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2023-07-11
Torna Greta per l’ultimo sopruso dei socialisti
Ansa
Stamattina alle 9 inizierà il dibattito sulla legge Natura, ovvero l’insieme di norme che renderebbero inutilizzabile come minimo il 30% delle aree verdi ed eliminerebbero qualunque intervento umano su almeno 25.000 chilometri di percorsi fluviali. Il voto è previsto per domani ma la vera sfida si giocherà oggi. Sia all’interno del Parlamento europeo riunito in plenaria, sia fuori, nella piazza. Perché per sostenere la cosiddetta Restoration law arriverà a Strasburgo Greta Thunberg. Ad annunciarlo, ieri mattina, è stata la stessa attivista su Twitter: «Alle 8 protesteremo davanti all’Europarlamento per una forte legge sul ripristino della natura. Il 12 luglio gli eurodeputati votano questa legge. Li esortiamo a non respingerla ma a votare per la legge più forte possibile. Per mitigare la crisi climatica e arrestare la perdita di biodiversità, dobbiamo ripristinare la natura», ha scritto.
Per Frans Timmermans arrivano i rinforzi, insomma. Ma Greta non sarà la sola a scendere in piazza. L’eurodeputato Christophe Hansen, in qualità di «questore» responsabile per il servizio di autisti dell’Europarlamento, ha infatti inviato una mail ai colleghi per informarli che «a causa di una manifestazione di agricoltori» stamattina l’accesso al Parlamento davanti al Weiss building «sarà gravemente interrotto» e dalle 7 fino a tarda sera le vie adiacenti «saranno bloccate e non accessibili alle auto».
Da una parte ci sarà, dunque, lo scontro in piazza tra il team Greta e gli agricoltori (temono che il piano li costringa a rinunciare alla produzione su alcune delle loro terre per far posto a foreste, prati e fossati). E dall’altra quello in Aula, durante la plenaria. Il progetto di legge, sponsorizzato dai socialisti e contrastato dal Ppe, finora è stato respinto tre volte da altrettante commissioni parlamentari (inclusa quella per l’Ambiente) e regola vorrebbe che in Parlamento ora finisca la versione originale che era quella più «strong», con indicazione di votare contro. La commissione Ambiente si è però mossa per far approdare sul tavolo della plenaria di martedì il documento più mitigato approvato dal Consiglio Ue, nonostante il no dell’Italia. Lo scorso 30 giugno Stéphane Séjourné, leader del gruppo liberale Renew Europe del Parlamento europeo, ha dichiarato a Politico che avrebbe cercato di salvare la legge proponendo «una nuova versione, più equilibrata, che garantisca l’unità del mio gruppo e allo stesso tempo possa trovare una maggioranza». Renew Europe ha quindi presentato emendamenti che ripropongono il testo approvato dal Consiglio a giugno.
Sempre su Twitter ieri l’account del Ppe ha scaldato la propria tifoseria con una serie di post. «Crediamo che il cambiamento climatico sia la più grande sfida della nostra generazione e dobbiamo farlo bene. Ciò significa anche criticare la legislazione quando non è all’altezza dei nostri standard. È il caso della legge Nature restoration: dovrebbe essere respinta». E ancora: «Il dibattito, che è stato falsamente inquadrato come un’opposizione tra sostenitori e nemici della natura, riguarda in realtà l’impatto delle politiche sul cambiamento climatico sulla vita degli europei», scrivono dal gruppo dei Popolari.
