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2025-02-08
Trump alza un muro a difesa dei cristiani. E annuncia: «Presto incontrerò Xi Jinping»
Donald Trump e la procuratrice Pam Bondi (Getty Images)
Donald Trump punta a contrastare la discriminazione che colpisce i cristiani. Il presidente americano ha infatti incaricato la procuratrice generale, Pam Bondi, di guidare una task force per «fermare immediatamente tutte le forme di discriminazione e di attacchi anticristiani all’interno del governo federale». Trump ha poi aggiunto che il Dipartimento di Giustizia dovrà «perseguire pienamente la violenza e il vandalismo anticristiani nella nostra società e fare di tutto, per difendere i diritti dei cristiani e dei credenti religiosi in tutto il Paese». Poco dopo queste dichiarazioni, l’inquilino della Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo in tal senso.
I critici hanno subito accusato il presidente di violare la separazione tra Stato e Chiesa. In realtà, il provvedimento di Trump affonda le proprie radici in una situazione abbastanza allarmante. Nel giugno 2022, dopo che la Corte Suprema cassò la sentenza Roe v Wade, gli attivisti pro aborto vandalizzarono numerose chiese in Florida, Louisiana, New York, Oregon, Texas, Washington e Virginia. A ottobre scorso, la Catholic News Agency ha riportato che una chiesa cattolica di Los Angeles era stata più volte oggetto di incendi dolosi e graffiti nell’arco dei quattro mesi precedenti. Era invece settembre, quando è stata aperta un’indagine per «potenziali crimini d’odio», dopo che un crocifisso era stato danneggiato all’interno della cappella della Georgetown University. Tutto questo, mentre, a luglio 2024, una parrocchia dell’Arkansas era stata pesantemente vandalizzata e, in una chiesa newyorchese, era stata anche decapitata una statua di Gesù Cristo.
Ebbene, non è che il dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Biden abbia esattamente messo questi gravi episodi al centro dei suoi pensieri. Anzi, in alcuni casi ha intrattenuto dei rapporti burrascosi e controversi con il mondo cattolico. Nel gennaio 2023, trapelò alla stampa un memorandum interno della sezione dell’Fbi di Richmond, che metteva nel mirino alcuni gruppi di cattolici tradizionalisti, sostenendo che fossero caratterizzati dall’«adesione a una ideologia antisemita, anti-immigrati, anti-lgbtq e improntata al suprematismo bianco». Peccato che le fonti usate dal Bureau per giustificare quella linea fossero del tutto inadeguate. Si trattava infatti della rivista progressista Salon e del Southern Poverty Law Center: una onlus che è stata più volte accusata di bollare faziosamente alcune associazioni conservatrici e cristiane come gruppi d’odio.
L’imbarazzo fu tale che la sede centrale dell’Fbi intervenne pubblicamente, per ritirare quel controverso documento. «Dopo aver appreso del documento», affermò il Bureau, «il quartier generale dell’Fbi ha rapidamente iniziato ad agire per rimuoverlo dai sistemi dell’Fbi e per condurre una revisione delle sue basi. L’Fbi si impegna a svolgere un solido lavoro analitico e a indagare e prevenire atti di violenza e altri crimini, pur sostenendo i diritti costituzionali di tutti gli americani, e non condurrà mai attività investigative né aprirà un’indagine basata esclusivamente su attività protette dal Primo emendamento». Ma non è finita qui. A maggio scorso, un giudice federale del North Dakota ha dato ragione a un gruppo di imprenditori cristiani, la Christian employers alliance, che rifiutava l’imposizione, attuata dall’amministrazione Biden, di fornire copertura assicurativa sanitaria ai dipendenti che facevano ricorso a dei trattamenti transgender.
Insomma, il provvedimento di Trump non è esattamente ingiustificato. È chiaro che una democrazia liberale non debba fare, per così dire, favoritismi in materia di religione e fede. Ma è altrettanto chiaro come, con l’amministrazione Biden, ampi settori del variegato mondo cristiano americano non siano stati trattati in modo equo. E non è tutto. Mercoledì, il presidente americano ha anche firmato un ordine esecutivo che vieta ai transgender di partecipare alle competizioni sportive femminili: si tratta del resto di un cavallo di battaglia del tycoon dai tempi della campagna elettorale. In particolare, i trans non saranno più posti sotto la protezione del Titolo IX e il presidente ha specificamente incaricato il Dipartimento dell’Istruzione di vigilare in questo senso.
