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2023-06-15
Pazza idea Trump: vincere e poi perdonarsi
Donald Trump (Getty Images)
«Non colpevole». Così si è dichiarato Donald Trump, comparendo l’altro ieri nel tribunale di Miami in riferimento ai 37 capi d’imputazione formulati contro di lui dal procuratore speciale Jack Smith per aver trattenuto dei documenti classificati dopo aver lasciato la Casa Bianca nel gennaio 2021. «È una persecuzione politica che sembra uscita direttamente da una nazione fascista o comunista. Questo giorno sarà ricordato con infamia e Joe Biden sarà ricordato per sempre come il presidente più corrotto nella storia del nostro Paese», ha tuonato Trump, i cui strali sono piovuti anche sul procuratore Smith, definito un «delinquente».
Quello che bisogna adesso capire è quale potrà essere l’impatto della nuova incriminazione sui destini elettorali dell’ex presidente. Dal punto di vista esclusivamente giudiziario, va detto che stavolta Trump rischia grosso, soprattutto a causa di un audio in cui, nel 2021, sembrava ammettere di non aver declassificato alcuni documenti che aveva trattenuto: un elemento che sarà difficile da ribaltare in sede processuale.
Il team legale dell’ex presidente - il primo della storia a subire un’incriminazione federale - punta molto su una sentenza del 2012, che riconobbe a Bill Clinton il diritto di tenersi alcuni documenti risalenti alla sua permanenza alla Casa Bianca. Non è tuttavia chiaro se questo precedente possa essere invocato in riferimento all’attuale situazione di Trump. Per quest’ultimo, la strada sul piano puramente giudiziario resta quindi in salita.
Ciò significa dunque che il destino politico dell’ex presidente è segnato? Forse sì, ma non è detta l’ultima parola. Un recentissimo sondaggio della Cbs ha rilevato che, nella corsa per le primarie repubblicane, Trump resta saldamente in testa col 61% dei consensi. Il governatore della Florida, Ron DeSantis è secondo al 23%, mentre gli altri sfidanti sono inchiodati a percentuali irrisorie. La nuova incriminazione potrebbe infatti ridurre ulteriormente i margini di manovra dei principali rivali dell’ex presidente, che rischiano o di schiacciarsi troppo sulle sue posizioni o di alienarsi sempre di più la base elettorale repubblicana.
Non solo. Ad essere politico è anche il duello in corso tra Trump e il procuratore speciale. L’ex presidente scommette tutto sulla tesi della persecuzione giudiziaria, puntando per prima cosa il dito contro il fatto che Smith è stato nominato dal procuratore generale Merrick Garland, il quale è stato a sua volta designato da Biden: il suo rivale alle presidenziali del 2020. In secondo luogo, Trump ha buon gioco nel denunciare la scomparsa dai radar dell’indagine sui documenti classificati dello stesso Biden. Ricordiamo che quest’ultimo ha trattenuto incartamenti sensibili per un tempo molto più lungo rispetto all’ex presidente (alcuni di questi documenti risalgono a prima del 2017, altri addirittura a prima del 2009). Infine, è stato il recente rapporto del procuratore speciale John Durham a mettere in evidenza la faziosità del dipartimento di Giustizia nell’imbastire le basi del cosiddetto Russiagate. E proprio il Russiagate potrebbe portare molti elettori a ritenere oggi valida la tesi della persecuzione giudiziaria, cavalcata da Trump.
Smith è ben consapevole dei problemi di credibilità che sta attraversando il dipartimento di Giustizia. Secondo un sondaggio di Abc News, il 47% dei cittadini statunitensi ritiene che la nuova incriminazione di Trump sia politicamente motivata, il 37% afferma il contrario, mentre il 16% dice di non sapere. È pur vero che, secondo la stessa rilevazione, il 48% degli statunitensi si dice favorevole all’incriminazione dell’ex presidente e il 35% contrario. Tuttavia, resta il fatto che per quasi un americano su due il dipartimento di Giustizia sarebbe mosso da motivazioni politiche. È per cercare di ribaltare tale percezione che Smith ha inserito nel documento d’accusa le foto degli scatoloni nella dimora di Trump, trasmettendo inoltre in anticipo alla Cnn la trascrizione dell’audio incriminato. Il punto è che, favorendo un circuito mediatico-giudiziario, il procuratore rischia di prestare il fianco alle critiche dell’ex presidente.
E comunque, come suggerito da analisi legali uscite su The Hill e Politico, la battaglia principale sarà sulla data d’avvio del processo. Smith vorrebbe celebrarlo in tempi brevi, mentre il team di Trump punta a spostare il tutto a dopo le elezioni del 2024. Uno scenario, quest’ultimo, altamente probabile, visto che la campagna elettorale sta entrando sempre più nel vivo e nessun giudice vorrà aprire un processo a ridosso del voto.
