Le condizioni poste dagli americani - rinunciare al nucleare e ai programmi missilistici, nonché al sostegno dei ribelli in Libano e Yemen - sono troppo dure e, secondo gli apparati di Tel Aviv, è difficile che il regime sciita le accetti. Tant’è che ieri, benché il tycoon spiegasse che i mullah sono d’accordo ad abbandonare l’atomica, fonti di Teheran hanno rivelato alla testata statunitense che il Paese pretenderà riparazioni di guerra, rassicurazioni contro futuri attacchi e il controllo esclusivo dello Stretto di Hormuz, per il quale gli Usa, invece, proponevano una gestione congiunta. Soluzione che, peraltro, scontenterebbe gli israeliani: il quotidiano Haaretz ha scritto che un’intesa del genere equivarrebbe a una «chiara vittoria politica iraniana».
Le difese aeree israeliane continuano a registrare fiaschi: le bombe a grappolo, sotto 100 chili di ordigno Emad, hanno ferito sei persone a Tel Aviv, dove un’inchiesta studia le cause di diversi falliti tentativi di intercettare i vettori nemici; alcune schegge sono finite su un villaggio beduino; e un razzo di Hezbollah, nel Nord, ha ucciso una donna. Il rimedio potrebbe averlo Volkswagen: il Financial Times ha scritto che la casa automobilistica tedesca è in contatto con l’israeliana Rafael advanced defense systems per produrre alcune componenti di Iron dome a Osnabrück. Intanto, le Idf proseguono la campagna bellica. Bersagliando anche quelle infrastrutture energetiche che avrebbero dovuto essere risparmiate per cinque giorni.
Il premier, Benjamin Netayahu, fresco di un colloquio telefonico con Trump, ieri ha riunito i leader della coalizione che lo sostengono e i vertici della sicurezza, per discutere delle prospettive del negoziato. Intanto, però, il suo ministro della Difesa, Israel Katz, ha annunciato che l’esercito è pronto a occupare la parte meridionale del Paese dei cedri, fino al fiume Litani. Esattamente come richiesto lunedì da Bezalel Yoel Smotrich, il titolare delle Finanze, esponente del sionismo oltranzista. Sarà una specie di lodo Putin: se si può nel Donbass, si potrà anche in Medio Oriente…
La mossa di Katz dovrebbe dare così seguito all’ultimatum alle autorità libanesi, che erano state invitate a disarmare Hezbollah. In realtà, l’esecutivo di Beirut ha dato dei segnali: ieri, il ministro degli Esteri, Youssef Raggi, ha ritirato le credenziali all’ambasciatore designato dell’Iran, Mohammad Reza Shibani, dichiarandolo persona non grata. Una decisione che ha fatto infuriare l’organizzazione islamista ma ha suscitato il plauso dell’omologo israeliano, Gideon Sa’ar, che l’ha definita «giustificata e necessaria», in quanto diretta contro uno Stato responsabile «della violazione della sovranità del Libano, della sua occupazione indiretta attraverso Hezbollah e del suo trascinamento in guerra». A tal proposito, Reuters ha riferito che, per la prima volta, un missile scagliato dai pasdaran è stato intercettato nello spazio aereo libanese. In più, il ministro dell’Interno di Beirut, Ahmad Hajjar, ha dato notizia di un imminente rafforzamento e dispiegamento delle forze di sicurezza nell’intera nazione. Nel frattempo, le Idf hanno preso di mira «le stazioni di servizio della compagnia Al-Amana, controllata da Hezbollah e che funge da importante infrastruttura finanziaria a sostegno delle sue attività terroristiche». L’esercito sostiene che sulla capitale si sia abbattuto un missile balistico di Teheran. Fatto sta che le sue incursioni, ieri, sono costate la vita a un ragazzino di 15 anni.
Se dagli eventi delle ultime ore emerge una trama, è quella di una progressiva divaricazione tra obiettivi israeliani e statunitensi. Ne è spia il retroscena della conversazione di lunedì tra Netanyahu e il vice di Trump, JD Vance. Il portale Israel Hayom ha svelato che, durante il colloquio, i toni si sarebbero scaldati, per via della richiesta dell’amministrazione americana di intervenire con più determinazione in Cisgiordania, allo scopo di fermare le violenze dei coloni. Washington non darebbe credito alla tesi per cui polizia ed esercito si starebbero sforzando di applicare la legge e nemmeno alla versione che attribuisce gli incidenti ad agitatori di sinistra. Vance avrebbe dunque preteso che Katz dia ai soldati l’ordine di arrestare chi si rende responsabile di abusi sui palestinesi.
L’addetto stampa del numero due della Casa Bianca, sentito da Haaretz, ha poi smentito la ricostruzione, asserendo che la chiamata con Bibi si è concentrata «esclusivamente sull’operazione Epic fury». Ma intanto, il Guardian ha tirato fuori l’ultima ipotesi: l’idea di sostituire il genero ebreo del presidente, Jared Kushner, e l’inviato speciale Steve Witkoff, con lo stesso Vance, in qualità di capo negoziatore Usa a un eventuale incontro con gli iraniani a Islamabad. Più prudente il tycoon: ha precisato che il vice sarà «coinvolto» insieme al segretario di Stato, Marco Rubio. Non sfugge un dettaglio: il vicepresidente rappresenta l’anima del mondo Maga ostile all’influenza di Israele nella politica estera americana e scettica sull’opportunità di inseguire Netanyahu nella sua ennesima guerra. Qualche giorno fa, lo stesso Vance aveva dovuto giurare ai cittadini che il conflitto non sarebbe stato eterno e che non si sarebbe riproposto un pantano stile Afghanistan. Netanyahu, semmai, ha il problema opposto: l’incubo di una vittoria mutilata è peggio di una guerra eterna. Perciò dovrà decidere in fretta: Israele combatterebbe anche senza gli Usa?