Due miliardi e 200 milioni di giocatori stimati nel 2018, un'industria che ha fatturato 655 milioni di dollari lo scorso anno e che entro il 2022 arriverà a una cifra annua di 2.960.000. Goldman Sachs ha fotografato con queste cifre l'industria degli esport, volgarmente i videogiochi.
Se non conoscete a fondo l'argomento, ma avete un figlio adolescente, vi basti una parolina magica: Fortnite. Un gioco di cui è campione Giorgio Calandrelli. Anche questo nome, cari genitori, vi dirà poco. Ma chiedete a vostro figlio se ha mai sentito parlare di un certo Pow3r, il nome d'arte di Calandrelli, e vi si aprirà un mondo. Giocatore professionista di esport, sotto contratto con una delle squadre più prestigiose al mondo, la Fnatic, Calandrelli solamente quest'estate ha guadagnato nei tornei di Fortnite oltre 60.000 euro.
Quante parole dirai nell'intervista che io non capirò?
«Poche, se c'è qualche termine che non ti è chiaro te lo spiego».
Voi giocatori avete un linguaggio tutto vostro.
«In effetti spesso usiamo un misto di italiano e inglese. Che ne so, se ti dico pushiamo da qualche parte capisci?».
Veramente no.
«Pushiamo da push, inglese, vuol dire andiamo a schiacciare un nemico».
Bene.
«Quando gioco in squadra magari mi scappa di dire “ragazzi, cercate di rimanere in vita perché sto flankando».
Sarebbe?
«Flankare, fare un'imboscata. Ma se sto a spiegarlo così si perde tempo. In certe situazioni serve velocità».
Ho capito, ricominciamo dalla base: Giorgio Calandrelli, 26 anni, romano, in arte Pow3r. Sai che tra i ragazzini sei famoso come Cristiano Ronaldo?
«Me ne sono reso conto a settembre alla Milano games week, migliaia di persone volevano parlarmi o fare una foto con me. Giravo con quattro o cinque guardie del corpo. Sono rimasto impressionato».
Che tipo sei?
«Un ragazzo normalissimo, è bene chiarirlo. Il mio pubblico di riferimento ha principalmente 18-24 anni, poi vengono quelli di 12-17 anni. Anche per questo so di avere responsabilità precise».
Cioè?
«Quando streammo…».
Quando fai che?
«Streammo, vabbè quando faccio i live sui videogiochi».
Scusa, è l'età.
«Dicevo, quando streammo ho delle regole precise. Sono banditi insulti razziali o atteggiamenti omofobi, sono vietate le bestemmie. Al massimo mi scappa qualche parolaccia».
Da dove nasce la passione per i videogiochi?
«Da sempre. A quattro anni mio papà mi ha fatto giocare a Super Mario 64. Da lì non mi sono più fermato. Ho giocato a tutto, ma ho fatto il salto di qualità quando ho incontrato il mio maestro, Alessandro Avallone, in arte Stermy. Lui è un mostro a livello mondiale di esport».
Che non è sport. Anzi, il Cio ha ribadito che gli esport non andranno alle Olimpiadi.
«Giusto così. Noi siamo qualcosa di diverso. Poi sai cosa ti dico? È più lo sport che ha bisogno di noi, non il contrario. A parte il calcio e alcuni eventi indiscussi come la finale Nfl, lo sport è in calo come interesse, noi siamo in esplosione».
Riusciresti a farmelo capire con un dato?
«Le persone che nel mondo hanno scaricato un gioco come Fortnite credo superino il miliardo. Peraltro io ho una teoria sul perché qualcuno vorrebbe considerarci uno sport».
Dimmela.
«Per sottoporre i campioni di esport ai controlli antidoping».
Lo trovi necessario?
«Se mi stai chiedendo “C'è il doping nel vostro ambiente?", io ti dico di sì. Il farmaco più usato si chiama Adderall, è a base di anfetamina e negli Usa è utilizzato per contrastare i disturbi dell'attenzione. Aumenta la concentrazione, riduce la stanchezza. Ci sono casi di giocatori professionisti che sono diventati dipendenti da questo farmaco e non riescono più a giocare senza assumerlo. Anche se è un argomento scomodo che nessuno vuole affrontare».
A te è capitato?
«Sono onesto, me l'hanno proposto. Ma ho rifiutato, anche se un pizzico di curiosità di capire che tipo di effetti produce mi è rimasta».
