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2024-01-12
Torzi fermato a Dubai: è l’uomo degli affari spericolati a San Pietro
Nel riquadro Gianluigi Torzi (Ansa). Sullo sfondo Dubai (iStock)
Lo hanno fermato per le strade di Dubai, dove era arrivato nel febbraio dello scorso anno, in fuga da Londra dove le autorità giudiziarie italiane avevano già chiesto una prima estradizione a gennaio 2023. Ma per Gianluigi Torzi, questa volta, non c’è stato proprio nulla da fare. L’11 maggio del 2021 era stato già arrestato a Londra, su richiesta della Procura di Roma, ma era stato rimesso in libertà dopo appena 9 giorni, il 20 maggio, dopo il pagamento di una cauzione da 1,1 milioni di sterline. Dopo l’arresto dell’immobiliarista Danilo Coppola a dicembre, quindi, si consolida la collaborazione diplomatica e giudiziaria tra Roma e Abu Dhabi: l’obiettivo è che entrambi vengano consegnati alle autorità giudiziarie italiane nei prossimi mesi. A conferma che gli Emirati Arabi Uniti (dal 2022 nel gruppo di azione finanziaria internazionale e sotto esame da parte del gruppo di valutatori dell’Icrg ndr), vogliono rafforzare il loro piano piano di collaborazione internazionale e di azione per contrastare i fenomeni di criminalità finanziaria, prevenzione del riciclaggio e di finanziamento al terrorismo.
Il finanziere di Termoli, balzato agli onori delle cronache per gli scandali in Vaticano, tra cui la vendita del palazzo di Sloane Avenue a Londra (dove è stato condannato a 6 anni di carcere), si trova ora in stato di fermo nella capitale emiratina in attesa dell’estradizione in Italia. Gli è stato sequestrato anche il cellulare e non ha potuto parlare con i suoi avvocati.
«Non ho ancora visto il mandato di cattura, possiamo solo ipotizzare che sia stato fermato per l’inchiesta Aedes ma è solo un’ipotesi» precisa a La Verità l’avvocato Mario Zanchetti che segue l’uomo d’affari molisano. Al momento, quindi, non si ha ancora la certezza che il fermo possa essere legato a vicende giudiziarie che lo vedono già protagonista in Italia, (Torzi è anche indagato a Milano per una truffa da 15 milioni di euro ai danni della società di mutuo soccorso Cesare Pozzo), oppure a nuove inchieste. Ma a quanto risulta a La Verità, le autorità degli emirati lo avrebbero fermato proprio per le indagini che riguardano Aedes, la storica società immobiliare milanese quotata in Borsa (fu fondata nel 1905), vicenda in cui Torzi è accusato dalla Procura di Milano di manipolazione del mercato, corruzione tra privati, ostacolo all’attività degli organi di vigilanza e false comunicazioni sociali.
Nel 2022, infatti, il nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf aveva scoperto che tra il 2017 e il 2019 lo stesso Torzi, insieme con altre persone, avrebbe effettuato «operazioni simulate e artificiose» per provocare «una sensibile alterazione del prezzo delle azioni di Aedes, storico gestore immobiliare milanese come del suo azionista principale, Augusto Spa. L’obiettivo era ottenere un finanziamento tramite canali «non tradizionali», dal momento che l’azionista Augusto si era già visto rifiutare prestiti da Deutche Bank Londo e Dcr Capital. Il reato si sarebbe consumato appunto durante la sottoscrizione di due prestiti obbligazionari da 25 milioni di euro. A sottoscrivere quel prestito era stata appunto una società di Torzi, la Beaumont Investment che poi aveva cambiato nome in Odikon. Quest’ultima è una cosiddetta shell company, una società di comodo senza dipendenti, struttura e appena una sterlina di capitale.
