
In Sardegna si riempiono i porti dopo il Covid
In Sardegna tornano a riempirsi i porti dopo due anni complicati dal Covid. Le navi da crociera riempiranno l’isola in occasione del weekend pasquale, mentre crescono ininterrottamente i numeri dei passeggeri dei traghetti, scollinando anche le cifre registrate prima della pandemia. Secondo quanto spiega l’Autorità portuale, tre crociere saranno contemporanea nel porto di Cagliari tra la domenica di Pasqua e il lunedì di Pasquetta: la «Firenze» di Costa Crociere, la «Island Sky» di Noble Caledonia e la «Clio» della Grand Circle Line (la prima ad arrivare).
Un totale di oltre 3 mila passeggeri previsti che in due giorni visiteranno Cagliari, sia con tour guidati che autonomamente, e le altre mete turistiche del sud della Sardegna. Un’altra nave da crociera ormeggerà ad Arbatax nel weekend festivo che si sta aprendo. «La concomitanza di tre navi da crociera in porto a Cagliari, una delle quali si tratterrà per due giorni a cavallo tra la domenica e il lunedì di Pasqua per proseguire, il giorno seguente, su Arbatax - spiega Massimo Deiana, presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mare di Sardegna - è un segnale che abbiamo imboccato il percorso verso l'uscita dall'emergenza sanitaria e la piena ripartenza del settore». Nel complesso, per il 2022, sono previsti circa 180 passaggi nell’isola di giganti del mare, un segnale di ritorno alla normalità per il business delle crociere.
Se questa fetta di mercato è in ripartenza, ancora migliore è la situazione sul versante dei traghetti. Secondo quanto scrive l’Autorità in una nota, si è registrato un nuovo record di passeggeri arrivati o partiti. Dopo il primo trimestre vissuto leggermente al di sotto dei numeri del 2019 - rispetto ai quali perdeva il 10% - la prima decade di aprile 2022 ha segnato il sorpasso con una crescita del 29% dei passeggeri in arrivo e in partenza negli scali di Cagliari, Olbia, Porto Torres, Golfo Aranci ed Arbatax rispetto a prima della pandemia. Numeri che possono rappresentare la premessa per una stagione turistica positiva per i traffici marittimi.
Sanremo 2026, le pagelle della terza serata: dalla standing ovation a Mogol al duetto Ramazzotti-Keys
La terza serata del Festival di Sanremo 2026 si anima più delle precedenti grazie a ospiti e conduttori. Tra omaggi alla musica italiana, duetti internazionali e incursioni comiche con Ubaldo Pantani incontenibile, il palco dell’Ariston trova ritmo e leggerezza.
Serata più movimentata delle precedenti, merito di ospiti e conduttori. Grazie a Mogol, Ubaldo Pantani, Eros Ramazzotti e Alicia Keys trova ritmo e leggerezza.
Irina Shayk 6 di stima Alla conferenza stampa, in sottoveste bianca, dice di essere «femminista a modo mio». Sul palco, in abito lungo tutto trasparenze e pizzi, riesce a dire «Ciao Italia, ciao Sanremo». All’uscita successiva, in total black generoso di curve, presenta Sal Da Vinci… Ornamentale, come a una passerella. (La Pausini: «Sei un pezzo di ragazza»).
Gianluca Gazzoli 6,5 Giovani presentatori crescono. Cita la mamma e fa leva sui sentimenti, ma gestisce con eleganza le Giovani proposte. Professionale, impeccabile, un po’ patinato. Lo rivedremo.
Ubaldo Pantani 8 Lapo è un must, provato e riprovato, un mix di sfrontatezza e demenzialità stralunata, il violino diventa «l’ukulele da spalla». Gaffeur seriale. Sanremo, «la città dei fiordi». Alla Shayk: «Anche dal vivo ha un rendering eccezionale». Incontenibile.
Mogol 10 «Un monumento della musica italiana» in gran forma a 90 anni. Si merita la standing ovation dell’Ariston mentre scorrono le sue canzoni al Festival, sequenza di capolavori. E poi la playlist colonna sonora di intere generazioni. Non se la tira. Intramontabile.