Sei un giocatore professionista?
«Esatto. Sono stato messo sotto contratto dalla Fnatic, team inglese. È la squadra più importante in Europa e una delle dieci migliori al mondo. Io sono l'unico italiano in team».
Dimmi la tua giornata tipo.
«Mi sveglio, faccio colazione, il mattino in genere sistemo tutte le attività necessarie allo streaming, al contatto con gli sponsor, a seguire gli eventi. Nel pomeriggio comincia l'allenamento con i compagni di squadra. Si inizia con due ore circa di riscaldamento, utilizzando alcuni software con varie difficoltà. Sono poi previsti esercizi per le mani e le dita, perché bisogna essere velocissimi alla consolle. Poi parte l'allenamento vero e proprio».
Vanno via almeno tre o quattro ore.
«Scherzi? Anche sette o otto. Per giocare a livello professionistico bisogna darci dentro».
In effetti per trovare mezz'ora per intervistarti c'è voluto un bel po'.
«Sono giornate piene. Però al massimo all'una di notte vado a dormire».
I tuoi genitori come la prendono?
«Mia mamma mi ha sconsigliato questa strada per anni. Sono state lotte eterne, la classica mamma che quando sclerava mi staccava tutto. Ora io giro il dito nella piaga e la tormento, dicendole “Vedi mamma che sono un pro?"».
E ai ragazzi che dici?
«Sincero? Io sconsiglio questa strada, perché vedono solamente il bello, la fama, il successo. Ma ci sono anche i momenti brutti, le delusioni, la fatica. Io quando li incontro dico loro “ma cosa streammate?". Sì, insomma, perché vi mettete in video a giocare, tanto la gente vi percepisce come l'orso sul triciclo del circo. “Alla gente non importa niente di voi come persone, se vi guardano è perché interessa che sapete giocare a Fortnite. Poi, quando Fortnite non andrà più di moda e cambieranno gioco vi guarderanno in cinque e non conterete nulla"».
Tu però ce l'hai fatta.
«Ma al prezzo di cosa? Le relazioni sono ridotte, gli amici anche. Vabbè almeno mi sono rimasti gli amici veri, quelli che mi apprezzano come Giorgio».
Ti senti un po' l'orso sul triciclo?
«Quello no, però vorrei far sapere ai ragazzi che sono uno come loro, non sono un idolo, un Vip. Sono un ragazzo. Per essere brutale, vado al cesso e la faccio come tutti».
Perché i ragazzini, come mio figlio di 10 anni, guarda i video tuoi e non quelli di altri?
«La forza del mio streaming sta intanto nella qualità, una delle migliori al mondo dal punto di vista tecnologico. Poi io non gioco e basta, creo dei dibattiti, dei veri talk show sui giochi. Infine posso avere passato una giornata negativa, ma quando appaio in video sono positivo, solare».
Perché Fortnite ha così successo nel mondo?
«Tieni conto che non è neppure all'apice come gioco, anzi è in fase calante».
Ah sì?
«Il picco di persone che lo ha scaricato si è toccato a luglio, ma già a settembre il gioco ha fatto registrare un 33% di calo rispetto a quel picco. Fortnite è in declino, a vederci bene. Certo, aveva toccato vette spaventose, con 220 milioni di persone che lo hanno scaricato in un mese. Il segreto del successo è che è gratuito, si può giocare su qualsiasi piattaforma, non ha bisogno di supporti molto potenti e poi ogni settimana ci sono aggiornamenti che lo rendono nuovo».
A te poi dà un lavoro.
«Non guardare solo me. Io ho uno staff di dieci persone e il mondo dell'esport dà lavoro a migliaia di uomini e donne. Perché lo Stato non capisce che è una fonte per creare occupazione, dunque redditi più alti, consumi e tasse pagate? Davvero per me è un mistero. Questo settore non conosce crisi, ma viene sottovalutato».
Veniamo alle critiche: alcuni videogiochi istigano alla violenza.
«Questa è una delle stupidate più incredibili mai sentite. Io da ragazzo ho fatto giochi molto più violenti di Fortnite, come Duke Nukem o Turok, ma non ho mai pensato di uccidere nessuno. Ho giocato a Doom in cui ci sono demoni, ma non mi è venuta voglia di fare messe nere. È il contrario: questi giochi hanno una funzione catartica, lì nello schermo puoi sfogare pulsioni, puoi anche vedere e toccare con mano le conseguenze di eventuali azioni sbagliate. E quindi le eviti».
