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2020-03-19
Trump si dichiara «capo in guerra» e mette in acqua le navi ospedale
Donald Trump (Ansa)
Non si arresta l'emergenza coronavirus a livello internazionale. Il numero complessivo dei contagiati ha superato i 203.500, laddove quello delle vittime è di oltre 8.200. Intanto i vari Paesi si stanno muovendo verso misure sempre più restrittive. Ieri sera, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha tenuto un discorso alla nazione. «Dalla seconda guerra mondiale ad oggi non c'è stata nessun'altra sfida nei confronti del nostro Paese nella quale tutto sia dipeso così tanto dalla nostra azione solidale […]. La nostra concezione di normalità di vita pubblica, dello stare insieme nella socialità: tutto questo viene messo alla prova come non mai». «Mi appello a voi», ha aggiunto la cancelliera: «Niente strette di mano, almeno un metro e mezzo di distanza dal prossimo, possibilmente quasi nessun contatto con gli anziani, perché sono quelli più a rischio». Ricordiamo che, nei giorni scorsi, la Germania ha imposto misure piuttosto drastiche, come la chiusura di gran parte degli esercizi commerciali e il blocco delle frontiere.
Gli stessi Stati Uniti hanno annunciato ieri il blocco temporaneo delle frontiere con il Canada per quanto riguarda il «traffico non essenziale», specificando che il commercio sarà salvaguardato. Ma non è tutto. Definendosi un «presidente in guerra», Donald Trump ha invocato, nel corso di una conferenza stampa, il Defense production act: una legge del 1950, che gli permetterebbe di incrementare la produzione di mascherine e materiale sanitario. Il presidente ha inoltre annunciato un congelamento di sfratti e pignoramenti per tutto il mese prossimo, sottolineando seccamente che il coronavirus sia di provenienza cinese. L'inquilino della Casa Bianca ha anche ribadito di voler vietare l'ingresso agli immigrati clandestini attraverso il confine meridionale. Una nave della Marina statunitense è stata poi inviata a New York per sostenere la capacità ospedaliera (saranno due, la Mercy e la Comfort), mentre è stato deciso che i medici americani potranno esercitare attraverso i vari Stati. Sono invece circa 5 milioni le mascherine che il Pentagono ha annunciato di voler mettere a disposizione. Nel frattempo, la Casa Bianca ha chiesto al Congresso ulteriori 48,5 miliardi di dollari per sostenere i costi «imprevisti» che le varie agenzie governative potrebbero riscontrare nell'attività di contrasto al coronavirus. Lo stesso premier canadese, Justin Trudeau, ha annunciato ieri un pacchetto di aiuti economici da 82 miliardi di dollari.
Anche il Regno Unito sta progressivamente optando per misure più ristrettive. Il governo britannico ha comunicato che, da venerdì, le scuole resteranno chiuse: un provvedimento che era già stato adottato da Scozia e Galles. Inoltre, parlando ieri alla Camera dei comuni, Boris Johnson ha preso in considerazione alcune potenziali misure di sostegno a livello sociale: si è per esempio parlato di un reddito minimo universale temporaneo, oltre che di aiuti alle classi lavoratrici. Secondo il Mirror, il premier potrebbe addirittura estendere il periodo di transizione per la Brexit. Al momento, il Regno Unito conta complessivamente quasi 2.000 contagi e 104 vittime. E, in tutto questo, sono iniziati i lavori per raddoppiare la capacità dell'obitorio di Westminster: ampliamenti potrebbero riguardare anche le camere mortuarie dei principali ospedali.
L'Austria ha intanto stanziato circa 38 miliardi di euro per sostenere le imprese e la salvaguardia dei posti di lavoro. Tutto questo, mentre il ministro degli Esteri francese, Jean Yves Le Drian, ha annunciato che la Cina sta inviando in Francia «circa un milione di mascherine»: un primo aereo è arrivato già ieri, mentre un secondo dovrebbe giungere nella giornata di oggi. I casi complessivi di contagio nell'Esagono sono quasi 8.000, a fronte di 175 vittime. Le Figaro riportava ieri che il governo francese sia pronto a dichiarare lo stato d'emergenza sanitaria: elemento che garantirebbe all'esecutivo la facoltà di imporre misure nettamente energiche. Ulteriore stretta, poi, nella penisola iberica. Nel pieno dell'emergenza, tutti i collegamenti aerei e marittimi tra la Spagna continentale e le sue isole sono stati sospesi, mentre i voli tra le stesse isole saranno drasticamente ridotti. In tutto questo, la cena di Stato che avrebbe dovuto tenersi alla Casa Bianca tra i reali di Spagna e Trump è stata rimandata.