Sal Da Vinci 8 Canta Per sempre sì. Inno all’amore e alla fedeltà coniugale, considerata obsoleta. Dopo Rossetto e caffè un altro brano tormentone di spudorata impronta popolare e neomelodica. La critica lo osteggia, lui avanza indomito e infiamma il teatro. Coraggioso.
Eros Ramazzotti e Alicia Keys 9 Adesso tu vinse il Festival quarant’anni fa ed è ancora una storia giovane ed Eros una presenza affidabile. Dopo l’inconveniente tecnico, duettano insieme sulle note di L’aurora. E lei improvvisa al pianoforte New York. Sorriso soul.
Virginia Raffaele 7 «Ciao Carlo, son passati solo dieci anni ed è cambiato tutto. Trump dava fuori di matto, tu presentavi Sanremo e in gara c’erano Arisa e Patty Pravo». Fulminante. Come il promo del nuovo film in uscita in coppia con Fabio De Luigi. Affiatati.
I pasdaran della sala stampa 4 Vogliono politicizzare a tutti i costi la kermesse. La presenza del premier, le donne cantanti discriminate, il pressing di Fratelli d’Italia. Vedono un Festival parallelo. Non accettano che Conti suoni uno spartito diverso dal solito mainstream. FantaSanremisti.
Per due volte il fascicolo era finito in archivio. Per due volte l’assenza di giurisdizione italiana aveva pesato più del sangue di tre suore assassinate. Dodici anni dopo, i carabinieri del Comando provinciale di Parma, su mandato del gip (e dopo aver ottenuto il via libera del Guardasigilli Carlo Nordio), hanno bussato alla porta di Guillaume Harushimana, 50 anni, originario del Burundi, tra i responsabili del Centre Jeunes Kamenge, un grande centro giovanile che vanta anche collaborazioni italiane e che opera nella città di Bujumbura.
Ma Harushimana non è solo un attivista internazionale per i diritti umani, viene indicato come uno stretto collaboratore del generale Adolphe Nshimirimana, il capo della polizia segreta del Burundi che tentò di diventare presidente e che fu ucciso in un attentato politico. Ora è accusato di aver avuto un ruolo nell’omicidio di tre suore saveriane della congregazione delle missionarie di Maria: Olga Raschietti, 83 anni, Lucia Pulici, 75, e Bernardetta Boggian, 79. Uccise a Kamenge, quartiere di Bujumbura. Alle prime due fu tagliata la gola nel pomeriggio del 7 settembre 2014. La terza, che era fuori sede durante il primo delitto, fu decapitata la notte seguente. Il capo, reciso, venne riposto accanto al corpo. Harushimana, per la Procura di Parma, sarebbe «istigatore» e «co-organizzatore» del triplice delitto.
Un caso per il quale il Burundi ritiene di aver fatto giustizia, arrestando e condannando pochi giorni dopo un uomo con problemi psichiatrici. Ora si scopre che sarebbe stato Harushimana, secondo l’accusa, a portare alle religiose la richiesta di aiutare le milizie burundesi in Congo e a incassare il loro rifiuto. Da qui la condanna a morte. Con tre ipotesi di movente: il rifiuto di collaborare con i ribelli; la decisione della direzione dei saveriani di affidare il Centro Giovani Kamenge, al quale affluivano ingenti risorse economiche, alla locale diocesi; un rito propiziatorio come buon auspicio per la candidatura del generale Nshimirimana a presidente della Repubblica. L’indagine era stata avviata nel 2014, dopo una relazione dall’ambasciata italiana di Kampala in Uganda, indirizzata alla Procura di Parma.
