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2021-11-07
A Trieste sfilano in 8.000, scontri e 12 fermi
Ansa
«Chi non rispetta tutte le prescrizioni dell'autorità di pubblica sicurezza rischia l'arresto», avevano intimato dalla questura di Trieste. Piazza Unità d'Italia, ormai simbolo della protesta contro il green pass, come disposto dalla prefettura era completamente transennata.
Ben 400 unità delle forze dell'ordine hanno, invece, controllato la città e gli ingressi, anche quelli dalla Slovenia, per impedire l'arrivo di facinorosi e black bloc. A manifestazione ormai sciolta, circa 200 persone, verso le 18, hanno tentato di raggiungere piazza Unità d'Italia da piazza della Borsa, spingendo le transenne nel tentativo di far arretrare lo schieramento delle forze dell'ordine. Queste, però, hanno reagito respingendo i manifestanti e agitando anche i manganelli. Insulti sono stati rivolti presidente del Consiglio Mario Draghi e al sindaco Roberto Dipiazza. Verso le 20, però, c'è stato un secondo tentativo. Polizia e carabinieri hanno respinto ancora una volta i manifestanti, spingendoli fino a piazza della Borsa, usando anche i manganelli e gli scudi per farsi largo. Poco prima dell'azione un nucleo delle forze dell'ordine si era anche staccato per posizionarsi alle spalle dei manifestanti. Molti hanno lasciato la piazza. E alla fine tra i due blocchi di polizia c'erano un centinaio di persone. In totale si sono contati 12 fermati.
Il corteo era partito alle 15, come previsto, da piazza Libertà. Alle 15.30 c'erano già circa 5.000 partecipanti, un dato stimato dagli organizzatori e confermato anche dalla questura. Ma alle 16 avevano raggiunto quota 8.000.
Nonostante le prescrizioni, in pochi indossavano la mascherina. Man mano che le file della protesta si sono ingrossate, però, con il megafono qualcuno ha rivolto più volte l'invito a usarla e a mantenere il distanziamento. Fino all'altezza della chiesa greco ortodossa, a due passi da Piazza Unità d'Italia, il corteo ha avanzato in modo sereno, tra gli slogan «Libertà» e «La gente come noi non molla mai». Lì, però, alcuni manifestanti si sono avvicinati allo sbarramento di forze dell'ordine urlando «vergogna» e la situazione si è surriscaldata una prima volta. Ma non è degenerata.
Il corteo si è snodato lungo le Rive, per poi avviarsi verso il centro della città. Qualche insulto è volato anche mentre i manifestanti passavano sotto la sede del quotidiano Il Piccolo. Nel corteo c'erano anche un gruppo di sanitari sospesi dal servizio perché non si sono sottoposti al vaccino e il consigliere comunale Ugo Rossi del movimento 3V. Giunto in piazza Oberdan, il corteo si è fermato e la manifestazione è stata sciolta prima del ritorno al punto di partenza, in piazza della Libertà, come era stato previsto. Gli organizzatori hanno spiegato che i manifestanti si sono fermati prima perché in piazza Oberdan c'è la sede del Consiglio regionale e, siccome i no green pass si sono sentiti attaccati anche dalle istituzioni, hanno voluto lanciare un segnale. Sul posto sono rimaste comunque circa 300 persone che hanno continuato a raccogliere fondi per sostenere eventuali spese legali. Anche perché, a quanto pare, non c'era un servizio d'ordine.
