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2025-02-28
Ucraina, Starmer ora sposa la linea Trump: «Ha cambiato rotta»
Keir Starmer e Donald Trump (Ansa)
Si è aperta molto cordialmente la visita effettuata ieri da Keir Starmer alla Casa Bianca. Il premier britannico ha consegnato a Donald Trump l’invito di re Carlo III a visitare il Regno Unito: invito che il presidente americano ha subito accettato. Inoltre, durante l’incontro nello studio ovale, l’inquilino di Downing Street ha avuto parole particolarmente calorose per Trump. «Su questioni come l’Ucraina, ti ringrazio per aver cambiato il tono della discussione, aprendo alla possibilità di raggiungere un accordo di pace», ha detto Starmer, rivolgendosi al proprio interlocutore. «L’accordo, se lo otteniamo, sarà di enorme importanza. Non credo che sarebbe successo se non avessi creato tu stesso lo spazio per questo», ha aggiunto. «È un grande onore avere il premier Starmer nello studio ovale», ha dichiarato, dal canto suo, il presidente americano, definendo lo stesso Starmer un «uomo speciale». «Il Regno Unito è un Paese meraviglioso», ha aggiunto Trump.
Nel corso del colloquio, l’inquilino della Casa Bianca ha anche affrontato la questione delle forze di peacekeeping da schierare eventualmente in territorio ucraino. «Dobbiamo raggiungere prima un accordo. Non abbiamo un accordo», ha detto Trump. «Non mi piace parlare di peacekeeping fino a che non abbiamo un accordo», ha proseguito. Il presidente ha anche affrontato la questione degli attriti con l’Unione europea, lamentando squilibri commerciali, oltre alle cause legali intentate contro alcune grandi aziende tecnologiche statunitensi. Trump è anche andato all’attacco sui contributi economici inadeguati degli alleati europei alla Nato e non ha rinunciato a pronunciare parole di apprezzamento per la Brexit.
Il presidente americano ha inoltre aggiunto che, con lui alla Casa Bianca, né l’invasione russa dell’Ucraina né l’eccidio del 7 ottobre si sarebbero verificati. Ha altresì dichiarato di non ritenere che Vladimir Putin invaderebbe ancora l’Ucraina in caso di un accordo di pace. In particolare, il presidente americano ha detto che la Russia si starebbe «comportando molto bene» nel corso dei colloqui con gli Stati Uniti. «Se non fossi stato eletto io, nessuno avrebbe parlato con Putin», ha specificato.
Trump ha anche confermato che oggi Volodymyr Zelensky firmerà l’accordo sui minerali strategici: un’intesa che, secondo il capo della Casa Bianca, fungerà da «garanzia» contro una nuova invasione russa. Il presidente è tornato comunque a escludere un ingresso di Kiev nella Nato, aggiungendo poi di avere una «relazione molto buona» sia con Putin che con lo stesso Zelensky. Quando gli è stato chiesto del perché abbia definito il presidente ucraino un «dittatore», Trump ha replicato ironicamente: «L’ho detto? Non posso credere di averlo detto. Passiamo a un’altra domanda per favore». Insomma, al netto delle fibrillazioni, sembra che, almeno in parte, il presidente americano stia ricucendo il rapporto con l’omologo ucraino.
Nel clima generalmente disteso, non è tuttavia mancato qualche piccolo attrito. Starmer ha voluto precisare a Trump che una buona parte dell’aiuto europeo a Kiev è stata «donata», senza chiedere rimborsi. Inoltre, interpellato da un giornalista sulle sue recenti critiche alla violazione della libertà d’espressione nell’Ue e nel Regno Unito, JD Vance – anche lui presente al meeting – ha replicato: «Ho detto quello che ho detto». «Abbiamo avuto libertà di parola per molto tempo nel Regno Unito. Ne sono molto orgoglioso», ha controbattuto il premier britannico.
