Un borghese grande grande
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Tra cori da stadio, un’immensa folla commossa e spontanea ha dato l’addio a Silvio Berlusconi. Uno «di famiglia» che nello stesso tempo consideravano una specie di re d’Italia. Nessun presidente ha avuto funerali così.

All’inizio degli anni Novanta, prima che scoppiasse Mani pulite, curai per l’Europeo, il settimanale di cui ero caporedattore centrale, un’inchiesta di copertina sulla voglia di monarchia degli italiani. Per l’occasione avevamo commissionato un sondaggio, chiedendo agli intervistati chi secondo loro sarebbe stato un buon re d’Italia. Confesso che davo per scontata la risposta, immaginando che il più votato alla fine sarebbe stato Gianni Agnelli, a cui tutti i giornali da sempre lisciavano il pelo, andando in visibilio per le cravatte sopra il maglione e altre prese per i fondelli dell’Avvocato. Invece, a sorpresa, il monarca più gradito risultò Silvio Berlusconi, padrone di Fininvest e del Milan. Ricordo che la copertina lo raffigurava seduto su una poltrona dorata in mezzo a un prato, con in testa una corona che avevamo applicato con un fotomontaggio. Un re moderno assiso sul suo trono. L’immagine mi è tornata in mente ieri, quando ho assistito alla folla immensa che sul sagrato del Duomo di Milano ha voluto salutarlo. Non era l’addio a un politico, per giunta divisivo come direbbe Rosy Bindi, la quale evidentemente neppure da morto gli perdona la frase «più bella che intelligente». No, era il commiato che si tributa a qualcuno a cui si tiene, a qualcuno che si considera più di un (…)segretario di partito. Certo, quarant’anni fa, quando morì Enrico Berlinguer, il Pci era ancora vivo e insieme con esso era vitale e agguerrita anche la sua macchina organizzativa che, come tutti ricorderanno, è sempre stata imbattibile, perché fatta da funzionari, militanti, sindacalisti e iscritti alle coop. Dunque, il fiume di persone che resero omaggio alla salma del leader del maggior partito comunista d’Occidente era quasi scontato. I funerali, oltre che una cerimonia di chi amava il capo, erano anche un atto politico. Se poi si considera che di lì a quel 13 giugno del 1984 si sarebbe votato per le Europee, era naturale che il corteo funebre con la sua solennità si trasformasse anche in una grande manifestazione di popolo. Berlinguer, colpito da ictus, era morto sul palco di un comizio e la logica conclusione – lo dico con il massimo rispetto e senza alcun cinismo – voleva che si convogliasse la commozione dei militanti in qualche cosa che valeva più di un comizio. L’effetto della grande partecipazione di massa, infatti, si tradusse in un sorpasso del Pci sulla Dc, per la prima e unica volta.

Ieri però non c’era la gioiosa macchina da guerra (copyright di Achille Occhetto) del Pci e nemmeno c’era più quella di Forza Italia, partito che non è mai stato, neanche ai tempi d’oro, veramente strutturato con sezioni e funzionari. Fin dall’inizio, gli Azzurri voluti dal Cavaliere non avevano comitati centrali o propagandisti in servizio permanente. Dunque, a ogni elezione era lui a mobilitare le masse, il Cavaliere a girare l’Italia e le tv della penisola per sollecitare gli italiani a votarlo.

Non so chi lo abbia detto, ma il programma di Berlusconi era Berlusconi stesso. Lui agli elettori proponeva sé stesso, il suo modo di vivere e di essere, le sue battute, le sue fortune, il suo mito. Perciò ieri, nelle vie di Milano, lungo le quali c’era chi agitava i fazzoletti salutando il corteo funebre, nella piazza più importante del capoluogo dove si accalcavano sotto il sole migliaia di persone, non c’erano i militanti con L’Unità (ma in questo caso sarebbe più giusto dire Il Giornale) in tasca. No, ieri c’era la gente comune, quell’Italia laboriosa e sognatrice che alla rivoluzione liberale del Cavaliere ha creduto. Per riempire la piazza non si sono mosse la Cgil o la Federazione provinciale del partito che ha organizzato gli autobus. Né c’è stata alcuna mobilitazione di massa dell’apparato. Chi era lì a dare l’estremo addio al papa laico dei moderati, era lì perché lo sentiva.

Sono sempre stupito di fronte a queste manifestazioni di folla, perché essendo cresciuto con il concetto della maggioranza silenziosa, ossia di quella gran parte di italiani che pur votando il centrodestra e i partiti che si oppongono alla sinistra non apre bocca e ancor meno scende in piazza, penso sempre che sia difficile mobilitare le persone. E invece, per salutare colui che consideravano una specie di re d’Italia e che sono certo avrebbero voluto presidente della Repubblica, sono venuti in massa. Credo che la maggior parte non l’avesse mai visto, ma soltanto ne avesse ascoltato i discorsi, e però lo considerava come uno di famiglia.

Già, perché in fondo Berlusconi era un’icona rock, un personaggio popolare che, se non ti avesse convinto con le idee politiche, ti avrebbe affascinato con la sua vita da romanzo, di borghese piccolo piccolo che riesce a diventare grande grande e a fare cose che «voi umani non avete visto mai», come mettere d’accordo i grandi della Terra. Sì, Berlusconi non aveva un trono, ma un po’ sovrano amato e invidiato lo era. Ha scritto bene Dagospia: non è diventato presidente della Repubblica, ma nessun presidente della Repubblica ha avuto funerali così.

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