Rossi, però, durante la manifestazione ha spiegato che «mascherine e steward» non c'erano, «perché era un compito della pubblica sicurezza, dell'autorità, non certo di chi manifesta». Rossi ha detto di non essere intimorito da eventuali sanzioni: «Ho già accumulato multe per 25.000 euro prese in un anno e mezzo, non ho alcun timore, la protesta continuerà a oltranza fino a quando l'obbligo vaccinale e il green pass non saranno aboliti. Vaccinati e non vaccinati, noi insieme e contro le discriminazioni». E sulle possibili infiltrazioni di facinorosi ha affermato: «Siamo gente pacifica e cittadini comuni che lottano per la libertà». E, infine, ha risposto alle domande dei giornalisti sul rapporto con Stefano Puzzer: «Lui fa le sue scelte», ha detto Rossi, «ma gli obiettivi possono essere comuni. Noi abbiamo messo da parte simboli e personalismi. C'era già un coordinamento e non ne serviva anche un altro». Puzzer intanto ha fatto sapere che oggi sarà a Pordenone per partecipare alla manifestazione «La verità ci rende liberi», in programma alle 14.30 in piazza Risorgimento e autorizzata. Una sessantina di simpatizzanti del referente dei portuali di Trieste, invece, ieri sera si sono radunati in piazza del Popolo a Roma. Il gruppo è stato monitorato dalle forze dell'ordine. Nei confronti di Puzzer nei giorni scorsi la questura di Roma ha emesso un foglio di via obbligatorio dalla Capitale con divieto di soggiorno per un anno, perché aveva posizionato un banchetto, proprio a piazza del Popolo, attirando una folla di alcune centinaia di persone.
Più di 300 persone, poi, si sono riunite in piazza Santa Maria Novella a Firenze per un'assemblea pubblica promossa dal coordinamento fiorentino dei no green pass e, al grido «libertà», hanno dato vita a un corteo, partito alle 16.45, che ha sfilato per le vie del centro prima di tornare in piazza per la conclusione. In questo caso non c'è stata alcuna tensione.
A Milano il corteo blocca il traffico. A Torino anarchici per i migranti
A Milano, tranne un momento di tensione con la troupe di Fanpage, il sedicesimo corteo contro il green pass, con oltre 4.000 manifestanti, sembrava essersi avviato senza troppi scossoni da piazza Fontana. Come ogni sabato gli attivisti si sono radunati fin dalle 16 tra il Duomo e piazza Beccaria. Poi, però, il cordone umano ha deviato il percorso indicato dal questore di Milano, Giuseppe Petronzi. D'altra parte, i promotori dell'iniziativa avevano rifiutato una mediazione sul tragitto che aggirava obiettivi indicati come «sensibili»: la Cgil, il palazzo di giustizia e le sedi di giornali. Il rifiuto da parte del comitato, che aveva ritirato il preavviso inviato alla questura per la manifestazione, aveva già alzato la tensione. Tant'è che sul canale Telegram gli organizzatori avevano annunciato che le disposizioni della questura non sarebbero state rispettate. E già alla partenza un giornalista e un operatore di Fanpage sono stati spintonati da due giovani manifestanti che, però, sono stati bloccati e identificati dagli agenti della Digos presenti.
Uno dei due ha se l'è presa con i giornalisti, l'altro si è avvicinato dopo l'arrivo della polizia e al controllo è risultato sprovvisto di documenti. Entrambi sono stati accompagnati in questura. Ed è tornata subito la calma. Il corteo, al quale hanno preso parte anche Paolo Maurizio Ferrari, ex brigatista, considerato uno degli irriducibili delle Br, già stato denunciato due settimane fa per una manifestazione non autorizzata, e una quindicina di ultrà della Triestina, si è diretto in piazza Duomo percorrendo via Mazzini. E a quel punto ha cercato di imboccare corso di Porta Romana.
«L'ipotesi proposta ai manifestanti», era stato spiegato, «ha trovato, in linea con i comunicati dei giorni precedenti, la ferma opposizione di questi, che hanno palesato, in tal modo, un maggiore interesse alla contrapposizione fine a se stessa che alla ricerca di un'ipotesi volta a garantire il diritto di manifestare». Il questore Giuseppe Petronzi ha quindi emesso un provvedimento di prescrizione con orari e tracciato fissi per la manifestazione. Gli accessi alle altre strade sono quindi stati blindati con uomini e mezzi delle forze dell'ordine. Ma alcuni manifestanti hanno deviato in corso di Porta Vigentina, uscendo dal percorso indicato dalla questura. Viale Beatrice d'Este è stata invasa e il traffico bloccato. Poi chi ha deviato si è diretto verso i Navigli. Tra i manifestanti che hanno seguito il percorso indicato dalla Questura, circa 700, alcuni hanno portato in spalla una bara di cartone avvolta in una bandiera dell'Italia con dei garofani poggiati sopra, per celebrare quello che hanno definito «il funerale della libertà». «Giù le mani dai bambini», i cori accompagnati da fischietti e trombe. Tra i manifestanti c'era anche un gruppo di lavoratori della logistica con i gilet gialli e con lo striscione «ora e sempre resistenza», in omaggio alle proteste francesi.
