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Come l'OMS bara nello stabilire la relazione causale tra l'effetto avverso e il vaccino somministrato per contrastare la pandemia di Covid-19. Francesco Borgonovo ne parla con il prof. Paolo Bellavite.
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Se non sarà per sua scelta, Salim El Koudri, il cittadino italo-marocchino che sabato ha tentato una strage a Modena, non perderà la cittadinanza italiana, acquisita nel 2009 in contemporanea con il padre Mohammed. «È italiano come me e lei», conferma un autorevole esponente della maggioranza. Questa è la legge anche per chi commette reati gravissimi e un’eventuale modifica della norma non potrà essere retroattiva, per non divenire incostituzionale. In Italia chi ha acquisito la cittadinanza da minorenne ed è figlio di un cittadino italiano, anche naturalizzato, resta italiano per sempre.
Oggi, alla data di acquisto o riacquisto della cittadinanza da parte del genitore, «il minore deve risiedere legalmente in Italia da almeno due anni continuativi o, se di età inferiore ai due anni, dalla nascita», ma quando Salim è venuto al mondo (nel marzo del 1995, a Seriate) questa non era una condizione necessaria. Bastava essere figli minori di un cittadino italiano. Ma anche coloro che possono essere privati della cittadinanza (per esempio gli stranieri naturalizzati) rischiano di perderla solo dopo una condanna definitiva per reati collegati al terrorismo e all’eversione. Non, per esempio, per una strage non finalizzata a sovvertire l’ordine costituito.
Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, di Forza Italia, ieri, è stato chiarissimo. «Per chi, invece, ha una cittadinanza che non deriva da un processo di integrazione o concessione è inutile parlare di revoca a fronte di un reato perché non è possibile. Per chi invece acquisisce la cittadinanza al termine di un percorso legale, amministrativo e poi si macchia di reati gravi contro la personalità dello Stato o contro la persona, la revoca della cittadinanza deve essere una pena non a discrezione del giudice».
Sulla questione si è espresso anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il quale si è detto «concettualmente d’accordo» sulla proposta di Matteo Salvini di revocare la cittadinanza a stranieri che compiono reati. Quindi ha aggiunto: «All’epoca in cui facevo il capo di Gabinetto con il ministro Salvini, ma anche durante questo mio mandato di ministro, abbiamo ritoccato la normativa sulla cittadinanza e quella acquisita successivamente è stata riformata. Nella normativa è già previsto che una serie di reati di particolare gravità possano portare alla revoca».
La legge che regola la concessione della cittadinanza è la 91 del 1992 (eravamo agli sgoccioli della Prima Repubblica) e all’articolo 14 recitava già allora: «I figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza italiana, se convivono con esso, acquistano la cittadinanza italiana, ma, divenuti maggiorenni, possono rinunciarvi, se in possesso di altra cittadinanza (è il caso di El Koudri, ndr)». Successivamente sono intervenute le limitazioni di cui abbiamo scritto. Il minore, in presenza di tali condizioni, acquista la cittadinanza dal giorno successivo al giuramento del genitore. Per i giuramenti resi dopo il 22 maggio 2025, come detto, è necessario verificare, per i figli minorenni, la residenza legale in Italia «da almeno due anni continuativi» prima della naturalizzazione del genitore.
Chi non ha ottenuto la cittadinanza grazie all’articolo 14, ma attraverso altre vie, può perderla (con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell’Interno) solo in presenza di condanne definitive per reati commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a 5 anni, nonché per condotte collaterali e di supporto a reati con finalità di terrorismo, come l’assistenza agli associati di una banda armata.
La revoca della cittadinanza è applicabile a chi diviene italiano con il cosiddetto ius soli differito, cioè a chi nasce in Italia e, risiedendo da sempre nel nostro Paese, a 18 anni richiede la cittadinanza. Ma può perdere l’«italianità» anche chi la ottiene attraverso la naturalizzazione, ovvero dopo 10 anni di residenza e un percorso in cui il richiedente lavori nel nostro Paese in modo regolare e senza violare le leggi. Per i rifugiati politici e i cittadini comunitari l’attesa è inferiore (rispettivamente 5 e 4 anni). Possono essere privati della cittadinanza anche coloro che diventano italiani attraverso il matrimonio (oggi per avere questo riconoscimento occorre dimostrare una convivenza di 2 anni in Italia e di 3 all’estero).
