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2023-07-11
Torna Greta per l’ultimo sopruso dei socialisti
Ansa
Stamattina alle 9 inizierà il dibattito sulla legge Natura, ovvero l’insieme di norme che renderebbero inutilizzabile come minimo il 30% delle aree verdi ed eliminerebbero qualunque intervento umano su almeno 25.000 chilometri di percorsi fluviali. Il voto è previsto per domani ma la vera sfida si giocherà oggi. Sia all’interno del Parlamento europeo riunito in plenaria, sia fuori, nella piazza. Perché per sostenere la cosiddetta Restoration law arriverà a Strasburgo Greta Thunberg. Ad annunciarlo, ieri mattina, è stata la stessa attivista su Twitter: «Alle 8 protesteremo davanti all’Europarlamento per una forte legge sul ripristino della natura. Il 12 luglio gli eurodeputati votano questa legge. Li esortiamo a non respingerla ma a votare per la legge più forte possibile. Per mitigare la crisi climatica e arrestare la perdita di biodiversità, dobbiamo ripristinare la natura», ha scritto.
Per Frans Timmermans arrivano i rinforzi, insomma. Ma Greta non sarà la sola a scendere in piazza. L’eurodeputato Christophe Hansen, in qualità di «questore» responsabile per il servizio di autisti dell’Europarlamento, ha infatti inviato una mail ai colleghi per informarli che «a causa di una manifestazione di agricoltori» stamattina l’accesso al Parlamento davanti al Weiss building «sarà gravemente interrotto» e dalle 7 fino a tarda sera le vie adiacenti «saranno bloccate e non accessibili alle auto».
Da una parte ci sarà, dunque, lo scontro in piazza tra il team Greta e gli agricoltori (temono che il piano li costringa a rinunciare alla produzione su alcune delle loro terre per far posto a foreste, prati e fossati). E dall’altra quello in Aula, durante la plenaria. Il progetto di legge, sponsorizzato dai socialisti e contrastato dal Ppe, finora è stato respinto tre volte da altrettante commissioni parlamentari (inclusa quella per l’Ambiente) e regola vorrebbe che in Parlamento ora finisca la versione originale che era quella più «strong», con indicazione di votare contro. La commissione Ambiente si è però mossa per far approdare sul tavolo della plenaria di martedì il documento più mitigato approvato dal Consiglio Ue, nonostante il no dell’Italia. Lo scorso 30 giugno Stéphane Séjourné, leader del gruppo liberale Renew Europe del Parlamento europeo, ha dichiarato a Politico che avrebbe cercato di salvare la legge proponendo «una nuova versione, più equilibrata, che garantisca l’unità del mio gruppo e allo stesso tempo possa trovare una maggioranza». Renew Europe ha quindi presentato emendamenti che ripropongono il testo approvato dal Consiglio a giugno.
Sempre su Twitter ieri l’account del Ppe ha scaldato la propria tifoseria con una serie di post. «Crediamo che il cambiamento climatico sia la più grande sfida della nostra generazione e dobbiamo farlo bene. Ciò significa anche criticare la legislazione quando non è all’altezza dei nostri standard. È il caso della legge Nature restoration: dovrebbe essere respinta». E ancora: «Il dibattito, che è stato falsamente inquadrato come un’opposizione tra sostenitori e nemici della natura, riguarda in realtà l’impatto delle politiche sul cambiamento climatico sulla vita degli europei», scrivono dal gruppo dei Popolari.
Intanto, il commissario all’Ambiente, Virginijus Sinkevicius, al termine del Consiglio informale ambiente ieri ha dichiarato che «non ci sarà una nuova proposta» sulla legge per il ripristino della natura. «Se la proposta attuale verrà respinta, con il mandato negoziale del Consiglio già approvato, quindi con gli Stati che dicono ci serve questa legge, siamo pronti a lavorare e attuarla, la Commissione non ha abbastanza tempo per formulare una nuova proposta. Dobbiamo guardare a tutte le proposte della commissione come legate tra loro, non possono essere separate», ha detto Sinkevicius. Lo stesso Sinkevicius era stato citato dalla relatrice ombra del Ppe, la deputata tedesca Christine Schneider, che in un’intervista alla Verità lo scorso 14 giugno aveva raccontato le pressioni ricevute dall’esecutivo Ue. «Ero nell’ufficio del vicepresidente Timmermans e anche nell’ufficio del Commissario per l’Ambiente, Sinkevicius, a Strasburgo», ci aveva detto Schneider. «Volevano sapere di cosa avevamo bisogno per promuovere la legge e colloqui simili ci sono stati anche con altri europarlamentari, non solo del mio gruppo. Non ero sola. C’erano anche lo staff e altri europarlamentari con me in ufficio e volevano sapere cosa fare affinché io e il mio gruppo politico votassimo a favore di questa proposta. Gli ho esposto le mie preoccupazioni, che abbiamo rivolto al Ppe alla Commissione per nove mesi e che sono molto importanti per me e per il mio gruppo. E dopo che si sono resi conto che non avremmo abbandonato la nostra posizione, hanno iniziato subito a dire: “Ok, se non voterete a favore della legge Natura, il Ppe non otterrà più iniziative legislative che sono importanti per voi in questo periodo”». Insomma, Timmermans aveva invitato la Schneider ad assumere un atteggiamento più collaborativo, pena il rischio di non vedere più dossier nemmeno con il binocolo.
