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2019-07-29
Trump pensa di mettere gli Antifa nella lista dei terroristi
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Ansa
Il presidente americano parrebbe, insomma, pronto a ricorrere a un approccio law and order, rinverdendo il proprio messaggio securitario e - soprattutto - fornendo una chiara risposta alle frange elettorali vicine al mondo conservatore: una realtà, quest'ultima, che ha spesso riscontrato non pochi problemi con i militanti Antifa. Basti pensare che, lo scorso giugno, il fotoreporter conservatore, Andy Ngo, sia stato malmenato proprio da alcuni esponenti del movimento nel corso di una manifestazione a Portland (in Oregon). In risposta a questo fatto, qualche giorno fa, una parte del Partito repubblicano ha deciso di agire. Il senatore del Texas, Ted Cruz, e il senatore della Louisiana, Bill Cassidy, hanno infatti presentato una risoluzione per condannare gli atti violenti degli Antifa, chiedendo la designazione del gruppo come organizzazione terroristica interna. «L'Antifa è un gruppo di radicali odiatori e intolleranti che perseguono il loro programma radicale attraverso la violenza aggressiva», ha dichiarato Cruz in una nota. «Di volta in volta, le loro azioni hanno dimostrato che il loro unico scopo è quello di infliggere danni a coloro che si oppongono alle loro opinioni». D'altronde, lo stesso senatore texano, lo scorso settembre, fu costretto ad abbandonare insieme a sua moglie un ristorante a Washington, a causa di una manifestazione del gruppo. Erano i giorni concitati dell'audizione al Senato del giudice conservatore, Brett Kavanaugh, contestato da alcune frange progressiste per presunti abusi sessuali risalenti a decenni prima. E, in questo contesto tumultuoso, i militanti si lasciarono andare anche a una chiara minaccia: «Questo è un messaggio per Ted Cruz, Bret [sic] Kavanaugh, Donald Trump e il resto della feccia razzista, sessista, transfobica e omofobica di destra: non siete al sicuro. Vi troveremo. Vi metteremo sotto gli occhi di tutti. Vi toglieremo la pace che voi avete tolto a così tanti altri».
È in questo brodo di coltura che stanno maturando le intenzioni del presidente di designare il gruppo come organizzazione terroristica. Qualora il provvedimento venisse adottato, consentirebbe alle forze dell'ordine di effettuare indagini approfondite sulle associazioni e le affiliazioni note degli indagati. Nella fattispecie, il Patriot Act definisce organizzazione terroristica interna un gruppo volto ad agire in modo pericoloso per la vita umana, mirando a intimidire e usare mezzi coercitivi sulla popolazione civile o sul governo. Trump vorrebbe quindi conferire maggior potere alla polizia, per contrastare l'attività dei facinorosi. Un contrasto che non risulta sempre facile attuare. Il gruppo si presenta infatti come formalmente destrutturato e senza leader ufficiali, organizzando le proprie manifestazioni - in cui si mettono generalmente in scena atti di protesta o guerriglia urbana - attraverso l'impiego del web (dai social network alle mailing list). Attualmente si conterebbero circa duecento affiliazioni sparse negli Stati Uniti e - sembrerebbe - che il numero dei militanti sia considerevolmente aumentato dopo la vittoria elettorale di Trump, nel novembre del 2016. Va da sé che tale natura sfuggente renda difficile capire chi finanzi questa complessa realtà. Anche se, forse, qualche collegamento si può stabilire. Tra le associazioni che si stanno opponendo alla misura invocata da Trump, compare la American Civil Liberties Union: un'organizzazione che intrattiene storici legami con la Open Society di George Soros, da cui - nel 2014 - ha per esempio ricevuto cinquanta milioni di dollari per una campagna contro l'incarcerazione di massa.
