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Come l'OMS bara nello stabilire la relazione causale tra l'effetto avverso e il vaccino somministrato per contrastare la pandemia di Covid-19. Francesco Borgonovo ne parla con il prof. Paolo Bellavite.
Come l'OMS bara nello stabilire la relazione causale tra l'effetto avverso e il vaccino somministrato per contrastare la pandemia di Covid-19. Francesco Borgonovo ne parla con il prof. Paolo Bellavite.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha aggiornato il Parlamento sulle azioni della task force Golfo, che ha gestito 14.000 chiamate e migliaia di email per assistere i cittadini italiani colpiti dalla crisi in Iran. «Sono 100 mila gli italiani coinvolti direttamente o indirettamente nelle aree della crisi. La sicurezza dei connazionali è la priorità assoluta. La task force Golfo ha gestito 14.000 chiamate e diverse migliaia di email. Gli italiani aiutati a lasciare le aree a rischio sono arrivati a 10.000», ha aggiunto.
Mentre si susseguono gli attacchi sull’Iran, lo stretto di Hormuz resta il centro della crisi energetica. Da sabato scorso il traffico navale è quasi completamente fermo. Secondo i dati di tracciamento delle navi, normalmente circa 80 petroliere e gasiere attraversano ogni giorno lo stretto. Lunedì ne sono passate soltanto due, mentre il giorno successivo una sola petroliera ha tentato il transito. Nessuna ieri. Centinaia di navi sono ferme ai due lati dello stretto e molte compagnie di navigazione hanno sospeso le rotte nella zona.
La paralisi del traffico ha colpito direttamente l’export energetico dei Paesi del Golfo. In Iraq la produzione è stata ridotta di circa 1,5 milioni di barili al giorno perché i serbatoi di stoccaggio si stanno riempiendo e le petroliere non riescono a caricare il greggio. In effetti, oggi il problema più urgente è fare entrare le petroliere nel Golfo per stoccare la produzione in modo che questa non si interrompa, piuttosto che farle uscire. Le autorità irachene hanno avvertito che, se la situazione non si sbloccasse rapidamente, i tagli potrebbero arrivare fino a 3 milioni di barili al giorno. Anche Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait stanno incontrando difficoltà nel caricare il petrolio destinato all’export.
Diversi impianti energetici sono stati colpiti nel corso degli attacchi e delle intercettazioni di droni e missili. In Qatar è stata sospesa la produzione del gigantesco impianto di liquefazione di gas di Ras Laffan, che rappresenta circa un quinto dell’offerta globale di gnl. In Arabia Saudita la raffineria di Ras Tanura, uno dei principali poli di raffinazione del Paese con una capacità di 550.000 barili al giorno, ha fermato le attività dopo un incendio provocato dai detriti di droni intercettati. Negli Emirati Arabi Uniti un incendio ha colpito il terminal petrolifero di Fujairah, uno dei più importanti hub di stoccaggio del Medio Oriente. Attacchi e incendi sono stati segnalati anche nel porto di Duqm in Oman e presso una centrale elettrica in Kuwait. Alcune petroliere e navi commerciali sono state colpite o danneggiate nelle acque vicine allo stretto.
La crisi ha spinto al rialzo i prezzi delle materie prime energetiche, ma ieri c’è stata una pausa dei rialzi. Il petrolio Brent era salito sino a 85 dollari al barile martedì ma ieri si è contenuto ed è rimasto attorno a 81 dollari. Anche il gas europeo al Ttf, dopo il massimo di 65,79 euro/MWh di martedì, ieri è sceso ed ha chiuso a 48,77 euro/MWh. Anche i prodotti raffinati hanno reagito con forti rialzi nei primi due giorni di mercati aperti dopo l’attacco, ma ieri gasolio e benzina all’ingrosso sono rimasti sostanzialmente fermi, mentre i prezzi alla pompa in Europa e negli Usa sono saliti notevolmente.
La pausa di ieri nei rialzi è stata dovuta alla notizia, poi smentita da Teheran, di una richiesta di trattativa da parte degli iraniani.
Ha avuto un peso però anche l’iniziativa di Donald Trump per favorire la ripresa del traffico navale nello stretto di Hormuz. Nella serata di martedì il presidente americano ha annunciato che la marina statunitense è pronta a scortare le petroliere che attraversano lo stretto di Hormuz. Washington ha inoltre promesso garanzie assicurative e coperture finanziarie per le compagnie di navigazione e per gli armatori che operano nella regione. Gli armatori hanno accolto con cautela l’iniziativa, sottolineando che la protezione di tutte le petroliere nella regione richiederebbe un numero molto elevato di navi militari e che l’organizzazione di convogli navali richiederà tempo.
