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2025-02-28
Ucraina, Starmer ora sposa la linea Trump: «Ha cambiato rotta»
Keir Starmer e Donald Trump (Ansa)
Si è aperta molto cordialmente la visita effettuata ieri da Keir Starmer alla Casa Bianca. Il premier britannico ha consegnato a Donald Trump l’invito di re Carlo III a visitare il Regno Unito: invito che il presidente americano ha subito accettato. Inoltre, durante l’incontro nello studio ovale, l’inquilino di Downing Street ha avuto parole particolarmente calorose per Trump. «Su questioni come l’Ucraina, ti ringrazio per aver cambiato il tono della discussione, aprendo alla possibilità di raggiungere un accordo di pace», ha detto Starmer, rivolgendosi al proprio interlocutore. «L’accordo, se lo otteniamo, sarà di enorme importanza. Non credo che sarebbe successo se non avessi creato tu stesso lo spazio per questo», ha aggiunto. «È un grande onore avere il premier Starmer nello studio ovale», ha dichiarato, dal canto suo, il presidente americano, definendo lo stesso Starmer un «uomo speciale». «Il Regno Unito è un Paese meraviglioso», ha aggiunto Trump.
Nel corso del colloquio, l’inquilino della Casa Bianca ha anche affrontato la questione delle forze di peacekeeping da schierare eventualmente in territorio ucraino. «Dobbiamo raggiungere prima un accordo. Non abbiamo un accordo», ha detto Trump. «Non mi piace parlare di peacekeeping fino a che non abbiamo un accordo», ha proseguito. Il presidente ha anche affrontato la questione degli attriti con l’Unione europea, lamentando squilibri commerciali, oltre alle cause legali intentate contro alcune grandi aziende tecnologiche statunitensi. Trump è anche andato all’attacco sui contributi economici inadeguati degli alleati europei alla Nato e non ha rinunciato a pronunciare parole di apprezzamento per la Brexit.
Il presidente americano ha inoltre aggiunto che, con lui alla Casa Bianca, né l’invasione russa dell’Ucraina né l’eccidio del 7 ottobre si sarebbero verificati. Ha altresì dichiarato di non ritenere che Vladimir Putin invaderebbe ancora l’Ucraina in caso di un accordo di pace. In particolare, il presidente americano ha detto che la Russia si starebbe «comportando molto bene» nel corso dei colloqui con gli Stati Uniti. «Se non fossi stato eletto io, nessuno avrebbe parlato con Putin», ha specificato.
Trump ha anche confermato che oggi Volodymyr Zelensky firmerà l’accordo sui minerali strategici: un’intesa che, secondo il capo della Casa Bianca, fungerà da «garanzia» contro una nuova invasione russa. Il presidente è tornato comunque a escludere un ingresso di Kiev nella Nato, aggiungendo poi di avere una «relazione molto buona» sia con Putin che con lo stesso Zelensky. Quando gli è stato chiesto del perché abbia definito il presidente ucraino un «dittatore», Trump ha replicato ironicamente: «L’ho detto? Non posso credere di averlo detto. Passiamo a un’altra domanda per favore». Insomma, al netto delle fibrillazioni, sembra che, almeno in parte, il presidente americano stia ricucendo il rapporto con l’omologo ucraino.
Nel clima generalmente disteso, non è tuttavia mancato qualche piccolo attrito. Starmer ha voluto precisare a Trump che una buona parte dell’aiuto europeo a Kiev è stata «donata», senza chiedere rimborsi. Inoltre, interpellato da un giornalista sulle sue recenti critiche alla violazione della libertà d’espressione nell’Ue e nel Regno Unito, JD Vance – anche lui presente al meeting – ha replicato: «Ho detto quello che ho detto». «Abbiamo avuto libertà di parola per molto tempo nel Regno Unito. Ne sono molto orgoglioso», ha controbattuto il premier britannico.