L’ex presidente ha un chiaro interesse nel rimandare. La sua strategia di difesa è attualmente pericolante e, qualora riuscisse a tornare alla Casa Bianca, potrebbe concedersi il perdono presidenziale (che tecnicamente può essere conferito anche prima di un’eventuale condanna): una circostanza che potrebbe verificarsi anche nel caso vincesse un altro candidato repubblicano.
C’è infine un ultimo scenario, attualmente del tutto ipotetico, da considerare. E se l’amministrazione Biden stesse usando l’incriminazione formulata da Smith come uno strumento di moral suasion in un’eventuale negoziazione per convincere Trump ad abbandonare la campagna elettorale?
E nel silenzio generale dei media l’Ucraina-gate dei Biden si allarga
Si parla molto (anche comprensibilmente) della nuova incriminazione di Donald Trump. Non si parla tuttavia (meno comprensibilmente) delle inquietanti novità relative all’accusa di corruzione riguardante i Biden. Eh sì, perché potrebbero presto spuntare degli audio compromettenti. Ma andiamo con ordine.
La settimana scorsa, i deputati repubblicani della commissione Sorveglianza della Camera avevano potuto finalmente visionare il documento dell’Fbi, secondo cui un alto dirigente della società ucraina Burisma avrebbe pagato cinque milioni di dollari a testa a Joe Biden e a suo figlio, Hunter, per ottenere il siluramento dell’allora procuratore generale ucraino, Viktor Shokin: procuratore che fu licenziato effettivamente nel 2016 dietro pressioni dello stesso Joe Biden, che all’epoca era vicepresidente degli Stati Uniti, mentre suo figlio sedeva nel board di Burisma (incarico da lui ricoperto dal 2014 al 2019). Secondo due deputate che avevano visionato il documento, il corruttore sarebbe stato il fondatore di Burisma, l’oligarca ucraino, Mykola Zlochevsky.
Ebbene, lunedì scorso, il senatore repubblicano Chuck Grassley ha rivelato che, stando all’incartamento, il presunto corruttore avrebbe conservato la registrazione di ben 17 conversazioni telefoniche: 15 avute con Hunter e due avute con lo stesso Joe Biden. Si tratta di registrazioni che, secondo Grassley, il presunto corruttore avrebbe conservato come «polizza assicurativa». Stando a quanto riportato dal senatore, questa circostanza sarebbe descritta nella parte del documento che risulta ancora segretata. «Non ho idea se ci siano registrazioni vocali o meno», ha dichiarato il vicedirettore dell’Fbi, Paul Abbate, durante un’audizione al Senato, svoltasi l’altro ieri. «Quello che vi dirò riguardo al documento è che è stato segretato per proteggere la fonte, come tutti sanno, e questa è una questione di vita o di morte, potenzialmente», ha aggiunto. Una reticenza che ha mandato su tutte le furie il senatore repubblicano Ted Cruz, secondo cui il Bureau starebbe «coprendo gravi accuse di evidenza di corruzione da parte del presidente».
Effettivamente qualcosa non torna. Nonostante non sia classificato, alcune parti del fatidico documento sono ancora segretate. L’Fbi parla di riservatezza per tutelare le fonti. Eppure tutta questa riservatezza non si è verificata nel corso dell’indagine del procuratore speciale Jack Smith su Trump, visto che l’esistenza dell’audio contro di lui e la sua relativa trascrizione sono state fatte trapelare alla Cnn prima che l’incriminazione dell’ex presidente fosse ufficializzata. Inoltre, se l’obiettivo è tutelare le fonti, basterebbe segretare il loro nome e non i fatti descritti nel documento. Se Grassley si fosse inventato di sana pianta l’esistenza di queste 17 registrazioni, basterebbe un po’ di trasparenza per sconfessarlo.
Vale inoltre la pena ricordare che la fonte alla base del documento che accusa i Biden è considerata «altamente credibile», essendo inoltre stata spesso usata dal Bureau negli scorsi anni. Non solo. Secondo il presidente della commissione Sorveglianza della Camera, James Comer, tale incartamento sarebbe attualmente usato dai federali in un’indagine in corso: probabilmente quella della procura del Delaware su Hunter Biden. Un’indagine, quest’ultima, che va avanti addirittura dal 2018 e che stranamente ancora non si è conclusa. Sarà un caso, ma il mese scorso un funzionario dell’Agenzia delle entrate americana, Gary Shapley, ha pubblicamente denunciato interferenze politiche in questa inchiesta da parte del Dipartimento di Giustizia.