Il Brasile, dal canto suo, ha annunciato una chiusura parziale delle frontiere con il Venezuela per le prossime due settimane, mentre il Cile ha decretato lo stato d'emergenza per 90 giorni. La Nigeria ha intanto fatto sapere che, dal 20 marzo, bloccherà l'ingresso a persone provenienti da 13 Paesi. Si tratta di: Cina, Italia, Iran, Corea del Sud, Spagna, Giappone, Francia, Germania, Stati Uniti, Norvegia, Regno Unito, Paesi Bassi e Svizzera. Tutto questo, mentre gli Emirati Arabi hanno vietato ai propri cittadini di recarsi all'estero. Cuba ha frattanto annunciato la sua prima vittima per coronavirus: si tratterebbe di un sessantunenne italiano.
L’Europa di Darwin non ci salverà
Son rimasto turbato dal cinismo del premier britannico, Boris Johnson, che ha detto ai suoi cittadini «abituatevi a perdere i vostri cari». Ben lo ha commentato Philippe Daverio scrivendo di essere felice di non essere un anglicano upper class, ma un banale cattolico afflitto da pietas. Ricordandogli che l'Italia fu fondata da Enea che, fuggendo da Troia, prese sulle spalle il vecchio padre Anchise, non solo il figlioletto Ascanio (si pensi alla scultura del Bernini). Ricordo, a memoria, che Francesco Alberoni molti anni fa descrisse l'origine di questo cinismo anglosassone (e la sua differenza dalla cultura europea continentale) facendolo risalire a due filosofi preilluministi del XVII secolo, Hobbes e Locke, che pretendevano che lo Stato si occupasse solo di garantire interessi pratici, pace e proprietà, non valori morali. Poi all'economista Adam Smith (XVIII secolo) che sentenziò che la ricchezza si produce perseguendo fini egoistici. Seguì agli inizi del XIX secolo l'influenza del reverendo Malthus, preoccupato solo della crescita della popolazione. Infine Darwin che, ispirato da Malthus, spiegò il principio di selezione naturale, principio che, se non erro, sembra aver ben convinto l'attuale premier britannico Boris Johnson (facendo infuriare non poco gli anziani lord della corona britannica). Mi fermo qui, ignorando il grande neopositivista Bertrand Russell, che completerebbe peraltro questa evoluzione culturale. Ma perché questo mio excursus?
Perché, non solo in Gran Bretagna, ma anche nell'Europa continentale si sta evidenziando un rischio (o una tentazione, per ora) di contrastante pragmatismo all'interno dei Paesi europei per fronteggiare il coronavirus. Un pragmatismo dai tre volti: uno che definiremo laico, uno protestante e uno cattolico. Questi tre pragmatismi sono frutto di tre differenti culture morali che hanno in questi decenni concorso a rendere difficile l'integrazione europea, molto più degli aspetti economici. Persino un grande padre dell'Europa (e probabilmente il maggior oppositore del sovranismo), Jean Monnet, lamentò nei suoi ultimi anni (morì nel 1978) che l'assenza di una cultura europea non sarebbe stata compensata da forzature solo economiche (la moneta unica) e che se fosse potuto tornare indietro, prima dell'economia, avrebbe pensato a formare una cultura europea. Le conseguenze di queste differenze culturali-morali si sono evidenziate soprattutto nei momenti di crisi economica dopo la creazione dell'euro, per esempio nel 2008 e nel 2011, ma il rischio maggiore potrebbe evidenziarsi oggi grazie al coronavirus, dove tre visioni a rischio di incompatibilità potrebbero provocare la tentazione di atteggiamenti contrastanti nella gestione dell'emergenza virus.
