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2025-02-28
Ucraina, Starmer ora sposa la linea Trump: «Ha cambiato rotta»
Keir Starmer e Donald Trump (Ansa)
Si è aperta molto cordialmente la visita effettuata ieri da Keir Starmer alla Casa Bianca. Il premier britannico ha consegnato a Donald Trump l’invito di re Carlo III a visitare il Regno Unito: invito che il presidente americano ha subito accettato. Inoltre, durante l’incontro nello studio ovale, l’inquilino di Downing Street ha avuto parole particolarmente calorose per Trump. «Su questioni come l’Ucraina, ti ringrazio per aver cambiato il tono della discussione, aprendo alla possibilità di raggiungere un accordo di pace», ha detto Starmer, rivolgendosi al proprio interlocutore. «L’accordo, se lo otteniamo, sarà di enorme importanza. Non credo che sarebbe successo se non avessi creato tu stesso lo spazio per questo», ha aggiunto. «È un grande onore avere il premier Starmer nello studio ovale», ha dichiarato, dal canto suo, il presidente americano, definendo lo stesso Starmer un «uomo speciale». «Il Regno Unito è un Paese meraviglioso», ha aggiunto Trump.
Nel corso del colloquio, l’inquilino della Casa Bianca ha anche affrontato la questione delle forze di peacekeeping da schierare eventualmente in territorio ucraino. «Dobbiamo raggiungere prima un accordo. Non abbiamo un accordo», ha detto Trump. «Non mi piace parlare di peacekeeping fino a che non abbiamo un accordo», ha proseguito. Il presidente ha anche affrontato la questione degli attriti con l’Unione europea, lamentando squilibri commerciali, oltre alle cause legali intentate contro alcune grandi aziende tecnologiche statunitensi. Trump è anche andato all’attacco sui contributi economici inadeguati degli alleati europei alla Nato e non ha rinunciato a pronunciare parole di apprezzamento per la Brexit.
Il presidente americano ha inoltre aggiunto che, con lui alla Casa Bianca, né l’invasione russa dell’Ucraina né l’eccidio del 7 ottobre si sarebbero verificati. Ha altresì dichiarato di non ritenere che Vladimir Putin invaderebbe ancora l’Ucraina in caso di un accordo di pace. In particolare, il presidente americano ha detto che la Russia si starebbe «comportando molto bene» nel corso dei colloqui con gli Stati Uniti. «Se non fossi stato eletto io, nessuno avrebbe parlato con Putin», ha specificato.
Trump ha anche confermato che oggi Volodymyr Zelensky firmerà l’accordo sui minerali strategici: un’intesa che, secondo il capo della Casa Bianca, fungerà da «garanzia» contro una nuova invasione russa. Il presidente è tornato comunque a escludere un ingresso di Kiev nella Nato, aggiungendo poi di avere una «relazione molto buona» sia con Putin che con lo stesso Zelensky. Quando gli è stato chiesto del perché abbia definito il presidente ucraino un «dittatore», Trump ha replicato ironicamente: «L’ho detto? Non posso credere di averlo detto. Passiamo a un’altra domanda per favore». Insomma, al netto delle fibrillazioni, sembra che, almeno in parte, il presidente americano stia ricucendo il rapporto con l’omologo ucraino.
Nel clima generalmente disteso, non è tuttavia mancato qualche piccolo attrito. Starmer ha voluto precisare a Trump che una buona parte dell’aiuto europeo a Kiev è stata «donata», senza chiedere rimborsi. Inoltre, interpellato da un giornalista sulle sue recenti critiche alla violazione della libertà d’espressione nell’Ue e nel Regno Unito, JD Vance – anche lui presente al meeting – ha replicato: «Ho detto quello che ho detto». «Abbiamo avuto libertà di parola per molto tempo nel Regno Unito. Ne sono molto orgoglioso», ha controbattuto il premier britannico.
Al di là delle dichiarazioni rilasciate ieri nello studio ovale, Trump e Starmer dovranno trovare la quadra su diverse questioni. Sul no all’ingresso di Kiev nella Nato, il presidente americano sembra irremovibile. Difficilmente il premier britannico riuscirà quindi a fargli cambiare idea. Sul tavolo ci sarà anche l’eventuale ruolo americano, nel momento in cui dovessero prima o poi essere schierate forze europee di peacekeeping in territorio ucraino: un ruolo rispetto a cui Washington sta tirando energicamente il freno a mano. Un ulteriore punto spinoso riguarderà il futuro politico di Zelensky. L’amministrazione Trump spinge da settimane per tenere delle nuove elezioni in Ucraina nell’ambito di un accordo di pace. Dall’altra parte, il leader ucraino ha sempre goduto di una notevole copertura politica da parte del Regno Unito. Questo è dunque un altro punto su cui Trump e Starmer saranno chiamati a trovare un’intesa. Un ulteriore nodo riguarda infine la distensione in corso tra Washington e Mosca, visto che, proprio ieri, si è tenuta a Istanbul la seconda tornata di colloqui tra americani e russi: colloqui volti a migliorare le relazioni diplomatiche tra le due parti. Ora, non è un mistero che Londra non veda eccessivamente di buon occhio questo disgelo.
