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2021-11-07
A Trieste sfilano in 8.000, scontri e 12 fermi
Ansa
«Chi non rispetta tutte le prescrizioni dell'autorità di pubblica sicurezza rischia l'arresto», avevano intimato dalla questura di Trieste. Piazza Unità d'Italia, ormai simbolo della protesta contro il green pass, come disposto dalla prefettura era completamente transennata.
Ben 400 unità delle forze dell'ordine hanno, invece, controllato la città e gli ingressi, anche quelli dalla Slovenia, per impedire l'arrivo di facinorosi e black bloc. A manifestazione ormai sciolta, circa 200 persone, verso le 18, hanno tentato di raggiungere piazza Unità d'Italia da piazza della Borsa, spingendo le transenne nel tentativo di far arretrare lo schieramento delle forze dell'ordine. Queste, però, hanno reagito respingendo i manifestanti e agitando anche i manganelli. Insulti sono stati rivolti presidente del Consiglio Mario Draghi e al sindaco Roberto Dipiazza. Verso le 20, però, c'è stato un secondo tentativo. Polizia e carabinieri hanno respinto ancora una volta i manifestanti, spingendoli fino a piazza della Borsa, usando anche i manganelli e gli scudi per farsi largo. Poco prima dell'azione un nucleo delle forze dell'ordine si era anche staccato per posizionarsi alle spalle dei manifestanti. Molti hanno lasciato la piazza. E alla fine tra i due blocchi di polizia c'erano un centinaio di persone. In totale si sono contati 12 fermati.
Il corteo era partito alle 15, come previsto, da piazza Libertà. Alle 15.30 c'erano già circa 5.000 partecipanti, un dato stimato dagli organizzatori e confermato anche dalla questura. Ma alle 16 avevano raggiunto quota 8.000.
Nonostante le prescrizioni, in pochi indossavano la mascherina. Man mano che le file della protesta si sono ingrossate, però, con il megafono qualcuno ha rivolto più volte l'invito a usarla e a mantenere il distanziamento. Fino all'altezza della chiesa greco ortodossa, a due passi da Piazza Unità d'Italia, il corteo ha avanzato in modo sereno, tra gli slogan «Libertà» e «La gente come noi non molla mai». Lì, però, alcuni manifestanti si sono avvicinati allo sbarramento di forze dell'ordine urlando «vergogna» e la situazione si è surriscaldata una prima volta. Ma non è degenerata.
Il corteo si è snodato lungo le Rive, per poi avviarsi verso il centro della città. Qualche insulto è volato anche mentre i manifestanti passavano sotto la sede del quotidiano Il Piccolo. Nel corteo c'erano anche un gruppo di sanitari sospesi dal servizio perché non si sono sottoposti al vaccino e il consigliere comunale Ugo Rossi del movimento 3V. Giunto in piazza Oberdan, il corteo si è fermato e la manifestazione è stata sciolta prima del ritorno al punto di partenza, in piazza della Libertà, come era stato previsto. Gli organizzatori hanno spiegato che i manifestanti si sono fermati prima perché in piazza Oberdan c'è la sede del Consiglio regionale e, siccome i no green pass si sono sentiti attaccati anche dalle istituzioni, hanno voluto lanciare un segnale. Sul posto sono rimaste comunque circa 300 persone che hanno continuato a raccogliere fondi per sostenere eventuali spese legali. Anche perché, a quanto pare, non c'era un servizio d'ordine.