Intanto, il commissario all’Ambiente, Virginijus Sinkevicius, al termine del Consiglio informale ambiente ieri ha dichiarato che «non ci sarà una nuova proposta» sulla legge per il ripristino della natura. «Se la proposta attuale verrà respinta, con il mandato negoziale del Consiglio già approvato, quindi con gli Stati che dicono ci serve questa legge, siamo pronti a lavorare e attuarla, la Commissione non ha abbastanza tempo per formulare una nuova proposta. Dobbiamo guardare a tutte le proposte della commissione come legate tra loro, non possono essere separate», ha detto Sinkevicius. Lo stesso Sinkevicius era stato citato dalla relatrice ombra del Ppe, la deputata tedesca Christine Schneider, che in un’intervista alla Verità lo scorso 14 giugno aveva raccontato le pressioni ricevute dall’esecutivo Ue. «Ero nell’ufficio del vicepresidente Timmermans e anche nell’ufficio del Commissario per l’Ambiente, Sinkevicius, a Strasburgo», ci aveva detto Schneider. «Volevano sapere di cosa avevamo bisogno per promuovere la legge e colloqui simili ci sono stati anche con altri europarlamentari, non solo del mio gruppo. Non ero sola. C’erano anche lo staff e altri europarlamentari con me in ufficio e volevano sapere cosa fare affinché io e il mio gruppo politico votassimo a favore di questa proposta. Gli ho esposto le mie preoccupazioni, che abbiamo rivolto al Ppe alla Commissione per nove mesi e che sono molto importanti per me e per il mio gruppo. E dopo che si sono resi conto che non avremmo abbandonato la nostra posizione, hanno iniziato subito a dire: “Ok, se non voterete a favore della legge Natura, il Ppe non otterrà più iniziative legislative che sono importanti per voi in questo periodo”». Insomma, Timmermans aveva invitato la Schneider ad assumere un atteggiamento più collaborativo, pena il rischio di non vedere più dossier nemmeno con il binocolo.
Nel frattempo, come ha rivelato nei giorni scorsi il quotidiano Mf, nell’ultima relazione annuale di previsione strategica è stato messo nero su bianco che per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione che l’Unione europea si è data con il Green deal e con Repower Eu servono investimenti aggiuntivi per 620 miliardi l’anno. A questi, si sommeranno altri 92 miliardi per raggiungere gli obiettivi del Net-Zero industry act.
Timmermans archivia la democrazia in Europa in nome degli ecodeliri
La partita del Green deal rischia di scappare di mano ai socialisti europei. Ne hanno fatto una bandiera e non si sono accorti che a forza di alzare la posta con progetti irrealistici, nel migliore dei casi, e dannosi, nel peggiore, questa bandiera è diventata un boomerang. È diventata la chiave di volta per scardinare la maggioranza Ursula e il pluridecennale rapporto tra Pse e Ppe, i popolari europei. Così, Frans Timmermans, vice presidente della Commissione e alfiere della potenziale sconfitta, alza la posta e accusa le altre parti politiche di lesa maestà.
«Il voto di mercoledì (domani, ndr) al Parlamento europeo sul provvedimento per il ripristino degli habitat naturali rischia di far saltare uno dei progetti fondamentali della commissione europea: il Green deal sulla transizione ecologica. Il Partito popolare europeo si sta spaccando su questo punto», ha detto Timmermans in una intervista pubblicata ieri da La Repubblica, con tanto di dito puntato verso Roma: «Da quando la destra italiana è al governo, il Ppe ha smesso di trattare. Ma così assestano un colpo a Ursula von der Leyen. Sarebbe una sconfitta per la sua Commissione». Per poi aggiungere: «Se il Ppe pensa di governare in futuro con l’estrema destra pur di stare al governo, si ricordino che i partiti radicali vogliono fermare il progetto europeo. Con la destra radicale non si risolvono i problemi». «Ma lei cosa si aspetta dopodomani?», chiede il giornalista de La Repubblica. «Riprendere l’abitudine di negoziare, anche se non siamo d’accordo al 100 per cento. Non capisco perché il Ppe ha deciso di andarsene, di non parlare nemmeno con noi. Eppure abbiamo fatto una trattativa con il Consiglio. Anche il ministro italiano mi ha detto che sono stati compiuti dei passi avanti, ma poi bloccano tutto».
