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2021-11-07
A Trieste sfilano in 8.000, scontri e 12 fermi
Ansa
«Chi non rispetta tutte le prescrizioni dell'autorità di pubblica sicurezza rischia l'arresto», avevano intimato dalla questura di Trieste. Piazza Unità d'Italia, ormai simbolo della protesta contro il green pass, come disposto dalla prefettura era completamente transennata.
Ben 400 unità delle forze dell'ordine hanno, invece, controllato la città e gli ingressi, anche quelli dalla Slovenia, per impedire l'arrivo di facinorosi e black bloc. A manifestazione ormai sciolta, circa 200 persone, verso le 18, hanno tentato di raggiungere piazza Unità d'Italia da piazza della Borsa, spingendo le transenne nel tentativo di far arretrare lo schieramento delle forze dell'ordine. Queste, però, hanno reagito respingendo i manifestanti e agitando anche i manganelli. Insulti sono stati rivolti presidente del Consiglio Mario Draghi e al sindaco Roberto Dipiazza. Verso le 20, però, c'è stato un secondo tentativo. Polizia e carabinieri hanno respinto ancora una volta i manifestanti, spingendoli fino a piazza della Borsa, usando anche i manganelli e gli scudi per farsi largo. Poco prima dell'azione un nucleo delle forze dell'ordine si era anche staccato per posizionarsi alle spalle dei manifestanti. Molti hanno lasciato la piazza. E alla fine tra i due blocchi di polizia c'erano un centinaio di persone. In totale si sono contati 12 fermati.
Il corteo era partito alle 15, come previsto, da piazza Libertà. Alle 15.30 c'erano già circa 5.000 partecipanti, un dato stimato dagli organizzatori e confermato anche dalla questura. Ma alle 16 avevano raggiunto quota 8.000.
Nonostante le prescrizioni, in pochi indossavano la mascherina. Man mano che le file della protesta si sono ingrossate, però, con il megafono qualcuno ha rivolto più volte l'invito a usarla e a mantenere il distanziamento. Fino all'altezza della chiesa greco ortodossa, a due passi da Piazza Unità d'Italia, il corteo ha avanzato in modo sereno, tra gli slogan «Libertà» e «La gente come noi non molla mai». Lì, però, alcuni manifestanti si sono avvicinati allo sbarramento di forze dell'ordine urlando «vergogna» e la situazione si è surriscaldata una prima volta. Ma non è degenerata.
Il corteo si è snodato lungo le Rive, per poi avviarsi verso il centro della città. Qualche insulto è volato anche mentre i manifestanti passavano sotto la sede del quotidiano Il Piccolo. Nel corteo c'erano anche un gruppo di sanitari sospesi dal servizio perché non si sono sottoposti al vaccino e il consigliere comunale Ugo Rossi del movimento 3V. Giunto in piazza Oberdan, il corteo si è fermato e la manifestazione è stata sciolta prima del ritorno al punto di partenza, in piazza della Libertà, come era stato previsto. Gli organizzatori hanno spiegato che i manifestanti si sono fermati prima perché in piazza Oberdan c'è la sede del Consiglio regionale e, siccome i no green pass si sono sentiti attaccati anche dalle istituzioni, hanno voluto lanciare un segnale. Sul posto sono rimaste comunque circa 300 persone che hanno continuato a raccogliere fondi per sostenere eventuali spese legali. Anche perché, a quanto pare, non c'era un servizio d'ordine.
Rossi, però, durante la manifestazione ha spiegato che «mascherine e steward» non c'erano, «perché era un compito della pubblica sicurezza, dell'autorità, non certo di chi manifesta». Rossi ha detto di non essere intimorito da eventuali sanzioni: «Ho già accumulato multe per 25.000 euro prese in un anno e mezzo, non ho alcun timore, la protesta continuerà a oltranza fino a quando l'obbligo vaccinale e il green pass non saranno aboliti. Vaccinati e non vaccinati, noi insieme e contro le discriminazioni». E sulle possibili infiltrazioni di facinorosi ha affermato: «Siamo gente pacifica e cittadini comuni che lottano per la libertà». E, infine, ha risposto alle domande dei giornalisti sul rapporto con Stefano Puzzer: «Lui fa le sue scelte», ha detto Rossi, «ma gli obiettivi possono essere comuni. Noi abbiamo messo da parte simboli e personalismi. C'era già un coordinamento e non ne serviva anche un altro». Puzzer intanto ha fatto sapere che oggi sarà a Pordenone per partecipare alla manifestazione «La verità ci rende liberi», in programma alle 14.30 in piazza Risorgimento e autorizzata. Una sessantina di simpatizzanti del referente dei portuali di Trieste, invece, ieri sera si sono radunati in piazza del Popolo a Roma. Il gruppo è stato monitorato dalle forze dell'ordine. Nei confronti di Puzzer nei giorni scorsi la questura di Roma ha emesso un foglio di via obbligatorio dalla Capitale con divieto di soggiorno per un anno, perché aveva posizionato un banchetto, proprio a piazza del Popolo, attirando una folla di alcune centinaia di persone.
