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2024-01-12
Torzi fermato a Dubai: è l’uomo degli affari spericolati a San Pietro
Nel riquadro Gianluigi Torzi (Ansa). Sullo sfondo Dubai (iStock)
Lo hanno fermato per le strade di Dubai, dove era arrivato nel febbraio dello scorso anno, in fuga da Londra dove le autorità giudiziarie italiane avevano già chiesto una prima estradizione a gennaio 2023. Ma per Gianluigi Torzi, questa volta, non c’è stato proprio nulla da fare. L’11 maggio del 2021 era stato già arrestato a Londra, su richiesta della Procura di Roma, ma era stato rimesso in libertà dopo appena 9 giorni, il 20 maggio, dopo il pagamento di una cauzione da 1,1 milioni di sterline. Dopo l’arresto dell’immobiliarista Danilo Coppola a dicembre, quindi, si consolida la collaborazione diplomatica e giudiziaria tra Roma e Abu Dhabi: l’obiettivo è che entrambi vengano consegnati alle autorità giudiziarie italiane nei prossimi mesi. A conferma che gli Emirati Arabi Uniti (dal 2022 nel gruppo di azione finanziaria internazionale e sotto esame da parte del gruppo di valutatori dell’Icrg ndr), vogliono rafforzare il loro piano piano di collaborazione internazionale e di azione per contrastare i fenomeni di criminalità finanziaria, prevenzione del riciclaggio e di finanziamento al terrorismo.
Il finanziere di Termoli, balzato agli onori delle cronache per gli scandali in Vaticano, tra cui la vendita del palazzo di Sloane Avenue a Londra (dove è stato condannato a 6 anni di carcere), si trova ora in stato di fermo nella capitale emiratina in attesa dell’estradizione in Italia. Gli è stato sequestrato anche il cellulare e non ha potuto parlare con i suoi avvocati.
«Non ho ancora visto il mandato di cattura, possiamo solo ipotizzare che sia stato fermato per l’inchiesta Aedes ma è solo un’ipotesi» precisa a La Verità l’avvocato Mario Zanchetti che segue l’uomo d’affari molisano. Al momento, quindi, non si ha ancora la certezza che il fermo possa essere legato a vicende giudiziarie che lo vedono già protagonista in Italia, (Torzi è anche indagato a Milano per una truffa da 15 milioni di euro ai danni della società di mutuo soccorso Cesare Pozzo), oppure a nuove inchieste. Ma a quanto risulta a La Verità, le autorità degli emirati lo avrebbero fermato proprio per le indagini che riguardano Aedes, la storica società immobiliare milanese quotata in Borsa (fu fondata nel 1905), vicenda in cui Torzi è accusato dalla Procura di Milano di manipolazione del mercato, corruzione tra privati, ostacolo all’attività degli organi di vigilanza e false comunicazioni sociali.
Nel 2022, infatti, il nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf aveva scoperto che tra il 2017 e il 2019 lo stesso Torzi, insieme con altre persone, avrebbe effettuato «operazioni simulate e artificiose» per provocare «una sensibile alterazione del prezzo delle azioni di Aedes, storico gestore immobiliare milanese come del suo azionista principale, Augusto Spa. L’obiettivo era ottenere un finanziamento tramite canali «non tradizionali», dal momento che l’azionista Augusto si era già visto rifiutare prestiti da Deutche Bank Londo e Dcr Capital. Il reato si sarebbe consumato appunto durante la sottoscrizione di due prestiti obbligazionari da 25 milioni di euro. A sottoscrivere quel prestito era stata appunto una società di Torzi, la Beaumont Investment che poi aveva cambiato nome in Odikon. Quest’ultima è una cosiddetta shell company, una società di comodo senza dipendenti, struttura e appena una sterlina di capitale.
