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2024-11-21
Sui treni il Pd va in soccorso di Zinga. Ma Fdi vuole sentire gli ex assessori
Nicola Zingaretti (Ansa)
Al Consiglio regionale del Lazio la tensione è alle stelle. Dopo lo scoop della Verità sull’esposto presentato alla Procura di Roma da due dirigenti interni alla Regione Lazio, che chiedono verifiche sulle fideiussoni relative alla fornitura di treni -in ritardo sui tempi di consegna previsti- per le ferrovie Roma-Lido di Ostia e Roma-Civita Castellana-Viterbo, sottoscritti durante la presidenza di Nicola Zingaretti, Fratelli d’Italia, tramite la consigliera regionale Laura Corrotti, ha chiesto l’immediata convocazione della Commissione trasparenza. A stretto giro è arrivata la replica dell’esponente del Pd Massimiliano Valeriani, presidente della commissione, il cui vertice è sempre appannaggio dell’opposizione. Con una lunga nota Valeriani ha cercato di rimandare la palla nel campo del centrodestra: «Ho convocato la commissione Trasparenza per il 26 novembre al fine di fare luce sulla fornitura degli oltre 30 treni acquistati dalla Regione Lazio a gennaio del 2022 per le linee Roma-Lido e Roma-Viterbo a seguito di un bando di gara vinto dalla società Firema Spa e che ad oggi non sono stati ancora consegnati, tenuto conto che i primi due avrebbero dovuto entrare in servizio a gennaio 2024». Per Valeriani però, il fatto che i contratti -e le relative fideiussioni- risalgano all’epoca in cui la Regione era guidata da Zingaretti pare essere irrilevante: «La commissione sarà inoltre l’occasione per approfondire anche se siano stati fatti tutti i passaggi necessari per ridurre i tempi di attesa. Considerato che l’amministrazione Rocca è in carica da febbraio 2023, che i primi due treni erano attesi in esercizio a febbraio 2024, che la Firema Spa controllata dal ministero dell’Economia, la commissione sarà anche l’occasione per capire se tale azienda sia stata sollecitata anche attraverso canali istituzionali per accelerare i tempi di consegna che, a questo punto stanno ritardando di un anno, un ritardo che pesa sulla qualità della vita delle cittadine e dei cittadini». Inoltre, per l’esponente dem, da sempre considerato vicino all’ex governatore, la seduta della commissione Trasparenza «sarà l’occasione per acquisire gli elementi sull’azione di verifica che la direzione regionale ha intrapreso per far scattare le penali circa i ritardi nei tempi di consegna e la scoperta, come riportato da alcuni quotidiani, che le fideiussioni rilasciate dall’impresa a garanzia del contraente non fossero valide. Sarà l’occasione per sapere dalla direzione stessa come sono state fatte queste verifiche e come sia potuto accadere tale increscioso “incidente”». Insomma, la colpa sembra essere del centrodestra, forse anche un po’ del governo, che addirittura controllerebbe la Titagarh Firema. In realtà, è lo stesso Valeriani a smentire, nella stessa nota, la sua affermazione, dal momento che dice che la società «dal 2022 risulta essere un’azienda partecipata al 30% da Invitalia, società interamente pubblica controllata al 100% dal ministero dell’Economia. Addirittura, a seguito di questa immissione di capitale nella società stessa, Invitalia esprime il presidente della Firema». Dimenticando però totalmente che l’attuale cda di Invitalia è stato nominato a giugno 2022 dal governo Draghi. E soprattutto, che l’ingresso di Invitalia nel capitale della società con sede a Caserta, che risale all’inizio di settembre del 2022 (quindi prima delle elezioni politiche), è stato supportato dal fondo dedicato alla salvaguardia di imprese e lavoratori gestito da Invitalia. Fondo che, come si può leggere sul sito della controllata del Mef, «acquisisce partecipazioni di minoranza nel capitale di rischio di imprese in difficoltà economico finanziaria». Secondo quanto risulta alla Verità la posizione di Valeriani avrebbe originato un acceso confronto nei corridoi del Consiglio regionale tra l’esponente dem e la Corrotti che, insoddisfatta dal fatto che la convocazione riguarda