Gli attacchi iraniani contro infrastrutture energetiche e navi commerciali hanno coinvolto indirettamente diversi Paesi del Golfo, che hanno visto impianti o infrastrutture danneggiati o minacciati. Questo ha provocato una reazione dei Paesi circostanti e ha isolato ulteriormente Teheran sul piano politico e militare. Nel frattempo, le conseguenze economiche della crisi iniziano a preoccupare governi e banche centrali. L’aumento dei prezzi del petrolio e del gas rischia di riaccendere l’inflazione proprio mentre molte economie stavano cercando di riportarla sotto controllo. Il rincaro del diesel e dei carburanti potrebbe riflettersi rapidamente sui costi di trasporto e quindi sui prezzi dei beni alimentari, che in Italia, ad esempio, dipendono in larga misura dalla logistica su gomma.
Anche l’Asia osserva con attenzione l’evoluzione della crisi. Molti Paesi della regione dipendono in larga misura dalle forniture energetiche del Medio Oriente. Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono tra i principali importatori del petrolio e del gas che transitano attraverso lo stretto di Hormuz. Con il blocco delle spedizioni, diverse raffinerie asiatiche stanno cercando forniture alternative. Secondo voci circolate ieri sul mercato, alcuni raffinatori indiani hanno contattato fornitori russi per ottenere consegne a marzo e aprile.
Sempre ieri si è saputo che, secondo alcune fonti, la Casa Bianca esenterà l’unità tedesca della compagnia petrolifera russa Rosneft dalle sanzioni. Questo sarebbe uno dei risultati della visita di Friedrich Merz a Washington nei giorni scorsi.
La Cina poi è il maggiore importatore mondiale di petrolio e gas. L’import dall’Iran rappresenta il 13% delle sue importazioni di greggio. Complessivamente, un terzo del petrolio cinese e il 25% delle sue importazioni di gas passano attraverso lo stretto di Hormuz. L’uso delle ingenti riserve strategiche di petrolio è il primo passo, ma è logico che Pechino stia pensando di stringere ancora di più i rapporti con la Russia, che già fornisce il 20% del petrolio consumato in Cina. Ciò avrà comunque un costo per Pechino, perché Mosca quasi certamente alzerà il prezzo.
La frattura tra Washington e Londra è ormai sfociata in uno scontro politico aperto. Dopo le dure accuse lanciate nei giorni scorsi da Donald Trump, ieri il premier britannico Keir Starmer ha risposto al tycoon per le rime, rivendicando la scelta di Londra di non partecipare agli attacchi contro Teheran.
«Il Regno Unito non è coinvolto negli attacchi contro l’Iran perché ha imparato la lezione della guerra in Iraq», ha dichiarato il leader laburista, intervenendo a un evento con i rappresentanti delle comunità pachistane e palestinesi in occasione del Ramadan. Starmer ha sottolineato la necessità di «pace, giustizia e sicurezza in Medio Oriente», ricordando che «abbiamo già perso troppe vite, tra cui donne e bambini a Gaza».
Le parole del premier britannico arrivano come risposta alle bordate di Trump, che il giorno precedente aveva messo sotto accusa Londra in un’intervista al Sun. Il presidente americano aveva parlato senza mezzi termini di una crepa nella storica alleanza angloamericana: «Era la relazione più solida di tutte ed è molto triste vedere che, evidentemente, non è più quella di una volta», aveva affermato Trump, lamentando la scarsa collaborazione del governo laburista nelle operazioni contro Teheran. La critica di Trump, però, non si era fermata qui. Dallo Studio Ovale il presidente aveva accusato il governo britannico di aver rallentato la cooperazione militare con gli Stati Uniti: «Non sono contento del Regno Unito, ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove potevamo atterrare». Poi l’affondo più umiliante: «Starmer? Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill».
Lo scontro con Washington, peraltro, arriva in un momento politicamente delicato per Starmer anche sul piano interno. Un sondaggio YouGov ha certificato una scossa profonda nel sistema politico britannico: per la prima volta conservatori e laburisti sono stati superati da due forze alternative, Reform Uk di Nigel Farage e i Verdi di Zack Polanski. Questo dato, inedito nella storia recente della Gran Bretagna, riflette una crescente frammentazione dell’elettorato e arriva pochi giorni dopo la sconfitta subita dal Labour alle elezioni suppletive di Manchester, dove i Verdi sono riusciti a espugnare una roccaforte storica del partito laburista intercettando corposi segmenti di elettorato urbano e musulmano, particolarmente sensibili alle posizioni sulla guerra a Gaza.