Nel frattempo, come ha rivelato nei giorni scorsi il quotidiano Mf, nell’ultima relazione annuale di previsione strategica è stato messo nero su bianco che per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione che l’Unione europea si è data con il Green deal e con Repower Eu servono investimenti aggiuntivi per 620 miliardi l’anno. A questi, si sommeranno altri 92 miliardi per raggiungere gli obiettivi del Net-Zero industry act.
Timmermans archivia la democrazia in Europa in nome degli ecodeliri
La partita del Green deal rischia di scappare di mano ai socialisti europei. Ne hanno fatto una bandiera e non si sono accorti che a forza di alzare la posta con progetti irrealistici, nel migliore dei casi, e dannosi, nel peggiore, questa bandiera è diventata un boomerang. È diventata la chiave di volta per scardinare la maggioranza Ursula e il pluridecennale rapporto tra Pse e Ppe, i popolari europei. Così, Frans Timmermans, vice presidente della Commissione e alfiere della potenziale sconfitta, alza la posta e accusa le altre parti politiche di lesa maestà.
«Il voto di mercoledì (domani, ndr) al Parlamento europeo sul provvedimento per il ripristino degli habitat naturali rischia di far saltare uno dei progetti fondamentali della commissione europea: il Green deal sulla transizione ecologica. Il Partito popolare europeo si sta spaccando su questo punto», ha detto Timmermans in una intervista pubblicata ieri da La Repubblica, con tanto di dito puntato verso Roma: «Da quando la destra italiana è al governo, il Ppe ha smesso di trattare. Ma così assestano un colpo a Ursula von der Leyen. Sarebbe una sconfitta per la sua Commissione». Per poi aggiungere: «Se il Ppe pensa di governare in futuro con l’estrema destra pur di stare al governo, si ricordino che i partiti radicali vogliono fermare il progetto europeo. Con la destra radicale non si risolvono i problemi». «Ma lei cosa si aspetta dopodomani?», chiede il giornalista de La Repubblica. «Riprendere l’abitudine di negoziare, anche se non siamo d’accordo al 100 per cento. Non capisco perché il Ppe ha deciso di andarsene, di non parlare nemmeno con noi. Eppure abbiamo fatto una trattativa con il Consiglio. Anche il ministro italiano mi ha detto che sono stati compiuti dei passi avanti, ma poi bloccano tutto».
Le lamentele di Timmermans non corrispondono però alla realtà. A partire da Gilberto Pichetto Fratin, che ha pure ammesso un passo in avanti nella mediazione del testo sulla legge Natura, ma poi - come risulta agli atti - ha votato contro. Perché sarà pur vero che il testo emendato dal Consiglio è meno estremista rispetto al dossier originale sponsorizzato dai socialisti, ma resta pur sempre un intervento che mira a impoverire l’economia del continente. Esattamente il tema che spinge Manfred Weber e almeno metà Ppe a voler rivedere le alleanze. Infine c’è la questione del dialogo e della negoziazione, come la chiama Timmermans. Vero che il buon rapporto si è interrotto. Ma il vertice socialista omette un dettaglio non da poco. Il vice presidente della Commissione non solo è entrato a gamba tesa, ma si è anche permesso di minacciare una deputata tedesca del Ppe, dimostrando di aver sprezzo dei rapporti personali e soprattutto di non aver chiaro il concetto di democrazia.
L’idea socialista è quella di accusare chi non la pensa come loro di negazionismo climatico, populismo dannoso e altre amenità. Timmermans però dimentica che il Parlamento dovrebbe essere sovrano. E ciò che sta accadendo tra Bruxelles e Strasburgo si chiama atto legiferante. Spetta all’Europarlamento fare le leggi. Non subirle. Tanto meno subire i diktat di chi magari ammanta di ideali un semplice atteggiamento mirato alla mera salvaguardia del potere. Così anche le veline prendono il contorno che meritano.
