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2021-11-07
A Trieste sfilano in 8.000, scontri e 12 fermi
Ansa
«Chi non rispetta tutte le prescrizioni dell'autorità di pubblica sicurezza rischia l'arresto», avevano intimato dalla questura di Trieste. Piazza Unità d'Italia, ormai simbolo della protesta contro il green pass, come disposto dalla prefettura era completamente transennata.
Ben 400 unità delle forze dell'ordine hanno, invece, controllato la città e gli ingressi, anche quelli dalla Slovenia, per impedire l'arrivo di facinorosi e black bloc. A manifestazione ormai sciolta, circa 200 persone, verso le 18, hanno tentato di raggiungere piazza Unità d'Italia da piazza della Borsa, spingendo le transenne nel tentativo di far arretrare lo schieramento delle forze dell'ordine. Queste, però, hanno reagito respingendo i manifestanti e agitando anche i manganelli. Insulti sono stati rivolti presidente del Consiglio Mario Draghi e al sindaco Roberto Dipiazza. Verso le 20, però, c'è stato un secondo tentativo. Polizia e carabinieri hanno respinto ancora una volta i manifestanti, spingendoli fino a piazza della Borsa, usando anche i manganelli e gli scudi per farsi largo. Poco prima dell'azione un nucleo delle forze dell'ordine si era anche staccato per posizionarsi alle spalle dei manifestanti. Molti hanno lasciato la piazza. E alla fine tra i due blocchi di polizia c'erano un centinaio di persone. In totale si sono contati 12 fermati.
Il corteo era partito alle 15, come previsto, da piazza Libertà. Alle 15.30 c'erano già circa 5.000 partecipanti, un dato stimato dagli organizzatori e confermato anche dalla questura. Ma alle 16 avevano raggiunto quota 8.000.
Nonostante le prescrizioni, in pochi indossavano la mascherina. Man mano che le file della protesta si sono ingrossate, però, con il megafono qualcuno ha rivolto più volte l'invito a usarla e a mantenere il distanziamento. Fino all'altezza della chiesa greco ortodossa, a due passi da Piazza Unità d'Italia, il corteo ha avanzato in modo sereno, tra gli slogan «Libertà» e «La gente come noi non molla mai». Lì, però, alcuni manifestanti si sono avvicinati allo sbarramento di forze dell'ordine urlando «vergogna» e la situazione si è surriscaldata una prima volta. Ma non è degenerata.
Il corteo si è snodato lungo le Rive, per poi avviarsi verso il centro della città. Qualche insulto è volato anche mentre i manifestanti passavano sotto la sede del quotidiano Il Piccolo. Nel corteo c'erano anche un gruppo di sanitari sospesi dal servizio perché non si sono sottoposti al vaccino e il consigliere comunale Ugo Rossi del movimento 3V. Giunto in piazza Oberdan, il corteo si è fermato e la manifestazione è stata sciolta prima del ritorno al punto di partenza, in piazza della Libertà, come era stato previsto. Gli organizzatori hanno spiegato che i manifestanti si sono fermati prima perché in piazza Oberdan c'è la sede del Consiglio regionale e, siccome i no green pass si sono sentiti attaccati anche dalle istituzioni, hanno voluto lanciare un segnale. Sul posto sono rimaste comunque circa 300 persone che hanno continuato a raccogliere fondi per sostenere eventuali spese legali. Anche perché, a quanto pare, non c'era un servizio d'ordine.