Insomma, sono svariati i punti che Trump e Starmer dovranno chiarire nel loro rapporto politico. Tuttavia il clima disteso registratosi ieri allo studio ovale sembrerebbe suggerire che sia tornato il sereno nella relazione tra i due leader.
Prosegue il disgelo America-Russia: «Ma non cediamo le terre occupate»
Prosegue la distensione tra Washington e Mosca, anche se, nel dubbio, Donald Trump ha prorogato di un anno le sanzioni. Ieri, a Istanbul, si sono tenuti i nuovi colloqui tra Usa e Russia, dopo l’incontro a Riad della settimana scorsa. Si è discusso del disgelo propedeutico a delle future discussioni su vari dossier geopolitici, a partire dalla crisi ucraina. Vladimir Putin - «Manterrà la sua parola», è convinto The Donald - ha espresso cauto ottimismo. «I primi contatti con l’amministrazione americana danno alcune speranze, anche Washington cerca il dialogo», ha detto ieri, aggiungendo però che «alcune élite occidentali» cercano di far deragliare la distensione. Una distensione, quella tra Washington e Mosca, che preoccupa Pechino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri cinese ha, non a caso, detto di considerare «inutile» ogni tentativo statunitense volto a separare la Russia dalla Cina. La Repubblica popolare ha d’altronde capito che è questo l’obiettivo principale dell’amministrazione Trump.
È dunque in una tale cornice generale che il processo diplomatico sull’Ucraina è in procinto di iniziare. Le varie parti stanno intanto fissando le proprie posizioni di partenza. «I territori che sono diventati soggetti alla Federazione russa, che sono iscritti nella costituzione del nostro Paese, sono una parte inscindibile del nostro Paese. Questo è innegabile e non negoziabile», ha dichiarato ieri il Cremlino. Pretesa che secondo Kiev è «ridicola». Il giorno prima, Donald Trump aveva già detto che, durante i negoziati di pace, la Russia dovrà fare delle concessioni. Il presidente americano ha inoltre escluso che Kiev possa entrare nella Nato, ma ha anche aperto all’invio di soldati europei in territorio ucraino come forza di peacekeeping: uno scenario, quest’ultimo, che Mosca aveva definito «inaccettabile». Insomma, sulla carta, le posizioni restano distanti. Bisognerà capire quanto ci sia di tattica negoziale in tutte queste affermazioni preliminari.
Nel mentre, Volodymyr Zelensky sta cercando di ricucire i rapporti con la Casa Bianca, per tentare di recuperare peso politico in vista delle trattative di pace. Oggi, il presidente ucraino sarà a Washington, dove dovrebbe firmare l’accordo sui minerali strategici, fortemente voluto dall’amministrazione Trump. Nel frattempo, ieri il ministro della Difesa francese, Sébastien Lecornu, ha reso noto che anche Parigi è in trattative con Kiev da ottobre, per avere accesso a una parte dei suoi minerali strategici. «Non stiamo cercando di essere rimborsati», ha affermato Lecornu, per poi aggiungere: «La nostra industria della Difesa avrà bisogno di una certa quantità di materie prime che sono assolutamente essenziali per i nostri sistemi d’arma». Secondo il ministro francese, sarebbe stato lo stesso Zelensky, lo scorso autunno, «a includere i minerali nel suo piano per la vittoria».
Si sta giocando nel frattempo un duello sotterraneo tra sauditi e turchi, che stanno competendo per acquisire peso nella distensione tra Usa e Russia. Sullo sfondo, emerge il dissidio relativo al piano di Trump per Gaza. Riad, pur condannandolo ufficialmente, lo appoggia in segreto, visto che il presidente americano punta in futuro a collocare la Striscia sotto l’influenza saudita: un’operazione, questa, che, oltre al benestare americano, necessita anche dell’ok russo. La Turchia, di contro, è fermamente contraria a quel piano. E mira a rompere le uova nel paniere a Riad. Ecco quindi, almeno in parte, spiegato il senso della concorrenza turco-saudita nel processo di disgelo tra Washington e Mosca.