Frattanto, Trump continua a guardare ai principali dossier internazionali. Ieri, ha detto che parlerà con Vladimir Putin e che forse incontrerà Xi Jinping. Probabilmente avrà un meeting anche con Volodymyr Zelensky la prossima settimana. Nel mentre, l’inviato statunitense per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha reso noto che il presidente potrebbe raddoppiare le sanzioni a Mosca, per spingerla a porre fine all’invasione. Tuttavia ha, al contempo, ammesso che entrambi i belligeranti dovranno fare delle concessioni.
Ma Trump sta tirando dritto anche contro le misure green del predecessore. Ieri, ha annunciato che firmerà un decreto volto ad abolire le politiche di Joe Biden a favore delle cannucce di carta, considerate eco-friendly. «La prossima settimana firmerò un ordine esecutivo per porre fine alla ridicola spinta di Biden a favore delle cannucce di carta, che non funzionano. Torniamo alla plastica!», ha dichiarato. In tutto questo, giovedì l’amministrazione americana ha intimato ai singoli Stati di non spendere i cinque miliardi di dollari che, stanziati ai tempi di Biden, erano finalizzati alla realizzazione di stazioni di ricarica per le auto elettriche. Venendo poi alla questione dei tagli alla spesa, ieri il presidente ha decretato una revisione dei fondi pubblici diretti alle Ong, anticipando che verranno sospesi quelli rivolti alle organizzazioni che «minano l’interesse nazionale».
Gli Elkann versano quasi 10 milioni di euro al Fisco
I fratelli John, Lapo e Ginevra Elkann hanno versato all’Agenzia delle entrate poco meno di 10 milioni di euro, a seguito della notifica di un verbale. La circostanza, secondo fonti vicine alla famiglia, non sarebbe però in alcun modo collegata legata agli sviluppi dell’inchiesta avviato dalla Procura di Torino sui risvolti dell’eredità di Gianni Agnelli e, in particolare, a un presunta violazione fiscale sul vitalizio percepito da Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato. Si tratterebbe invece della sanatoria a «una contestazione di tipo amministrativo» che «non ha alcuna rilevanza sul procedimento penale e non comporta alcuna ammissione di responsabilità». I tre nipoti di Gianni Agnelli sono indagati dalla Procura di Torino, che li accusa di evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato (insieme al commercialista Gianluca Ferrero e ai notai Urs Von Grueningen e Remo Maria Morone). Il fascicolo è incentrato sull’accusa che la Caracciolo, vedova dell’Avvocato, vivesse in realtà in Italia e non in Svizzera come sostenuto nelle dichiarazioni dei redditi. Da quell’ipotesi investigativa, suffragata da numerosi elementi raccolti dagli inquirenti, sono emersi nuovi filoni di inchiesta. Che hanno portato a un sequestro da oltre 74,8 milioni di euro. La Caracciolo, secondo le ricostruzioni della Procura, era coinvolta nelle attività di diverse società e fondazioni, tra cui proprio la Dicembre, di cui è stata socia dal 1984 al 2015, quando ne è divenuta «socia d’opera». Parliamo della società semplice Dicembre, la cassaforte di famiglia, creata nel 1984 dall’avvocato, controlla un patrimonio da circa 35 miliardi, che quest’anno incasserà più o meno un miliardo di dollari dalle sue controllate. La Dicembre controlla infatti il 40% della Giovanni Agnelli Bv, società di diritto olandese che, a sua volta, detta legge in in Exor, grazie al 52,6% delle azioni e all’87% dei diritti di voto. A sua volta Exor controlla tutte le società del tutto o in parte riconducibili alla famiglia, Elkann/Agnelli, a cominciare dalla quota di Stellantis, per arrivare a Gedi, la società editoriale che manda in edicola i quotidiani La Repubblica e La Stampa. In mezzo, quote rilevanti di Ferrari, Iveco, Philips, Christian Louboutin, e il 65% della Juventus.
