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2025-02-28
Ucraina, Starmer ora sposa la linea Trump: «Ha cambiato rotta»
Keir Starmer e Donald Trump (Ansa)
Si è aperta molto cordialmente la visita effettuata ieri da Keir Starmer alla Casa Bianca. Il premier britannico ha consegnato a Donald Trump l’invito di re Carlo III a visitare il Regno Unito: invito che il presidente americano ha subito accettato. Inoltre, durante l’incontro nello studio ovale, l’inquilino di Downing Street ha avuto parole particolarmente calorose per Trump. «Su questioni come l’Ucraina, ti ringrazio per aver cambiato il tono della discussione, aprendo alla possibilità di raggiungere un accordo di pace», ha detto Starmer, rivolgendosi al proprio interlocutore. «L’accordo, se lo otteniamo, sarà di enorme importanza. Non credo che sarebbe successo se non avessi creato tu stesso lo spazio per questo», ha aggiunto. «È un grande onore avere il premier Starmer nello studio ovale», ha dichiarato, dal canto suo, il presidente americano, definendo lo stesso Starmer un «uomo speciale». «Il Regno Unito è un Paese meraviglioso», ha aggiunto Trump.
Nel corso del colloquio, l’inquilino della Casa Bianca ha anche affrontato la questione delle forze di peacekeeping da schierare eventualmente in territorio ucraino. «Dobbiamo raggiungere prima un accordo. Non abbiamo un accordo», ha detto Trump. «Non mi piace parlare di peacekeeping fino a che non abbiamo un accordo», ha proseguito. Il presidente ha anche affrontato la questione degli attriti con l’Unione europea, lamentando squilibri commerciali, oltre alle cause legali intentate contro alcune grandi aziende tecnologiche statunitensi. Trump è anche andato all’attacco sui contributi economici inadeguati degli alleati europei alla Nato e non ha rinunciato a pronunciare parole di apprezzamento per la Brexit.
Il presidente americano ha inoltre aggiunto che, con lui alla Casa Bianca, né l’invasione russa dell’Ucraina né l’eccidio del 7 ottobre si sarebbero verificati. Ha altresì dichiarato di non ritenere che Vladimir Putin invaderebbe ancora l’Ucraina in caso di un accordo di pace. In particolare, il presidente americano ha detto che la Russia si starebbe «comportando molto bene» nel corso dei colloqui con gli Stati Uniti. «Se non fossi stato eletto io, nessuno avrebbe parlato con Putin», ha specificato.
Trump ha anche confermato che oggi Volodymyr Zelensky firmerà l’accordo sui minerali strategici: un’intesa che, secondo il capo della Casa Bianca, fungerà da «garanzia» contro una nuova invasione russa. Il presidente è tornato comunque a escludere un ingresso di Kiev nella Nato, aggiungendo poi di avere una «relazione molto buona» sia con Putin che con lo stesso Zelensky. Quando gli è stato chiesto del perché abbia definito il presidente ucraino un «dittatore», Trump ha replicato ironicamente: «L’ho detto? Non posso credere di averlo detto. Passiamo a un’altra domanda per favore». Insomma, al netto delle fibrillazioni, sembra che, almeno in parte, il presidente americano stia ricucendo il rapporto con l’omologo ucraino.
Nel clima generalmente disteso, non è tuttavia mancato qualche piccolo attrito. Starmer ha voluto precisare a Trump che una buona parte dell’aiuto europeo a Kiev è stata «donata», senza chiedere rimborsi. Inoltre, interpellato da un giornalista sulle sue recenti critiche alla violazione della libertà d’espressione nell’Ue e nel Regno Unito, JD Vance – anche lui presente al meeting – ha replicato: «Ho detto quello che ho detto». «Abbiamo avuto libertà di parola per molto tempo nel Regno Unito. Ne sono molto orgoglioso», ha controbattuto il premier britannico.
