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2023-07-11
Torna Greta per l’ultimo sopruso dei socialisti
Ansa
Stamattina alle 9 inizierà il dibattito sulla legge Natura, ovvero l’insieme di norme che renderebbero inutilizzabile come minimo il 30% delle aree verdi ed eliminerebbero qualunque intervento umano su almeno 25.000 chilometri di percorsi fluviali. Il voto è previsto per domani ma la vera sfida si giocherà oggi. Sia all’interno del Parlamento europeo riunito in plenaria, sia fuori, nella piazza. Perché per sostenere la cosiddetta Restoration law arriverà a Strasburgo Greta Thunberg. Ad annunciarlo, ieri mattina, è stata la stessa attivista su Twitter: «Alle 8 protesteremo davanti all’Europarlamento per una forte legge sul ripristino della natura. Il 12 luglio gli eurodeputati votano questa legge. Li esortiamo a non respingerla ma a votare per la legge più forte possibile. Per mitigare la crisi climatica e arrestare la perdita di biodiversità, dobbiamo ripristinare la natura», ha scritto.
Per Frans Timmermans arrivano i rinforzi, insomma. Ma Greta non sarà la sola a scendere in piazza. L’eurodeputato Christophe Hansen, in qualità di «questore» responsabile per il servizio di autisti dell’Europarlamento, ha infatti inviato una mail ai colleghi per informarli che «a causa di una manifestazione di agricoltori» stamattina l’accesso al Parlamento davanti al Weiss building «sarà gravemente interrotto» e dalle 7 fino a tarda sera le vie adiacenti «saranno bloccate e non accessibili alle auto».
Da una parte ci sarà, dunque, lo scontro in piazza tra il team Greta e gli agricoltori (temono che il piano li costringa a rinunciare alla produzione su alcune delle loro terre per far posto a foreste, prati e fossati). E dall’altra quello in Aula, durante la plenaria. Il progetto di legge, sponsorizzato dai socialisti e contrastato dal Ppe, finora è stato respinto tre volte da altrettante commissioni parlamentari (inclusa quella per l’Ambiente) e regola vorrebbe che in Parlamento ora finisca la versione originale che era quella più «strong», con indicazione di votare contro. La commissione Ambiente si è però mossa per far approdare sul tavolo della plenaria di martedì il documento più mitigato approvato dal Consiglio Ue, nonostante il no dell’Italia. Lo scorso 30 giugno Stéphane Séjourné, leader del gruppo liberale Renew Europe del Parlamento europeo, ha dichiarato a Politico che avrebbe cercato di salvare la legge proponendo «una nuova versione, più equilibrata, che garantisca l’unità del mio gruppo e allo stesso tempo possa trovare una maggioranza». Renew Europe ha quindi presentato emendamenti che ripropongono il testo approvato dal Consiglio a giugno.
Sempre su Twitter ieri l’account del Ppe ha scaldato la propria tifoseria con una serie di post. «Crediamo che il cambiamento climatico sia la più grande sfida della nostra generazione e dobbiamo farlo bene. Ciò significa anche criticare la legislazione quando non è all’altezza dei nostri standard. È il caso della legge Nature restoration: dovrebbe essere respinta». E ancora: «Il dibattito, che è stato falsamente inquadrato come un’opposizione tra sostenitori e nemici della natura, riguarda in realtà l’impatto delle politiche sul cambiamento climatico sulla vita degli europei», scrivono dal gruppo dei Popolari.
Intanto, il commissario all’Ambiente, Virginijus Sinkevicius, al termine del Consiglio informale ambiente ieri ha dichiarato che «non ci sarà una nuova proposta» sulla legge per il ripristino della natura. «Se la proposta attuale verrà respinta, con il mandato negoziale del Consiglio già approvato, quindi con gli Stati che dicono ci serve questa legge, siamo pronti a lavorare e attuarla, la Commissione non ha abbastanza tempo per formulare una nuova proposta. Dobbiamo guardare a tutte le proposte della commissione come legate tra loro, non possono essere separate», ha detto Sinkevicius. Lo stesso Sinkevicius era stato citato dalla relatrice ombra del Ppe, la deputata tedesca Christine Schneider, che in un’intervista alla Verità lo scorso 14 giugno aveva raccontato le pressioni ricevute dall’esecutivo Ue. «Ero nell’ufficio del vicepresidente Timmermans e anche nell’ufficio del Commissario per l’Ambiente, Sinkevicius, a Strasburgo», ci aveva detto Schneider. «Volevano sapere di cosa avevamo bisogno per promuovere la legge e colloqui simili ci sono stati anche con altri europarlamentari, non solo del mio gruppo. Non ero sola. C’erano anche lo staff e altri europarlamentari con me in ufficio e volevano sapere cosa fare affinché io e il mio gruppo politico votassimo a favore di questa proposta. Gli ho esposto le mie preoccupazioni, che abbiamo rivolto al Ppe alla Commissione per nove mesi e che sono molto importanti per me e per il mio gruppo. E dopo che si sono resi conto che non avremmo abbandonato la nostra posizione, hanno iniziato subito a dire: “Ok, se non voterete a favore della legge Natura, il Ppe non otterrà più iniziative legislative che sono importanti per voi in questo periodo”». Insomma, Timmermans aveva invitato la Schneider ad assumere un atteggiamento più collaborativo, pena il rischio di non vedere più dossier nemmeno con il binocolo.