Il 60% della Dicembre è oggi saldamente nelle mani di John Elkann, che dal 2009 è anche alla guida di Exor. Margherita Agnelli, come detto figlia di Gianni (morto nel 2003) e di Marella Caracciolo, (2019) contesta però gli atti di successione di entrambi pur avendo formalmente firmato nel 2004 un accordo transattivo per l’eredità del padre e una rinuncia (patto successorio) alla futura eredità della madre, in cambio di circa 1,3 miliardi, spianando così la strada ai figli. Durante le indagini, sarebbero emersi numerosi elementi a sostegno della versione di Margherita Agnelli, che afferma che la residenza in Svizzera della madre sarebbe stata fittizia. Ipotesi su cui si basano i reati contestati ai fratelli Elkann, che grazie a questo escamotage avrebbero ottenuto consistenti vantaggi. Dopo la morte del marito, in un accordo transattivo, Margherita Agnelli, aveva ceduto alla madre la sua partecipazione. Quelle quote, secondo Margherita. a sua volta madre di John, Lapo e Ginevra Elkann, «garantiscono un’influenza dominante su Exor», il gigante finanziario con una capitalizzazione di quasi 17 miliardi di euro nel 2021. L’emersione delle quote della Dicembre avrebbe, secondo gli investigatori, «rilevanti conseguenze fiscali ed ereditarie». Un nodo che potrebbe produrre anche risvolti aziendali: se quelle partecipazioni dovessero tornare a Margherita, lei potrebbe riacquisire il controllo della cassaforte di famiglia e, con essa, di Exor. Per ora, però, resta solo un’ipotesi.
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Il tycoon vuole fermare le discriminazioni religiose all’interno degli apparati Usa. Un altro fronte: «Basta cannucce di carta».I tre nipoti dell’Avvocato Agnelli hanno saldato un verbale monstre, che però non sarebbe collegato alle indagini sull’eredità Agnelli.Lo speciale contiene due articoli.Donald Trump punta a contrastare la discriminazione che colpisce i cristiani. Il presidente americano ha infatti incaricato la procuratrice generale, Pam Bondi, di guidare una task force per «fermare immediatamente tutte le forme di discriminazione e di attacchi anticristiani all’interno del governo federale». Trump ha poi aggiunto che il Dipartimento di Giustizia dovrà «perseguire pienamente la violenza e il vandalismo anticristiani nella nostra società e fare di tutto, per difendere i diritti dei cristiani e dei credenti religiosi in tutto il Paese». Poco dopo queste dichiarazioni, l’inquilino della Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo in tal senso.I critici hanno subito accusato il presidente di violare la separazione tra Stato e Chiesa. In realtà, il provvedimento di Trump affonda le proprie radici in una situazione abbastanza allarmante. Nel giugno 2022, dopo che la Corte Suprema cassò la sentenza Roe v Wade, gli attivisti pro aborto vandalizzarono numerose chiese in Florida, Louisiana, New York, Oregon, Texas, Washington e Virginia. A ottobre scorso, la Catholic News Agency ha riportato che una chiesa cattolica di Los Angeles era stata più volte oggetto di incendi dolosi e graffiti nell’arco dei quattro mesi precedenti. Era invece settembre, quando è stata aperta un’indagine per «potenziali crimini d’odio», dopo che un crocifisso era stato danneggiato all’interno della cappella della Georgetown University. Tutto questo, mentre, a luglio 2024, una parrocchia dell’Arkansas era stata pesantemente vandalizzata e, in una chiesa newyorchese, era stata anche decapitata una statua di Gesù Cristo.Ebbene, non è che il dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Biden abbia esattamente messo questi gravi episodi al centro dei suoi pensieri. Anzi, in alcuni casi ha intrattenuto dei rapporti burrascosi e controversi con il mondo cattolico. Nel gennaio 2023, trapelò alla stampa un memorandum interno della sezione dell’Fbi di Richmond, che metteva nel mirino alcuni gruppi di cattolici tradizionalisti, sostenendo che fossero caratterizzati dall’«adesione a una ideologia antisemita, anti-immigrati, anti-lgbtq e improntata al suprematismo bianco». Peccato che le fonti usate dal Bureau per giustificare quella linea fossero del tutto inadeguate. Si trattava infatti della rivista progressista Salon e del Southern Poverty Law Center: una onlus che è stata