Più di 300 persone, poi, si sono riunite in piazza Santa Maria Novella a Firenze per un'assemblea pubblica promossa dal coordinamento fiorentino dei no green pass e, al grido «libertà», hanno dato vita a un corteo, partito alle 16.45, che ha sfilato per le vie del centro prima di tornare in piazza per la conclusione. In questo caso non c'è stata alcuna tensione.
A Milano il corteo blocca il traffico. A Torino anarchici per i migranti
A Milano, tranne un momento di tensione con la troupe di Fanpage, il sedicesimo corteo contro il green pass, con oltre 4.000 manifestanti, sembrava essersi avviato senza troppi scossoni da piazza Fontana. Come ogni sabato gli attivisti si sono radunati fin dalle 16 tra il Duomo e piazza Beccaria. Poi, però, il cordone umano ha deviato il percorso indicato dal questore di Milano, Giuseppe Petronzi. D'altra parte, i promotori dell'iniziativa avevano rifiutato una mediazione sul tragitto che aggirava obiettivi indicati come «sensibili»: la Cgil, il palazzo di giustizia e le sedi di giornali. Il rifiuto da parte del comitato, che aveva ritirato il preavviso inviato alla questura per la manifestazione, aveva già alzato la tensione. Tant'è che sul canale Telegram gli organizzatori avevano annunciato che le disposizioni della questura non sarebbero state rispettate. E già alla partenza un giornalista e un operatore di Fanpage sono stati spintonati da due giovani manifestanti che, però, sono stati bloccati e identificati dagli agenti della Digos presenti.
Uno dei due ha se l'è presa con i giornalisti, l'altro si è avvicinato dopo l'arrivo della polizia e al controllo è risultato sprovvisto di documenti. Entrambi sono stati accompagnati in questura. Ed è tornata subito la calma. Il corteo, al quale hanno preso parte anche Paolo Maurizio Ferrari, ex brigatista, considerato uno degli irriducibili delle Br, già stato denunciato due settimane fa per una manifestazione non autorizzata, e una quindicina di ultrà della Triestina, si è diretto in piazza Duomo percorrendo via Mazzini. E a quel punto ha cercato di imboccare corso di Porta Romana.
«L'ipotesi proposta ai manifestanti», era stato spiegato, «ha trovato, in linea con i comunicati dei giorni precedenti, la ferma opposizione di questi, che hanno palesato, in tal modo, un maggiore interesse alla contrapposizione fine a se stessa che alla ricerca di un'ipotesi volta a garantire il diritto di manifestare». Il questore Giuseppe Petronzi ha quindi emesso un provvedimento di prescrizione con orari e tracciato fissi per la manifestazione. Gli accessi alle altre strade sono quindi stati blindati con uomini e mezzi delle forze dell'ordine. Ma alcuni manifestanti hanno deviato in corso di Porta Vigentina, uscendo dal percorso indicato dalla questura. Viale Beatrice d'Este è stata invasa e il traffico bloccato. Poi chi ha deviato si è diretto verso i Navigli. Tra i manifestanti che hanno seguito il percorso indicato dalla Questura, circa 700, alcuni hanno portato in spalla una bara di cartone avvolta in una bandiera dell'Italia con dei garofani poggiati sopra, per celebrare quello che hanno definito «il funerale della libertà». «Giù le mani dai bambini», i cori accompagnati da fischietti e trombe. Tra i manifestanti c'era anche un gruppo di lavoratori della logistica con i gilet gialli e con lo striscione «ora e sempre resistenza», in omaggio alle proteste francesi.
La polizia, in viale Beatrice d'Este, strada con due corsie per carreggiata piena di auto, ha tentato di bloccare il secondo corteo, schierandosi in cordone a metà del viale, non lontano dall'università Bocconi, per cercare di evitare che la protesta raggiungesse la Darsena, mentre i manifestanti urlavano «Libertà» e accendevano fumogeni. Poco prima delle 19.30, però, il gruppo ribelle ha aggirato il blocco, girando attorno all'isolato, ed è tornando a occupare viale d'Este. A quel punto il corteo si è ulteriormente frammentato in gruppi che si sono mossi in modo confuso.
