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2023-07-11
Torna Greta per l’ultimo sopruso dei socialisti
Ansa
Stamattina alle 9 inizierà il dibattito sulla legge Natura, ovvero l’insieme di norme che renderebbero inutilizzabile come minimo il 30% delle aree verdi ed eliminerebbero qualunque intervento umano su almeno 25.000 chilometri di percorsi fluviali. Il voto è previsto per domani ma la vera sfida si giocherà oggi. Sia all’interno del Parlamento europeo riunito in plenaria, sia fuori, nella piazza. Perché per sostenere la cosiddetta Restoration law arriverà a Strasburgo Greta Thunberg. Ad annunciarlo, ieri mattina, è stata la stessa attivista su Twitter: «Alle 8 protesteremo davanti all’Europarlamento per una forte legge sul ripristino della natura. Il 12 luglio gli eurodeputati votano questa legge. Li esortiamo a non respingerla ma a votare per la legge più forte possibile. Per mitigare la crisi climatica e arrestare la perdita di biodiversità, dobbiamo ripristinare la natura», ha scritto.
Per Frans Timmermans arrivano i rinforzi, insomma. Ma Greta non sarà la sola a scendere in piazza. L’eurodeputato Christophe Hansen, in qualità di «questore» responsabile per il servizio di autisti dell’Europarlamento, ha infatti inviato una mail ai colleghi per informarli che «a causa di una manifestazione di agricoltori» stamattina l’accesso al Parlamento davanti al Weiss building «sarà gravemente interrotto» e dalle 7 fino a tarda sera le vie adiacenti «saranno bloccate e non accessibili alle auto».
Da una parte ci sarà, dunque, lo scontro in piazza tra il team Greta e gli agricoltori (temono che il piano li costringa a rinunciare alla produzione su alcune delle loro terre per far posto a foreste, prati e fossati). E dall’altra quello in Aula, durante la plenaria. Il progetto di legge, sponsorizzato dai socialisti e contrastato dal Ppe, finora è stato respinto tre volte da altrettante commissioni parlamentari (inclusa quella per l’Ambiente) e regola vorrebbe che in Parlamento ora finisca la versione originale che era quella più «strong», con indicazione di votare contro. La commissione Ambiente si è però mossa per far approdare sul tavolo della plenaria di martedì il documento più mitigato approvato dal Consiglio Ue, nonostante il no dell’Italia. Lo scorso 30 giugno Stéphane Séjourné, leader del gruppo liberale Renew Europe del Parlamento europeo, ha dichiarato a Politico che avrebbe cercato di salvare la legge proponendo «una nuova versione, più equilibrata, che garantisca l’unità del mio gruppo e allo stesso tempo possa trovare una maggioranza». Renew Europe ha quindi presentato emendamenti che ripropongono il testo approvato dal Consiglio a giugno.
Sempre su Twitter ieri l’account del Ppe ha scaldato la propria tifoseria con una serie di post. «Crediamo che il cambiamento climatico sia la più grande sfida della nostra generazione e dobbiamo farlo bene. Ciò significa anche criticare la legislazione quando non è all’altezza dei nostri standard. È il caso della legge Nature restoration: dovrebbe essere respinta». E ancora: «Il dibattito, che è stato falsamente inquadrato come un’opposizione tra sostenitori e nemici della natura, riguarda in realtà l’impatto delle politiche sul cambiamento climatico sulla vita degli europei», scrivono dal gruppo dei Popolari.
Intanto, il commissario all’Ambiente, Virginijus Sinkevicius, al termine del Consiglio informale ambiente ieri ha dichiarato che «non ci sarà una nuova proposta» sulla legge per il ripristino della natura. «Se la proposta attuale verrà respinta, con il mandato negoziale del Consiglio già approvato, quindi con gli Stati che dicono ci serve questa legge, siamo pronti a lavorare e attuarla, la Commissione non ha abbastanza tempo per formulare una nuova proposta. Dobbiamo guardare a tutte le proposte della commissione come legate tra loro, non possono essere separate», ha detto Sinkevicius. Lo stesso Sinkevicius era stato citato dalla relatrice ombra del Ppe, la deputata tedesca Christine Schneider, che in un’intervista alla Verità lo scorso 14 giugno aveva raccontato le pressioni ricevute dall’esecutivo Ue. «Ero nell’ufficio del vicepresidente Timmermans e anche nell’ufficio del Commissario per l’Ambiente, Sinkevicius, a Strasburgo», ci aveva detto Schneider. «Volevano sapere di cosa avevamo bisogno per promuovere la legge e colloqui simili ci sono stati anche con altri europarlamentari, non solo del mio gruppo. Non ero sola. C’erano anche lo staff e altri europarlamentari con me in ufficio e volevano sapere cosa fare affinché io e il mio gruppo politico votassimo a favore di questa proposta. Gli ho esposto le mie preoccupazioni, che abbiamo rivolto al Ppe alla Commissione per nove mesi e che sono molto importanti per me e per il mio gruppo. E dopo che si sono resi conto che non avremmo abbandonato la nostra posizione, hanno iniziato subito a dire: “Ok, se non voterete a favore della legge Natura, il Ppe non otterrà più iniziative legislative che sono importanti per voi in questo periodo”». Insomma, Timmermans aveva invitato la Schneider ad assumere un atteggiamento più collaborativo, pena il rischio di non vedere più dossier nemmeno con il binocolo.