Come che sia, a sinistra molti criticano il provvedimento minacciato da Trump, affermando che la sua intenzione altro non celerebbe se non la volontà di conferire maggiore discrezionalità alle forze dell'ordine con lo scopo di sopprimere il dissenso. Altri, poi, accusano il presidente americano di prendersela con il movimento antifascista, ignorando al contrario il fenomeno del suprematismo bianco. Più delicata appare invece la posizione del Partito democratico, al cui interno non pochi settori continuano a mantenere un atteggiamento di accondiscendenza verso il mondo Antifa. Certo: quando, nell'agosto del 2017, più di cento manifestanti Antifa attaccarono alcuni sostenitori di Trump a Berkeley, Nancy Pelosi (all'epoca leader della minoranza alla Camera) pronunciò parole di condanna per l'accaduto. Condanna che si rivelò comunque tutt'altro che tempestiva. Ciononostante le galassie della sinistra dem non sembrano aver preso granché le distanze da quel mondo. Basti pensare che, a gennaio del 2018, l'allora vicepresidente del Partito democratico, Keith Ellison, twittò una sua foto sorridente con in mano il libro «Il manuale dell'antifascista»: una scelta che suscitò non poche polemiche. D'altronde, la retorica violenta degli Antifa ai tempi del caso Kavanugh è stata in buona parte raccolta e fatta propria da alcuni importanti esponenti dell'Asinello. A partire dalla senatrice californiana, Kamala Harris, che - oltre a essere un ex procuratore - è anche candidata alla nomination democratica del 2020. Segno di come un certo progressismo intollerante si stia lentamente facendo strada anche ai vertici delle istituzioni. Però, per molti, il problema restano i tweet di Trump.
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La Casa Bianca sta ponderando la linea dura contro l'estremismo di sinistra. Sabato scorso, The Donald ha annunciato su Twitter di stare considerando la possibilità di definire il movimento militante antifascista come organizzazione terroristica. «Si sta prendendo in considerazione» - ha affermato - «di dichiarare gli Antifa, i codardi e fanatici della sinistra radicale che vanno in giro a colpire le persone (solo non combattenti) in testa con mazze da baseball, una grande Organizzazione del Terrore (insieme a MS-13 e altri). Renderebbe più facile alla polizia svolgere il proprio lavoro!».Il presidente americano parrebbe, insomma, pronto a ricorrere a un approccio law and order, rinverdendo il proprio messaggio securitario e - soprattutto - fornendo una chiara risposta alle frange elettorali vicine al mondo conservatore: una realtà, quest'ultima, che ha spesso riscontrato non pochi problemi con i militanti Antifa. Basti pensare che, lo scorso giugno, il fotoreporter conservatore, Andy Ngo, sia stato malmenato proprio da alcuni esponenti del movimento nel corso di una manifestazione a Portland (in Oregon). In risposta a questo fatto, qualche giorno fa, una parte del Partito repubblicano ha deciso di agire. Il senatore del Texas, Ted Cruz, e il senatore della Louisiana, Bill Cassidy, hanno infatti presentato una risoluzione per condannare gli atti violenti degli Antifa, chiedendo la designazione del gruppo come organizzazione terroristica interna. «L'Antifa è un gruppo di radicali odiatori e intolleranti che perseguono il loro programma radicale attraverso la violenza aggressiva», ha dichiarato Cruz in una nota. «Di volta in volta, le loro azioni hanno dimostrato che il loro unico scopo è quello di infliggere danni a coloro che si oppongono alle loro opinioni». D'altronde, lo stesso senatore texano, lo scorso settembre, fu costretto ad abbandonare insieme a sua moglie un ristorante a Washington, a causa di una manifestazione del gruppo. Erano i giorni concitati dell'audizione al Senato del giudice conservatore, Brett Kavanaugh, contestato da alcune frange progressiste per presunti abusi sessuali risalenti a decenni prima. E, in questo contesto tumultuoso, i militanti si lasciarono andare anche a una chiara minaccia: «Questo è un messaggio per Ted Cruz, Bret [sic] Kavanaugh, Donald Trump e il resto della feccia razzista, sessista, transfobica e omofobica di destra: non siete al sicuro. Vi troveremo. Vi metteremo sotto gli occhi di tutti. Vi toglieremo la pace che voi avete tolto a così tanti altri».