Nel frattempo, come ha rivelato nei giorni scorsi il quotidiano Mf, nell’ultima relazione annuale di previsione strategica è stato messo nero su bianco che per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione che l’Unione europea si è data con il Green deal e con Repower Eu servono investimenti aggiuntivi per 620 miliardi l’anno. A questi, si sommeranno altri 92 miliardi per raggiungere gli obiettivi del Net-Zero industry act.
Timmermans archivia la democrazia in Europa in nome degli ecodeliri
La partita del Green deal rischia di scappare di mano ai socialisti europei. Ne hanno fatto una bandiera e non si sono accorti che a forza di alzare la posta con progetti irrealistici, nel migliore dei casi, e dannosi, nel peggiore, questa bandiera è diventata un boomerang. È diventata la chiave di volta per scardinare la maggioranza Ursula e il pluridecennale rapporto tra Pse e Ppe, i popolari europei. Così, Frans Timmermans, vice presidente della Commissione e alfiere della potenziale sconfitta, alza la posta e accusa le altre parti politiche di lesa maestà.
«Il voto di mercoledì (domani, ndr) al Parlamento europeo sul provvedimento per il ripristino degli habitat naturali rischia di far saltare uno dei progetti fondamentali della commissione europea: il Green deal sulla transizione ecologica. Il Partito popolare europeo si sta spaccando su questo punto», ha detto Timmermans in una intervista pubblicata ieri da La Repubblica, con tanto di dito puntato verso Roma: «Da quando la destra italiana è al governo, il Ppe ha smesso di trattare. Ma così assestano un colpo a Ursula von der Leyen. Sarebbe una sconfitta per la sua Commissione». Per poi aggiungere: «Se il Ppe pensa di governare in futuro con l’estrema destra pur di stare al governo, si ricordino che i partiti radicali vogliono fermare il progetto europeo. Con la destra radicale non si risolvono i problemi». «Ma lei cosa si aspetta dopodomani?», chiede il giornalista de La Repubblica. «Riprendere l’abitudine di negoziare, anche se non siamo d’accordo al 100 per cento. Non capisco perché il Ppe ha deciso di andarsene, di non parlare nemmeno con noi. Eppure abbiamo fatto una trattativa con il Consiglio. Anche il ministro italiano mi ha detto che sono stati compiuti dei passi avanti, ma poi bloccano tutto».
Le lamentele di Timmermans non corrispondono però alla realtà. A partire da Gilberto Pichetto Fratin, che ha pure ammesso un passo in avanti nella mediazione del testo sulla legge Natura, ma poi - come risulta agli atti - ha votato contro. Perché sarà pur vero che il testo emendato dal Consiglio è meno estremista rispetto al dossier originale sponsorizzato dai socialisti, ma resta pur sempre un intervento che mira a impoverire l’economia del continente. Esattamente il tema che spinge Manfred Weber e almeno metà Ppe a voler rivedere le alleanze. Infine c’è la questione del dialogo e della negoziazione, come la chiama Timmermans. Vero che il buon rapporto si è interrotto. Ma il vertice socialista omette un dettaglio non da poco. Il vice presidente della Commissione non solo è entrato a gamba tesa, ma si è anche permesso di minacciare una deputata tedesca del Ppe, dimostrando di aver sprezzo dei rapporti personali e soprattutto di non aver chiaro il concetto di democrazia.
