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2025-02-08
Trump alza un muro a difesa dei cristiani. E annuncia: «Presto incontrerò Xi Jinping»
Donald Trump e la procuratrice Pam Bondi (Getty Images)
Donald Trump punta a contrastare la discriminazione che colpisce i cristiani. Il presidente americano ha infatti incaricato la procuratrice generale, Pam Bondi, di guidare una task force per «fermare immediatamente tutte le forme di discriminazione e di attacchi anticristiani all’interno del governo federale». Trump ha poi aggiunto che il Dipartimento di Giustizia dovrà «perseguire pienamente la violenza e il vandalismo anticristiani nella nostra società e fare di tutto, per difendere i diritti dei cristiani e dei credenti religiosi in tutto il Paese». Poco dopo queste dichiarazioni, l’inquilino della Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo in tal senso.
I critici hanno subito accusato il presidente di violare la separazione tra Stato e Chiesa. In realtà, il provvedimento di Trump affonda le proprie radici in una situazione abbastanza allarmante. Nel giugno 2022, dopo che la Corte Suprema cassò la sentenza Roe v Wade, gli attivisti pro aborto vandalizzarono numerose chiese in Florida, Louisiana, New York, Oregon, Texas, Washington e Virginia. A ottobre scorso, la Catholic News Agency ha riportato che una chiesa cattolica di Los Angeles era stata più volte oggetto di incendi dolosi e graffiti nell’arco dei quattro mesi precedenti. Era invece settembre, quando è stata aperta un’indagine per «potenziali crimini d’odio», dopo che un crocifisso era stato danneggiato all’interno della cappella della Georgetown University. Tutto questo, mentre, a luglio 2024, una parrocchia dell’Arkansas era stata pesantemente vandalizzata e, in una chiesa newyorchese, era stata anche decapitata una statua di Gesù Cristo.
Ebbene, non è che il dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Biden abbia esattamente messo questi gravi episodi al centro dei suoi pensieri. Anzi, in alcuni casi ha intrattenuto dei rapporti burrascosi e controversi con il mondo cattolico. Nel gennaio 2023, trapelò alla stampa un memorandum interno della sezione dell’Fbi di Richmond, che metteva nel mirino alcuni gruppi di cattolici tradizionalisti, sostenendo che fossero caratterizzati dall’«adesione a una ideologia antisemita, anti-immigrati, anti-lgbtq e improntata al suprematismo bianco». Peccato che le fonti usate dal Bureau per giustificare quella linea fossero del tutto inadeguate. Si trattava infatti della rivista progressista Salon e del Southern Poverty Law Center: una onlus che è stata più volte accusata di bollare faziosamente alcune associazioni conservatrici e cristiane come gruppi d’odio.
L’imbarazzo fu tale che la sede centrale dell’Fbi intervenne pubblicamente, per ritirare quel controverso documento. «Dopo aver appreso del documento», affermò il Bureau, «il quartier generale dell’Fbi ha rapidamente iniziato ad agire per rimuoverlo dai sistemi dell’Fbi e per condurre una revisione delle sue basi. L’Fbi si impegna a svolgere un solido lavoro analitico e a indagare e prevenire atti di violenza e altri crimini, pur sostenendo i diritti costituzionali di tutti gli americani, e non condurrà mai attività investigative né aprirà un’indagine basata esclusivamente su attività protette dal Primo emendamento». Ma non è finita qui. A maggio scorso, un giudice federale del North Dakota ha dato ragione a un gruppo di imprenditori cristiani, la Christian employers alliance, che rifiutava l’imposizione, attuata dall’amministrazione Biden, di fornire copertura assicurativa sanitaria ai dipendenti che facevano ricorso a dei trattamenti transgender.