Le lamentele di Timmermans non corrispondono però alla realtà. A partire da Gilberto Pichetto Fratin, che ha pure ammesso un passo in avanti nella mediazione del testo sulla legge Natura, ma poi - come risulta agli atti - ha votato contro. Perché sarà pur vero che il testo emendato dal Consiglio è meno estremista rispetto al dossier originale sponsorizzato dai socialisti, ma resta pur sempre un intervento che mira a impoverire l’economia del continente. Esattamente il tema che spinge Manfred Weber e almeno metà Ppe a voler rivedere le alleanze. Infine c’è la questione del dialogo e della negoziazione, come la chiama Timmermans. Vero che il buon rapporto si è interrotto. Ma il vertice socialista omette un dettaglio non da poco. Il vice presidente della Commissione non solo è entrato a gamba tesa, ma si è anche permesso di minacciare una deputata tedesca del Ppe, dimostrando di aver sprezzo dei rapporti personali e soprattutto di non aver chiaro il concetto di democrazia.
L’idea socialista è quella di accusare chi non la pensa come loro di negazionismo climatico, populismo dannoso e altre amenità. Timmermans però dimentica che il Parlamento dovrebbe essere sovrano. E ciò che sta accadendo tra Bruxelles e Strasburgo si chiama atto legiferante. Spetta all’Europarlamento fare le leggi. Non subirle. Tanto meno subire i diktat di chi magari ammanta di ideali un semplice atteggiamento mirato alla mera salvaguardia del potere. Così anche le veline prendono il contorno che meritano.
Ieri, guarda caso la Corte dei conti Ue ha diffuso un comunicato sulla protezione del suolo. «La salute del terreno in Europa ha ampi margini di miglioramento, si legge in una nota. Il custode delle finanze dell’Ue è critico sugli sforzi finora compiuti dai 27 per assicurare la gestione sostenibile del suolo e ritiene che la Commissione europea e i Paesi Ue non abbiano fatto sufficiente ricorso agli strumenti finanziari e legislativi a loro disposizione». Stando agli auditor della Corte, «mancano spesso di ambizione e gli Stati membri non fanno convergere i finanziamenti sulle aree con i problemi del suolo più urgenti». La relazione fa ovviamente seguito a un’analisi secondo la quale il 60-70 % dei terreni in Europa non sarebbe sano, in parte a causa dell’inadeguatezza delle pratiche di gestione del suolo e del letame. Un giochetto ormai svelato che dimostra le continue concomitanze. Stamattina parte la discussione in Aula. Timmermans non può permettersi la sconfitta. E così servono continui allarmi. Poco importa se non sono sostenuti da dati veramente scientifici. La realtà l’ha sintetizzata bene ieri Carlo Fidanza di Fdi: «Anche in questa sessione voteremo una serie di provvedimenti che risentono tutti dello stesso vizio di origine. Ci stanno chiedendo di fare una costosissima rivoluzione industriale “verde” per contribuire di uno zero virgola alla riduzione delle emissioni globali, mentre i Paesi più inquinanti si arricchiranno vendendoci quello che serve alla nostra transizione, realizzato grazie a nuove centrali a carbone e magari al lavoro minorile».
In altre parole non basta scongelare Greta per violare le prerogative del Parlamento e per ingannare chi va nelle urne per dare il suo voto.