In passato la cittadinanza veniva acquisita il giorno del sì, ma i tempi sono cambiati e, anche in questo caso, la concessione è diventata meno automatica. I nuovi paletti sono stati inseriti nel periodo in cui si è deciso di fronteggiare le storture del cosiddetto ius sanguinis, che aveva portato a concedere la cittadinanza a chiunque potesse dimostrare di avere un avo originario del Belpaese.
Adesso è necessario avere (avuto) almeno un padre o un nonno che abbiano (avuto) come unico passaporto quello italiano. Anche per evitare una crescita abnorme del corpo elettorale. Se il voto degli italiani all’estero avesse continuato a gonfiarsi si sarebbe presentato un problema di tenuta costituzionale. Infatti, gli elettori residenti fuori dall’Italia avrebbero potuto incidere ancora di più di quanto non facciano oggi sulle sorti del Belpaese, vivendo, però, altrove. Non è difficile prevedere che nella prossima campagna elettorale una delle proposte che finirà al centro del dibattito politico e di alcuni programmi elettorali sarà quella di aumentare il numero dei reati che portano alla perdita automatica della cittadinanza, come ha già auspicato Salvini.
Come si costruisce una narrazione? Esattamente così.
Partiamo dal nudo fatto. In un pomeriggio di primavera come tanti, un uomo si lancia su una inerme folla di sconosciuti con l’auto, ne travolge molti ferendoli gravemente, poi esce dalla vettura e mena fendenti con un coltello con lama da 20 centimetri che si è portato da casa, colpendo chi gli si avvicina.
Un passante coraggioso, Luca Signorelli, lo rincorre, si piglia due colpi potenzialmente fatali, ma lo blocca. Accorrono poi altri comuni cittadini, alcuni stranieri, che immobilizzano lo stragista. Si scopre che l’uomo si chiama Salim El Koudri, 31 anni, nato in Italia da marocchini, divenuto cittadino italiano a 14 anni. Laureato, ha svolto qualche lavoro. Vive con la famiglia, possiede svariati dispositivi digitali. È stato seguito per qualche tempo da un centro di salute mentale dove, però, non si è più presentato. Non ha un passato violento, ma ha mandato alcune mail minatorie all’Università di Modena e Reggio Emilia prendendosela con i «bastardi cristiani» che non gli trovano un lavoro corrispondente alle sue aspettative. Missive per cui ha anche presentato qualche scusa.
Ed ecco che accade. In un lampo, la grandissima parte dei media comincia a descrivere Salim come un malato psichiatrico. Non gli è stata fatta una perizia, ma la diagnosi la fanno i giornali: è un pazzo. Il fatto che abbia compiuto una strage con modalità teorizzare e praticate da gruppi islamisti radicali come Isis, il fatto che sia stato almeno per qualche tempo in collera con i «bastardi cristiani» non rileva. Tutto è ridotto a sintomo della sua follia. Non si attendono nemmeno le analisi dei suoi dispositivi digitali, non si considera minimamente la possibilità che sia venuto in contatto con testi di propaganda sulla Rete che potrebbero averlo per lo meno influenzato. Non rilevano, manco a dirlo, le sue origini nordafricane. Pure il gip di Modena sembra confermare questa lettura: sostiene che Salim voleva fare una strage e che tale strage non dipende da sue eventuali patologie. Però El Koudri non è considerato un terrorista e non gli si riconosce la premeditazione dell’atto.
Praticamente all’unisono, i media (soprattutto progressisti, ovviamente) forniscono di fatto questa ricostruzione. In sintesi: Salim è un italiano al 100%. Un italiano che ha dato di matto, ma fortunatamente è stato fermato da alcuni eroici immigrati. Tra cui Osama Shalaby, muratore egiziano di 56 anni che - vigliacca ironia della sorte - lo scorso anno ha chiesto di diventare cittadino italiano ma non ha ancora ricevuto risposta. A rimarcare quest’ultimo particolare della vicenda, cioè il ruolo degli eroici stranieri, provvede una nutrita pattuglia di commentatori tipo quella esibita dalla Stampa. Che, nello stesso giorno, sfodera in prima pagina tre robusti articoli. Il primo spiega perché sia giusto dare la cittadinanza agli immigrati eroi. Nel secondo, Rula Jebreal attacca la destra spiegando che Matteo Salvini vorrebbe remigrare gli stranieri che hanno fermato lo stragista italiano El Koudri. Nel terzo, la scrittrice Igiaba Scego racconta che anche il glorioso Alessandro de’ Medici era un «afrodiscendente» figlio di una schiava, come a dire che senza i migranti non saremmo niente e senza gli africani l’Europa non potrebbe godere di tanto benessere. Fine. Null’altro compare nel racconto: di problemi di integrazione non si può ragionare. Di terrorismo figuriamoci. Pazzia, solo pazzia.
