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2023-06-15
Pazza idea Trump: vincere e poi perdonarsi
Donald Trump (Getty Images)
«Non colpevole». Così si è dichiarato Donald Trump, comparendo l’altro ieri nel tribunale di Miami in riferimento ai 37 capi d’imputazione formulati contro di lui dal procuratore speciale Jack Smith per aver trattenuto dei documenti classificati dopo aver lasciato la Casa Bianca nel gennaio 2021. «È una persecuzione politica che sembra uscita direttamente da una nazione fascista o comunista. Questo giorno sarà ricordato con infamia e Joe Biden sarà ricordato per sempre come il presidente più corrotto nella storia del nostro Paese», ha tuonato Trump, i cui strali sono piovuti anche sul procuratore Smith, definito un «delinquente».
Quello che bisogna adesso capire è quale potrà essere l’impatto della nuova incriminazione sui destini elettorali dell’ex presidente. Dal punto di vista esclusivamente giudiziario, va detto che stavolta Trump rischia grosso, soprattutto a causa di un audio in cui, nel 2021, sembrava ammettere di non aver declassificato alcuni documenti che aveva trattenuto: un elemento che sarà difficile da ribaltare in sede processuale.
Il team legale dell’ex presidente - il primo della storia a subire un’incriminazione federale - punta molto su una sentenza del 2012, che riconobbe a Bill Clinton il diritto di tenersi alcuni documenti risalenti alla sua permanenza alla Casa Bianca. Non è tuttavia chiaro se questo precedente possa essere invocato in riferimento all’attuale situazione di Trump. Per quest’ultimo, la strada sul piano puramente giudiziario resta quindi in salita.
Ciò significa dunque che il destino politico dell’ex presidente è segnato? Forse sì, ma non è detta l’ultima parola. Un recentissimo sondaggio della Cbs ha rilevato che, nella corsa per le primarie repubblicane, Trump resta saldamente in testa col 61% dei consensi. Il governatore della Florida, Ron DeSantis è secondo al 23%, mentre gli altri sfidanti sono inchiodati a percentuali irrisorie. La nuova incriminazione potrebbe infatti ridurre ulteriormente i margini di manovra dei principali rivali dell’ex presidente, che rischiano o di schiacciarsi troppo sulle sue posizioni o di alienarsi sempre di più la base elettorale repubblicana.
Non solo. Ad essere politico è anche il duello in corso tra Trump e il procuratore speciale. L’ex presidente scommette tutto sulla tesi della persecuzione giudiziaria, puntando per prima cosa il dito contro il fatto che Smith è stato nominato dal procuratore generale Merrick Garland, il quale è stato a sua volta designato da Biden: il suo rivale alle presidenziali del 2020. In secondo luogo, Trump ha buon gioco nel denunciare la scomparsa dai radar dell’indagine sui documenti classificati dello stesso Biden. Ricordiamo che quest’ultimo ha trattenuto incartamenti sensibili per un tempo molto più lungo rispetto all’ex presidente (alcuni di questi documenti risalgono a prima del 2017, altri addirittura a prima del 2009). Infine, è stato il recente rapporto del procuratore speciale John Durham a mettere in evidenza la faziosità del dipartimento di Giustizia nell’imbastire le basi del cosiddetto Russiagate. E proprio il Russiagate potrebbe portare molti elettori a ritenere oggi valida la tesi della persecuzione giudiziaria, cavalcata da Trump.
Smith è ben consapevole dei problemi di credibilità che sta attraversando il dipartimento di Giustizia. Secondo un sondaggio di Abc News, il 47% dei cittadini statunitensi ritiene che la nuova incriminazione di Trump sia politicamente motivata, il 37% afferma il contrario, mentre il 16% dice di non sapere. È pur vero che, secondo la stessa rilevazione, il 48% degli statunitensi si dice favorevole all’incriminazione dell’ex presidente e il 35% contrario. Tuttavia, resta il fatto che per quasi un americano su due il dipartimento di Giustizia sarebbe mosso da motivazioni politiche. È per cercare di ribaltare tale percezione che Smith ha inserito nel documento d’accusa le foto degli scatoloni nella dimora di Trump, trasmettendo inoltre in anticipo alla Cnn la trascrizione dell’audio incriminato. Il punto è che, favorendo un circuito mediatico-giudiziario, il procuratore rischia di prestare il fianco alle critiche dell’ex presidente.
E comunque, come suggerito da analisi legali uscite su The Hill e Politico, la battaglia principale sarà sulla data d’avvio del processo. Smith vorrebbe celebrarlo in tempi brevi, mentre il team di Trump punta a spostare il tutto a dopo le elezioni del 2024. Uno scenario, quest’ultimo, altamente probabile, visto che la campagna elettorale sta entrando sempre più nel vivo e nessun giudice vorrà aprire un processo a ridosso del voto.