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Dopo le pressioni indebite, la legge Natura oggi all’Europarlamento con una versione frutto dell’ennesimo magheggio. Fuori, scontro attivisti-agricoltori. Frans Timmermans si gioca il tutto per tutto, ma il Ppe sembra tenere.La Commissione tenta di scavalcare l’Aula per far passare le sue riforme. E ci mette nel mirino: «Da quando la destra italiana è al governo, trattative ferme al palo».Lo speciale contiene due articoli.Stamattina alle 9 inizierà il dibattito sulla legge Natura, ovvero l’insieme di norme che renderebbero inutilizzabile come minimo il 30% delle aree verdi ed eliminerebbero qualunque intervento umano su almeno 25.000 chilometri di percorsi fluviali. Il voto è previsto per domani ma la vera sfida si giocherà oggi. Sia all’interno del Parlamento europeo riunito in plenaria, sia fuori, nella piazza. Perché per sostenere la cosiddetta Restoration law arriverà a Strasburgo Greta Thunberg. Ad annunciarlo, ieri mattina, è stata la stessa attivista su Twitter: «Alle 8 protesteremo davanti all’Europarlamento per una forte legge sul ripristino della natura. Il 12 luglio gli eurodeputati votano questa legge. Li esortiamo a non respingerla ma a votare per la legge più forte possibile. Per mitigare la crisi climatica e arrestare la perdita di biodiversità, dobbiamo ripristinare la natura», ha scritto. Per Frans Timmermans arrivano i rinforzi, insomma. Ma Greta non sarà la sola a scendere in piazza. L’eurodeputato Christophe Hansen, in qualità di «questore» responsabile per il servizio di autisti dell’Europarlamento, ha infatti inviato una mail ai colleghi per informarli che «a causa di una manifestazione di agricoltori» stamattina l’accesso al Parlamento davanti al Weiss building «sarà gravemente interrotto» e dalle 7 fino a tarda sera le vie adiacenti «saranno bloccate e non accessibili alle auto». Da una parte ci sarà, dunque, lo scontro in piazza tra il team Greta e gli agricoltori (temono che il piano li costringa a rinunciare alla produzione su alcune delle loro terre per far posto a foreste, prati e fossati). E dall’altra quello in Aula, durante la plenaria. Il progetto di legge, sponsorizzato dai socialisti e contrastato dal Ppe, finora è stato respinto tre volte da altrettante commissioni parlamentari (inclusa quella per l’Ambiente) e regola vorrebbe che in Parlamento ora finisca la versione originale che era quella più «strong», con indicazione di votare contro. La commissione Ambiente si è però mossa per far approdare sul tavolo della plenaria di martedì il documento più mitigato approvato dal Consiglio Ue, nonostante il no dell’Italia. Lo scorso 30 giugno Stéphane Séjourné, leader del gruppo liberale Renew Europe del Parlamento europeo, ha dichiarato a Politico che avrebbe cercato di salvare la legge proponendo «una nuova versione, più equilibrata, che garantisca l’unità del mio gruppo e allo stesso tempo possa trovare una maggioranza». Renew Europe ha quindi presentato emendamenti che ripropongono il testo approvato dal Consiglio a giugno.Sempre su Twitter ieri l’account del Ppe ha scaldato la propria tifoseria con una serie di post. «Crediamo che il cambiamento climatico sia la più grande sfida della nostra generazione e dobbiamo farlo bene. Ciò significa anche criticare la legislazione quando non è all’altezza dei nostri standard. È il caso della legge Nature restoration: dovrebbe essere respinta». E ancora: «Il dibattito, che è stato falsamente inquadrato come un’opposizione tra sostenitori e nemici della natura, riguarda in realtà l’impatto delle politiche sul cambiamento climatico sulla vita degli europei», scrivono dal gruppo dei Popolari.Intanto, il commissario all’Ambiente, Virginijus Sinkevicius, al termine del Consiglio informale ambiente ieri ha dichiarato che «non ci sarà una nuova proposta» sulla legge per il ripristino della natura. «Se la proposta attuale verrà respinta, con il mandato negoziale del Consiglio già approvato, quindi con gli Stati che dicono ci serve questa legge, siamo pronti a lavorare e attuarla, la Commissione non ha abbastanza tempo per formulare una nuova proposta. Dobbiamo guardare a tutte le proposte della commissione come legate tra loro, non possono essere