Insomma, il provvedimento di Trump non è esattamente ingiustificato. È chiaro che una democrazia liberale non debba fare, per così dire, favoritismi in materia di religione e fede. Ma è altrettanto chiaro come, con l’amministrazione Biden, ampi settori del variegato mondo cristiano americano non siano stati trattati in modo equo. E non è tutto. Mercoledì, il presidente americano ha anche firmato un ordine esecutivo che vieta ai transgender di partecipare alle competizioni sportive femminili: si tratta del resto di un cavallo di battaglia del tycoon dai tempi della campagna elettorale. In particolare, i trans non saranno più posti sotto la protezione del Titolo IX e il presidente ha specificamente incaricato il Dipartimento dell’Istruzione di vigilare in questo senso.
Frattanto, Trump continua a guardare ai principali dossier internazionali. Ieri, ha detto che parlerà con Vladimir Putin e che forse incontrerà Xi Jinping. Probabilmente avrà un meeting anche con Volodymyr Zelensky la prossima settimana. Nel mentre, l’inviato statunitense per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha reso noto che il presidente potrebbe raddoppiare le sanzioni a Mosca, per spingerla a porre fine all’invasione. Tuttavia ha, al contempo, ammesso che entrambi i belligeranti dovranno fare delle concessioni.
Ma Trump sta tirando dritto anche contro le misure green del predecessore. Ieri, ha annunciato che firmerà un decreto volto ad abolire le politiche di Joe Biden a favore delle cannucce di carta, considerate eco-friendly. «La prossima settimana firmerò un ordine esecutivo per porre fine alla ridicola spinta di Biden a favore delle cannucce di carta, che non funzionano. Torniamo alla plastica!», ha dichiarato. In tutto questo, giovedì l’amministrazione americana ha intimato ai singoli Stati di non spendere i cinque miliardi di dollari che, stanziati ai tempi di Biden, erano finalizzati alla realizzazione di stazioni di ricarica per le auto elettriche. Venendo poi alla questione dei tagli alla spesa, ieri il presidente ha decretato una revisione dei fondi pubblici diretti alle Ong, anticipando che verranno sospesi quelli rivolti alle organizzazioni che «minano l’interesse nazionale».
Gli Elkann versano quasi 10 milioni di euro al Fisco
I fratelli John, Lapo e Ginevra Elkann hanno versato all’Agenzia delle entrate poco meno di 10 milioni di euro, a seguito della notifica di un verbale. La circostanza, secondo fonti vicine alla famiglia, non sarebbe però in alcun modo collegata legata agli sviluppi dell’inchiesta avviato dalla Procura di Torino sui risvolti dell’eredità di Gianni Agnelli e, in particolare, a un presunta violazione fiscale sul vitalizio percepito da Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato. Si tratterebbe invece della sanatoria a «una contestazione di tipo amministrativo» che «non ha alcuna rilevanza sul procedimento penale e non comporta alcuna ammissione di responsabilità». I tre nipoti di Gianni Agnelli sono indagati dalla Procura di Torino, che li accusa di evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato (insieme al commercialista Gianluca Ferrero e ai notai Urs Von Grueningen e Remo Maria Morone). Il fascicolo è incentrato sull’accusa che la Caracciolo, vedova dell’Avvocato, vivesse in realtà in Italia e non in Svizzera come sostenuto nelle dichiarazioni dei redditi. Da quell’ipotesi investigativa, suffragata da numerosi elementi raccolti dagli inquirenti, sono emersi nuovi filoni di inchiesta. Che hanno portato a un sequestro da oltre 74,8 milioni di euro. La Caracciolo, secondo le ricostruzioni della Procura, era coinvolta nelle attività di diverse società e fondazioni, tra cui proprio la Dicembre, di cui è stata socia dal 1984 al 2015, quando ne è divenuta «socia d’opera». Parliamo della società semplice Dicembre, la cassaforte di famiglia, creata nel 1984 dall’avvocato, controlla un patrimonio da circa 35 miliardi, che quest’anno incasserà più o meno un miliardo di dollari dalle sue controllate. La Dicembre controlla infatti il 40% della Giovanni Agnelli Bv, società di diritto olandese che, a sua volta, detta legge in in Exor, grazie al 52,6% delle azioni e all’87% dei diritti di voto. A sua volta Exor controlla tutte le società del tutto o in parte riconducibili alla famiglia, Elkann/Agnelli, a cominciare dalla quota di Stellantis, per arrivare a Gedi, la società editoriale che manda in edicola i quotidiani La Repubblica e La Stampa. In mezzo, quote rilevanti di Ferrari, Iveco, Philips, Christian Louboutin, e il 65% della Juventus.