Al di là delle dichiarazioni rilasciate ieri nello studio ovale, Trump e Starmer dovranno trovare la quadra su diverse questioni. Sul no all’ingresso di Kiev nella Nato, il presidente americano sembra irremovibile. Difficilmente il premier britannico riuscirà quindi a fargli cambiare idea. Sul tavolo ci sarà anche l’eventuale ruolo americano, nel momento in cui dovessero prima o poi essere schierate forze europee di peacekeeping in territorio ucraino: un ruolo rispetto a cui Washington sta tirando energicamente il freno a mano. Un ulteriore punto spinoso riguarderà il futuro politico di Zelensky. L’amministrazione Trump spinge da settimane per tenere delle nuove elezioni in Ucraina nell’ambito di un accordo di pace. Dall’altra parte, il leader ucraino ha sempre goduto di una notevole copertura politica da parte del Regno Unito. Questo è dunque un altro punto su cui Trump e Starmer saranno chiamati a trovare un’intesa. Un ulteriore nodo riguarda infine la distensione in corso tra Washington e Mosca, visto che, proprio ieri, si è tenuta a Istanbul la seconda tornata di colloqui tra americani e russi: colloqui volti a migliorare le relazioni diplomatiche tra le due parti. Ora, non è un mistero che Londra non veda eccessivamente di buon occhio questo disgelo.
Insomma, sono svariati i punti che Trump e Starmer dovranno chiarire nel loro rapporto politico. Tuttavia il clima disteso registratosi ieri allo studio ovale sembrerebbe suggerire che sia tornato il sereno nella relazione tra i due leader.
Prosegue il disgelo America-Russia: «Ma non cediamo le terre occupate»
Prosegue la distensione tra Washington e Mosca, anche se, nel dubbio, Donald Trump ha prorogato di un anno le sanzioni. Ieri, a Istanbul, si sono tenuti i nuovi colloqui tra Usa e Russia, dopo l’incontro a Riad della settimana scorsa. Si è discusso del disgelo propedeutico a delle future discussioni su vari dossier geopolitici, a partire dalla crisi ucraina. Vladimir Putin - «Manterrà la sua parola», è convinto The Donald - ha espresso cauto ottimismo. «I primi contatti con l’amministrazione americana danno alcune speranze, anche Washington cerca il dialogo», ha detto ieri, aggiungendo però che «alcune élite occidentali» cercano di far deragliare la distensione. Una distensione, quella tra Washington e Mosca, che preoccupa Pechino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri cinese ha, non a caso, detto di considerare «inutile» ogni tentativo statunitense volto a separare la Russia dalla Cina. La Repubblica popolare ha d’altronde capito che è questo l’obiettivo principale dell’amministrazione Trump.
È dunque in una tale cornice generale che il processo diplomatico sull’Ucraina è in procinto di iniziare. Le varie parti stanno intanto fissando le proprie posizioni di partenza. «I territori che sono diventati soggetti alla Federazione russa, che sono iscritti nella costituzione del nostro Paese, sono una parte inscindibile del nostro Paese. Questo è innegabile e non negoziabile», ha dichiarato ieri il Cremlino. Pretesa che secondo Kiev è «ridicola». Il giorno prima, Donald Trump aveva già detto che, durante i negoziati di pace, la Russia dovrà fare delle concessioni. Il presidente americano ha inoltre escluso che Kiev possa entrare nella Nato, ma ha anche aperto all’invio di soldati europei in territorio ucraino come forza di peacekeeping: uno scenario, quest’ultimo, che Mosca aveva definito «inaccettabile». Insomma, sulla carta, le posizioni restano distanti. Bisognerà capire quanto ci sia di tattica negoziale in tutte queste affermazioni preliminari.