Rossi, però, durante la manifestazione ha spiegato che «mascherine e steward» non c'erano, «perché era un compito della pubblica sicurezza, dell'autorità, non certo di chi manifesta». Rossi ha detto di non essere intimorito da eventuali sanzioni: «Ho già accumulato multe per 25.000 euro prese in un anno e mezzo, non ho alcun timore, la protesta continuerà a oltranza fino a quando l'obbligo vaccinale e il green pass non saranno aboliti. Vaccinati e non vaccinati, noi insieme e contro le discriminazioni». E sulle possibili infiltrazioni di facinorosi ha affermato: «Siamo gente pacifica e cittadini comuni che lottano per la libertà». E, infine, ha risposto alle domande dei giornalisti sul rapporto con Stefano Puzzer: «Lui fa le sue scelte», ha detto Rossi, «ma gli obiettivi possono essere comuni. Noi abbiamo messo da parte simboli e personalismi. C'era già un coordinamento e non ne serviva anche un altro». Puzzer intanto ha fatto sapere che oggi sarà a Pordenone per partecipare alla manifestazione «La verità ci rende liberi», in programma alle 14.30 in piazza Risorgimento e autorizzata. Una sessantina di simpatizzanti del referente dei portuali di Trieste, invece, ieri sera si sono radunati in piazza del Popolo a Roma. Il gruppo è stato monitorato dalle forze dell'ordine. Nei confronti di Puzzer nei giorni scorsi la questura di Roma ha emesso un foglio di via obbligatorio dalla Capitale con divieto di soggiorno per un anno, perché aveva posizionato un banchetto, proprio a piazza del Popolo, attirando una folla di alcune centinaia di persone.
Più di 300 persone, poi, si sono riunite in piazza Santa Maria Novella a Firenze per un'assemblea pubblica promossa dal coordinamento fiorentino dei no green pass e, al grido «libertà», hanno dato vita a un corteo, partito alle 16.45, che ha sfilato per le vie del centro prima di tornare in piazza per la conclusione. In questo caso non c'è stata alcuna tensione.
A Milano il corteo blocca il traffico. A Torino anarchici per i migranti
A Milano, tranne un momento di tensione con la troupe di Fanpage, il sedicesimo corteo contro il green pass, con oltre 4.000 manifestanti, sembrava essersi avviato senza troppi scossoni da piazza Fontana. Come ogni sabato gli attivisti si sono radunati fin dalle 16 tra il Duomo e piazza Beccaria. Poi, però, il cordone umano ha deviato il percorso indicato dal questore di Milano, Giuseppe Petronzi. D'altra parte, i promotori dell'iniziativa avevano rifiutato una mediazione sul tragitto che aggirava obiettivi indicati come «sensibili»: la Cgil, il palazzo di giustizia e le sedi di giornali. Il rifiuto da parte del comitato, che aveva ritirato il preavviso inviato alla questura per la manifestazione, aveva già alzato la tensione. Tant'è che sul canale Telegram gli organizzatori avevano annunciato che le disposizioni della questura non sarebbero state rispettate. E già alla partenza un giornalista e un operatore di Fanpage sono stati spintonati da due giovani manifestanti che, però, sono stati bloccati e identificati dagli agenti della Digos presenti.
Uno dei due ha se l'è presa con i giornalisti, l'altro si è avvicinato dopo l'arrivo della polizia e al controllo è risultato sprovvisto di documenti. Entrambi sono stati accompagnati in questura. Ed è tornata subito la calma. Il corteo, al quale hanno preso parte anche Paolo Maurizio Ferrari, ex brigatista, considerato uno degli irriducibili delle Br, già stato denunciato due settimane fa per una manifestazione non autorizzata, e una quindicina di ultrà della Triestina, si è diretto in piazza Duomo percorrendo via Mazzini. E a quel punto ha cercato di imboccare corso di Porta Romana.
«L'ipotesi proposta ai manifestanti», era stato spiegato, «ha trovato, in linea con i comunicati dei giorni precedenti, la ferma opposizione di questi, che hanno palesato, in tal modo, un maggiore interesse alla contrapposizione fine a se stessa che alla ricerca di un'ipotesi volta a garantire il diritto di manifestare». Il questore Giuseppe Petronzi ha quindi emesso un provvedimento di prescrizione con orari e tracciato fissi per la manifestazione. Gli accessi alle altre strade sono quindi stati blindati con uomini e mezzi delle forze dell'ordine. Ma alcuni manifestanti hanno deviato in corso di Porta Vigentina, uscendo dal percorso indicato dalla questura. Viale Beatrice d'Este è stata invasa e il traffico bloccato. Poi chi ha deviato si è diretto verso i Navigli. Tra i manifestanti che hanno seguito il percorso indicato dalla Questura, circa 700, alcuni hanno portato in spalla una bara di cartone avvolta in una bandiera dell'Italia con dei garofani poggiati sopra, per celebrare quello che hanno definito «il funerale della libertà». «Giù le mani dai bambini», i cori accompagnati da fischietti e trombe. Tra i manifestanti c'era anche un gruppo di lavoratori della logistica con i gilet gialli e con lo striscione «ora e sempre resistenza», in omaggio alle proteste francesi.