Al di là delle dichiarazioni rilasciate ieri nello studio ovale, Trump e Starmer dovranno trovare la quadra su diverse questioni. Sul no all’ingresso di Kiev nella Nato, il presidente americano sembra irremovibile. Difficilmente il premier britannico riuscirà quindi a fargli cambiare idea. Sul tavolo ci sarà anche l’eventuale ruolo americano, nel momento in cui dovessero prima o poi essere schierate forze europee di peacekeeping in territorio ucraino: un ruolo rispetto a cui Washington sta tirando energicamente il freno a mano. Un ulteriore punto spinoso riguarderà il futuro politico di Zelensky. L’amministrazione Trump spinge da settimane per tenere delle nuove elezioni in Ucraina nell’ambito di un accordo di pace. Dall’altra parte, il leader ucraino ha sempre goduto di una notevole copertura politica da parte del Regno Unito. Questo è dunque un altro punto su cui Trump e Starmer saranno chiamati a trovare un’intesa. Un ulteriore nodo riguarda infine la distensione in corso tra Washington e Mosca, visto che, proprio ieri, si è tenuta a Istanbul la seconda tornata di colloqui tra americani e russi: colloqui volti a migliorare le relazioni diplomatiche tra le due parti. Ora, non è un mistero che Londra non veda eccessivamente di buon occhio questo disgelo.
Insomma, sono svariati i punti che Trump e Starmer dovranno chiarire nel loro rapporto politico. Tuttavia il clima disteso registratosi ieri allo studio ovale sembrerebbe suggerire che sia tornato il sereno nella relazione tra i due leader.
Prosegue il disgelo America-Russia: «Ma non cediamo le terre occupate»
Prosegue la distensione tra Washington e Mosca, anche se, nel dubbio, Donald Trump ha prorogato di un anno le sanzioni. Ieri, a Istanbul, si sono tenuti i nuovi colloqui tra Usa e Russia, dopo l’incontro a Riad della settimana scorsa. Si è discusso del disgelo propedeutico a delle future discussioni su vari dossier geopolitici, a partire dalla crisi ucraina. Vladimir Putin - «Manterrà la sua parola», è convinto The Donald - ha espresso cauto ottimismo. «I primi contatti con l’amministrazione americana danno alcune speranze, anche Washington cerca il dialogo», ha detto ieri, aggiungendo però che «alcune élite occidentali» cercano di far deragliare la distensione. Una distensione, quella tra Washington e Mosca, che preoccupa Pechino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri cinese ha, non a caso, detto di considerare «inutile» ogni tentativo statunitense volto a separare la Russia dalla Cina. La Repubblica popolare ha d’altronde capito che è questo l’obiettivo principale dell’amministrazione Trump.
È dunque in una tale cornice generale che il processo diplomatico sull’Ucraina è in procinto di iniziare. Le varie parti stanno intanto fissando le proprie posizioni di partenza. «I territori che sono diventati soggetti alla Federazione russa, che sono iscritti nella costituzione del nostro Paese, sono una parte inscindibile del nostro Paese. Questo è innegabile e non negoziabile», ha dichiarato ieri il Cremlino. Pretesa che secondo Kiev è «ridicola». Il giorno prima, Donald Trump aveva già detto che, durante i negoziati di pace, la Russia dovrà fare delle concessioni. Il presidente americano ha inoltre escluso che Kiev possa entrare nella Nato, ma ha anche aperto all’invio di soldati europei in territorio ucraino come forza di peacekeeping: uno scenario, quest’ultimo, che Mosca aveva definito «inaccettabile». Insomma, sulla carta, le posizioni restano distanti. Bisognerà capire quanto ci sia di tattica negoziale in tutte queste affermazioni preliminari.
Nel mentre, Volodymyr Zelensky sta cercando di ricucire i rapporti con la Casa Bianca, per tentare di recuperare peso politico in vista delle trattative di pace. Oggi, il presidente ucraino sarà a Washington, dove dovrebbe firmare l’accordo sui minerali strategici, fortemente voluto dall’amministrazione Trump. Nel frattempo, ieri il ministro della Difesa francese, Sébastien Lecornu, ha reso noto che anche Parigi è in trattative con Kiev da ottobre, per avere accesso a una parte dei suoi minerali strategici. «Non stiamo cercando di essere rimborsati», ha affermato Lecornu, per poi aggiungere: «La nostra industria della Difesa avrà bisogno di una certa quantità di materie prime che sono assolutamente essenziali per i nostri sistemi d’arma». Secondo il ministro francese, sarebbe stato lo stesso Zelensky, lo scorso autunno, «a includere i minerali nel suo piano per la vittoria».