I videogiochi creano dipendenza in molti ragazzi.
«Quando un genitore mi dice che suo figlio è “drogato" di videogiochi io credo che stia trovando una scusa per assolversi dalla capacità di dare delle regole ai figli».
Ma ci sono casi di ragazzi finiti dallo psicologo per questo.
«Io chiedo a questi genitori: “Ti sei mai messo lì a vedere tuo figlio mentre gioca?". Di più, perché non ti siedi accanto e provi a giocare con lui? È chiaro che se un genitore applica il meccanismo repressivo, urlando e impedendo di giocare, nel figlio si crea la reazione che lo porta a sfidare la regola. Il dialogo è sempre la strada migliore».
Giorgio Calandrelli, in arte Pow3r, che ne sarà di te nel futuro?
«Ho 26 anni, è una disperazione, a 30 in genere si smette con questa vita».
E in futuro?
«Mi piacerebbe rimanere nel giro, fare il caster».
Il che?
«Vabbè, il telecronista di esport. Sono molto intraprendente, qualcosa mi inventerò».
Qualche anno fa Ermenegildo Rossi, assistente di volo Alitalia, era finito sui giornali. Eroe era l'appellativo più ricorrente associato al suo nome. E al suo gesto, compiuto il 24 aprile 2011 su un volo Parigi-Roma. Rossi aveva sventato un dirottamento aereo, bloccando un uomo che armato di coltello aveva preso in ostaggio una collega. Dapprima parlando con il terrorista, poi aggredendolo fisicamente, Rossi aveva evitato una possibile tragedia. Oggi il segretario generale di Roma per l'Ugl mi racconta una storia che ha del surreale. È stato insignito di una delle più alte onorificenze italiane, la medaglia d'oro al merito civile, ma è come se lo Stato italiano si vergognasse di lui.
Rossi, mi riporta a bordo di quel volo?
«Su quell'aereo c'era un cittadino kazako con passaporto diplomatico, Valery Tolmachyov. Aveva prenotato un posto vicino alla porta, così da avere davanti a sé più spazio per mettere a punto il suo piano».
Cosa è accaduto?
«Io e la collega con il carrello tornavamo verso la cabina di pilotaggio. Io sono passato davanti a lui, è passato il carrello, e quando è toccato alla collega il kazako si è alzato, l'ha bloccata e le ha puntato un coltello alla gola».
Un coltello?
«Sì. Con lama appuntita di 10-12 centimetri».
E lei?
«Ho spostato il carrello e gli ho detto: «Ho capito, dimmi cosa vuoi fare». Lui, in italiano, mi ha risposto: «Questo aereo va in Libia». Eravamo in guerra, il giorno prima - a Parigi - Silvio Berlusconi aveva confermato a Nicholas Sarkozy la partecipazione dell'Italia al conflitto».
Non oso immaginare la tensione.
«Io ho mantenuto la calma. Gli ho detto: «Ti faccio io una richiesta. Togli il coltello dalla gola della collega e prendi me al suo posto» ma lui ha risposto no, aggiungendo: «Se non si fa come dico io, la sgozzo»».
E gli altri passeggeri?
«In questi casi va evitato che altre persone si alzino. Per cui mi sono rivolto con fermezza a loro dicendo «voi rimanete seduti con le cinture allacciate». Poi ho avvisato il comandante che eravamo sotto dirottamento e che l'aereo doveva andare in Libia».
E sarebbe successo?
«Assolutamente no. Sapevo benissimo che questo tipo di richiesta non sarebbe mai stata assecondata. Dopo gli attentati dell'11 settembre, la procedura prevede di atterrare all'aeroporto più vicino».
Quindi?
«Stavamo sorvolando le Alpi, saremmo atterrati a Milano o Torino, al che la situazione si sarebbe complicata parecchio. Ma soprattutto è cominciato a comparire del sangue sul collo della collega per via della lama appuntita. Così gli ho chiesto di spostarsi nella zona business, dove c'era un solo passeggero. E lui, che voleva evidentemente avvicinarsi alla cabina di pilotaggio, ha detto di sì. Poi, è avvenuto tutto in un attimo».
Cosa?