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Le nuove accuse sono più solide del sexy-scandalo, ma questo non gli impedisce di staccare Ron DeSantis di 40 punti nei gradimenti. Ecco perché il tycoon punta a far slittare il processo oltre il voto, quando si aprirebbero scenari inediti. Compreso il colpo di spugna.Joe Biden: L’Fbi mette la testa sotto la sabbia, ma 17 audio svelerebbero le mazzette da Burisma.Lo speciale contiene due articoli.«Non colpevole». Così si è dichiarato Donald Trump, comparendo l’altro ieri nel tribunale di Miami in riferimento ai 37 capi d’imputazione formulati contro di lui dal procuratore speciale Jack Smith per aver trattenuto dei documenti classificati dopo aver lasciato la Casa Bianca nel gennaio 2021. «È una persecuzione politica che sembra uscita direttamente da una nazione fascista o comunista. Questo giorno sarà ricordato con infamia e Joe Biden sarà ricordato per sempre come il presidente più corrotto nella storia del nostro Paese», ha tuonato Trump, i cui strali sono piovuti anche sul procuratore Smith, definito un «delinquente». Quello che bisogna adesso capire è quale potrà essere l’impatto della nuova incriminazione sui destini elettorali dell’ex presidente. Dal punto di vista esclusivamente giudiziario, va detto che stavolta Trump rischia grosso, soprattutto a causa di un audio in cui, nel 2021, sembrava ammettere di non aver declassificato alcuni documenti che aveva trattenuto: un elemento che sarà difficile da ribaltare in sede processuale. Il team legale dell’ex presidente - il primo della storia a subire un’incriminazione federale - punta molto su una sentenza del 2012, che riconobbe a Bill Clinton il diritto di tenersi alcuni documenti risalenti alla sua permanenza alla Casa Bianca. Non è tuttavia chiaro se questo precedente possa essere invocato in riferimento all’attuale situazione di Trump. Per quest’ultimo, la strada sul piano puramente giudiziario resta quindi in salita. Ciò significa dunque che il destino politico dell’ex presidente è segnato? Forse sì, ma non è detta l’ultima parola. Un recentissimo sondaggio della Cbs ha rilevato che, nella corsa per le primarie repubblicane, Trump resta saldamente in testa col 61% dei consensi. Il governatore della Florida, Ron DeSantis è secondo al 23%, mentre gli altri sfidanti sono inchiodati a percentuali irrisorie. La nuova incriminazione potrebbe infatti ridurre ulteriormente i margini di manovra dei principali rivali dell’ex presidente, che rischiano o di schiacciarsi troppo sulle sue posizioni o di alienarsi sempre di più la base elettorale repubblicana. Non solo. Ad essere politico è anche il duello in corso tra Trump e il procuratore speciale. L’ex presidente scommette tutto sulla tesi della persecuzione giudiziaria, puntando per prima cosa il dito contro il fatto che Smith è stato nominato dal procuratore generale Merrick Garland, il quale è stato a sua volta designato da Biden: il suo rivale alle presidenziali del 2020. In secondo luogo, Trump ha buon gioco nel denunciare la scomparsa dai radar dell’indagine sui documenti classificati dello stesso Biden. Ricordiamo che quest’ultimo ha trattenuto incartamenti sensibili per un tempo molto più lungo rispetto all’ex presidente (alcuni di questi documenti risalgono a prima del 2017, altri addirittura a prima del 2009). Infine, è stato il recente rapporto del procuratore speciale John Durham a mettere in evidenza la faziosità del dipartimento di Giustizia nell’imbastire le basi del cosiddetto Russiagate. E proprio il Russiagate potrebbe portare molti elettori a ritenere oggi valida la tesi della persecuzione giudiziaria, cavalcata da Trump. Smith è ben consapevole dei problemi di credibilità che sta attraversando il dipartimento di Giustizia. Secondo un sondaggio di Abc News, il 47% dei cittadini statunitensi ritiene che la nuova incriminazione di Trump sia politicamente motivata, il 37% afferma il contrario, mentre il 16% dice di non sapere. È pur vero che, secondo la stessa rilevazione, il 48% degli statunitensi si dice favorevole all’incriminazione dell’ex presidente e il 35% contrario. Tuttavia, resta il fatto che per quasi un americano su due il dipartimento di Giustizia sarebbe mosso da motivazioni politiche. È per cercare di ribaltare tale percezione che Smith ha inserito nel documento d’accusa le foto degli scatoloni nella dimora di Trump, trasmettendo inoltre in anticipo alla Cnn la trascrizione dell’audio incriminato. Il punto è che, favorendo un circuito mediatico-giudiziario, il procuratore rischia di prestare il fianco alle critiche dell’ex presidente. E comunque, come suggerito da analisi legali uscite su The Hill e Politico, la battaglia principale sarà sulla data d’avvio del processo. Smith vorrebbe celebrarlo in tempi brevi, mentre il team di Trump punta a spostare il tutto a dopo le elezioni del 2024. Uno