Nel mentre, Volodymyr Zelensky sta cercando di ricucire i rapporti con la Casa Bianca, per tentare di recuperare peso politico in vista delle trattative di pace. Oggi, il presidente ucraino sarà a Washington, dove dovrebbe firmare l’accordo sui minerali strategici, fortemente voluto dall’amministrazione Trump. Nel frattempo, ieri il ministro della Difesa francese, Sébastien Lecornu, ha reso noto che anche Parigi è in trattative con Kiev da ottobre, per avere accesso a una parte dei suoi minerali strategici. «Non stiamo cercando di essere rimborsati», ha affermato Lecornu, per poi aggiungere: «La nostra industria della Difesa avrà bisogno di una certa quantità di materie prime che sono assolutamente essenziali per i nostri sistemi d’arma». Secondo il ministro francese, sarebbe stato lo stesso Zelensky, lo scorso autunno, «a includere i minerali nel suo piano per la vittoria».
Si sta giocando nel frattempo un duello sotterraneo tra sauditi e turchi, che stanno competendo per acquisire peso nella distensione tra Usa e Russia. Sullo sfondo, emerge il dissidio relativo al piano di Trump per Gaza. Riad, pur condannandolo ufficialmente, lo appoggia in segreto, visto che il presidente americano punta in futuro a collocare la Striscia sotto l’influenza saudita: un’operazione, questa, che, oltre al benestare americano, necessita anche dell’ok russo. La Turchia, di contro, è fermamente contraria a quel piano. E mira a rompere le uova nel paniere a Riad. Ecco quindi, almeno in parte, spiegato il senso della concorrenza turco-saudita nel processo di disgelo tra Washington e Mosca.
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Il premier inglese: «Senza di te accordo impossibile». Donald: «Prima la pace, poi si parlerà di truppe». Ed elogia la Brexit.Colloqui in Turchia: Vladimir Putin ottimista, Cina in ansia. Gli Usa rinnovano le sanzioni.Lo speciale contiene due articoli.Si è aperta molto cordialmente la visita effettuata ieri da Keir Starmer alla Casa Bianca. Il premier britannico ha consegnato a Donald Trump l’invito di re Carlo III a visitare il Regno Unito: invito che il presidente americano ha subito accettato. Inoltre, durante l’incontro nello studio ovale, l’inquilino di Downing Street ha avuto parole particolarmente calorose per Trump. «Su questioni come l’Ucraina, ti ringrazio per aver cambiato il tono della discussione, aprendo alla possibilità di raggiungere un accordo di pace», ha detto Starmer, rivolgendosi al proprio interlocutore. «L’accordo, se lo otteniamo, sarà di enorme importanza. Non credo che sarebbe successo se non avessi creato tu stesso lo spazio per questo», ha aggiunto. «È un grande onore avere il premier Starmer nello studio ovale», ha dichiarato, dal canto suo, il presidente americano, definendo lo stesso Starmer un «uomo speciale». «Il Regno Unito è un Paese meraviglioso», ha aggiunto Trump.Nel corso del colloquio, l’inquilino della Casa Bianca ha anche affrontato la questione delle forze di peacekeeping da schierare eventualmente in territorio ucraino. «Dobbiamo raggiungere prima un accordo. Non abbiamo un accordo», ha detto Trump. «Non mi piace parlare di peacekeeping fino a che non abbiamo un accordo», ha proseguito. Il presidente ha anche affrontato la questione degli attriti con l’Unione europea, lamentando squilibri commerciali, oltre alle cause legali intentate contro alcune grandi aziende tecnologiche statunitensi. Trump è anche andato all’attacco sui contributi economici inadeguati degli alleati europei alla Nato e non ha rinunciato a pronunciare parole di apprezzamento per la Brexit.Il presidente americano ha inoltre aggiunto che, con lui alla Casa Bianca, né l’invasione russa dell’Ucraina né l’eccidio del 7 ottobre si sarebbero verificati. Ha altresì dichiarato di non ritenere che Vladimir Putin invaderebbe ancora l’Ucraina in caso di un accordo di pace. In particolare, il presidente americano ha detto che la Russia si starebbe «comportando molto bene» nel