Si sta giocando nel frattempo un duello sotterraneo tra sauditi e turchi, che stanno competendo per acquisire peso nella distensione tra Usa e Russia. Sullo sfondo, emerge il dissidio relativo al piano di Trump per Gaza. Riad, pur condannandolo ufficialmente, lo appoggia in segreto, visto che il presidente americano punta in futuro a collocare la Striscia sotto l’influenza saudita: un’operazione, questa, che, oltre al benestare americano, necessita anche dell’ok russo. La Turchia, di contro, è fermamente contraria a quel piano. E mira a rompere le uova nel paniere a Riad. Ecco quindi, almeno in parte, spiegato il senso della concorrenza turco-saudita nel processo di disgelo tra Washington e Mosca.
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Il premier inglese: «Senza di te accordo impossibile». Donald: «Prima la pace, poi si parlerà di truppe». Ed elogia la Brexit.Colloqui in Turchia: Vladimir Putin ottimista, Cina in ansia. Gli Usa rinnovano le sanzioni.Lo speciale contiene due articoli.Si è aperta molto cordialmente la visita effettuata ieri da Keir Starmer alla Casa Bianca. Il premier britannico ha consegnato a Donald Trump l’invito di re Carlo III a visitare il Regno Unito: invito che il presidente americano ha subito accettato. Inoltre, durante l’incontro nello studio ovale, l’inquilino di Downing Street ha avuto parole particolarmente calorose per Trump. «Su questioni come l’Ucraina, ti ringrazio per aver cambiato il tono della discussione, aprendo alla possibilità di raggiungere un accordo di pace», ha detto Starmer, rivolgendosi al proprio interlocutore. «L’accordo, se lo otteniamo, sarà di enorme importanza. Non credo che sarebbe successo se non avessi creato tu stesso lo spazio per questo», ha aggiunto. «È un grande onore avere il premier Starmer nello studio ovale», ha dichiarato, dal canto suo, il presidente americano, definendo lo stesso Starmer un «uomo speciale». «Il Regno Unito è un Paese meraviglioso», ha aggiunto Trump.Nel corso del colloquio, l’inquilino della Casa Bianca ha anche affrontato la questione delle forze di peacekeeping da schierare eventualmente in territorio ucraino. «Dobbiamo raggiungere prima un accordo. Non abbiamo un accordo», ha detto Trump. «Non mi piace parlare di peacekeeping fino a che non abbiamo un accordo», ha proseguito. Il presidente ha anche affrontato la questione degli attriti con l’Unione europea, lamentando squilibri commerciali, oltre alle cause legali intentate contro alcune grandi aziende tecnologiche statunitensi. Trump è anche andato all’attacco sui contributi economici inadeguati degli alleati europei alla Nato e non ha rinunciato a pronunciare parole di apprezzamento per la Brexit.Il presidente americano ha inoltre aggiunto che, con lui alla Casa Bianca, né l’invasione russa dell’Ucraina né l’eccidio del 7 ottobre si sarebbero verificati. Ha altresì dichiarato di non ritenere che Vladimir Putin invaderebbe ancora l’Ucraina in caso di un accordo di pace. In particolare, il presidente americano ha detto che la Russia si starebbe «comportando molto bene» nel corso dei colloqui con gli Stati Uniti. «Se non fossi stato eletto io, nessuno avrebbe parlato con Putin», ha specificato.Trump ha anche confermato che oggi Volodymyr Zelensky firmerà l’accordo sui minerali strategici: un’intesa che, secondo il capo della Casa Bianca, fungerà da «garanzia» contro una nuova invasione russa. Il presidente è tornato comunque a escludere un ingresso di Kiev nella Nato, aggiungendo poi di avere una «relazione molto buona» sia con Putin che con lo stesso Zelensky. Quando gli è stato chiesto del perché abbia definito il presidente ucraino un «dittatore», Trump ha replicato ironicamente: «L’ho detto? Non posso credere di averlo detto. Passiamo a un’altra domanda per favore». Insomma, al netto delle fibrillazioni, sembra che, almeno in parte, il presidente americano stia ricucendo il rapporto con l’omologo ucraino.Nel clima generalmente