«Lui camminava all'indietro, trascinandosi la collega. Io ero di fronte a lui. Nell'indietreggiare lui ha urtato la coscia contro un bracciolo. Forse pensava di avere qualcuno alle spalle, ha girato la testa e ha allontanato il coltello dalla gola. Mi ha concesso una frazione di secondo, e gli sono saltato addosso».
Come in un film.
«Esattamente. Li ho spinti entrambi a terra, mi sono avventato su di lui mentre tentava di accoltellarmi. Con la forza sono riuscito a disarmarlo ma mi sono procurato vari tagli alla mano. L'ho immobilizzato e legato prima con alcune cinture, poi con le manette».
Un gesto davvero eroico.
«Tutti pensano così, anche se io non mi reputo tale. Per lo Stato lasciamo perdere».
Qui inizia la seconda parte della storia. Che titolo diamo?
«È la storia di un abbandono. Di uno Stato che si vergogna dei valori da difendere. Ma ne ho avuto subito sentore».
Cioè?
«Dopo avere immobilizzato il kazako, abbiamo deciso di proseguire per Roma. Il momento più intenso è stato quando i passeggeri sono sbarcati. Chi mi ringraziava, chi mi voleva abbracciare, un momento meraviglioso. Poi sono iniziati i problemi: un dirigente della compagnia ha chiamato l'amministratore delegato, Rocco Sabelli. Il comandante gli ha detto «le passo il capo cabina, colui che ha immobilizzato il terrorista»».
E lei?
«Io sono un sindacalista, avevo incontrato Sabelli in decine di riunioni. Lui stava per ringraziarmi e io: «Dottore, sono Ermenegildo Rossi». A questo punto è calato il silenzio».
Sabelli non le ha detto nulla?
«Dopo una pausa ha esclamato: «Ma tra tutti i capo cabina che ho, proprio tu stai su quel volo?»»
Una battuta per sdrammatizzare, magari.
«Sta di fatto che questa battuta me l'ha ripetuta nei giorni successivi, quando mi ha incrociato. La stampa, invece, si è adeguata».
In che senso?
«Nei giorni successivi si è parlato del gesto di un pazzo, di un uomo armato di un temperino, di un dirottatore disarmato grazie all'aiuto dei passeggeri, dell'equipaggio. Ma io ho fatto tutto da solo».
E non gliel'hanno riconosciuto?
«L'azienda non ha fatto nulla. Zero. Se accadeva su un volo Air France o Delta facevano un film a Hollywood. In Italia hanno insabbiato tutto ed io sono rimasto solo con il dramma che avevo».
Eppure il riconoscimento, alla fine, è arrivato.
«Questa è una parte per certi versi ancora più amara della vicenda».
Perché?
«Alitalia poteva chiedere un riconoscimento, ma non l'ha fatto. Dopo un anno e mezzo la vicenda è venuta a conoscenza del prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro. È stato lui a propormi e per questo lo ringrazio infinitamente. Speravo in un attestato, in un encomio da lasciare a mio figlio e invece arrivata la medaglia d'oro al merito civile, un'onorificenza pazzesca. Sa quante persone l'hanno ricevuta nella storia italiana dal 1793 a oggi? Solamente 833».
E lei è una di quelle.
«Esatto. Ma l'ho scoperto per caso, sbirciando sul sito internet del Quirinale».
Non ho capito bene, in che senso?
«Era fine ottobre 2017, ero da solo a casa e all'una di notte sono entrato nel sito della presidenza della Repubblica. Ho visto l'elenco degli encomi, le medaglie di bronzo, d'argento. Poi sono arrivato alle medaglie d'oro e… leggo Ermenegildo Rossi. Penso: «Non è possibile, sarà un omonimo». Clicco. Ero io».
Ah.
«Leggo che mi era stata conferita la medaglia d'oro e che mi era stata consegnata il 5 giugno, quattro mesi prima. Ho iniziato a piangere dalla gioia. Ho chiamato mio figlio Fabrizio, in Olanda, siamo stati al telefono fino alle tre di notte. E lui mi ha detto: «Papà, ma come è possibile che non te l'abbiano detto»?»
Appunto, glielo chiedo anche io.
«Infatti alla gioia è subentrata l'amarezza. Ma io devo scoprire una cosa così meravigliosa in questo modo? Lo sa che questa onorificenza è stata data a Gino Bartali? Lo sa che il 90% di chi l'ha ricevuta nella storia è morto nel momento in cui ha compiuto l'atto per cui viene insignito? Io invece l'ho scoperto su internet».