Cercherò in due righe di spiegare sinteticamente, con rischio di semplificare troppo, i problemi conseguenti ai tre pragmatismi. C'è un pragmatismo laico, apparentemente formato anche lui sulle dottrine anglosassoni malthusiano-darwiniane, che non vede certo nell'essere umano una scintilla del divino, diciamo che vede nell'uomo sostanzialmente l'evoluzione di un bacillo e come tale lo interpreta. C'è poi un pragmatismo di origine protestante, che separando fede e opere, sembra esser meno attento alla valutazione preventiva di cosa è bene o male nelle azioni umane, il che comporta conseguenze per la creatura umana stessa. Riferendoci al tema coronavirus, questi due pragmatismi possono essere tradotti nel privilegiare gli aspetti, diciamo, economici, cioè la libertà di movimento (verso l'isolamento), proponendo spiegazioni sulla impossibilità di cure del contagio per tutti, con conseguente necessità di sacrificare vecchi e malati. Indirettamente ne conseguirebbero effetti economici sui costi dell'invecchiamento della popolazione.
All'opposto c'è un (teorico) pragmatismo cattolico, fondato sul valore unico e sacro dell'individuo, che invece propone restrizioni per contenere il contagio e salvare più persone possibile (anche sacrificando l'economia). Questo pragmatismo rifiuta la selezione naturale come dottrina economico, politica e soprattutto morale. Detto pragmatismo cattolico si fonda su un «realismo spirituale» (che si oppone al realismo un po' cinico, visto sopra), che cioè è la fede che fa i miracoli. Non saprei dire quanto questi intenti siano facilmente sostenibili in questo momento, data l'emergenza sanitaria, ma certo ora tutti, qui da noi, ci stanno provando «eroicamente». Ma non saprei neppure assicurare il lettore di quanto questo realismo spirituale sia condiviso interamente dalla autorità morale. Comunque se questi diversi pragmatismi non si concilieranno, metà Europa farà scelte contrastanti con l'altra metà . Il risultato sarà un disastro nella lotta al virus, un disastro nei risultati economici, un disastro politico con la fine definitiva del progetto europeo. Ma sarebbe anche un disastro nelle conseguenze morali, perché si accentuerebbe una sfiducia verso l'autorità morale che non ha saputo intervenire. Infine sarebbe un disastro per l'intera civiltà, che ha rifiutato le radici cristiane, ma ne ha beneficiato oltremodo finora.
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Il presidente Usa chiede al Congresso altri 48,5 miliardi, vieta l'ingresso ai clandestini e autorizza i medici a esercitare in ogni Stato. Appello di Angela Merkel ai tedeschi, ma niente blocco. Londra prepara nuovi obitori.Davanti all'epidemia, l'Inghilterra ha sfoderato il suo cinismo, laico e protestante Una sfida per il pragmatismo cattolico, che scommette sulla sacralità della persona.Lo speciale contiene due articoliNon si arresta l'emergenza coronavirus a livello internazionale. Il numero complessivo dei contagiati ha superato i 203.500, laddove quello delle vittime è di oltre 8.200. Intanto i vari Paesi si stanno muovendo verso misure sempre più restrittive. Ieri sera, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha tenuto un discorso alla nazione. «Dalla seconda guerra mondiale ad oggi non c'è stata nessun'altra sfida nei confronti del nostro Paese nella quale tutto sia dipeso così tanto dalla nostra azione solidale […]. La nostra concezione di normalità di vita pubblica, dello stare insieme nella socialità: tutto questo viene messo alla prova come non mai». «Mi appello a voi», ha aggiunto la cancelliera: «Niente strette di mano, almeno un metro e mezzo di distanza dal prossimo, possibilmente quasi nessun contatto con gli anziani, perché sono quelli più a rischio». Ricordiamo che, nei giorni scorsi, la Germania ha imposto misure piuttosto drastiche, come la chiusura di gran parte degli esercizi commerciali e il blocco delle frontiere.Gli stessi Stati Uniti hanno annunciato ieri il blocco temporaneo delle frontiere con il Canada per quanto riguarda il «traffico non essenziale», specificando che il commercio sarà salvaguardato. Ma non è tutto. Definendosi un «presidente in guerra», Donald Trump ha invocato, nel corso di una conferenza stampa, il Defense production act: una