disteso, non è tuttavia mancato qualche piccolo attrito. Starmer ha voluto precisare a Trump che una buona parte dell’aiuto europeo a Kiev è stata «donata», senza chiedere rimborsi. Inoltre, interpellato da un giornalista sulle sue recenti critiche alla violazione della libertà d’espressione nell’Ue e nel Regno Unito, JD Vance – anche lui presente al meeting – ha replicato: «Ho detto quello che ho detto». «Abbiamo avuto libertà di parola per molto tempo nel Regno Unito. Ne sono molto orgoglioso», ha controbattuto il premier britannico.Al di là delle dichiarazioni rilasciate ieri nello studio ovale, Trump e Starmer dovranno trovare la quadra su diverse questioni. Sul no all’ingresso di Kiev nella Nato, il presidente americano sembra irremovibile. Difficilmente il premier britannico riuscirà quindi a fargli cambiare idea. Sul tavolo ci sarà anche l’eventuale ruolo americano, nel momento in cui dovessero prima o poi essere schierate forze europee di peacekeeping in territorio ucraino: un ruolo rispetto a cui Washington sta tirando energicamente il freno a mano. Un ulteriore punto spinoso riguarderà il futuro politico di Zelensky. L’amministrazione Trump spinge da settimane per tenere delle nuove elezioni in Ucraina nell’ambito di un accordo di pace. Dall’altra parte, il leader ucraino ha sempre goduto di una notevole copertura politica da parte del Regno Unito. Questo è dunque un altro punto su cui Trump e Starmer saranno chiamati a trovare un’intesa. Un ulteriore nodo riguarda infine la distensione in corso tra Washington e Mosca, visto che, proprio ieri, si è tenuta a Istanbul la seconda tornata di colloqui tra americani e russi: colloqui volti a migliorare le relazioni diplomatiche tra le due parti. Ora, non è un mistero che Londra non veda eccessivamente di buon occhio questo disgelo.Insomma, sono svariati i punti che Trump e Starmer dovranno chiarire nel loro rapporto politico. Tuttavia il clima disteso registratosi ieri allo studio ovale sembrerebbe suggerire che sia tornato il sereno nella relazione tra i due leader.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-starmer-sposa-linea-trump-2671238616.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prosegue-il-disgelo-america-russia-ma-non-cediamo-le-terre-occupate" data-post-id="2671238616" data-published-at="1740740363" data-use-pagination="False"> Prosegue il disgelo America-Russia: «Ma non cediamo le terre occupate» Prosegue la distensione tra Washington e Mosca, anche se, nel dubbio, Donald Trump ha prorogato di un anno le sanzioni. Ieri, a Istanbul, si sono tenuti i nuovi colloqui tra Usa e Russia, dopo l’incontro a Riad della settimana scorsa. Si è discusso del disgelo propedeutico a delle future discussioni su vari dossier geopolitici, a partire dalla crisi ucraina. Vladimir Putin - «Manterrà la sua parola», è convinto The Donald - ha espresso cauto ottimismo. «I primi contatti con l’amministrazione americana danno alcune speranze, anche Washington cerca il dialogo», ha detto ieri, aggiungendo però che «alcune élite occidentali» cercano di far deragliare la distensione. Una distensione, quella tra Washington e Mosca, che preoccupa Pechino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri cinese ha, non a caso, detto di considerare «inutile» ogni tentativo statunitense volto a separare la Russia dalla Cina. La Repubblica popolare ha d’altronde capito che è questo l’obiettivo principale dell’amministrazione Trump. È dunque in una tale cornice generale che il processo diplomatico sull’Ucraina è in procinto di iniziare. Le varie parti stanno intanto fissando le proprie posizioni di partenza. «I territori che sono diventati soggetti alla Federazione russa, che sono iscritti nella costituzione del nostro Paese, sono una parte inscindibile del nostro Paese. Questo è innegabile e non negoziabile», ha dichiarato ieri il Cremlino. Pretesa che secondo Kiev è «ridicola». Il giorno prima, Donald Trump aveva già detto