È in questo brodo di coltura che stanno maturando le intenzioni del presidente di designare il gruppo come organizzazione terroristica. Qualora il provvedimento venisse adottato, consentirebbe alle forze dell'ordine di effettuare indagini approfondite sulle associazioni e le affiliazioni note degli indagati. Nella fattispecie, il Patriot Act definisce organizzazione terroristica interna un gruppo volto ad agire in modo pericoloso per la vita umana, mirando a intimidire e usare mezzi coercitivi sulla popolazione civile o sul governo. Trump vorrebbe quindi conferire maggior potere alla polizia, per contrastare l'attività dei facinorosi. Un contrasto che non risulta sempre facile attuare. Il gruppo si presenta infatti come formalmente destrutturato e senza leader ufficiali, organizzando le proprie manifestazioni - in cui si mettono generalmente in scena atti di protesta o guerriglia urbana - attraverso l'impiego del web (dai social network alle mailing list). Attualmente si conterebbero circa duecento affiliazioni sparse negli Stati Uniti e - sembrerebbe - che il numero dei militanti sia considerevolmente aumentato dopo la vittoria elettorale di Trump, nel novembre del 2016. Va da sé che tale natura sfuggente renda difficile capire chi finanzi questa complessa realtà. Anche se, forse, qualche collegamento si può stabilire. Tra le associazioni che si stanno opponendo alla misura invocata da Trump, compare la American Civil Liberties Union: un'organizzazione che intrattiene storici legami con la Open Society di George Soros, da cui - nel 2014 - ha per esempio ricevuto cinquanta milioni di dollari per una campagna contro l'incarcerazione di massa.Come che sia, a sinistra molti criticano il provvedimento minacciato da Trump, affermando che la sua intenzione altro non celerebbe se non la volontà di conferire maggiore discrezionalità alle forze dell'ordine con lo scopo di sopprimere il dissenso. Altri, poi, accusano il presidente americano di prendersela con il movimento antifascista, ignorando al contrario il fenomeno del suprematismo bianco. Più delicata appare invece la posizione del Partito democratico, al cui interno non pochi settori continuano a mantenere un atteggiamento di accondiscendenza verso il mondo Antifa. Certo: quando, nell'agosto del 2017, più di cento manifestanti Antifa attaccarono alcuni sostenitori di Trump a Berkeley, Nancy Pelosi (all'epoca leader della minoranza alla Camera) pronunciò parole di condanna per l'accaduto. Condanna che si rivelò comunque tutt'altro che tempestiva. Ciononostante le galassie della sinistra dem non sembrano aver preso granché le distanze da quel mondo. Basti pensare che, a gennaio del 2018, l'allora vicepresidente del Partito democratico, Keith Ellison, twittò una sua foto sorridente con in mano il libro «Il manuale dell'antifascista»: una scelta che suscitò non poche polemiche. D'altronde, la retorica violenta degli Antifa ai tempi del caso Kavanugh è stata in buona parte raccolta e fatta propria da alcuni importanti esponenti dell'Asinello. A partire dalla senatrice californiana, Kamala Harris, che - oltre a essere un ex procuratore - è anche candidata alla nomination democratica del 2020. Segno di come un certo progressismo intollerante si stia lentamente facendo strada anche ai vertici delle istituzioni. Però, per molti, il problema restano i tweet di Trump.
C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.
I metodi naturali e le attive sensibilità Montessori, (lo si sapeva già da allora e il ministro - il filosofo Giovanni Gentile - era d’accordo) erano esattamente il contrario delle gelide e supponenti regole dove adesso, più di un secolo dopo, si volevano consegnare i tre poetici bimbi Trevallion con la loro sanissima e profondamente colta adorazione verso il bosco, la natura e gli animali e i preziosi, indispensabili saperi fisici e spirituali che essi contengono.
Sembrava, dunque, che tutto andasse bene, ma ecco arrivare una figura notissima e molto temuta nelle attuali vicende umane, soprattutto tra i piccoli: l’assistente sociale. Un personaggio, spesso femminile, che ha preso forma in tempi recenti e confusi e, purtroppo, ha una storia professionale finora ancora breve e affrettata, con saperi fragili e sbrigativi, destinati alle richieste senz’anima delle burocrazie tradizionali.