Ieri, guarda caso la Corte dei conti Ue ha diffuso un comunicato sulla protezione del suolo. «La salute del terreno in Europa ha ampi margini di miglioramento, si legge in una nota. Il custode delle finanze dell’Ue è critico sugli sforzi finora compiuti dai 27 per assicurare la gestione sostenibile del suolo e ritiene che la Commissione europea e i Paesi Ue non abbiano fatto sufficiente ricorso agli strumenti finanziari e legislativi a loro disposizione». Stando agli auditor della Corte, «mancano spesso di ambizione e gli Stati membri non fanno convergere i finanziamenti sulle aree con i problemi del suolo più urgenti». La relazione fa ovviamente seguito a un’analisi secondo la quale il 60-70 % dei terreni in Europa non sarebbe sano, in parte a causa dell’inadeguatezza delle pratiche di gestione del suolo e del letame. Un giochetto ormai svelato che dimostra le continue concomitanze. Stamattina parte la discussione in Aula. Timmermans non può permettersi la sconfitta. E così servono continui allarmi. Poco importa se non sono sostenuti da dati veramente scientifici. La realtà l’ha sintetizzata bene ieri Carlo Fidanza di Fdi: «Anche in questa sessione voteremo una serie di provvedimenti che risentono tutti dello stesso vizio di origine. Ci stanno chiedendo di fare una costosissima rivoluzione industriale “verde” per contribuire di uno zero virgola alla riduzione delle emissioni globali, mentre i Paesi più inquinanti si arricchiranno vendendoci quello che serve alla nostra transizione, realizzato grazie a nuove centrali a carbone e magari al lavoro minorile».
In altre parole non basta scongelare Greta per violare le prerogative del Parlamento e per ingannare chi va nelle urne per dare il suo voto.
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Dopo le pressioni indebite, la legge Natura oggi all’Europarlamento con una versione frutto dell’ennesimo magheggio. Fuori, scontro attivisti-agricoltori. Frans Timmermans si gioca il tutto per tutto, ma il Ppe sembra tenere.La Commissione tenta di scavalcare l’Aula per far passare le sue riforme. E ci mette nel mirino: «Da quando la destra italiana è al governo, trattative ferme al palo».Lo speciale contiene due articoli.Stamattina alle 9 inizierà il dibattito sulla legge Natura, ovvero l’insieme di norme che renderebbero inutilizzabile come minimo il 30% delle aree verdi ed eliminerebbero qualunque intervento umano su almeno 25.000 chilometri di percorsi fluviali. Il voto è previsto per domani ma la vera sfida si giocherà oggi. Sia all’interno del Parlamento europeo riunito in plenaria, sia fuori, nella piazza. Perché per sostenere la cosiddetta Restoration law arriverà a Strasburgo Greta Thunberg. Ad annunciarlo, ieri mattina, è stata la stessa attivista su Twitter: «Alle 8 protesteremo davanti all’Europarlamento per una forte legge sul ripristino della natura. Il 12 luglio gli eurodeputati votano questa legge. Li esortiamo a non respingerla ma a votare per la legge più forte possibile. Per mitigare la crisi climatica e arrestare la perdita di biodiversità, dobbiamo ripristinare la natura», ha scritto. Per Frans Timmermans arrivano i rinforzi, insomma. Ma Greta non sarà la sola a scendere in piazza. L’eurodeputato Christophe Hansen, in qualità di «questore» responsabile per il servizio di autisti dell’Europarlamento, ha infatti inviato una mail ai colleghi per informarli che «a causa di una manifestazione di agricoltori» stamattina l’accesso al Parlamento davanti al Weiss building «sarà gravemente interrotto» e dalle 7 fino a tarda sera le vie adiacenti «saranno bloccate e non accessibili alle auto». Da una parte ci sarà, dunque, lo scontro in piazza tra il team Greta e gli agricoltori (temono che il piano li costringa a rinunciare alla produzione su alcune delle loro terre per far posto a foreste, prati e fossati). E dall’altra quello in Aula, durante la plenaria. Il progetto di legge, sponsorizzato dai socialisti e contrastato dal Ppe, finora è stato respinto tre volte da altrettante commissioni parlamentari (inclusa quella per l’Ambiente) e regola vorrebbe che in Parlamento ora finisca la versione originale che era quella più «strong», con indicazione di votare contro. La commissione Ambiente si è però mossa per far approdare sul tavolo della plenaria di martedì il documento più mitigato approvato dal Consiglio Ue, nonostante il no dell’Italia. Lo scorso 30 