Rossi, però, durante la manifestazione ha spiegato che «mascherine e steward» non c'erano, «perché era un compito della pubblica sicurezza, dell'autorità, non certo di chi manifesta». Rossi ha detto di non essere intimorito da eventuali sanzioni: «Ho già accumulato multe per 25.000 euro prese in un anno e mezzo, non ho alcun timore, la protesta continuerà a oltranza fino a quando l'obbligo vaccinale e il green pass non saranno aboliti. Vaccinati e non vaccinati, noi insieme e contro le discriminazioni». E sulle possibili infiltrazioni di facinorosi ha affermato: «Siamo gente pacifica e cittadini comuni che lottano per la libertà». E, infine, ha risposto alle domande dei giornalisti sul rapporto con Stefano Puzzer: «Lui fa le sue scelte», ha detto Rossi, «ma gli obiettivi possono essere comuni. Noi abbiamo messo da parte simboli e personalismi. C'era già un coordinamento e non ne serviva anche un altro». Puzzer intanto ha fatto sapere che oggi sarà a Pordenone per partecipare alla manifestazione «La verità ci rende liberi», in programma alle 14.30 in piazza Risorgimento e autorizzata. Una sessantina di simpatizzanti del referente dei portuali di Trieste, invece, ieri sera si sono radunati in piazza del Popolo a Roma. Il gruppo è stato monitorato dalle forze dell'ordine. Nei confronti di Puzzer nei giorni scorsi la questura di Roma ha emesso un foglio di via obbligatorio dalla Capitale con divieto di soggiorno per un anno, perché aveva posizionato un banchetto, proprio a piazza del Popolo, attirando una folla di alcune centinaia di persone.
Più di 300 persone, poi, si sono riunite in piazza Santa Maria Novella a Firenze per un'assemblea pubblica promossa dal coordinamento fiorentino dei no green pass e, al grido «libertà», hanno dato vita a un corteo, partito alle 16.45, che ha sfilato per le vie del centro prima di tornare in piazza per la conclusione. In questo caso non c'è stata alcuna tensione.
A Milano il corteo blocca il traffico. A Torino anarchici per i migranti
A Milano, tranne un momento di tensione con la troupe di Fanpage, il sedicesimo corteo contro il green pass, con oltre 4.000 manifestanti, sembrava essersi avviato senza troppi scossoni da piazza Fontana. Come ogni sabato gli attivisti si sono radunati fin dalle 16 tra il Duomo e piazza Beccaria. Poi, però, il cordone umano ha deviato il percorso indicato dal questore di Milano, Giuseppe Petronzi. D'altra parte, i promotori dell'iniziativa avevano rifiutato una mediazione sul tragitto che aggirava obiettivi indicati come «sensibili»: la Cgil, il palazzo di giustizia e le sedi di giornali. Il rifiuto da parte del comitato, che aveva ritirato il preavviso inviato alla questura per la manifestazione, aveva già alzato la tensione. Tant'è che sul canale Telegram gli organizzatori avevano annunciato che le disposizioni della questura non sarebbero state rispettate. E già alla partenza un giornalista e un operatore di Fanpage sono stati spintonati da due giovani manifestanti che, però, sono stati bloccati e identificati dagli agenti della Digos presenti.
Uno dei due ha se l'è presa con i giornalisti, l'altro si è avvicinato dopo l'arrivo della polizia e al controllo è risultato sprovvisto di documenti. Entrambi sono stati accompagnati in questura. Ed è tornata subito la calma. Il corteo, al quale hanno preso parte anche Paolo Maurizio Ferrari, ex brigatista, considerato uno degli irriducibili delle Br, già stato denunciato due settimane fa per una manifestazione non autorizzata, e una quindicina di ultrà della Triestina, si è diretto in piazza Duomo percorrendo via Mazzini. E a quel punto ha cercato di imboccare corso di Porta Romana.
«L'ipotesi proposta ai manifestanti», era stato spiegato, «ha trovato, in linea con i comunicati dei giorni precedenti, la ferma opposizione di questi, che hanno palesato, in tal modo, un maggiore interesse alla contrapposizione fine a se stessa che alla ricerca di un'ipotesi volta a garantire il diritto di manifestare». Il questore Giuseppe Petronzi ha quindi emesso un provvedimento di prescrizione con orari e tracciato fissi per la manifestazione. Gli accessi alle altre strade sono quindi stati blindati con uomini e mezzi delle forze dell'ordine. Ma alcuni manifestanti hanno deviato in corso di Porta Vigentina, uscendo dal percorso indicato dalla questura. Viale Beatrice d'Este è stata invasa e il traffico bloccato. Poi chi ha deviato si è diretto verso i Navigli. Tra i manifestanti che hanno seguito il percorso indicato dalla Questura, circa 700, alcuni hanno portato in spalla una bara di cartone avvolta in una bandiera dell'Italia con dei garofani poggiati sopra, per celebrare quello che hanno definito «il funerale della libertà». «Giù le mani dai bambini», i cori accompagnati da fischietti e trombe. Tra i manifestanti c'era anche un gruppo di lavoratori della logistica con i gilet gialli e con lo striscione «ora e sempre resistenza», in omaggio alle proteste francesi.