Come se non bastasse, nelle stesse ore il Labour - già provato per le dimissioni di Peter Mandelson a causa dei suoi legami con Jeffrey Epstein - è stato travolto dall’ennesimo scandalo. Nel Regno Unito, infatti, tre uomini sono stati arrestati con l’accusa di aver collaborato con i servizi segreti cinesi nell’ambito di attività di interferenza politica. Tra loro figura anche David Taylor, marito della deputata laburista scozzese Joani Reid: una circostanza che ha inevitabilmente imbarazzato il partito di Starmer e riacceso il dibattito sulle vulnerabilità dell’establishment britannico di fronte alle pressioni di potenze straniere ostili. Sarà anche per questo che, alla fine, le pressioni di Trump hanno avuto effetto: come riportato dal Telegraph, «nel giro di pochi giorni» i bombardieri stealth statunitensi B-2 atterreranno nella base britannica di Diego Garcia e in quella della Raf Fairford, nel Gloucestershire, per unirsi agli attacchi contro l’Iran.
Se Londra piange, Madrid di certo non ride. Anche Pedro Sánchez è stato accusato da Trump di aver ostacolato le operazioni contro l’Iran rifiutando l’utilizzo delle basi militari statunitensi sul territorio spagnolo. La Casa Bianca ha persino minacciato di «tagliare tutti gli accordi commerciali» con la Spagna, accusando il governo socialista di sabotare l’unità dell’Occidente. Sánchez, però, ha respinto le accuse, rilanciando con forza lo slogan «No alla guerra». In una dichiarazione dalla Moncloa, il leader socialista ha rivendicato la scelta di non autorizzare l’uso delle basi congiunte di Rota e Morón per l’operazione militare contro l’Iran e ha evocato il precedente dell’invasione dell’Iraq: «Un’altra amministrazione statunitense ci trascinò 23 anni fa in una guerra ingiusta», ha affermato Sánchez, sostenendo che quel conflitto produsse «più terrorismo e più instabilità».
Anche sulla minaccia dei dazi Sánchez ha risposto con fermezza: «Non saremo complici di qualcosa che danneggia tutto il mondo per paura di ritorsioni». Questa posizione così netta, tuttavia, sta alimentando forti polemiche sul piano interno. Il Partito popolare spagnolo, infatti, ha accusato Sánchez di condannare la Spagna all’isolamento e, anzi, ha chiesto che il premier riferisca presto al Congresso. Nella serata di ieri, la Casa bianca ha affermato di aver convinto Madrid a cooperazione con gli Usa. Una notizia però smentita dalla Spagna in pochi secondi.
Come nel caso britannico, anche lo scontro di Madrid con Washington è intrecciato alle dinamiche interne spagnole. Con la legislatura in scadenza e diversi dossier aperti, Sánchez ha scelto di rispolverare il motto che animò le piazze spagnole nel 2003 contro la guerra in Iraq, sperando così di ricompattare il frastagliato fronte di sinistra. Una linea che, non a caso, ha trovato sponde anche fuori dalla Spagna: la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha dichiarato di condividere la posizione del premier socialista di fronte alle minacce commerciali di Trump. Intanto, a Bruxelles, il caso è già arrivato sul tavolo delle istituzioni europee. Alla Conferenza dei capigruppo del Parlamento Ue, però, un asse tra popolari, conservatori e patrioti ha bocciato la proposta dei Verdi, che avevano chiesto di aprire un dibattito in plenaria sulle minacce di sanzioni americane contro la Spagna.
«L’Iran è finito», ha dichiarato ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth, assicurando che gli Usa stanno vincendo» e che, entro una settimana, avranno, assieme a Israele, il «controllo completo dei cieli iraniani».
«L’Iran è finito», ha dichiarato ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth, assicurando che gli Usa stanno vincendo» e che, entro una settimana, avranno, assieme a Israele, il «controllo completo dei cieli iraniani». Centcom, dal canto suo, ha annunciato di aver affondato oltre 20 navi nemiche. Se dal punto di vista militare Washington continua a fare progressi, risultano invece al momento meno chiare le sue intenzioni sotto il profilo politico. Inizialmente, sembrava che Donald Trump propendesse per una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime khomeinista, per poi scegliere come interlocutore un esponente, adeguatamente addomesticato, del vecchio sistema di potere. Non a caso, domenica, il presidente americano si era detto pronto a «parlare» con l’attuale leadership iraniana. La situazione è mutata martedì, quando Trump ha detto che era «troppo tardi» per il dialogo.
Non solo. Nel medesimo giorno, il presidente ha ammesso che tutte le figure a cui aveva pensato per il post Khamenei erano ormai morte. Nelle stesse ore, il Wall Street Journal riferiva che Trump era «aperto a sostenere gruppi in Iran disposti a imbracciare le armi per rovesciare il regime». In quest’ottica, secondo Axios, il presidente, su pressione di Benjamin Netanyahu, avrebbe parlato al telefono con i leader curdi dell’Iraq dell’offensiva contro la Repubblica islamica. Tutto questo, mentre, ieri, la Cnn riferiva che la Cia starebbe lavorando per armare le forze curde con l’obiettivo di scatenare una rivolta contro il regime khomeinista. La testata ha anche rivelato che «nei prossimi giorni le forze di opposizione curde iraniane dovrebbero prendere parte a un’operazione di terra nell’Iran occidentale».