La polizia, in viale Beatrice d'Este, strada con due corsie per carreggiata piena di auto, ha tentato di bloccare il secondo corteo, schierandosi in cordone a metà del viale, non lontano dall'università Bocconi, per cercare di evitare che la protesta raggiungesse la Darsena, mentre i manifestanti urlavano «Libertà» e accendevano fumogeni. Poco prima delle 19.30, però, il gruppo ribelle ha aggirato il blocco, girando attorno all'isolato, ed è tornando a occupare viale d'Este. A quel punto il corteo si è ulteriormente frammentato in gruppi che si sono mossi in modo confuso.
A Torino, invece, durante il corteo, arrivato al quindicesimo sabato consecutivo, la polizia è stata costretta a una carica di alleggerimento contro 400 anarchici, che protestano per le vie del centro contro frontiere e Cpr (e non contro il green pass). Le parti sono entrate in contatto in piazza Savoia. In precedenza i manifestanti avevano imbrattato muri e vetrine di UniCredit e Banca del Piemonte in via Pietro Micca e via Cernaia. In piazza Savoia, invece, sono state lanciate uova piene di vernice e bottiglie contro le forze dell'ordine.
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Partecipata manifestazione no green pass, nonostante le pesanti misure di sicurezza e la città blindata dalla questura A evento terminato, qualche tafferuglio con la polizia, con un drappello che ha provato a forzare il cordone degli agenti.A Milano tragitto non concordato e tensioni. In Piemonte kompagni caricati.Lo speciale contiene due articoli.«Chi non rispetta tutte le prescrizioni dell'autorità di pubblica sicurezza rischia l'arresto», avevano intimato dalla questura di Trieste. Piazza Unità d'Italia, ormai simbolo della protesta contro il green pass, come disposto dalla prefettura era completamente transennata. Ben 400 unità delle forze dell'ordine hanno, invece, controllato la città e gli ingressi, anche quelli dalla Slovenia, per impedire l'arrivo di facinorosi e black bloc. A manifestazione ormai sciolta, circa 200 persone, verso le 18, hanno tentato di raggiungere piazza Unità d'Italia da piazza della Borsa, spingendo le transenne nel tentativo di far arretrare lo schieramento delle forze dell'ordine. Queste, però, hanno reagito respingendo i manifestanti e agitando anche i manganelli. Insulti sono stati rivolti presidente del Consiglio Mario Draghi e al sindaco Roberto Dipiazza. Verso le 20, però, c'è stato un secondo tentativo. Polizia e carabinieri hanno respinto ancora una volta i manifestanti, spingendoli fino a piazza della Borsa, usando anche i manganelli e gli scudi per farsi largo. Poco prima dell'azione un nucleo delle forze dell'ordine si era anche staccato per posizionarsi alle spalle dei manifestanti. Molti hanno lasciato la piazza. E alla fine tra i due blocchi di polizia c'erano un centinaio di persone. In totale si sono contati 12 fermati.Il corteo era partito alle 15, come previsto, da piazza Libertà. Alle 15.30 c'erano già circa 5.000 partecipanti, un dato stimato dagli organizzatori e confermato anche dalla questura. Ma alle 16 avevano raggiunto quota 8.000.Nonostante le prescrizioni, in pochi indossavano la mascherina. Man mano che le file della protesta si sono ingrossate, però, con il megafono qualcuno ha rivolto più volte l'invito a usarla e a mantenere il distanziamento. Fino all'altezza della chiesa greco ortodossa, a due passi da Piazza Unità d'Italia, il corteo ha avanzato in modo sereno, tra gli slogan «Libertà» e «La gente come noi non molla mai». Lì, però, alcuni manifestanti si sono avvicinati allo sbarramento di forze dell'ordine urlando «vergogna» e la situazione si è surriscaldata una prima volta. Ma non è degenerata. Il corteo si è snodato