Nel frattempo, come ha rivelato nei giorni scorsi il quotidiano Mf, nell’ultima relazione annuale di previsione strategica è stato messo nero su bianco che per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione che l’Unione europea si è data con il Green deal e con Repower Eu servono investimenti aggiuntivi per 620 miliardi l’anno. A questi, si sommeranno altri 92 miliardi per raggiungere gli obiettivi del Net-Zero industry act.
Timmermans archivia la democrazia in Europa in nome degli ecodeliri
La partita del Green deal rischia di scappare di mano ai socialisti europei. Ne hanno fatto una bandiera e non si sono accorti che a forza di alzare la posta con progetti irrealistici, nel migliore dei casi, e dannosi, nel peggiore, questa bandiera è diventata un boomerang. È diventata la chiave di volta per scardinare la maggioranza Ursula e il pluridecennale rapporto tra Pse e Ppe, i popolari europei. Così, Frans Timmermans, vice presidente della Commissione e alfiere della potenziale sconfitta, alza la posta e accusa le altre parti politiche di lesa maestà.
«Il voto di mercoledì (domani, ndr) al Parlamento europeo sul provvedimento per il ripristino degli habitat naturali rischia di far saltare uno dei progetti fondamentali della commissione europea: il Green deal sulla transizione ecologica. Il Partito popolare europeo si sta spaccando su questo punto», ha detto Timmermans in una intervista pubblicata ieri da La Repubblica, con tanto di dito puntato verso Roma: «Da quando la destra italiana è al governo, il Ppe ha smesso di trattare. Ma così assestano un colpo a Ursula von der Leyen. Sarebbe una sconfitta per la sua Commissione». Per poi aggiungere: «Se il Ppe pensa di governare in futuro con l’estrema destra pur di stare al governo, si ricordino che i partiti radicali vogliono fermare il progetto europeo. Con la destra radicale non si risolvono i problemi». «Ma lei cosa si aspetta dopodomani?», chiede il giornalista de La Repubblica. «Riprendere l’abitudine di negoziare, anche se non siamo d’accordo al 100 per cento. Non capisco perché il Ppe ha deciso di andarsene, di non parlare nemmeno con noi. Eppure abbiamo fatto una trattativa con il Consiglio. Anche il ministro italiano mi ha detto che sono stati compiuti dei passi avanti, ma poi bloccano tutto».
Le lamentele di Timmermans non corrispondono però alla realtà. A partire da Gilberto Pichetto Fratin, che ha pure ammesso un passo in avanti nella mediazione del testo sulla legge Natura, ma poi - come risulta agli atti - ha votato contro. Perché sarà pur vero che il testo emendato dal Consiglio è meno estremista rispetto al dossier originale sponsorizzato dai socialisti, ma resta pur sempre un intervento che mira a impoverire l’economia del continente. Esattamente il tema che spinge Manfred Weber e almeno metà Ppe a voler rivedere le alleanze. Infine c’è la questione del dialogo e della negoziazione, come la chiama Timmermans. Vero che il buon rapporto si è interrotto. Ma il vertice socialista omette un dettaglio non da poco. Il vice presidente della Commissione non solo è entrato a gamba tesa, ma si è anche permesso di minacciare una deputata tedesca del Ppe, dimostrando di aver sprezzo dei rapporti personali e soprattutto di non aver chiaro il concetto di democrazia.
L’idea socialista è quella di accusare chi non la pensa come loro di negazionismo climatico, populismo dannoso e altre amenità. Timmermans però dimentica che il Parlamento dovrebbe essere sovrano. E ciò che sta accadendo tra Bruxelles e Strasburgo si chiama atto legiferante. Spetta all’Europarlamento fare le leggi. Non subirle. Tanto meno subire i diktat di chi magari ammanta di ideali un semplice atteggiamento mirato alla mera salvaguardia del potere. Così anche le veline prendono il contorno che meritano.
