
Dopo il fenomeno woke, che letteralmente significa «sveglio», ci vorrebbe un grande awakening, ovvero un «ri-sveglio», diceva poco tempo fa a questo giornale lo storico Niall Ferguson. Nell’attesa che il sonno della ragione finisca, il wokismo intanto imperversa e detta le regole del vivere sociale. Al punto che in Francia, per monitorare il wokismo, esiste un Osservatorio, legato al movimento universitario liberal-conservatore Uni. «È una battaglia quotidiana», ammette Olivier Vial, fondatore dell’Osservatorio e direttore di Ceru (Centre d’etudes et de recherches universitaire) laboratorio responsabile del programma sulle nuove radicalità. «Definire il wokismo non è facile», spiega Vial, «perché si manifesta in forme diverse. Secondo i suoi attivisti è una “sana paranoia”, che permette loro di vedere discriminazioni che noi non vediamo. Peccato che a forza di percepire ingiustizie che noi non percepiamo, finiscano per non accorgersi di quelle - molto reali - che invece noi viviamo».
L’ideologia woke nasce con le proteste del movimento Black Lives Matters?
«Rappresenta la fase di una storia ideologica che inizia circa cento anni fa, con la decostruzione dell’egemonia culturale della borghesia capitalista teorizzata da Gramsci, il primo a vedere degli elementi invisibili che andavano sostituiti. A partire da qui, nell’università francese degli anni ’50 e ’60 nacque un movimento che cercava di sviluppare questa visione. Il woke, che molti ritengono sia nato in America, in realtà si fonda su queste basi ideologiche europee ed è proprio per queste sue radici così profonde che è difficile da estirpare».
Come è accaduto che nell’ultimo ventennio la sinistra sia diventata il partito del woke?
«Per una ragione storica: dopo il maggio ’68, l’ascesa del Partito comunista in Francia ostacolò l’avanzata degli attivisti di estrema sinistra e degli elementi più trozkisti, che si spostarono negli Stati Uniti, dove si unirono alla sinistra americana durante i Radical Sixties e i Wilde Seventies, movimenti molto impegnati che avevano abbandonato le questioni sociali e la lotta operaia per concentrarsi sul tema delle minoranze sessuali ed etniche. Questo fenomeno contagerà poco alla volta tutta la sinistra occidentale, che avendo sempre, per tradizione marxista, un nemico da abbattere, una volta caduto il comunismo non lo individua più nel capitalismo ma nell’uomo occidentale. Per decenni il lavoro universitario si è dedicato a considerarlo il colpevole di tutto ciò che di male accade nel mondo: discriminazioni etniche, sessuali, problemi ecologici. Questo odio verso l’uomo bianco è il motore principale dell’ideologia woke che parte da un singolo tema e si allarga: siamo così passati dalla questione del gender e del movimento Lgbtq alla riassegnazione di genere, al cambiamento di razza, all’odierno “validismo”, ovvero il sistema di dominio e discriminazione che giudica inferiori e meno “valide” le persone in situazione di disabilità. In un crescendo si arriva a dire che chi è obeso non va curato perché questo significa imporre un modello di uomo bianco e capitalista».
L’ossessione green rientra in questo fenomeno?
«Solo in seconda battuta, quando gli ecologisti hanno capito che per reclutare nuovi militanti dovevano convertirsi al wokismo. Da qui certi movimenti radicali come Extintion Rebellion o l’italiano Ultima Generazione, che riprendono il lessico e la lotta intersezionale del movimento woke per darsi una sorta di legittimità morale e scrollarsi di dosso l’accusa, mossa dalla stessa sinistra woke, di essere troppo bianchi e borghesi».
Quanto gioca il senso di colpa nel militante woke?
«È un grande movente, assieme all’odio per se stesso: infatti, gli intellettuali più virulenti sul tema della razza, quelli che parlano di “privilegio bianco”, sono proprio dei bianchi, che si detestano e cercano di redimersi».
A cosa deve il suo successo una ideologia così autodistruttiva?
«A due vettori: la sua promozione tramite reti sociali e media dedicati che si rivolgono ai giovani e diffondono tutte le nuove teorie, dal gender fluid allo xenogender di chi si identifica con animali, piante o oggetti. Il secondo vettore è rappresentato dalle grandi imprese, soprattutto anglosassoni, che nei concetti di uguaglianza e inclusione aziendale integrano nozioni woke».
Perché gli studenti accettano che la libertà di espressione sia di fatto negata?
«È la lotta alla realtà, di cui il wokismo rappresenta la tappa finale, ad affascinare i giovani. Oggi circola l’idea che la libertà suprema sia essere quello che non siamo poiché la realtà ci opprime e va superata. Una liberazione che gli strumenti digitali e il mondo virtuale permettono, e che quindi appare possibile. Accade così che il Comune di Montréal preveda che sui documenti di identità le persone possano precisare a quale razza sentano di appartenere e perfino l’età che sentono di avere. Il concetto è che la realtà non conta più perché noi siamo quello che pensiamo di essere. In Francia oltre il 20% dei giovani tra i 18 e i 25 anni dice di non riconoscersi nella binarietà uomo-donna».
Cosa si può fare per cambiare rotta?
«Posto che proibire il woke non farebbe che alimentarlo, due cose si possono fare: da un lato evitare che si propaghi troppo rapidamente, riprendendo il controllo sui social, nelle università e nelle grandi imprese. L’altra via passa per la promozione dei valori: bisogna smontare nei giovani il senso di colpa, la vergogna e l’odio di sé, e aiutarli a ritrovare la fierezza per la propria nazionalità e per la civiltà occidentale».