L’idea socialista è quella di accusare chi non la pensa come loro di negazionismo climatico, populismo dannoso e altre amenità. Timmermans però dimentica che il Parlamento dovrebbe essere sovrano. E ciò che sta accadendo tra Bruxelles e Strasburgo si chiama atto legiferante. Spetta all’Europarlamento fare le leggi. Non subirle. Tanto meno subire i diktat di chi magari ammanta di ideali un semplice atteggiamento mirato alla mera salvaguardia del potere. Così anche le veline prendono il contorno che meritano.
Ieri, guarda caso la Corte dei conti Ue ha diffuso un comunicato sulla protezione del suolo. «La salute del terreno in Europa ha ampi margini di miglioramento, si legge in una nota. Il custode delle finanze dell’Ue è critico sugli sforzi finora compiuti dai 27 per assicurare la gestione sostenibile del suolo e ritiene che la Commissione europea e i Paesi Ue non abbiano fatto sufficiente ricorso agli strumenti finanziari e legislativi a loro disposizione». Stando agli auditor della Corte, «mancano spesso di ambizione e gli Stati membri non fanno convergere i finanziamenti sulle aree con i problemi del suolo più urgenti». La relazione fa ovviamente seguito a un’analisi secondo la quale il 60-70 % dei terreni in Europa non sarebbe sano, in parte a causa dell’inadeguatezza delle pratiche di gestione del suolo e del letame. Un giochetto ormai svelato che dimostra le continue concomitanze. Stamattina parte la discussione in Aula. Timmermans non può permettersi la sconfitta. E così servono continui allarmi. Poco importa se non sono sostenuti da dati veramente scientifici. La realtà l’ha sintetizzata bene ieri Carlo Fidanza di Fdi: «Anche in questa sessione voteremo una serie di provvedimenti che risentono tutti dello stesso vizio di origine. Ci stanno chiedendo di fare una costosissima rivoluzione industriale “verde” per contribuire di uno zero virgola alla riduzione delle emissioni globali, mentre i Paesi più inquinanti si arricchiranno vendendoci quello che serve alla nostra transizione, realizzato grazie a nuove centrali a carbone e magari al lavoro minorile».
In altre parole non basta scongelare Greta per violare le prerogative del Parlamento e per ingannare chi va nelle urne per dare il suo voto.
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Dopo le pressioni indebite, la legge Natura oggi all’Europarlamento con una versione frutto dell’ennesimo magheggio. Fuori, scontro attivisti-agricoltori. Frans Timmermans si gioca il tutto per tutto, ma il Ppe sembra tenere.La Commissione tenta di scavalcare l’Aula per far passare le sue riforme. E ci mette nel mirino: «Da quando la destra italiana è al governo, trattative ferme al palo».Lo speciale contiene due articoli.Stamattina alle 9 inizierà il dibattito sulla legge Natura, ovvero l’insieme di norme che renderebbero inutilizzabile come minimo il 30% delle aree verdi ed eliminerebbero qualunque intervento umano su almeno 25.000 chilometri di percorsi fluviali. Il voto è previsto per domani ma la vera sfida si giocherà oggi. Sia all’interno del Parlamento europeo riunito in plenaria, sia fuori, nella piazza. Perché per sostenere la cosiddetta Restoration law arriverà a Strasburgo Greta Thunberg. Ad annunciarlo, ieri mattina, è stata la stessa attivista su Twitter: «Alle 8 protesteremo davanti all’Europarlamento per una forte legge sul ripristino della natura. Il 12 luglio gli eurodeputati votano questa legge. Li esortiamo a non respingerla ma a votare per la legge più forte possibile. Per mitigare la crisi climatica e arrestare la perdita di biodiversità, dobbiamo ripristinare la natura», ha scritto. Per Frans Timmermans arrivano i rinforzi, insomma. Ma Greta non sarà la sola a scendere in piazza. L’eurodeputato Christophe Hansen, in qualità di «questore» responsabile per il servizio di autisti dell’Europarlamento, ha infatti inviato una mail ai colleghi per informarli che «a causa di una manifestazione di agricoltori» stamattina l’accesso al Parlamento davanti al Weiss building «sarà gravemente interrotto» e dalle 7 fino a tarda sera le vie adiacenti «saranno bloccate e non accessibili alle auto». Da una parte ci sarà, dunque, lo scontro in piazza tra il team Greta e gli agricoltori (temono che il piano li costringa a rinunciare alla produzione su alcune delle loro terre per far posto a foreste, prati e fossati). E dall’altra quello in Aula, durante la plenaria. Il progetto di legge, sponsorizzato dai socialisti e contrastato dal Ppe, finora è stato respinto tre volte da altrettante commissioni parlamentari (inclusa quella per l’Ambiente) e regola vorrebbe che in Parlamento ora finisca la versione originale che era quella più «strong», con indicazione di votare contro. La commissione Ambiente si è però mossa per far approdare sul tavolo della plenaria di martedì il documento più mitigato approvato dal Consiglio Ue, nonostante il no dell’Italia. Lo scorso 30 giugno Stéphane Séjourné, leader del gruppo liberale Renew Europe del Parlamento europeo, ha dichiarato a Politico che avrebbe cercato di salvare la legge proponendo «una nuova versione, più equilibrata, che garantisca l’unità del mio gruppo e allo stesso tempo possa trovare una maggioranza». Renew Europe ha quindi presentato emendamenti che ripropongono il testo approvato dal Consiglio a giugno.Sempre su Twitter ieri l’account del Ppe ha scaldato la propria tifoseria con una serie di post. «Crediamo che il cambiamento climatico sia la più grande sfida della nostra generazione e dobbiamo farlo bene. Ciò significa anche criticare la legislazione quando non è all’altezza dei nostri standard. È il caso della legge Nature restoration: dovrebbe essere respinta». E ancora: «Il dibattito, che è stato falsamente inquadrato come un’opposizione tra sostenitori e nemici della natura, riguarda in realtà l’impatto delle politiche sul cambiamento climatico sulla vita degli europei», scrivono dal gruppo dei Popolari.Intanto, il commissario all’Ambiente, Virginijus Sinkevicius, al termine del Consiglio informale ambiente ieri ha dichiarato che «non ci sarà una nuova proposta» sulla legge per il ripristino della natura. «Se la proposta attuale verrà respinta, con il mandato negoziale del Consiglio già approvato, quindi con gli Stati che dicono ci serve questa legge, siamo pronti a lavorare e attuarla, la Commissione non ha abbastanza tempo per formulare una nuova proposta. Dobbiamo guardare a tutte le proposte della commissione come legate tra loro, non possono essere separate», ha detto Sinkevicius. Lo stesso Sinkevicius era stato citato dalla relatrice ombra del Ppe, la deputata tedesca Christine Schneider, che in un’intervista alla Verità lo scorso 14 giugno aveva raccontato le pressioni ricevute dall’esecutivo Ue. «Ero nell’ufficio del vicepresidente Timmermans e anche nell’ufficio del Commissario per l’Ambiente, Sinkevicius, a Strasburgo», ci aveva detto Schneider. «Volevano sapere di cosa avevamo bisogno per promuovere la legge e colloqui simili ci sono stati anche con altri europarlamentari, non solo del mio gruppo. Non ero sola. C’erano anche lo staff e altri europarlamentari con me in ufficio e volevano sapere cosa fare affinché io e il mio gruppo politico votassimo a favore di questa proposta. Gli ho esposto le mie preoccupazioni, che abbiamo rivolto al Ppe alla Commissione per nove mesi e che sono molto importanti per me e per il mio gruppo. E dopo che si sono resi conto che non avremmo abbandonato la nostra posizione, hanno iniziato subito a dire: “Ok, se non voterete a favore della legge Natura, il Ppe non otterrà più iniziative legislative che sono importanti per voi in questo periodo”». Insomma, Timmermans aveva invitato la Schneider ad assumere un atteggiamento più collaborativo, pena il rischio di non vedere più dossier nemmeno con il binocolo. Nel frattempo, come ha rivelato nei giorni scorsi il quotidiano Mf, nell’ultima relazione annuale di previsione strategica è stato messo nero su bianco che per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione che l’Unione europea si è data con il Green deal e con Repower Eu servono investimenti aggiuntivi per 620 miliardi l’anno. A questi, si sommeranno altri 92 miliardi per raggiungere gli obiettivi del Net-Zero industry act.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/torna-greta-ultimo-sopruso-socialisti-2662261039.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="timmermans-archivia-la-democrazia-in-europa-in-nome-degli-ecodeliri" data-post-id="2662261039" data-published-at="1689073268" data-use-pagination="False"> Timmermans archivia la democrazia in Europa in nome degli ecodeliri La partita del Green deal rischia di scappare di mano ai socialisti europei. Ne hanno fatto una bandiera e non si sono accorti che a forza di alzare la posta con progetti irrealistici, nel migliore dei casi, e dannosi, nel peggiore, questa bandiera è diventata un boomerang. È diventata la chiave di volta per scardinare la maggioranza Ursula e il pluridecennale rapporto tra Pse e Ppe, i popolari europei. Così, Frans Timmermans, vice presidente della Commissione e