Il 60% della Dicembre è oggi saldamente nelle mani di John Elkann, che dal 2009 è anche alla guida di Exor. Margherita Agnelli, come detto figlia di Gianni (morto nel 2003) e di Marella Caracciolo, (2019) contesta però gli atti di successione di entrambi pur avendo formalmente firmato nel 2004 un accordo transattivo per l’eredità del padre e una rinuncia (patto successorio) alla futura eredità della madre, in cambio di circa 1,3 miliardi, spianando così la strada ai figli. Durante le indagini, sarebbero emersi numerosi elementi a sostegno della versione di Margherita Agnelli, che afferma che la residenza in Svizzera della madre sarebbe stata fittizia. Ipotesi su cui si basano i reati contestati ai fratelli Elkann, che grazie a questo escamotage avrebbero ottenuto consistenti vantaggi. Dopo la morte del marito, in un accordo transattivo, Margherita Agnelli, aveva ceduto alla madre la sua partecipazione. Quelle quote, secondo Margherita. a sua volta madre di John, Lapo e Ginevra Elkann, «garantiscono un’influenza dominante su Exor», il gigante finanziario con una capitalizzazione di quasi 17 miliardi di euro nel 2021. L’emersione delle quote della Dicembre avrebbe, secondo gli investigatori, «rilevanti conseguenze fiscali ed ereditarie». Un nodo che potrebbe produrre anche risvolti aziendali: se quelle partecipazioni dovessero tornare a Margherita, lei potrebbe riacquisire il controllo della cassaforte di famiglia e, con essa, di Exor. Per ora, però, resta solo un’ipotesi.
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Il tycoon vuole fermare le discriminazioni religiose all’interno degli apparati Usa. Un altro fronte: «Basta cannucce di carta».I tre nipoti dell’Avvocato Agnelli hanno saldato un verbale monstre, che però non sarebbe collegato alle indagini sull’eredità Agnelli.Lo speciale contiene due articoli.Donald Trump punta a contrastare la discriminazione che colpisce i cristiani. Il presidente americano ha infatti incaricato la procuratrice generale, Pam Bondi, di guidare una task force per «fermare immediatamente tutte le forme di discriminazione e di attacchi anticristiani all’interno del governo federale». Trump ha poi aggiunto che il Dipartimento di Giustizia dovrà «perseguire pienamente la violenza e il vandalismo anticristiani nella nostra società e fare di tutto, per difendere i diritti dei cristiani e dei credenti religiosi in tutto il Paese». Poco dopo queste dichiarazioni, l’inquilino della Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo in tal senso.I critici hanno subito accusato il presidente di violare la separazione tra Stato e Chiesa. In realtà, il provvedimento di Trump affonda le proprie radici in una situazione abbastanza allarmante. Nel giugno 2022, dopo che la Corte Suprema cassò la sentenza Roe v Wade, gli attivisti pro aborto vandalizzarono numerose chiese in Florida, Louisiana, New York, Oregon, Texas, Washington e Virginia. A ottobre scorso, la Catholic News Agency ha riportato che una chiesa cattolica di Los Angeles era stata più volte oggetto di incendi dolosi e graffiti nell’arco dei quattro mesi precedenti. Era invece settembre, quando è stata aperta un’indagine per «potenziali crimini d’odio», dopo che un crocifisso era stato danneggiato all’interno della cappella della Georgetown University. Tutto questo, mentre, a luglio 2024, una parrocchia dell’Arkansas era stata pesantemente vandalizzata e, in una chiesa newyorchese, era stata anche decapitata una statua di Gesù Cristo.Ebbene, non è che il dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Biden abbia esattamente messo questi gravi episodi al centro dei suoi pensieri. Anzi, in alcuni casi ha intrattenuto dei rapporti burrascosi e controversi con il mondo cattolico. Nel gennaio 2023, trapelò alla stampa un memorandum interno della sezione dell’Fbi di Richmond, che metteva nel mirino alcuni gruppi di cattolici