La polizia, in viale Beatrice d'Este, strada con due corsie per carreggiata piena di auto, ha tentato di bloccare il secondo corteo, schierandosi in cordone a metà del viale, non lontano dall'università Bocconi, per cercare di evitare che la protesta raggiungesse la Darsena, mentre i manifestanti urlavano «Libertà» e accendevano fumogeni. Poco prima delle 19.30, però, il gruppo ribelle ha aggirato il blocco, girando attorno all'isolato, ed è tornando a occupare viale d'Este. A quel punto il corteo si è ulteriormente frammentato in gruppi che si sono mossi in modo confuso.
A Torino, invece, durante il corteo, arrivato al quindicesimo sabato consecutivo, la polizia è stata costretta a una carica di alleggerimento contro 400 anarchici, che protestano per le vie del centro contro frontiere e Cpr (e non contro il green pass). Le parti sono entrate in contatto in piazza Savoia. In precedenza i manifestanti avevano imbrattato muri e vetrine di UniCredit e Banca del Piemonte in via Pietro Micca e via Cernaia. In piazza Savoia, invece, sono state lanciate uova piene di vernice e bottiglie contro le forze dell'ordine.
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Partecipata manifestazione no green pass, nonostante le pesanti misure di sicurezza e la città blindata dalla questura A evento terminato, qualche tafferuglio con la polizia, con un drappello che ha provato a forzare il cordone degli agenti.A Milano tragitto non concordato e tensioni. In Piemonte kompagni caricati.Lo speciale contiene due articoli.«Chi non rispetta tutte le prescrizioni dell'autorità di pubblica sicurezza rischia l'arresto», avevano intimato dalla questura di Trieste. Piazza Unità d'Italia, ormai simbolo della protesta contro il green pass, come disposto dalla prefettura era completamente transennata. Ben 400 unità delle forze dell'ordine hanno, invece, controllato la città e gli ingressi, anche quelli dalla Slovenia, per impedire l'arrivo di facinorosi e black bloc. A manifestazione ormai sciolta, circa 200 persone, verso le 18, hanno tentato di raggiungere piazza Unità d'Italia da piazza della Borsa, spingendo le transenne nel tentativo di far arretrare lo schieramento delle forze dell'ordine. Queste, però, hanno reagito respingendo i manifestanti e agitando anche i manganelli. Insulti sono stati rivolti presidente del Consiglio Mario Draghi e al sindaco Roberto Dipiazza. Verso le 20, però, c'è stato un secondo tentativo. Polizia e carabinieri hanno respinto ancora una volta i manifestanti, spingendoli fino a piazza della Borsa, usando anche i manganelli e gli scudi per farsi largo. Poco prima dell'azione un nucleo delle forze dell'ordine si era anche staccato per posizionarsi alle spalle dei manifestanti. Molti hanno lasciato la piazza. E alla fine tra i due blocchi di polizia c'erano un centinaio di persone. In totale si sono contati 12 fermati.Il corteo era partito alle 15, come previsto, da piazza Libertà. Alle 15.30 c'erano già circa 5.000 partecipanti, un dato stimato dagli organizzatori e confermato anche dalla questura. Ma alle 16 avevano raggiunto quota 8.000.Nonostante le prescrizioni, in pochi indossavano la mascherina. Man mano che le file della protesta si sono ingrossate, però, con il megafono qualcuno ha rivolto più volte l'invito a usarla e a mantenere il distanziamento. Fino all'altezza della chiesa greco ortodossa, a due passi da Piazza Unità d'Italia, il corteo ha avanzato in modo sereno, tra gli slogan «Libertà» e «La gente come noi non molla mai». Lì, però, alcuni manifestanti si sono avvicinati allo sbarramento di forze dell'ordine urlando «vergogna» e la situazione si è surriscaldata una prima volta. Ma non è degenerata. Il corteo si è snodato lungo le Rive, per poi avviarsi verso il centro della città. Qualche insulto è volato anche mentre i manifestanti passavano sotto la sede del