alfiere della potenziale sconfitta, alza la posta e accusa le altre parti politiche di lesa maestà. «Il voto di mercoledì (domani, ndr) al Parlamento europeo sul provvedimento per il ripristino degli habitat naturali rischia di far saltare uno dei progetti fondamentali della commissione europea: il Green deal sulla transizione ecologica. Il Partito popolare europeo si sta spaccando su questo punto», ha detto Timmermans in una intervista pubblicata ieri da La Repubblica, con tanto di dito puntato verso Roma: «Da quando la destra italiana è al governo, il Ppe ha smesso di trattare. Ma così assestano un colpo a Ursula von der Leyen. Sarebbe una sconfitta per la sua Commissione». Per poi aggiungere: «Se il Ppe pensa di governare in futuro con l’estrema destra pur di stare al governo, si ricordino che i partiti radicali vogliono fermare il progetto europeo. Con la destra radicale non si risolvono i problemi». «Ma lei cosa si aspetta dopodomani?», chiede il giornalista de La Repubblica. «Riprendere l’abitudine di negoziare, anche se non siamo d’accordo al 100 per cento. Non capisco perché il Ppe ha deciso di andarsene, di non parlare nemmeno con noi. Eppure abbiamo fatto una trattativa con il Consiglio. Anche il ministro italiano mi ha detto che sono stati compiuti dei passi avanti, ma poi bloccano tutto». Le lamentele di Timmermans non corrispondono però alla realtà. A partire da Gilberto Pichetto Fratin, che ha pure ammesso un passo in avanti nella mediazione del testo sulla legge Natura, ma poi - come risulta agli atti - ha votato contro. Perché sarà pur vero che il testo emendato dal Consiglio è meno estremista rispetto al dossier originale sponsorizzato dai socialisti, ma resta pur sempre un intervento che mira a impoverire l’economia del continente. Esattamente il tema che spinge Manfred Weber e almeno metà Ppe a voler rivedere le alleanze. Infine c’è la questione del dialogo e della negoziazione, come la chiama Timmermans. Vero che il buon rapporto si è interrotto. Ma il vertice socialista omette un dettaglio non da poco. Il vice presidente della Commissione non solo è entrato a gamba tesa, ma si è anche permesso di minacciare una deputata tedesca del Ppe, dimostrando di aver sprezzo dei rapporti personali e soprattutto di non aver chiaro il concetto di democrazia. L’idea socialista è quella di accusare chi non la pensa come loro di negazionismo climatico, populismo dannoso e altre amenità. Timmermans però dimentica che il Parlamento dovrebbe essere sovrano. E ciò che sta accadendo tra Bruxelles e Strasburgo si chiama atto legiferante. Spetta all’Europarlamento fare le leggi. Non subirle. Tanto meno subire i diktat di chi magari ammanta di ideali un semplice atteggiamento mirato alla mera salvaguardia del potere. Così anche le veline prendono il contorno che meritano. Ieri, guarda caso la Corte dei conti Ue ha diffuso un comunicato sulla protezione del suolo. «La salute del terreno in Europa ha ampi margini di miglioramento, si legge in una nota. Il custode delle finanze dell’Ue è critico sugli sforzi finora compiuti dai 27 per assicurare la gestione sostenibile del suolo e ritiene che la Commissione europea e i Paesi Ue non abbiano fatto sufficiente ricorso agli strumenti finanziari e legislativi a loro disposizione». Stando agli auditor della Corte, «mancano spesso di ambizione e gli Stati membri non fanno convergere i finanziamenti sulle aree con i problemi del suolo più urgenti». La relazione fa ovviamente seguito a un’analisi secondo la quale il 60-70 % dei terreni in Europa non sarebbe sano, in parte a causa dell’inadeguatezza delle pratiche di gestione del suolo e del letame. Un giochetto ormai svelato che dimostra le continue concomitanze. Stamattina parte la discussione in Aula. Timmermans non può permettersi la sconfitta. E così servono continui allarmi. Poco importa se non sono sostenuti da dati veramente scientifici. La realtà l’ha sintetizzata bene ieri Carlo Fidanza di Fdi: «Anche in questa sessione voteremo una serie di provvedimenti che risentono tutti dello stesso vizio di origine. Ci stanno chiedendo di fare una costosissima rivoluzione industriale “verde” per contribuire di uno zero virgola alla riduzione delle emissioni globali, mentre i Paesi più inquinanti si arricchiranno vendendoci quello che serve alla nostra transizione, realizzato grazie a nuove centrali a carbone e magari al lavoro minorile». In altre parole non basta scongelare Greta per violare le prerogative del Parlamento e per ingannare chi va nelle urne per dare il suo voto.