tradizionalisti, sostenendo che fossero caratterizzati dall’«adesione a una ideologia antisemita, anti-immigrati, anti-lgbtq e improntata al suprematismo bianco». Peccato che le fonti usate dal Bureau per giustificare quella linea fossero del tutto inadeguate. Si trattava infatti della rivista progressista Salon e del Southern Poverty Law Center: una onlus che è stata più volte accusata di bollare faziosamente alcune associazioni conservatrici e cristiane come gruppi d’odio.L’imbarazzo fu tale che la sede centrale dell’Fbi intervenne pubblicamente, per ritirare quel controverso documento. «Dopo aver appreso del documento», affermò il Bureau, «il quartier generale dell’Fbi ha rapidamente iniziato ad agire per rimuoverlo dai sistemi dell’Fbi e per condurre una revisione delle sue basi. L’Fbi si impegna a svolgere un solido lavoro analitico e a indagare e prevenire atti di violenza e altri crimini, pur sostenendo i diritti costituzionali di tutti gli americani, e non condurrà mai attività investigative né aprirà un’indagine basata esclusivamente su attività protette dal Primo emendamento». Ma non è finita qui. A maggio scorso, un giudice federale del North Dakota ha dato ragione a un gruppo di imprenditori cristiani, la Christian employers alliance, che rifiutava l’imposizione, attuata dall’amministrazione Biden, di fornire copertura assicurativa sanitaria ai dipendenti che facevano ricorso a dei trattamenti transgender.Insomma, il provvedimento di Trump non è esattamente ingiustificato. È chiaro che una democrazia liberale non debba fare, per così dire, favoritismi in materia di religione e fede. Ma è altrettanto chiaro come, con l’amministrazione Biden, ampi settori del variegato mondo cristiano americano non siano stati trattati in modo equo. E non è tutto. Mercoledì, il presidente americano ha anche firmato un ordine esecutivo che vieta ai transgender di partecipare alle competizioni sportive femminili: si tratta del resto di un cavallo di battaglia del tycoon dai tempi della campagna elettorale. In particolare, i trans non saranno più posti sotto la protezione del Titolo IX e il presidente ha specificamente incaricato il Dipartimento dell’Istruzione di vigilare in questo senso.Frattanto, Trump continua a guardare ai principali dossier internazionali. Ieri, ha detto che parlerà con Vladimir Putin e che forse incontrerà Xi Jinping. Probabilmente avrà un meeting anche con Volodymyr Zelensky la prossima settimana. Nel mentre, l’inviato statunitense per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha reso noto che il presidente potrebbe raddoppiare le sanzioni a Mosca, per spingerla a porre fine all’invasione. Tuttavia ha, al contempo, ammesso che entrambi i belligeranti dovranno fare delle concessioni.Ma Trump sta tirando dritto anche contro le misure green del predecessore. Ieri, ha annunciato che firmerà un decreto volto ad abolire le politiche di Joe Biden a favore delle cannucce di carta, considerate eco-friendly. «La prossima settimana firmerò un ordine esecutivo per porre fine alla ridicola spinta di Biden a favore delle cannucce di carta, che non funzionano. Torniamo alla plastica!», ha dichiarato. In tutto questo, giovedì l’amministrazione americana ha intimato ai singoli Stati di non spendere i cinque miliardi di dollari che, stanziati ai tempi di Biden, erano finalizzati alla realizzazione di stazioni di ricarica per le auto elettriche. Venendo poi alla questione dei tagli alla spesa, ieri il presidente ha decretato una revisione dei fondi pubblici diretti alle Ong, anticipando che verranno sospesi quelli rivolti alle organizzazioni che «minano l’interesse nazionale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-pam-bondi-cristiani-2671116923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-elkann-versano-quasi-10-milioni-di-euro-al-fisco" data-post-id="2671116923" data-published-at="1738965386" data-use-pagination="False"> Gli