A Torino, invece, durante il corteo, arrivato al quindicesimo sabato consecutivo, la polizia è stata costretta a una carica di alleggerimento contro 400 anarchici, che protestano per le vie del centro contro frontiere e Cpr (e non contro il green pass). Le parti sono entrate in contatto in piazza Savoia. In precedenza i manifestanti avevano imbrattato muri e vetrine di UniCredit e Banca del Piemonte in via Pietro Micca e via Cernaia. In piazza Savoia, invece, sono state lanciate uova piene di vernice e bottiglie contro le forze dell'ordine.
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Partecipata manifestazione no green pass, nonostante le pesanti misure di sicurezza e la città blindata dalla questura A evento terminato, qualche tafferuglio con la polizia, con un drappello che ha provato a forzare il cordone degli agenti.A Milano tragitto non concordato e tensioni. In Piemonte kompagni caricati.Lo speciale contiene due articoli.«Chi non rispetta tutte le prescrizioni dell'autorità di pubblica sicurezza rischia l'arresto», avevano intimato dalla questura di Trieste. Piazza Unità d'Italia, ormai simbolo della protesta contro il green pass, come disposto dalla prefettura era completamente transennata. Ben 400 unità delle forze dell'ordine hanno, invece, controllato la città e gli ingressi, anche quelli dalla Slovenia, per impedire l'arrivo di facinorosi e black bloc. A manifestazione ormai sciolta, circa 200 persone, verso le 18, hanno tentato di raggiungere piazza Unità d'Italia da piazza della Borsa, spingendo le transenne nel tentativo di far arretrare lo schieramento delle forze dell'ordine. Queste, però, hanno reagito respingendo i manifestanti e agitando anche i manganelli. Insulti sono stati rivolti presidente del Consiglio Mario Draghi e al sindaco Roberto Dipiazza. Verso le 20, però, c'è stato un secondo tentativo. Polizia e carabinieri hanno respinto ancora una volta i manifestanti, spingendoli fino a piazza della Borsa, usando anche i manganelli e gli scudi per farsi largo. Poco prima dell'azione un nucleo delle forze dell'ordine si era anche staccato per posizionarsi alle spalle dei manifestanti. Molti hanno lasciato la piazza. E alla fine tra i due blocchi di polizia c'erano un centinaio di persone. In totale si sono contati 12 fermati.Il corteo era partito alle 15, come previsto, da piazza Libertà. Alle 15.30 c'erano già circa 5.000 partecipanti, un dato stimato dagli organizzatori e confermato anche dalla questura. Ma alle 16 avevano raggiunto quota 8.000.Nonostante le prescrizioni, in pochi indossavano la mascherina. Man mano che le file della protesta si sono ingrossate, però, con il megafono qualcuno ha rivolto più volte l'invito a usarla e a mantenere il distanziamento. Fino all'altezza della chiesa greco ortodossa, a due passi da Piazza Unità d'Italia, il corteo ha avanzato in modo sereno, tra gli slogan «Libertà» e «La gente come noi non molla mai». Lì, però, alcuni manifestanti si sono avvicinati allo sbarramento di forze dell'ordine urlando «vergogna» e la situazione si è surriscaldata una prima volta. Ma non è degenerata. Il corteo si è snodato lungo le Rive, per poi avviarsi verso il centro della città. Qualche insulto è volato anche mentre i manifestanti passavano sotto la sede del quotidiano Il Piccolo. Nel corteo c'erano anche un gruppo di sanitari sospesi dal servizio perché non si sono sottoposti al vaccino e il consigliere comunale Ugo Rossi del movimento 3V. Giunto in piazza Oberdan, il corteo si è fermato e la manifestazione è stata sciolta prima del ritorno al punto di partenza, in piazza della Libertà, come era stato previsto. Gli organizzatori hanno spiegato che i manifestanti si sono fermati prima perché in piazza Oberdan c'è la sede del Consiglio regionale e, siccome i no green pass si sono sentiti attaccati anche dalle istituzioni, hanno voluto lanciare un segnale. Sul posto sono rimaste comunque circa 300 persone che hanno continuato a raccogliere fondi per sostenere eventuali spese legali. Anche perché, a quanto pare, non c'era un servizio d'ordine. Rossi, però, durante la manifestazione ha spiegato che «mascherine e steward» non c'erano, «perché era un compito della pubblica sicurezza, dell'autorità, non certo di chi manifesta». Rossi ha detto di non essere intimorito da eventuali sanzioni: «Ho già accumulato multe per 25.000 euro prese in un anno e mezzo, non ho alcun timore, la protesta continuerà a oltranza fino a quando l'obbligo vaccinale e il green pass non saranno aboliti. Vaccinati e non vaccinati, noi insieme e contro le discriminazioni». E sulle possibili