solo l’attuale assessore ai Trasporti Fabrizio Ghera e i dirigenti che hanno presentato l’esposto, ieri con una lettera inviata al presidente della commissione, ha formalmente chiesto «al fine di una più completa ed esaustiva trattazione del tema oggetto dell’audizione, l’integrazione come soggetti da audire gli assessori e presidenti della commissione consiliare Trasporti e i relativi direttori delle direzioni regionali competenti per materia della X e XI legislatura». Ovvero con politici e dirigenti che, a cavallo dei due mandati da governatore di Zingaretti, hanno gestito la partita delle ferrovie regionali. Secondo quanto risulta alla Verità l’esposto presentato dalla Regione Lazio alla Procura di Roma sarebbe confluito in un fascicolo, al momento senza ipotesi di reato, affidato al pool di magistrati che si occupa dei reati contro la Pubblica amministrazione, che avrebbero affidato i primi accertamenti alla Guardia di finanza. E anche Titagarh Firema, che con la Regione Lazio ha sottoscritto un accordo quadro per la fornitura di 38 treni da adibire al servizio di trasporto pubblico sulle due ferrovie, di cui i primi 11 convogli dovevano essere già stati consegnati, con una nota ha annunciato di essersi anch’essa rivolta all’autorità giudiziaria: «In esito a quanto comunicato dalla Regione Lazio, la società ha immediatamente avviato tutti gli accertamenti necessari a verificare la genuinità delle garanzie rilasciate e al contempo subito presentato, già in data 23 ottobre 2024, con successiva integrazione del 7 novembre 2024, un esposto alla competente Procura della Repubblica». Secondo l’azienda di Caserta, «è del tutto evidente, infatti, che qualsivoglia ipotesi di reato eventualmente ravvisabile nel rilascio delle polizze sarebbe comunque stata consumata innanzitutto in danno di Firema», che ha annunciato la presentazione dei primi due treni, il prossimo 20 dicembre. Gli esposti
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Massimiliano Valeriani, presidente della commissione Trasparenza, prova a scaricare su Francesco Rocca il caso fideiussioni. La consigliera Laura Corrotti, però, chiede l’audizione dei politici e dei dirigenti che hanno gestito l’appalto.Al Consiglio regionale del Lazio la tensione è alle stelle. Dopo lo scoop della Verità sull’esposto presentato alla Procura di Roma da due dirigenti interni alla Regione Lazio, che chiedono verifiche sulle fideiussoni relative alla fornitura di treni -in ritardo sui tempi di consegna previsti- per le ferrovie Roma-Lido di Ostia e Roma-Civita Castellana-Viterbo, sottoscritti durante la presidenza di Nicola Zingaretti, Fratelli d’Italia, tramite la consigliera regionale Laura Corrotti, ha chiesto l’immediata convocazione della Commissione trasparenza. A stretto giro è arrivata la replica dell’esponente del Pd Massimiliano Valeriani, presidente della commissione, il cui vertice è sempre appannaggio dell’opposizione. Con una lunga nota Valeriani ha cercato di rimandare la palla nel campo del centrodestra: «Ho convocato la commissione Trasparenza per il 26 novembre al fine di fare luce sulla fornitura degli oltre 30 treni acquistati dalla Regione Lazio a gennaio del 2022 per le linee Roma-Lido e Roma-Viterbo a seguito di un bando di gara vinto dalla società Firema Spa e che ad oggi non sono stati ancora consegnati, tenuto conto che i primi due avrebbero dovuto entrare in servizio a gennaio 2024». Per Valeriani però, il fatto che i contratti -e le relative fideiussioni- risalgano all’epoca in cui la Regione era guidata da Zingaretti pare essere irrilevante: «La commissione sarà inoltre l’occasione per approfondire anche se siano stati fatti tutti i passaggi necessari per ridurre i tempi di attesa. Considerato che l’amministrazione Rocca è in carica da febbraio 2023, che i primi due treni erano attesi in esercizio a febbraio 2024, che la Firema Spa controllata dal ministero dell’Economia, la commissione sarà anche l’occasione per capire se tale azienda sia stata sollecitata anche attraverso canali istituzionali per accelerare i tempi