L’ex presidente ha un chiaro interesse nel rimandare. La sua strategia di difesa è attualmente pericolante e, qualora riuscisse a tornare alla Casa Bianca, potrebbe concedersi il perdono presidenziale (che tecnicamente può essere conferito anche prima di un’eventuale condanna): una circostanza che potrebbe verificarsi anche nel caso vincesse un altro candidato repubblicano.
C’è infine un ultimo scenario, attualmente del tutto ipotetico, da considerare. E se l’amministrazione Biden stesse usando l’incriminazione formulata da Smith come uno strumento di moral suasion in un’eventuale negoziazione per convincere Trump ad abbandonare la campagna elettorale?
E nel silenzio generale dei media l’Ucraina-gate dei Biden si allarga
Si parla molto (anche comprensibilmente) della nuova incriminazione di Donald Trump. Non si parla tuttavia (meno comprensibilmente) delle inquietanti novità relative all’accusa di corruzione riguardante i Biden. Eh sì, perché potrebbero presto spuntare degli audio compromettenti. Ma andiamo con ordine.
La settimana scorsa, i deputati repubblicani della commissione Sorveglianza della Camera avevano potuto finalmente visionare il documento dell’Fbi, secondo cui un alto dirigente della società ucraina Burisma avrebbe pagato cinque milioni di dollari a testa a Joe Biden e a suo figlio, Hunter, per ottenere il siluramento dell’allora procuratore generale ucraino, Viktor Shokin: procuratore che fu licenziato effettivamente nel 2016 dietro pressioni dello stesso Joe Biden, che all’epoca era vicepresidente degli Stati Uniti, mentre suo figlio sedeva nel board di Burisma (incarico da lui ricoperto dal 2014 al 2019). Secondo due deputate che avevano visionato il documento, il corruttore sarebbe stato il fondatore di Burisma, l’oligarca ucraino, Mykola Zlochevsky.
Ebbene, lunedì scorso, il senatore repubblicano Chuck Grassley ha rivelato che, stando all’incartamento, il presunto corruttore avrebbe conservato la registrazione di ben 17 conversazioni telefoniche: 15 avute con Hunter e due avute con lo stesso Joe Biden. Si tratta di registrazioni che, secondo Grassley, il presunto corruttore avrebbe conservato come «polizza assicurativa». Stando a quanto riportato dal senatore, questa circostanza sarebbe descritta nella parte del documento che risulta ancora segretata. «Non ho idea se ci siano registrazioni vocali o meno», ha dichiarato il vicedirettore dell’Fbi, Paul Abbate, durante un’audizione al Senato, svoltasi l’altro ieri. «Quello che vi dirò riguardo al documento è che è stato segretato per proteggere la fonte, come tutti sanno, e questa è una questione di vita o di morte, potenzialmente», ha aggiunto. Una reticenza che ha mandato su tutte le furie il senatore repubblicano Ted Cruz, secondo cui il Bureau starebbe «coprendo gravi accuse di evidenza di corruzione da parte del presidente».
Effettivamente qualcosa non torna. Nonostante non sia classificato, alcune parti del fatidico documento sono ancora segretate. L’Fbi parla di riservatezza per tutelare le fonti. Eppure tutta questa riservatezza non si è verificata nel corso dell’indagine del procuratore speciale Jack Smith su Trump, visto che l’esistenza dell’audio contro di lui e la sua relativa trascrizione sono state fatte trapelare alla Cnn prima che l’incriminazione dell’ex presidente fosse ufficializzata. Inoltre, se l’obiettivo è tutelare le fonti, basterebbe segretare il loro nome e non i fatti descritti nel documento. Se Grassley si fosse inventato di sana pianta l’esistenza di queste 17 registrazioni, basterebbe un po’ di trasparenza per sconfessarlo.
Vale inoltre la pena ricordare che la fonte alla base del documento che accusa i Biden è considerata «altamente credibile», essendo inoltre stata spesso usata dal Bureau negli scorsi anni. Non solo. Secondo il presidente della commissione Sorveglianza della Camera, James Comer, tale incartamento sarebbe attualmente usato dai federali in un’indagine in corso: probabilmente quella della procura del Delaware su Hunter Biden. Un’indagine, quest’ultima, che va avanti addirittura dal 2018 e che stranamente ancora non si è conclusa. Sarà un caso, ma il mese scorso un funzionario dell’Agenzia delle entrate americana, Gary Shapley, ha pubblicamente denunciato interferenze politiche in questa inchiesta da parte del Dipartimento di Giustizia.