infiltrazioni di facinorosi ha affermato: «Siamo gente pacifica e cittadini comuni che lottano per la libertà». E, infine, ha risposto alle domande dei giornalisti sul rapporto con Stefano Puzzer: «Lui fa le sue scelte», ha detto Rossi, «ma gli obiettivi possono essere comuni. Noi abbiamo messo da parte simboli e personalismi. C'era già un coordinamento e non ne serviva anche un altro». Puzzer intanto ha fatto sapere che oggi sarà a Pordenone per partecipare alla manifestazione «La verità ci rende liberi», in programma alle 14.30 in piazza Risorgimento e autorizzata. Una sessantina di simpatizzanti del referente dei portuali di Trieste, invece, ieri sera si sono radunati in piazza del Popolo a Roma. Il gruppo è stato monitorato dalle forze dell'ordine. Nei confronti di Puzzer nei giorni scorsi la questura di Roma ha emesso un foglio di via obbligatorio dalla Capitale con divieto di soggiorno per un anno, perché aveva posizionato un banchetto, proprio a piazza del Popolo, attirando una folla di alcune centinaia di persone. Più di 300 persone, poi, si sono riunite in piazza Santa Maria Novella a Firenze per un'assemblea pubblica promossa dal coordinamento fiorentino dei no green pass e, al grido «libertà», hanno dato vita a un corteo, partito alle 16.45, che ha sfilato per le vie del centro prima di tornare in piazza per la conclusione. In questo caso non c'è stata alcuna tensione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trieste-sfilano-scontri-fermi-2655515873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-milano-il-corteo-blocca-il-traffico-a-torino-anarchici-per-i-migranti" data-post-id="2655515873" data-published-at="1636264739" data-use-pagination="False"> A Milano il corteo blocca il traffico. A Torino anarchici per i migranti A Milano, tranne un momento di tensione con la troupe di Fanpage, il sedicesimo corteo contro il green pass, con oltre 4.000 manifestanti, sembrava essersi avviato senza troppi scossoni da piazza Fontana. Come ogni sabato gli attivisti si sono radunati fin dalle 16 tra il Duomo e piazza Beccaria. Poi, però, il cordone umano ha deviato il percorso indicato dal questore di Milano, Giuseppe Petronzi. D'altra parte, i promotori dell'iniziativa avevano rifiutato una mediazione sul tragitto che aggirava obiettivi indicati come «sensibili»: la Cgil, il palazzo di giustizia e le sedi di giornali. Il rifiuto da parte del comitato, che aveva ritirato il preavviso inviato alla questura per la manifestazione, aveva già alzato la tensione. Tant'è che sul canale Telegram gli organizzatori avevano annunciato che le disposizioni della questura non sarebbero state rispettate. E già alla partenza un giornalista e un operatore di Fanpage sono stati spintonati da due giovani manifestanti che, però, sono stati bloccati e identificati dagli agenti della Digos presenti. Uno dei due ha se l'è presa con i giornalisti, l'altro si è avvicinato dopo l'arrivo della polizia e al controllo è risultato sprovvisto di documenti. Entrambi sono stati accompagnati in questura. Ed è tornata subito la calma. Il corteo, al quale hanno preso parte anche Paolo Maurizio Ferrari, ex brigatista, considerato uno degli irriducibili delle Br, già stato denunciato due settimane fa per una manifestazione non autorizzata, e una quindicina di ultrà della Triestina, si è diretto in piazza Duomo percorrendo via Mazzini. E a quel punto ha cercato di imboccare corso di Porta Romana. «L'ipotesi proposta ai manifestanti», era stato spiegato, «ha trovato, in linea con i comunicati dei giorni precedenti, la ferma opposizione di questi, che hanno palesato, in tal modo, un maggiore interesse alla contrapposizione fine a se stessa che alla ricerca di un'ipotesi volta a garantire il diritto di manifestare». Il questore Giuseppe Petronzi ha quindi emesso un provvedimento di prescrizione con orari e tracciato fissi per la manifestazione. Gli accessi alle altre strade sono quindi stati blindati con uomini e mezzi delle forze dell'ordine. Ma alcuni manifestanti hanno deviato in corso di Porta Vigentina, uscendo dal percorso indicato dalla questura. Viale Beatrice d'Este è stata invasa e il traffico bloccato. Poi chi ha deviato si è diretto verso i Navigli. Tra i manifestanti che hanno seguito il percorso indicato dalla Questura, circa 700, alcuni hanno portato in spalla una bara di cartone avvolta in una bandiera dell'Italia con dei garofani poggiati sopra, per celebrare quello che hanno definito «il funerale della libertà». «Giù le mani dai bambini», i cori accompagnati da fischietti e trombe. Tra i manifestanti c'era anche un gruppo di lavoratori