Perché? Beh, è evidente. Perché chiunque - consapevole o meno - sfugga al racconto predominante deve per forza essere matto, un deviante, un errore che conferma la regola. Salim con la sua stessa esistenza contraddice la narrazione secondo cui l’immigrazione è una ricchezza di cui non possiamo fare a meno, con il suo gesto smentisce le corbellerie sulla concessione della cittadinanza quale principale strumento di integrazione delle seconde e terze generazioni di stranieri. Dunque è per forza pazzo, deviante, assurdo. Di più: è una anomalia prodotta dal nostro sistema di accoglienza. Siamo già molto accoglienti, ma dovremmo esserlo di più, se lo fossimo eviteremmo casi del genere. Oppure, in una variante più rigida: non siamo accoglienti e non siamo nemmeno attenti ai più deboli, se prestassimo più attenzione al disagio psichico, non avremmo guai.
Davvero curioso. Coloro che di solito spiegano tutto attraverso «il contesto sociale» eliminando la responsabilità individuale, nel caso dello stragista fanno eccezione: la colpa è tutta sua perché è matto. Oppure restano fedeli alla linea, ma incolpando il contesto sociale italiano che ha creato un italiano deviante.
Comunque la si giri, la narrazione va confermata: l’immigrazione è un bene, il male viene tutto dalle carenze europee e italiane, dalle destre o dall’Occidente bianco. Se qualcuno contesta scientemente questo racconto, è un pazzo o un malato, cioè un razzista o un islamofobo o uno affetto da altra patologia. Se El Koudri contesta involontariamente la narrazione con il suo agire, beh, è matto pure lui, perché non esiste che la favoletta sia smentita.
Non esiste perché il dominio del pensiero va ribadito, e non esiste perché tale dominio consiste di gestire potere e indirizzare denaro. Infatti ecco pronta Elly Schlein: «Servono più risorse per la salute mentale, ce lo chiedono anche le ragazze e i ragazzi nelle scuole e nelle università», dice il segretario del Pd, chiedendo che venga istituito lo psicologo di base (chiedendo, cioè, di assumere nel pubblico un sacco di gente che magari ringrazierà votandola).
Così funziona il pensiero unico, che è meglio battezzare pensiero prevalente. Un gruppo ristretto di auto eletti illuminati tratteggia il paradiso in Terra, che è ovviamente un paradiso artificiale senza legami con la triste realtà. Lo stesso gruppo chiarisce come questo paradiso vada raggiunto e articola un racconto che assume biblica rilevanza. Se qualcuno se ne discosta è un sabotatore, un malfattore, un pericoloso eversore. La maggioranza dei media collabora all’affermazione di tale racconto, il quale incidentalmente corrisponde all’interesse politico e economico dell’élite che lo ha prodotto.
E tutti vissero felici e contenti, in un mondo fatato di italiani terroristi e razzisti che alimentano il male perché non si rassegnano a seguire i comandamenti progressisti.
Con impettita sicumera, una certa stampa italiana ha già sentenziato che l’episodio di Modena è solo un caso di disagio psichiatrico. Colpa della società egoista che non «accoglie» come si deve.
Anche l’attentatore di Nizza del 2016 (86 morti) fu subito infilato nella categoria dei disturbati mentali (Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2016). Non ci furono dubbi psichiatrici, invece, per i fatti di Macerata del 2018, quando un italiano ferì a colpi di pistola degli stranieri. In quel caso il mainstream fin dall’inizio garantì, all’incontrario, che lo sparatore era perfettamente in senno ma «vicino a movimenti di destra «( Sky Tg24, 3 febbraio 2018). Insomma, ecco la verità vera: noi Italiani siamo in buone condizioni mentali, ma cattivi. Gli altri invece sono buoni, ma «disturbati».