corso dei colloqui con gli Stati Uniti. «Se non fossi stato eletto io, nessuno avrebbe parlato con Putin», ha specificato.Trump ha anche confermato che oggi Volodymyr Zelensky firmerà l’accordo sui minerali strategici: un’intesa che, secondo il capo della Casa Bianca, fungerà da «garanzia» contro una nuova invasione russa. Il presidente è tornato comunque a escludere un ingresso di Kiev nella Nato, aggiungendo poi di avere una «relazione molto buona» sia con Putin che con lo stesso Zelensky. Quando gli è stato chiesto del perché abbia definito il presidente ucraino un «dittatore», Trump ha replicato ironicamente: «L’ho detto? Non posso credere di averlo detto. Passiamo a un’altra domanda per favore». Insomma, al netto delle fibrillazioni, sembra che, almeno in parte, il presidente americano stia ricucendo il rapporto con l’omologo ucraino.Nel clima generalmente disteso, non è tuttavia mancato qualche piccolo attrito. Starmer ha voluto precisare a Trump che una buona parte dell’aiuto europeo a Kiev è stata «donata», senza chiedere rimborsi. Inoltre, interpellato da un giornalista sulle sue recenti critiche alla violazione della libertà d’espressione nell’Ue e nel Regno Unito, JD Vance – anche lui presente al meeting – ha replicato: «Ho detto quello che ho detto». «Abbiamo avuto libertà di parola per molto tempo nel Regno Unito. Ne sono molto orgoglioso», ha controbattuto il premier britannico.Al di là delle dichiarazioni rilasciate ieri nello studio ovale, Trump e Starmer dovranno trovare la quadra su diverse questioni. Sul no all’ingresso di Kiev nella Nato, il presidente americano sembra irremovibile. Difficilmente il premier britannico riuscirà quindi a fargli cambiare idea. Sul tavolo ci sarà anche l’eventuale ruolo americano, nel momento in cui dovessero prima o poi essere schierate forze europee di peacekeeping in territorio ucraino: un ruolo rispetto a cui Washington sta tirando energicamente il freno a mano. Un ulteriore punto spinoso riguarderà il futuro politico di Zelensky. L’amministrazione Trump spinge da settimane per tenere delle nuove elezioni in Ucraina nell’ambito di un accordo di pace. Dall’altra parte, il leader ucraino ha sempre goduto di una notevole copertura politica da parte del Regno Unito. Questo è dunque un altro punto su cui Trump e Starmer saranno chiamati a trovare un’intesa. Un ulteriore nodo riguarda infine la distensione in corso tra Washington e Mosca, visto che, proprio ieri, si è tenuta a Istanbul la seconda tornata di colloqui tra americani e russi: colloqui volti a migliorare le relazioni diplomatiche tra le due parti. Ora, non è un mistero che Londra non veda eccessivamente di buon occhio questo disgelo.Insomma, sono svariati i punti che Trump e Starmer dovranno chiarire nel loro rapporto politico. 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Vladimir Putin - «Manterrà la sua parola», è convinto The Donald - ha espresso cauto ottimismo. «I primi contatti con l’amministrazione americana danno alcune speranze, anche Washington cerca il dialogo», ha detto ieri, aggiungendo però che «alcune élite occidentali» cercano di far deragliare la distensione. Una distensione, quella tra Washington e Mosca, che preoccupa Pechino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri cinese ha, non a caso, detto di considerare «inutile» ogni tentativo statunitense volto a separare la Russia dalla Cina. La Repubblica popolare ha d’altronde capito che è questo l’obiettivo principale dell’amministrazione Trump. È dunque in una tale cornice generale che il processo diplomatico sull’Ucraina è in procinto di iniziare. Le varie parti stanno intanto fissando le proprie posizioni di partenza. «I territori che sono diventati soggetti alla Federazione russa, che sono iscritti nella costituzione del nostro Paese, sono una parte inscindibile del nostro Paese. Questo è innegabile e non negoziabile», ha dichiarato ieri il Cremlino. Pretesa che secondo Kiev è «ridicola». Il