che, durante i negoziati di pace, la Russia dovrà fare delle concessioni. Il presidente americano ha inoltre escluso che Kiev possa entrare nella Nato, ma ha anche aperto all’invio di soldati europei in territorio ucraino come forza di peacekeeping: uno scenario, quest’ultimo, che Mosca aveva definito «inaccettabile». Insomma, sulla carta, le posizioni restano distanti. Bisognerà capire quanto ci sia di tattica negoziale in tutte queste affermazioni preliminari. Nel mentre, Volodymyr Zelensky sta cercando di ricucire i rapporti con la Casa Bianca, per tentare di recuperare peso politico in vista delle trattative di pace. Oggi, il presidente ucraino sarà a Washington, dove dovrebbe firmare l’accordo sui minerali strategici, fortemente voluto dall’amministrazione Trump. Nel frattempo, ieri il ministro della Difesa francese, Sébastien Lecornu, ha reso noto che anche Parigi è in trattative con Kiev da ottobre, per avere accesso a una parte dei suoi minerali strategici. «Non stiamo cercando di essere rimborsati», ha affermato Lecornu, per poi aggiungere: «La nostra industria della Difesa avrà bisogno di una certa quantità di materie prime che sono assolutamente essenziali per i nostri sistemi d’arma». Secondo il ministro francese, sarebbe stato lo stesso Zelensky, lo scorso autunno, «a includere i minerali nel suo piano per la vittoria». Si sta giocando nel frattempo un duello sotterraneo tra sauditi e turchi, che stanno competendo per acquisire peso nella distensione tra Usa e Russia. Sullo sfondo, emerge il dissidio relativo al piano di Trump per Gaza. Riad, pur condannandolo ufficialmente, lo appoggia in segreto, visto che il presidente americano punta in futuro a collocare la Striscia sotto l’influenza saudita: un’operazione, questa, che, oltre al benestare americano, necessita anche dell’ok russo. La Turchia, di contro, è fermamente contraria a quel piano. E mira a rompere le uova nel paniere a Riad. Ecco quindi, almeno in parte, spiegato il senso della concorrenza turco-saudita nel processo di disgelo tra Washington e Mosca.
Jerome Powell (Ansa)
Trump affila i coltelli, Powell indossa l’elmetto. I mercati decidono che non è il caso di aspettare. In poche ore argento, platino e oro riscrivono i massimi storici, il dollaro scivola e Wall Street si guarda allo specchio temendo che la festa possa degenerare.
Il detonatore è un fatto senza precedenti. Jerome Powell, il banchiere centrale più potente del mondo, rompe ogni protocollo e si presenta in video. Non per annunciare un taglio dei tassi ma per comunicare che è sotto indagine penale. Roba da tribunali, non da conferenze stampa ovattate. La Procura vuole vederci chiaro sulla ristrutturazione della storica sede della Federal Reserve a Washington: un progetto partito nel 2022 e lievitato fino a circa 2,5 miliardi di dollari, con almeno 600 milioni in più rispetto al budget. Una cifra che, anche per gli standard americani, fa sobbalzare. Che materiali hanno usato e quanti operai hanno impiegato per spendere tanto? E il costo record dei ponteggi?
L’accusa formale è tecnica: Powell avrebbe mentito o omesso dettagli nella testimonianza resa lo scorso giugno davanti alla Commissione bancaria del Senato. Il problema non è l’edilizia. È la politica monetaria.
Powell lo dice senza giri di parole. Definisce l’indagine «un’azione senza precedenti» e la inserisce in un contesto di «minacce e pressioni continue» da parte della Casa Bianca. Insomma una ritorsione. Il peccato di Powell, nella sua ricostruzione è quello di aver fissato i tassi di interesse sulla base dei dati macroeconomici - inflazione, occupazione - invece che sulle preferenze del presidente.
Trump, naturalmente, nega tutto. «Non ne so nulla», dice a Nbc News. Ma la smentita dura il tempo di un respiro. Subito dopo riparte l’attacco: Powell «non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici». Tradotto: se i tassi fossero più bassi, nessuno parlerebbe dei muri della Fed.
