
Poi (e questo è un problema diverso), il guaio è che il centravanti Sergio Mattarella l'ha pure sbagliato il «suo» penalty. A posteriori (ma La Verità lo diceva da molto prima…), chiunque abbia onestà intellettuale riconosce che sarebbe stato molto meglio non opporre veti contro Paolo Savona, e consentire alla maggioranza gialloblù di partire. Infatti, in quel caso, a prescindere da qualunque giudizio sulla compagine e sui suoi programmi, i mercati avrebbero quanto meno valutato positivamente la solidità numerica della maggioranza, e la conseguente prospettiva di una durata non breve del governo.
Invece, sul dischetto del rigore, Mattarella ha commesso un errore clamoroso: si è illuso che la pura e semplice designazione di una persona rispettabile (Carlo Cottarelli) potesse essere premiata dai mercati.
Sbaglio drammatico: suo e di chi l'ha consigliato (a Via Nazionale? a Francoforte? altrove?). I mercati hanno chiaramente percepito il probabilissimo fallimento del tentativo di Cottarelli, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Ma torniamo all'arbitro e ai suoi poteri. È evidente che con gli anni si sia affermata - ed è una tendenza ormai più che ventennale, da Oscar Luigi Scalfaro a Giorgio Napolitano a Mattarella - un'interpretazione ultrainterventista del ruolo del Quirinale. La cosa curiosa è che siano proprio dei parlamentaristi, cioè dei teorici fautori della centralità del Parlamento, ad aver agito in senso contrario: ma il dato concreto è che, via via, sia stato instaurato un presidenzialismo di fatto, senza regole precise e indiscutibili, senza contrappesi, senza contropoteri.
A questo punto, sarebbe molto meglio rimettere all'ordine del giorno una seria riforma costituzionale improntata ad un vero presidenzialismo (all'americana o alla francese), con l'elezione popolare diretta di un capo dello Stato dotato anche del potere di guida dell'esecutivo. In questo caso i vantaggi sarebbero tre. Primo: saranno i cittadini a scegliere. Secondo: tutto sarà chiaro e non opaco, non affidato a interpretazioni discutibili e discrezionali. Terzo: ci sarà un sistema di pesi e contrappesi, di checks and balances, che renderà trasparente e comprensibile sia la dialettica tra presidente e Parlamento, sia quella tra governo e opposizione.
Sciaguratamente, a mio avviso, nella Costituente del 1946-'48, l'opzione presidenzialista, pur sostenuta da voci autorevolissime (uno per tutti: Piero Calamandrei), fu scartata. Democristiani e comunisti non si fidavano gli uni degli altri, e ritenevano troppo recente l'esperienza del fascismo per immaginare di nuovo un governo forte. Preferirono così un governo debole, e una distribuzione di poteri complicata e mai limpidissima tra Quirinale, esecutivo e Camere. Aprendo lo spazio per un verso al dominio extraistituzionale delle segreterie di partito, e per altro verso agli sconfinamenti quirinalizi a cui assistiamo da ben più di un ventennio.
Molto meglio scegliere Washington o Parigi, a questo punto. Una forma di Stato e una forma di governo forti, presidenziali, con adeguati bilanciamenti. Non è un caso se in quei sistemi ci siano stati, ci siano e ci saranno - com'è naturale - scontri politici anche virulenti, ma è molto raro che ci sia una contestazione o una mancanza di chiarezza sui poteri della Casa Bianca o dell'Eliseo.