Anche all’estero va più o meno così: nel novembre 2023 uno straniero accoltellò tre bimbe di una scuola elementare di Dublino. Una morì. Appena la notizia si sparse, la popolazione spontaneamente scese in piazza. La notizia della bimba uccisa fini in secondo piano. Per la stampa mainstream irlandese erano cosa infinitamente più grave le «tensioni alimentate dalla destra xenofoba». L’ammazzatore di bambini? Solo un «disagiato», of course. Attentati. Islam. Immigrazione. Re-migrazione. Fermiamoci qui. Tiriamo fuori dalla memoria una cosa italiana di qualche mese fa: «Le bande di migranti mai integrate … sono la prova del fallimento del progetto multiculturale … è il momento di scegliere da che parte stare … Francia, Svezia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e molti altri Paesi sono ormai sul punto di essere composti in gran parte da migranti, è giunto il momento di reagire e combattere, una parola sola: agire! ». Sarebbero queste le frasi per le quali l’attivista Andrea Ballarati (24 anni, organizzatore del Remigration summit il 17 maggio 2025), è stato rinviato a giudizio a Como per violazione della legge Mancino, che proibisce l’incitamento all’odio razziale. La notizia è del 16 febbraio di quest’anno. È possibile che nelle carte ci sia qualcosa di più che non semplicemente le frasi citate. Ove fossero solo quelle (ma lo crediamo inverosimile), facciamo qualche riflessione: con il termine «re-migrazione» si intende l’avvio di una procedura di espulsione in massa di stranieri irregolari dal nostro Paese. Si tratta di una esigenza ormai avvertita disperatamente da milioni di famiglie in tutto l’Occidente. Da quel che si legge, l’attivista si è fatto carico di creare un gruppo politico specificamente dedicato allo scopo.
Come sempre succede quando si contestano penalmente delle attività di propaganda, il processo coinvolge la libertà d’opinione, difesa dalla Costituzione, ma anche da una sterminata serie di leggi e convenzioni internazionali. Sull’altro versante, anche la propaganda dell’odio è proibita da leggi e convenzioni internazionali: in Italia, per esempio, è la legge Mancino del 1993, e prima ancora la legge Scelba, a vietare la propaganda di idee fondate sulla superiorità etnica, razziale o religiosa. I valori tutelati sono - si dice - la dignità, il diritto alla memoria, il diritto alla non discriminazione et similia; ma il guaio è che si tratta di concetti così elastici e storicamente fluttuanti che la loro esatta definizione è di fatto rimessa alle singole sentenze, che devono farsi carico di definire ove finisca l’odio e dove cominci la libertà di pensiero e di azione politica e perfino di religione. La questione riemerge periodicamente: su altro versante,
Il problema si pose ad esempio con il famoso Ddl Zan, che voleva potenziare i cosiddetti diritti Lgbt (eccetera) censurando malamente il pensiero difforme. Al Ddl Zan si oppose la stessa Cei, affermando che approvare quella legge significava «introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso» (Il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2020). In genere, reati di questo tipo puntano a sanzionare non tanto l’abuso dei mezzi mediatici, ma proprio la divulgazione di determinati concetti intellettuali che la legge ritiene aggressivi in sé di maxi valori morali ed etici. Che quei contenuti producano danni effettivi è irrilevante. Sono vietati comunque.
II fatto è, però, che il profluvio di aggettivi e avverbi con cui sono scritte queste norme (legge Mancino e simili) non vale a dare un significato concreto ai valori tutelati. E la mancanza di significati univoci produce dubbi a cascata: cosa vuol dire «propaganda d’odio»? Credere in una differente categoria di valori morali è un reato di odio o rientra nella normale dialettica delle idee contrarie e opposte? è propaganda d’odio tentare di governare le infornate costanti di masse di individui non identificabili, poi destinati a vivere ai margini del mercato del lavoro, con rischi evidenti per l’ordine pubblico? O pensare che le violenze di immigrati di terza e quarta generazione siano la prova provata di una irredimibile differenza culturale e antropologica che non può essere rimossa con generiche omelie buoniste? Oppure, sul versante dei cosiddetti «valori» Lgbt (eccetera), è reato d’odio rifiutarsi di concepire terzi, quarti e quinti sessi oltre quelli naturali ? O considerare deleteria la propaganda Lgbt nelle scuole? O considerare l’aborto in contrasto con la morale e la cultura cristiana? O credere in una famiglia fatta di un normalissimo papà e di una normalissima mamma? E se questo è odio, allora qualcuno ci dica esattamente cosa ci è consentito dire o pensare, perché di sicuro quelle leggi non ce lo dicono.