quotidiano Il Piccolo. Nel corteo c'erano anche un gruppo di sanitari sospesi dal servizio perché non si sono sottoposti al vaccino e il consigliere comunale Ugo Rossi del movimento 3V. Giunto in piazza Oberdan, il corteo si è fermato e la manifestazione è stata sciolta prima del ritorno al punto di partenza, in piazza della Libertà, come era stato previsto. Gli organizzatori hanno spiegato che i manifestanti si sono fermati prima perché in piazza Oberdan c'è la sede del Consiglio regionale e, siccome i no green pass si sono sentiti attaccati anche dalle istituzioni, hanno voluto lanciare un segnale. Sul posto sono rimaste comunque circa 300 persone che hanno continuato a raccogliere fondi per sostenere eventuali spese legali. Anche perché, a quanto pare, non c'era un servizio d'ordine. Rossi, però, durante la manifestazione ha spiegato che «mascherine e steward» non c'erano, «perché era un compito della pubblica sicurezza, dell'autorità, non certo di chi manifesta». Rossi ha detto di non essere intimorito da eventuali sanzioni: «Ho già accumulato multe per 25.000 euro prese in un anno e mezzo, non ho alcun timore, la protesta continuerà a oltranza fino a quando l'obbligo vaccinale e il green pass non saranno aboliti. Vaccinati e non vaccinati, noi insieme e contro le discriminazioni». E sulle possibili infiltrazioni di facinorosi ha affermato: «Siamo gente pacifica e cittadini comuni che lottano per la libertà». E, infine, ha risposto alle domande dei giornalisti sul rapporto con Stefano Puzzer: «Lui fa le sue scelte», ha detto Rossi, «ma gli obiettivi possono essere comuni. Noi abbiamo messo da parte simboli e personalismi. C'era già un coordinamento e non ne serviva anche un altro». Puzzer intanto ha fatto sapere che oggi sarà a Pordenone per partecipare alla manifestazione «La verità ci rende liberi», in programma alle 14.30 in piazza Risorgimento e autorizzata. Una sessantina di simpatizzanti del referente dei portuali di Trieste, invece, ieri sera si sono radunati in piazza del Popolo a Roma. Il gruppo è stato monitorato dalle forze dell'ordine. Nei confronti di Puzzer nei giorni scorsi la questura di Roma ha emesso un foglio di via obbligatorio dalla Capitale con divieto di soggiorno per un anno, perché aveva posizionato un banchetto, proprio a piazza del Popolo, attirando una folla di alcune centinaia di persone. Più di 300 persone, poi, si sono riunite in piazza Santa Maria Novella a Firenze per un'assemblea pubblica promossa dal coordinamento fiorentino dei no green pass e, al grido «libertà», hanno dato vita a un corteo, partito alle 16.45, che ha sfilato per le vie del centro prima di tornare in piazza per la conclusione. In questo caso non c'è stata alcuna tensione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trieste-sfilano-scontri-fermi-2655515873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-milano-il-corteo-blocca-il-traffico-a-torino-anarchici-per-i-migranti" data-post-id="2655515873" data-published-at="1636264739" data-use-pagination="False"> A Milano il corteo blocca il traffico. A Torino anarchici per i migranti A Milano, tranne un momento di tensione con la troupe di Fanpage, il sedicesimo corteo contro il green pass, con oltre 4.000 manifestanti, sembrava essersi avviato senza troppi scossoni da piazza Fontana. Come ogni sabato gli attivisti si sono radunati fin dalle 16 tra il Duomo e piazza Beccaria. Poi, però, il cordone umano ha deviato il percorso indicato dal questore di Milano, Giuseppe Petronzi. D'altra parte, i promotori dell'iniziativa avevano rifiutato una mediazione sul tragitto che aggirava obiettivi indicati come «sensibili»: la Cgil, il palazzo di giustizia e le sedi di giornali. Il rifiuto da parte del comitato, che aveva ritirato il preavviso inviato alla questura per la manifestazione, aveva già alzato la tensione. Tant'è che sul canale