Com’è triste Firenze, soltanto dieci anni dopo… L’aria veneziana di Charles Aznavour è il refrain nel cuore pulsante della Toscana non più felix (a sinistra), dove la politica sfuma in una laguna, anzi in un pantano. La decisione del centrodestra di sostenere, compatto, Eike Schmidt, ex direttore degli Uffizi, nella corsa per Palazzo Vecchio ha spiazzato i democratici che annusano, seriamente, aria di ballottaggio. Era successo già a Matteo Renzi di dover ricorrere al secondo turno, contro la stella del calcio Giovanni Galli. Non era successo invece a Dario Nardella, sia nel primo che nel secondo mandato. Anzi, il violinista di Torre del Greco, si era pavoneggiato di questo primato contro il mentore Renzi («io non sono andato al ballottaggio» sorrideva) e mal gliene incolse nei mesi del Giglio magico a Palazzo Chigi. I due oggi si detestano e non perdono occasione per farlo sapere. Solo che il Pd senza Renzi, a Firenze, scricchiola. Basta fare due conti. Nardella venne confermato sindaco, nel 2019, con il 57% dei voti, ma tra i grandi sponsor c’era Renzi. Il partito pesava per il 41,23%, la lista Nardella l’8,31%, più spiccioli. I 5 stelle valevano il 7%. A sinistra della sinistra, fuori dalla giunta, raccolsero il 10%. E al centrodestra rimase poco meno del 25% con una candidatura che pochi conoscevano. Ma lo scenario oggi è completamente mutato. Intanto perché Fratelli d’Italia, con Forza Italia e la Lega guidano il governo centrale. Poi perché in tutta la regione soffia un vento nuovo, politicamente parlando. Infine perché la scelta di Schmidt, che guida una lista civica, mette in evidenza la voglia di cambiare del territorio. Sarà infatti determinante il voto dei moderati, mai così indecisi. Perché Nardella ha svenduto il Pd fiorentino trattando con la segreteria Elly Schlein un posto per le Europee, inserendo in tempi non sospetti nella propria giunta un assessore gradito ad Emiliano Fossi (ex sindaco di Campi Bisenzio, uomo della Schlein e nemico dell’aeroporto di Firenze), spedito poi a Roma, in cambio del via libera alla propria successione individuata poi in Sara Funaro. Una mossa che ha aperto varie crepe. Funaro non è passata, infatti, dalle primarie perché in molti, a Palazzo Vecchio, avevano annusato puzza di bruciato. Così un inciucio romano ha negato il parere al popolo di sinistra, non ha aperto ad alcun confronto con la candidata in pectore, Cecilia Del Re (espulsa dalla giunta dallo stesso Nardella a un paio di mesi dalla scelta) e la città ha iniziato a chiudersi come un fortino a difesa dei propri interessi. Una frattura scomposta, più profonda di quel che appare, nonostante i forzati sorrisi di Funaro che campeggiano dai maxi-poster che non raccontano molto sui dieci anni al fianco di Nardella, né del nonno Piero Bargellini, sindaco dell’alluvione del 1966.