Ecco, allora, che anche in questa storia, commovente e tremenda come le fiabe delle streghe e, come tante altre terribili e ciniche storie di cronaca, (come Bibbiano e Forteto), risuona il maleficio: fuori i figli dalla casa scandalosamente umile e non sufficientemente disinfettata e si affidino all’assistenza sociale. Non solo asettica, ma spesso apparentemente indifferente ai sentimenti, quando non ostile. Tuttavia, ciò è inaccettabile perché il sentimento è proprio ciò che promuove ogni cambiamento nella relazione psicologica: se non c’è, non succede niente, solo tristezza e disperazione. Ed ecco, quindi, il pianto disperato dei bambini e la tristezza degli adulti. Perché una famiglia non è un ente amministrativo: è un organismo vivente, quello dove - come ci ha ricordato papa Ratzinger pochi anni fa - si conosce l’altro, il primo, vero tu e, quindi, sé stessi. È così che si impara a vivere e nutrire i primi appetiti della persona, decisivi per il futuro: con la naturalità e la forza dei preziosi prodotti dell’orto di casa, in cui abbiamo impegnato il nostro stesso corpo. Recuperando, dunque, saperi sostanzialmente non molto diversi da quelli dei genitori, che affondavano le loro radici nei millenni dei libri fondativi delle varie culture.
Niente di astratto, si intende: le pratiche e considerazioni indispensabili sono note, molto utili e già silenziosamente seguite dalle usanze e conoscenze dei cani o dei gatti di casa, creature abili e pratiche, reduci da formazioni, giochi, strategie e movimenti maturati nei millenni della vita del creato. È anche per questo che queste creature naturalissime sono oggi più ascoltate dei burocratici assistenti sociali, ansiosamente in attesa delle molteplici e cangianti Intelligenze artificiali, ma nel frattempo sprezzanti delle esigenze più che mai vitali dell’istituzione umana più antica e sostanzialmente immodificabile dell’umanità: la famiglia, come ammesso anche da studiosi/e tuttora riconosciuti e ascoltati, come Hannah Arendt. In queste, però, osservando i fenomeni della realtà di oggi, e non delle burocrazie di ieri si trovano aspetti previsti anche dalle osservazioni fatte oggi e domani dalla fisica contemporanea, post einsteniana, nata insieme alla psicologia analitica junghiana nelle quale io stesso mi sono formato.
È, però, nell’indispensabile, concretissima e profonda famiglia cuore, sangue, corpo, pelle, gambe possono sostituire volentieri le astratte e formali dispense, di quelle che abbandonano la geniale sintesi della pratica fisica con la ferrea ignoranza del computer, richiuso nella ripetizione della formula e impedito allo sviluppo. Questi bambini e i loro avventurosi genitori hanno il diritto alla terrestre semplicità che si sa da tempo essere più istruttiva, profonda, vitale e divertente della spocchia e del manierismo burocratico; brutto e privo di senso.
Lasciateli essere sé stessi. Magari, anzi, copiateli un po’. Vedrete che è meglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 4 marzo 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega perché la guerra in Iran potrebbe durare a lungo.
Il Kazakistan è una landa sconfinata fra le ultime propaggini dell’Europa e l’immensa steppa asiatica che occupa la parte centrale di questa nazione. Nonostante i 2,7 milioni di chilometri quadrati che ne compongono la superficie, il Kazakistan ha appena di 19 milioni di abitanti, concentrati soprattutto in alcune aree specifiche come nella capitale Astana. Questo poco conosciuto gigante euro-asiatico è stato un serbatoio energetico dell’Unione Sovietica che vi ha impiantato sconfinate coltivazioni agricole. Mosca stabilì qui quello che veniva chiamato cosmodromo, esattamente a Bajkonur che è la più antica e grande base di lancio al mondo, tuttora gestita dalla Russia tramite un contratto d’affitto. Da Bajkonur è stato lanciato il primo satellite, il famoso Sputnik, e da qui è partito Jury Gagarin primo uomo arrivato nello spazio e sempre a Bajkonur è stato sviluppato e lanciato l'unico volo del Buran, lo space shuttle sovietico, nel 1988.