separate», ha detto Sinkevicius. Lo stesso Sinkevicius era stato citato dalla relatrice ombra del Ppe, la deputata tedesca Christine Schneider, che in un’intervista alla Verità lo scorso 14 giugno aveva raccontato le pressioni ricevute dall’esecutivo Ue. «Ero nell’ufficio del vicepresidente Timmermans e anche nell’ufficio del Commissario per l’Ambiente, Sinkevicius, a Strasburgo», ci aveva detto Schneider. «Volevano sapere di cosa avevamo bisogno per promuovere la legge e colloqui simili ci sono stati anche con altri europarlamentari, non solo del mio gruppo. Non ero sola. C’erano anche lo staff e altri europarlamentari con me in ufficio e volevano sapere cosa fare affinché io e il mio gruppo politico votassimo a favore di questa proposta. Gli ho esposto le mie preoccupazioni, che abbiamo rivolto al Ppe alla Commissione per nove mesi e che sono molto importanti per me e per il mio gruppo. E dopo che si sono resi conto che non avremmo abbandonato la nostra posizione, hanno iniziato subito a dire: “Ok, se non voterete a favore della legge Natura, il Ppe non otterrà più iniziative legislative che sono importanti per voi in questo periodo”». Insomma, Timmermans aveva invitato la Schneider ad assumere un atteggiamento più collaborativo, pena il rischio di non vedere più dossier nemmeno con il binocolo. Nel frattempo, come ha rivelato nei giorni scorsi il quotidiano Mf, nell’ultima relazione annuale di previsione strategica è stato messo nero su bianco che per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione che l’Unione europea si è data con il Green deal e con Repower Eu servono investimenti aggiuntivi per 620 miliardi l’anno. A questi, si sommeranno altri 92 miliardi per raggiungere gli obiettivi del Net-Zero industry act.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/torna-greta-ultimo-sopruso-socialisti-2662261039.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="timmermans-archivia-la-democrazia-in-europa-in-nome-degli-ecodeliri" data-post-id="2662261039" data-published-at="1689073268" data-use-pagination="False"> Timmermans archivia la democrazia in Europa in nome degli ecodeliri La partita del Green deal rischia di scappare di mano ai socialisti europei. Ne hanno fatto una bandiera e non si sono accorti che a forza di alzare la posta con progetti irrealistici, nel migliore dei casi, e dannosi, nel peggiore, questa bandiera è diventata un boomerang. È diventata la chiave di volta per scardinare la maggioranza Ursula e il pluridecennale rapporto tra Pse e Ppe, i popolari europei. Così, Frans Timmermans, vice presidente della Commissione e alfiere della potenziale sconfitta, alza la posta e accusa le altre parti politiche di lesa maestà. «Il voto di mercoledì (domani, ndr) al Parlamento europeo sul provvedimento per il ripristino degli habitat naturali rischia di far saltare uno dei progetti fondamentali della commissione europea: il Green deal sulla transizione ecologica. Il Partito popolare europeo si sta spaccando su questo punto», ha detto Timmermans in una intervista pubblicata ieri da La Repubblica, con tanto di dito puntato verso Roma: «Da quando la destra italiana è al governo, il Ppe ha smesso di trattare. Ma così assestano un colpo a Ursula von der Leyen. Sarebbe una sconfitta per la sua Commissione». Per poi aggiungere: «Se il Ppe pensa di governare in futuro con l’estrema destra pur di stare al governo, si ricordino che i partiti radicali vogliono fermare il progetto europeo. Con la destra radicale non si risolvono i problemi». «Ma lei cosa si aspetta dopodomani?», chiede il giornalista de La Repubblica. «Riprendere l’abitudine di negoziare, anche se non siamo d’accordo al 100 per cento. Non capisco perché il Ppe ha deciso di andarsene, di non parlare nemmeno con noi. Eppure abbiamo fatto una trattativa con il Consiglio. Anche il ministro italiano mi ha detto che sono stati compiuti dei passi avanti, ma poi bloccano tutto». Le lamentele di Timmermans non corrispondono però alla realtà. A partire da Gilberto Pichetto Fratin, che ha pure ammesso un passo in avanti nella mediazione del testo sulla legge Natura, ma poi - come risulta agli atti - ha votato contro. Perché sarà pur vero che il testo emendato dal Consiglio è meno estremista