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Il premier inglese: «Senza di te accordo impossibile». Donald: «Prima la pace, poi si parlerà di truppe». Ed elogia la Brexit.Colloqui in Turchia: Vladimir Putin ottimista, Cina in ansia. Gli Usa rinnovano le sanzioni.Lo speciale contiene due articoli.Si è aperta molto cordialmente la visita effettuata ieri da Keir Starmer alla Casa Bianca. Il premier britannico ha consegnato a Donald Trump l’invito di re Carlo III a visitare il Regno Unito: invito che il presidente americano ha subito accettato. Inoltre, durante l’incontro nello studio ovale, l’inquilino di Downing Street ha avuto parole particolarmente calorose per Trump. «Su questioni come l’Ucraina, ti ringrazio per aver cambiato il tono della discussione, aprendo alla possibilità di raggiungere un accordo di pace», ha detto Starmer, rivolgendosi al proprio interlocutore. «L’accordo, se lo otteniamo, sarà di enorme importanza. Non credo che sarebbe successo se non avessi creato tu stesso lo spazio per questo», ha aggiunto. «È un grande onore avere il premier Starmer nello studio ovale», ha dichiarato, dal canto suo, il presidente americano, definendo lo stesso Starmer un «uomo speciale». «Il Regno Unito è un Paese meraviglioso», ha aggiunto Trump.Nel corso del colloquio, l’inquilino della Casa Bianca ha anche affrontato la questione delle forze di peacekeeping da schierare eventualmente in territorio ucraino. «Dobbiamo raggiungere prima un accordo. Non abbiamo un accordo», ha detto Trump. «Non mi piace parlare di peacekeeping fino a che non abbiamo un accordo», ha proseguito. Il presidente ha anche affrontato la questione degli attriti con l’Unione europea, lamentando squilibri commerciali, oltre alle cause legali intentate contro alcune grandi aziende tecnologiche statunitensi. Trump è anche andato all’attacco sui contributi economici inadeguati degli alleati europei alla Nato e non ha rinunciato a pronunciare parole di apprezzamento per la Brexit.Il presidente americano ha inoltre aggiunto che, con lui alla Casa Bianca, né l’invasione russa dell’Ucraina né l’eccidio del 7 ottobre si sarebbero verificati. Ha altresì dichiarato di non ritenere che Vladimir Putin invaderebbe ancora l’Ucraina in caso di un accordo di pace. In particolare, il presidente americano ha detto che la Russia si starebbe «comportando molto bene» nel corso dei colloqui con gli Stati Uniti. «Se non fossi stato eletto io, nessuno avrebbe parlato con Putin», ha specificato.Trump ha anche confermato che oggi Volodymyr Zelensky firmerà l’accordo sui minerali strategici: un’intesa che, secondo il capo della Casa Bianca, fungerà da «garanzia» contro una nuova invasione russa. Il presidente è tornato comunque a escludere un ingresso di Kiev nella Nato, aggiungendo poi di avere una «relazione molto buona» sia con Putin che con lo stesso Zelensky. Quando gli è stato chiesto del perché abbia definito il presidente ucraino un «dittatore», Trump ha replicato ironicamente: «L’ho detto? Non posso credere di averlo detto. Passiamo a un’altra domanda per favore». Insomma, al netto delle fibrillazioni, sembra che, almeno in parte, il presidente americano stia ricucendo il rapporto con l’omologo ucraino.Nel clima generalmente disteso, non è tuttavia mancato qualche piccolo attrito. Starmer ha voluto precisare a Trump che una buona parte dell’aiuto europeo a Kiev è stata «donata», senza chiedere rimborsi. Inoltre, interpellato da un giornalista sulle sue recenti critiche alla violazione della libertà d’espressione nell’Ue e nel Regno Unito, JD Vance – anche lui presente al meeting – ha replicato: «Ho detto quello che ho detto». «Abbiamo avuto libertà di parola per molto tempo nel Regno Unito. Ne sono molto orgoglioso», ha controbattuto il premier britannico.Al di là delle dichiarazioni rilasciate ieri nello studio ovale, Trump e Starmer dovranno trovare la quadra su diverse questioni. Sul no all’ingresso di Kiev nella Nato, il presidente americano sembra irremovibile. Difficilmente il premier britannico riuscirà quindi a fargli cambiare idea. Sul tavolo ci sarà anche l’eventuale ruolo americano, nel momento in cui dovessero prima o poi essere schierate forze europee di peacekeeping in territorio ucraino: un ruolo rispetto a cui Washington sta tirando energicamente il freno a mano. Un ulteriore punto spinoso riguarderà il futuro politico di Zelensky. L’amministrazione Trump spinge da settimane per tenere delle nuove elezioni in Ucraina nell’ambito di un accordo di pace. Dall’altra parte, il leader ucraino ha sempre goduto di una notevole copertura politica da parte del Regno Unito. Questo è dunque un altro punto su cui Trump e Starmer saranno chiamati a trovare un’intesa. Un ulteriore nodo riguarda infine la distensione in corso tra Washington e Mosca, visto che, proprio ieri, si è tenuta a Istanbul la seconda tornata di colloqui tra americani e russi: colloqui volti a migliorare le relazioni diplomatiche tra le due parti. Ora, non è un mistero che Londra non veda eccessivamente di buon occhio questo disgelo.Insomma, sono svariati i punti che Trump e Starmer dovranno chiarire nel loro rapporto politico. Tuttavia il clima disteso registratosi ieri allo studio ovale sembrerebbe suggerire che sia tornato il sereno nella relazione tra i due leader.