Al di là delle dichiarazioni rilasciate ieri nello studio ovale, Trump e Starmer dovranno trovare la quadra su diverse questioni. Sul no all’ingresso di Kiev nella Nato, il presidente americano sembra irremovibile. Difficilmente il premier britannico riuscirà quindi a fargli cambiare idea. Sul tavolo ci sarà anche l’eventuale ruolo americano, nel momento in cui dovessero prima o poi essere schierate forze europee di peacekeeping in territorio ucraino: un ruolo rispetto a cui Washington sta tirando energicamente il freno a mano. Un ulteriore punto spinoso riguarderà il futuro politico di Zelensky. L’amministrazione Trump spinge da settimane per tenere delle nuove elezioni in Ucraina nell’ambito di un accordo di pace. Dall’altra parte, il leader ucraino ha sempre goduto di una notevole copertura politica da parte del Regno Unito. Questo è dunque un altro punto su cui Trump e Starmer saranno chiamati a trovare un’intesa. Un ulteriore nodo riguarda infine la distensione in corso tra Washington e Mosca, visto che, proprio ieri, si è tenuta a Istanbul la seconda tornata di colloqui tra americani e russi: colloqui volti a migliorare le relazioni diplomatiche tra le due parti. Ora, non è un mistero che Londra non veda eccessivamente di buon occhio questo disgelo.
Insomma, sono svariati i punti che Trump e Starmer dovranno chiarire nel loro rapporto politico. Tuttavia il clima disteso registratosi ieri allo studio ovale sembrerebbe suggerire che sia tornato il sereno nella relazione tra i due leader.
Prosegue il disgelo America-Russia: «Ma non cediamo le terre occupate»
Prosegue la distensione tra Washington e Mosca, anche se, nel dubbio, Donald Trump ha prorogato di un anno le sanzioni. Ieri, a Istanbul, si sono tenuti i nuovi colloqui tra Usa e Russia, dopo l’incontro a Riad della settimana scorsa. Si è discusso del disgelo propedeutico a delle future discussioni su vari dossier geopolitici, a partire dalla crisi ucraina. Vladimir Putin - «Manterrà la sua parola», è convinto The Donald - ha espresso cauto ottimismo. «I primi contatti con l’amministrazione americana danno alcune speranze, anche Washington cerca il dialogo», ha detto ieri, aggiungendo però che «alcune élite occidentali» cercano di far deragliare la distensione. Una distensione, quella tra Washington e Mosca, che preoccupa Pechino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri cinese ha, non a caso, detto di considerare «inutile» ogni tentativo statunitense volto a separare la Russia dalla Cina. La Repubblica popolare ha d’altronde capito che è questo l’obiettivo principale dell’amministrazione Trump.
È dunque in una tale cornice generale che il processo diplomatico sull’Ucraina è in procinto di iniziare. Le varie parti stanno intanto fissando le proprie posizioni di partenza. «I territori che sono diventati soggetti alla Federazione russa, che sono iscritti nella costituzione del nostro Paese, sono una parte inscindibile del nostro Paese. Questo è innegabile e non negoziabile», ha dichiarato ieri il Cremlino. Pretesa che secondo Kiev è «ridicola». Il giorno prima, Donald Trump aveva già detto che, durante i negoziati di pace, la Russia dovrà fare delle concessioni. Il presidente americano ha inoltre escluso che Kiev possa entrare nella Nato, ma ha anche aperto all’invio di soldati europei in territorio ucraino come forza di peacekeeping: uno scenario, quest’ultimo, che Mosca aveva definito «inaccettabile». Insomma, sulla carta, le posizioni restano distanti. Bisognerà capire quanto ci sia di tattica negoziale in tutte queste affermazioni preliminari.
Nel mentre, Volodymyr Zelensky sta cercando di ricucire i rapporti con la Casa Bianca, per tentare di recuperare peso politico in vista delle trattative di pace. Oggi, il presidente ucraino sarà a Washington, dove dovrebbe firmare l’accordo sui minerali strategici, fortemente voluto dall’amministrazione Trump. Nel frattempo, ieri il ministro della Difesa francese, Sébastien Lecornu, ha reso noto che anche Parigi è in trattative con Kiev da ottobre, per avere accesso a una parte dei suoi minerali strategici. «Non stiamo cercando di essere rimborsati», ha affermato Lecornu, per poi aggiungere: «La nostra industria della Difesa avrà bisogno di una certa quantità di materie prime che sono assolutamente essenziali per i nostri sistemi d’arma». Secondo il ministro francese, sarebbe stato lo stesso Zelensky, lo scorso autunno, «a includere i minerali nel suo piano per la vittoria».
Si sta giocando nel frattempo un duello sotterraneo tra sauditi e turchi, che stanno competendo per acquisire peso nella distensione tra Usa e Russia. Sullo sfondo, emerge il dissidio relativo al piano di Trump per Gaza. Riad, pur condannandolo ufficialmente, lo appoggia in segreto, visto che il presidente americano punta in futuro a collocare la Striscia sotto l’influenza saudita: un’operazione, questa, che, oltre al benestare americano, necessita anche dell’ok russo. La Turchia, di contro, è fermamente contraria a quel piano. E mira a rompere le uova nel paniere a Riad. Ecco quindi, almeno in parte, spiegato il senso della concorrenza turco-saudita nel processo di disgelo tra Washington e Mosca.