rispetto al dossier originale sponsorizzato dai socialisti, ma resta pur sempre un intervento che mira a impoverire l’economia del continente. Esattamente il tema che spinge Manfred Weber e almeno metà Ppe a voler rivedere le alleanze. Infine c’è la questione del dialogo e della negoziazione, come la chiama Timmermans. Vero che il buon rapporto si è interrotto. Ma il vertice socialista omette un dettaglio non da poco. Il vice presidente della Commissione non solo è entrato a gamba tesa, ma si è anche permesso di minacciare una deputata tedesca del Ppe, dimostrando di aver sprezzo dei rapporti personali e soprattutto di non aver chiaro il concetto di democrazia. L’idea socialista è quella di accusare chi non la pensa come loro di negazionismo climatico, populismo dannoso e altre amenità. Timmermans però dimentica che il Parlamento dovrebbe essere sovrano. E ciò che sta accadendo tra Bruxelles e Strasburgo si chiama atto legiferante. Spetta all’Europarlamento fare le leggi. Non subirle. Tanto meno subire i diktat di chi magari ammanta di ideali un semplice atteggiamento mirato alla mera salvaguardia del potere. Così anche le veline prendono il contorno che meritano. Ieri, guarda caso la Corte dei conti Ue ha diffuso un comunicato sulla protezione del suolo. «La salute del terreno in Europa ha ampi margini di miglioramento, si legge in una nota. Il custode delle finanze dell’Ue è critico sugli sforzi finora compiuti dai 27 per assicurare la gestione sostenibile del suolo e ritiene che la Commissione europea e i Paesi Ue non abbiano fatto sufficiente ricorso agli strumenti finanziari e legislativi a loro disposizione». Stando agli auditor della Corte, «mancano spesso di ambizione e gli Stati membri non fanno convergere i finanziamenti sulle aree con i problemi del suolo più urgenti». La relazione fa ovviamente seguito a un’analisi secondo la quale il 60-70 % dei terreni in Europa non sarebbe sano, in parte a causa dell’inadeguatezza delle pratiche di gestione del suolo e del letame. Un giochetto ormai svelato che dimostra le continue concomitanze. Stamattina parte la discussione in Aula. Timmermans non può permettersi la sconfitta. E così servono continui allarmi. Poco importa se non sono sostenuti da dati veramente scientifici. La realtà l’ha sintetizzata bene ieri Carlo Fidanza di Fdi: «Anche in questa sessione voteremo una serie di provvedimenti che risentono tutti dello stesso vizio di origine. Ci stanno chiedendo di fare una costosissima rivoluzione industriale “verde” per contribuire di uno zero virgola alla riduzione delle emissioni globali, mentre i Paesi più inquinanti si arricchiranno vendendoci quello che serve alla nostra transizione, realizzato grazie a nuove centrali a carbone e magari al lavoro minorile». In altre parole non basta scongelare Greta per violare le prerogative del Parlamento e per ingannare chi va nelle urne per dare il suo voto.
Ansa
La diplomazia tra Washington e Teheran è in salita. Ciononostante, i colloqui tenutisi sabato a Islamabad certificano il crescente peso del Pakistan.
Negli scorsi anni, i rapporti tra lo stesso Pakistan e gli Stati Uniti erano stati tutt’altro che idilliaci. Eppure, la situazione ha iniziato a mutare a maggio dell’anno scorso: in particolare, dopo che Donald Trump aveva dichiarato di aver mediato un accordo di cessate il fuoco tra Nuova Delhi e Islamabad. Il governo pakistano aveva quindi candidato il presidente americano al Nobel per la Pace. Non solo. Da allora, Trump ha costantemente rafforzato la propria sponda con il capo delle Forze armate di Islamabad, il generale Asim Munir.
È in questo quadro che, a luglio, Stati Uniti e Pakistan hanno raggiunto un accordo sulla cui base Washington si è impegnata a ridurre i propri dazi a Islamabad. Inoltre, sempre in virtù dell’intesa, gli Usa hanno acquisito la possibilità di effettuare esplorazioni petrolifere in territorio pakistano. Era inoltre lo scorso gennaio, quando Islamabad ha formalmente accettato l’invito di Trump a entrare nel Board of Peace per Gaza. Senza trascurare che, il mese precedente, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva ringraziato il Pakistan per la sua offerta a prender parte alle forze di stabilizzazione nella Striscia.
