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Tutti i motivi per cui la Raggi deve dire di no alle Olimpiadi

È un giorno importante per Roma. Il sindaco Raggi, a quanto pare, annuncerà oggi la decisione sulle Olimpiadi del 2024. Le pressioni per convincerla che rifiutare un'occasione simile sia una «follia» sono state tante: chi le ha ricordato la figuraccia che farebbe il Paese, chi ha ipotizzato addirittura di bypassare la capitale e dislocare i Giochi chissà dove. Il coro dei colleghi, da altre città, incita ad accettare la sfida. Ma i conti sono un'altra cosa. E suggeriscono prudenza.

La candidatura dell'Italia ad ospitare le Olimpiadi del 2024 fu annunciata il 15 dicembre 2014 dal premier Matteo Renzi. Il palco era quello del Coni, in corso c'era una premiazione e accanto a Renzi sedeva il presidente, Giovanni Malagò. Nessun altro. A quell'epoca Ignazio Marino, sindaco della città che dei Giochi sarebbe dovuta essere protagonista, era già nell'occhio del ciclone e nessuno si preoccupò di farlo partecipe.

Secondo il Comitato Roma 2024, presieduto da Luca Cordero di Montezemolo, (almeno fino a quando Malagò lo riterrà opportuno, visto che il suo posto è stato offerto alla Raggi in cambio di un «sì»), «i giochi devono essere un acceleratore per i piani di trasformazione delle infrastrutture cittadine», il 70% degli impianti sportivi è «già disponibile» e per questo l'Italia «può permettersi un budget modesto». Il budget modesto ammonterebbe a 5,3 miliardi di euro e si tratterebbe di una spesa capace di ripagarsi da sola con «2,9 miliardi di euro» in benefici per l'economia, «una sferzata di adrenalina sul Pil», che potrebbe crescere dello 0,4% all'anno e «177.000 posti di lavoro» nei prossimi 8 anni. Oltre a ripagarsi da sola questa «modesta spesa», secondo Malagò e i suoi, sarebbe sufficiente per: organizzare i Giochi, costruire un Villaggio dello sport a Tor Vergata recuperando - contemporaneamente - le Vele di Calatrava (struttura fatiscente costata già più di 200 milioni di euro e lascito dei Mondiali di nuoto organizzati dallo stesso Malagò), organizzare il Foro Italico per ospitare le gare di nuoto, atletica, tennis e per le cerimonie di apertura e chiusura, costruire un velodromo, rimettere in sesto la Fiera di Roma, mettere in piedi un centro stampa su 40.000 metri quadrati di terreni pubblici e mettere mano a tutti gli impianti sportivi della città. Il tutto spendendo la metà di quel che ha speso Londra nel 2012. A supportare queste ottimistiche previsioni, oltre al dossier sui Giochi che illustra il «come» organizzativo ma non il «quanto», c'è un'analisi finanziaria di massima: 3 miliardi e 800 milioni di investimenti (a carico del pubblico), 1,3 miliardi per gli imprevisti, sempre a carico del pubblico e 2,1 miliardi per i costi operativi, di organizzazione dei giochi. Per un totale di 7,4 miliardi di euro. Alla voce «rientri netti» compaiono 2,2 miliardi che dovrebbe elargire lo sponsor (comprensivi del contributo del Cio previsto per questa edizione in 1,7 miliardi). E si tratta dell'unica voce «sicura». Il resto dei «rientri» sarebbero secondo gli analisti 1,1 miliardi di entrate fiscali (che solo in una visione squisitamente finanziaria possono essere computate a copertura spese) e 2,2 miliardi di «investimenti pubblici già programmati». Come se i soldi che verranno spesi, in quanto già previsti, non andassero considerati come un'uscita. I miliardi dunque non sono più 5,3, ma 7,4, mentre le entrate da sponsor e privati si fermano a 2,2 miliardi appena.

Nella previsione per Roma 2024 qualcosa non torna. Per esempio i costi delle spese organizzative, secondo Malagò e i suoi poco più di 2 miliardi. Istanbul, Madrid e Tokyo, per i Giochi 2020 hanno previsto alla medesima voce rispettivamente 2,9, 3 e 3,4 miliardi di euro. Perché l'Italia dovrebbe riuscire a spender meno? All'appello, poi, mancano altri costi vivi importanti. La sicurezza, per esempio. A carico del Comitato organizzatore solo per la parte tecnica (spesa prevista: 670 milioni di euro) ma a carico del pubblico per la parte operativa, con 80.000 agenti (tanti furono messi in opera a Rio) da preparare, alloggiare e gestire per un mese e mezzo. Ma c'è di più: dall'analisi presentata dal Comitato sono esclusi tutti i costi delle infrastrutture necessarie a rendere Roma una città capace di ospitare un evento tanto importante. Vero è come ha ribadito anche due sere fa - ospite della trasmissione Domenica Sportiva - il presidente del Coni, che il Comitato organizzatore lavora sugli aspetti che riguardano i giochi e lo sport e non sull'urbanistica, ma di Roma qualcuno dovrà pur occuparsene. Mezzi pubblici, aeroporto, viabilità, barriere architettoniche, verde, allestimenti: tutti costi al momento imponderabili.