della logistica con i gilet gialli e con lo striscione «ora e sempre resistenza», in omaggio alle proteste francesi. La polizia, in viale Beatrice d'Este, strada con due corsie per carreggiata piena di auto, ha tentato di bloccare il secondo corteo, schierandosi in cordone a metà del viale, non lontano dall'università Bocconi, per cercare di evitare che la protesta raggiungesse la Darsena, mentre i manifestanti urlavano «Libertà» e accendevano fumogeni. Poco prima delle 19.30, però, il gruppo ribelle ha aggirato il blocco, girando attorno all'isolato, ed è tornando a occupare viale d'Este. A quel punto il corteo si è ulteriormente frammentato in gruppi che si sono mossi in modo confuso. A Torino, invece, durante il corteo, arrivato al quindicesimo sabato consecutivo, la polizia è stata costretta a una carica di alleggerimento contro 400 anarchici, che protestano per le vie del centro contro frontiere e Cpr (e non contro il green pass). Le parti sono entrate in contatto in piazza Savoia. In precedenza i manifestanti avevano imbrattato muri e vetrine di UniCredit e Banca del Piemonte in via Pietro Micca e via Cernaia. In piazza Savoia, invece, sono state lanciate uova piene di vernice e bottiglie contro le forze dell'ordine.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Intendiamoci: nessuno ha intenzione di cancellare la vicenda del giovane friulano vittima di uomini dei servizi segreti del Cairo, anche perché sarebbe impossibile dato che a Roma è in corso un processo contro quattro alti ufficiali del regime di Al Sisi. Questo, però, non significa che si possa usare il caso Regeni come grimaldello per scassinare il bancomat che per anni ha mantenuto attori e registi, finanziando opere di dubbia qualità e con nessun spettatore.
La storia di Giulio Regeni è tragica, ma non può essere trasformata in farsa, con società di produzione che presentano sceneggiature scadenti nella certezza che saranno ricoperte di soldi pubblici, a garanzia dei compensi per il circoletto radical chic che ruota intorno alla cinematografia italiana. Chi ha voluto, in passato, ricostruire la vicenda di Regeni lo ha potuto fare, riuscendo a produrre una miniserie efficace. Ma non basta il nome della vittima dei sicari del Cairo per poter battere cassa. Ciò che sto dicendo vi sembrerà ovvio, ma di questi tempi non lo è. Forse provato dalle polemiche che lo inseguono da oltre un anno, non ultime quelle sulla partecipazione di una delegazione russa alla Biennale, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, da cui dipendono anche i fondi per il cinema, non soltanto ha condannato l’esclusione del film su Regeni dal novero di quelli da finanziare, ma pare pure intenzionato a tornare al passato. Ovvero a riaprire la mangiatoia pubblica attorno alla quale per un lungo periodo ha banchettato la compagnia di cinematografari italiani e non solo.
L’elenco dei beneficiari di contributi statali è lungo e si resta basiti a scorrerlo, soprattutto quando si scopre che, a fronte di una montagna di denaro, non solo non ci sono opere da premio Oscar, ma neppure esistono pellicole che siano state premiate dal botteghino. Alcuni di questi film sono finiti nel mirino della magistratura perché, più che al grande pubblico, miravano al grande affare del credito d’imposta. Altri, invece, sono al vaglio delle forze dell’ordine perché, nel novero dei richiedenti, c’era pure l’assassino di Villa Pamphili, l’americano che ha ammazzato figlia e fidanzata, abbandonandone poi i cadaveri nella boscaglia.
Tutto ciò consiglierebbe di procedere con prudenza, per evitare sprechi e ruberie. Invece, proprio parlando del film di Regeni, Giuli è tornato sui suoi passi, dicendo di aver pronti 20 milioni per far ritornare il Fondo cinema e audiovisivo ai fasti del passato, con una dotazione di 626 milioni. Sì, avete capito bene. Mentre non si trovano soldi per sostenere spese fondamentali, il ministro della Cultura si prepara a staccare un assegno in bianco a registi e attori. Come e con quali modalità? Ma con una proposta di legge del Pd, che diamine.
Anzi, Giuli fa un appello alla sua maggioranza perché sostenga il disegno del principale partito d’opposizione. Non importa che il Pd, tramite Dario Franceschini, nel mondo del cinema la faccia da sempre da padrone e proprio questo intreccio fra politica e cultura abbia consentito di finanziare a carico dei contribuenti film di nessun peso. Non importa neppure che Giorgia Meloni un anno fa avesse promesso di smantellare il magico mondo con cui per anni si è alimentata una narrazione cinematografica di parte e per pochi intimi.
