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2024-03-05
Henri de Toulouse-Lautrec in mostra a Palazzo Roverella
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Quando si parla di Toulouse-Lautrec ( nato Henri-Marie-Raymond de Toulouse-Lautrec-Montfa ad Albi, Francia, nel 1864 e spentosi a Saint-André-du-Bois nel 1901), il collegamento con la Parigi bohémienne è immediato. E, subito, si pensa a quel tratto inconfondibile delle affiches pubblicitarie, quelle che ci mostrano i café chantant e i locali fumosi, il Moulin Rouge e le ballerine di can can, i teatri e le feste. Il tratto inconfondibile è quello di Henri de Toulouse-Lautrec. Che sicuramente è stato il primo pittore a cimentarsi nella produzione di manifesti pubblicitari, ma che, altrettanto sicuramente, è stato un artista «a tutto tondo», o meglio, un «grande artista a tutto tondo», visto che nell’arco della sua breve vita (si spense a soli 37 anni) realizzò anche un gran numero di disegni e di straordinari dipinti.
Nato da una famiglia ricca e nobile, padre libertino e madre bigotta, minato nel fisico da una malattia (probabilmente ereditaria) che lo rese gracile, basso di statura (arrivava a stento al metro e 50…) e claudicante, il giovane Henri cercò (e trovò) nell’arte il suo riscatto. E nell’alcool, nell’assenzio e nei bassifondi di Parigi la sua consolazione. La capitale parigina, e il quartiere di Montmartre soprattutto (dove aprì un suo atelier), divennero il suo mondo, quel mondo che - magistralmente - seppe immortalare con la sua arte. Grande ammiratore di Degas (anche Toulouse-Lautrec dipinse spesso ballerine di danza classica), «anello di congiunzione» tra impressionismo ed espressionismo, il mondo artistico di Toulouse-Lautrec è un universo variegato, non imbrigliabile né identificabile in un unico genere. Insomma, Toulouse-Lautrec non è stato solo un «pubblicitario», per quanto straordinario, ma, come ho sottolineato prima, anche un grandissimo pittore. Ed è proprio questo l’obiettivo della mostra in programma a Palazzo Roverbella: superare l’approccio che tanto spesso lo riduce ad artista creatore di manifesti per restituirgli - anche - il suo ruolo di pittore.
La mostra
Curata da Jean-David Jumeau-Lafond, Francesco Parisi e Fanny Girard, con la collaborazione di Nicholas Zmelty (Manifesti e Incisioni), l’esposizione - attraverso un percorso espositivo ricco di oltre 200 opere (di cui ben 60 dell’artista) - mira a ricostruire l’intera attività di Toulouse-Lautrec e la vivacità della scena artistica parigina di fine secolo, superando il riduttivo concetto di Belle Époque.
Pur non trascurando le celebri Affiches (come l’iconica Aristide Bruant dans son cabaret del 1893 oppure l’altrettanto celebre Divan japonais, datata 1893), in un allestimento di grande suggestione visiva ed emotiva esposti dipinti e disegni preparatori, in dialogo con lavori di numerosi artisti contemporanei a Toulouse-Lautrec e che, con lui, condivisero ambienti, luoghi e tematiche: Henry Somm, per esempio (suo il meraviglioso acquarello Femmes devant le Moulin Rouge), o George Bottini ( in mostra con Au Moulin rouge la danseuse blanche).
