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2025-02-08
Trump alza un muro a difesa dei cristiani. E annuncia: «Presto incontrerò Xi Jinping»
Donald Trump e la procuratrice Pam Bondi (Getty Images)
Donald Trump punta a contrastare la discriminazione che colpisce i cristiani. Il presidente americano ha infatti incaricato la procuratrice generale, Pam Bondi, di guidare una task force per «fermare immediatamente tutte le forme di discriminazione e di attacchi anticristiani all’interno del governo federale». Trump ha poi aggiunto che il Dipartimento di Giustizia dovrà «perseguire pienamente la violenza e il vandalismo anticristiani nella nostra società e fare di tutto, per difendere i diritti dei cristiani e dei credenti religiosi in tutto il Paese». Poco dopo queste dichiarazioni, l’inquilino della Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo in tal senso.
I critici hanno subito accusato il presidente di violare la separazione tra Stato e Chiesa. In realtà, il provvedimento di Trump affonda le proprie radici in una situazione abbastanza allarmante. Nel giugno 2022, dopo che la Corte Suprema cassò la sentenza Roe v Wade, gli attivisti pro aborto vandalizzarono numerose chiese in Florida, Louisiana, New York, Oregon, Texas, Washington e Virginia. A ottobre scorso, la Catholic News Agency ha riportato che una chiesa cattolica di Los Angeles era stata più volte oggetto di incendi dolosi e graffiti nell’arco dei quattro mesi precedenti. Era invece settembre, quando è stata aperta un’indagine per «potenziali crimini d’odio», dopo che un crocifisso era stato danneggiato all’interno della cappella della Georgetown University. Tutto questo, mentre, a luglio 2024, una parrocchia dell’Arkansas era stata pesantemente vandalizzata e, in una chiesa newyorchese, era stata anche decapitata una statua di Gesù Cristo.
Ebbene, non è che il dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Biden abbia esattamente messo questi gravi episodi al centro dei suoi pensieri. Anzi, in alcuni casi ha intrattenuto dei rapporti burrascosi e controversi con il mondo cattolico. Nel gennaio 2023, trapelò alla stampa un memorandum interno della sezione dell’Fbi di Richmond, che metteva nel mirino alcuni gruppi di cattolici tradizionalisti, sostenendo che fossero caratterizzati dall’«adesione a una ideologia antisemita, anti-immigrati, anti-lgbtq e improntata al suprematismo bianco». Peccato che le fonti usate dal Bureau per giustificare quella linea fossero del tutto inadeguate. Si trattava infatti della rivista progressista Salon e del Southern Poverty Law Center: una onlus che è stata più volte accusata di bollare faziosamente alcune associazioni conservatrici e cristiane come gruppi d’odio.
L’imbarazzo fu tale che la sede centrale dell’Fbi intervenne pubblicamente, per ritirare quel controverso documento. «Dopo aver appreso del documento», affermò il Bureau, «il quartier generale dell’Fbi ha rapidamente iniziato ad agire per rimuoverlo dai sistemi dell’Fbi e per condurre una revisione delle sue basi. L’Fbi si impegna a svolgere un solido lavoro analitico e a indagare e prevenire atti di violenza e altri crimini, pur sostenendo i diritti costituzionali di tutti gli americani, e non condurrà mai attività investigative né aprirà un’indagine basata esclusivamente su attività protette dal Primo emendamento». Ma non è finita qui. A maggio scorso, un giudice federale del North Dakota ha dato ragione a un gruppo di imprenditori cristiani, la Christian employers alliance, che rifiutava l’imposizione, attuata dall’amministrazione Biden, di fornire copertura assicurativa sanitaria ai dipendenti che facevano ricorso a dei trattamenti transgender.