Elkann versano quasi 10 milioni di euro al Fisco I fratelli John, Lapo e Ginevra Elkann hanno versato all’Agenzia delle entrate poco meno di 10 milioni di euro, a seguito della notifica di un verbale. La circostanza, secondo fonti vicine alla famiglia, non sarebbe però in alcun modo collegata legata agli sviluppi dell’inchiesta avviato dalla Procura di Torino sui risvolti dell’eredità di Gianni Agnelli e, in particolare, a un presunta violazione fiscale sul vitalizio percepito da Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato. Si tratterebbe invece della sanatoria a «una contestazione di tipo amministrativo» che «non ha alcuna rilevanza sul procedimento penale e non comporta alcuna ammissione di responsabilità». I tre nipoti di Gianni Agnelli sono indagati dalla Procura di Torino, che li accusa di evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato (insieme al commercialista Gianluca Ferrero e ai notai Urs Von Grueningen e Remo Maria Morone). Il fascicolo è incentrato sull’accusa che la Caracciolo, vedova dell’Avvocato, vivesse in realtà in Italia e non in Svizzera come sostenuto nelle dichiarazioni dei redditi. Da quell’ipotesi investigativa, suffragata da numerosi elementi raccolti dagli inquirenti, sono emersi nuovi filoni di inchiesta. Che hanno portato a un sequestro da oltre 74,8 milioni di euro. La Caracciolo, secondo le ricostruzioni della Procura, era coinvolta nelle attività di diverse società e fondazioni, tra cui proprio la Dicembre, di cui è stata socia dal 1984 al 2015, quando ne è divenuta «socia d’opera». Parliamo della società semplice Dicembre, la cassaforte di famiglia, creata nel 1984 dall’avvocato, controlla un patrimonio da circa 35 miliardi, che quest’anno incasserà più o meno un miliardo di dollari dalle sue controllate. La Dicembre controlla infatti il 40% della Giovanni Agnelli Bv, società di diritto olandese che, a sua volta, detta legge in in Exor, grazie al 52,6% delle azioni e all’87% dei diritti di voto. A sua volta Exor controlla tutte le società del tutto o in parte riconducibili alla famiglia, Elkann/Agnelli, a cominciare dalla quota di Stellantis, per arrivare a Gedi, la società editoriale che manda in edicola i quotidiani La Repubblica e La Stampa. In mezzo, quote rilevanti di Ferrari, Iveco, Philips, Christian Louboutin, e il 65% della Juventus. Il 60% della Dicembre è oggi saldamente nelle mani di John Elkann, che dal 2009 è anche alla guida di Exor. Margherita Agnelli, come detto figlia di Gianni (morto nel 2003) e di Marella Caracciolo, (2019) contesta però gli atti di successione di entrambi pur avendo formalmente firmato nel 2004 un accordo transattivo per l’eredità del padre e una rinuncia (patto successorio) alla futura eredità della madre, in cambio di circa 1,3 miliardi, spianando così la strada ai figli. Durante le indagini, sarebbero emersi numerosi elementi a sostegno della versione di Margherita Agnelli, che afferma che la residenza in Svizzera della madre sarebbe stata fittizia. Ipotesi su cui si basano i reati contestati ai fratelli Elkann, che grazie a questo escamotage avrebbero ottenuto consistenti vantaggi. Dopo la morte del marito, in un accordo transattivo, Margherita Agnelli, aveva ceduto alla madre la sua partecipazione. Quelle quote, secondo Margherita. a sua volta madre di John, Lapo e Ginevra Elkann, «garantiscono un’influenza dominante su Exor», il gigante finanziario con una capitalizzazione di quasi 17 miliardi di euro nel 2021. L’emersione delle quote della Dicembre avrebbe, secondo gli investigatori, «rilevanti conseguenze fiscali ed ereditarie». Un nodo che potrebbe produrre anche risvolti aziendali: se quelle partecipazioni dovessero tornare a Margherita, lei potrebbe riacquisire il controllo della cassaforte di famiglia e, con essa, di Exor. Per ora, però, resta solo un’ipotesi.
Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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La nuova flotta di bus elettrici della Capitale (Ansa)
La giunta Gualtieri, in pompa magna, dal Campidoglio, con i fondi del Pnrr, con un investimento colossale di 250 milioni di euro annunciò l’acquisto di 411 mezzi, bus elettrici, pagati oltre 500.000 euro ciascuno. Ma sono bastate le prime giornate di caldo torrido per costringere decine di mezzi a interrompere il servizio e rientrare anticipatamente nei depositi per non rischiare di rimanere a secco in mezzo alla strada: questo perché le batterie elettriche da 340 kWh non reggono il caldo e consumano molto di più, tanto che l’autonomia reale di questi mezzi rischia di dimezzarsi rispetto ai 300 chilometri previsti non appena si accende l’aria condizionata per non far crepare dal caldo lavoratori e passeggeri.
La giunta Gualtieri meriterebbe il premio Nobel per il «capolavoro green totale»: poiché c’è l’emergenza climatica bisogna spostare tutto sull’elettrico, salvo il fatto che poi il caldo «spegne» le batterie. Neanche Einstein, volendo convertire il suo genio all’invenzione di qualcosa di completamente cretino, pur con grande impegno, sarebbe arrivato a tanto.
Se ci è permesso, detto alla nostra maniera, si è passati dal surriscaldamento climatico al surriscaldamento dei coglioni dei romani, usando tale termine in senso metaforico e applicabile ad ambedue i sessi e anche a situazioni fluide: talmente fluide che i medesimi coglioni si sono liquefatti assieme alle batterie elettriche della svolta green. Da ora in poi Gualtieri lo chiameremo «Icaro», che costruì le ali di cera volando verso il sole, ma il sole le liquefece e Icaro cadde rovinosamente a terra.
Così è successo alla giunta Gualtieri, guidata di Icaro Gualtieri, fu Roberto, con il solo distinguo che mentre Icaro, a quanto ci risulta, si pagò la cera da solo, il novello Icaro i bus elettrici li ha fatti pagare con i nostri soldi. Ricordiamoci sempre, infatti, che i soldi del Pnrr sono gira e rigira prestiti che dovranno essere restituiti con gli interessi dagli italiani. I soldi europei non cadono dal cielo come la manna per gli Israeliti, ma vengono dati con la mano destra e ripresi con la mano sinistra.