giorno prima, Donald Trump aveva già detto che, durante i negoziati di pace, la Russia dovrà fare delle concessioni. Il presidente americano ha inoltre escluso che Kiev possa entrare nella Nato, ma ha anche aperto all’invio di soldati europei in territorio ucraino come forza di peacekeeping: uno scenario, quest’ultimo, che Mosca aveva definito «inaccettabile». Insomma, sulla carta, le posizioni restano distanti. Bisognerà capire quanto ci sia di tattica negoziale in tutte queste affermazioni preliminari. Nel mentre, Volodymyr Zelensky sta cercando di ricucire i rapporti con la Casa Bianca, per tentare di recuperare peso politico in vista delle trattative di pace. Oggi, il presidente ucraino sarà a Washington, dove dovrebbe firmare l’accordo sui minerali strategici, fortemente voluto dall’amministrazione Trump. Nel frattempo, ieri il ministro della Difesa francese, Sébastien Lecornu, ha reso noto che anche Parigi è in trattative con Kiev da ottobre, per avere accesso a una parte dei suoi minerali strategici. «Non stiamo cercando di essere rimborsati», ha affermato Lecornu, per poi aggiungere: «La nostra industria della Difesa avrà bisogno di una certa quantità di materie prime che sono assolutamente essenziali per i nostri sistemi d’arma». Secondo il ministro francese, sarebbe stato lo stesso Zelensky, lo scorso autunno, «a includere i minerali nel suo piano per la vittoria». Si sta giocando nel frattempo un duello sotterraneo tra sauditi e turchi, che stanno competendo per acquisire peso nella distensione tra Usa e Russia. Sullo sfondo, emerge il dissidio relativo al piano di Trump per Gaza. Riad, pur condannandolo ufficialmente, lo appoggia in segreto, visto che il presidente americano punta in futuro a collocare la Striscia sotto l’influenza saudita: un’operazione, questa, che, oltre al benestare americano, necessita anche dell’ok russo. La Turchia, di contro, è fermamente contraria a quel piano. E mira a rompere le uova nel paniere a Riad. Ecco quindi, almeno in parte, spiegato il senso della concorrenza turco-saudita nel processo di disgelo tra Washington e Mosca.
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Sconvolta dal dolore, la donna ha «scelto» di morire, per chiudere una vita ormai per lei priva di senso. Ora è in corso un contenzioso legale, promosso dai familiari della donna, che si chiedono come sia possibile accettare l’idea che si possa considerare quella richiesta di suicidio assistito il frutto di una decisione libera e consapevole. Una mamma, sconvolta dal dolore, in preda ad una profonda depressione che annichilisce l’esistenza, che intravvede nella morte una via d’uscita dalla sofferenza e chiede di «essere suicidata»: può essere ritenuta una scelta libera, incondizionata, lucida, pienamente consapevole? Se così fosse (e purtroppo così è stato ritenuto in questo caso!) dovremmo rivedere tutti i parametri del nostro vivere civile: di fronte a chi sta per gettarsi da un ponte o si è puntato una pistola alla tempia, norma legale e dovere civile è aiutare a dare compimento all’atto suicida!
Sta tutta qui, senza tanti vaniloqui né arzigogoli ideologici, la sostanza della legalizzazione del suicidio assistito. L’istinto nativo e primordiale di ogni essere vivente è la sopravvivenza e la conservazione della vita: solo una pulsione innaturale e patologica può spingere a togliersele. Ho lavorato per anni in un Pronto Soccorso ospedaliero e ho visto decine di casi di persone che avevano tentato il suicidio nei modi più impensabili, segno di una chiara autodeterminazione a farla finita: la prassi clinica impone che sempre si richieda una valutazione psichiatrica, partendo dall’assunto che chi cerca la morte non può che avere un pensiero «sconvolto», una mente malata, che va ricalibrata secondo il naturale istinto di sopravvivenza. Ciò considerato, acquista toni ancora più paradossali l’idea che il suicidio possa essere un «bene» che lo Stato deve tutelare come un diritto.