Insomma, il provvedimento di Trump non è esattamente ingiustificato. È chiaro che una democrazia liberale non debba fare, per così dire, favoritismi in materia di religione e fede. Ma è altrettanto chiaro come, con l’amministrazione Biden, ampi settori del variegato mondo cristiano americano non siano stati trattati in modo equo. E non è tutto. Mercoledì, il presidente americano ha anche firmato un ordine esecutivo che vieta ai transgender di partecipare alle competizioni sportive femminili: si tratta del resto di un cavallo di battaglia del tycoon dai tempi della campagna elettorale. In particolare, i trans non saranno più posti sotto la protezione del Titolo IX e il presidente ha specificamente incaricato il Dipartimento dell’Istruzione di vigilare in questo senso.
Frattanto, Trump continua a guardare ai principali dossier internazionali. Ieri, ha detto che parlerà con Vladimir Putin e che forse incontrerà Xi Jinping. Probabilmente avrà un meeting anche con Volodymyr Zelensky la prossima settimana. Nel mentre, l’inviato statunitense per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha reso noto che il presidente potrebbe raddoppiare le sanzioni a Mosca, per spingerla a porre fine all’invasione. Tuttavia ha, al contempo, ammesso che entrambi i belligeranti dovranno fare delle concessioni.
Ma Trump sta tirando dritto anche contro le misure green del predecessore. Ieri, ha annunciato che firmerà un decreto volto ad abolire le politiche di Joe Biden a favore delle cannucce di carta, considerate eco-friendly. «La prossima settimana firmerò un ordine esecutivo per porre fine alla ridicola spinta di Biden a favore delle cannucce di carta, che non funzionano. Torniamo alla plastica!», ha dichiarato. In tutto questo, giovedì l’amministrazione americana ha intimato ai singoli Stati di non spendere i cinque miliardi di dollari che, stanziati ai tempi di Biden, erano finalizzati alla realizzazione di stazioni di ricarica per le auto elettriche. Venendo poi alla questione dei tagli alla spesa, ieri il presidente ha decretato una revisione dei fondi pubblici diretti alle Ong, anticipando che verranno sospesi quelli rivolti alle organizzazioni che «minano l’interesse nazionale».
Gli Elkann versano quasi 10 milioni di euro al Fisco
I fratelli John, Lapo e Ginevra Elkann hanno versato all’Agenzia delle entrate poco meno di 10 milioni di euro, a seguito della notifica di un verbale. La circostanza, secondo fonti vicine alla famiglia, non sarebbe però in alcun modo collegata legata agli sviluppi dell’inchiesta avviato dalla Procura di Torino sui risvolti dell’eredità di Gianni Agnelli e, in particolare, a un presunta violazione fiscale sul vitalizio percepito da Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato. Si tratterebbe invece della sanatoria a «una contestazione di tipo amministrativo» che «non ha alcuna rilevanza sul procedimento penale e non comporta alcuna ammissione di responsabilità». I tre nipoti di Gianni Agnelli sono indagati dalla Procura di Torino, che li accusa di evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato (insieme al commercialista Gianluca Ferrero e ai notai Urs Von Grueningen e Remo Maria Morone). Il fascicolo è incentrato sull’accusa che la Caracciolo, vedova dell’Avvocato, vivesse in realtà in Italia e non in Svizzera come sostenuto nelle dichiarazioni dei redditi. Da quell’ipotesi investigativa, suffragata da numerosi elementi raccolti dagli inquirenti, sono emersi nuovi filoni di inchiesta. Che hanno portato a un sequestro da oltre 74,8 milioni di euro. La Caracciolo, secondo le ricostruzioni della Procura, era coinvolta nelle attività di diverse società e fondazioni, tra cui proprio la Dicembre, di cui è stata socia dal 1984 al 2015, quando ne è divenuta «socia d’opera». Parliamo della società semplice Dicembre, la cassaforte di famiglia, creata nel 1984 dall’avvocato, controlla un patrimonio da circa 35 miliardi, che quest’anno incasserà più o meno un miliardo di dollari dalle sue controllate. La Dicembre controlla infatti il 40% della Giovanni Agnelli Bv, società di diritto olandese che, a sua volta, detta legge in in Exor, grazie al 52,6% delle azioni e all’87% dei diritti di voto. A sua volta Exor controlla tutte le società del tutto o in parte riconducibili alla famiglia, Elkann/Agnelli, a cominciare dalla quota di Stellantis, per arrivare a Gedi, la società editoriale che manda in edicola i quotidiani La Repubblica e La Stampa. In mezzo, quote rilevanti di Ferrari, Iveco, Philips, Christian Louboutin, e il 65% della Juventus.