La polizia, in viale Beatrice d'Este, strada con due corsie per carreggiata piena di auto, ha tentato di bloccare il secondo corteo, schierandosi in cordone a metà del viale, non lontano dall'università Bocconi, per cercare di evitare che la protesta raggiungesse la Darsena, mentre i manifestanti urlavano «Libertà» e accendevano fumogeni. Poco prima delle 19.30, però, il gruppo ribelle ha aggirato il blocco, girando attorno all'isolato, ed è tornando a occupare viale d'Este. A quel punto il corteo si è ulteriormente frammentato in gruppi che si sono mossi in modo confuso.
A Torino, invece, durante il corteo, arrivato al quindicesimo sabato consecutivo, la polizia è stata costretta a una carica di alleggerimento contro 400 anarchici, che protestano per le vie del centro contro frontiere e Cpr (e non contro il green pass). Le parti sono entrate in contatto in piazza Savoia. In precedenza i manifestanti avevano imbrattato muri e vetrine di UniCredit e Banca del Piemonte in via Pietro Micca e via Cernaia. In piazza Savoia, invece, sono state lanciate uova piene di vernice e bottiglie contro le forze dell'ordine.
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Partecipata manifestazione no green pass, nonostante le pesanti misure di sicurezza e la città blindata dalla questura A evento terminato, qualche tafferuglio con la polizia, con un drappello che ha provato a forzare il cordone degli agenti.A Milano tragitto non concordato e tensioni. In Piemonte kompagni caricati.Lo speciale contiene due articoli.«Chi non rispetta tutte le prescrizioni dell'autorità di pubblica sicurezza rischia l'arresto», avevano intimato dalla questura di Trieste. Piazza Unità d'Italia, ormai simbolo della protesta contro il green pass, come disposto dalla prefettura era completamente transennata. Ben 400 unità delle forze dell'ordine hanno, invece, controllato la città e gli ingressi, anche quelli dalla Slovenia, per impedire l'arrivo di facinorosi e black bloc. A manifestazione ormai sciolta, circa 200 persone, verso le 18, hanno tentato di raggiungere piazza Unità d'Italia da piazza della Borsa, spingendo le transenne nel tentativo di far arretrare lo schieramento delle forze dell'ordine. Queste, però, hanno reagito respingendo i manifestanti e agitando anche i manganelli. Insulti sono stati rivolti presidente del Consiglio Mario Draghi e al sindaco Roberto Dipiazza. Verso le 20, però, c'è stato un secondo tentativo. Polizia e carabinieri hanno respinto ancora una volta i manifestanti, spingendoli fino a piazza della Borsa, usando anche i manganelli e gli scudi per farsi largo. Poco prima dell'azione un nucleo delle forze dell'ordine si era anche staccato per posizionarsi alle spalle dei manifestanti. Molti hanno lasciato la piazza. E alla fine tra i due blocchi di polizia c'erano un centinaio di persone. In totale si sono contati 12 fermati.Il corteo era partito alle 15, come previsto, da piazza Libertà. Alle 15.30 c'erano già circa 5.000 partecipanti, un dato stimato dagli organizzatori e confermato anche dalla questura. Ma alle 16 avevano raggiunto quota 8.000.Nonostante le prescrizioni, in pochi indossavano la mascherina. Man mano che le file della protesta si sono ingrossate, però, con il megafono qualcuno ha rivolto più volte l'invito a usarla e a mantenere il distanziamento. Fino all'altezza della chiesa greco ortodossa, a due passi da Piazza Unità d'Italia, il corteo ha avanzato in modo sereno, tra gli slogan «Libertà» e «La gente come noi non molla mai». Lì, però, alcuni manifestanti si sono avvicinati allo sbarramento di forze dell'ordine urlando «vergogna» e la situazione si è surriscaldata una prima volta. Ma non è degenerata. Il corteo si è snodato lungo le Rive, per poi avviarsi verso il centro della città. Qualche insulto è volato anche mentre i manifestanti passavano sotto la sede del quotidiano Il Piccolo. Nel corteo c'erano anche un gruppo di sanitari sospesi dal servizio perché non si sono sottoposti al vaccino e il consigliere comunale