«Non è noto come Gianluigi Torzi abbia recuperato il denaro […]» si legge nell’ordinanza di custodia cautelare. Secondo le indagini, dietro queste operazioni, si sarebbe nascosta invece la «dismissione di un significativo pacchetto azionario di controllo della quotata» Aedes. Anche perché, le fiamme gialle avevano scoperto che il fondo Augusto si era spogliato delle azioni trasferendole invece sul conto Nomura International alla Bnp Paribas di Milano. A dirigere le triangolazioni sarebbe stato appunto Torzi che insieme alle altre persone coinvolte, avrebbe anche diffuso false notizie sulla reale operazione di finanziamento di Augusto e della sua controllata quotata Aedes.
«Apparentemente presentata come l’emissione e sottoscrizione di un duplice prestito» si legge nell’ordinanza di custodia cautelare datata 27 febbraio 2023 «in realtà» era stata «realizzata attraverso la dismissione di un significativo pacchetto azionario di controllo della quotata tramite i veicoli societari di Torzi».
La storia era emersa dopo che la Consob, nel dicembre del 2019, aveva segnalato alcune criticità sulle azioni Aedes per 35 milioni di euro depositate presso la Odikon Services di Torzi. Il pm di Milano Stefano Civardi aveva fatto partire immediatamente le indagini, con i sequestri di documenti in Augusto, con l’aiuto della Financial intelligence unit della Banca d’Italia. Nell’inchiesta sono coinvolti anche Giuseppe Roveda, amministratore delegato di Aedes, il consigliere di Augusto Giacomo Garbuglia, Giancarlo Andrella e Fabrizio Rizzo di Odikon Services. Oggi è prevista l’udienza preliminare davanti al gup Patrizia Nobile.
Da Abu Dhabi arriva il disco verde all’estradizione di Danilo Coppola
Non c’è solo l’arresto del broker Gianluigi Torzi a Dubai, dagli Emirati Arabi arrivano altre novità per le autorità giudiziarie italiane. Proprio nei giorni scorsi, infatti, a quanto risulta a La Verità, la giustizia emiratina avrebbe dato il via libera all’estradizione di Danilo Coppola, l’imprenditore romano che era stato fermato ai primi di dicembre e poi rilasciato dopo una settimana. Le autorità di Abu Dhabi, in pratica, avrebbero quindi già autorizzato l’avvio dell’iter per la consegna dell’immobiliarista. C’è stata una certa accelerata nelle operazioni, a conferma dei buoni rapporti tra Italia e Emirati Arabi. Non solo. Va ricordato che proprio nelle ultime settimane il ministero della Giustizia italiana aveva anche chiesto un’integrazione della richiesta di estradizione ai magistrati milanesi che avrebbero già inviato nei giorni scorsi.
In ogni caso, nell’ultimo mese, Coppola ha continuato a professare la sua innocenza. Ha concesso interviste ai giornali e postato immagini e documenti sui social network. Anche ieri pomeriggio, su Instagram, ha postato un video dove ha attaccato i magistrati di Roma Paolo Ielo e Giuseppe Cascini. Coppola, va ricordato, era stato fermato in un centro commerciale di Dubai il 6 dicembre scorso, dopo che le telecamere di sicurezza lo avevano inquadrato, riconosciuto e segnalato alla polizia emiratina: l’intelligenza artificiale non gli aveva lasciato scampo. Dopo una settimana, però, era stato rilasciato.
«Tutti sapevano che era là» aveva spiegato l’avvocato Gaetano De Perna, andavano a trovarlo i figli e gli amici, non è scappato e non scapperà». Ora bisognerà aspettare l’udienza per decidere se estradarlo o meno. Dopo la sentenza di Cassazione, dal 2023 Coppola era destinatario di un ordine di esecuzione della pena emesso dalla Procura di Milano del 2 agosto 2022, per l’espiazione della condanna residua di 6 anni, 5 mesi e 12 giorni di reclusione per bancarotta fraudolenta. Così, l’ufficio esecuzione della Procura di Milano, coordinato dall’aggiunto Eugenio Fusco e col pm Adriana Blasco, nel settembre 2022 aveva emesso un mandato d’arresto internazionale nei suoi confronti. Già protagonista della stagione dei «furbetti del quartierino», era stato condannato in via definitiva il primo luglio 2022, per il crac del Gruppo Immobiliare 2004, di Mib Prima e di Porta Vittoria, a seguito dell’inchiesta dei pm milanesi Mauro Clerici e Giordano Baggio (ora alla Procura europea) e del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf. Va ricordato che sempre nel settembre del 2022 era stata assolta nello stesso procedimento la moglie, Silvia Necci. E al contempo, nel 2023 la Procura di Milano si era vista respingere una richiesta di estradizione dalla Svizzera che aveva giudicato «i fatti ascritti [...]» a suo carico «come non punibili ai sensi del diritto svizzero». Non ci sono solo sentenze passate in giudicato.