Il Pd a livello nazionale aveva chiesto «discontinuità», ma alla fine ha fatto due conti. Così l’ala più radicale, legata alla segretaria nazionale, si è tenuta la candidatura a Prato, sconfessando il governatore Eugenio Giani che aveva altre mire, e ha messo un’ipoteca sulla stessa poltrona della Regione, dove già scalpitano le ambizioni di Monia Monni che vuole sostituirsi proprio a Giani tra un anno. Fratelli coltelli, come recita un detto locale. Ma anche cugini assassini, se è per questo. Perché se al 57% di Nardella si tolgono i voti di Renzi in città (12% alle politiche), si va al ballottaggio. Renzi non tira più come nel 2019, ma in città ha i propri fedelissimi in vari punti chiave, a iniziare dal dominus Marco Carrai che, bocciato alla cybersecurity nazionale qui ha avuto gioco facile dei nardelliani. A questo si unisce il calo fisiologico del Pd che non è più robusto come un tempo. E la fuga centripeta a sinistra, benedetta dal flop di Tomaso Montanari che aveva provato a riunire le forze alternative al Pd, ma ha fallito scaricando le colpe sui 5 Stelle dell’ex amico Giuseppe Conte. Così oggi, a sinistra della sinistra, si dicono sicuri di avere almeno il 7% dei voti. Ricapitolando la candidata Funaro dovrebbe ancorarsi al 40% al primo turno, in attesa di capire se Giani avrà la forza di estromettere dalla giunta regionale la propria vice, Stefania Saccardi, cioè il nome voluto da Renzi per la conquista di Palazzo Vecchio. Entro il 13 maggio l’ardua sentenza. Un clima che in città si percepisce nitidamente dall’arrocco alle poltrone del sottopotere. Nell’incertezza, il più delle presidenze veleggia oltre le scadenze naturali. La Camera di commercio, schierata al fianco della giunta Nardella (ha venduto un palazzo per poter guidare senza risultati Firenze fiera) resterà nelle mani di Leonardo Bassilichi, ex manager della società di famiglia legata al vecchio Monte dei Paschi. Bassilichi non gode di particolari favori, ma in una gara ad excludendum, la Confcommercio fiorentina ha pensato di lasciargli campo libero dietro l’impegno di una vicepresidenza operativa. Già in passato Bassilichi (espressione degli industriali) aveva firmato addirittura un documento per lasciare la guida camerale a metà del secondo mandato, poi si è bevuto tutti. Stavolta il turno, si sussurra, sarebbe toccato agli artigiani di Cna, che non sono però riusciti a superare le secche territoriali. Si tratta di un terzo mandato, ed è già un caso. Al quale fa eco la constatazione che Antonella Mansi, ex presidente degli industriali toscani, ex vicepresidente di Confindustria nazionale, ha preso residenza al Centro di Firenze per la moda italiana (associazione proprietaria di Pitti immagine) facendo cambiare persino lo statuto, pur di poter restare in sella un terzo mandato. La scelta è stata benedetta dalla Regione, interessata a sistemare i conti disastrati di Firenze fiera che ha come cliente principale (quasi unico) Pitti Immagine. E c’è chi ha messo nel mirino le ambizioni della stessa Mansi che, uscita dal Cda del Maggio musicale (commissariato dal ministro Gennaro Sangiuliano, prima di essere affidato al neosoprintendente Carlo Fuortes, defenestrato dalla Rai) adesso si è fatta catapultare in quello di Toscana aeroporti. Dove siederà, alla corte di Carrai, al fianco di nomi e numi tra i quali spicca Veronica Berti, dea ex machina del marito Andrea Bocelli (la cui fondazione è ospite del Comune). Questo il sottobosco fitto di trappole nel quale si muove Eike Schmidt.
Il Pd rinnega se stesso. Accade a Firenze, in uno dei «serbatoi protetti» della sinistra, unico fortino a non essere ancora caduto dai tempi del glorioso Pci, laboratorio dell’ascesa renziana, oggi ridotto a una curatela che rischia di sfuggire di mano in primis a Dario Nardella.
Alcune settimane fa anticipammo che il cammino dell’ex delfino di Matteo Renzi, Nardella appunto, sarebbe stato «triste y final». E puntuali si sono manifestati i primi segni concreti: la cassaforte fiorentina, intesa come Ente cassa di risparmio (45 milioni l’anno destinati alla città), è stato il primo ceffone rifilato dallo stesso Renzi a Nardella, reo da mesi di aver intrapreso un percorso che guarda solo al proprio futuro e non alla città.
Per la verità la segreteria regionale della Schlein, nella figura di Emiliano Fossi, ha brillato sinora per debolezza. Un po’ come accaduto nella recente alluvione di Prato e Campi Bisenzio, città - quest’ultima - della quale Fossi è stato sindaco e barricadero, quando si è trattato di imporre il «no» allo sviluppo dell’aeroporto di Peretola, in contrapposizione appunto a Nardella. Sconfitto sul campo, il sindaco di Firenze fece allora un accordo per mandare Fossi in Parlamento, convinto di poterlo così arginare con una segreteria nazionale a targa Bonaccini. Fossi però, più scaltro, impose la presenza di un proprio rappresentante nella giunta fiorentina (tal Andrea Giorgio), il quale assunse l’incarico all’ambiente e oggi quello di «radarista» impotente nel partito a livello cittadino.