Il 60% della Dicembre è oggi saldamente nelle mani di John Elkann, che dal 2009 è anche alla guida di Exor. Margherita Agnelli, come detto figlia di Gianni (morto nel 2003) e di Marella Caracciolo, (2019) contesta però gli atti di successione di entrambi pur avendo formalmente firmato nel 2004 un accordo transattivo per l’eredità del padre e una rinuncia (patto successorio) alla futura eredità della madre, in cambio di circa 1,3 miliardi, spianando così la strada ai figli. Durante le indagini, sarebbero emersi numerosi elementi a sostegno della versione di Margherita Agnelli, che afferma che la residenza in Svizzera della madre sarebbe stata fittizia. Ipotesi su cui si basano i reati contestati ai fratelli Elkann, che grazie a questo escamotage avrebbero ottenuto consistenti vantaggi. Dopo la morte del marito, in un accordo transattivo, Margherita Agnelli, aveva ceduto alla madre la sua partecipazione. Quelle quote, secondo Margherita. a sua volta madre di John, Lapo e Ginevra Elkann, «garantiscono un’influenza dominante su Exor», il gigante finanziario con una capitalizzazione di quasi 17 miliardi di euro nel 2021. L’emersione delle quote della Dicembre avrebbe, secondo gli investigatori, «rilevanti conseguenze fiscali ed ereditarie». Un nodo che potrebbe produrre anche risvolti aziendali: se quelle partecipazioni dovessero tornare a Margherita, lei potrebbe riacquisire il controllo della cassaforte di famiglia e, con essa, di Exor. Per ora, però, resta solo un’ipotesi.
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Il tycoon vuole fermare le discriminazioni religiose all’interno degli apparati Usa. Un altro fronte: «Basta cannucce di carta».I tre nipoti dell’Avvocato Agnelli hanno saldato un verbale monstre, che però non sarebbe collegato alle indagini sull’eredità Agnelli.Lo speciale contiene due articoli.Donald Trump punta a contrastare la discriminazione che colpisce i cristiani. Il presidente americano ha infatti incaricato la procuratrice generale, Pam Bondi, di guidare una task force per «fermare immediatamente tutte le forme di discriminazione e di attacchi anticristiani all’interno del governo federale». Trump ha poi aggiunto che il Dipartimento di Giustizia dovrà «perseguire pienamente la violenza e il vandalismo anticristiani nella nostra società e fare di tutto, per difendere i diritti dei cristiani e dei credenti religiosi in tutto il Paese». Poco dopo queste dichiarazioni, l’inquilino della Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo in tal senso.I critici hanno subito accusato il presidente di violare la separazione tra Stato e Chiesa. In realtà, il provvedimento di Trump affonda le proprie radici in una situazione abbastanza allarmante. Nel giugno 2022, dopo che la Corte Suprema cassò la sentenza Roe v Wade, gli attivisti pro aborto vandalizzarono numerose chiese in Florida, Louisiana, New York, Oregon, Texas, Washington e Virginia. A ottobre scorso, la Catholic News Agency ha riportato che una chiesa cattolica di Los Angeles era stata più volte oggetto di incendi dolosi e graffiti nell’arco dei quattro mesi precedenti. Era invece settembre, quando è stata aperta un’indagine per «potenziali crimini d’odio», dopo che un crocifisso era stato danneggiato all’interno della cappella della Georgetown University. Tutto questo, mentre, a luglio 2024, una parrocchia dell’Arkansas era stata pesantemente vandalizzata e, in una chiesa newyorchese, era stata anche decapitata una statua di Gesù Cristo.Ebbene, non è che il dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Biden abbia esattamente messo questi gravi episodi al centro dei suoi pensieri. Anzi, in alcuni casi ha intrattenuto dei rapporti burrascosi e controversi con il mondo cattolico. Nel gennaio 2023, trapelò alla stampa un memorandum interno della sezione dell’Fbi di Richmond, che metteva nel mirino alcuni gruppi di cattolici tradizionalisti, sostenendo