Ieri, guarda caso la Corte dei conti Ue ha diffuso un comunicato sulla protezione del suolo. «La salute del terreno in Europa ha ampi margini di miglioramento, si legge in una nota. Il custode delle finanze dell’Ue è critico sugli sforzi finora compiuti dai 27 per assicurare la gestione sostenibile del suolo e ritiene che la Commissione europea e i Paesi Ue non abbiano fatto sufficiente ricorso agli strumenti finanziari e legislativi a loro disposizione». Stando agli auditor della Corte, «mancano spesso di ambizione e gli Stati membri non fanno convergere i finanziamenti sulle aree con i problemi del suolo più urgenti». La relazione fa ovviamente seguito a un’analisi secondo la quale il 60-70 % dei terreni in Europa non sarebbe sano, in parte a causa dell’inadeguatezza delle pratiche di gestione del suolo e del letame. Un giochetto ormai svelato che dimostra le continue concomitanze. Stamattina parte la discussione in Aula. Timmermans non può permettersi la sconfitta. E così servono continui allarmi. Poco importa se non sono sostenuti da dati veramente scientifici. La realtà l’ha sintetizzata bene ieri Carlo Fidanza di Fdi: «Anche in questa sessione voteremo una serie di provvedimenti che risentono tutti dello stesso vizio di origine. Ci stanno chiedendo di fare una costosissima rivoluzione industriale “verde” per contribuire di uno zero virgola alla riduzione delle emissioni globali, mentre i Paesi più inquinanti si arricchiranno vendendoci quello che serve alla nostra transizione, realizzato grazie a nuove centrali a carbone e magari al lavoro minorile».
In altre parole non basta scongelare Greta per violare le prerogative del Parlamento e per ingannare chi va nelle urne per dare il suo voto.
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Dopo le pressioni indebite, la legge Natura oggi all’Europarlamento con una versione frutto dell’ennesimo magheggio. Fuori, scontro attivisti-agricoltori. Frans Timmermans si gioca il tutto per tutto, ma il Ppe sembra tenere.La Commissione tenta di scavalcare l’Aula per far passare le sue riforme. E ci mette nel mirino: «Da quando la destra italiana è al governo, trattative ferme al palo».Lo speciale contiene due articoli.Stamattina alle 9 inizierà il dibattito sulla legge Natura, ovvero l’insieme di norme che renderebbero inutilizzabile come minimo il 30% delle aree verdi ed eliminerebbero qualunque intervento umano su almeno 25.000 chilometri di percorsi fluviali. Il voto è previsto per domani ma la vera sfida si giocherà oggi. Sia all’interno del Parlamento europeo riunito in plenaria, sia fuori, nella piazza. Perché per sostenere la cosiddetta Restoration law arriverà a Strasburgo Greta Thunberg. Ad annunciarlo, ieri mattina, è stata la stessa attivista su Twitter: «Alle 8 protesteremo davanti all’Europarlamento per una forte legge sul ripristino della natura. Il 12 luglio gli eurodeputati votano questa legge. Li esortiamo a non respingerla ma a votare per la legge più forte possibile. Per mitigare la crisi climatica e arrestare la perdita di biodiversità, dobbiamo ripristinare la natura», ha scritto. Per Frans Timmermans arrivano i rinforzi, insomma. Ma Greta non sarà la sola a scendere in piazza. L’eurodeputato Christophe Hansen, in qualità di «questore» responsabile per il servizio di autisti dell’Europarlamento, ha infatti inviato una mail ai colleghi per informarli che «a causa di una manifestazione di agricoltori» stamattina l’accesso al Parlamento davanti al Weiss building «sarà gravemente interrotto» e dalle 7 fino a tarda sera le vie adiacenti «saranno bloccate e non accessibili alle auto». Da una parte ci sarà, dunque, lo scontro in piazza tra il team Greta e gli agricoltori (temono che il piano li costringa a rinunciare alla produzione su alcune delle loro terre per far posto a foreste, prati e fossati). E dall’altra quello in Aula, durante la plenaria. Il progetto di legge, sponsorizzato dai socialisti e contrastato dal Ppe, finora è stato respinto tre volte da altrettante commissioni parlamentari (inclusa quella per l’Ambiente) e regola vorrebbe che in Parlamento ora finisca la versione originale che era quella più «strong», con indicazione di votare contro. La commissione Ambiente si è però mossa per far approdare sul tavolo della plenaria di martedì il documento più mitigato approvato dal Consiglio Ue, nonostante il no dell’Italia. Lo scorso 30 giugno Stéphane