Coppola è ancora imputato davanti alla seconda sezione penale (la sentenza dovrebbe arrivare a giorni), con altre tre persone nel processo che vede al centro altre accuse scaturite dall’inchiesta principale sui crac Gruppo Immobiliare 2004, Mib Prima e Porta Vittoria. Tra i casi di questo procedimento c’è la bancarotta per il fallimento nel 2015 della srl Editori, di cui Coppola sarebbe stato «amministratore di fatto». In un altro processo, assieme ad un’altra persona (l’ex amministratore delegato del Banco Francesco Saviotti che ha già patteggiato), è accusato di tentata estorsione ai danni di Prelios, società di gestione del risparmio proprietaria del complesso immobiliare Porta Vittoria, nel capoluogo lombardo. Su questa vicenda Coppola ha sempre sostenuto la sua innocenza. E anzi ha continuato a ribadire che i pm non avrebbero mai dato seguito alla denuncia che aveva presentato nel 2016, nella stessa Procura di Milano, dove accusava il Banco Popolare di averlo fatto fallire, modificando gli accordi per il rientro del debito. Forse nei prossimi mesi potrà dirlo ai magistrati di persona.
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Il finanziere, già condannato per la speculazione vaticana a Sloane Avenue, è accusato di aver manipolato le azioni della società immobiliare Aedes.Da Abu Dhabi arriva il disco verde all’estradizione di Danilo Coppola. L’imprenditore deve scontare una condanna a sei anni per bancarotta fraudolenta.Lo speciale contiene due articoli.Lo hanno fermato per le strade di Dubai, dove era arrivato nel febbraio dello scorso anno, in fuga da Londra dove le autorità giudiziarie italiane avevano già chiesto una prima estradizione a gennaio 2023. Ma per Gianluigi Torzi, questa volta, non c’è stato proprio nulla da fare. L’11 maggio del 2021 era stato già arrestato a Londra, su richiesta della Procura di Roma, ma era stato rimesso in libertà dopo appena 9 giorni, il 20 maggio, dopo il pagamento di una cauzione da 1,1 milioni di sterline. Dopo l’arresto dell’immobiliarista Danilo Coppola a dicembre, quindi, si consolida la collaborazione diplomatica e giudiziaria tra Roma e Abu Dhabi: l’obiettivo è che entrambi vengano consegnati alle autorità giudiziarie italiane nei prossimi mesi. A conferma che gli Emirati Arabi Uniti (dal 2022 nel gruppo di azione finanziaria internazionale e sotto esame da parte del gruppo di valutatori dell’Icrg ndr), vogliono rafforzare il loro piano piano di collaborazione internazionale e di azione per contrastare i fenomeni di criminalità finanziaria, prevenzione del riciclaggio e di finanziamento al terrorismo.Il finanziere di Termoli, balzato agli onori delle cronache per gli scandali in Vaticano, tra cui la vendita del palazzo di Sloane Avenue a Londra (dove è stato condannato a 6 anni di carcere), si trova ora in stato di fermo nella capitale emiratina in attesa dell’estradizione in Italia. Gli è stato sequestrato anche il cellulare e non ha potuto parlare con i suoi avvocati. «Non ho ancora visto il mandato di cattura, possiamo solo ipotizzare che sia stato fermato per l’inchiesta Aedes ma è solo un’ipotesi» precisa a La Verità l’avvocato Mario Zanchetti che segue l’uomo d’affari molisano. Al momento, quindi, non si ha ancora la certezza che il fermo possa essere legato a vicende giudiziarie che lo vedono già protagonista in Italia, (Torzi è anche indagato a Milano per una truffa da 15 milioni di euro ai danni della società di mutuo soccorso Cesare Pozzo), oppure a nuove inchieste. Ma a quanto risulta a La Verità, le autorità degli emirati lo avrebbero fermato proprio per le indagini che riguardano Aedes, la storica società