più volte accusata di bollare faziosamente alcune associazioni conservatrici e cristiane come gruppi d’odio.L’imbarazzo fu tale che la sede centrale dell’Fbi intervenne pubblicamente, per ritirare quel controverso documento. «Dopo aver appreso del documento», affermò il Bureau, «il quartier generale dell’Fbi ha rapidamente iniziato ad agire per rimuoverlo dai sistemi dell’Fbi e per condurre una revisione delle sue basi. L’Fbi si impegna a svolgere un solido lavoro analitico e a indagare e prevenire atti di violenza e altri crimini, pur sostenendo i diritti costituzionali di tutti gli americani, e non condurrà mai attività investigative né aprirà un’indagine basata esclusivamente su attività protette dal Primo emendamento». Ma non è finita qui. A maggio scorso, un giudice federale del North Dakota ha dato ragione a un gruppo di imprenditori cristiani, la Christian employers alliance, che rifiutava l’imposizione, attuata dall’amministrazione Biden, di fornire copertura assicurativa sanitaria ai dipendenti che facevano ricorso a dei trattamenti transgender.Insomma, il provvedimento di Trump non è esattamente ingiustificato. È chiaro che una democrazia liberale non debba fare, per così dire, favoritismi in materia di religione e fede. Ma è altrettanto chiaro come, con l’amministrazione Biden, ampi settori del variegato mondo cristiano americano non siano stati trattati in modo equo. E non è tutto. Mercoledì, il presidente americano ha anche firmato un ordine esecutivo che vieta ai transgender di partecipare alle competizioni sportive femminili: si tratta del resto di un cavallo di battaglia del tycoon dai tempi della campagna elettorale. In particolare, i trans non saranno più posti sotto la protezione del Titolo IX e il presidente ha specificamente incaricato il Dipartimento dell’Istruzione di vigilare in questo senso.Frattanto, Trump continua a guardare ai principali dossier internazionali. Ieri, ha detto che parlerà con Vladimir Putin e che forse incontrerà Xi Jinping. Probabilmente avrà un meeting anche con Volodymyr Zelensky la prossima settimana. Nel mentre, l’inviato statunitense per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha reso noto che il presidente potrebbe raddoppiare le sanzioni a Mosca, per spingerla a porre fine all’invasione. Tuttavia ha, al contempo, ammesso che entrambi i belligeranti dovranno fare delle concessioni.Ma Trump sta tirando dritto anche contro le misure green del predecessore. Ieri, ha annunciato che firmerà un decreto volto ad abolire le politiche di Joe Biden a favore delle cannucce di carta, considerate eco-friendly. «La prossima settimana firmerò un ordine esecutivo per porre fine alla ridicola spinta di Biden a favore delle cannucce di carta, che non funzionano. Torniamo alla plastica!», ha dichiarato. In tutto questo, giovedì l’amministrazione americana ha intimato ai singoli Stati di non spendere i cinque miliardi di dollari che, stanziati ai tempi di Biden, erano finalizzati alla realizzazione di stazioni di ricarica per le auto elettriche. Venendo poi alla questione dei tagli alla spesa, ieri il presidente ha decretato una revisione dei fondi pubblici diretti alle Ong, anticipando che verranno sospesi quelli rivolti alle organizzazioni che «minano l’interesse nazionale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-pam-bondi-cristiani-2671116923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-elkann-versano-quasi-10-milioni-di-euro-al-fisco" data-post-id="2671116923" data-published-at="1738965386" data-use-pagination="False"> Gli Elkann versano quasi 10 milioni di euro al Fisco I fratelli John, Lapo e Ginevra Elkann hanno versato all’Agenzia delle entrate poco meno di 10 milioni di euro, a seguito della notifica di un verbale. La circostanza, secondo fonti vicine alla famiglia, non sarebbe però in alcun modo collegata legata agli sviluppi dell’inchiesta avviato dalla Procura di Torino sui risvolti dell’eredità di Gianni Agnelli e, in particolare, a un presunta violazione fiscale sul vitalizio percepito da Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato. Si tratterebbe invece della sanatoria a «una contestazione di tipo amministrativo» che «non ha alcuna rilevanza sul procedimento penale e non comporta