portate con un taxi verso Sforzacosta ma ero al telefono e non mi sono accorto di aver superato il paese e così ho chiesto al tassista di lasciare le due valigie lungo il fossato». Sono passati sei mesi da quella giornata orrenda e lunedì 30 luglio Pamela è stata ricordata a Roma con una manifestazione commemorativa nel suo quartiere e una messa nella parrocchia di Ognissanti. Sono anche sei mesi che Marco Valerio Verni affida soprattutto ai social network riflessioni che nessuno dei giornali che ogni giorno criminalizzano la politica di Matteo Salvini riporta mai. «Sono sei mesi che non ci sei più: ed io continuerò a combattere per cercare di farti avere giustizia. Affinché non accada ad altri», ha scritto lunedì sulla sua pagina Facebook. Ieri, invece, si è rivolto al presidente Sergio Mattarella, facendo riferimento alle sue dichiarazioni sul Far West: «Perché mai nessuna parola di condanna quando a compiere gravi reati siano immigrati a danno di italiani? Quanto accaduto a Pamela non è forse barbarie? No alla violenza… Mai. Ma non discriminate noi italiani a casa nostra». L'8 luglio scorso lo zio di Pamela si è rivolto in un video al popolo delle «magliette rosse», quello che si fotografava compiaciuto sui social network in un tripudio di slogan accoglientisti. Marco Valerio indossava una maglietta nera, in segno di lutto, e chiedeva: «Dove eravate voi, voi benpensanti intellettualoidi, chiusi nei vostri mondi dorati, quando hanno massacrato Pamela? Lei sì che aveva la maglietta color rosso… Ma del suo sangue! Vergognatevi! Vergognatevi! Vergognatevi!». Verni ha visto coi suoi occhi i risultati della ferocia vera esercitata da nigeriani verso italiani. Perciò sono ancora più drammatiche le parole che ha aggiunto dopo: «Solo un senso di pudore e di rispetto per mia nipote mi impedisce di postare le foto (vere, non finte come amate fare qualche volta voi) del suo cadavere che, lo ricordo, è stato depezzato (ossia tagliato a pezzi), disarticolato (avete presente quando mangiate un pollo, cercando di disarticolarne le ossa?), scuoiato (gli hanno levato la pelle), lavato con la varechina, messo in due trolley e abbandonato sulla strada». Ci si sente male ad immaginarlo, figuriamoci vederlo. Dall'altra parte, questo pudore non c'è mai. Il video ha avuto più di 80.000 visualizzazioni, è stato condiviso da più di 2.000 persone, numerosissimi anche i commenti: Annalisa scrive: «Ricordiamoci i pezzi mancanti. Mangiati?». E Danilo: «A causa di gente che confonde il buon senso con il razzismo, subiamo un'invasione senza controllo. Siamo contro il business dell'immigrazione e passiamo per fascisti». Durante la discussione della mozione contro il sindaco di Macerata, poco dopo il ritrovamento di Pamela, il consigliere comunale del Partito democratico Ninfa Contigiani disse: «La causa della morte di Pamela è la droga, non è un femminicidio». Come se uno Stato che abbandona ragazzini tossicodipendenti a loro stessi fosse uno Stato decente, come se fingere di non sapere che a spacciare droga sono soprattutto immigrati irregolari fosse dignitoso. La Contigiani si occupa di servizi sociali e cultura. Quella cultura che il Pd invoca sempre come strumento di «formazione» delle persone. Fino ad ora, però, le hanno formate solo a gridare all'emergenza quando le vittime sono nere e il carnefice bianco, mai quando avviene il contrario. E il contrario avviene fin troppo spesso. Gemma Gaetani
Sullo sfondo lo stabilimento Ilva, nel riquadro Michael Flacks (Ansa)
Il via libera dei comitati di sorveglianza comunque pesa, perché in quegli organismi siedono anche i rappresentanti dei creditori. Ma si tratta solo di uno step. Ora la palla passa ai commissari straordinari, che – una volta incassato il placet del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – dovranno negoziare nel dettaglio con il fondo di Miami contenuti e condizioni dell’offerta ovvero investimenti, occupazione, piano industriale e impegni ambientali. L’obiettivo del governo è arrivare alla firma del contratto nella prima parte del 2026. Serviranno anche altri passaggi chiave: dall’ok dell’Antitrust europeo all’eventuale esercizio del Golden Power, se Palazzo Chigi riterrà strategica la produzione dell’acciaio. E soprattutto incombe la partita sindacale, che si annuncia complessa. Flacks parla di 8.500 occupati, ma Acciaierie d’Italia conta oggi poco meno di 10mila addetti, a cui si aggiungono circa 1.600 lavoratori Ilva in amministrazione straordinaria da anni in attesa di ricollocazione.