Ma il moderno Kazakistan ha saputo reinventarsi, diventando un attore cardine in un’area complicata come l’Asia centrale. Senza rinunciare agli storici rapporti con la Russia, Astana ha aperto alla Cina, fortemente interessate alle risorse energetiche dell’area e anche all’Europa con una serie di accordi commerciali. Oggi Astana rappresenta la più importante economia della regione con un Pil che nel 2023 ha raggiunto i 260 miliardi di dollari, nel 1991, data della sua indipendenza dall’Unione Sovietica, era di appena 11 miliardi. Come detto la sua crescita è trainata dai giacimenti di petrolio, gas e uranio, il greggio è particolarmente abbondante nel paese che occupa la dodicesima posizione nel mondo per riserve petrolifere, un fatto che aumentato il suo peso anche in funzione di sostituzione di gas e petrolio proveniente dalla Russia. Il ministro degli Esteri di Astana si è dimostrato un campione di equilibrismo, anche nella guerra fra Russia ed Ucraina, condannando le azioni di Mosca, ma senza chiudere i rapporti economici e politici. Basta vedere che dall’inizio del conflitto l’interscambio fra le due nazioni è cresciuto superando i 20 miliardi di dollari nel primo semestre del 2024, approfittando del crollo delle relazioni commerciali con l’Europa ed inserendosi con una certa abilità.
Ma è il commercio con Pechino che dal 2022 è sempre raddoppiato passando da 24 miliardi a 41 fino a raggiungere i 60 miliardi di interscambio. La Cina è proprietaria di importanti quote di giacimenti di gas e petrolio in Kazakhistan ed ha costruito un oleodotto che trasporta 20 milioni di tonnellate di petrolio ogni anno in direzione del comparto industriale cinese. Storicamente Astana è anche un grande produttore agricolo e Pechino nel 2023 ha acquistato 3,5 milioni di tonnellate di derrate alimentari, investendo anche nell’ammodernamento delle vetuste infrastrutture agricole kazake. La grande repubblica euroasiatica nel 2025 è crescita del 5%, migliorando il 3,4% del 2024, con un’inflazione sotto controllo, nonostante la debolezza degli scambi del tenge, la moneta locale. Il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev ha lodato più volte pubblicamente la stabilità dei «Cinque dell’Asia centrale», paesi prosperi e in costante sviluppo che stanno diventando sempre più influenti. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan stanno intensificando le loro relazioni segnando l’inizio di un nuovo periodo per lo sviluppo della regione nei prossimi cinque anni. Il presidente Tokayev ha definito l’area come un unico spazio geopolitico e spirituale, che avrebbe conservato la propria unicità nel corso della creazione e del crollo di vari imperi. «Tutti e cinque siamo stati in grado di modernizzare le istituzioni e le infrastrutture con una crescita economica costante. Oggi i nostri rapporti hanno acquisito contenuto concreto e sono saliti al livello di una profonda partnership e alleanza strategica. Soprattutto, i cinque Paesi hanno adottato una strategia prudente nelle relazioni di politica estera che ha aperto la strada alla loro piena partecipazione ai processi globali. Dal 2018 al 2024, l’interscambio commerciale è passato da 5,7 miliardi di dollari a dodici miliardi con un piano d’azione per la cooperazione industriale. Abbiamo sei obiettivi: dal mantenimento della pace alla cooperazione economica, dalla sicurezza idrica ed alimentare al lavoro con le nuove generazioni, per finire dobbiamo migliorare la nostra immagine e rivendicando i fondamenti di un’identità nazionale e regionale». Un grande progetto per un’area in crescita, che ha già lanciato la sua sfida al resto del mondo.
Dalla Crimea ai gulag del Kazakistan: l'olocausto degli italiani
Famiglie italiane erano presenti in Crimea fin dai tempi delle Repubbliche marinare di Genova e Venezia. Provenienti in maggioranza dalla prima, si erano stabilite nelle colonie di Caffa e Sebastopoli, dove avevano fondato una florida base commerciale sulle acque del Mar Nero. La loro presenza durò dal 1266 al 1475, anno della conquista ottomana. Dopo la metà dell’Ottocento, un nuovo flusso di italiani si stabilì in Crimea, in particolare proveniente dalla Puglia. Il motivo dell’emigrazione era dovuto alle prospettive che la vendita a buon prezzo di appezzamenti di terreno da parte dello Zar offriva ai contadini italiani, che si stabilirono quasi tutti nella cittadina di Kerç. La comunità italiana di Crimea fiorì all’alba del XX secolo, con l’istituzione di scuole, circoli e di una chiesa cattolica. I piccoli proprietari agricoli e i commercianti avevano raggiunto un buon livello di benessere, arrivando a rappresentare tra l’1,2 e il 2% della popolazione locale già negli ultimi anni dell’Ottocento.