immobiliare milanese quotata in Borsa (fu fondata nel 1905), vicenda in cui Torzi è accusato dalla Procura di Milano di manipolazione del mercato, corruzione tra privati, ostacolo all’attività degli organi di vigilanza e false comunicazioni sociali.Nel 2022, infatti, il nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf aveva scoperto che tra il 2017 e il 2019 lo stesso Torzi, insieme con altre persone, avrebbe effettuato «operazioni simulate e artificiose» per provocare «una sensibile alterazione del prezzo delle azioni di Aedes, storico gestore immobiliare milanese come del suo azionista principale, Augusto Spa. L’obiettivo era ottenere un finanziamento tramite canali «non tradizionali», dal momento che l’azionista Augusto si era già visto rifiutare prestiti da Deutche Bank Londo e Dcr Capital. Il reato si sarebbe consumato appunto durante la sottoscrizione di due prestiti obbligazionari da 25 milioni di euro. A sottoscrivere quel prestito era stata appunto una società di Torzi, la Beaumont Investment che poi aveva cambiato nome in Odikon. Quest’ultima è una cosiddetta shell company, una società di comodo senza dipendenti, struttura e appena una sterlina di capitale. «Non è noto come Gianluigi Torzi abbia recuperato il denaro […]» si legge nell’ordinanza di custodia cautelare. Secondo le indagini, dietro queste operazioni, si sarebbe nascosta invece la «dismissione di un significativo pacchetto azionario di controllo della quotata» Aedes. Anche perché, le fiamme gialle avevano scoperto che il fondo Augusto si era spogliato delle azioni trasferendole invece sul conto Nomura International alla Bnp Paribas di Milano. A dirigere le triangolazioni sarebbe stato appunto Torzi che insieme alle altre persone coinvolte, avrebbe anche diffuso false notizie sulla reale operazione di finanziamento di Augusto e della sua controllata quotata Aedes. «Apparentemente presentata come l’emissione e sottoscrizione di un duplice prestito» si legge nell’ordinanza di custodia cautelare datata 27 febbraio 2023 «in realtà» era stata «realizzata attraverso la dismissione di un significativo pacchetto azionario di controllo della quotata tramite i veicoli societari di Torzi». La storia era emersa dopo che la Consob, nel dicembre del 2019, aveva segnalato alcune criticità sulle azioni Aedes per 35 milioni di euro depositate presso la Odikon Services di Torzi. Il pm di Milano Stefano Civardi aveva fatto partire immediatamente le indagini, con i sequestri di documenti in Augusto, con l’aiuto della Financial intelligence unit della Banca d’Italia. Nell’inchiesta sono coinvolti anche Giuseppe Roveda, amministratore delegato di Aedes, il consigliere di Augusto Giacomo Garbuglia, Giancarlo Andrella e Fabrizio Rizzo di Odikon Services. Oggi è prevista l’udienza preliminare davanti al gup Patrizia Nobile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/torzi-fermato-a-dubai-2666935248.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-abu-dhabi-arriva-il-disco-verde-allestradizione-di-danilo-coppola" data-post-id="2666935248" data-published-at="1705007460" data-use-pagination="False"> Da Abu Dhabi arriva il disco verde all’estradizione di Danilo Coppola Non c’è solo l’arresto del broker Gianluigi Torzi a Dubai, dagli Emirati Arabi arrivano altre novità per le autorità giudiziarie italiane. Proprio nei giorni scorsi, infatti, a quanto risulta a La Verità, la giustizia emiratina avrebbe dato il via libera all’estradizione di Danilo Coppola, l’imprenditore romano che era stato fermato ai primi di dicembre e poi rilasciato dopo una settimana. Le autorità di Abu Dhabi, in pratica, avrebbero quindi già autorizzato