lungo le Rive, per poi avviarsi verso il centro della città. Qualche insulto è volato anche mentre i manifestanti passavano sotto la sede del quotidiano Il Piccolo. Nel corteo c'erano anche un gruppo di sanitari sospesi dal servizio perché non si sono sottoposti al vaccino e il consigliere comunale Ugo Rossi del movimento 3V. Giunto in piazza Oberdan, il corteo si è fermato e la manifestazione è stata sciolta prima del ritorno al punto di partenza, in piazza della Libertà, come era stato previsto. Gli organizzatori hanno spiegato che i manifestanti si sono fermati prima perché in piazza Oberdan c'è la sede del Consiglio regionale e, siccome i no green pass si sono sentiti attaccati anche dalle istituzioni, hanno voluto lanciare un segnale. Sul posto sono rimaste comunque circa 300 persone che hanno continuato a raccogliere fondi per sostenere eventuali spese legali. Anche perché, a quanto pare, non c'era un servizio d'ordine. Rossi, però, durante la manifestazione ha spiegato che «mascherine e steward» non c'erano, «perché era un compito della pubblica sicurezza, dell'autorità, non certo di chi manifesta». Rossi ha detto di non essere intimorito da eventuali sanzioni: «Ho già accumulato multe per 25.000 euro prese in un anno e mezzo, non ho alcun timore, la protesta continuerà a oltranza fino a quando l'obbligo vaccinale e il green pass non saranno aboliti. Vaccinati e non vaccinati, noi insieme e contro le discriminazioni». E sulle possibili infiltrazioni di facinorosi ha affermato: «Siamo gente pacifica e cittadini comuni che lottano per la libertà». E, infine, ha risposto alle domande dei giornalisti sul rapporto con Stefano Puzzer: «Lui fa le sue scelte», ha detto Rossi, «ma gli obiettivi possono essere comuni. Noi abbiamo messo da parte simboli e personalismi. C'era già un coordinamento e non ne serviva anche un altro». Puzzer intanto ha fatto sapere che oggi sarà a Pordenone per partecipare alla manifestazione «La verità ci rende liberi», in programma alle 14.30 in piazza Risorgimento e autorizzata. Una sessantina di simpatizzanti del referente dei portuali di Trieste, invece, ieri sera si sono radunati in piazza del Popolo a Roma. Il gruppo è stato monitorato dalle forze dell'ordine. Nei confronti di Puzzer nei giorni scorsi la questura di Roma ha emesso un foglio di via obbligatorio dalla Capitale con divieto di soggiorno per un anno, perché aveva posizionato un banchetto, proprio a piazza del Popolo, attirando una folla di alcune centinaia di persone. Più di 300 persone, poi, si sono riunite in piazza Santa Maria Novella a Firenze per un'assemblea pubblica promossa dal coordinamento fiorentino dei no green pass e, al grido «libertà», hanno dato vita a un corteo, partito alle 16.45, che ha sfilato per le vie del centro prima di tornare in piazza per la conclusione. In questo caso non c'è stata alcuna tensione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trieste-sfilano-scontri-fermi-2655515873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-milano-il-corteo-blocca-il-traffico-a-torino-anarchici-per-i-migranti" data-post-id="2655515873" data-published-at="1636264739" data-use-pagination="False"> A Milano il corteo blocca il traffico. A Torino anarchici per i migranti A Milano, tranne un momento di tensione con la troupe di Fanpage, il sedicesimo corteo contro il green pass, con oltre 4.000 manifestanti, sembrava essersi avviato senza troppi scossoni da piazza Fontana. Come ogni sabato gli attivisti si sono radunati fin dalle 16 tra il Duomo e piazza Beccaria. Poi, però, il cordone umano ha deviato il percorso indicato dal questore di Milano, Giuseppe Petronzi. D'altra parte, i promotori dell'iniziativa avevano rifiutato una