Insomma, negli ultimi dodici mesi i rapporti tra Washington e Islamabad si sono significativamente rafforzati. Tanto che la Casa Bianca si è affidata principalmente al Pakistan per cercare di avviare un processo diplomatico volto a chiudere la guerra in Iran. Ma quali sono state le ragioni di questa svolta? Trump ha innanzitutto visto nel Pakistan un attore che gli consentisse di controbilanciare l’India: quell’India con cui gli Stati Uniti, nel 2025, hanno avuto notevoli tensioni commerciali. In secondo luogo, la Casa Bianca punta a indebolire gli storici legami che intercorrono tra Islamabad e Pechino. Infine, ma non ultimo, Trump guarda con interesse anche alle risorse minerarie del Pakistan (non a caso, a ottobre il Paese ha de facto avviato con gli Usa una partnership nel settore dei minerali strategici).
Dall’altra parte, anche Islamabad fa ovviamente i suoi calcoli. Il Pakistan voleva ricucire con Washington dopo anni di rapporti complicati. Inoltre, venendo al conflitto iraniano, Islamabad teme di finirci coinvolta a causa di un patto di mutua assistenza che ha sottoscritto con l’Arabia Saudita. È anche per questo che il governo pakistano sta cercando in tutti i modi di promuovere la diplomazia tra Washington e Teheran.
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Francesco Sofia (direttore Digital Transformation di Agea): «Stiamo investendo molto sull'intelligenza artificiale come strumento di semplificazione».
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Imprese, filiere, territori. Osservatorio sul Merito racconta un sistema vivo, che evolve senza perdere la propria identità.
C’è un’Italia che, pur tra le incertezze globali, continua a produrre, innovare e competere. È l’Italia del Made in Italy, che celebra ogni 15 aprile la sua Giornata Nazionale, non con un singolo prodotto o un unico settore, ma con la sua innata capacità di coniugare bellezza e innovazione, visione strategica e cultura d’impresa.
Dalle politiche del ministero delle Imprese e del Made in Italy (rappresentato dal vice ministro Valentino Valentini e da Paolo Quercia, direttore della Divisione studi e analisi) alle strategie di internazionalizzazione (Paolo De Castro, presidente Nomisma), dall’accesso ai capitali (Marta Testi, ceo Elite- Gruppo Euronext) alla sostenibilità, fino al ruolo centrale delle filiere e del capitale umano, Osservatorio sul Merito restituisce una lettura articolata e concreta delle traiettorie di sviluppo del Paese. Percorsi che richiedono competenze specifiche, come ricordano il sottosegretario al ministero dell'Istruzione, Paola Frassinetti, e Giovanni Brugnoli, presidente della Fondazione imprese e competenze per il Made in Italy. Valorizzare l’eccellenza dei nostri settori di punta significa attrarre e formare le nuove generazioni affinché ne raccolgano l'eredità, conducendola nel futuro. Rendere strutturale il dialogo tra aziende, scuola e territorio è ormai un passaggio imprescindibile. Così come serve un cambio di paradigma per le Pmi, chiamate a fare sistema, condividere competenze e sviluppare sinergie per affrontare mercati esteri, transizione digitale e sostenibilità. Vincenzo Polidoro, numero uno di AssoNEXT, indica direttrici da seguire e le criticità da superare.
I leader del made in Italy. In un momento storico in cui l’identità produttiva italiana rappresenta non solo un patrimonio culturale ma anche una leva strategica per la competitività globale, il ruolo di chi promuove e tutela il made in Italy diventa centrale. Romina Nicoletti, che guida l'Italian Delegation Made in Italy con misure tese a rafforzare la reputazione dei prodotti italiani sui mercati internazionali, presenta il Premio Leader del Made in Italy Award, che rende omaggio agli imprenditori distintisi nella promozione del saper fare italiano nel mondo. La cerimonia di premiazione, che si terrà a Roma il 19 maggio, sarà anticipata da una conferenza di alto livello, che farà da piattaforma di confronto sulla competitività del Paese.