No, forse per garantirsi un anno senza polemiche, Giuli vuole tornare al passato, rimettendo il settore nelle mani dei soliti noti. E Regeni torna utile per dire che così le cose non vanno e bisogna cambiare. Certo, era molto meglio quando non bastava un nome e neppure una sceneggiatura per avere accesso ai soldi pubblici. Che poi sono la sola cosa che conta in un sistema che non produce grandi opere, ma grandi guadagni per poche persone.
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Un frame del film «The Palace» di Roman Polanski (01 Distribution)
Si scrive Alessandro Giuli, si legge Dario Franceschini. Quello che doveva essere il grande riformatore delle sovvenzioni pubbliche al settore cinematografico italiano, piagate da anni di assistenzialismo rosso messo in piedi dall’ex segretario dem quando era ministro della Cultura, si sta rivelando una copia perfetta del suo predecessore. Perché, invece di morigerare (soprattutto in tempi di vacche magrissime come quelli attuali) le spese per il sostegno alle produzioni cinematografiche, magari premiando le opere prime o quelle di giovani autori e limando i contributi a pioggia alle grandi case di produzione italiani, continentali o extraeuropee, Giuli ha pensato bene di proseguire sulla strada maestra del «più soldi per (i soliti) tutti».
Si può leggere così, infatti, la scelta di destinare 606 milioni di euro al Fondo per il cinema e l’audiovisivo per il 2026, a sostegno dell’intera filiera, pubblicato lo scorso 16 aprile. La quota principale, ça va sans dire, è stata assegnata al tax credit, con 441 milioni di euro destinati a sostenere produzione, distribuzione, esercizio cinematografico e attrazione di investimenti internazionali. Poi sono stati stanziati 41,7 milioni di euro per la sezione di contributi selettivi destinati a interventi mirati su sviluppo e produzione. Le risorse sono orientate in particolare verso nuovi talenti, opere prime e seconde, documentari, animazione e coproduzioni. Infine, oltre 100 milioni di euro dedicati a iniziative che spaziano dai festival alla valorizzazione del patrimonio audiovisivo, fino al sostegno delle principali istituzioni del settore.
Nel suo intervento di ieri al Quirinale con i candidati al David di Donatello, Giuli ha aperto ancora di più il portafoglio annunciando che «con grande sforzo, abbiamo stanziato altri 20 milioni per il fondo», portando la dotazione a 626 milioni. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha ricevuto e letto il documento firmato da tutte le associazioni di categoria, che rappresentano complessivamente oltre 120.000 lavoratori, in cui viene chiesto «un confronto con le istituzioni reali, aperto e costruttivo» per affrontare questa fase complicata, ha auspicato che «si riesca a trovare un punto di equilibrio tra le diverse esigenze». Un appello al governo, neanche tanto velato, ad aprire i cordoni della borsa.
La sforbiciata rispetto all’anno prima c’è stata: la scure di Giuli ha tagliato una settantina di milioni di euro, visto che nel 2025 il Fondo per il cinema ammontava a 696 milioni. Però la forbice ministeriale pare non essersi concentrata sulle giuste voci. Guardando il Tax credit, per esempio (l’agevolazione fiscale che riconosce un credito d’imposta alle imprese del settore per produzione, distribuzione e internazionalizzazione), una voce di spesa finita nell’occhio del ciclone, come certificato a più riprese dalla Verità con una serie di articoli nei mesi scorsi, perché erano state generosamente aiutate produzioni milionarie che al botteghino avevano rimediato solo flop, ebbene gli sgravi fiscali sono passati da una dotazione di 412 milioni a 441. Poi c’è quella che la rivista Box office ha bollato come «la madre di tutte le storture», l’aumento «sproporzionato delle risorse destinate al credito d’imposta internazionale», a fronte del taglio dei contributi automatici e selettivi, accompagnato da scelte «punitive» nei confronti dei produttori italiani. Questa voce è passata dai 42 milioni del 2025 ai 100 tondi tondi dell’anno in corso. Ma perché, si è chiesta nei mesi scorsi La Verità, dobbiamo finanziare opere disertate dagli spettatori come Without blood di Angelina Jolie, che ha ricevuto 8,2 milioni di euro, o come The Palace di Roman Polanski, un clamoroso insuccesso al botteghino italiano: nonostante un investimento pubblico considerevole, oltre 6 milioni di euro in contributi statali, quest’ultimo film ha incassato appena 398.766 euro. E che dire dei 793.629 euro andati a finanziare la docuserie di Fabrizio Corona, Io sono notizia? Perché concedere aiuti pari a un terzo delle spese sostenute (circa 2,5 milioni di euro) per un prodotto poi distribuito su Netflix e prodotto dalla srl Bloom media house? Mistero. Giuli, ieri al Quirinale, ha auspicato «un sistema più giusto, con più qualità e meno politica». Moralmente auspicabile, visto che le scelte politiche non devono entrare, come quasi sempre accaduto finora, nelle segrete stanze dove le commissioni preposte decidono a chi dare (tanti) soldi e a chi no. La politica serve prima, nel creare l’impalcatura che eviti certe storture e gli sprechi. Obiettivo che pare sparito dall’orizzonte dell’esecutivo.