giugno Stéphane Séjourné, leader del gruppo liberale Renew Europe del Parlamento europeo, ha dichiarato a Politico che avrebbe cercato di salvare la legge proponendo «una nuova versione, più equilibrata, che garantisca l’unità del mio gruppo e allo stesso tempo possa trovare una maggioranza». Renew Europe ha quindi presentato emendamenti che ripropongono il testo approvato dal Consiglio a giugno.Sempre su Twitter ieri l’account del Ppe ha scaldato la propria tifoseria con una serie di post. «Crediamo che il cambiamento climatico sia la più grande sfida della nostra generazione e dobbiamo farlo bene. Ciò significa anche criticare la legislazione quando non è all’altezza dei nostri standard. È il caso della legge Nature restoration: dovrebbe essere respinta». E ancora: «Il dibattito, che è stato falsamente inquadrato come un’opposizione tra sostenitori e nemici della natura, riguarda in realtà l’impatto delle politiche sul cambiamento climatico sulla vita degli europei», scrivono dal gruppo dei Popolari.Intanto, il commissario all’Ambiente, Virginijus Sinkevicius, al termine del Consiglio informale ambiente ieri ha dichiarato che «non ci sarà una nuova proposta» sulla legge per il ripristino della natura. «Se la proposta attuale verrà respinta, con il mandato negoziale del Consiglio già approvato, quindi con gli Stati che dicono ci serve questa legge, siamo pronti a lavorare e attuarla, la Commissione non ha abbastanza tempo per formulare una nuova proposta. Dobbiamo guardare a tutte le proposte della commissione come legate tra loro, non possono essere separate», ha detto Sinkevicius. Lo stesso Sinkevicius era stato citato dalla relatrice ombra del Ppe, la deputata tedesca Christine Schneider, che in un’intervista alla Verità lo scorso 14 giugno aveva raccontato le pressioni ricevute dall’esecutivo Ue. «Ero nell’ufficio del vicepresidente Timmermans e anche nell’ufficio del Commissario per l’Ambiente, Sinkevicius, a Strasburgo», ci aveva detto Schneider. «Volevano sapere di cosa avevamo bisogno per promuovere la legge e colloqui simili ci sono stati anche con altri europarlamentari, non solo del mio gruppo. Non ero sola. C’erano anche lo staff e altri europarlamentari con me in ufficio e volevano sapere cosa fare affinché io e il mio gruppo politico votassimo a favore di questa proposta. Gli ho esposto le mie preoccupazioni, che abbiamo rivolto al Ppe alla Commissione per nove mesi e che sono molto importanti per me e per il mio gruppo. E dopo che si sono resi conto che non avremmo abbandonato la nostra posizione, hanno iniziato subito a dire: “Ok, se non voterete a favore della legge Natura, il Ppe non otterrà più iniziative legislative che sono importanti per voi in questo periodo”». Insomma, Timmermans aveva invitato la Schneider ad assumere un atteggiamento più collaborativo, pena il rischio di non vedere più dossier nemmeno con il binocolo. Nel frattempo, come ha rivelato nei giorni scorsi il quotidiano Mf, nell’ultima relazione annuale di previsione strategica è stato messo nero su bianco che per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione che l’Unione europea si è data con il Green deal e con Repower Eu servono investimenti aggiuntivi per 620 miliardi l’anno. A questi, si sommeranno altri 92 miliardi per raggiungere gli obiettivi del Net-Zero industry act.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/torna-greta-ultimo-sopruso-socialisti-2662261039.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="timmermans-archivia-la-democrazia-in-europa-in-nome-degli-ecodeliri" data-post-id="2662261039" data-published-at="1689073268" data-use-pagination="False"> Timmermans archivia la democrazia in Europa in nome degli ecodeliri La partita del Green deal rischia di scappare di mano ai socialisti europei. Ne hanno fatto una bandiera e non si sono accorti che a forza di alzare la posta con progetti irrealistici, nel migliore dei casi, e dannosi, nel peggiore, questa bandiera è diventata un boomerang. È diventata la chiave di volta per scardinare la maggioranza Ursula e il pluridecennale rapporto tra Pse e Ppe, i popolari europei. Così, Frans Timmermans, vice presidente della Commissione e alfiere della potenziale sconfitta, alza la posta e accusa le altre parti politiche di lesa maestà. «Il voto di mercoledì (domani, ndr) al Parlamento europeo sul provvedimento per il ripristino degli habitat