Prova ne sia che Nardella, che punta le residue speranze di futuro politico in un seggio alle elezioni europee, sta promuovendo da mesi una figura femminile di assoluta continuità come Sara Funaro, assessore al sociale, come candidato unico. Continuità che non convince appieno il Pd nazionale. La base elettorale, inoltre, invoca da tempo le primarie, un tempo vessillo della sinistra. Ma Nardella, forte del ruolo (per quanto in esaurimento), vuole blindare il futuro di Palazzo Vecchio per poter così dirigere la città da dietro le quinte. Così la direzione del Pd cittadino si è inventata una «supercazzola» per dire che le primarie, in fin dei conti, si possono pure superare. La decisione spetterà all’assemblea dei primi di dicembre, che potrebbe invece ribaltare la mano ferma del sindaco uscente.
Schlein, viene fatto notare da varie sezioni del partito, a livello nazionale attacca il governo centrale chiedendo di cambiare la legge elettorale, perché non consente agli elettori di scegliere i parlamentari, imponendo invece nomi calati dall’alto. E a Firenze il Pd nega le primarie? Cioè lo strumento che ha portato la stessa Schlein alla guida del Pd (senza le primarie, il Politburo aveva infatti scelto Michele Emiliano). Volete una riprova in salsa fiorentina? La scorsa settimana Cecilia Del Re, assessore nardelliano defenestrato pochi mesi fa perché troppo «ingombrante» rispetto alla più comoda Sara Funaro, ha radunato oltre un migliaio di sostenitori in un palazzetto per chiedere - a gran voce - il ricorso alla consultazione popolare. Il Pd fiorentino ha rivolto sguardi torvi (e qualche telefonataccia) a funzionari e dipendenti pubblici intenzionati a partecipare all’assise, alla quale si sono presentati ex dirigenti e gente comune. Un successo di pubblico superiore a quello registrato dallo stesso Nardella quando presentò, nello stesso luogo, il suo manifesto politico chiamando a raccolta i dirigenti di Palazzo Vecchio. Non è passata inosservata, inoltre, la presenza del renziano Francesco Bonifazi (già tesoriere nazionale del Pd), inviato come ambasciatore dall’ex sindaco ed ex premier. Renzi in città pesa per un 6% di voti. Ha una candidata naturale in Stefania Saccardi, che dialoga da tempo proprio con la Del Re, considerata la comune provenienza originaria. Due donne che insieme contano circa 10.000 voti.
Renzi al momento se ne sta nella villa sotto il piazzale. Dialoga con Eugenio Giani, spingendolo verso una candidatura a sindaco che - si dice - accontenterebbe tutti gli alleati. Giani dovrebbe però lasciare con un anno d’anticipo la guida di una Regione che, si sussurra, comunque non gli toccherebbe. In caso di vittoria del centrodestra a Prato (si voterà contestualmente a Firenze), la Regione è destinata a passar di mano, considerato che oggi è tutta di centrodestra ad eccezione appunto dell’area geograficamente al centro (Firenze e Prato). E anche se il Pd avesse velleità, c’è da scommettere che Schlein, attraverso il suo uomo locale, Fossi, non potrebbero subire un’imposizione del Pd locale sia per Palazzo Vecchio (la nardelliana Funaro) che per la Regione (Giani). A chi gli parla, Giani obietta che sarebbe una follia non confermarlo alla Regione, ma con le europee alle porte, gli equilibri del Pd sono destinati a saltare. Se Schlein non tiene il 20%, il maremoto che seguirà rende indomabile il partito. Ecco allora che un ricorso alla consultazione popolare, le primarie fiorentine appunto, potrebbe invece andare incontro alle richieste di un popolo elettorale che si sente insoddisfatto di una guida dall’alto.