legge del 1950, che gli permetterebbe di incrementare la produzione di mascherine e materiale sanitario. Il presidente ha inoltre annunciato un congelamento di sfratti e pignoramenti per tutto il mese prossimo, sottolineando seccamente che il coronavirus sia di provenienza cinese. L'inquilino della Casa Bianca ha anche ribadito di voler vietare l'ingresso agli immigrati clandestini attraverso il confine meridionale. Una nave della Marina statunitense è stata poi inviata a New York per sostenere la capacità ospedaliera (saranno due, la Mercy e la Comfort), mentre è stato deciso che i medici americani potranno esercitare attraverso i vari Stati. Sono invece circa 5 milioni le mascherine che il Pentagono ha annunciato di voler mettere a disposizione. Nel frattempo, la Casa Bianca ha chiesto al Congresso ulteriori 48,5 miliardi di dollari per sostenere i costi «imprevisti» che le varie agenzie governative potrebbero riscontrare nell'attività di contrasto al coronavirus. Lo stesso premier canadese, Justin Trudeau, ha annunciato ieri un pacchetto di aiuti economici da 82 miliardi di dollari.Anche il Regno Unito sta progressivamente optando per misure più ristrettive. Il governo britannico ha comunicato che, da venerdì, le scuole resteranno chiuse: un provvedimento che era già stato adottato da Scozia e Galles. Inoltre, parlando ieri alla Camera dei comuni, Boris Johnson ha preso in considerazione alcune potenziali misure di sostegno a livello sociale: si è per esempio parlato di un reddito minimo universale temporaneo, oltre che di aiuti alle classi lavoratrici. Secondo il Mirror, il premier potrebbe addirittura estendere il periodo di transizione per la Brexit. Al momento, il Regno Unito conta complessivamente quasi 2.000 contagi e 104 vittime. E, in tutto questo, sono iniziati i lavori per raddoppiare la capacità dell'obitorio di Westminster: ampliamenti potrebbero riguardare anche le camere mortuarie dei principali ospedali. L'Austria ha intanto stanziato circa 38 miliardi di euro per sostenere le imprese e la salvaguardia dei posti di lavoro. Tutto questo, mentre il ministro degli Esteri francese, Jean Yves Le Drian, ha annunciato che la Cina sta inviando in Francia «circa un milione di mascherine»: un primo aereo è arrivato già ieri, mentre un secondo dovrebbe giungere nella giornata di oggi. I casi complessivi di contagio nell'Esagono sono quasi 8.000, a fronte di 175 vittime. Le Figaro riportava ieri che il governo francese sia pronto a dichiarare lo stato d'emergenza sanitaria: elemento che garantirebbe all'esecutivo la facoltà di imporre misure nettamente energiche. Ulteriore stretta, poi, nella penisola iberica. Nel pieno dell'emergenza, tutti i collegamenti aerei e marittimi tra la Spagna continentale e le sue isole sono stati sospesi, mentre i voli tra le stesse isole saranno drasticamente ridotti. In tutto questo, la cena di Stato che avrebbe dovuto tenersi alla Casa Bianca tra i reali di Spagna e Trump è stata rimandata.Il Brasile, dal canto suo, ha annunciato una chiusura parziale delle frontiere con il Venezuela per le prossime due settimane, mentre il Cile ha decretato lo stato d'emergenza per 90 giorni. La Nigeria ha intanto fatto sapere che, dal 20 marzo, bloccherà l'ingresso a persone provenienti da 13 Paesi. Si tratta di: Cina, Italia, Iran, Corea del Sud, Spagna, Giappone, Francia, Germania, Stati Uniti, Norvegia, Regno Unito, Paesi Bassi e Svizzera. Tutto questo, mentre gli Emirati Arabi hanno vietato ai propri cittadini di recarsi all'estero. 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Ricordandogli che l'Italia fu fondata da Enea che, fuggendo da Troia, prese sulle spalle il vecchio padre Anchise, non solo il figlioletto Ascanio (si pensi alla scultura del Bernini). Ricordo, a memoria, che Francesco Alberoni molti anni fa descrisse l'origine di questo cinismo anglosassone (e la sua differenza dalla cultura europea continentale) facendolo risalire a due filosofi preilluministi del XVII secolo, Hobbes e Locke, che pretendevano che lo Stato si occupasse solo di garantire interessi pratici, pace e proprietà, non valori morali. Poi all'economista Adam Smith (XVIII secolo) che sentenziò che la ricchezza si produce perseguendo fini egoistici. Seguì agli inizi del