Una prima domanda è chi abbia progettato e prodotto questi bus elettrici. Pensavano di produrli forniti di gomme chiodate o di catene per le ruote in previsione di una spedizione al Polo Nord? Pensavano di mandarli nei Paesi del Nord Europa? Avevano fatto un accordo con Putin per assicurarsi il voto dei siberiani in caso di difficoltà di spostamento? Vorremmo entrare nel cervello di coloro che hanno progettato e prodotto questi pullman e soprattutto le batterie, magari comprate in Cina. Perché delle due l’una: o non credono al surriscaldamento globale (del resto non necessario nel caso di Roma perché nella capitale c’è un caldo terribile da tempo immemore), e quindi progettano e producono solo perché il mercato va in quella direzione e se ne fottono della funzionalità dei mezzi di trasporto da loro prodotti; oppure sono un gruppo di imbecilli incapaci di progettare e produrre qualcosa che sia adatto al clima derivante dal surriscaldamento globale. Le due ipotesi, tradendo il principio di non contraddizione di Parmenide, per cui A non può essere nello stesso tempo non-A, in questo caso, eccezionalmente, possono essere valide entrambe: producono perché gli conviene e sono al contempo dei grandi imbecilli. In termini di diritto amministrativo si potrebbe dire che le due cariche sono compatibili. L’unica cosa che non è compatibile è che le batterie cariche si scaricano velocemente, basta un po’ di caldo.
Intanto i romani sono rimasti a piedi sotto il sole cocente dopo che, sia pure in minima parte, continueranno a pagare il debito contratto con l’Europa e i relativi interessi dei fondi prestati con il Pnrr. Un vero e proprio capolavoro.
Sarà interessante, molto interessante, vedere le reazioni dei sostenitori a spada tratta del Green deal, non perché ci aspettiamo una loro ritrattazione (noi crediamo che ci sia un evidente problema climatico), ma perché ci basterebbe una presa d’atto che le modalità e i tempi con i quali questo Green deal è stato pensato e attuato sono totalmente irragionevoli, irrealistici, utopistici e completamente impermeabili agli effetti nefasti che sta provocando. Vedi le condizioni disastrose in cui si trova l’industria automobilistica europea, a partire da quella tedesca che trainava il settore in Europa e non solo. Per non dire di quella italiana, ma lì dovremmo entrare nella mente degli Elkann: e non essendo speleologi, non siamo francamente in grado.
C’è poi un’ultima domanda da porsi e riguarda il capitolato d’appalto attraverso il quale si è fatta la gara per l’acquisto dei bus elettrici. Il capitolato è quell’insieme di clausole di un contratto e, in questo caso, una delle parti è la pubblica amministrazione. Chi ha scritto questo capitolato ha messo delle clausole che riguardano la sostenibilità di tali batterie al caldo e al freddo e la loro relativa efficienza? Se non ce le ha messe ha compiuto un errore da scuole elementari dove, infatti, il diritto amministrativo non viene insegnato.
Insomma, questa situazione meriterebbe un approfondimento anche legale e giuridico. Vediamo se chi di dovere compirà gli accertamenti dovuti: questo scandalo non può esimere dal farli, a partire dalla stampa. Non siamo molto ottimisti che verrà fatto, ma siamo sicuri che la figura di merda che ha fatto la giunta che guida la città Capitale d’Italia è di dimensioni enormi, molto superiori ai pur grandissimi disagi provocati alla popolazione che vive a Roma, nonché ai turisti che vengono a visitarla. Una figura di merda di dimensioni internazionali, per questo merita un premio speciale: il Nobel della coglionata.
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Ansa
E ancor meno che mai su questi stessi media si leggerà la notizia delle manifestazioni di piazza tenutesi a Tripoli la settimana scorsa per contestare proprio l’ente che si dovrebbe trovare là per fare il loro esclusivo bene: l’Unhcr. Figuriamoci se poi i manifestanti si mettono a esporre cartelli con la scritta: «La Libia ai libici», cosa che se li avesse visti una preside di Cesena li avrebbe immediatamente sanzionati.
Ma la notizia è che a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la chiusura degli uffici locali dell’agenzia Onu che gestisce l’immigrazione in quanto ritenuta responsabile della trasformazione della Libia in un enorme hub di illegalità e degrado. L’Unhcr, l’agenzia che gestisce i «corridoi umanitari», è percepita come parte di un apparato che mantiene la Libia in una condizione oggettiva di extraterritorialità, funzionale agli interessi dei Paesi di destinazione e causa dell’erosione del principio di autodeterminazione, di tensioni sociali interne e degrado sociale.