I sindacati sono divisi. La Fim Cisl invita a concentrarsi sui piani e non sui nomi. Uilm e Fiom esprimono invece forti perplessità. Rocco Palombella (Uilm) chiede un incontro urgente a Palazzo Chigi con la presidente Meloni per conoscere nel dettaglio l’offerta e avverte: «Non tollereremo pacchi preconfezionati». Per la Fiom Cgil, con Loris Scarpa, è «inaccettabile trattare con fondi speculativi alle spalle dei lavoratori» e torna la richiesta di una società a maggioranza pubblica.
Gli ostacoli tuttavia non sono finiti. Bisogna contare anche il ruolo della magistratura. Proprio nelle ore decisive per l’avvio della trattativa in esclusiva, la Procura di Taranto ha respinto per la seconda volta la richiesta di dissequestro dell’altoforno 1, fermo dopo l’incendio del 7 maggio scorso a una tubiera. L’impianto è sotto sequestro senza facoltà d’uso e l’area siderurgica marcia da mesi con un solo altoforno operativo, il numero 4. Acciaierie d’Italia farà ricorso al gip contro il provvedimento firmato dal pm Mariano Buccoliero e vistato dalla procuratrice capo Eugenia Pontassuglia. Secondo l’azienda, il protrarsi del sequestro non sarebbe compatibile con i principi del sequestro probatorio e con la giurisprudenza della Cassazione. La Procura, invece, ritiene necessari ulteriori accertamenti, nonostante l’attività di indagine – con consulenti nominati – si sia chiusa a fine ottobre. Il mancato dissequestro continua a depotenziare la capacità produttiva e a incidere sui piani industriali, come più volte sottolineato dal ministro Urso.
Intanto Flacks, nel suo post, promette fino a 5 miliardi di euro di investimenti per modernizzazione, elettrificazione e decarbonizzazione, con il governo italiano indicato come partner strategico al 40% e un’opzione per il fondo di salire ulteriormente nel capitale. Chissà...
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Ansa
Interventi resi possibili soprattutto il taglio delle aliquote dell’Irpef, grazie al prelievo su banche e assicurazioni. Per le banche, infatti, è stato aumentato del 2% l’Irap, con un gettito di circa 1,3 miliardi di euro. Inoltre, è stata ulteriormente ridotta la deducibilità sulle perdite pregresse: le percentuali scendono dal 43% al 35% per il 2026 e dal 54% al 42% per il 2027. In questo caso, le risorse garantite sono circa 600 milioni di euro in due anni. Irap più pesante anche per le assicurazioni, per le quali, in aggiunta, è stata innalzata al 12,5% l’aliquota sulla polizza Rc auto per gli infortuni al conducente. Alle compagnie sono richiesti 1,3 miliardi attraverso il versamento di un acconto pari all’85% del contributo sul premio delle assicurazioni dei veicoli e dei natanti, dovuto per l’anno precedente al gettito dalla manovra è tutto qui. Altre risorse, circa mezzo miliardo, arrivano dall’aumento delle accise sui carburanti, mentre 213 dal rincaro dei tabacchi.
Il pilastro della manovra è rappresentato dal taglio della seconda aliquota dell’Irpef per i redditi fino a 50.000 euro, dal 35 al 33%. Tra le altre voci la tassazione agevolata al 5% sugli incrementi contrattuali (per i redditi fino a 33.000 euro e per i contratti rinnovati dal 2024 al 2026). Sui premi di risultato e forme di partecipazione agli utili d’impresa, fino a 5.000 euro, l’imposta sostitutiva scende all’1%. Sale da 8 a 10 euro la soglia esentasse dei buoni pasto.