«Non è noto come Gianluigi Torzi abbia recuperato il denaro […]» si legge nell’ordinanza di custodia cautelare. Secondo le indagini, dietro queste operazioni, si sarebbe nascosta invece la «dismissione di un significativo pacchetto azionario di controllo della quotata» Aedes. Anche perché, le fiamme gialle avevano scoperto che il fondo Augusto si era spogliato delle azioni trasferendole invece sul conto Nomura International alla Bnp Paribas di Milano. A dirigere le triangolazioni sarebbe stato appunto Torzi che insieme alle altre persone coinvolte, avrebbe anche diffuso false notizie sulla reale operazione di finanziamento di Augusto e della sua controllata quotata Aedes.
«Apparentemente presentata come l’emissione e sottoscrizione di un duplice prestito» si legge nell’ordinanza di custodia cautelare datata 27 febbraio 2023 «in realtà» era stata «realizzata attraverso la dismissione di un significativo pacchetto azionario di controllo della quotata tramite i veicoli societari di Torzi».
La storia era emersa dopo che la Consob, nel dicembre del 2019, aveva segnalato alcune criticità sulle azioni Aedes per 35 milioni di euro depositate presso la Odikon Services di Torzi. Il pm di Milano Stefano Civardi aveva fatto partire immediatamente le indagini, con i sequestri di documenti in Augusto, con l’aiuto della Financial intelligence unit della Banca d’Italia. Nell’inchiesta sono coinvolti anche Giuseppe Roveda, amministratore delegato di Aedes, il consigliere di Augusto Giacomo Garbuglia, Giancarlo Andrella e Fabrizio Rizzo di Odikon Services. Oggi è prevista l’udienza preliminare davanti al gup Patrizia Nobile.
Da Abu Dhabi arriva il disco verde all’estradizione di Danilo Coppola
Non c’è solo l’arresto del broker Gianluigi Torzi a Dubai, dagli Emirati Arabi arrivano altre novità per le autorità giudiziarie italiane. Proprio nei giorni scorsi, infatti, a quanto risulta a La Verità, la giustizia emiratina avrebbe dato il via libera all’estradizione di Danilo Coppola, l’imprenditore romano che era stato fermato ai primi di dicembre e poi rilasciato dopo una settimana. Le autorità di Abu Dhabi, in pratica, avrebbero quindi già autorizzato l’avvio dell’iter per la consegna dell’immobiliarista. C’è stata una certa accelerata nelle operazioni, a conferma dei buoni rapporti tra Italia e Emirati Arabi. Non solo. Va ricordato che proprio nelle ultime settimane il ministero della Giustizia italiana aveva anche chiesto un’integrazione della richiesta di estradizione ai magistrati milanesi che avrebbero già inviato nei giorni scorsi.
In ogni caso, nell’ultimo mese, Coppola ha continuato a professare la sua innocenza. Ha concesso interviste ai giornali e postato immagini e documenti sui social network. Anche ieri pomeriggio, su Instagram, ha postato un video dove ha attaccato i magistrati di Roma Paolo Ielo e Giuseppe Cascini. Coppola, va ricordato, era stato fermato in un centro commerciale di Dubai il 6 dicembre scorso, dopo che le telecamere di sicurezza lo avevano inquadrato, riconosciuto e segnalato alla polizia emiratina: l’intelligenza artificiale non gli aveva lasciato scampo. Dopo una settimana, però, era stato rilasciato.
«Tutti sapevano che era là» aveva spiegato l’avvocato Gaetano De Perna, andavano a trovarlo i figli e gli amici, non è scappato e non scapperà». Ora bisognerà aspettare l’udienza per decidere se estradarlo o meno. Dopo la sentenza di Cassazione, dal 2023 Coppola era destinatario di un ordine di esecuzione della pena emesso dalla Procura di Milano del 2 agosto 2022, per l’espiazione della condanna residua di 6 anni, 5 mesi e 12 giorni di reclusione per bancarotta fraudolenta. Così, l’ufficio esecuzione della Procura di Milano, coordinato dall’aggiunto Eugenio Fusco e col pm Adriana Blasco, nel settembre 2022 aveva emesso un mandato d’arresto internazionale nei suoi confronti. Già protagonista della stagione dei «furbetti del quartierino», era stato condannato in via definitiva il primo luglio 2022, per il crac del Gruppo Immobiliare 2004, di Mib Prima e di Porta Vittoria, a seguito dell’inchiesta dei pm milanesi Mauro Clerici e Giordano Baggio (ora alla Procura europea) e del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf. Va ricordato che sempre nel settembre del 2022 era stata assolta nello stesso procedimento la moglie, Silvia Necci. E al contempo, nel 2023 la Procura di Milano si era vista respingere una richiesta di estradizione dalla Svizzera che aveva giudicato «i fatti ascritti [...]» a suo carico «come non punibili ai sensi del diritto svizzero». Non ci sono solo sentenze passate in giudicato.