che fossero caratterizzati dall’«adesione a una ideologia antisemita, anti-immigrati, anti-lgbtq e improntata al suprematismo bianco». Peccato che le fonti usate dal Bureau per giustificare quella linea fossero del tutto inadeguate. Si trattava infatti della rivista progressista Salon e del Southern Poverty Law Center: una onlus che è stata più volte accusata di bollare faziosamente alcune associazioni conservatrici e cristiane come gruppi d’odio.L’imbarazzo fu tale che la sede centrale dell’Fbi intervenne pubblicamente, per ritirare quel controverso documento. «Dopo aver appreso del documento», affermò il Bureau, «il quartier generale dell’Fbi ha rapidamente iniziato ad agire per rimuoverlo dai sistemi dell’Fbi e per condurre una revisione delle sue basi. L’Fbi si impegna a svolgere un solido lavoro analitico e a indagare e prevenire atti di violenza e altri crimini, pur sostenendo i diritti costituzionali di tutti gli americani, e non condurrà mai attività investigative né aprirà un’indagine basata esclusivamente su attività protette dal Primo emendamento». Ma non è finita qui. A maggio scorso, un giudice federale del North Dakota ha dato ragione a un gruppo di imprenditori cristiani, la Christian employers alliance, che rifiutava l’imposizione, attuata dall’amministrazione Biden, di fornire copertura assicurativa sanitaria ai dipendenti che facevano ricorso a dei trattamenti transgender.Insomma, il provvedimento di Trump non è esattamente ingiustificato. È chiaro che una democrazia liberale non debba fare, per così dire, favoritismi in materia di religione e fede. Ma è altrettanto chiaro come, con l’amministrazione Biden, ampi settori del variegato mondo cristiano americano non siano stati trattati in modo equo. E non è tutto. Mercoledì, il presidente americano ha anche firmato un ordine esecutivo che vieta ai transgender di partecipare alle competizioni sportive femminili: si tratta del resto di un cavallo di battaglia del tycoon dai tempi della campagna elettorale. In particolare, i trans non saranno più posti sotto la protezione del Titolo IX e il presidente ha specificamente incaricato il Dipartimento dell’Istruzione di vigilare in questo senso.Frattanto, Trump continua a guardare ai principali dossier internazionali. Ieri, ha detto che parlerà con Vladimir Putin e che forse incontrerà Xi Jinping. Probabilmente avrà un meeting anche con Volodymyr Zelensky la prossima settimana. Nel mentre, l’inviato statunitense per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha reso noto che il presidente potrebbe raddoppiare le sanzioni a Mosca, per spingerla a porre fine all’invasione. Tuttavia ha, al contempo, ammesso che entrambi i belligeranti dovranno fare delle concessioni.Ma Trump sta tirando dritto anche contro le misure green del predecessore. Ieri, ha annunciato che firmerà un decreto volto ad abolire le politiche di Joe Biden a favore delle cannucce di carta, considerate eco-friendly. «La prossima settimana firmerò un ordine esecutivo per porre fine alla ridicola spinta di Biden a favore delle cannucce di carta, che non funzionano. Torniamo alla plastica!», ha dichiarato. In tutto questo, giovedì l’amministrazione americana ha intimato ai singoli Stati di non spendere i cinque miliardi di dollari che, stanziati ai tempi di Biden, erano finalizzati alla realizzazione di stazioni di ricarica per le auto elettriche. Venendo poi alla questione dei tagli alla spesa, ieri il presidente ha decretato una revisione dei fondi pubblici diretti alle Ong, anticipando che verranno sospesi quelli rivolti alle organizzazioni che «minano l’interesse nazionale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-pam-bondi-cristiani-2671116923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-elkann-versano-quasi-10-milioni-di-euro-al-fisco" data-post-id="2671116923" data-published-at="1738965386" data-use-pagination="False"> Gli