A sostegno delle imprese ci sono l’estensione fino al 30 settembre 2028 dell’iperammortamento, le risorse per il credito d’imposta Transizione 5.0 (1,3 miliardi) e Zes (532,64 milioni). L’altro destinatario delle risorse è la famiglia, alla quale sono state destinati 1,5 miliardi di euro. La manovra promette agevolazioni per il calcolo dell’Isee. Le paritarie potranno anche essere esentate dall’Imu. A neodiplomati la nuova Carta Valore Cultura per l’acquisto di materiali e prodotti culturali.
Tra i temi più dibattuti ci sono la rottamazione quinquies e gli affitti brevi. I debiti maturati dall’1 gennaio 2000 al 31 dicembre 2023 potranno essere estinti attraverso una rateizzazione su 9 anni con 54 rate bimestrali, con un interesse al 3%. Per le locazioni turistiche, resta la cedolare al 21% per il primo immobile, mentre sale al 26% sul secondo e dal terzo scatta l’attività di impresa.
Alcuni dei nodi sono rimasti sospesi e saranno al centro del dibattito politico nei prossimi mesi. Resta un capitolo aperto, quello delle pensioni con la richiesta della Lega di sterilizzare l’innalzamento dell’età pensionabile che scatta dal 2027. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha detto che «si vedrà nel 2026» e ha ricordato che l’aumento di un mese nel 2027 e di due mesi nel 2028 dell’età pensionabile, laddove ci sarebbe stato un innalzamento automatico di tre mesi dal 2027, ha richiesto come «copertura oltre un miliardo». La legge di Bilancio, inoltre, fa saltare la possibilità di andare in pensione di vecchiaia anticipatamente cumulando la rendita della previdenza complementare. Altro cantiere aperto sempre da parte della Lega per il dopo manovra, è il ritorno alla flat tax incrementale e a quella per i giovani under 30 e under 35. Forza Italia invece punta a irrobustire il sostegno ai ceti medi e ad allargare la base dell’Irpef almeno a 60.000.
Nel 2026 il governo potrà valersi dell’ottava rata del Pnrr, pari a 12,8 miliardi di euro, inviata dalla Commissione europea a seguito della valutazione positiva sul raggiungimento di 32 obiettivi. Inoltre, è stata inoltrata anche la richiesta di pagamento della nona e penultima rata, anch’essa pari a 12,8 miliardi di euro. «L’Italia si conferma capofila in Europa nell’attuazione del Pnrr, sia per numero di obiettivi raggiunti sia per importo ricevuto, che con l’ottava rata sale a 153,2 miliardi di euro, pari al 79% della dotazione totale, a fronte della media europea del 60%», ha affermato il premier Meloni.
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L'imam della comunità islamica di Torino, Mohamed Shanin (Ansa)
La decisione della Corte d’appello di Caltanissetta rappresenta un nuovo stop per il governo sul terreno della sicurezza e dell’immigrazione. I giudici hanno infatti confermato che l’imam torinese Mohamed Shahin, in quanto richiedente asilo, può restare sul territorio italiano in attesa che la sua domanda di protezione internazionale venga esaminata. Una pronuncia che non cancella formalmente il decreto di espulsione firmato dal ministero dell’Interno, ma che ne sospende l’efficacia, impedendone l’esecuzione fino alla conclusione della procedura. Si tratta di una conferma di quanto già stabilito in primo grado dal tribunale di Caltanissetta, contro cui l’Avvocatura dello Stato aveva presentato ricorso. Anche in appello, tuttavia, la linea dell’esecutivo si è scontrata con la valutazione dei giudici, che hanno ritenuto legittima la permanenza di Shahin in Italia in virtù della richiesta di asilo presentata dopo l’arresto. Un esito che, sul piano politico, viene letto come l’ennesimo schiaffo al Viminale, impegnato da mesi a difendere un provvedimento adottato esclusivamente per ragioni di sicurezza nazionale.