Coppola è ancora imputato davanti alla seconda sezione penale (la sentenza dovrebbe arrivare a giorni), con altre tre persone nel processo che vede al centro altre accuse scaturite dall’inchiesta principale sui crac Gruppo Immobiliare 2004, Mib Prima e Porta Vittoria. Tra i casi di questo procedimento c’è la bancarotta per il fallimento nel 2015 della srl Editori, di cui Coppola sarebbe stato «amministratore di fatto». In un altro processo, assieme ad un’altra persona (l’ex amministratore delegato del Banco Francesco Saviotti che ha già patteggiato), è accusato di tentata estorsione ai danni di Prelios, società di gestione del risparmio proprietaria del complesso immobiliare Porta Vittoria, nel capoluogo lombardo. Su questa vicenda Coppola ha sempre sostenuto la sua innocenza. E anzi ha continuato a ribadire che i pm non avrebbero mai dato seguito alla denuncia che aveva presentato nel 2016, nella stessa Procura di Milano, dove accusava il Banco Popolare di averlo fatto fallire, modificando gli accordi per il rientro del debito. Forse nei prossimi mesi potrà dirlo ai magistrati di persona.
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Il finanziere, già condannato per la speculazione vaticana a Sloane Avenue, è accusato di aver manipolato le azioni della società immobiliare Aedes.Da Abu Dhabi arriva il disco verde all’estradizione di Danilo Coppola. L’imprenditore deve scontare una condanna a sei anni per bancarotta fraudolenta.Lo speciale contiene due articoli.Lo hanno fermato per le strade di Dubai, dove era arrivato nel febbraio dello scorso anno, in fuga da Londra dove le autorità giudiziarie italiane avevano già chiesto una prima estradizione a gennaio 2023. Ma per Gianluigi Torzi, questa volta, non c’è stato proprio nulla da fare. L’11 maggio del 2021 era stato già arrestato a Londra, su richiesta della Procura di Roma, ma era stato rimesso in libertà dopo appena 9 giorni, il 20 maggio, dopo il pagamento di una cauzione da 1,1 milioni di sterline. Dopo l’arresto dell’immobiliarista Danilo Coppola a dicembre, quindi, si consolida la collaborazione diplomatica e giudiziaria tra Roma e Abu Dhabi: l’obiettivo è che entrambi vengano consegnati alle autorità giudiziarie italiane nei prossimi mesi. A conferma che gli Emirati Arabi Uniti (dal 2022 nel gruppo di azione finanziaria internazionale e sotto esame da parte del gruppo di valutatori dell’Icrg ndr), vogliono rafforzare il loro piano piano di collaborazione internazionale e di azione per contrastare i fenomeni di criminalità finanziaria, prevenzione del riciclaggio e di finanziamento al terrorismo.Il finanziere di Termoli, balzato agli onori delle cronache per gli scandali in Vaticano, tra cui la vendita del palazzo di Sloane Avenue a Londra (dove è stato condannato a 6 anni di carcere), si trova ora in stato di fermo nella capitale emiratina in attesa dell’estradizione in Italia. Gli è stato sequestrato anche il cellulare e non ha potuto parlare con i suoi avvocati. «Non ho ancora visto il mandato di cattura, possiamo solo ipotizzare che sia stato fermato per l’inchiesta Aedes ma è solo un’ipotesi» precisa a La Verità l’avvocato Mario Zanchetti che segue l’uomo d’affari molisano. Al momento, quindi, non si ha ancora la certezza che il fermo possa essere legato a vicende giudiziarie che lo vedono già protagonista in Italia, (Torzi è anche indagato a Milano per una truffa da 15 milioni di euro ai danni della società di mutuo soccorso Cesare Pozzo), oppure a nuove inchieste. Ma a quanto risulta a La Verità, le autorità degli emirati lo avrebbero fermato proprio per le indagini che riguardano Aedes, la storica società