di consegna che, a questo punto stanno ritardando di un anno, un ritardo che pesa sulla qualità della vita delle cittadine e dei cittadini». Inoltre, per l’esponente dem, da sempre considerato vicino all’ex governatore, la seduta della commissione Trasparenza «sarà l’occasione per acquisire gli elementi sull’azione di verifica che la direzione regionale ha intrapreso per far scattare le penali circa i ritardi nei tempi di consegna e la scoperta, come riportato da alcuni quotidiani, che le fideiussioni rilasciate dall’impresa a garanzia del contraente non fossero valide. Sarà l’occasione per sapere dalla direzione stessa come sono state fatte queste verifiche e come sia potuto accadere tale increscioso “incidente”». Insomma, la colpa sembra essere del centrodestra, forse anche un po’ del governo, che addirittura controllerebbe la Titagarh Firema. In realtà, è lo stesso Valeriani a smentire, nella stessa nota, la sua affermazione, dal momento che dice che la società «dal 2022 risulta essere un’azienda partecipata al 30% da Invitalia, società interamente pubblica controllata al 100% dal ministero dell’Economia. Addirittura, a seguito di questa immissione di capitale nella società stessa, Invitalia esprime il presidente della Firema». Dimenticando però totalmente che l’attuale cda di Invitalia è stato nominato a giugno 2022 dal governo Draghi. E soprattutto, che l’ingresso di Invitalia nel capitale della società con sede a Caserta, che risale all’inizio di settembre del 2022 (quindi prima delle elezioni politiche), è stato supportato dal fondo dedicato alla salvaguardia di imprese e lavoratori gestito da Invitalia. Fondo che, come si può leggere sul sito della controllata del Mef, «acquisisce partecipazioni di minoranza nel capitale di rischio di imprese in difficoltà economico finanziaria». Secondo quanto risulta alla Verità la posizione di Valeriani avrebbe originato un acceso confronto nei corridoi del Consiglio regionale tra l’esponente dem e la Corrotti che, insoddisfatta dal fatto che la convocazione riguarda solo l’attuale assessore ai Trasporti Fabrizio Ghera e i dirigenti che hanno presentato l’esposto, ieri con una lettera inviata al presidente della commissione, ha formalmente chiesto «al fine di una più completa ed esaustiva trattazione del tema oggetto dell’audizione, l’integrazione come soggetti da audire gli assessori e presidenti della commissione consiliare Trasporti e i relativi direttori delle direzioni regionali competenti per materia della X e XI legislatura». Ovvero con politici e dirigenti che, a cavallo dei due mandati da governatore di Zingaretti, hanno gestito la partita delle ferrovie regionali. Secondo quanto risulta alla Verità l’esposto presentato dalla Regione Lazio alla Procura di Roma sarebbe confluito in un fascicolo, al momento senza ipotesi di reato, affidato al pool di magistrati che si occupa dei reati contro la Pubblica amministrazione, che avrebbero affidato i primi accertamenti alla Guardia di finanza. E anche Titagarh Firema, che con la Regione Lazio ha sottoscritto un accordo quadro per la fornitura di 38 treni da adibire al servizio di trasporto pubblico sulle due ferrovie, di cui i primi 11 convogli dovevano essere già stati consegnati, con una nota ha annunciato di essersi anch’essa rivolta all’autorità giudiziaria: «In esito a quanto comunicato dalla Regione Lazio, la società ha immediatamente avviato tutti gli accertamenti necessari a verificare la genuinità delle garanzie rilasciate e al contempo subito presentato, già in data 23 ottobre 2024, con successiva integrazione del 7 novembre 2024, un esposto alla competente Procura della Repubblica». Secondo l’azienda di Caserta, «è del tutto evidente, infatti, che qualsivoglia ipotesi di reato eventualmente ravvisabile nel rilascio delle polizze sarebbe comunque stata consumata innanzitutto in danno di Firema», che ha annunciato la presentazione dei primi due treni, il prossimo 20 dicembre. Gli esposti
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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