Il fatto della povera signora Wendy Duffy non fa che confermare un altro aspetto che impone di opporsi a qualsiasi legge che apra a logiche eutanasiche: a inizio anni Duemila, le prime legislazioni a favore di eutanasia e suicidio assistito prevedevano che vi potessero accedere solo malati terminali oncologici e ora, dopo meno di 20 anni, si apre la porta a persone sane che - per i motivi più diversi - hanno deciso di porre fine alla propria vita. Si tratta proprio di quel pendio scivoloso verso il «diritto di morire» a opera dello Stato, preteso dalla dittatura dell’autodeterminazione senza limiti. Purtroppo, oggi in Italia siamo costretti a prendere atto che vi sono regioni che hanno normato procedure di suicidio assistito, secondo i criteri espressi dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/19: è certamente un danno il cui prezzo viene pagato dalle persone più fragili e deboli - la deriva che papa Francesco chiamò la «cultura dello scarto». Ci si permetta un inciso: una mamma sconvolta dal dolore per la prematura scomparsa di un figlio, non è forse emblema di una struggente fragilità e debolezza? Ma rimane un danno sicuramente meno devastante rispetto a quello prodotto da una legge dello Stato che affermi il valore legale del suicidio. Senza dimenticare il pericoloso cortocircuito fra i concetti di «legale» e «morale»: siamo giunti all’assurdo, in questi tempi, di essere costretti a insegnare ai nostri figli, nipoti, studenti, discepoli che non tutto ciò che è protetto dalla legge è per ciò stesso etico. Moralità e legalità, a partire dalla legalizzazione dell’aborto, sono entrate in rotta di collisione e ciò che è legale ha oscurato ciò che è morale. La Costituzione «più bella del mondo», garantendo in modo assoluto il grande valore della libertà, non prevedeva certo che questa potesse spingerci fino a sottomettere a una distorta concezione di essa il diritto alla vita. Si stanno aprendo scenari nefasti, ma siamo ancora in tempo: basta crederci, ricordando che il male si subisce e non si sceglie. Mai.
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Faceva sobbalzare dalla sedia, poi, l’intervista alla Stampa di Drew Weissman, premio Nobel, insieme a Katalin Karikó, per la scoperta dei vaccini contro il Sars-Cov-2. L’immunologo ha annunciato che quelli per il virus dei ratti saranno «accessibili» entro «nove o dieci mesi». Gli scienziati sono all’opera tipo folletti di Babbo Natale: «Stiamo lavorando su tutti i virus potenzialmente responsabili di pandemie», ha raccontato Weissman. Che ha aggiunto: «Anche con il Covid li avevamo pronti già da prima». «Già da prima»? Probabilmente, l’esperto si riferiva alla flessibilità della tecnologia a mRna: si prepara una «libreria» di genomi virali e dopo la sia adatta al ceppo da combattere. Nature, d’altronde, ha scritto che le indagini su un rimedio per l’Hantavirus sono iniziate trent’anni fa. È questione di soldi. Bisogna «mettere a disposizione fondi», ha tuonato Weissman. Il Matilda De Angelis della virologia ce l’ha con il ministro della Salute americano, Robert Kennedy jr, diventato no vax perché «ha un passato da avvocato e ha fatto i soldi attaccando le compagnie farmaceutiche». Esisterà chi fa i soldi lavorando per loro?
La panacea non è ancora sul mercato, eppure la giostra delle siringhe ha ripreso a girare: anche il Corriere della Sera, ieri, sottolineava che «sarebbe possibile mettere a punto un vaccino», rigorosamente «a mRna». E sul giornale di via Solferino sono ricomparsi i malati sani: gli asintomatici. I quali, però, dovrebbero avere «una bassa carica virale e quindi una scarsa o nulla capacità di trasmissione».