Ugo Rossi del movimento 3V. Giunto in piazza Oberdan, il corteo si è fermato e la manifestazione è stata sciolta prima del ritorno al punto di partenza, in piazza della Libertà, come era stato previsto. Gli organizzatori hanno spiegato che i manifestanti si sono fermati prima perché in piazza Oberdan c'è la sede del Consiglio regionale e, siccome i no green pass si sono sentiti attaccati anche dalle istituzioni, hanno voluto lanciare un segnale. Sul posto sono rimaste comunque circa 300 persone che hanno continuato a raccogliere fondi per sostenere eventuali spese legali. Anche perché, a quanto pare, non c'era un servizio d'ordine. Rossi, però, durante la manifestazione ha spiegato che «mascherine e steward» non c'erano, «perché era un compito della pubblica sicurezza, dell'autorità, non certo di chi manifesta». Rossi ha detto di non essere intimorito da eventuali sanzioni: «Ho già accumulato multe per 25.000 euro prese in un anno e mezzo, non ho alcun timore, la protesta continuerà a oltranza fino a quando l'obbligo vaccinale e il green pass non saranno aboliti. Vaccinati e non vaccinati, noi insieme e contro le discriminazioni». E sulle possibili infiltrazioni di facinorosi ha affermato: «Siamo gente pacifica e cittadini comuni che lottano per la libertà». E, infine, ha risposto alle domande dei giornalisti sul rapporto con Stefano Puzzer: «Lui fa le sue scelte», ha detto Rossi, «ma gli obiettivi possono essere comuni. Noi abbiamo messo da parte simboli e personalismi. C'era già un coordinamento e non ne serviva anche un altro». Puzzer intanto ha fatto sapere che oggi sarà a Pordenone per partecipare alla manifestazione «La verità ci rende liberi», in programma alle 14.30 in piazza Risorgimento e autorizzata. Una sessantina di simpatizzanti del referente dei portuali di Trieste, invece, ieri sera si sono radunati in piazza del Popolo a Roma. Il gruppo è stato monitorato dalle forze dell'ordine. Nei confronti di Puzzer nei giorni scorsi la questura di Roma ha emesso un foglio di via obbligatorio dalla Capitale con divieto di soggiorno per un anno, perché aveva posizionato un banchetto, proprio a piazza del Popolo, attirando una folla di alcune centinaia di persone. Più di 300 persone, poi, si sono riunite in piazza Santa Maria Novella a Firenze per un'assemblea pubblica promossa dal coordinamento fiorentino dei no green pass e, al grido «libertà», hanno dato vita a un corteo, partito alle 16.45, che ha sfilato per le vie del centro prima di tornare in piazza per la conclusione. In questo caso non c'è stata alcuna tensione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trieste-sfilano-scontri-fermi-2655515873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-milano-il-corteo-blocca-il-traffico-a-torino-anarchici-per-i-migranti" data-post-id="2655515873" data-published-at="1636264739" data-use-pagination="False"> A Milano il corteo blocca il traffico. A Torino anarchici per i migranti A Milano, tranne un momento di tensione con la troupe di Fanpage, il sedicesimo corteo contro il green pass, con oltre 4.000 manifestanti, sembrava essersi avviato senza troppi scossoni da piazza Fontana. Come ogni sabato gli attivisti si sono radunati fin dalle 16 tra il Duomo e piazza Beccaria. Poi, però, il cordone umano ha deviato il percorso indicato dal questore di Milano, Giuseppe Petronzi. D'altra parte, i promotori dell'iniziativa avevano rifiutato una mediazione sul tragitto che aggirava obiettivi indicati come «sensibili»: la Cgil, il palazzo di giustizia e le sedi di giornali. Il rifiuto da parte del comitato, che aveva ritirato il preavviso inviato alla questura per la manifestazione, aveva già alzato la tensione. Tant'è che sul canale Telegram gli organizzatori avevano annunciato che le disposizioni della questura non sarebbero state rispettate. E già alla partenza un giornalista e un operatore di Fanpage sono stati spintonati da due giovani manifestanti che, però, sono stati bloccati e identificati dagli agenti della Digos presenti. Uno