2020-05-20
Turismo in agonia: Italia nella lista nera Ue
Heiko Maas e Angela Merkel (Ansa)
La Germania assicura a parole che non ci saranno corridoi privilegiati, ma nei fatti è così. Austria e Svizzera tengono chiuse le frontiere con il Belpaese e Angela Merkel ci gela: «Dove ci sono più infetti serve il coraggio di applicare restrizioni nazionali».Sul turismo il governo è in vacanza, ma la protesta sta dilagando e l'Europa è pronta a tagliarci fuori. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha provato a fare la voce grossa in una videoconferenza promossa dal tedesco Heiko Maas, che ha riunito i principali Paesi turistici visto che i tedeschi sono i primi clienti di tutti. A Di Maio hanno lasciato la soddisfazione di dire: «È il momento di riaprire i confini, senza ricorrere a sleali corridoi turistici con accordi bilaterali: eliminate l'Italia dalle liste nere ». E come no ha risposto Maas: anche la Germania non vuole accordi bilaterali, sono contrari allo spirito europeo. Poi però comme d'habitude il ministro degli Esteri tedesco ha aggiunto: «Mi auguro che a un certo punto tutti sappiano davvero com'è la situazione nei loro Paesi». Ancora più esplicita è stata la cancelliera Angela Merkel: «Ci vuole il coraggio di dire che là dove ci sono situazioni di maggiore infettività servono restrizioni nazionali».Di Maio si è impegnato a «fornire report settimanali in più lingue sull'andamento del Covid in Italia regione per regione» ma pare che la toppa sia peggiore del buco. Germania e Francia hanno riaperto le frontiere il 15 maggio ma «con specifiche avvertenze per determinati Paesi». Insomma la lista nera c'è e rimane e l'Italia sarà in cima. Per l'eccessiva fretta di aprire. Spaventato dall'idea dei corridoi turistici, già preparati da Croazia, Slovenia, Grecia, Cipro e Malta e a cui ha pensato anche la Francia, il governo italiano ha deciso unilateralmente di riaprire le frontiere dal 3 giugno - senza applicare quarantene - in contemporanea con la ripresa della circolazione tra le regioni. E questo ha destato ancora più sospetti nei partner europei. Una frontiera di certo resterà chiusa: è quella con l'Austria. Il cancellerie Sebastian Kurz non molla. Lo stesso vale per la Svizzera. La chiusura della frontiera austriaca e la riapertura dal 15 giugno di quelle dell'Europa centrale rappresentano già un corridoio turistico. Con buona pace di Di Maio che vuole accorpare l'Enit - l'Ente nazionale del turismo - con la Sace e portare tutto sotto il controllo della Farnesina, ma elogia Dario Franceschini, ministro anche o, a sentire gli operatori, forse del turismo, ormai bersaglio di contestazioni continue come quella con l'hashtag «cosìnonriparto» di tour operator, agenzie di viaggi, organizzatori di eventi - 13.000 aziende per 20 miliardi di fatturato, con 80.000 addetti diretti e un indotto da 80 miliardi e 700.000 occupati - che dicono al governo: «Ci avete condannato a morte». Chiedono che il fondo per loro sia portato da 20 a 750 milioni da attingere dal bonus vacanze giudicato inutile, che la cassa integrazione sia protratta fino a fine ottobre e i crediti d'imposta generalizzati. Se non succederà sono pronti ad «azioni clamorose». «Che la situazione sia gravissima», dice Magda Antonioli, docente di economia del turismo alla Bocconi, consigliere dell'Enit e vicepresidente dell' European travel commission, «è evidente. Il bonus vacanze è inutile: sono risorse sprecate, non sono soldi veri e molti operatori non l'accetteranno. Dovremmo spingere in promozione, dovremmo sostenere le imprese a fondo perduto e fare un'offensiva diplomatica, ma non vedo niente di tutto questo. Nella Travel commission ho percepito che in Europa si vuole escludere l'Italia dalle mete turistiche: non si fidano». Paola Batani, a capo di un gruppo alberghiero, la Select hotel che in Romagna ha tre 5 stelle tra i quali il mitico Grand hotel di Rimini, quello di Federico Fellini per capirci, e otto 4 stelle «stagionali» con 800 dipendenti, rivela: «Siamo molto preoccupati. Ce la mettiamo tutta per accogliere al meglio i nostri ospiti e contiamo sul fattore Romagna, ma la situazione è pesante. Il distanziamento degli ombrelloni lo facciamo già, i nostri spazi all'aperto sono vasti e curatissimi, la sanificazione è per noi una routine. Non è questo che ci preoccupa. È il fatto che possiamo rispondere penalmente e civilmente se un ospite si ammala nei nostri alberghi, è il fatto che c'è una confusione sulle regole da seguire. Faccio solo un esempio: se per sanificare le stanze usassimo le sostanze che ci raccomanda l'Inail andremmo contro la legge antincendio. Insomma, i problemi non mancano e ritengo che il governo debba incentivare chi, in questo periodo così incerto, decide di far partire l'economia e aprire le proprie strutture. Un'altra preoccupazione è naturalmente se ci saranno i soldi e il tempo per venire in vacanza perché è certo che quest'anno vedremo quasi solo italiani». Gli aeroporti intanto scontano un calo del traffico del 98% e sono a rischio di tenuta economica. Così come lo sono regioni che dal turismo ricevono molto. L'Umbria per esempio: proprio mentre stava lanciando una campagna d'immagine si è vista inserire dal governo nella lista delle regioni più a rischio Covid nonostante abbia solo 66 positivi. Il risultato è che ad Assisi non ha aperto nessuno, come al Trasimeno. Così il governo tutela il 13% del Pil e 3,5 milioni di posti di lavoro.