Séjourné, leader del gruppo liberale Renew Europe del Parlamento europeo, ha dichiarato a Politico che avrebbe cercato di salvare la legge proponendo «una nuova versione, più equilibrata, che garantisca l’unità del mio gruppo e allo stesso tempo possa trovare una maggioranza». Renew Europe ha quindi presentato emendamenti che ripropongono il testo approvato dal Consiglio a giugno.Sempre su Twitter ieri l’account del Ppe ha scaldato la propria tifoseria con una serie di post. «Crediamo che il cambiamento climatico sia la più grande sfida della nostra generazione e dobbiamo farlo bene. Ciò significa anche criticare la legislazione quando non è all’altezza dei nostri standard. È il caso della legge Nature restoration: dovrebbe essere respinta». E ancora: «Il dibattito, che è stato falsamente inquadrato come un’opposizione tra sostenitori e nemici della natura, riguarda in realtà l’impatto delle politiche sul cambiamento climatico sulla vita degli europei», scrivono dal gruppo dei Popolari.Intanto, il commissario all’Ambiente, Virginijus Sinkevicius, al termine del Consiglio informale ambiente ieri ha dichiarato che «non ci sarà una nuova proposta» sulla legge per il ripristino della natura. «Se la proposta attuale verrà respinta, con il mandato negoziale del Consiglio già approvato, quindi con gli Stati che dicono ci serve questa legge, siamo pronti a lavorare e attuarla, la Commissione non ha abbastanza tempo per formulare una nuova proposta. Dobbiamo guardare a tutte le proposte della commissione come legate tra loro, non possono essere separate», ha detto Sinkevicius. Lo stesso Sinkevicius era stato citato dalla relatrice ombra del Ppe, la deputata tedesca Christine Schneider, che in un’intervista alla Verità lo scorso 14 giugno aveva raccontato le pressioni ricevute dall’esecutivo Ue. «Ero nell’ufficio del vicepresidente Timmermans e anche nell’ufficio del Commissario per l’Ambiente, Sinkevicius, a Strasburgo», ci aveva detto Schneider. «Volevano sapere di cosa avevamo bisogno per promuovere la legge e colloqui simili ci sono stati anche con altri europarlamentari, non solo del mio gruppo. Non ero sola. C’erano anche lo staff e altri europarlamentari con me in ufficio e volevano sapere cosa fare affinché io e il mio gruppo politico votassimo a favore di questa proposta. Gli ho esposto le mie preoccupazioni, che abbiamo rivolto al Ppe alla Commissione per nove mesi e che sono molto importanti per me e per il mio gruppo. E dopo che si sono resi conto che non avremmo abbandonato la nostra posizione, hanno iniziato subito a dire: “Ok, se non voterete a favore della legge Natura, il Ppe non otterrà più iniziative legislative che sono importanti per voi in questo periodo”». Insomma, Timmermans aveva invitato la Schneider ad assumere un atteggiamento più collaborativo, pena il rischio di non vedere più dossier nemmeno con il binocolo. Nel frattempo, come ha rivelato nei giorni scorsi il quotidiano Mf, nell’ultima relazione annuale di previsione strategica è stato messo nero su bianco che per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione che l’Unione europea si è data con il Green deal e con Repower Eu servono investimenti aggiuntivi per 620 miliardi l’anno. A questi, si sommeranno altri 92 miliardi per raggiungere gli obiettivi del Net-Zero industry act.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/torna-greta-ultimo-sopruso-socialisti-2662261039.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="timmermans-archivia-la-democrazia-in-europa-in-nome-degli-ecodeliri" data-post-id="2662261039" data-published-at="1689073268" data-use-pagination="False"> Timmermans archivia la democrazia in Europa in nome degli ecodeliri La partita del Green deal rischia di scappare di mano ai socialisti europei. Ne hanno fatto una bandiera e non si sono accorti che a forza di alzare la posta con progetti irrealistici, nel migliore dei casi, e dannosi, nel peggiore, questa bandiera è diventata un boomerang. È diventata la chiave di volta per scardinare la maggioranza Ursula e il pluridecennale rapporto tra Pse e Ppe, i popolari europei. Così, Frans Timmermans, vice presidente della Commissione e alfiere della potenziale sconfitta, alza la posta e accusa le altre parti politiche di lesa maestà. «Il voto di mercoledì (domani, ndr) al Parlamento europeo sul provvedimento per il ripristino degli habitat naturali rischia di far saltare uno