dei due ha se l'è presa con i giornalisti, l'altro si è avvicinato dopo l'arrivo della polizia e al controllo è risultato sprovvisto di documenti. Entrambi sono stati accompagnati in questura. Ed è tornata subito la calma. Il corteo, al quale hanno preso parte anche Paolo Maurizio Ferrari, ex brigatista, considerato uno degli irriducibili delle Br, già stato denunciato due settimane fa per una manifestazione non autorizzata, e una quindicina di ultrà della Triestina, si è diretto in piazza Duomo percorrendo via Mazzini. E a quel punto ha cercato di imboccare corso di Porta Romana. «L'ipotesi proposta ai manifestanti», era stato spiegato, «ha trovato, in linea con i comunicati dei giorni precedenti, la ferma opposizione di questi, che hanno palesato, in tal modo, un maggiore interesse alla contrapposizione fine a se stessa che alla ricerca di un'ipotesi volta a garantire il diritto di manifestare». Il questore Giuseppe Petronzi ha quindi emesso un provvedimento di prescrizione con orari e tracciato fissi per la manifestazione. Gli accessi alle altre strade sono quindi stati blindati con uomini e mezzi delle forze dell'ordine. Ma alcuni manifestanti hanno deviato in corso di Porta Vigentina, uscendo dal percorso indicato dalla questura. Viale Beatrice d'Este è stata invasa e il traffico bloccato. Poi chi ha deviato si è diretto verso i Navigli. Tra i manifestanti che hanno seguito il percorso indicato dalla Questura, circa 700, alcuni hanno portato in spalla una bara di cartone avvolta in una bandiera dell'Italia con dei garofani poggiati sopra, per celebrare quello che hanno definito «il funerale della libertà». «Giù le mani dai bambini», i cori accompagnati da fischietti e trombe. Tra i manifestanti c'era anche un gruppo di lavoratori della logistica con i gilet gialli e con lo striscione «ora e sempre resistenza», in omaggio alle proteste francesi. La polizia, in viale Beatrice d'Este, strada con due corsie per carreggiata piena di auto, ha tentato di bloccare il secondo corteo, schierandosi in cordone a metà del viale, non lontano dall'università Bocconi, per cercare di evitare che la protesta raggiungesse la Darsena, mentre i manifestanti urlavano «Libertà» e accendevano fumogeni. Poco prima delle 19.30, però, il gruppo ribelle ha aggirato il blocco, girando attorno all'isolato, ed è tornando a occupare viale d'Este. A quel punto il corteo si è ulteriormente frammentato in gruppi che si sono mossi in modo confuso. A Torino, invece, durante il corteo, arrivato al quindicesimo sabato consecutivo, la polizia è stata costretta a una carica di alleggerimento contro 400 anarchici, che protestano per le vie del centro contro frontiere e Cpr (e non contro il green pass). Le parti sono entrate in contatto in piazza Savoia. In precedenza i manifestanti avevano imbrattato muri e vetrine di UniCredit e Banca del Piemonte in via Pietro Micca e via Cernaia. In piazza Savoia, invece, sono state lanciate uova piene di vernice e bottiglie contro le forze dell'ordine.
Le vincitrici della medaglia d'oro Andrea Voetter e Marion Oberhofer festeggiano sul podio dopo le gare di doppio femminile di slittino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Gold. Anche se pronunciato alla tedesca significa oro, inno di Mameli e tricolore che sventola. Lassù sulle montagne c’è gente che non tradisce mai. È un trionfo totale nello slittino, dove in meno di un’ora l’Italia raddoppia gli ori (da due a quattro) e aumenta le medaglie, domani 13 nella cavalcata verso il record di Lillehammer (20). Il distretto dei miracoli, nei 40 km fra Bolzano e Bressanone, si conferma la nostra Silicon Valley dello Sport. Andrea Voetter e Marion Oberhofer, all’esordio ai Giochi, conquistano il mondo nel doppio femminile davanti a Germania e Austria. Qualche manciata di minuti dopo i due eroici carabinieri Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner fanno lo storico bis lasciandosi alle spalle austriaci e tedeschi. Un trionfo assoluto, l’impresa è completa.