mediazione sul tragitto che aggirava obiettivi indicati come «sensibili»: la Cgil, il palazzo di giustizia e le sedi di giornali. Il rifiuto da parte del comitato, che aveva ritirato il preavviso inviato alla questura per la manifestazione, aveva già alzato la tensione. Tant'è che sul canale Telegram gli organizzatori avevano annunciato che le disposizioni della questura non sarebbero state rispettate. E già alla partenza un giornalista e un operatore di Fanpage sono stati spintonati da due giovani manifestanti che, però, sono stati bloccati e identificati dagli agenti della Digos presenti. Uno dei due ha se l'è presa con i giornalisti, l'altro si è avvicinato dopo l'arrivo della polizia e al controllo è risultato sprovvisto di documenti. Entrambi sono stati accompagnati in questura. Ed è tornata subito la calma. Il corteo, al quale hanno preso parte anche Paolo Maurizio Ferrari, ex brigatista, considerato uno degli irriducibili delle Br, già stato denunciato due settimane fa per una manifestazione non autorizzata, e una quindicina di ultrà della Triestina, si è diretto in piazza Duomo percorrendo via Mazzini. E a quel punto ha cercato di imboccare corso di Porta Romana. «L'ipotesi proposta ai manifestanti», era stato spiegato, «ha trovato, in linea con i comunicati dei giorni precedenti, la ferma opposizione di questi, che hanno palesato, in tal modo, un maggiore interesse alla contrapposizione fine a se stessa che alla ricerca di un'ipotesi volta a garantire il diritto di manifestare». Il questore Giuseppe Petronzi ha quindi emesso un provvedimento di prescrizione con orari e tracciato fissi per la manifestazione. Gli accessi alle altre strade sono quindi stati blindati con uomini e mezzi delle forze dell'ordine. Ma alcuni manifestanti hanno deviato in corso di Porta Vigentina, uscendo dal percorso indicato dalla questura. Viale Beatrice d'Este è stata invasa e il traffico bloccato. Poi chi ha deviato si è diretto verso i Navigli. Tra i manifestanti che hanno seguito il percorso indicato dalla Questura, circa 700, alcuni hanno portato in spalla una bara di cartone avvolta in una bandiera dell'Italia con dei garofani poggiati sopra, per celebrare quello che hanno definito «il funerale della libertà». «Giù le mani dai bambini», i cori accompagnati da fischietti e trombe. Tra i manifestanti c'era anche un gruppo di lavoratori della logistica con i gilet gialli e con lo striscione «ora e sempre resistenza», in omaggio alle proteste francesi. La polizia, in viale Beatrice d'Este, strada con due corsie per carreggiata piena di auto, ha tentato di bloccare il secondo corteo, schierandosi in cordone a metà del viale, non lontano dall'università Bocconi, per cercare di evitare che la protesta raggiungesse la Darsena, mentre i manifestanti urlavano «Libertà» e accendevano fumogeni. Poco prima delle 19.30, però, il gruppo ribelle ha aggirato il blocco, girando attorno all'isolato, ed è tornando a occupare viale d'Este. A quel punto il corteo si è ulteriormente frammentato in gruppi che si sono mossi in modo confuso. A Torino, invece, durante il corteo, arrivato al quindicesimo sabato consecutivo, la polizia è stata costretta a una carica di alleggerimento contro 400 anarchici, che protestano per le vie del centro contro frontiere e Cpr (e non contro il green pass). Le parti sono entrate in contatto in piazza Savoia. In precedenza i manifestanti avevano imbrattato muri e vetrine di UniCredit e Banca del Piemonte in via Pietro Micca e via Cernaia. In piazza Savoia, invece, sono state lanciate uova piene di vernice e bottiglie contro le forze dell'ordine.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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