E a quel punto che ha fatto?
«Ho chiamato il Quirinale. Ho scoperto dopo quindici giorni che loro si limitano a fare un decreto e a spedire la medaglia alla Prefettura. Allora ho scritto al Prefetto, era l'11 dicembre 2017. Ho chiesto anche di avvisarmi se esistesse una cerimonia di consegna, in modo da poterlo dire a mio figlio. Il 5 gennaio mi hanno detto di presentarmi il venerdì successivo, e che non erano previste cerimonie. Quel venerdì sono andato con un amico, perché avevo paura di emozionarmi. Per farla breve: non mi volevano ricevere, a un certo punto hanno detto che la persona che aveva le chiavi della cassaforte in cui era conservata la medaglia non era in ufficio. Li ho minacciati di portare lì in dieci minuti giornalisti e telecamere. Così siamo saliti, hanno recuperato le chiavi e mi hanno dato la medaglia».
Sento sconforto nelle sue parole.
«Era in una scatolina di plastica dal colore smunto, con un nastrino rabberciato».
Queste onorificenze negli Usa sono consegnate dalla moglie del presidente, la first lady.
«Qui in Italia si fa così, evidentemente. Uscito da lì sono entrato in un negozio per comprare un nastrino decente. Ho incrociato tre militari. Mi hanno detto: «Ma lei sa cos'ha in mano? È di suo nonno?»». «È mia» ho risposto. Mi hanno detto «ma lei lo sa che il presidente della Repubblica deve mettersi sull'attenti davanti alla bandiera e a una medaglia d'oro al merito civile?»»
Invece questo Stato l'ha dimenticata?
«Io guardo questa medaglia e provo gioia ma mi ricordo anche tutto il fardello che ho dovuto sopportare. Sa che non l'ho mai messa? Lo faccio per voi, per la prima volta. Dopo avere sventato un attentato ho combattuto un anno e mezzo con il terrore di quello che poteva accadere. Quell'uomo poteva uccidere la mia collega, c'erano 135 passeggeri a bordo, l'equipaggio... E vengo trattato così».
Cosa c'è scritto sul decreto del presidente della Repubblica?
«Aspetti che mi metto gli occhiali. Ecco: “Dipendente della compagnia di navigazione Alitalia, con pronta determinazione e straordinario coraggio, durante il volo non esitava a offrirsi al posto di una hostess presa in ostaggio da un uomo armato di coltello al fine di dirottare l'aereo. Successivamente, approfittando di un passo falso dell'uomo, riusciva a disarmarlo e bloccarlo con l'aiuto di alcuni passeggeri. Splendido esempio di generoso altruismo e di solidarietà umana. 24 aprile 2011 - volo AZ 329 Parigi-Roma"».
Però non si sente un eroe.
«Uno può essere considerato eroe se prima di tutto lo Stato a cui appartiene ti tratta come tale. Se invece lo Stato svalorizza certi gesti, se non celebra con orgoglio questi comportamenti, allora mi chiedo: che razza di Stato è?».
Se fai notare a Giovanni Serpelloni che il mondo da lui sognato, senza fumo, senza alcol, senza droga, è pura utopia, lui sorride e dice: «Beh, lei non vorrebbe un mondo senza guerre? Anche quella ora ci sembra un'utopia. Io voglio solo un mondo più sano e con minore sofferenza». Serpelloni è un neuroscienziato, professore al Dp institute dell'Università della Florida, e da decenni si occupa del tema delle dipendenze. Di recente ha presentato alla comunità di San Patrignano una ricerca sulla cannabis light che ha suscitato polemiche.
Me la spiega, questa ricerca?
«Il punto di partenza è semplice. Tempo fa il Consiglio superiore di sanità, richiesto di un parere, diceva che non si può escludere con la diffusione della cannabis legale la pericolosità per la popolazione. E si pregava di intervenire per limitarne la vendita».
Lei è d'accordo con questo divieto?
«Certamente. Intanto perché contiene un inganno nei confronti del consumatore».
Vale a dire?
«La concentrazione di Thc, cioè il principio attivo dopante, è dichiarato appena sotto lo 0,5%, come impone la legge. Ma analizzando la sostanza venduta, noi lo abbiamo trovato allo 0,08% in un caso, allo 0,095% in un altro caso. Il massimo di principio attivo trovato è stato 0,192%».