immobiliare milanese quotata in Borsa (fu fondata nel 1905), vicenda in cui Torzi è accusato dalla Procura di Milano di manipolazione del mercato, corruzione tra privati, ostacolo all’attività degli organi di vigilanza e false comunicazioni sociali.Nel 2022, infatti, il nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf aveva scoperto che tra il 2017 e il 2019 lo stesso Torzi, insieme con altre persone, avrebbe effettuato «operazioni simulate e artificiose» per provocare «una sensibile alterazione del prezzo delle azioni di Aedes, storico gestore immobiliare milanese come del suo azionista principale, Augusto Spa. L’obiettivo era ottenere un finanziamento tramite canali «non tradizionali», dal momento che l’azionista Augusto si era già visto rifiutare prestiti da Deutche Bank Londo e Dcr Capital. Il reato si sarebbe consumato appunto durante la sottoscrizione di due prestiti obbligazionari da 25 milioni di euro. A sottoscrivere quel prestito era stata appunto una società di Torzi, la Beaumont Investment che poi aveva cambiato nome in Odikon. Quest’ultima è una cosiddetta shell company, una società di comodo senza dipendenti, struttura e appena una sterlina di capitale. «Non è noto come Gianluigi Torzi abbia recuperato il denaro […]» si legge nell’ordinanza di custodia cautelare. Secondo le indagini, dietro queste operazioni, si sarebbe nascosta invece la «dismissione di un significativo pacchetto azionario di controllo della quotata» Aedes. Anche perché, le fiamme gialle avevano scoperto che il fondo Augusto si era spogliato delle azioni trasferendole invece sul conto Nomura International alla Bnp Paribas di Milano. A dirigere le triangolazioni sarebbe stato appunto Torzi che insieme alle altre persone coinvolte, avrebbe anche diffuso false notizie sulla reale operazione di finanziamento di Augusto e della sua controllata quotata Aedes. «Apparentemente presentata come l’emissione e sottoscrizione di un duplice prestito» si legge nell’ordinanza di custodia cautelare datata 27 febbraio 2023 «in realtà» era stata «realizzata attraverso la dismissione di un significativo pacchetto azionario di controllo della quotata tramite i veicoli societari di Torzi». La storia era emersa dopo che la Consob, nel dicembre del 2019, aveva segnalato alcune criticità sulle azioni Aedes per 35 milioni di euro depositate presso la Odikon Services di Torzi. Il pm di Milano Stefano Civardi aveva fatto partire immediatamente le indagini, con i sequestri di documenti in Augusto, con l’aiuto della Financial intelligence unit della Banca d’Italia. Nell’inchiesta sono coinvolti anche Giuseppe Roveda, amministratore delegato di Aedes, il consigliere di Augusto Giacomo Garbuglia, Giancarlo Andrella e Fabrizio Rizzo di Odikon Services. Oggi è prevista l’udienza preliminare davanti al gup Patrizia Nobile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/torzi-fermato-a-dubai-2666935248.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-abu-dhabi-arriva-il-disco-verde-allestradizione-di-danilo-coppola" data-post-id="2666935248" data-published-at="1705007460" data-use-pagination="False"> Da Abu Dhabi arriva il disco verde all’estradizione di Danilo Coppola Non c’è solo l’arresto del broker Gianluigi Torzi a Dubai, dagli Emirati Arabi arrivano altre novità per le autorità giudiziarie italiane. Proprio nei giorni scorsi, infatti, a quanto risulta a La Verità, la giustizia emiratina avrebbe dato il via libera all’estradizione di Danilo Coppola, l’imprenditore romano che era stato fermato ai primi di dicembre e poi rilasciato dopo una settimana. Le autorità di Abu Dhabi, in pratica, avrebbero quindi già autorizzato