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-starmer-sposa-linea-trump-2671238616.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prosegue-il-disgelo-america-russia-ma-non-cediamo-le-terre-occupate" data-post-id="2671238616" data-published-at="1740740363" data-use-pagination="False"> Prosegue il disgelo America-Russia: «Ma non cediamo le terre occupate» Prosegue la distensione tra Washington e Mosca, anche se, nel dubbio, Donald Trump ha prorogato di un anno le sanzioni. Ieri, a Istanbul, si sono tenuti i nuovi colloqui tra Usa e Russia, dopo l’incontro a Riad della settimana scorsa. Si è discusso del disgelo propedeutico a delle future discussioni su vari dossier geopolitici, a partire dalla crisi ucraina. Vladimir Putin - «Manterrà la sua parola», è convinto The Donald - ha espresso cauto ottimismo. «I primi contatti con l’amministrazione americana danno alcune speranze, anche Washington cerca il dialogo», ha detto ieri, aggiungendo però che «alcune élite occidentali» cercano di far deragliare la distensione. Una distensione, quella tra Washington e Mosca, che preoccupa Pechino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri cinese ha, non a caso, detto di considerare «inutile» ogni tentativo statunitense volto a separare la Russia dalla Cina. La Repubblica popolare ha d’altronde capito che è questo l’obiettivo principale dell’amministrazione Trump. È dunque in una tale cornice generale che il processo diplomatico sull’Ucraina è in procinto di iniziare. Le varie parti stanno intanto fissando le proprie posizioni di partenza. «I territori che sono diventati soggetti alla Federazione russa, che sono iscritti nella costituzione del nostro Paese, sono una parte inscindibile del nostro Paese. Questo è innegabile e non negoziabile», ha dichiarato ieri il Cremlino. Pretesa che secondo Kiev è «ridicola». Il giorno prima, Donald Trump aveva già detto che, durante i negoziati di pace, la Russia dovrà fare delle concessioni. Il presidente americano ha inoltre escluso che Kiev possa entrare nella Nato, ma ha anche aperto all’invio di soldati europei in territorio ucraino come forza di peacekeeping: uno scenario, quest’ultimo, che Mosca aveva definito «inaccettabile». Insomma, sulla carta, le posizioni restano distanti. Bisognerà capire quanto ci sia di tattica negoziale in tutte queste affermazioni preliminari. Nel mentre, Volodymyr Zelensky sta cercando di ricucire i rapporti con la Casa Bianca, per tentare di recuperare peso politico in vista delle trattative di pace. Oggi, il presidente ucraino sarà a Washington, dove dovrebbe firmare l’accordo sui minerali strategici, fortemente voluto dall’amministrazione Trump. Nel frattempo, ieri il ministro della Difesa francese, Sébastien Lecornu, ha reso noto che anche Parigi è in trattative con Kiev da ottobre, per avere accesso a una parte dei suoi minerali strategici. «Non stiamo cercando di essere rimborsati», ha affermato Lecornu, per poi aggiungere: «La nostra industria della Difesa avrà bisogno di una certa quantità di materie prime che sono assolutamente essenziali per i nostri sistemi d’arma». Secondo il ministro francese, sarebbe stato lo stesso Zelensky, lo scorso autunno, «a includere i minerali nel suo piano per la vittoria». Si sta giocando nel frattempo un duello sotterraneo tra sauditi e turchi, che stanno competendo per acquisire peso nella distensione tra Usa e Russia. Sullo sfondo, emerge il dissidio relativo al piano di Trump per Gaza. Riad, pur condannandolo ufficialmente, lo appoggia in segreto, visto che il presidente americano punta in futuro a collocare la Striscia sotto l’influenza saudita: un’operazione, questa, che, oltre al benestare americano, necessita anche dell’ok russo. La Turchia, di contro, è fermamente contraria a quel piano. E mira a rompere le uova nel paniere a Riad. Ecco quindi, almeno in parte, spiegato il senso della concorrenza turco-saudita nel processo di disgelo tra Washington e Mosca.
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.