Fu proprio questa imponderabilità a rendere le Olimpiadi di Londra tra le più costose della storia dei giochi, con spese per l'organizzazione che «superano in media del 179% le previsioni», come racconta un rapporto dell'Istituto Bruno Leoni (febbraio 2014, titolo: Perché rinunciare alle Olimpiadi 2024). Nell'ottobre 2012 il governo britannico rivendicò il successo dei giochi di Londra dichiarando di aver speso 8,9 miliardi, cioè meno dei 9,3 preventivati. Ma questa analisi non diceva tutta la verità. Otto anni prima, nel 2005, agli esordi della candidatura, i miliardi di euro messi pubblicamente in preventivo erano appena 2,4, cifra che venne triplicata nel 2007, alla prima revisione dettagliata delle spese. Londra a conti fatti spese 6 miliardi più del previsto. Almeno sei miliardi, anzi, visto che nel gennaio 2012 un'inchiesta di Sky stimò che la cifra realmente spesa fosse di 12 miliardi di euro, cui si dovevano ancora aggiungere «5,7 miliardi stanziati per le misure straordinarie antiterrorismo, i 6,5 miliardi per l'adeguamento del trasporto pubblico» con un conto complessivo reale vicino ai «24 miliardi». Anche in termini di impatto macroeconomico, secondo gli esperti, per Londra non andò meglio. Nel 2013 il governo vantò un bilancio positivo infarcendolo di contratti stipulati tra privati nei giorni del «business summit» e ad altri affari assegnati ad aziende inglesi all'estero. La lettura fu criticata dal Financial Times che sottolineò l'intangibilità di questi calcoli.

E poi c'è il precedente di Roma 2020. Con un budget simile a quello ipotizzato oggi per Roma 2024, l'Italia nel 2013 rinunciò alla candidatura. Vero è che al governo c'era il parsimonioso Monti, ma non si può certo dire che da allora il Belpaese sia decollato. All'epoca il Comitato promotore era presieduto da Marco Fortis e il bilancio preventivo - più dettagliato di quello presentato per Roma 2024 - parlava di 2,5 miliardi per la parte organizzativa; 2,8 miliardi per impianti e infrastrutture sportive e circa 4,4 miliardi per infrastrutture pubbliche. Secondo Fortis, l'Italia avrebbe registrato un aumento di spesa pubblica pari a 8 miliardi di euro con un aumento cumulato del Pil pari a 1,2%. Il progetto venne stoppato dal governo che lo ritenne troppo gravoso.

A suggerire prudenza al sindaco di Roma non c'è solo il passato, ma anche il futuro. Cosa accadrebbe al Comune con un ipotetico «sì» olimpico? La Raggi dovrebbe firmare l'Host city contract una serie di impegni, che spettano alla città ospitante. Doveri e vincoli da rispettare, qualunque esborso, monetario, politico o organizzativo comportino, negli otto anni a venire. Molti dei quali sottendono ulteriori impegni economici. Per esempio, la città ospitante ha l'obbligo di cancellare qualsiasi contratto già in essere che sia in contrasto con l'host city contract, deve dare la garanzia che nelle settimane precedenti i giochi non si svolgeranno eventi privati o pubblici che possano ostacolare le Olimpiadi, deve farsi garante della realizzazione dei piani di trasporto previsti e assicurare che le sedi scelte per le gare siano in possesso degli standard internazionali e che tutti i fornitori garantiranno servizi di alto livello.

«Noi ci dobbiamo occupare di organizzare la manifestazione. Questi sono i nostri compiti, queste sono le nostre deleghe, i nostri incarichi». Così diceva Giovanni Malagò di Roma 2009, quando era presidente del Comitato promotore per i Mondiali di nuoto. Proprio come oggi, la questione sportiva secondo lui doveva rimanere separata da quella urbanistica. L'evento, certamente importante per il mondo dello sport, finì però piuttosto male in termini di conti: 9 milioni di euro di buco, un'inchiesta giudiziaria e un lungo elenco di sprechi mai ripagati. Per esempio, il Polo tatatorio di Ostia: 26 milioni di euro, promesso alla città e rimasto riservato agli atleti; Valco San Paolo: 18 milioni e una piscina dal tetto forato; le Vele di Calatrava: 200 milioni per un'opera mai finita, che ora lo stesso Malagò vorrebbe ributtare nel piatto delle Olimpiadi.