I mercati non aspettano le Procure. Reagiscono. L’oro vola oltre 4.600 dollari l’oncia, chiudendo intorno 4.620. L’argento schizza a 86 dollari, con rialzi giornalieri da capogiro. Il platino sfiora i 2.400 dollari, il palladio si avvicina ai 2.000. È la corsa ai beni rifugio nella sua forma più pura, quasi didattica. Il dollaro, invece, paga il conto. Inverte la rotta della settimana precedente e perde terreno contro l’euro. I Treasury a 10 anni salgono al 4,2%, i trentennali al 4,86%. Segnali chiari di tensione. Segnali che raccontano una cosa sola: la fiducia non è infinita. E quando viene messa in discussione la credibilità della banca centrale americana, il mondo intero prende appunti. In Europa si fa finta di niente, come spesso accade quando il problema è grande. Milano e Parigi restano immobili, Londra avanza di un timido +0,16%, Francoforte sale dello 0,57% trainata dai titoli della difesa - perché in tempi di guerra, vera o metaforica, qualcuno guadagna sempre. Wall Street galleggia appena sopra la parità, con l’aria di chi spera che sia solo un brutto sogno. Ma non lo è. Perché qui non siamo più alle schermaglie verbali, ai tweet, ai soprannomi irridenti. Qui siamo allo scontro istituzionale. E se è vero che il capo dellla Fed non può sentirsi al di sopra della legge è altrettanto vero che l’atmosfera intorno alla banca centrale Usa si è fatta incandescente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale e possibile successore di Powell, butta benzina sul fuoco parlando di un edificio «enormemente più costoso di qualsiasi altro nella storia di Washington». Un messaggio neanche troppo cifrato.
Il mandato di Powell scade a maggio. Da qui ad allora i mercati resteranno nervosi. Perché nessuno sa dove porterà questa escalation. Se l’indagine andrà avanti. Se il precedente diventerà prassi. Se, domani, ogni decisione sui tassi dovrà passare al vaglio della politica. È questo lo spettro che spaventa gli investitori molto più di un bilancio fuori controllo.
La guerra nucleare dei mercati, insomma, è già iniziata. Non fa rumore, non lascia crateri visibili, ma brucia fiducia, erode certezze e spinge capitali a nascondersi sotto terra, in lingotti luccicanti. E come in ogni guerra, c’è una sola verità: quando saltano i tabù, nessuno può dirsi al sicuro. Nemmeno la Federal Reserve.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti ci rivela i retroscena delle strategie di Usa, Russia e Cina.
(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia durante il dibattito sulla Pac (Politica agricola comune) all'Eurocamera di Strasburgo.
Ettore Prandini (Imagoeconomica)
Presidente Prandini, allora è il Mercosur o è il Marcosur?
«Non c’è alcun dubbio: è il Marcosur! La Germania è tornata a dettare legge in Europa e Ursula von der Leyen esegue pedissequamente gli ordini e tutela gli interessi di Berlino. I tedeschi hanno una loro idea dello sviluppo dell’Europa, vogliono dettare le loro regole a tutti. Un esempio incontrovertibile è che la Germania non vuole la reciprocità, non la vuole su ciò che esporta e nell’accordo del Mercosur non c’è la reciprocità, senza la quale quell’accordo diventa un boomerang per le imprese agricole, ma io credo anche per molte altre imprese europee e soprattutto per i cittadini. Speriamo in un sussulto del Parlamento che ponga freno a questa deriva e si renda conto che viene esautorato».
A darle ragione c’è il ricorso che la Polonia vuole presentare e le mozioni di sfiducia dei francesi contro la Von der Leyen che vuole evitare la ratifica dall’Eurocamera. Vede un deficit di democrazia e di democrazia alimentare in Europa?
«Sulla democrazia alimentare ci siamo spesi con ogni forza: senza sovranità alimentare non c’è la possibilità di un accesso al cibo uguale per tutti, ma quanto sta accadendo sull’accordo è paradossale. Il Parlamento, che è il livello più alto di democrazia in Europa, viene esautorato da un organismo come la Commissione che non è eletto direttamente. La presidente ha eroso la centralità del Parlamento e impone con una estremizzazione dei suoi comportamenti e il sostegno di una struttura burocratica cosa deve decidere l’Eurocamera. Per noi è inaccettabile».
In cosa risiede la «pericolosità» del Mercosur?
«È di tutta evidenza che già in queste ore si moltiplicano le pressioni per fare accordi con l’India, con il Vietnam secondo le convenienze della Germania e che l’agricoltura viene usata come merce di scambio. L’agricoltura in Europa ha perso la sua centralità a favore di altri interessi».