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Il premier inglese: «Senza di te accordo impossibile». Donald: «Prima la pace, poi si parlerà di truppe». Ed elogia la Brexit.Colloqui in Turchia: Vladimir Putin ottimista, Cina in ansia. Gli Usa rinnovano le sanzioni.Lo speciale contiene due articoli.Si è aperta molto cordialmente la visita effettuata ieri da Keir Starmer alla Casa Bianca. Il premier britannico ha consegnato a Donald Trump l’invito di re Carlo III a visitare il Regno Unito: invito che il presidente americano ha subito accettato. Inoltre, durante l’incontro nello studio ovale, l’inquilino di Downing Street ha avuto parole particolarmente calorose per Trump. «Su questioni come l’Ucraina, ti ringrazio per aver cambiato il tono della discussione, aprendo alla possibilità di raggiungere un accordo di pace», ha detto Starmer, rivolgendosi al proprio interlocutore. «L’accordo, se lo otteniamo, sarà di enorme importanza. Non credo che sarebbe successo se non avessi creato tu stesso lo spazio per questo», ha aggiunto. «È un grande onore avere il premier Starmer nello studio ovale», ha dichiarato, dal canto suo, il presidente americano, definendo lo stesso Starmer un «uomo speciale». «Il Regno Unito è un Paese meraviglioso», ha aggiunto Trump.Nel corso del colloquio, l’inquilino della Casa Bianca ha anche affrontato la questione delle forze di peacekeeping da schierare eventualmente in territorio ucraino. «Dobbiamo raggiungere prima un accordo. Non abbiamo un accordo», ha detto Trump. «Non mi piace parlare di peacekeeping fino a che non abbiamo un accordo», ha proseguito. Il presidente ha anche affrontato la questione degli attriti con l’Unione europea, lamentando squilibri commerciali, oltre alle cause legali intentate contro alcune grandi aziende tecnologiche statunitensi. Trump è anche andato all’attacco sui contributi economici inadeguati degli alleati europei alla Nato e non ha rinunciato a pronunciare parole di apprezzamento per la Brexit.Il presidente americano ha inoltre aggiunto che, con lui alla Casa Bianca, né l’invasione russa dell’Ucraina né l’eccidio del 7 ottobre si sarebbero verificati. Ha altresì dichiarato di non ritenere che Vladimir Putin invaderebbe ancora l’Ucraina in caso di un accordo di pace. In particolare, il presidente americano ha detto che la Russia si starebbe «comportando molto bene» nel corso dei colloqui con gli Stati Uniti. «Se non fossi stato eletto io, nessuno avrebbe parlato con Putin», ha specificato.Trump ha anche confermato che oggi Volodymyr Zelensky firmerà l’accordo sui minerali strategici: un’intesa che, secondo il capo della Casa Bianca, fungerà da «garanzia» contro una nuova invasione russa. Il presidente è tornato comunque a escludere un ingresso di Kiev nella Nato, aggiungendo poi di avere una «relazione molto buona» sia con Putin che con lo stesso Zelensky. Quando gli è stato chiesto del perché abbia definito il presidente ucraino un «dittatore», Trump ha replicato ironicamente: «L’ho detto? Non posso credere di averlo detto. Passiamo a un’altra domanda per favore». Insomma, al netto delle fibrillazioni, sembra che, almeno in parte, il presidente americano stia ricucendo il rapporto con l’omologo ucraino.Nel clima generalmente disteso, non è tuttavia mancato qualche piccolo attrito. Starmer ha voluto precisare a Trump che una buona parte dell’aiuto europeo a Kiev è stata «donata», senza chiedere rimborsi. Inoltre, interpellato da un giornalista sulle sue recenti critiche alla violazione della libertà d’espressione nell’Ue e nel Regno Unito, JD Vance – anche lui presente al meeting – ha replicato: «Ho detto quello che ho detto». «Abbiamo avuto libertà di parola per molto tempo nel Regno Unito. Ne sono molto orgoglioso», ha controbattuto il premier britannico.Al di là delle dichiarazioni rilasciate ieri nello studio ovale, Trump e Starmer dovranno trovare la quadra su diverse questioni. Sul no all’ingresso di Kiev nella Nato, il presidente americano sembra irremovibile. Difficilmente il premier britannico riuscirà quindi a fargli cambiare idea. Sul tavolo ci sarà anche l’eventuale ruolo americano, nel momento in cui dovessero prima o poi essere schierate forze europee di peacekeeping in territorio ucraino: un ruolo rispetto a cui Washington