Il fascicolo contro ignoti venne definito con archiviazione nel 2015 per insussistenza della giurisdizione italiana. Nel maggio 2018 si apre una seconda fase. L’ambasciata di Kampala trasmette una nota: Harushimana, che aveva ottenuto un visto per l’Italia per partecipare a un corso di formazione legato a un incarico in una associazione di Parma, era stato menzionato durante le indagini sull’omicidio delle tre suore da un ex agente segreto che era stato allontanato dal Burundi e che si era arruolato in Somalia. In quella fase Harushimana venne sentito. Affermò che nei giorni del delitto si trovava lontano dal Burundi ed esibì copia del passaporto con timbri attestanti la presenza in un altro Stato. Anche questa indagine si chiuse con un’archiviazione. Il libro Nel cuore dei misteri della giornalista freelance Giusy Baioni e un articolo della Gazzetta di Parma con la cronaca della presentazione riscrivono la storia. Vengono acquisite dichiarazioni di alcune suore saveriane mai sentite in precedenza. Viene sentita anche la Baioni, che aveva verificato sul campo molti dettagli. «Quello che avevo ricostruito oggi viene confermato dalla Procura», conferma alla Verità la giornalista, che aggiunge: «Le testimonianze dicono che avrebbe partecipato a una riunione preparatoria, a un sopralluogo e avrebbe fornito supporto logistico». Gli esecutori sarebbero entrati nella missione saveriana travestiti da chierichetti o da coristi, accompagnati da Harushimana, presente alla riunione durante la quale sarebbe stata ideata l’esecuzione. «Molto attiva», racconta la Baioni, «è stata una radio locale che aveva raccolto importanti testimonianze e che in Burundi era molto contrastata».
Nel libro, spiega la giornalista, il nome di Harushimana «è uno di quelli che ritorna più frequentemente». Poi precisa: «Sulla stampa locale si è sempre dichiarato estraneo. Diverse fonti lo mettevano in contatto con la polizia segreta del Burundi. Raccoglieva fondi in diversi Paesi europei. Io non l’ho intervistato perché sapevo che si muoveva anche in Italia e avevo fatto dei calcoli rispetto al rischio». Proprio a Parma una delle associazioni per le quali Harushimana coordinava i progetti, ParmAlimenta, avrebbe incassato oltre 260.000 euro di fondi della Regione Emilia-Romagna. A sollevare il caso è Priamo Bocchi di Fratelli d’Italia: la Regione avrebbe destinato all’associazione 82.858 nel triennio 2018-2020 come contributi diretti; 146.346 euro tra il 2022 e il 2024 tramite il Comune di Parma con risorse regionali e 33.159 euro liquidati nel 2025 per il progetto «Nutrire il futuro», finalizzato alla lotta alla malnutrizione infantile in Burundi. «Harushimana ha collaborato con ParmAlimenta Burundi nel periodo 2016-2018 per un progetto di cooperazione nello stato africano», precisa ora il presidente di ParmAlimenta Gualtiero Ghirardi, aggiungendo: «Stante la sua presenza in Italia, nel 2022, con un contratto di collaborazione ha affiancato il direttore per un paio di mesi nella rendicontazione di un progetto. Poi abbiamo chiuso i rapporti con lui e non abbiamo più avuto sue notizie».
Nel 2015, però, il nome del cooperante era già finito sulle cronache. «Solo un anno prima», denuncia Bocchi, «Harushimana fu ricevuto da sindaco e assessori in municipio con tutti gli onori». E con interrogazioni e inviti al sindaco aveva richiamato l’attenzione su quel progetto che «visti i personaggi coinvolti», afferma l’esponente di Fdi, «rischiava di infangare l’immagine della città». È rimasto inascoltato.
Nel calendario internazionale della moda, la Milan Fashion Week (dal 24 febbraio al 2 marzo -162 appuntamenti totali: 54 sfilate fisiche e 8 digitali, 73 presentazioni di cui 5 presentazioni su appuntamento e 27 eventi) rappresenta molto più di una vetrina: è un momento di confronto, visione e affermazione identitaria. Essere presenti a Milano significa misurarsi con la storia del Made in Italy e, al tempo stesso, contribuire a scriverne il futuro. È il luogo in cui ricerca, artigianalità e linguaggio creativo dialogano con un pubblico globale fatto di buyer, stampa e addetti ai lavori.
In questo scenario si inserisce il percorso di Malloni, brand che fin dagli anni Sessanta ha costruito un codice espressivo distintivo, sospeso tra poesia e materia, avanguardia e tradizione. Una presenza che non è solo passerella, ma dichiarazione di intenti: portare a Milano una visione coerente, indipendente, fuori dal coro. Ne abbiamo parlato con Floriana Orsetto, direttore creativo di Malloni.