La vicenda affonda le sue radici nello scorso novembre, quando il ministero dell’Interno aveva emesso un decreto di espulsione nei confronti dell’imam, motivandolo con la presenza di elementi ritenuti indicativi di una radicalizzazione ideologica. Al centro del dossier vi erano anche alcune dichiarazioni sulla strage compiuta dai miliziani di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023, considerate dalle autorità incompatibili con la permanenza sul territorio nazionale. In seguito al decreto, Mohamed Shahin era stato trasferito nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta, in attesa dell’esecuzione dell’espulsione. Ma già in quella fase era arrivato un primo, significativo stop per il governo: la Corte d’appello di Torino aveva infatti disposto la sua liberazione, ritenendo che non sussistessero i presupposti giuridici per il trattenimento nel Cpr. Una decisione che aveva di fatto indebolito l’impianto del provvedimento ministeriale, pur senza metterlo formalmente in discussione.
Ora, con la pronuncia della Corte d’appello di Caltanissetta, l’azione dell’esecutivo subisce un ulteriore rallentamento. I giudici non entrano nel merito del decreto di espulsione, ma ribadiscono che la presentazione di una domanda di protezione internazionale produce effetti sospensivi, imponendo allo Stato di attendere l’esito della procedura prima di procedere con l’allontanamento. Una distinzione tecnica, ma politicamente pesante, perché di fatto congela l’iniziativa del governo. Sul piano amministrativo resta aperto un altro fronte cruciale: quello relativo alla revoca del permesso di soggiorno di Shahin. Su questo aspetto dovrà pronunciarsi il Tar del Lazio nel mese di gennaio. Anche in questo caso, però, i tempi della giustizia amministrativa si sovrappongono alle esigenze di sicurezza rivendicate dal Viminale, alimentando la frizione tra poteri dello Stato.
A complicare ulteriormente il quadro è l’emersione del nome di Mohamed Shahin negli atti dell’Operazione Domino, l’inchiesta che ha portato alla scoperta di una presunta rete di raccolta e trasferimento di fondi destinati a Hamas. Nell’ordinanza firmata dal gip Silvia Carpantini viene ricostruita l’attività della cosiddetta cellula di Mohammed Hannoun, attiva anche in Italia. Tra i contatti citati compare più volte - pur senza risultare indagato - proprio l’imam di Torino. Il suo nome emerge in diverse conversazioni intercettate, talvolta con errori di battitura, ma comunque riconducibili a Shahin. Dagli atti risulta che l’imam intrattenesse rapporti diretti con uno degli arrestati, l’uomo accusato di raccogliere fondi a Torino per destinarli a Gaza. Un elemento che rafforza, sul piano politico, la convinzione dell’esecutivo di trovarsi di fronte a un profilo altamente problematico, anche in assenza di contestazioni penali formali. Non sorprende, quindi, la dura reazione di Fratelli d’Italia. La deputata Augusta Montaruli, che da tempo segue il caso, parla apertamente di una distorsione del sistema. «È incredibile - ha dichiarato - che dopo anni di permanenza in Italia emerga una richiesta di protezione internazionale solo a seguito di un decreto di espulsione. Ma ancora più incredibile è che questo strumento diventi un modo per bloccare l’allontanamento, a fronte di elementi che, al di là delle eventuali responsabilità penali, si aggiungono ad altri che già motivavano un’espulsione preventiva per ragioni di sicurezza nazionale». Il caso di Mohammed Shahin si conferma così come uno dei dossier più sensibili per il governo sul fronte dell’immigrazione e della prevenzione. Non un annullamento formale delle decisioni del Viminale, ma una serie di incredibili stop giudiziari che ne paralizzano l’efficacia, alimentando lo scontro politico e lasciando aperta una partita che, tra tribunali ordinari, giustizia amministrativa e procedure di asilo, è tutt’altro che chiusa e che mette a repentaglio la sicurezza nazionale.