Esulta da lassù anche Eugenio Monti, il Rosso volante, al quale è dedicata la stupenda pista criticata dagli ambientalisti (zitti e mosca almeno oggi). I fenomeni della velocità nella specialità più antica e più cara ai bambini si avvolgono nel tricolore in un gruppo laocoontico che fa il giro del pianeta. Orgoglio italiano in purezza, anche questa volta (come si usa dire per Jannik Sinner) la cicogna non è stata pigra e ha superato le Alpi. Ma al di là del destino, il pensiero corre al genio che ha plasmato questa squadra: Armin Zoeggeler, il cannibale, che vinse sei medaglie olimpiche e 57 gare e oggi è il ds guru di una nazionale senza rivali.
Senza i missili schutzen sugli slittini, la giornata sarebbe un pianto. Sulla pista Stelvio di Bormio si coglie per la prima volta un senso d’impotenza durante il SuperG che si trasforma in MiniG. Giovanni Franzoni è stanco e non riesce a spingere (6°), travolto anche dai brindisi e dagli elogi di un totem come Piero Gros, che prima della gara sottolinea: «Non parlare di sorpresa, ha un istinto da fuoriclasse». Come non detto, in compenso si candida per un’ospitata al festival di Sanremo.
Quanto agli altri, Christof Innerhofer (11º) e Mattia Casse (24°) non pervenuti. Ma il simbolo del momento storto è rappresentato dal destino di Dominik Paris, il più esperto di tutti, costretto al ritiro per una caduta da sciatore della domenica, tradito da un attacco regolato male che si sgancia alla minima pressione. «Quando lo sci è partito per la tangente ho tirato una bestemmia, si è rotto l’attacco oppure è difficile da capire», allarga le braccia Domme, con l’aria di chi non vede l’ora di regolare i conti con lo skiman, anche se in pubblico lo esenta da colpe.
Affondati gli azzurri non resta che ammirare il formidabile esercito svizzero, come da imperdibile saggio di John McPhee. Franjo Von Allmen vince anche qui, terza medaglia d’oro in cinque giorni: relega al terzo posto il connazionale Marco Odermatt - che sale sul podio con l’aria di chi ha perso gli amici e la corriera - e si candida a simbolo dell’Olimpiade. Non lascia scampo a nessuno; solo l’americano Ryan Cochran-Siegle (2º) gli arriva vicino. Franjo è il più elvetico di tutti. Arriva dalla valle della carne Simmenthal e celebra ogni successo facendo il gesto delle corna per salutare le sue mucche.
Azzurri male in SuperG e male nel Biathon, dove l’argentea Lisa Vittozzi sembra appagata e si perde nelle retrovie della 15 km sparando a casaccio. Va meglio Dorothea Wierer, la capofila italiana, che agguanta il quinto posto con una prova dignitosa nel giorno sbagliato («per noi donne una volta al mese é così»), non sufficiente ad impensierire la francese Julia Simon, al secondo oro consecutivo dopo quello in staffetta mista. Argento alla connazionale gentile e tatuatissima Lou Jeanmonnot, bronzo a sorpresa per la bulgara Lora Hristova, paradigma del rimpianto azzurro.
Nel Fondo si accende un caso dal nulla: due sciatrici sudcoreane vengono squalificate per l’uso di una sciolina-doping a base di fluoro, sostanza proibita dal Cio. È la prima volta che il doping viene rilevato non sulle atlete ma sui materiali con un eccesso di zelo fuori dal tempo. Sono anni che le nazionali più ricche e organizzate si portano appresso Tir con almeno un centinaio di diversi tipi di sciolina; la scienza è applicata in tutto e per tutto, sostenuta da investimenti milionari. Niente da fare, quell’unguento da dentifricio è proibito. Per la cronaca, le due non si sarebbe mai neppure avvicinate ai primi dieci.