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Le nuove accuse sono più solide del sexy-scandalo, ma questo non gli impedisce di staccare Ron DeSantis di 40 punti nei gradimenti. Ecco perché il tycoon punta a far slittare il processo oltre il voto, quando si aprirebbero scenari inediti. Compreso il colpo di spugna.Joe Biden: L’Fbi mette la testa sotto la sabbia, ma 17 audio svelerebbero le mazzette da Burisma.Lo speciale contiene due articoli.«Non colpevole». Così si è dichiarato Donald Trump, comparendo l’altro ieri nel tribunale di Miami in riferimento ai 37 capi d’imputazione formulati contro di lui dal procuratore speciale Jack Smith per aver trattenuto dei documenti classificati dopo aver lasciato la Casa Bianca nel gennaio 2021. «È una persecuzione politica che sembra uscita direttamente da una nazione fascista o comunista. Questo giorno sarà ricordato con infamia e Joe Biden sarà ricordato per sempre come il presidente più corrotto nella storia del nostro Paese», ha tuonato Trump, i cui strali sono piovuti anche sul procuratore Smith, definito un «delinquente». Quello che bisogna adesso capire è quale potrà essere l’impatto della nuova incriminazione sui destini elettorali dell’ex presidente. Dal punto di vista esclusivamente giudiziario, va detto che stavolta Trump rischia grosso, soprattutto a causa di un audio in cui, nel 2021, sembrava ammettere di non aver declassificato alcuni documenti che aveva trattenuto: un elemento che sarà difficile da ribaltare in sede processuale. Il team legale dell’ex presidente - il primo della storia a subire un’incriminazione federale - punta molto su una sentenza del 2012, che riconobbe a Bill Clinton il diritto di tenersi alcuni documenti risalenti alla sua permanenza alla Casa Bianca. Non è tuttavia chiaro se questo precedente possa essere invocato in riferimento all’attuale situazione di Trump. Per quest’ultimo, la strada sul piano puramente giudiziario resta quindi in salita. Ciò significa dunque che il destino politico dell’ex presidente è segnato? Forse sì, ma non è detta l’ultima parola. Un recentissimo sondaggio della Cbs ha rilevato che, nella corsa per le primarie repubblicane, Trump resta saldamente in testa col 61% dei consensi. Il governatore della Florida, Ron DeSantis è secondo al 23%, mentre gli altri sfidanti sono inchiodati a percentuali irrisorie. La nuova incriminazione potrebbe infatti ridurre ulteriormente i margini di manovra dei principali rivali dell’ex presidente, che rischiano o di schiacciarsi troppo sulle sue posizioni o di alienarsi sempre di più la base elettorale repubblicana. Non solo. Ad essere politico è anche il duello in corso tra Trump e il procuratore speciale. L’ex presidente scommette tutto sulla tesi della persecuzione giudiziaria, puntando per prima cosa il dito contro il fatto che Smith è stato nominato dal procuratore generale Merrick Garland, il quale è stato a sua volta designato da Biden: il suo rivale alle presidenziali del 2020. In secondo luogo, Trump ha buon gioco nel denunciare la scomparsa dai radar dell’indagine sui documenti classificati dello stesso Biden. Ricordiamo che quest’ultimo ha trattenuto incartamenti sensibili per un tempo molto più lungo rispetto all’ex presidente (alcuni di questi documenti risalgono a prima del 2017, altri addirittura a prima del 2009). Infine, è stato il recente rapporto del procuratore speciale John Durham a mettere in evidenza la faziosità del dipartimento di Giustizia nell’imbastire le basi del cosiddetto Russiagate. E proprio il Russiagate potrebbe portare molti elettori a ritenere oggi valida la tesi della persecuzione giudiziaria, cavalcata da Trump. Smith è ben consapevole dei problemi di credibilità che sta attraversando il dipartimento di Giustizia. Secondo un sondaggio di Abc News, il 47% dei cittadini statunitensi ritiene che la nuova incriminazione di Trump sia politicamente motivata, il 37% afferma il contrario, mentre il 16% dice di non sapere. È pur vero che, secondo la stessa rilevazione, il 48% degli statunitensi si dice favorevole all’incriminazione dell’ex presidente e il 35% contrario. Tuttavia, resta il fatto che per quasi un americano su due il dipartimento di Giustizia sarebbe mosso da motivazioni politiche. È per cercare di ribaltare tale percezione che Smith ha inserito nel documento d’accusa le foto degli scatoloni nella dimora di Trump, trasmettendo inoltre in anticipo alla Cnn la trascrizione dell’audio incriminato. Il punto è che, favorendo un circuito mediatico-giudiziario, il procuratore rischia di prestare il fianco alle critiche dell’ex presidente. E comunque, come suggerito da analisi legali uscite su The Hill e Politico, la battaglia principale sarà sulla data d’avvio del processo. Smith vorrebbe celebrarlo in tempi brevi, mentre il team di Trump punta a spostare il tutto a dopo le elezioni del 2024. Uno