XIX secolo l'influenza del reverendo Malthus, preoccupato solo della crescita della popolazione. Infine Darwin che, ispirato da Malthus, spiegò il principio di selezione naturale, principio che, se non erro, sembra aver ben convinto l'attuale premier britannico Boris Johnson (facendo infuriare non poco gli anziani lord della corona britannica). Mi fermo qui, ignorando il grande neopositivista Bertrand Russell, che completerebbe peraltro questa evoluzione culturale. Ma perché questo mio excursus? Perché, non solo in Gran Bretagna, ma anche nell'Europa continentale si sta evidenziando un rischio (o una tentazione, per ora) di contrastante pragmatismo all'interno dei Paesi europei per fronteggiare il coronavirus. Un pragmatismo dai tre volti: uno che definiremo laico, uno protestante e uno cattolico. Questi tre pragmatismi sono frutto di tre differenti culture morali che hanno in questi decenni concorso a rendere difficile l'integrazione europea, molto più degli aspetti economici. Persino un grande padre dell'Europa (e probabilmente il maggior oppositore del sovranismo), Jean Monnet, lamentò nei suoi ultimi anni (morì nel 1978) che l'assenza di una cultura europea non sarebbe stata compensata da forzature solo economiche (la moneta unica) e che se fosse potuto tornare indietro, prima dell'economia, avrebbe pensato a formare una cultura europea. Le conseguenze di queste differenze culturali-morali si sono evidenziate soprattutto nei momenti di crisi economica dopo la creazione dell'euro, per esempio nel 2008 e nel 2011, ma il rischio maggiore potrebbe evidenziarsi oggi grazie al coronavirus, dove tre visioni a rischio di incompatibilità potrebbero provocare la tentazione di atteggiamenti contrastanti nella gestione dell'emergenza virus. Cercherò in due righe di spiegare sinteticamente, con rischio di semplificare troppo, i problemi conseguenti ai tre pragmatismi. C'è un pragmatismo laico, apparentemente formato anche lui sulle dottrine anglosassoni malthusiano-darwiniane, che non vede certo nell'essere umano una scintilla del divino, diciamo che vede nell'uomo sostanzialmente l'evoluzione di un bacillo e come tale lo interpreta. C'è poi un pragmatismo di origine protestante, che separando fede e opere, sembra esser meno attento alla valutazione preventiva di cosa è bene o male nelle azioni umane, il che comporta conseguenze per la creatura umana stessa. Riferendoci al tema coronavirus, questi due pragmatismi possono essere tradotti nel privilegiare gli aspetti, diciamo, economici, cioè la libertà di movimento (verso l'isolamento), proponendo spiegazioni sulla impossibilità di cure del contagio per tutti, con conseguente necessità di sacrificare vecchi e malati. Indirettamente ne conseguirebbero effetti economici sui costi dell'invecchiamento della popolazione. All'opposto c'è un (teorico) pragmatismo cattolico, fondato sul valore unico e sacro dell'individuo, che invece propone restrizioni per contenere il contagio e salvare più persone possibile (anche sacrificando l'economia). Questo pragmatismo rifiuta la selezione naturale come dottrina economico, politica e soprattutto morale. Detto pragmatismo cattolico si fonda su un «realismo spirituale» (che si oppone al realismo un po' cinico, visto sopra), che cioè è la fede che fa i miracoli. Non saprei dire quanto questi intenti siano facilmente sostenibili in questo momento, data l'emergenza sanitaria, ma certo ora tutti, qui da noi, ci stanno provando «eroicamente». Ma non saprei neppure assicurare il lettore di quanto questo realismo spirituale sia condiviso interamente dalla autorità morale. Comunque se questi diversi pragmatismi non si concilieranno, metà Europa farà scelte contrastanti con l'altra metà . Il risultato sarà un disastro nella lotta al virus, un disastro nei risultati economici, un disastro politico con la fine definitiva del progetto europeo. Ma sarebbe anche un disastro nelle conseguenze morali, perché si accentuerebbe una sfiducia verso l'autorità morale che non ha saputo intervenire. Infine sarebbe un disastro per l'intera civiltà, che ha rifiutato le radici cristiane, ma ne ha beneficiato oltremodo finora.
iStock
Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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