Tutto questo induce ad avanzare un’ipotesi. E cioè che il premier israeliano stia cercando di evitare una soluzione venezuelana. In altre parole, è verosimile ipotizzare che, continuando a decapitare le alte sfere del regime khomeinista e spingendo a favore dell’opzione curda, Netanyahu punti a un riassetto dell’Iran in senso federale o, al limite, addirittura separatista. È quindi possibile ritenere che Trump, davanti alla progressiva eliminazione fisica della leadership di Teheran, abbia alla fine, per quanto forse obtorto collo, acconsentito a questa soluzione. Del resto, anche in Siria, dopo la caduta di Assad, Netanyahu si era battuto per realizzare un assetto decentralizzato del Paese. Una linea che non fu tuttavia accolta da Trump, che preferì benedire il governo filoturco di Ahmed al-Sharaa, tendendo così la mano a Recep Tayyip Erdogan.
Ora, se il premier israeliano stesse oggi realmente puntando sulla decentralizzazione, ciò potrebbe incontrare la resistenza di una parte dell’opposizione iraniana al regime khomeinista, preoccupata per l’integrità territoriale del Paese. A febbraio, alcuni gruppi curdi, tra cui il Pjak, avevano creato la Coalizione delle Forze politiche del Kurdistan iraniano, dichiarando di voler «lottare per il rovesciamento della Repubblica islamica dell’Iran, per realizzare il diritto all’autodeterminazione del popolo curdo e per istituire un’entità nazionale e democratica basata sulla volontà politica della nazione curda nel Kurdistan iraniano». Un programma, questo, che aveva irritato il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi. «L’integrità territoriale dell’Iran è la linea rossa definitiva», aveva tuonato. Guarda caso, l’altro ieri, Pahlavi ha pubblicato un tweet in cui si impegnava a tutelare le minoranze iraniane. Questo vuol dire che probabilmente il principe teme che Gerusalemme e Washington si stiano orientando verso una soluzione autonomista: soluzione che il diretto interessato considera foriera di rischi separatisti.
Tuttavia, Trump, che domani incontrerà le aziende della Difesa per discutere dell’aumento della produzione di armamenti, è tornato a esprimere scetticismo su un eventuale ruolo politico del figlio dello scià. Il fatto stesso che la Cia starebbe considerando di armare i curdi induce a pensare che il presidente si sia allineato con i desiderata di Netanyahu. Dall’altra parte, non è però neanche escludibile che sul futuro politico dell’Iran i due leader stiano discutendo (chissà se animatamente) dietro le quinte. Sì, perché, pur parlando spesso di cambio di regime, nessuno dei due ha finora specificato pubblicamente che cosa intenda in concreto con questa espressione. Non è inoltre un mistero che, nel corso del 2025, Trump e Netanyahu abbiano talvolta avuto, per quanto a porte chiuse, un rapporto non privo di tensioni. Tra l’altro, secondo Axios, il premier israeliano avrebbe chiesto alla Casa Bianca se stia tenendo dei colloqui segreti con gli iraniani: circostanza smentita dagli americani.
Senza dubbio, l’opzione curda garantisce azioni militari di terra che consentirebbero di sradicare il potere dei pasdaran. Dall’altra parte, il rischio è che l’opposizione iraniana si spacchi irreparabilmente. Finora, l’attacco alla Repubblica islamica e le ritorsioni di Teheran contro i Paesi del Golfo hanno permesso a Trump, che parteciperà alla cerimonia per i sei soldati caduti durante la crisi, di ricompattare il mondo arabo in senso anti-iraniano, creando le condizioni per il rilancio degli Accordi di Abramo. Il presidente ha però, al contempo, assoluta necessità di evitare un conflitto generalizzato: l’instabilità prolungata sarebbe infatti esiziale per gli stessi Accordi di Abramo e potrebbe portare a un notevole incremento del costo dell’energia, mettendo in difficoltà Trump sul fronte interno. Inoltre, secondo il National Interest, un rafforzamento del Pjak potrebbe indurre la Turchia a invadere l’Iran. Sono quindi numerosi gli elementi che Trump dovrà attentamente valutare per quanto riguarda il futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran. Non a caso, ieri, la Casa Bianca ha detto che il presidente sta «considerando attivamente» un possibile ruolo degli Usa nel Paese dopo la guerra, aggiungendo che per ora Washington non ha intenzione di inviare soldati americano sul territorio iraniano.