Roberto Gualtieri (Ansa)
Un bilancio impietoso, stilato ogni giorno dalle associazioni civiche, da Curaa (Cittadini uniti per Roma, i suoi alberi e i suoi abitanti) di Jacopa Stinchelli a Italia nostra, che ha chiesto una moratoria dei cantieri della metro C per le archeo-stazioni «Chiesa Nuova» e «Castel Sant’Angelo». Si parla di circa 40.000 alberi abbattuti ma il conteggio potrebbe essere molto più alto perché il Comune, dopo essersi fatto sfuggire un bilancio ufficiale provvisorio di circa 17.000 fusti demoliti nei primi due anni di mandato di Gualtieri (che aveva promesso di piantare un milione di alberi), da settembre 2021 a settembre 2023, non fornisce più i dati e, alla richiesta di accesso agli atti, risponde che il sistema è in aggiornamento. Fatto sta che l’«ecocidio», come ormai lo definiscono le associazioni di cittadini, si fa sempre più intenso e ha colpito in maniera impressionante il centro storico della città, vetrina per i turisti che arrivano nella capitale pensando di villeggiare all’interno di un polmone verde. Ma non è così: dopo l’abbattimento selvaggio di pini secolari nella collina del Pincio ad aprile del 2024, il Comune è andato avanti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 falcidiando 67 cipressi storici a Piazza Augusto Imperatore, accanto a via del Corso. L’intervento, sulla carta finalizzato al restauro e alla valorizzazione del monumento, ha suscitato polemiche per la rimozione del «bosco sacro» degli alberi centenari, gran parte dei quali - hanno denunciato agronomi indipendenti e cittadini - erano sani. Contro l’abbattimento massiccio si è schierato anche Andrea Carandini, archeologo e saggista italiano di fama internazionale, che già a novembre aveva denunciato l’abbattimento dei pini secolari accanto alla Torre dei Conti, parzialmente crollata a seguito dei lavori della metropolitana. A febbraio è toccato ad altri 12 pini secolari in via dei Fori Imperiali, la passeggiata che taglia il cuore archeologico di Roma, collegando Piazza Venezia al Colosseo, museo a cielo aperto di cui quegli alberi costituivano parte rilevante. Tra febbraio e marzo, è stato il turno delle tre paulonie secolari di piazza della Chiesa Nuova, proseguimento di Corso Vittorio, l’arteria che collega l’area archeologica di Largo di Torre Argentina al Vaticano: una delle tre specie aveva 300 anni. Alla potatura dei «tre alberi di Trilussa» sono scattate anche le denunce penali.
Pini, platani, cipressi, paulonie, lecci: la marcia delle motoseghe capitoline non si è fermata neanche davanti al Campidoglio, dove a febbraio sono stati fatti a pezzi altri due esemplari di pinus pinea, dopo quelli già abbattuti nel 2023 che erano finiti perfino nelle cronache del New York Times. A Piazza Pia, di fronte a Castel San’Angelo, è stato sradicato tutto: la veduta aerea è sconsolante e anche nell’area adiacente a piazza Adriana sono scomparse decine di lecci. Gli abbattimenti selvaggi colpiscono l’intera città e le periferie.
Il Comune di Roma si difende: sul sito si parla genericamente di alberi non sani, «morti in piedi», tesi discutibile considerato l’elevatissimo numero di abbattimenti. Non solo: molti abbattimenti avvengono in primavera, quando ogni operazione sarebbe vietata dalla legge 157/1992 che li proibisce in periodo di nidificazione. E quando non sono tirati giù, gli alberi di Roma sono spesso capitozzati, una tecnica esplicitamente vietata per legge dal Regolamento del verde pubblico, puntualmente disatteso. A marzo, l’associazione Curaa ha depositato un ricorso d’urgenza al Tar per chiedere una sospensiva cautelare degli abbattimenti nelle aree vincolate del Municipio 1 (centro storico). Ma il Tar non l’ha concessa, rinviando la decisione a mercoledì prossimo.
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Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
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Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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