Telegram gli organizzatori avevano annunciato che le disposizioni della questura non sarebbero state rispettate. E già alla partenza un giornalista e un operatore di Fanpage sono stati spintonati da due giovani manifestanti che, però, sono stati bloccati e identificati dagli agenti della Digos presenti. Uno dei due ha se l'è presa con i giornalisti, l'altro si è avvicinato dopo l'arrivo della polizia e al controllo è risultato sprovvisto di documenti. Entrambi sono stati accompagnati in questura. Ed è tornata subito la calma. Il corteo, al quale hanno preso parte anche Paolo Maurizio Ferrari, ex brigatista, considerato uno degli irriducibili delle Br, già stato denunciato due settimane fa per una manifestazione non autorizzata, e una quindicina di ultrà della Triestina, si è diretto in piazza Duomo percorrendo via Mazzini. E a quel punto ha cercato di imboccare corso di Porta Romana. «L'ipotesi proposta ai manifestanti», era stato spiegato, «ha trovato, in linea con i comunicati dei giorni precedenti, la ferma opposizione di questi, che hanno palesato, in tal modo, un maggiore interesse alla contrapposizione fine a se stessa che alla ricerca di un'ipotesi volta a garantire il diritto di manifestare». Il questore Giuseppe Petronzi ha quindi emesso un provvedimento di prescrizione con orari e tracciato fissi per la manifestazione. Gli accessi alle altre strade sono quindi stati blindati con uomini e mezzi delle forze dell'ordine. Ma alcuni manifestanti hanno deviato in corso di Porta Vigentina, uscendo dal percorso indicato dalla questura. Viale Beatrice d'Este è stata invasa e il traffico bloccato. Poi chi ha deviato si è diretto verso i Navigli. Tra i manifestanti che hanno seguito il percorso indicato dalla Questura, circa 700, alcuni hanno portato in spalla una bara di cartone avvolta in una bandiera dell'Italia con dei garofani poggiati sopra, per celebrare quello che hanno definito «il funerale della libertà». «Giù le mani dai bambini», i cori accompagnati da fischietti e trombe. Tra i manifestanti c'era anche un gruppo di lavoratori della logistica con i gilet gialli e con lo striscione «ora e sempre resistenza», in omaggio alle proteste francesi. La polizia, in viale Beatrice d'Este, strada con due corsie per carreggiata piena di auto, ha tentato di bloccare il secondo corteo, schierandosi in cordone a metà del viale, non lontano dall'università Bocconi, per cercare di evitare che la protesta raggiungesse la Darsena, mentre i manifestanti urlavano «Libertà» e accendevano fumogeni. Poco prima delle 19.30, però, il gruppo ribelle ha aggirato il blocco, girando attorno all'isolato, ed è tornando a occupare viale d'Este. A quel punto il corteo si è ulteriormente frammentato in gruppi che si sono mossi in modo confuso. A Torino, invece, durante il corteo, arrivato al quindicesimo sabato consecutivo, la polizia è stata costretta a una carica di alleggerimento contro 400 anarchici, che protestano per le vie del centro contro frontiere e Cpr (e non contro il green pass). Le parti sono entrate in contatto in piazza Savoia. In precedenza i manifestanti avevano imbrattato muri e vetrine di UniCredit e Banca del Piemonte in via Pietro Micca e via Cernaia. In piazza Savoia, invece, sono state lanciate uova piene di vernice e bottiglie contro le forze dell'ordine.
La partecipazione della gente al funerale del fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, a Pontida (Ansa)
Pontida è tornata a essere il luogo simbolo della Lega per l’ultimo saluto a Umberto Bossi. A tre giorni dalla morte, centinaia di militanti si sono ritrovati davanti all’abbazia di San Giacomo, tra bandiere con il Sole delle Alpi, fazzoletti verdi e striscioni che richiamano i temi che hanno segnato una stagione politica. Su uno, appeso all’ingresso del paese, la frase: «Una vita senza libertà non è vita. W Bossi».