Se martedì il gesto «umano» del giorno era stata la confessione sul podio del biathleta norvegese Sturla Lagreid («ho tradito la mia fidanzata e sono distrutto dal dolore»), oggi ha fatto emozionare tutti la dedica del pattinatore americano Maxim Naumov, che al termine della sua prova ha mostrato al pubblico del Forum di Milano la foto dei genitori ex campioni della stessa specialità, morti in una sciagura aerea un anno fa. «Mamma e papà, ho pattinato per voi, guardate cosa abbiamo fatto». Nel vedere quel ragazzo pattinare divinamente, guidato dal cielo, si sono commossi tutti.
Domani si torna in pista con donne speciali che hanno l’oro in testa: la mammina Francesca Lollobrigida nel Pattinaggio (5000 metri velocità), la regina Arianna Fontana nello sprint dello Short Track. Identica adrenalina sulle Tofane, dove le ragazze dello squadrone azzurro vanno a caccia di medaglie nel SuperG. Al cancelletto di partenza Federica Brignone, Laura Pirovano, Elena Curtoni e soprattutto Sofia Goggia che oggi ha ricevuto la visita di un portafortuna speciale, il presidente Sergio Mattarella. Molte speranze e un rischio meteo: è prevista nebbia. A Cortina siete pregati di soffiare.
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Invece, per le nazioni partecipanti del programma Gcap, Gran Bretagna, Italia e Giappone, l’arrivo di Berlino, sempre che sia approvato e soprattutto ben definito dal Regno Unito come dal Giappone oltre che dall’Italia, avrebbe effetti differenti. Servirà valutare come inserire i tedeschi nella joint-venture trinazionale Edgewing che costruisce il Gcap e l’effetto a lungo termine sarebbe la maggiore suddivisione dei costi tra ogni Paese, certamente un vantaggio come l’accresciuto numero di aerei da costruire. Secondo: a breve termine aprirebbe la porta a più aziende coinvolte nel programma aumentando le possibilità di forniture da parte di piccole e medie imprese. Ma al tempo stesso incrementerebbe la concorrenza tra esse poiché queste, per partecipare alle commesse, sono valutate in termini di qualità, tempi e costi delle forniture. Risultato: le pmi italiane si troverebbero innanzi a più opportunità come a maggiore concorrenza e al tempo stesso anche a dover correre ancora più per ammodernarsi di quanto non facciano già oggi, per soddisfare i requisiti dettati da colossi dell’aerospazio come Bae System e Leonardo.
Airbus intanto sta riorganizzando la divisione Defence and Space con un piano di 2.500 tagli entro la metà dell’anno. A dare speranza per una positiva collaborazione con Berlino è anche il fatto che Regno Unito, Italia, Spagna e Germania già collaborano da quarant’anni nel consorzio Eurofighter Typhoon (BaeSystems 37,5%; Eads Deutschland 30%; Leonardo 19,5%; Eads-Casa 13%), tempo nel quale sono state affrontate e risolte le maggiori criticità apparse all’inizio dell’impresa. Soprattutto, con la Germania nel programma Gcap aumenterebbe la possibilità europea di raggiungere in tempi rapidi la tanto desiderata indipendenza tecnologica dagli Usa che oggi costringe la maggioranza dei Paesi Nato a comprare prodotti della difesa da Washington e tante piccole e medie imprese ad affrontare difficoltà nel reperimento di componenti qualificati per uso militare e aerospaziale. Un piccolo esempio: un semplice micro-interruttore o un connettore elettrico approvati per uso militare, quindi qualificati dal produttore per superare determinate prestazioni (come funzionare a temperature estreme, non essere affetti da corrosione, ecc.), compreso nei cataloghi di parti in standard Nato, con molta probabilità oggi proviene dagli Usa dove viene fornito attraverso i canali ufficiali per 300 dollari con un’attesa di due anni o per mille dollari in sei mesi. Questo sia per la forte domanda interna statunitense, sia per carenza di materie prime, sia per evidente opportunità ma anche per vetustà delle componenti stesse e mancanza di alternative, poiché ha caratteristiche definite al tempo della Guerra fredda e poco aggiornate. Così è arduo per una pmi garantire i tempi previsti senza perdere competitività rispetto a concorrenti inglesi o asiatiche. Moltiplicate l’esempio per le migliaia di parti e lavorazioni necessarie per costruire un caccia o un missile e si ottiene la dimensione della dipendenza tecnologica ancor prima di considerare l’intelligenza artificiale o altre innovazioni delle quali il Gcap sarà portatore. E che avranno grandi e utili ricadute anche in ambito civile.