Hannoun non risponde alle domande. A sinistra presentano il conto a Elly
La notte di Mohammad Hannoun nel carcere di Marassi ha già una scadenza. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha deciso che il carcere genovese non è il posto giusto per un uomo accusato di terrorismo. E così, a breve, l’architetto palestinese di 63 anni, indicato dagli inquirenti come figura apicale della cellula italiana di Hamas, verrà trasferito. A Ferrara o ad Alessandria, entrambe strutture dotate di sezioni ad «alta sorveglianza», quelle riservate ai detenuti accusati di terrorismo o eversione. Sezioni speciali. Sorveglianza rafforzata. Isolamento più rigido. «Si tratta di una decisione amministrativa che non dipende né dalla giudice né dalla Procura», spiegano i suoi difensori, Fabio Sommovigo ed Emanuele Tambuscio. Hannoun, dal momento dell’arresto, è stato posto in isolamento. Sabato le manette, poi Marassi. E ieri mattina alle 9 in punto l’interrogatorio di garanzia davanti al gip che l’ha privato della libertà: Silvia Carpanini. E la scelta dell’indagato è stata netta. Hannoun si è avvalso della facoltà di non rispondere. «Gli abbiamo consigliato noi di avvalersi», spiegano ancora i legali, «perché non ha avuto modo ancora di leggere gli atti». Ma non è stato un muro totale. Perché Hannoun, pur senza rispondere alle domande, ha rilasciato dichiarazioni spontanee. Ha parlato per circa mezz’ora. Ha rivendicato la sua storia, la sua attività di raccolta fondi «per iniziative precise di beneficenza a favore del popolo palestinese in tutte le sedi, cioè Gaza, la Cisgiordania e i campi profughi, attività che ha cominciato a svolgere negli anni Novanta». Hannoun ha confermato la finalità umanitaria del suo agire e ha provato a smontare la pietra angolare dell’accusa: ha negato con forza di avere finanziato direttamente o indirettamente Hamas. Poi ha spiegato come funzionava la raccolta fondi e la loro distribuzione prima e dopo il 7 ottobre 2023. Da una parte l’accusa, che parla di oltre 7 milioni di euro transitati attraverso associazioni benefiche fondate e guidate da Hannoun, soldi che secondo gli investigatori avrebbero alimentato Hamas. Dall’altra la versione dell’indagato, che insiste su un’attività di beneficenza cominciata 30 anni fa, su canali, modalità e contesti che, a suo dire, nulla avrebbero a che fare con il finanziamento del terrorismo. I suoi avvocati valutano i prossimi passi, ovvero «se presentare una qualche istanza di attenuazione della misura o se proporre ricorso al tribunale del Riesame». Sulla vicenda piove da sinistra una bomba su Pd. A lanciarla è l’ex dem Sandro Gozi, eurodeputato dei centristi di Renew Europe (ma è stato eletto con il partito di Emmanuel Macron) e segretario generale del Partito democratico europeo, in relazione alle manifestazioni pro Pal: «La sinistra deve fare i conti con una realtà scomoda. C’è imbarazzo, legato a una sottovalutazione e a un’ingenuità, da parte dei propri leader. Questo mix deve essere subito superato da Elly Schlein, altrimenti non puoi guidare il Pd». La ramanzina di Gozi prosegue: «Parliamo di posizioni politiche molto nette, come quelle di chi ha definito Hamas un movimento di resistenza o che ha detto che si possono uccidere tranquillamente gli ebrei, che non potevano essere mescolate con l’entusiasmo di tanti giovani e non che, in buona fede, hanno partecipato alle iniziative pro Pal. Movimenti interi sono stati strumentalizzati». L’eurodeputato ha poi criticato duramente anche il comportamento di alcuni amministratori locali dem: «Quei sindaci, che sono andati a quelle manifestazioni, sono stati davvero degli sprovveduti a dare, poi la cittadinanza onoraria a un personaggio come la Albanese». Il riferimento è a Francesca Albanese, la giurista relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. «Anche Bonelli (Angelo, portavoce di Alleanza dei Verdi e Sinistra, ndr), dopo le ultime rivelazioni, ha dovuto scaricarla».