L’arrivo del feretro è stato accolto da un lungo applauso e da cori scanditi dalla folla: «Bossi, Bossi», ma anche «Padania libera» e «Libertà». Sulla bara, oltre ai fiori, la bandiera con il simbolo del movimento. All’interno della chiesa, circa quattrocento posti riservati alla famiglia e alle autorità; all’esterno, i militanti hanno seguito la cerimonia attraverso un maxischermo, raccolti davanti alle transenne che delimitavano l’area. Tra i primi ad arrivare il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, mentre tra i presenti si è visto anche Mario Borghezio, con il tradizionale fazzoletto verde. In chiesa, tra gli altri, i presidenti delle Camere Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, diversi ministri e rappresentanti delle istituzioni. L’atmosfera si è fatta più tesa con l’arrivo del segretario della Lega Matteo Salvini. Indossava una camicia verde, richiamo esplicito alla storia del movimento, ma una parte dei presenti lo ha contestato con cori come «Vergogna» e «Molla la camicia verde». Salvini si è avvicinato alle transenne per salutare i militanti, senza fermarsi, mentre attorno a lui si alternavano applausi e dissenso. Poco dopo, il clima si è ricompattato nel ricordo del fondatore, con nuovi cori «Bossi, Bossi» che hanno accompagnato l’ingresso in abbazia.
Contestazioni anche per l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, mentre è stata accolta dagli applausi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, arrivata insieme al vicepremier Antonio Tajani. Al suo arrivo si sono sentiti slogan diversi, da «Secessione, secessione» a cori con il suo nome. Applausi anche per Luca Zaia e Attilio Fontana, salutati calorosamente dai militanti lungo le transenne. Una presenza diffusa, quella del mondo leghista di ieri e di oggi, che ha segnato tutta la giornata. A spiegare il malumore di una parte della base nei confronti dell’attuale leadership anche le parole dell’ex ministro Roberto Castelli, che ha parlato apertamente di una «eredità tradita», sostenendo che «la Lega di Salvini non è la Lega».
Durante la funzione e fino all’uscita del feretro, la piazza è rimasta attraversata da cori e richiami identitari. Nel momento conclusivo, mentre la bara veniva accompagnata fuori dalla chiesa insieme alla famiglia e alle autorità, un gruppo di militanti ha scandito: «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore». Dal microfono, Giorgetti è intervenuto con un «per cortesia» per riportare il silenzio e permettere la conclusione della preghiera.
Già dalle prime ore del mattino, Pontida aveva mostrato il volto più riconoscibile del suo popolo: striscioni, bandiere, simboli e una partecipazione che mescolava memoria e identità. Tra i presenti anche giovani militanti, arrivati per rendere omaggio a quello che molti hanno definito il loro punto di riferimento politico. Nel giorno dell’addio al Senatùr, il paese che per anni è stato teatro dei raduni leghisti si è trasformato ancora una volta in un luogo di appartenenza. Tra applausi, tensioni e richiami alle origini, il ricordo di Bossi ha finito per tenere insieme, almeno per qualche ora, una comunità attraversata da divisioni ma ancora legata al suo fondatore.
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Beppe Sala e Elly Schlein (Ansa)
A Milano non si parla d’altro. E il sindaco, secondo quanto riferito da più interlocutori, avrebbe confidato agli amici più stretti l’idea di una candidatura al Parlamento il prossimo anno. Non sarebbe una semplice uscita di scena dopo due mandati, ma un passaggio politico con effetti immediati sia a Roma sia a Palazzo Marino. Per Sala c’è una spinta politica evidente: dopo dieci anni da sindaco, continua a considerarsi una figura spendibile anche in chiave nazionale, soprattutto in un’area riformista e civica che nel centrosinistra cerca ancora una rappresentanza. Sullo sfondo, però, restano anche i dossier giudiziari aperti, dall’urbanistica allo stadio di San Siro fino al capitolo Olimpiadi, che nella politica milanese accompagnano inevitabilmente ogni lettura sulla sua possibile corsa a Roma.