I primi problemi per gli italiani di Crimea giunsero con l’avvento del bolscevismo e con l’arrivo di comunisti italiani fuoriusciti. A Kerç questi ultimi, al servizio delle autorità sovietiche, ebbero il compito di «rieducare» i compatrioti e di forzarli ad aderire alla collettivizzazione forzata delle terre, esercitando progressivamente un potere repressivo e di controllo sugli italiani di Crimea. A Kerç nacque il kholkoz «Sacco e Vanzetti» dove i fuoriusciti del PCI vigilavano sempre di più sulle inclinazioni politiche dei connazionali. L’avvento di Stalin fece precipitare la situazione. Gli italiani furono inquadrati come spie fasciste anche senza alcuna prova. Durante gli anni Trenta furono numerosi gli arresti tra la comunità italiana da parte dell’Nkvd (la polizia segreta sovietica) e molti dei sospettati scomparvero dopo la deportazione, quasi sempre fucilati senza processo.
La guerra, culminata con l’«Operazione Barbarossa» fece precipitare la comunità italiana nel baratro, segnando l’inizio dell’olocausto per lunghi decenni dimenticato. La deportazione sistematica delle famiglie italiane ebbe una data d’inizio, il 29 gennaio 1942 e una destinazione: i gulag del Kazakistan. Arrestati nelle loro abitazioni, gli italiani ebbero solo due ore per preparare poche masserizie e montare sui carri bestiame, che per molti di loro furono già una tomba. Il lunghissimo tragitto verso le steppe gelate fu compiuto per ferrovia e per nave. Anche la navigazione fu spesso causa di morte, oltre che per le condizioni drammatiche dei prigionieri nelle stive, anche per gli attacchi degli aerei tedeschi che almeno in un caso accertato causarono l’affondamento dell’imbarcazione dove erano stipati gli italiani. Quasi la metà dei deportati morì durante la lunga marcia della morte, soprattutto i vecchi e molti bambini. Molti altri furono vinti dal freddo estremo (circa -40°C), dalla malnutrizione e dalle malattie. I cadaveri scaricati dai vagoni ferroviari venivano abbandonati nelle stazioni dove i treni della morte sostavano al gelo per fare passare tutti gli altri convogli. Gli italiani sopravvissuti arrivarono in Kazakistan dopo circa due mesi e furono destinati a campi di lavoro forzato in particolare nel gulag del distretto minerario di Karaganda e in quello di Atbasar, cittadina a Nordovest di Astana, la capitale. Qui le condizioni di vita erano proibitive e il freddo e la malnutrizione costante completarono lo sterminio degli italiani di Crimea. Le baracche erano catapecchie di paglia e sterco di cavallo, spesso senza letti e senza ogni tipo di fonte di riscaldamento. Dei circa 2.000 cittadini deportati, solo 78 ritornarono a Kerç poco dopo la guerra. Pochi altri sopravvissuti rimasero in Kazakhistan, non avendo la possibilità di ritornare alle zone di origine, e di fatto nascondendo le proprie origini per il timore di ritorsioni e violenze anche molto dopo la fine della guerra. La successiva divisione del mondo in due blocchi contrapposti pose un’ulteriore barriera di silenzio sull’olocausto degli italiani. Solo dopo il crollo dell’Urss vi furono alcuni riconoscimenti e riabilitazioni di vittime delle quali spesso non si conosceva neppure il luogo di sepoltura, verosimilmente localizzato nelle tante fosse comuni che il Terrore staliniano e la guerra avevano istituito. Oggi gli italiani di Crimea sono circa 500, rappresentati dal presidente dell’associazione Cerkio Giulia Giacchetti Boico che per anni ha lottato per la riabilitazione delle vittime italiane delle deportazioni sovietiche. Solo nel 2015, quando la Crimea era già stata annessa alla Federazione Russa, Vladimir Putin riconobbe lo status di «deportati speciali» della minoranza etnica italiana dopo un incontro informale con l’ex premier Silvio Berlusconi.
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