Nei giorni scorsi sono circolati due sondaggi, guarda caso proprio su Del Re e Funaro. Il primo, più attendibile, di Ghisleri ha certificato come l’ex assessora defenestrata per aver detto «no» alla revisione del tragitto della tranvia (la sinistra estrema voleva portarla fin dentro il Battistero), sia più conosciuta in città. Di contro il Pd si è auto-interrogato, attraverso i dirigenti e non la base, per dire che Funaro è invece la più conosciuta. Un pannicello tiepido, per ammorbidire la scelta della direzione fiorentina del Pd tale da imbeccare l’assemblea. A sostenerlo quel Nardella che, solo un paio di anni fa, graffiava le cronache dicendo che «un Pd senza primarie era la negazione di se stesso». Ma tant’è.
Il centrodestra intanto scalda i motori. Tiene la candidatura di Eike Schmidt, direttore degli Uffizi, che il prossimo 28 novembre diventerà cittadino italiano (già da comunitario potrebbe correre per le amministrative). Lui non conferma né smentisce. Forza Italia a livello locale spinge invece per Leonardo Bassilichi, al capolinea come secondo mandato di presidenza della Camera di commercio. Criticato dai più per esser stato un po’ il bancomat di Nardella in questi anni. Le sue quotazioni sono in ribasso perché gli elettori di centrodestra non lo considerano politicamente sostenibile, mentre qualcuno insinua che questa sia solo una sua mossa per cercare di ottenere un improbabile terzo mandato camerale, per una poltrona che spetta di diritto agli artigiani (sulla base di patti a suo tempo stabiliti tra le categorie). Anche Bassilichi non conferma né smentisce.
Così Firenze si trova per la prima volta senza un indirizzo al quale fare riferimento. I professionisti delle poltrone si sentono in balia del destino, abituati com’erano a fare gli accordi prima delle elezioni. Il Pd tentenna. E nell’incertezza cerca di respingere le primarie che sancirebbero la fine delle incertezze e dei giochi di un palazzo che non rappresenta più neppure se stesso. A coronamento di tutto la minaccia, neppure poi troppo velata, dei riformisti, che vogliono candidare in Toscana per le europee Matteo Biffoni, sindaco uscente di Prato (non avrebbe altrimenti un futuro politico di livello) e/o il presidente del consiglio regionale Antonio Mazzeo. Nomi che sarebbero in lizza contro Nardella per la consultazione europea. Voti in grado di non far passare l’ormai ex sindaco, relegandolo a presidente di qualche partecipata. Un finale davvero triste per chi era entrato a Palazzo Vecchio grazie alla promozione del renzismo, quando il Giglio magico risiedeva a Palazzo Chigi.
Il dado è tratto. Con l’affondo di venerdì mattina in Palazzo Vecchio, Matteo Renzi ha esplicitato il proprio dissenso, totale, sull’operato di Dario Nardella. Qualcosa più di una lite di condominio tra l’ex sindaco e il suo successore (messo lì proprio da Renzi ai tempi del grande sogno di Palazzo Chigi). Lo stadio Franchi è il pretesto per entrare in campo. Nardella per mesi ha sventolato ai quattro venti l’intervento di riqualificazione dello stadio comunale attingendo ai fondi del Pnrr e, a quanti cercavano di farlo ragionare, rispondeva con la spocchia del «so tutto io, voi non capite». Che poi è il marchio di fabbrica del futuro ex sindaco, in cerca di poltrona oltre che di visibilità. Davanti al mancato riconoscimento della quota Pnrr (circa 55 milioni), per il progetto di ristrutturazione di uno stadio che cade letteralmente a pezzi, Nardella ha attaccato il governo Meloni dicendosi pronto a far causa allo Stato. Roba da far tremare i polsi e sollevare non poche perplessità sull’operato del sindaco. Che, per inciso, non ne sta azzeccando una da troppo tempo.
Renzi lo ha «esortato» a cambiare registro e passo, a cercare un’intesa con la Meloni, a «portare a casa quante più risorse possibili per Firenze», premettendo che «non c’entra niente la campagna elettorale per il nuovo sindaco», parola di lupetto (visto che l’ex premier è stato persino uno scout).
Ma è la visione d’insieme della città a preoccupare. Perché è evidente a tutti che un’intera classe dirigente sia ormai al capolinea.