Sì, però vi hanno dato dei soldi in più…
«E dove sono questi soldi in più? Abbiamo semplicemente recuperato il taglio di 92 miliardi che la Von der Leyen aveva deciso. 45 miliardi sono contributi agricoli, gli altri li abbiamo recuperati facendo in modo che i fondi per lo sviluppo rurale vadano tutti alle aziende agricole. Ma non c’è stato dato un euro in più. E questo mentre tutto il mondo dagli Usa alla Cina sta triplicando gli investimenti in agricoltura, il che testimonia l’assoluta miopia della Von der Leyen. Grazie al nostro governo, all’impegno dei ministri Francesco Lollobrigida e Antonio Tajani e alla pressione esercitata dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni siamo riusciti a recuperare un miliardo in più per l’Italia nella prossima Pac. Ma non c’entra nulla col Mercosur, non può essere una compensazione: senza reciprocità, senza clausole di salvaguardia quell’accordo resta deleterio».
Per quali ragioni?
«Se non si mette la reciprocità domani con l’India, piuttosto che con il Vietnam sarà lo stesso schema: per vendere ciò che interessa ad alcuni si penalizza l’agricoltura. E non mi convince chi dice che alcune filiere ne traggono vantaggio. Ci danno qualcosa da una parte per toglierci tutto il resto. Lo abbiamo già sperimentato col Ceta: la filiera cerealicola è in ginocchio e i canadesi fanno arrivare il grano senza condizioni, succederà così anche col Mercosur».
Ha a che fare col fatto che la nostra è un’agricoltura polifunzionale?
«Anche, ma il tema è un altro: è la reciprocità. Come posso stare sul mercato se è consentito importare in Europa prodotti coltivati con fertilizzanti, diserbanti, fitofarmaci vietatissimi da noi? Com’è possibile far entrare merce che viene coltivata con standard ambientali, di benessere animale ed etici distantissimi dai nostri? Se i vincoli europei fossero applicati a un’azienda agricola del Mercosur fallirebbe in un giorno. Lo sanno a Bruxelles che lì possono andare in farmacia senza nessun vincolo a comprare antibiotici e ormoni che accelerano l’accrescimento degli animali, sostanze che da noi sono giustamente vietatissime e che però i consumatori si ritrovano nel piatto? Come si difende la filiera della carne rossa, del pollame da questo attacco? E come tutelo la filiera del riso se sfruttando i bambini, perché pesano meno e non distruggono le piante, si usano per spargere veleni chimici sulle coltivazioni? È di questo che stiamo parlando. Poi mi dicono, ma il vino ha vantaggio e mi raccontano che col Mercosur si mitiga l’italian sounding. A parte che è tutto da vedere, ma una volta azzerata l’agricoltura che ce ne facciamo? Il sistema agroalimentare produce la prima voce di esportazione dell’Europa e proprio questo sistema è messo a rischio e usato come merce di scambio. È incomprensibile».
Ci saranno i controlli?
«Siamo convinti che i brasiliani faranno andare gli europei a controllare le loro produzioni? Se mi dite dove danno questo film di fantascienza lo vado a vedere. È per questo che noi insistiamo per avere in Italia l’autorità delle dogane europee. Siamo il Paese all’avanguardia nei controlli sanitari e di qualità. Siamo in un continente che oggi controlla appena il 3% delle merci che importa! Meglio di noi fa anche l’Africa. E qui sta un altro paradosso: loro continueranno a fare controlli severissimi sulle nostre merci che importano, come hanno sempre fatto per costituire un’artificiosa barriera doganale».
Voi andate a protestare a Strasburgo, siete sicuri che la gente vi segua?
«Sì e lo vediamo tutti i giorni: i cittadini ci chiedono controlli sulla qualità e la salubrità dei prodotti. Appena ieri il ministro della Sanità ha posto il problema della sostenibilità del sistema di assistenza e cura. Sappiamo tutti che è da ciò che mangiamo che inizia e si rafforza la tutela della nostra salute. E tutti sanno che i prodotti della nostra agricoltura sono i più sani e i più controllati. Quando ci battiamo per le nostre aziende agricole ci battiamo anche per la salute dei cittadini. E gli italiani lo sanno».
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