I pirati magiari, in fondo, sono solo una delle bande che tirano dalla loro parte l’Unione, con il rischio di stracciarla.
Se n’è avuta l’ennesima riprova al Consiglio informale di Cipro, dove i Paesi cosiddetti frugali (mica tanto frugali, visto che la Germania ha stanziato 1.000 miliardi per la Difesa) hanno alzato una muraglia contro tutte le proposte dei mediterranei - Spagna e Italia - per fronteggiare la crisi di Hormuz: scorporare le spese per caro bollette e caro carburanti dal calcolo del deficit; allentare i vincoli di finanza pubblica per gli investimenti energetici; istituire un fondo tipo Safe per gli approvvigionamenti; prolungare il Recovery fund per garantire l’impiego delle risorse inutilizzate. Il premier olandese, Rob Jetten, e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, non sono d’accordo. Berlino ha ribadito anche il niet al debito comune, che invece piace a Emmanuel Macron, favorevole altresì a dilazionare i rimborsi delle obbligazioni Ue contratte in era Covid.
La solidarietà continentale, in definitiva, è un miraggio. E quella sbandierata ai tempi della pandemia fu una messinscena: serviva alla Germania, perciò entrò nell’agenda. Stesso copione che s’è visto sui migranti: per anni i teutonici hanno pensato di cavarsela sfruttando le conseguenze giuridiche dei regolamenti di Dublino, cioè scaricando sui Paesi d’approdo l’onere di gestire centinaia di migliaia di sbarchi. Poi, quando hanno capito che gli stranieri correvano verso Nord e, magari, portavano scompiglio nelle città con attentati all’arma bianca, hanno deciso che era ora di imprimere una svolta.
Non potrebbe essere altrimenti: l’Unione europea è sovranazionale; le democrazie sono nazionali. Ed è ancora agli elettori dei singoli Stati che i leader rispondono. Nel grande squadrone, ognuno è entrato con la casacca del proprio team.
Anche i vertici dell’Ue sono stati chiari: le regolette sullo zerovirgola non si toccano, perché la situazione non è ancora abbastanza grave. E, verrebbe da aggiungere, con Ennio Flaiano, nemmeno sufficientemente seria. Il concetto lo hanno affermato e ripetuto Dan Jorgensen, commissario per l’Energia; Valdis Dombrovskis, commissario per l’Economia; nonché Ursula von der Leyen in persona. In Europa, il paziente non si cura finché non è moribondo. All’Italia non resta che fare da sé, dando seguito alle ipotesi del ministro Giancarlo Giorgetti e sfidando il giudizio dei superni mercati.
Dunque, nonostante l’uscita di scena di Viktor Orbán, le grane sono le solite: c’è sempre chi pianta le banderuole, che siano i volenterosi, i frugali, i falchi o gli ultraconservatori dell’Est. Il risultato è che l’Ue non riesce a portare a termine niente e, quando decide, tendenzialmente scontenta i più deboli.
Ma non è soltanto per le pressioni delle coalizioni di interessi che l’esecutivo si aggrappa con tanta ostinazione ai pallottolieri. O meglio, è anche per quel motivo, nella misura in cui la competizione tra gruppi rivali rappresenta non un’alterazione del progetto europeo, bensì la sua condizione strutturale. Ciò che ha costretto l’Unione a tenersi ben al di sotto delle più ambiziose aspirazioni dei suoi fondatori, condannandola a rimanere un comitato d’affari, anziché a maturare in quanto soggetto politico.
In tanti - da ultimo, il politologo della Luiss Lorenzo De Sio, nel suo saggio per Laterza, Democrazia addio? - hanno deplorato il modo in cui le istituzioni di Bruxelles, pesantemente infiltrate dalla logica tecnocratica, si sono prestate a cristallizzare le dinamiche perverse della globalizzazione, favorendo lo squilibrio nei rapporti tra capitale e lavoro, a discapito dei salari e del welfare. Il punto è che una ripoliticizzazione dell’Europa è impossibile e, al limite, non auspicabile. Dovrebbe avvenire sotto la forma di un ennesimo imperialismo, riproducendo dunque l’egemonia della potenza o dell’élite di potenze soverchianti. Col solo pregio che ciò renderebbe esplicito quello che oggi è a malapena occultato da un velo di ipocrisia. Interi corpi elettorali resterebbero orbati di adeguata rappresentanza, tanto più se l’obiettivo è eliminare completamente il principio dell’unanimità.
E poi, a un’Unione del genere, continuerebbe a mancare la legittimazione ideologica: se ogni impero, come scrisse Massimo Cacciari nelle sue riflessioni sul katéchon, aspira a «fare epoca», per costruire la sua epopea non gli basta certo il moralismo retorico che ad ora costituisce il nucleo del soft power europeo. Specie in una fase storica in cui riesplode, brutale, la dialettica tra le grandi potenze.
Ecco perché, in assenza di tale elemento fondativo, le classi dirigenti si incaponiscono sui parametri ragionieristici: essi sono il tragicomico surrogato della politica. Ed ecco spiegato anche il paradossale entusiasmo per i piani di riarmo, al di là delle ghiotte opportunità di business: alla faccia dei settant’anni di pace, la comparsa di un nemico esterno ha offerto una prospettiva identitaria all’Ue, secondo il più torvo criterio schmittiano.
In ogni caso, dalle disavventure comunitarie esce sempre perdente la democrazia: l’unico deficit davvero drammatico - e, guarda caso, l’unico di cui nessuno si preoccupa - è quello di rispondenza del sistema ai bisogni e ai desideri delle persone. Può darsi che, ai Consigli europei, la smetteranno di entrare di soppiatto i russi. Solo che il problema non è chi entra, ma chi rimane fuori: noialtri.