scenario, quest’ultimo, altamente probabile, visto che la campagna elettorale sta entrando sempre più nel vivo e nessun giudice vorrà aprire un processo a ridosso del voto. L’ex presidente ha un chiaro interesse nel rimandare. La sua strategia di difesa è attualmente pericolante e, qualora riuscisse a tornare alla Casa Bianca, potrebbe concedersi il perdono presidenziale (che tecnicamente può essere conferito anche prima di un’eventuale condanna): una circostanza che potrebbe verificarsi anche nel caso vincesse un altro candidato repubblicano. C’è infine un ultimo scenario, attualmente del tutto ipotetico, da considerare. E se l’amministrazione Biden stesse usando l’incriminazione formulata da Smith come uno strumento di moral suasion in un’eventuale negoziazione per convincere Trump ad abbandonare la campagna elettorale?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-biden-elezioni-2661348114.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-nel-silenzio-generale-dei-media-lucraina-gate-dei-biden-si-allarga" data-post-id="2661348114" data-published-at="1686824480" data-use-pagination="False"> E nel silenzio generale dei media l’Ucraina-gate dei Biden si allarga Si parla molto (anche comprensibilmente) della nuova incriminazione di Donald Trump. Non si parla tuttavia (meno comprensibilmente) delle inquietanti novità relative all’accusa di corruzione riguardante i Biden. Eh sì, perché potrebbero presto spuntare degli audio compromettenti. Ma andiamo con ordine. La settimana scorsa, i deputati repubblicani della commissione Sorveglianza della Camera avevano potuto finalmente visionare il documento dell’Fbi, secondo cui un alto dirigente della società ucraina Burisma avrebbe pagato cinque milioni di dollari a testa a Joe Biden e a suo figlio, Hunter, per ottenere il siluramento dell’allora procuratore generale ucraino, Viktor Shokin: procuratore che fu licenziato effettivamente nel 2016 dietro pressioni dello stesso Joe Biden, che all’epoca era vicepresidente degli Stati Uniti, mentre suo figlio sedeva nel board di Burisma (incarico da lui ricoperto dal 2014 al 2019). Secondo due deputate che avevano visionato il documento, il corruttore sarebbe stato il fondatore di Burisma, l’oligarca ucraino, Mykola Zlochevsky. Ebbene, lunedì scorso, il senatore repubblicano Chuck Grassley ha rivelato che, stando all’incartamento, il presunto corruttore avrebbe conservato la registrazione di ben 17 conversazioni telefoniche: 15 avute con Hunter e due avute con lo stesso Joe Biden. Si tratta di registrazioni che, secondo Grassley, il presunto corruttore avrebbe conservato come «polizza assicurativa». Stando a quanto riportato dal senatore, questa circostanza sarebbe descritta nella parte del documento che risulta ancora segretata. «Non ho idea se ci siano registrazioni vocali o meno», ha dichiarato il vicedirettore dell’Fbi, Paul Abbate, durante un’audizione al Senato, svoltasi l’altro ieri. «Quello che vi dirò riguardo al documento è che è stato segretato per proteggere la fonte, come tutti sanno, e questa è una questione di vita o di morte, potenzialmente», ha aggiunto. Una reticenza che ha mandato su tutte le furie il senatore repubblicano Ted Cruz, secondo cui il Bureau starebbe «coprendo gravi accuse di evidenza di corruzione da parte del presidente». Effettivamente qualcosa non torna. Nonostante non sia classificato, alcune parti del fatidico documento sono ancora segretate. L’Fbi parla di riservatezza per tutelare le fonti. Eppure tutta questa riservatezza non si è verificata nel corso dell’indagine del procuratore speciale Jack Smith su Trump, visto che l’esistenza dell’audio contro di lui e la sua relativa trascrizione sono state fatte trapelare alla Cnn prima che l’incriminazione dell’ex presidente fosse ufficializzata. Inoltre, se l’obiettivo è tutelare le fonti, basterebbe segretare il loro nome e non i fatti descritti nel documento. Se Grassley si fosse inventato di sana pianta l’esistenza di queste 17 registrazioni, basterebbe un po’ di trasparenza per sconfessarlo. Vale inoltre la pena ricordare che la fonte alla base del documento che accusa i Biden è considerata «altamente credibile», essendo inoltre stata spesso usata dal Bureau negli scorsi anni. Non solo. Secondo il presidente della commissione Sorveglianza della Camera, James Comer, tale incartamento sarebbe attualmente usato dai federali in un’indagine in corso: probabilmente quella della procura del Delaware su Hunter Biden. Un’indagine, quest’ultima, che va avanti addirittura dal 2018 e che stranamente ancora non si è conclusa. Sarà un caso, ma il mese scorso un funzionario dell’Agenzia delle entrate americana, Gary Shapley, ha pubblicamente denunciato interferenze politiche in questa inchiesta da parte del Dipartimento di Giustizia.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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