alcuna ammissione di responsabilità». I tre nipoti di Gianni Agnelli sono indagati dalla Procura di Torino, che li accusa di evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato (insieme al commercialista Gianluca Ferrero e ai notai Urs Von Grueningen e Remo Maria Morone). Il fascicolo è incentrato sull’accusa che la Caracciolo, vedova dell’Avvocato, vivesse in realtà in Italia e non in Svizzera come sostenuto nelle dichiarazioni dei redditi. Da quell’ipotesi investigativa, suffragata da numerosi elementi raccolti dagli inquirenti, sono emersi nuovi filoni di inchiesta. Che hanno portato a un sequestro da oltre 74,8 milioni di euro. La Caracciolo, secondo le ricostruzioni della Procura, era coinvolta nelle attività di diverse società e fondazioni, tra cui proprio la Dicembre, di cui è stata socia dal 1984 al 2015, quando ne è divenuta «socia d’opera». Parliamo della società semplice Dicembre, la cassaforte di famiglia, creata nel 1984 dall’avvocato, controlla un patrimonio da circa 35 miliardi, che quest’anno incasserà più o meno un miliardo di dollari dalle sue controllate. La Dicembre controlla infatti il 40% della Giovanni Agnelli Bv, società di diritto olandese che, a sua volta, detta legge in in Exor, grazie al 52,6% delle azioni e all’87% dei diritti di voto. A sua volta Exor controlla tutte le società del tutto o in parte riconducibili alla famiglia, Elkann/Agnelli, a cominciare dalla quota di Stellantis, per arrivare a Gedi, la società editoriale che manda in edicola i quotidiani La Repubblica e La Stampa. In mezzo, quote rilevanti di Ferrari, Iveco, Philips, Christian Louboutin, e il 65% della Juventus. Il 60% della Dicembre è oggi saldamente nelle mani di John Elkann, che dal 2009 è anche alla guida di Exor. Margherita Agnelli, come detto figlia di Gianni (morto nel 2003) e di Marella Caracciolo, (2019) contesta però gli atti di successione di entrambi pur avendo formalmente firmato nel 2004 un accordo transattivo per l’eredità del padre e una rinuncia (patto successorio) alla futura eredità della madre, in cambio di circa 1,3 miliardi, spianando così la strada ai figli. Durante le indagini, sarebbero emersi numerosi elementi a sostegno della versione di Margherita Agnelli, che afferma che la residenza in Svizzera della madre sarebbe stata fittizia. Ipotesi su cui si basano i reati contestati ai fratelli Elkann, che grazie a questo escamotage avrebbero ottenuto consistenti vantaggi. Dopo la morte del marito, in un accordo transattivo, Margherita Agnelli, aveva ceduto alla madre la sua partecipazione. Quelle quote, secondo Margherita. a sua volta madre di John, Lapo e Ginevra Elkann, «garantiscono un’influenza dominante su Exor», il gigante finanziario con una capitalizzazione di quasi 17 miliardi di euro nel 2021. L’emersione delle quote della Dicembre avrebbe, secondo gli investigatori, «rilevanti conseguenze fiscali ed ereditarie». Un nodo che potrebbe produrre anche risvolti aziendali: se quelle partecipazioni dovessero tornare a Margherita, lei potrebbe riacquisire il controllo della cassaforte di famiglia e, con essa, di Exor. Per ora, però, resta solo un’ipotesi.
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Ci sono nomi di aziende aeronautiche italiane che ormai pochi ricordano. Questa è la storia.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
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Petroliere in navigazione nello Stretto di Hormuz (Getty Images)
Dopo l’attacco, sabato, di un drone iraniano alla petroliera Kiku, battente bandiera panamense, è partita la rappresaglia americana con raid aerei su basi militari iraniane nel porto di Sirik e nell’isola di Qeshm, sul lato iraniano dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha reagito con missili e droni verso le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. A seguito degli incidenti, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ieri in visita in Iraq, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz resterà sotto controllo iraniano per 30 giorni: «Lo Stretto di Hormuz rimane sotto la completa supervisione e gestione dell’Iran per i prossimi 30 giorni e, una volta rimossi tutti gli ostacoli, la piena capacità di navigazione del canale sarà ripristinata».