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Nicole Minetti (Getty Images)
Ieri c’è stato un primo incontro, ma ce ne saranno altri anche nelle prossime settimane. Sul tavolo ci sono gli atti del procedimento adottivo, la ricostruzione dei passaggi davanti alle autorità uruguaiane, l’indicazione degli ospedali consultati e i nomi dei medici sentiti, che restano riservati per ragioni di privacy.
Il fascicolo, nel frattempo, ha iniziato a muoversi. Alla Procura generale di Milano stanno arrivando anche i primi esiti degli accertamenti all’estero, in particolare in Uruguay e in Spagna, disposti nell’istruttoria supplementare sulla grazia concessa a Minetti. Nanni e il sostituto pg Gaetano Brusa valuteranno gli atti quando il quadro sarà completo. Se emergeranno elementi ostativi, potranno rivedere il giudizio favorevole già espresso. Una nuova valutazione non è attesa questa settimana: con ogni probabilità se ne parlerà dalla prossima. Sarà poi trasmessa al ministero della Giustizia e, da lì, al Quirinale.
Le verifiche affidate all’Interpol riguardano prima di tutto l’adozione: la copia originale degli atti, la procedura seguita dalle autorità uruguaiane, il ruolo dell’Inau (l’Istituto per l’infanzia e l’adolescenza dell’Uruguay) e il tema dell’abbandono da parte dei genitori biologici. Si controllano anche eventuali procedimenti penali all’estero, che allo stato non risultano, e gli spostamenti di Minetti tra Punta del Este, Ibiza, Milano, Roma e Boston, dove il bambino è stato curato.
Resta inoltre il profilo personale indicato nell’istanza di grazia: la verifica che, dopo la condanna, Minetti abbia effettivamente preso le distanze dalla vita precedente, non abbia avuto nuove pendenze e abbia costruito un percorso stabile di reinserimento.
Il capitolo sanitario è uno dei più delicati. Nei giorni scorsi gli ospedali di Padova e Milano hanno smentito di avere avuto in cura il bambino. La difesa, però, contesta il modo in cui quel dato è stato letto. Il punto, secondo la ricostruzione difensiva, non è che il bambino sia stato ricoverato o preso in carico ufficialmente dal San Raffaele o da Padova. Il punto è che Minetti e Cipriani si sarebbero rivolti direttamente a professionisti di fiducia per ottenere pareri medici sulla situazione del figlio. Non sarebbero stati seguiti percorsi «ufficiali», ma sarebbero stati interpellati direttamente medici del San Raffaele e di Padova per un consulto.
Per questo saranno sentiti i due specialisti indicati dalla difesa: uno del San Raffaele e uno dell’ospedale di Padova. Resta poi il dato di fondo: il bambino è malato ed è stato curato a Boston. Cipriani, nell’intervista al Corriere della Sera, ha spiegato che il minore deve essere seguito nel tempo con controlli periodici negli Stati Uniti. Boston, del resto, non è una destinazione casuale. Il Boston Children’s Hospital ha un centro specializzato nelle patologie pediatriche complesse, con équipe multidisciplinari dedicate. Sul proprio sito descrive un’équipe specializzata e trattamenti avanzati; nella sezione dedicata ai professionisti sanitari parla di medici rinomati, terapie pionieristiche e piani di cura personalizzati.
Le classifiche internazionali confermano il livello della struttura. Newsweek, nella graduatoria 2025 degli ospedali pediatrici americani, colloca il Boston Children’s Hospital al primo posto negli Usa per neurologia e neurochirurgia pediatrica. Nella classifica mondiale 2025 degli ospedali specializzati in pediatria, sempre Newsweek indica Boston Children’s al primo posto.
Sul fronte uruguaiano, intanto, l’Inau ha aperto un’indagine amministrativa interna. Non per accertare se l’adozione esista: l’adozione piena è stata formalizzata nel febbraio 2023 dalla giustizia familiare uruguaiana. La verifica serve a ricostruire se furono rispettati i protocolli, perché fu esclusa l’altra famiglia uruguaiana interessata, come nacque il legame tra il bambino e la coppia italiana e come furono valutati i precedenti di Minetti.