dei progetti fondamentali della commissione europea: il Green deal sulla transizione ecologica. Il Partito popolare europeo si sta spaccando su questo punto», ha detto Timmermans in una intervista pubblicata ieri da La Repubblica, con tanto di dito puntato verso Roma: «Da quando la destra italiana è al governo, il Ppe ha smesso di trattare. Ma così assestano un colpo a Ursula von der Leyen. Sarebbe una sconfitta per la sua Commissione». Per poi aggiungere: «Se il Ppe pensa di governare in futuro con l’estrema destra pur di stare al governo, si ricordino che i partiti radicali vogliono fermare il progetto europeo. Con la destra radicale non si risolvono i problemi». «Ma lei cosa si aspetta dopodomani?», chiede il giornalista de La Repubblica. «Riprendere l’abitudine di negoziare, anche se non siamo d’accordo al 100 per cento. Non capisco perché il Ppe ha deciso di andarsene, di non parlare nemmeno con noi. Eppure abbiamo fatto una trattativa con il Consiglio. Anche il ministro italiano mi ha detto che sono stati compiuti dei passi avanti, ma poi bloccano tutto». Le lamentele di Timmermans non corrispondono però alla realtà. A partire da Gilberto Pichetto Fratin, che ha pure ammesso un passo in avanti nella mediazione del testo sulla legge Natura, ma poi - come risulta agli atti - ha votato contro. Perché sarà pur vero che il testo emendato dal Consiglio è meno estremista rispetto al dossier originale sponsorizzato dai socialisti, ma resta pur sempre un intervento che mira a impoverire l’economia del continente. Esattamente il tema che spinge Manfred Weber e almeno metà Ppe a voler rivedere le alleanze. Infine c’è la questione del dialogo e della negoziazione, come la chiama Timmermans. Vero che il buon rapporto si è interrotto. Ma il vertice socialista omette un dettaglio non da poco. Il vice presidente della Commissione non solo è entrato a gamba tesa, ma si è anche permesso di minacciare una deputata tedesca del Ppe, dimostrando di aver sprezzo dei rapporti personali e soprattutto di non aver chiaro il concetto di democrazia. L’idea socialista è quella di accusare chi non la pensa come loro di negazionismo climatico, populismo dannoso e altre amenità. Timmermans però dimentica che il Parlamento dovrebbe essere sovrano. E ciò che sta accadendo tra Bruxelles e Strasburgo si chiama atto legiferante. Spetta all’Europarlamento fare le leggi. Non subirle. Tanto meno subire i diktat di chi magari ammanta di ideali un semplice atteggiamento mirato alla mera salvaguardia del potere. Così anche le veline prendono il contorno che meritano. Ieri, guarda caso la Corte dei conti Ue ha diffuso un comunicato sulla protezione del suolo. «La salute del terreno in Europa ha ampi margini di miglioramento, si legge in una nota. Il custode delle finanze dell’Ue è critico sugli sforzi finora compiuti dai 27 per assicurare la gestione sostenibile del suolo e ritiene che la Commissione europea e i Paesi Ue non abbiano fatto sufficiente ricorso agli strumenti finanziari e legislativi a loro disposizione». Stando agli auditor della Corte, «mancano spesso di ambizione e gli Stati membri non fanno convergere i finanziamenti sulle aree con i problemi del suolo più urgenti». La relazione fa ovviamente seguito a un’analisi secondo la quale il 60-70 % dei terreni in Europa non sarebbe sano, in parte a causa dell’inadeguatezza delle pratiche di gestione del suolo e del letame. Un giochetto ormai svelato che dimostra le continue concomitanze. Stamattina parte la discussione in Aula. Timmermans non può permettersi la sconfitta. E così servono continui allarmi. Poco importa se non sono sostenuti da dati veramente scientifici. La realtà l’ha sintetizzata bene ieri Carlo Fidanza di Fdi: «Anche in questa sessione voteremo una serie di provvedimenti che risentono tutti dello stesso vizio di origine. Ci stanno chiedendo di fare una costosissima rivoluzione industriale “verde” per contribuire di uno zero virgola alla riduzione delle emissioni globali, mentre i Paesi più inquinanti si arricchiranno vendendoci quello che serve alla nostra transizione, realizzato grazie a nuove centrali a carbone e magari al lavoro minorile». In altre parole non basta scongelare Greta per violare le prerogative del Parlamento e per ingannare chi va nelle urne per dare il suo voto.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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