l’avvio dell’iter per la consegna dell’immobiliarista. C’è stata una certa accelerata nelle operazioni, a conferma dei buoni rapporti tra Italia e Emirati Arabi. Non solo. Va ricordato che proprio nelle ultime settimane il ministero della Giustizia italiana aveva anche chiesto un’integrazione della richiesta di estradizione ai magistrati milanesi che avrebbero già inviato nei giorni scorsi. In ogni caso, nell’ultimo mese, Coppola ha continuato a professare la sua innocenza. Ha concesso interviste ai giornali e postato immagini e documenti sui social network. Anche ieri pomeriggio, su Instagram, ha postato un video dove ha attaccato i magistrati di Roma Paolo Ielo e Giuseppe Cascini. Coppola, va ricordato, era stato fermato in un centro commerciale di Dubai il 6 dicembre scorso, dopo che le telecamere di sicurezza lo avevano inquadrato, riconosciuto e segnalato alla polizia emiratina: l’intelligenza artificiale non gli aveva lasciato scampo. Dopo una settimana, però, era stato rilasciato. «Tutti sapevano che era là» aveva spiegato l’avvocato Gaetano De Perna, andavano a trovarlo i figli e gli amici, non è scappato e non scapperà». Ora bisognerà aspettare l’udienza per decidere se estradarlo o meno. Dopo la sentenza di Cassazione, dal 2023 Coppola era destinatario di un ordine di esecuzione della pena emesso dalla Procura di Milano del 2 agosto 2022, per l’espiazione della condanna residua di 6 anni, 5 mesi e 12 giorni di reclusione per bancarotta fraudolenta. Così, l’ufficio esecuzione della Procura di Milano, coordinato dall’aggiunto Eugenio Fusco e col pm Adriana Blasco, nel settembre 2022 aveva emesso un mandato d’arresto internazionale nei suoi confronti. Già protagonista della stagione dei «furbetti del quartierino», era stato condannato in via definitiva il primo luglio 2022, per il crac del Gruppo Immobiliare 2004, di Mib Prima e di Porta Vittoria, a seguito dell’inchiesta dei pm milanesi Mauro Clerici e Giordano Baggio (ora alla Procura europea) e del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf. Va ricordato che sempre nel settembre del 2022 era stata assolta nello stesso procedimento la moglie, Silvia Necci. E al contempo, nel 2023 la Procura di Milano si era vista respingere una richiesta di estradizione dalla Svizzera che aveva giudicato «i fatti ascritti [...]» a suo carico «come non punibili ai sensi del diritto svizzero». Non ci sono solo sentenze passate in giudicato. Coppola è ancora imputato davanti alla seconda sezione penale (la sentenza dovrebbe arrivare a giorni), con altre tre persone nel processo che vede al centro altre accuse scaturite dall’inchiesta principale sui crac Gruppo Immobiliare 2004, Mib Prima e Porta Vittoria. Tra i casi di questo procedimento c’è la bancarotta per il fallimento nel 2015 della srl Editori, di cui Coppola sarebbe stato «amministratore di fatto». In un altro processo, assieme ad un’altra persona (l’ex amministratore delegato del Banco Francesco Saviotti che ha già patteggiato), è accusato di tentata estorsione ai danni di Prelios, società di gestione del risparmio proprietaria del complesso immobiliare Porta Vittoria, nel capoluogo lombardo. Su questa vicenda Coppola ha sempre sostenuto la sua innocenza. E anzi ha continuato a ribadire che i pm non avrebbero mai dato seguito alla denuncia che aveva presentato nel 2016, nella stessa Procura di Milano, dove accusava il Banco Popolare di averlo fatto fallire, modificando gli accordi per il rientro del debito. Forse nei prossimi mesi potrà dirlo ai magistrati di persona.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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