Elkann versano quasi 10 milioni di euro al Fisco I fratelli John, Lapo e Ginevra Elkann hanno versato all’Agenzia delle entrate poco meno di 10 milioni di euro, a seguito della notifica di un verbale. La circostanza, secondo fonti vicine alla famiglia, non sarebbe però in alcun modo collegata legata agli sviluppi dell’inchiesta avviato dalla Procura di Torino sui risvolti dell’eredità di Gianni Agnelli e, in particolare, a un presunta violazione fiscale sul vitalizio percepito da Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato. Si tratterebbe invece della sanatoria a «una contestazione di tipo amministrativo» che «non ha alcuna rilevanza sul procedimento penale e non comporta alcuna ammissione di responsabilità». I tre nipoti di Gianni Agnelli sono indagati dalla Procura di Torino, che li accusa di evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato (insieme al commercialista Gianluca Ferrero e ai notai Urs Von Grueningen e Remo Maria Morone). Il fascicolo è incentrato sull’accusa che la Caracciolo, vedova dell’Avvocato, vivesse in realtà in Italia e non in Svizzera come sostenuto nelle dichiarazioni dei redditi. Da quell’ipotesi investigativa, suffragata da numerosi elementi raccolti dagli inquirenti, sono emersi nuovi filoni di inchiesta. Che hanno portato a un sequestro da oltre 74,8 milioni di euro. La Caracciolo, secondo le ricostruzioni della Procura, era coinvolta nelle attività di diverse società e fondazioni, tra cui proprio la Dicembre, di cui è stata socia dal 1984 al 2015, quando ne è divenuta «socia d’opera». Parliamo della società semplice Dicembre, la cassaforte di famiglia, creata nel 1984 dall’avvocato, controlla un patrimonio da circa 35 miliardi, che quest’anno incasserà più o meno un miliardo di dollari dalle sue controllate. La Dicembre controlla infatti il 40% della Giovanni Agnelli Bv, società di diritto olandese che, a sua volta, detta legge in in Exor, grazie al 52,6% delle azioni e all’87% dei diritti di voto. A sua volta Exor controlla tutte le società del tutto o in parte riconducibili alla famiglia, Elkann/Agnelli, a cominciare dalla quota di Stellantis, per arrivare a Gedi, la società editoriale che manda in edicola i quotidiani La Repubblica e La Stampa. In mezzo, quote rilevanti di Ferrari, Iveco, Philips, Christian Louboutin, e il 65% della Juventus. Il 60% della Dicembre è oggi saldamente nelle mani di John Elkann, che dal 2009 è anche alla guida di Exor. Margherita Agnelli, come detto figlia di Gianni (morto nel 2003) e di Marella Caracciolo, (2019) contesta però gli atti di successione di entrambi pur avendo formalmente firmato nel 2004 un accordo transattivo per l’eredità del padre e una rinuncia (patto successorio) alla futura eredità della madre, in cambio di circa 1,3 miliardi, spianando così la strada ai figli. Durante le indagini, sarebbero emersi numerosi elementi a sostegno della versione di Margherita Agnelli, che afferma che la residenza in Svizzera della madre sarebbe stata fittizia. Ipotesi su cui si basano i reati contestati ai fratelli Elkann, che grazie a questo escamotage avrebbero ottenuto consistenti vantaggi. Dopo la morte del marito, in un accordo transattivo, Margherita Agnelli, aveva ceduto alla madre la sua partecipazione. Quelle quote, secondo Margherita. a sua volta madre di John, Lapo e Ginevra Elkann, «garantiscono un’influenza dominante su Exor», il gigante finanziario con una capitalizzazione di quasi 17 miliardi di euro nel 2021. L’emersione delle quote della Dicembre avrebbe, secondo gli investigatori, «rilevanti conseguenze fiscali ed ereditarie». Un nodo che potrebbe produrre anche risvolti aziendali: se quelle partecipazioni dovessero tornare a Margherita, lei potrebbe riacquisire il controllo della cassaforte di famiglia e, con essa, di Exor. Per ora, però, resta solo un’ipotesi.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.