Gli abissi del Mar dei Caraibi lo hanno cullato per più di tre secoli, da quell’8 giugno del 1708, quando il galeone spagnolo «San José» sparì tra i flutti in pochi minuti.
Il suo relitto racchiude -secondo la storia e la cronaca- il più prezioso dei tesori in fondo al mare, tanto che negli anni il galeone si è meritato l’appellativo di «Sacro Graal dei relitti». Nel 2015, dopo decenni di ipotesi, leggende e tentativi di localizzazione partiti nel 1981, è stato individuato a circa 16 miglia nautiche (circa 30 km.) dalle coste colombiane di Cartagena ad una profondità di circa 600 metri. Nella sua stiva, oro argento e smeraldi che tre secoli fa il veliero da guerra e da trasporto avrebbe dovuto portare in Patria. Il tesoro, che ha generato una contesa tra Colombia e Spagna, ammonterebbe a svariati miliardi di dollari.
La fine del «San José» si inquadra storicamente durante la guerra di Successione spagnola, che vide fronteggiarsi Francia e Spagna da una parte e Inghilterra, Olanda e Austria dall’altra. Un conflitto per il predominio sul mondo, compreso il Nuovo continente da cui proveniva la ricchezza che aveva fatto della Spagna la più grande delle potenze. Il «San José» faceva parte di quell’Invencible Armada che dominò i mari per secoli, armato con 64 bocche da fuoco per una lunghezza dello scafo di circa 50 metri. Varato nel 1696, nel giugno del 1708 si trovava inquadrato nella «Flotta spagnola del tesoro» a Portobelo, odierna Panama. Dopo il carico di beni preziosi, avrebbe dovuto raggiungere Cuba dove una scorta francese l’attendeva per il viaggio di ritorno in Spagna, passando per Cartagena. Nello stesso periodo la flotta britannica preparò un’incursione nei Caraibi, con 4 navi da guerra al comando dell’ammiraglio Charles Wager. Si appostò alle isole Rosario, un piccolo arcipelago poco distanti dalle coste di Cartagena, coperte dalla penisola di Barù. Gli spagnoli durante le ricognizioni si accorsero della presenza del nemico, tuttavia avevano necessità di salpare dal porto di Cartagena per raggiungere rapidamente L’Avana a causa dell’avvicinarsi della stagione degli uragani. Così il comandante del «San José» José Fernandez de Santillàn decise di levare le ancore la mattina dell’8 giugno. Poco dopo la partenza le navi spagnole furono intercettate dai galeoni della Royal Navy a poca distanza da Barù, dove iniziò l’inseguimento. Il «San José» fu raggiunto dalla «Expedition», la nave ammiraglia dove si trovava il comandante della spedizione Wager. Seguì un cannoneggiamento ravvicinato dove gli inglesi ebbero la meglio sul galeone colmo di merce preziosa. Una cannonata colpì in pieno la santabarbara, la polveriera del galeone spagnolo che si incendiò venendo inghiottito dai flutti in pochi minuti. Solo una dozzina di marinai si salvarono, su un equipaggio di 600 uomini. L’ammiraglio britannico, la cui azione sarà ricordata come l’«Azione di Wager» non fu tuttavia in grado di recuperare il tesoro della nave nemica, che per tre secoli dormirà sul fondo del Mare dei Caraibi .
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