Intesa Sanpaolo per l'Arte
Promossa dalla Fondazione Cariparo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, e con la main sponsorship di Intesa Sanpaolo, a commentare la mostra le parole di Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo, nonché Direttore delle Gallerie d’Italia: «Le iniziative culturali, l’attenzione per l’arte, per la cultura, la valorizzazione del patrimonio artistico di un Paese e le iniziative volte alla diffusione di conoscenza di artisti di caratura internazionale sono tutte attività che rientrano nell’impegno, a favore dell’arte e della cultura, che la Banca porta avanti da anni attraverso il proprio progetto espositivo all’interno delle Gallerie d’Italia. Ma non si esaurisce esclusivamente con le iniziative che avvengono all’interno dei musei di proprietà: tra le iniziative di maggior successo, si inserisce indubbiamente Palazzo Roverella, dove da oltre 10 anni, insieme a Fondazione Cariparo, diamo vita a progetti espositivi originali e con prestiti dai più importanti musei del mondo»
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E’ la prestigiosa sede di Palazzo Roverella, cuore storico di Rovigo, ad ospitare (sino al 30 giugno 2024) una grande mostra - la più grande mai realizzata in Italia - dedicata ad Henri de Toulouse-Lautrec e alla Parigi fin de siècle. Oltre 200 le opere esposte, di cui ben 60 dell’artista, con dipinti e pastelli provenienti dai più importanti musei americani ed europei, oltre che francesi.Quando si parla di Toulouse-Lautrec ( nato Henri-Marie-Raymond de Toulouse-Lautrec-Montfa ad Albi, Francia, nel 1864 e spentosi a Saint-André-du-Bois nel 1901), il collegamento con la Parigi bohémienne è immediato. E, subito, si pensa a quel tratto inconfondibile delle affiches pubblicitarie, quelle che ci mostrano i café chantant e i locali fumosi, il Moulin Rouge e le ballerine di can can, i teatri e le feste. Il tratto inconfondibile è quello di Henri de Toulouse-Lautrec. Che sicuramente è stato il primo pittore a cimentarsi nella produzione di manifesti pubblicitari, ma che, altrettanto sicuramente, è stato un artista «a tutto tondo», o meglio, un «grande artista a tutto tondo», visto che nell’arco della sua breve vita (si spense a soli 37 anni) realizzò anche un gran numero di disegni e di straordinari dipinti.Nato da una famiglia ricca e nobile, padre libertino e madre bigotta, minato nel fisico da una malattia (probabilmente ereditaria) che lo rese gracile, basso di statura (arrivava a stento al metro e 50…) e claudicante, il giovane Henri cercò (e trovò) nell’arte il suo riscatto. E nell’alcool, nell’assenzio e nei bassifondi di Parigi la sua consolazione. La capitale parigina, e il quartiere di Montmartre soprattutto (dove aprì un suo atelier), divennero il suo mondo, quel mondo che - magistralmente - seppe immortalare con la sua arte. Grande ammiratore di Degas (anche Toulouse-Lautrec dipinse spesso ballerine di danza classica), «anello di congiunzione» tra impressionismo ed espressionismo, il mondo artistico di Toulouse-Lautrec è un universo variegato, non imbrigliabile né identificabile in un unico genere. Insomma, Toulouse-Lautrec non è stato solo un «pubblicitario», per quanto straordinario, ma, come ho sottolineato prima, anche un grandissimo pittore. Ed è proprio questo l’obiettivo della mostra in programma a Palazzo Roverbella: superare l’approccio che tanto spesso lo riduce ad artista creatore di manifesti per restituirgli - anche - il suo ruolo di pittore.La mostraCurata da Jean-David Jumeau-Lafond, Francesco Parisi e Fanny Girard, con la collaborazione di Nicholas Zmelty (Manifesti e Incisioni), l’esposizione - attraverso un percorso espositivo ricco di oltre 200 opere (di cui ben 60 dell’artista) - mira a ricostruire l’intera attività di Toulouse-Lautrec e la vivacità della scena artistica parigina di fine secolo, superando il riduttivo concetto di Belle Époque.Pur non trascurando le celebri Affiches (come l’iconica Aristide Bruant dans son cabaret del 1893 oppure l’altrettanto celebre Divan japonais, datata 1893), in un allestimento di grande suggestione visiva ed emotiva esposti dipinti e disegni preparatori, in dialogo con lavori di numerosi artisti contemporanei a Toulouse-Lautrec e che, con lui, condivisero ambienti, luoghi e tematiche: Henry Somm, per esempio (suo il meraviglioso acquarello Femmes devant le Moulin Rouge), o George Bottini ( in mostra con Au Moulin rouge la danseuse blanche). Intesa Sanpaolo per l'ArtePromossa dalla Fondazione Cariparo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, e con la main sponsorship di Intesa Sanpaolo, a commentare la mostra le parole di Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo, nonché Direttore delle Gallerie d’Italia: «Le iniziative culturali, l’attenzione per l’arte, per la cultura, la valorizzazione del patrimonio artistico di un Paese e le iniziative volte alla diffusione di conoscenza di artisti di caratura internazionale sono tutte attività che rientrano nell’impegno, a favore dell’arte e della cultura, che la Banca porta avanti da anni attraverso il proprio progetto espositivo all’interno delle Gallerie d’Italia. Ma non si esaurisce esclusivamente con le iniziative che avvengono all’interno dei musei di proprietà: tra le iniziative di maggior successo, si inserisce indubbiamente Palazzo Roverella, dove da oltre 10 anni, insieme a Fondazione Cariparo, diamo vita a progetti espositivi originali e con prestiti dai più importanti musei del mondo».
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.