Fedeli alla qualità. In Osservatorio sul Merito emergono le esperienze di imprenditori e imprenditrici di settori diversi (Paglieri, Fiorentini Alimentari, Gentili Mosconi, Bruno Generators, Kartell) unite però da una stessa tensione: restare fedeli alla qualità del made in Italy e, allo stesso tempo, affrontare le sfide di un mercato sempre più complesso. Dalla manifattura all’agroalimentare, dall’energia alla finanza, fino al design e alla ristorazione, emerge una visione chiara: innovare non è più un’opzione, ma una condizione necessaria per restare competitivi. Lo scenario internazionale richiede strategie sempre più selettive. E sullo sfondo resta la necessità di un sistema capace di accompagnare davvero la crescita, mettendo in relazione imprese, istituzioni e finanza. L'Italia può continuare a distinguersi solo se saprà fare sistema, valorizzare le proprie radici e trasformarle in leva per il futuro. Perché il vero punto di forza, oggi più che mai, non è soltanto ciò che il Paese produce, ma il modo in cui riesce a farlo.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Osservatorio sul Merito - Aprile 2026.pdf
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Matteo Salvini (Ansa)
Lo stesso sindaco, Beppe Sala, ha ammesso che non ci sono elementi per vietarla ma, nonostante questo, Buscemi non ha intenzione di ritirare l’ordine del giorno, che arriverà regolarmente in Aula oggi. La piddina chiede «un voto politico all’aula contro il Remigration summit, che è assolutamente xenofobo e razzista». Un voto che andrebbe contro il parere di Questore e Prefetto, unici titolati a decidere sui requisiti di ordine pubblico dell’evento e che avevano già dato il proprio assenso in nome del diritto di espressione di tutti. «Buscemi ha chiesto al prefetto di vietare piazza Duomo. Ma chi è? Il Duce? Poi ognuno la pensi come vuole. Non le piace la piazza dei Patrioti? Non ci sarà. Però io non ho mai presentato un ordine del giorno come Lega per impedire un comizio di Schlein, Conte, Renzi o chiunque altro. Mi sembra un atteggiamento volgarmente violento», ha dichiarato ieri il vicepremier Matteo Salvini. «Mi fa strano che un partito che si dice democratico voglia impedire che in piazza Duomo ci siano cittadini italiani che non la pensano come la sinistra, che vogliono aiutare famiglie e imprese. Quindi è un atteggiamento da vecchi fascisti, non da democratici». Inoltre il leader del Carroccio ha precisato: «Parleremo di sicurezza, di pace, di identità e di contrasto al fanatismo islamico: non c’è in nessun manifesto il termine “remigrazione”. Che, peraltro, non mi spaventa perché siamo in democrazia e ognuno è libero di portare avanti le sue idee. Noi vogliamo un contrasto serio, importante e ancora più deciso all’immigrazione clandestina ma nessuno si sogna di rimandare a casa gli immigrati regolari per bene che sono qua», ha aggiunto Salvini.
Contro la censura rossa il deputato leghista Igor Iezzi: «I tentativi della sinistra di bloccare la manifestazione sono sconcertanti e avvelenano il clima politico. Non vorremmo ci fossero reazioni violente come quelle viste in altre occasioni, anche all’estero, e ricordo con preoccupazione le accuse che le autorità ungheresi hanno mosso a Ilaria Salis e ad altri estremisti di sinistra. Sto valutando di andare in procura per denunciare gli esponenti di sinistra che hanno invocato il bavaglio per istigazione a delinquere».
Nel frattempo anche i centri sociali milanesi hanno deciso di mobilitarsi come annunciato con un comunicato online che mistifica i reali presupposti dell’evento: «Salvini ha chiamato a raduno le sue schiere per ospitare un ripugnante comizio che invocherà odio, razzismo, sessismo, repressione, controllo dei corpi, militarizzazione e suprematismo». Ad intervenire contro l’intolleranza dell’estrema sinistra anche l’europarlamentare della Lega Silvia Sardone: «Comunicando la loro presenza, i delinquenti dei centri sociali ci regalano un annuncio delirante».
E sempre ieri Salvini è tornato a parlare della situazione economica: «O lo cambiano, sto patto di stabilità, oppure se continueranno a non sentirci, faremo da soli. La priorità è sbloccare le norme europee che ci impediscono di aiutare gli italiani in difficoltà, tutto il resto viene dopo. La cosa assurda è che ancora oggi con le crisi in corso Bruxelles permetta agli Stati di spendere miliardi per le armi, ma impedisca all’Italia di spendere altrettanti soldi per aiutare chi non ce la fa».
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