scenario, quest’ultimo, altamente probabile, visto che la campagna elettorale sta entrando sempre più nel vivo e nessun giudice vorrà aprire un processo a ridosso del voto. L’ex presidente ha un chiaro interesse nel rimandare. La sua strategia di difesa è attualmente pericolante e, qualora riuscisse a tornare alla Casa Bianca, potrebbe concedersi il perdono presidenziale (che tecnicamente può essere conferito anche prima di un’eventuale condanna): una circostanza che potrebbe verificarsi anche nel caso vincesse un altro candidato repubblicano. C’è infine un ultimo scenario, attualmente del tutto ipotetico, da considerare. E se l’amministrazione Biden stesse usando l’incriminazione formulata da Smith come uno strumento di moral suasion in un’eventuale negoziazione per convincere Trump ad abbandonare la campagna elettorale?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-biden-elezioni-2661348114.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-nel-silenzio-generale-dei-media-lucraina-gate-dei-biden-si-allarga" data-post-id="2661348114" data-published-at="1686824480" data-use-pagination="False"> E nel silenzio generale dei media l’Ucraina-gate dei Biden si allarga Si parla molto (anche comprensibilmente) della nuova incriminazione di Donald Trump. Non si parla tuttavia (meno comprensibilmente) delle inquietanti novità relative all’accusa di corruzione riguardante i Biden. Eh sì, perché potrebbero presto spuntare degli audio compromettenti. Ma andiamo con ordine. La settimana scorsa, i deputati repubblicani della commissione Sorveglianza della Camera avevano potuto finalmente visionare il documento dell’Fbi, secondo cui un alto dirigente della società ucraina Burisma avrebbe pagato cinque milioni di dollari a testa a Joe Biden e a suo figlio, Hunter, per ottenere il siluramento dell’allora procuratore generale ucraino, Viktor Shokin: procuratore che fu licenziato effettivamente nel 2016 dietro pressioni dello stesso Joe Biden, che all’epoca era vicepresidente degli Stati Uniti, mentre suo figlio sedeva nel board di Burisma (incarico da lui ricoperto dal 2014 al 2019). Secondo due deputate che avevano visionato il documento, il corruttore sarebbe stato il fondatore di Burisma, l’oligarca ucraino, Mykola Zlochevsky. Ebbene, lunedì scorso, il senatore repubblicano Chuck Grassley ha rivelato che, stando all’incartamento, il presunto corruttore avrebbe conservato la registrazione di ben 17 conversazioni telefoniche: 15 avute con Hunter e due avute con lo stesso Joe Biden. Si tratta di registrazioni che, secondo Grassley, il presunto corruttore avrebbe conservato come «polizza assicurativa». Stando a quanto riportato dal senatore, questa circostanza sarebbe descritta nella parte del documento che risulta ancora segretata. «Non ho idea se ci siano registrazioni vocali o meno», ha dichiarato il vicedirettore dell’Fbi, Paul Abbate, durante un’audizione al Senato, svoltasi l’altro ieri. «Quello che vi dirò riguardo al documento è che è stato segretato per proteggere la fonte, come tutti sanno, e questa è una questione di vita o di morte, potenzialmente», ha aggiunto. Una reticenza che ha mandato su tutte le furie il senatore repubblicano Ted Cruz, secondo cui il Bureau starebbe «coprendo gravi accuse di evidenza di corruzione da parte del presidente». Effettivamente qualcosa non torna. Nonostante non sia classificato, alcune parti del fatidico documento sono ancora segretate. L’Fbi parla di riservatezza per tutelare le fonti. Eppure tutta questa riservatezza non si è verificata nel corso dell’indagine del procuratore speciale Jack Smith su Trump, visto che l’esistenza dell’audio contro di lui e la sua relativa trascrizione sono state fatte trapelare alla Cnn prima che l’incriminazione dell’ex presidente fosse ufficializzata. Inoltre, se l’obiettivo è tutelare le fonti, basterebbe segretare il loro nome e non i fatti descritti nel documento. Se Grassley si fosse inventato di sana pianta l’esistenza di queste 17 registrazioni, basterebbe un po’ di trasparenza per sconfessarlo. Vale inoltre la pena ricordare che la fonte alla base del documento che accusa i Biden è considerata «altamente credibile», essendo inoltre stata spesso usata dal Bureau negli scorsi anni. Non solo. Secondo il presidente della commissione Sorveglianza della Camera, James Comer, tale incartamento sarebbe attualmente usato dai federali in un’indagine in corso: probabilmente quella della procura del Delaware su Hunter Biden. Un’indagine, quest’ultima, che va avanti addirittura dal 2018 e che stranamente ancora non si è conclusa. Sarà un caso, ma il mese scorso un funzionario dell’Agenzia delle entrate americana, Gary Shapley, ha pubblicamente denunciato interferenze politiche in questa inchiesta da parte del Dipartimento di Giustizia.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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