sta tirando energicamente il freno a mano. Un ulteriore punto spinoso riguarderà il futuro politico di Zelensky. L’amministrazione Trump spinge da settimane per tenere delle nuove elezioni in Ucraina nell’ambito di un accordo di pace. Dall’altra parte, il leader ucraino ha sempre goduto di una notevole copertura politica da parte del Regno Unito. Questo è dunque un altro punto su cui Trump e Starmer saranno chiamati a trovare un’intesa. Un ulteriore nodo riguarda infine la distensione in corso tra Washington e Mosca, visto che, proprio ieri, si è tenuta a Istanbul la seconda tornata di colloqui tra americani e russi: colloqui volti a migliorare le relazioni diplomatiche tra le due parti. Ora, non è un mistero che Londra non veda eccessivamente di buon occhio questo disgelo.Insomma, sono svariati i punti che Trump e Starmer dovranno chiarire nel loro rapporto politico. 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Vladimir Putin - «Manterrà la sua parola», è convinto The Donald - ha espresso cauto ottimismo. «I primi contatti con l’amministrazione americana danno alcune speranze, anche Washington cerca il dialogo», ha detto ieri, aggiungendo però che «alcune élite occidentali» cercano di far deragliare la distensione. Una distensione, quella tra Washington e Mosca, che preoccupa Pechino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri cinese ha, non a caso, detto di considerare «inutile» ogni tentativo statunitense volto a separare la Russia dalla Cina. La Repubblica popolare ha d’altronde capito che è questo l’obiettivo principale dell’amministrazione Trump. È dunque in una tale cornice generale che il processo diplomatico sull’Ucraina è in procinto di iniziare. Le varie parti stanno intanto fissando le proprie posizioni di partenza. «I territori che sono diventati soggetti alla Federazione russa, che sono iscritti nella costituzione del nostro Paese, sono una parte inscindibile del nostro Paese. Questo è innegabile e non negoziabile», ha dichiarato ieri il Cremlino. Pretesa che secondo Kiev è «ridicola». Il giorno prima, Donald Trump aveva già detto che, durante i negoziati di pace, la Russia dovrà fare delle concessioni. Il presidente americano ha inoltre escluso che Kiev possa entrare nella Nato, ma ha anche aperto all’invio di soldati europei in territorio ucraino come forza di peacekeeping: uno scenario, quest’ultimo, che Mosca aveva definito «inaccettabile». Insomma, sulla carta, le posizioni restano distanti. Bisognerà capire quanto ci sia di tattica negoziale in tutte queste affermazioni preliminari. Nel mentre, Volodymyr Zelensky sta cercando di ricucire i rapporti con la Casa Bianca, per tentare di recuperare peso politico in vista delle trattative di pace. Oggi, il presidente ucraino sarà a Washington, dove dovrebbe firmare l’accordo sui minerali strategici, fortemente voluto dall’amministrazione Trump. Nel frattempo, ieri il ministro della Difesa francese, Sébastien Lecornu, ha reso noto che anche Parigi è in trattative con Kiev da ottobre, per avere accesso a una parte dei suoi minerali strategici. «Non stiamo cercando di essere rimborsati», ha affermato Lecornu, per poi aggiungere: «La nostra industria della Difesa avrà bisogno di una certa quantità di materie prime che sono assolutamente essenziali per i nostri sistemi d’arma». Secondo il ministro francese, sarebbe stato lo stesso Zelensky, lo scorso autunno, «a includere i minerali nel suo piano per la vittoria». Si sta giocando nel frattempo un duello sotterraneo tra sauditi e turchi, che stanno competendo per acquisire peso nella distensione tra Usa e Russia. Sullo sfondo, emerge il dissidio relativo al piano di Trump per Gaza. Riad, pur condannandolo ufficialmente, lo appoggia in segreto, visto che il presidente americano punta in futuro a collocare la Striscia sotto l’influenza saudita: un’operazione, questa, che, oltre al benestare americano, necessita anche dell’ok russo. La Turchia, di contro, è fermamente contraria a quel piano. E mira a rompere le uova nel paniere a Riad. Ecco quindi, almeno in parte, spiegato il senso della concorrenza turco-saudita nel processo di disgelo tra Washington e Mosca.
Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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