Pablo Abdala, ex presidente dell’Inau dal 2020 al 2023, ha difeso la procedura. Ha detto che gli accertamenti interni sono legittimi, ma ha aggiunto che l’adozione si svolse secondo legge e fu riconosciuto dalla giustizia. Ha ricordato che intervennero più magistrati, prima nella fase di integrazione provvisoria del minore nella famiglia adottiva, poi nella sentenza finale di separazione dalla famiglia biologica e adozione piena. Abdala ha spiegato che la vicenda nasce nel 2018, quando il bambino entrò nel sistema di protezione dell’Inau, e che il rapporto con Minetti e Cipriani si formò nel 2019. Secondo lui, quel vincolo affettivo fu poi valutato da psicologi e dai giudici. La sentenza, ha ricordato, avrebbe dato atto del fatto che il bambino chiedeva di loro, li chiamava «papà» e «mamma» e non voleva tornare nella struttura dopo un periodo trascorso con la coppia.
Il 4 maggio Abdala ha aggiunto un dettaglio rilevante: quando il fascicolo arrivò al direttorio dell’Inau, nella fase finale, fu votato all’unanimità. Nel direttorio sedevano esponenti di orientamenti politici diversi. La ragione, secondo Abdala, è semplice: «Era tutto in regola».
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Ansa)
Non è quindi un caso che l’Esercito abbia deciso di celebrare i 165 anni della sua fondazione proprio qui. Come se fosse stato trascurato per troppo tempo e ora avesse bisogno di rinascere. «Portare qui la Festa dell’esercito è un segno di rispetto verso una comunità che ha saputo trasformare il dolore in rinascita, rialzarsi e ricostruire. Una comunità che, in quel percorso, non è mai stata sola: ha avuto accanto, da subito, l’esercito, le forze armate, lo Stato. Nelle difficoltà ciascuno di noi cerca una mano a cui aggrapparsi. E quella mano, molto spesso, è quella dei servitori delle istituzioni: donne e uomini che indossano un’uniforme che non significa prevaricazione, ma servizio; non distanza, ma responsabilità; non potere, ma dedizione. Ognuno di noi sarebbe disposto a sacrificarsi per i propri figli, per la propria famiglia. È naturale. Ma c’è una parte del Paese che ha giurato di fare qualcosa di ancora più grande: sacrificarsi per i figli degli altri, per le famiglie degli altri, per tutti noi. Questo è l’esercito italiano. Queste sono le forze armate», ha spiegato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante il suo intervento.
Del resto, ha continuato poi il ministro, «abbiamo un mondo che è impazzito, all’interno del quale il nostro dovere è garantire che questa nazione, qualunque cosa possa succedere e che non succederà mai, sia in grado di difendersi perché ci sono persone che si preparano ad ogni scenario possibile». Le oltre cinquanta guerre attive sono lì a dimostrarlo.
Il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, ha sottolineato come «il coraggio e il sacrificio dei soldati hanno scritto pagine decisive nella storia d’Italia per la libertà e la democrazia consegnandoci un’eredità che non possiamo permetterci di vanificare. In 165 anni di storia l’esercito ha sempre svolto un ruolo attivo nelle vicende del Paese stando sempre tra la gente, sul terreno perché è sulla terra che ogni conflitto trova il suo esito. I droni, i satelliti, le reti cibernetiche e l’intelligenza artificiale stanno trasformando il modo di operare ma nessun sistema tecnologico potrà mai sostituire la capacità di giudizio, di empatia e di discernimento morale del soldato. È proprio questa umanità la cifra distintiva del soldato italiano: la qualità profonda che gli consente di operare - in Italia come nei teatri esteri - da presenza viva e responsabile in mezzo alle popolazioni locali, con quella dignità e quella professionalità fatta di senso dell’onore, spirito di sacrificio, attaccamento al Tricolore e amore verso la patria».
Per il capo di Stato Maggiore dell’esercito, il generale di Corpo d’armata, Carmine Masiello, l’esercito potrà progredire solamente se saprà preservare il proprio passato, arricchendolo con l’innovazione, soprattutto tecnologica, e un addestramento continuo: «La pace ha un costo e richiede anche un esercito e forze armate in grado di garantire una deterrenza concreta. Servono una formazione al passo con i tempi, innovazione tangibile e standard operativi elevati. In questa prospettiva, servire la patria significa assumersi responsabilità profonde, soprattutto nei momenti più difficili, continuando a evolversi per assicurare sicurezza e contribuire alla pace. Ogni miglioramento, ogni capacità acquisita, ha un unico scopo: tutelare la vita dei nostri solati». Per il capo di Sme è questa «la priorità più alta». Ed è per questo che «le risorse a esso destinate non possono mai venire meno». Le guerre cambiano, i droni la fanno da padroni ma, continua il generale Masiello, «il soldato è e resterà il principale sistema sul campo di battaglia. Non esistono scuse: gli standard fisici, morali e spirituali che definiamo sono la nostra firma e valgono per tutti, senza eccezioni».
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