Il referendum di oggi può incidere proprio su questo. Non tanto per le ricadute sul governo, quanto per quelle nel Pd e nel centrosinistra. Se il No dovesse prevalere, Schlein ne uscirebbe rafforzata e il partito avrebbe più forza nel controllare linea politica e liste. Se invece il risultato aprisse una fase più incerta, tornerebbe più forte la discussione su chi possa parlare anche oltre il perimetro tradizionale dem. Ed è in questo spazio che Sala pensa di poter giocare la sua partita.
Il problema, per lui, è che la strada verso Roma passa da un Pd che non gli garantisce un appoggio compatto. I rapporti con il partito si sono raffreddati già nei mesi dell’inchiesta urbanistica e del confronto sul «Salva Milano».
Sala aveva chiesto ai dem di chiarire la loro posizione; il sostegno è arrivato, ma mai in forma piena e incondizionata. E anche il rapporto con Schlein è rimasto segnato da una distanza politica evidente: il sindaco non è mai stato davvero organico alla linea della segretaria, e la segretaria non ha mai investito fino in fondo su di lui.
Intanto, a Milano, il centrosinistra si sta già muovendo per il dopo Sala. Le parole di ieri della vicesindaca Anna Scavuzzo, che ha parlato di una «alterità» nel modo di guardare la città e di «incongruenze» rimaste fin qui dentro la discussione interna, non certificano una rottura, ma raccontano una presa di distanza politica dal primo cittadino che ormai è sempre più evidente. È il segnale di una maggioranza che non esplode, ma che comincia a scaricarlo.
Lo stesso vale per il fronte che si muove attorno a Pierfrancesco Majorino e Francesco Laforgia. L’operazione «Gente di Milano», iniziata ieri, viene presentata come un laboratorio di ascolto, non come l’avvio della campagna elettorale. Ma il messaggio politico è chiaro: il Pd milanese non aspetta le mosse di Sala e sta già costruendo il terreno della successione. Majorino rivendica le primarie entro la fine dell’anno, Laforgia parla della necessità di rilanciare l’esperienza di governo del centrosinistra.
Per questo, se davvero si arriverà alla partita delle liste, Sala entrerà in una trattativa difficile. Non come uomo di apparato, ma come figura forte e insieme scomoda: conosciuta quanto basta per essere utile, autonoma al punto da non essere facilmente controllabile, esposta al punto da dividere. Più Schlein uscirà forte dal referendum, più la selezione delle candidature sarà centralizzata. Più invece si aprirà una fase di ridefinizione interna, più un profilo come quello del sindaco di Milano potrà tentare di giocare la carta nazionale.
Poi c’è il nodo più concreto: il calendario. Sala è stato rieletto nell’ottobre 2021 e Milano deve votare, in via ordinaria, nella primavera 2027. Ma se il sindaco decidesse di candidarsi alle politiche (se la legislatura dovesse finire in anticipo) prima della fine del mandato, il problema non sarebbe solo politico. Per un sindaco di un Comune sopra i 20.000 abitanti la candidatura al Parlamento richiede le dimissioni. E per Milano c’è una data chiave: il 24 febbraio. Se la cessazione effettiva dalla carica maturasse entro quella soglia, il Comune voterebbe comunque nella primavera 2027. Se invece maturasse dopo, la città rischierebbe il commissariamento. Con in più il rischio politico di un commissario nominato dal governo di centrodestra, con accesso pieno alla gestione di Palazzo Marino durante la campagna elettorale: uno scenario che il Pd difficilmente potrebbe permettersi.
È questo l’incastro che rende la partita di Sala molto più delicata di un normale trasloco da Palazzo Marino a Roma. Perché la sua eventuale candidatura non inciderebbe solo sugli equilibri del Pd o sulla geografia del centrosinistra. Aprirebbe anche un problema immediato per Milano, proprio mentre nella maggioranza si moltiplicano i segnali di autonomia e il partito comincia a preparare il dopo.
Il referendum non decide da solo il destino di Sala, ma ne condiziona il contesto: il punto, ormai, è se troverà davvero lo spazio per andare a Roma e a quale prezzo politico per sé e per Milano.
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