Beh, significa che l'effetto psicotropo è quasi nullo. Meglio, no?
«In realtà la diffusione di questa sostanza e dei negozi diminuisce la percezione del rischio. Sa quanti ragazzini dicono “andiamo a farci una canna, tanto è legale"? Questo è il danno maggiore».
Torniamo all'esperimento che avete presentato a San Patrignano.
«Ci siamo chiesti perché molti dei negozi che vendono la cannabis legale vendono anche un estrattore e le cartine per fumarla. Si tratta di un tubo di ferro, con un tappo su una estremità sul quale si pratica un forellino di tre millimetri».
A cosa serve?
«Con la cannabis, un estrattore che si costruisce a casa in pochi minuti e una bomboletta di gas butano, che costa un euro e venti ed è reperibile in qualsiasi ferramenta, si può estrarre una resina giallastra, viene chiamata honey, miele. Questa resina, se estratta dalla cannabis illegale, può arrivare a concentrazioni di Thc fino al 95%».
Se invece si usa la cannabis legale?
«In collaborazione con tre diversi istituti di medicina legale abbiamo comprato dei campioni a Ferrara, Verona e Parma. Abbiamo utilizzato prodotti diversi, abbiamo provato con 5 grammi di sostanza, con 10 grammi, con 16 e con 17 grammi. Abbiamo utilizzato tre bombolette di butano e un estrattore. Con 60-70 euro di spesa, legale, abbiamo prodotto una resina in media sempre superiore allo 0,6% di Thc, quindi illegale. Con una singola estrazione abbiamo ricavato circa 14,7 milligrammi di principio attivo. Sa quanto è la dose minima per avere effetti psicoattivi?».
Mi dica.
«Dai 5 ai 7, se la droga è mangiata. Se fumata bastano anche meno milligrammi».
Insomma avete dimostrato che si può partire dalla cannabis legale e con semplici strumenti ricavare una droga illegale. Ma perché un consumatore dovrebbe fare questa fatica anziché andare da uno spacciatore?
«La risposta mi pare semplice, e abbiamo anche trovato riscontri con alcune interviste fatte tra i compratori di cannabis legale. Questo metodo evita conseguenze penali, denunce, il rischio di foto segnalazioni se si va a comprare droga per strada. Poi a noi interessava dimostrare che si può fare, non i motivi per cui uno lo farebbe. Ma il problema della salute pubblica legato alla diffusione della cannabis legale è un altro, a mio avviso».
Quale?
«Sono sorti in poco tempo 6-700 negozi, a Verona ce n'è uno a duecento metri da una scuola. Fanno una pubblicità aggressiva. Vendono prodotti chiamati skunk, la cannabis olandese che ha il 30% di Thc. Ovviamente dentro quella confezione non c'è la vera skunk, ma tutto ciò produce una normalizzazione dell'uso della cannabis e della cultura dello sballo».
Lei la vorrebbe vietare?
«Non c'è dubbio. Come, da un punto di vista sanitario, ritengo corretto vietare la vendita di fumo e alcol. L'ideale è che le persone comprendessero volontariamente che è meglio non usare queste sostanze, ma lo Stato deve parlare chiaro e vietarle».
Un mondo infernale per alcuni.
«Un mondo più sano. Il vero inferno lo vedo negli occhi dei miei pazienti e dei loro familiari, tutti i giorni. Tra cento anni rideranno delle nostre generazioni dicendo “ma pensa un po', quelli si drogavano, bevevano, fumavano"».
Perché, tra cento anni non sarà così?
«Prima o poi si capirà che tutte queste sostanze fanno male e si tornerà a una vita più in armonia con la natura».
A proposito di natura, la cannabis è un prodotto naturale.
«Anche l'amanita falloide lo è, ma le sconsiglio di mangiarla».
Ma avere qualche vizio la disturba così tanto?
«Non mi disturbano i vizi, come li chiama lei, mi preoccupano i comportamenti che possono danneggiare la salute. La gratificazione e le forti emozioni si possono provare anche senza droghe con comportamenti fisiologici come anche il sesso».
Ma perché vietare anche il vino?