naturali rischia di far saltare uno dei progetti fondamentali della commissione europea: il Green deal sulla transizione ecologica. Il Partito popolare europeo si sta spaccando su questo punto», ha detto Timmermans in una intervista pubblicata ieri da La Repubblica, con tanto di dito puntato verso Roma: «Da quando la destra italiana è al governo, il Ppe ha smesso di trattare. Ma così assestano un colpo a Ursula von der Leyen. Sarebbe una sconfitta per la sua Commissione». Per poi aggiungere: «Se il Ppe pensa di governare in futuro con l’estrema destra pur di stare al governo, si ricordino che i partiti radicali vogliono fermare il progetto europeo. Con la destra radicale non si risolvono i problemi». «Ma lei cosa si aspetta dopodomani?», chiede il giornalista de La Repubblica. «Riprendere l’abitudine di negoziare, anche se non siamo d’accordo al 100 per cento. Non capisco perché il Ppe ha deciso di andarsene, di non parlare nemmeno con noi. Eppure abbiamo fatto una trattativa con il Consiglio. Anche il ministro italiano mi ha detto che sono stati compiuti dei passi avanti, ma poi bloccano tutto». Le lamentele di Timmermans non corrispondono però alla realtà. A partire da Gilberto Pichetto Fratin, che ha pure ammesso un passo in avanti nella mediazione del testo sulla legge Natura, ma poi - come risulta agli atti - ha votato contro. Perché sarà pur vero che il testo emendato dal Consiglio è meno estremista rispetto al dossier originale sponsorizzato dai socialisti, ma resta pur sempre un intervento che mira a impoverire l’economia del continente. Esattamente il tema che spinge Manfred Weber e almeno metà Ppe a voler rivedere le alleanze. Infine c’è la questione del dialogo e della negoziazione, come la chiama Timmermans. Vero che il buon rapporto si è interrotto. Ma il vertice socialista omette un dettaglio non da poco. Il vice presidente della Commissione non solo è entrato a gamba tesa, ma si è anche permesso di minacciare una deputata tedesca del Ppe, dimostrando di aver sprezzo dei rapporti personali e soprattutto di non aver chiaro il concetto di democrazia. L’idea socialista è quella di accusare chi non la pensa come loro di negazionismo climatico, populismo dannoso e altre amenità. Timmermans però dimentica che il Parlamento dovrebbe essere sovrano. E ciò che sta accadendo tra Bruxelles e Strasburgo si chiama atto legiferante. Spetta all’Europarlamento fare le leggi. Non subirle. Tanto meno subire i diktat di chi magari ammanta di ideali un semplice atteggiamento mirato alla mera salvaguardia del potere. Così anche le veline prendono il contorno che meritano. Ieri, guarda caso la Corte dei conti Ue ha diffuso un comunicato sulla protezione del suolo. «La salute del terreno in Europa ha ampi margini di miglioramento, si legge in una nota. Il custode delle finanze dell’Ue è critico sugli sforzi finora compiuti dai 27 per assicurare la gestione sostenibile del suolo e ritiene che la Commissione europea e i Paesi Ue non abbiano fatto sufficiente ricorso agli strumenti finanziari e legislativi a loro disposizione». Stando agli auditor della Corte, «mancano spesso di ambizione e gli Stati membri non fanno convergere i finanziamenti sulle aree con i problemi del suolo più urgenti». La relazione fa ovviamente seguito a un’analisi secondo la quale il 60-70 % dei terreni in Europa non sarebbe sano, in parte a causa dell’inadeguatezza delle pratiche di gestione del suolo e del letame. Un giochetto ormai svelato che dimostra le continue concomitanze. Stamattina parte la discussione in Aula. Timmermans non può permettersi la sconfitta. E così servono continui allarmi. Poco importa se non sono sostenuti da dati veramente scientifici. La realtà l’ha sintetizzata bene ieri Carlo Fidanza di Fdi: «Anche in questa sessione voteremo una serie di provvedimenti che risentono tutti dello stesso vizio di origine. Ci stanno chiedendo di fare una costosissima rivoluzione industriale “verde” per contribuire di uno zero virgola alla riduzione delle emissioni globali, mentre i Paesi più inquinanti si arricchiranno vendendoci quello che serve alla nostra transizione, realizzato grazie a nuove centrali a carbone e magari al lavoro minorile». In altre parole non basta scongelare Greta per violare le prerogative del Parlamento e per ingannare chi va nelle urne per dare il suo voto.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.