Ancora più audace è stato Quotidiano Sanità. Appoggiandosi a un articolo argentino uscito sul New England Journal of Medicine, che ha documentato «un focolaio con superdiffusori e aerosol come possibile via di infezione», la testata ha riesumato un altro feticcio dei gloriosi anni di Roberto Speranza: «Il principio di precauzione imporrebbe l’uso di mascherine». Basta non siano cinesi...
L’odissea della crociera infetta ha svegliato dal letargo pure Massimo Galli. Il medico con l’eskimo, come il collega statunitense, ha contestato l’amministrazione Usa, rea di aver sospeso i finanziamenti alla rete che analizzava i patogeni con potenziale pandemico: «Uno studio in particolare riguardava il passaggio degli Hantavirus dai roditori serbatoio alla nostra specie. Grande tempestività, complimentoni». A Donald Trump avranno fischiato le orecchie: «La situazione è, speriamo, sotto controllo», ha detto ieri. Il tycoon aveva voluto il divorzio dall’Organizzazione mondiale della sanità. E, su questa strada, lo aveva seguito Javier Milei, presidente di quell’Argentina dove si sarebbero contagiati, mentre osservavano uccelli all’interno di una discarica di Ushuaia, nella Terra del Fuoco, i coniugi olandesi poi saliti sulla MV Hondius e deceduti per la malattia. Buenos Aires ha dichiarato che «prosegue la cooperazione internazionale senza rinunciare alla sovranità».
A proposito di Oms, tra i dottori teledipendenti c’è chi ne ha approfittato per rilanciare l’accordo pandemico, da cui l’Italia si è ritirata la scorsa estate: Matteo Bassetti ha chiesto al governo di tornare a sostenerlo. Per fortuna, la Conferenza Stato-Regioni ne ha appena approvato uno nazionale, che prevede di graduare le eventuali misure restrittive e che, per la somministrazione di medicinali, introduce il principio della «appropriatezza prescrittiva». Per quale motivo la vaccinazione dovrebbe essere la strategia migliore? Hantavirus colpisce migliaia di persone l’anno, sì; ma su miliardi di individui. E, secondo il nostro Istituto superiore di sanità, la sua incidenza è «diminuita negli ultimi decenni». Non avrebbe più senso concentrare le risorse sullo sviluppo di una terapia per i pochi che si ammalano?
Intanto, l’epidemia che non è un’epidemia e che - ha garantito Tedros Adhanom Ghebreyesus - non sarà una pandemia evolve come da previsioni. Il periodo d’incubazione è lungo e perciò, man mano, emergeranno nuovi positivi legati al focolaio originario. Ieri sono stati registrati due casi sospetti: un cittadino britannico che si trova sulla remota isola di Tristan da Cunha, nell’Atlantico meridionale; e una donna ricoverata ad Alicante, che era sull’aereo partito da Johannesburg, sul quale aveva provato a imbarcarsi la moglie del paziente zero, morta il giorno dopo. Lascerebbe ben sperare che sia risultata negativa la hostess di Klm, entrata in contatto con la signora in aeroporto.
Il Cile ha messo in isolamento preventivo due passeggeri provenienti dalla crociera. E la Spagna ha comunicato che chi sbarcherà dalla nave, attesa alle Canarie, sarà riportato nel proprio Paese di origine anche se presenta sintomi, purché non gravi. Madrid garantirà «la sicurezza del dispositivo di evacuazione e di rimpatrio». Le autorità dell’isola, tuttavia, hanno avvertito che, a causa delle avverse condizioni meteo, le operazioni dovranno svolgersi entro luendì.
L’Istituto superiore di sanità ha precisato che, nel nostro Paese, «non ci sono segnalazioni di casi umani di infezione» e ha ricordato che «il virus non si trasmette facilmente», con buona pace degli studi sugli aerosol. Il ministero lo ha confermato: non c’è «una situazione di allarme». I nostalgici non si rassegneranno.
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