Quali sono gli elementi fondativi che ancora oggi definiscono l’identità del brand?
«Innanzi tutto l’artigianalità consapevole: non semplice esecuzione tecnica, ma cultura del fare. Ogni capo è il risultato di un sapere stratificato, di mani esperte che trasformano il tessuto in architettura morbida, in volume pensato, in equilibrio tra struttura e fluidità. La sartorialità di Malloni non è mai decorativa: è progettuale. È il gesto che costruisce, scolpisce, dà intenzione».
Il marchio affonda le sue radici in generazioni di artigiani e artisti, con un legame profondo con il territorio e la materia. In che modo questa eredità si traduce concretamente nelle collezioni contemporanee?
«La coerenza diventa un valore fondamentale, quasi un atto etico oltre che estetico. Non è ripetizione, ma fedeltà a un pensiero. Ogni collezione rappresenta un nuovo capitolo di un racconto unitario, in cui la sartorialità, l’attenzione al dettaglio e il concetto umano del design restano costanti. Come in architettura, dove uno stile riconoscibile può attraversare epoche diverse mantenendo la propria integrità, Malloni continua a costruire un linguaggio contemporaneo senza tradire la propria origine».
Quali sono le principali ispirazioni della nuova collezione? C’è un concept narrativo o un’immagine simbolica che ha guidato il processo creativo?
«La nuova collezione nasce dal mood “Nu Reverie”: una rêverie lucida, sospesa, mai nostalgica. Le ispirazioni attraversano un “gotico romantico” essenziale, fatto di ombre leggere, verticalità e silenzi strutturati. C’è un senso di introspezione intensa ma controllata, dove la materia diventa racconto. Il simbolo guida è il fiore: non decorazione, ma organismo vivo. Un fiore che emerge dal buio, fragile e insieme resistente. Come la donna Malloni, che abita la propria delicatezza come forma di forza».
Malloni interpreta il concetto di quotidiano in modo raffinato, quasi teatrale. A chi si rivolge oggi il brand? Chi è la donna Malloni contemporaneo?
«Malloni si rivolge a una donna che vive il quotidiano come un atto consapevole, quasi rituale. Una donna colta, sensibile, indipendente, che cerca nei capi non un’apparenza ma un linguaggio. La donna Malloni contemporanea ama la complessità, rifugge l’eccesso gridato e sceglie una teatralità sottile, fatta di dettagli, proporzioni e presenza».
Quali sono oggi i mercati di riferimento per Malloni? Ci sono aree geografiche che stanno rispondendo con particolare sensibilità alla vostra visione estetica?
«Malloni rappresenta una sartorialità italiana riconosciuta per qualità, identità e coerenza progettuale. L’Europa e l’Italia restano i nostri mercati di riferimento naturale, dove la cultura della costruzione, della materia e del dettaglio viene letta e compresa nella sua profondità. Tuttavia registriamo un interesse e un gradimento significativi da parte di clienti internazionali che visitano le nostre boutique. Si tratta di prospect qualificati, sensibili al valore della sartorialità italiana e attratti da un’estetica che coniuga rigore e ricerca. Questo ci conferma che il nostro linguaggio - fatto di qualità, struttura e autenticità - possiede una rilevanza trasversale e un potenziale di sviluppo futuro in mercati culturalmente affini alla nostra visione».
Parlate di libertà come elemento chiave e di una nuova identità in formazione. Cosa significa, in termini concreti, per lo sviluppo del brand nei prossimi anni?
«Libertà, per noi, significa evoluzione consapevole: rafforzare un’identità riconoscibile ma aperta al cambiamento, nei codici, nel prodotto e nella comunicazione. In modo concreto, si traduce in una visione di crescita internazionale: una distribuzione worldwide capace di raggiungere una donna globale, affine per sensibilità ed estetica. Espanderci, senza perdere profondità».
Obiettivi futuri?
«Affermare Malloni come simbolo di una sartorialità contemporanea e consapevole, capace di attraversare il tempo senza perdere autenticità, costruendo un futuro coerente con la propria essenza, come un’architettura destinata a durare. Ricerca e sperimentazione sono da sempre centrali per Malloni, con una tensione costante verso l’innovazione».