l’avvio dell’iter per la consegna dell’immobiliarista. C’è stata una certa accelerata nelle operazioni, a conferma dei buoni rapporti tra Italia e Emirati Arabi. Non solo. Va ricordato che proprio nelle ultime settimane il ministero della Giustizia italiana aveva anche chiesto un’integrazione della richiesta di estradizione ai magistrati milanesi che avrebbero già inviato nei giorni scorsi. In ogni caso, nell’ultimo mese, Coppola ha continuato a professare la sua innocenza. Ha concesso interviste ai giornali e postato immagini e documenti sui social network. Anche ieri pomeriggio, su Instagram, ha postato un video dove ha attaccato i magistrati di Roma Paolo Ielo e Giuseppe Cascini. Coppola, va ricordato, era stato fermato in un centro commerciale di Dubai il 6 dicembre scorso, dopo che le telecamere di sicurezza lo avevano inquadrato, riconosciuto e segnalato alla polizia emiratina: l’intelligenza artificiale non gli aveva lasciato scampo. Dopo una settimana, però, era stato rilasciato. «Tutti sapevano che era là» aveva spiegato l’avvocato Gaetano De Perna, andavano a trovarlo i figli e gli amici, non è scappato e non scapperà». Ora bisognerà aspettare l’udienza per decidere se estradarlo o meno. Dopo la sentenza di Cassazione, dal 2023 Coppola era destinatario di un ordine di esecuzione della pena emesso dalla Procura di Milano del 2 agosto 2022, per l’espiazione della condanna residua di 6 anni, 5 mesi e 12 giorni di reclusione per bancarotta fraudolenta. Così, l’ufficio esecuzione della Procura di Milano, coordinato dall’aggiunto Eugenio Fusco e col pm Adriana Blasco, nel settembre 2022 aveva emesso un mandato d’arresto internazionale nei suoi confronti. Già protagonista della stagione dei «furbetti del quartierino», era stato condannato in via definitiva il primo luglio 2022, per il crac del Gruppo Immobiliare 2004, di Mib Prima e di Porta Vittoria, a seguito dell’inchiesta dei pm milanesi Mauro Clerici e Giordano Baggio (ora alla Procura europea) e del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf. Va ricordato che sempre nel settembre del 2022 era stata assolta nello stesso procedimento la moglie, Silvia Necci. E al contempo, nel 2023 la Procura di Milano si era vista respingere una richiesta di estradizione dalla Svizzera che aveva giudicato «i fatti ascritti [...]» a suo carico «come non punibili ai sensi del diritto svizzero». Non ci sono solo sentenze passate in giudicato. Coppola è ancora imputato davanti alla seconda sezione penale (la sentenza dovrebbe arrivare a giorni), con altre tre persone nel processo che vede al centro altre accuse scaturite dall’inchiesta principale sui crac Gruppo Immobiliare 2004, Mib Prima e Porta Vittoria. Tra i casi di questo procedimento c’è la bancarotta per il fallimento nel 2015 della srl Editori, di cui Coppola sarebbe stato «amministratore di fatto». In un altro processo, assieme ad un’altra persona (l’ex amministratore delegato del Banco Francesco Saviotti che ha già patteggiato), è accusato di tentata estorsione ai danni di Prelios, società di gestione del risparmio proprietaria del complesso immobiliare Porta Vittoria, nel capoluogo lombardo. Su questa vicenda Coppola ha sempre sostenuto la sua innocenza. E anzi ha continuato a ribadire che i pm non avrebbero mai dato seguito alla denuncia che aveva presentato nel 2016, nella stessa Procura di Milano, dove accusava il Banco Popolare di averlo fatto fallire, modificando gli accordi per il rientro del debito. Forse nei prossimi mesi potrà dirlo ai magistrati di persona.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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