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Lunedì il quindicenne esce da scuola e sale sull’autobus nel quartiere San Felice, per tornare a casa, che è parecchio distante. Come ha raccontato la mamma al Giornale di Vicenza, «credeva di aver dimenticato l’abbonamento: nella sua completa onestà lo ha detto subito all’autista e lui lo ha fatto scendere». Insomma, una piccola botta di ansia, affrontata «autodenunciandosi», nella speranza di trovare un minimo di umanità. E invece, nulla. Il guidatore è stato inflessibile. Pioveva pure e il minore ha chiamato il nonno per farsi venire a prendere. Poi è stata informata la mamma, stupitissima, perché il figlio ha l’abbonamento, che per altro ha trovato poco dopo. La signora ha protestato con l’azienda locale di trasporti, che promette la solita «rapida inchiesta», ma intanto già si cosparge il capo di cenere. Dice il presidente di Svt, Marco Sandonà: «A nome dell’azienda vorrei scusarmi pubblicamente con lo studente e la sua famiglia per questo increscioso episodio».
L’azienda ha subito aperto una procedura di contestazione nei confronti del proprio dipendente. Possibile che la disabilità non fosse molto evidente, ma non sposta più di tanto i termini della questione perché un quindicenne è un quindicenne.
Se ne rende conto lo stesso Sandonà, che spiega: «Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri utenti, a maggior ragione quando si tratta di minorenni, che in nessun caso devono essere lasciati a terra». E aggiunge un’osservazione non banale: «La giusta applicazione delle regole deve sempre e comunque tenere conto della persona che abbiamo di fronte, proprio perché trasportiamo persone». Anche la mamma dimostra una certa pacatezza quando dice: «Non capisco perché mio figlio sia stato fatto scendere. Non avrebbero dovuto semplicemente fargli una multa che poi noi avremmo potuto contestare dimostrando che mio figlio è in possesso di un regolare abbonamento?». Si vede che l’autista non aveva tempo di multare un innocuo ragazzino.
Il regolamento dell’azienda di trasporti vicentina prevede che una multa possa essere annullata entro 15 giorni, se l’utente dimostra di avere un biglietto o un abbonamento valido. In ogni caso sul grave infortunio della municipalizzata interviene anche Zaia, per il quale «il rispetto viene prima di ogni procedura. Non è solo un fatto di regole, ma di umanità, di responsabilità e di buon senso».
Tre qualità che sono forse sospese nel Veneto che ospita le Olimpiadi invernali, almeno a bordo dei mezzi pubblici. È incredibile, ma a Vicenza si ripete, in versione anche peggiore, quello che è successo nel Bellunese appena dieci giorni fa, con la notizia che ha fatto il giro d’Italia. Si tratta di quel ragazzino di 11 anni che non aveva il biglietto «olimpico» ma solo biglietti ordinari (avrebbero potuto essere cumulati), ed è stato fatto scendere dall’autobus. Non aveva il cellulare e quindi ha camminato fino a casa per sei chilometri nella neve, dove è arrivato in condizioni pietose.
Questi due episodi, che si spera non siano la punta di un iceberg, confermano che dal Covid in poi questo non è un Paese per bimbi e ragazzini. Prima li hanno rinchiusi a casa senza motivo, ora escono e chiunque abbia un minimo di autorità li bullizza. Tutto intorno, bande di maranza senza biglietto non vengono degnate di uno sguardo. Nessuno chiede gesti di eroismo a chi guida l’autobus spesso in condizioni difficili, ma mostre i muscoli con undicenni e disabili non è il modo di rifarsi.
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Ansa
La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
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