In pratica in Libia stanno dicendo quello che dicono i sostenitori europei della remigrazione ma trovandosi in una condizione speculare. E nessun immigrazionista europeo o alto funzionario Onu ammetterà mai che l’Africa subsahariana è strutturata come un vero e proprio spazio postcoloniale il cui sviluppo interno è bloccato dalla necessità di costituirsi come serbatoio di manodopera a basso costo e di flussi umani destinati a compensare la denatalità europea. Nessun funzionario Unhcr ammetterà (in pubblico) di trovarsi a gestire una condizione di biopolitica rovesciata, un neocolonialismo che non estrae risorse materiali ma potenziale demografico, perpetuando la dipendenza delle ex colonie senza formalizzare il dominio territoriale.
In questo senso l’Africa non è affatto «lasciata indietro», come vorrebbe la narrazione terzomondista, ma attivamente configurata come periferia funzionale al centro, come riserva di materia prima da estrarre e da incanalare verso la gestione degli apparati parastatali preposti. E non c’è niente né di umanitario né tantomeno di «redistributivo» in tutto ciò: rapporti della World bank e dati Onu documentano come le rimesse in valuta pregiata provenienti dagli emigrati in Europa abbiano creato in diversi Paesi africani una classe intermedia di famiglie che, grazie ai trasferimenti regolari dall’estero, possono contare su uno status sociale da perfetti rentier. E nessun terzomondista parlerà mai di questa stratificazione sociale di origine neocoloniale in termini di condanna marxista per una nuova borghesia africana il cui interesse oggettivo è il mantenimento del circuito di esodo e rimesse mentre lo sviluppo produttivo interno resta del tutto dormiente a dispetto dei fondi di sviluppo percepiti. Il sistema di estrazione di manodopera e flussi demografici dall’Africa non viene letto come neocolonialismo ma come «necessità umanitaria» basata sull’estensione narrativa del concetto di «guerra perpetua», poi derubricata a «fame» e poi a «emergenza climatica». La mobilità umana verso l’Europa è presentata come diritto universale e riscatto postcoloniale mentre qualsiasi restrizione è bollata come razzismo o sovranismo, quando invece il primo dei diritti sarebbe quello di non emigrare e l’unica vera fuoriuscita dal colonialismo dovrebbe basarsi sul rispetto delle sovranità e diversità altrui. Il postcolonialismo viene applicato solo al passato europeo, mentre le nuove asimmetrie vengono neutralizzate dal paradigma dei «nuovi diritti» avulsi da ogni riflessione sulle conseguenze del sistema immigrazionista.
Le stesse morti in mare non vengono mai lette come conseguenze di questo apparato di sfruttamento ma sono sempre attribuite a cause esterne, ignorando con ciò il fatto che la promozione di flussi non selettivi e scarsamente governati produce strutturalmente queste perdite come conseguenza prevedibile ma accettata dal paradigma, a maggior ragione in presenza di una filiera d’intervento strutturata e basata sulle Ong europee.
Appare difficile non ammettere il cinismo di questa enorme e ormai pluridecennale dinamica basata sulla separazione tra etica umanitaria dichiarata e razionalità gestionale implicita, dove i morti vengono considerati, questa volta con molto rigore marxista, come vittime dei «trafficanti», dei malvagi che si fanno guidare dal profitto ma che, se non esistessero, consentirebbero a tutti gli immigrati di utilizzare i sicuri voli di linea, gli stessi voli che ci sono ma che nessuno prende mai. La verità è che un sistema che estrae valore umano da un continente sottosviluppato per alimentare il sistema produttivo di un continente iperindustrializzato e ormai alle porte della rivoluzione robotica, non viene riconosciuto come tale perché chi ne trae beneficio materiale e simbolico basa la propria stessa esistenza ed espansione sulla narrazione dell’inevitabilità.
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