«Come ha chiaramente detto l'Organizzazione mondiale della sanità l'alcol, in qualsiasi quantità venga assunto, è cancerogeno. Anzi se proprio vogliamo vedere, le sostanze psicoattive che fanno più morti sono proprio quelle legali, alcol e fumo. Dovremmo iniziare a chiederci: “Ma noi quanta gente vogliamo lasciare sul terreno"».
Mi sembra però un atteggiamento da Stato etico.
«Per carità, io non voglio limitare il libero arbitrio. Ma d'altronde la mamma di tutti, stupidi e intelligenti, a un bambino piccolo consente o proibisce di mangiare un qualcosa di dannoso?»
Lo Stato non è una mamma.
«Infatti. La libertà sopra a tutto, però le persone devono quantomeno essere bene informate e rese consapevoli. Poi io, che sono un neuroscienziato, non li chiamo vizi ma vulnerabilità. Non do una connotazione morale all'uso di droghe o alcol. Le dirò di più, sono vulnerabilità determinate geneticamente oltre che da fattori sociali. Ci sono persone che, se provano la droga, sviluppano un bisogno e una dipendenza neuropsichica dalla sostanza. Non tutti quelli che provano droghe diventano tossicodipendenti. Diciamo che il 20% di chi prova la cannabis ha una reazione neuropsichica esagerata. Queste sono persone più vulnerabili, che rischiano di diventare tossicodipendenti. Lo abbiamo riscontrato sperimentalmente anche sui topi».
Cioè?
«È stato accertato questo: ad alcuni topi, da piccoli, è stata somministrata una piccola dose di cannabis mentre ad altri topi no. Da adulti, se metti a contatto questi topi con cocaina e eroina, quelli che da giovani avevano provato la cannabis hanno dalle 40 alle 80 volte in più la probabilità di provare queste droghe».
Cosa risponde a chi dice «mi faccio una canna ogni tanto e sto benissimo»?
«Le rispondo con uno studio neozelandese durato trent'anni. Hanno preso due gruppi di ragazzi sotto i 18 anni: un gruppo si faceva le canne, l'altro no. Li hanno seguiti e testati dopo trent'anni. Quelli che da giovani non fumavano erba avevano un quoziente intellettivo mediamente di otto punti superiore a quello degli altri».
In Canada hanno appena legalizzato la cannabis, come in alcuni Stati Usa. Sono matti?
«Non userei quella parola. Diciamo che hanno dato più importanza al business che non alla tutela della salute pubblica. Con risultati pessimi, che già avevo previsto nel 2011 in una ricerca».
Cosa scriveva?
«Sa che conseguenza ha avuto la legalizzazione in alcuni stati americani? Le cito dati governativi, ufficiali: un aumento del consumo nelle fasce giovanili, un aumento degli incidenti stradali, un aumento delle intossicazioni acute con ricoveri, un aumento delle psicosi, la diminuzione della percezione del rischio, le narcomafie hanno vinto la concorrenza statale aumentando la percentuale di principio attivo nei prodotti e diminuendo i prezzi. In più hanno riversato sul mercato americano eroina e oppiacei a bassissimo prezzo. Nel 2017 si contano 75.000 morti per droga. In Colorado, uno degli Stati che ha legalizzato, il fatturato della cannabis legale nel 2017 è quattro volte quello di McDonald's».
Mi sembra che lei delinei un mondo disastroso.
«Sono solo dati scientifici ma guardi che in realtà più del 70% dei giovani non fa uso di alcuna droga».
Meno male. Solo che ho sentito di una nuova emergenza, l'eroina gialla. Di che si tratta?
«Partiamo dai numeri: venti morti in un anno e mezzo, nel nord-est. Nessuno sa ancora precisamente cosa c'è dentro questa eroina (e questa è una grave mancanza di chi gestisce il Sistema di allerta nazionale) che ha un principio attivo del 50%, con picchi fino al 70%. Normalmente erano del 10%».
Chi la diffonde?
«Dicono la mafia nigeriana, ma probabilmente con l'accordo di quella italiana. Gli spacciatori forse non hanno grandi capacità tecniche nel taglio delle sostanze. Aggiungono il metorfano, probabilmente anche levo-metorfano che è cento volte più potente della morfina. Infine ci potrebbero essere dentro anche dei fentanili, eroine sintetiche in pratica. Spesso basta una dose, alcuni ragazzi muoiono con la siringa nel braccio, senza riuscire neanche a iniettarsela tutta».