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Sara Kelany (Imagoeconomica)
Poi a maggio, un giudice della corte d’Appello di Lecce, ritenendo che su un tema complesso come la protezione internazionale il giudicante debba essere specializzato, aveva rimesso la questione nelle mani della Corte Costituzionale. Che invece, in materia di immigrazione, ha promosso il governo a pieni voti. Diversamente dalle misure in materia di pedaggi in autostrada che saliranno del 15% o del fine vita dove il ricorso del governo contro la regione Toscana è stato accolto a metà. «Per mesi le sinistre, ong e parte della magistratura ci hanno attaccato ferocemente affermando che avremmo voluto cambiare il giudice naturale e dicendo che la norma sarebbe stata illegittima», ha commentato Kelany. «Niente di tutto questo».
Il coinvolgimento delle Corti d’Appello era nato in risposta al muro eretto dal tribunale di Roma contro i trasferimenti dei migranti in Albania, con i trattenimenti nei centri sistematicamente annullati dai giudici. Carrellate di ricorsi e altrettanti accoglimenti fotocopia.
Un’alzata di scudi da parte delle sezioni immigrazione dei tribunali civili che hanno portato l’operazione Albania ad un impasse, ad utilizzare i centri di Shengjin e Gjadër come cpr per destinatari di provvedimenti di espulsione, e quindi a congelare la funzione per cui erano nati, quella di basi per operazioni accelerate di frontiera destinate a chi sbarca da paesi sicuri.
Ma proprio questo era il punto contestato dai giudici delle sezioni immigrazione che anziché valutare le posizioni dei singoli migranti, avevano messo in dubbio il diritto da parte del governo di stilare una propria lista di Paesi sicuri. Una posizione che i giudici dichiaravano di prendere solo in punta di diritto, in linea con la Corte di giustizia europea e il principio per cui un Paese o è sicuro per tutti o non lo è.
Caso dopo caso però, con i trattenimenti dei migranti tutti sistematicamente respinti, è emersa una matrice probabilmente ideologica visto che la Corte di giustizia europea non detta ai magistrati una linea ma dà l’opportunità di un controllo giurisdizionale. Che però, curiosamente, è andato sempre in un’unica direzione. Contraria a quella del governo.
In primis Silvia Albano, a capo della sezione immigrazione del Tribunale civile di Roma, presidente di Magistratura democratica e sostenitrice di una lettura a dir poco estensiva del diritto di asilo.
Ora però in linea con le scelte del governo c’è anche l’Europa visto che nel 2026, probabilmente già a febbraio, sarà operativa la lista sui Paesi sicuri. Tra questi anche Egitto e Bagladesh, rigorosamente nella black list dei Paesi più insicuri secondo i giudici. «I riconoscimenti che stiamo ottenendo a livello europeo dimostrano che le nostre decisioni non sono prese sulla base dell’ideologia ma della legge. Le persone hanno bisogno di norme certe di capire chi può essere accolto e chi no. A beneficio anche di chi ha veramente diritto alla protezione», così il senatore Marco Scurria di Fdi. Soddisfazione dalla maggioranza, con Nicola Molteni, sottosegretario al ministero dell’Interno che spiega come la decisione della Corte conferma che la strada intrapresa dal governo per contrastare l’immigrazione irregolare, di massa, senza regole è quella giusta. «Oltre il 35% dei reati in Italia sono connessi da stranieri che diventano oltre il 50% per i reati predatori da strada. Quindi bloccare l’immigrazione illegale è funzionale per garantire sicurezza nelle nostre città».
Linea sostenuta da sempre anche dall’europarlamentare della Lega Anna Cisint che punta il dito contro i rallentamenti causati da iniziative giudiziarie «su un tema che invece richiede decisioni rapide e responsabili. È sempre più ovvio quanto nel nostro Paese sia necessaria la separazione delle carriere. La gestione dei temi legati ai migranti irregolari, ai trattenimenti e alle procedure di estradizione è condizionata dall’azione congiunta di una parte della politica e della magistratura che operano secondo logiche ideologiche».
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