Da giorni Teheran rivendica che il transito dallo Stretto debba avvenire «in modo coordinato con la Guardia rivoluzionaria», ovvero i pasdaran, e lungo «corridoi concordati con l’Iran». Ciò nella prospettiva, in cui gli iraniani sperano ancora, che nei negoziati con gli Usa previsti fino a metà agosto, possano cavarne un pedaggio. Sono tali rivendicazioni all’origine dell’incidente della nave Kiku e di un precedente analogo, giovedì scorso. La reazione del comando americano Centcom, su ordine del presidente Donald Trump, è partita la notte fra sabato e domenica. Stando al Centcom, aerei statunitensi «hanno colpito 10 obiettivi in Iran fra cui infrastrutture di sorveglianza militari, sistemi di comunicazione, siti di difesa aerea, impianti di stoccaggio di droni e mezzi per la posa di mine». Trump ha postato sul social Truth l’ennesimo monito: «Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di essere ragionevoli e saremo costretti a portare a termine militarmente il lavoro che abbiamo iniziato. Se ciò accadesse, la Repubblica islamica dell’Iran cesserebbe di esistere».
Chiaramente gli Usa non potrebbero «far cessare di esistere l’Iran», se non con armi atomiche, fuori discussione. La reazione dei pasdaran ha preso corpo con missili e droni su avamposti statunitensi. Secondo la Guardia rivoluzionaria «sono state distrutte otto infrastrutture delle forze Usa nella base aerea Ali Al Salem, in Kuwait, e nella base della Quinta Flotta dell’US Navy a Port Salman, in Bahrein». Le truppe kuwaitiane, equipaggiate coi missili antiaerei Patriot forniti dagli Usa, hanno affermato di aver «intercettato e neutralizzato due missili balistici iraniani» e che l’incursione «non ha causato danni, né vittime». Dal ministero degli Esteri di Kuwait City è poi stata diramata «una condanna delle aggressioni dell’Iran in violazione della nostra sovranità». Stessi toni dal Bahrein, il cui comando militare ha denunciato «attacchi con missili balistici e droni intercettati e distrutto dalle nostre difese». Inoltre, il ministero degli Esteri del Bahrein, indicando «l’Iran responsabile di ogni escalation», ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di riunirsi «in sessione urgente».
La pretesa iraniana di dominare lo Stretto di Hormuz e la prontezza di Trump a reagire a ogni sgarro con attacchi aerei, paiono indicare che entrambe parti facciano a gara nel presentarsi come «vincitore» della guerra, per quanto nel caso iraniano la pretesa sia assai meno lontana dalla verità. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha promesso che «gli Stati Uniti continueranno, militarmente se necessario, a smantellare le infrastrutture che Teheran cerca di usare per controllare illegalmente una via navigabile internazionale». Ieri il gruppo armatoriale Cma-Cgm ha comunicato che una sua nave cargo battente bandiera francese «è riuscita a uscire dallo Stretto di Hormuz», ma che «10 navi del gruppo sono ancora bloccate». Inoltre, il Financial Times ha pubblicato i commenti di Takaya Soga, amministratore delegato della società di navigazione giapponese Nyk Line, secondo cui la presenza delle almeno 80 mine iraniane posate nei mesi scorsi ostacolerà il traffico navale attraverso Hormuz per mesi. Ha spiegato: «Le rotte disponibili sono limitate, una presso l’isola di Larak, vicino alla costa iraniana, e un’altra vicino all’Oman, a Sud».
Il processo negoziale dipenderà anche dall’evoluzione della situazione in Libano, dove ancora ieri sono proseguiti scontri fra truppe di Israele e miliziani Hezbollah, con l’uccisione di un soldato ebraico e di un miliziano sciita. Il ministro iraniano Araghchi chiede che «gli Stati Uniti costringano l’entità sionista (Israele, ndr) a cessare i raid». Secondo Axios, gli Usa avrebbero, per ora, «chiesto a Israele due modifiche sul testo dell’accordo con il Libano, una che impegna le truppe ebraiche a ritirarsi da un villaggio del Libano meridionale, l’altra che impegna a un più ampio ritiro dal Paese».
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