Lo è il Pd fiorentino, preso a ceffoni dall’onda Schlein. A un certo punto, lo scorso anno, Nardella si era convinto di poter essere lui il candidato ideale per la segreteria nazionale dei democratici. Aveva tessuto la trama con i colleghi di Bologna e di Milano, arrivando a portare doni a Sala (la formazione dell’assessore alla cultura, nuove intese con la Fiera di Milano, l’unione tra le due città nel nome della moda). Tutto, ma proprio tutto, nel nome di una candidatura a «sindaco dei sindaci». Che poi, puntualmente, non c’è stata.
A quel punto Nardella, in scadenza di secondo mandato e con l’unica prospettiva di un seggio in Europa (ammesso che abbia i numeri), ha iniziato ad accarezzare l’idea di poter correre in solitaria, cercando di calcare le orme del predecessore Renzi. Ha convocato i suoi al teatro Tenda, con la scusa di presentare il proprio libro (che pochi hanno letto), ma alla fine l’adunata è risultata un mezzo flop. E anche quando ha annunciato la successiva tappa di avvicinamento al potere, con un meeting a Roma, ha pure sbagliato data costringendo il suo portavoce a correggerlo, appena 24 ore dopo.
Fallito anche questo secondo tentativo, si è proposto a Bonaccini con tono di sfida, per la serie «se corro io tu esci indebolito». Bonaccini lo ha fatto riflettere e Nardella è diventato il suo più potente sponsor. Dietro le quinte, in realtà, lo stesso Nardella si era già tutelato (secondo lui). Aveva contribuito a far fuori gli ex renziani, primo tra tutti Luca Lotti già inviso a Enrico Letta, si era accordato con Emiliano Fossi (uomo della corrente Schlein) ovvero con il nemico pubblico numero uno dello sviluppo dell’aeroporto di Firenze. Peccato che Fossi gli abbia rifilato un accordo capestro, per la serie: io (Fossi) vado a Roma lasciando libera la casella di sindaco di Campi Bisenzio, tu prendi un mio delfino (Giorgio) come assessore all’ambiente e poi ci mettiamo d’accordo.
Così Nardella, bello-bello (come nella canzone tormentone della scorsa estate), si è sentito protetto. Salvo risvegliarsi nell’incubo.
Perché nel frattempo Bonaccini ha perso sonoramente. Fossi è diventato coordinatore regionale del partito. E neppure i disastri di Fossi (ha perso tutto alla prima uscita, ovvero Siena, Pisa, Massa e la stessa Campi Bisenzio dove il Pd della Schlein è stato battuto da una lista civica di sinistra) hanno potuto rallegrare Nardella.
Lo scenario d’inizio 2023 è stravolto, ai suoi occhi. Il Maggio Musicale è stato commissariato e oltre alle sorti dell’ex sovrintendente Pereira a nessuno è passato inosservato che il presidente del Maggio fosse proprio Nardella.
Parallelamente l’aeroporto di Firenze è rimasto fermo, nonostante il presidente sia da oltre un decennio Marco Carrai, grand commis renziano ora in corsa per l’Ente Cassa di Risparmio, dove Renzi medesimo lo vorrebbe per metter mano all’ultimo bancomat rimasto in città. Nel frattempo ci si è messa pure la questione stadio comunale. Parentesi: Rocco Commisso, proprietario della Fiorentina, si è detto disgustato delle promesse dei politici e si è fatto il nuovo centro sportivo a Bagno a Ripoli, ovvero in un comune che non è Firenze, tanto per intendersi.
In questo iniziano a vacillare le poltrone fiorentine. Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di commercio, longa manus di Nardella ha incassato appena due giorni fa il «no» secco e convinto delle categorie al rifinanziamento di Firenze Fiera che, con un’esposizione di circa 28 milioni di euro, non sta più in piedi. E si potrebbe continuare, con il cerchietto magico nardelliano sempre più arroccato alle poltrone delle direzioni comunali che salteranno come tappi all’arrivo del nuovo sindaco, chiunque esso sia, dopo anni di gestione caotica della «città più bella del mondo».
Ecco perché dopo settimane di sussurri, dopo le multe alla signora Nardella «cancellate», dopo mesi di stampa amica, Nardella scopre adesso l’inizio del tramonto. Con un fulmine di Matteo Renzi. Che parte dalla questione Franchi per scatenare una guerra all’ultimo stadio.





