Il mondo dello sport apre gli occhi. Stop ai trans che umiliano le donne

«Volete ghettizzare le donne come cento anni fa? Ditelo chiaramente». Il grido ha colto nel segno. La protesta di atlete beffate nell’essere surclassate da avversarie con il fisico maschile, associazioni di femministe e campionesse del passato (Martina Navratilova ha parlato di «un’ingiustizia biologica»), ha costretto il gotha dello sport mondiale ad aggrapparsi al freno con tutte e due le mani e a far stridere le ruote del treno transgender in corsa.
Per i trans sarà molto più difficile gareggiare al femminile. Tre giorni fa la Fidal (Federazione italiana di atletica leggera) ha ufficializzato le nuove norme pubblicandole sul sito. Regole che, in sostanza, corrispondono a quelle della federazione mondiale: le atlete trans non devono «avere sperimentato alcuna forma di pubertà maschile dopo i 12 anni e devono aver mantenuto continuativamente la concentrazione di testosterone al di sotto dei 2,5 nanomoli per litro di sangue», limite oltre il quale non possono partecipare a competizioni femminili.
Due paletti importanti per garantire parità di condizioni di gara e, al tempo stesso, non derogare (almeno a parole) dall’inclusività occidentale nei confronti delle persone autodefinite non binarie. In omaggio al conformismo dilagante, rimane comunque in vigore il dettato secondo il quale «non è richiesto che il sesso dell’atleta corrisponda alla sua identità di genere o interventi chirurgici sull’anatomia dell’atleta».
Una volta fatti i complimenti all’estensione degli articoli in questione, in grado di vincere l’oro olimpico nella specialità della corsa sulle uova, è necessaria una presa d’atto: ormai dire semplicemente che un trans non può gareggiare con le donne è diventato impossibile. Addirittura, per fare surf su un malinteso senso di biologia non binaria, ecco fare capolino la possibilità di intraprendere «carriere alias». Vale a dire, la creazione di una ipotetica terza via verso le medaglie, quella Lgbtq+. Percorso impervio perché in fondo potrebbe esserci la consueta accusa di discriminazione dei diversi.
Dopo alcune clamorose ingiustizie sui campi di gara con vittorie assegnate a uomini che si percepiscono donne, la retromarcia è generale e il primo a farla è lo stesso organismo responsabile di tre anni di scempio: il Cio. Il Comitato olimpico internazionale fu pioniere nel mettere nero su bianco il diktat «No a test e analisi del testosterone» che scatenò la corsa all’oro femminile da parte dei transgender. Ora è proprio il Cio a lasciare libere le federazioni di imporre i blocchi recepiti dalla Fidal. Qualche mese fa il presidente dell’atletica mondiale Sebastian Coe (ex leggendario mezzofondista britannico) aveva detto senza mezzi termini: «Se c’è un conflitto fra equità e inclusione, sceglieremo sempre l’equità». Le restrizioni sono state introdotte nei regolamenti di numerose federazioni internazionali, dal canottaggio al ciclismo (la trans Emily Bridges è stata esclusa dai campionati britannici di Derby), dal nuoto a calcio. Con la promessa, laggiù in fondo: «Creeremo una categoria open con nuove linee guida».
Il cambio di rotta è uno schiaffo sul volto dei parrucconi dello sport che, negli ultimi anni, si sono coperti di ridicolo consentendo ad atleti con il fisico maschile di annientare atlete che, per anni, avevano lavorato duro con l’obiettivo di salire sul podio. I due casi più clamorosi riguardano Laurel Hubbard e Lia Thomas. La prima è una sollevatrice di pesi neozelandese che due anni fa a Tokyo è diventata la prima trans a partecipare alle Olimpiadi moderne. Aveva cominciato il percorso di transizione a 30 anni, nel 2013 era passata dalle gare maschili a quelle femminili e si è qualificata a scapito di avversarie impossibilitate a competere muscolarmente con lei.
La vicenda più discussa è, però, quella legata a una nuotatrice americana, Lia Thomas nata William, che nel 2020 è passata dalle bracciate maschili a quelle femminili mietendo successi schiaccianti e imbarazzanti a livello universitario. È stata la prima trans a vincere un titolo nazionale fra le critiche spesso feroci delle rivali («Noi nuotiamo, lei va a motore»). Dibattiti, polemiche: dopo una vittoria in Florida, il governatore repubblicano Ron DeSantis ha proclamato vincitrice la seconda arrivata.
Quando Lia Thomas ha dichiarato di voler puntare alle prossime Olimpiadi, la Federazione mondiale di nuoto (Fina) è corsa ai ripari; secondo le nuove regole, non potrà più farlo perché ha cominciato la transizione a 20 anni. È curioso notare come l’ipocrisia venga cavalcata fino a quando non sconfina nel surreale.
Un caso molto discusso riguardò la mezzofondista sudafricana Caster Semenya, che per anni ha dominato 400, 800, 1500 piani arrivando a conquistare due ori olimpici e tre mondiali con il sospetto del suo effettivo sesso. Dopo un lungo braccio di ferro con la Iaaf (Federazione internazionale di atletica) durato fino al 2019, le sono stati riconosciuti i trionfi. Ma l’organismo di controllo ha cominciato a introdurre parametri di testosterone più restrittivi. Molto più recente la vicenda legata all’italiana Valentina Petrillo, nata Fabrizio, bronzo alle Paralimpiadi di Parigi di due settimane fa sui 400.
Le proteste non sono valse a nulla perché il Comitato paralimpico internazionale non ha ancora stilato le linee guida sull’argomento. Dovrà concentrarsi, evitare scivoloni, dar fondo all’ecumenismo cosmico applicato al lessico come ha fatto la Fidal sulla partecipazione transgender alle gare femminili. Eppure basterebbe scrivere un monosillabo che in Occidente tutti fingono di non conoscere: «No».