La materia è scivolosa: la minaccia penale, quando è in ballo la libertà di opinione, rischia di essere un rasoio impugnato dalla parte della lama. Tanto più che l’articolo 21 della nostra Costituzione o il Primo emendamento della Costituzione Usa o i tanti trattati e proclami sulla libertà di opinione, ad altro non servono se non a tutelare il dissenso politico, cioè «l’unico diritto che conta» , come diceva Rosa Luxemburg: «il diritto di pensarla diversamente». Se così è, la minaccia penale asfissiante rischia solo di essere una spinta al pensiero uniformante e dogmatico. Ed è tutt’altro che una ipotesi: nel 2023 alcuni parlamentari italiani annunciarono una proposta di legge contro i cosiddetti «negazionisti climatici», prospettando il gabbio per scienziati come Antonino Zichichi, Carlo Rubbia e Franco Prodi («Bonelli: ora una legge contro i negazionisti climatici», Avvenire dell’1 luglio 2023). Altrove, è spuntata perfino l’idea di introdurre il concetto di «negazionismo economico» (la rivista bocconiana Eco, maggio 2024). Ma i «negazionismi» sono davvero un male o non piuttosto un lievito salutare per la ricerca scientifica, storica ed economica? Prima di rispondere, procuratevi un avvocato.
Torniamo al processo penale: al crocevia della legge Scelba (divieto di ricostituzione del partito fascista) e della legge Mancino (divieto di propaganda di odio) abitano dei reati cosiddetti «di pericolo», che rientrano un po’ tutti nella categoria dei reati di opinione. Una recentissima sentenza della Cassazione a sezioni unite, del 2024, ha stabilito che in questi casi è solo il singolo giudicante che deve valutare l’effettiva sussistenza del pericolo. Insomma: non basta avere delle posizioni sgradite. Occorre che siano «effettivamente» pericolose, cioè che possano creare davvero i presupposti dell’azione violenta. La sentenza è una boccata di ossigeno ed un po’ ci protegge dalle sfuriate dell’inquisizione pagana, Lgbt o green che sia, ma - come si vede - la palla è sempre nel campo del singolo giudice. Con risultati paradossali: in materia di legge Scelba, per esempio, che punisce il «pericolo» di ricostituzione del partito fascista, si registrano cose amene. Per un raduno milanese di militanti in pubblico si è fatto un processo.
Risultato: i manifestanti che avevano chiesto il rito abbreviato sono stati condannati (2018) e quelli che, invece, avevano optato per il giudizio dibattimentale sono stati assolti (2019). Le motivazioni? Uguali e opposte. In pillole: la prima sentenza condanna perché la manifestazione era «pubblica »; la seconda assolve perché la manifestazione era pubblica, ma «c’era poca gente». La manifestazione era esattamente la stessa. Tot capita, tot sententiae. Decide il singolo giudice caso per caso. Non il legislatore per tutti i casi. Ma il giudice è solo un uomo immerso nel mondo dell’uomo e, come tutti, ha il suo personale bagaglio intellettuale, fatto di giudizi e di pre-giudizi. Un bel problema, specie di questi tempi, in cui un certo correntismo giudiziario non si cura nemmeno più di nascondere la sua precisa scelta ideologica (referendum docet).
Insomma : lasciare che ciascun giudice sia arbitro in terra del Bene e del Male, che disegni ogni volta i confini di una cosa così incommensurabilmente importante come la libertà di opinione, è una soluzione rischiosa. Ma il panorama normativo è quello che è, e delega alla magistratura compiti che forse sarebbero più adatti al legislatore. Conclusione: con le leggi «anti-odio» e i conseguenti processi ci dovremo fare l’abitudine, visto che le tensioni vanno a crescere. Immigrazionismo fuori controllo, radicalismo islamico, tensioni sociali, conflitti culturali e religiosi e politici. Il processo al ventiquattrenne Ballarati per istigazione all’odio va, quindi, seguito attentamente. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Se si tratta solo delle frasi che dice lui, quel processo sarà un interessante laboratorio per stabilire quali siano in Italia i confini della libertà di opinione in tema di immigrazione.
Intanto - mentre scriviamo- registriamo che due delle vittime di Modena hanno perso le gambe. Brutta cosa, ma c’è di peggio. Vuoi mettere le sofferenze inaudite del macellatore, affetto da «disturbo schizoide» per colpa del Servizio sanitario nazionale che non lo aveva guarito o della università locale che non gli dava lavoro? Insomma, le vittime si mettano l’anima in pace: così vanno le cose nel mondo post democratico del 2026. A chi non gli sta bene, peste lo colga.
Si può definire avanguardia della comunicazione politica il video postato sui social dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, prima del bilaterale con il primo ministro indiano, Narendra Modi.
Una busta di cioccolatini marca «Melody», un omaggio del leader indiano al premier, una crasi fra i loro due nomi già utilizzata in passato quando nel 2023 si scherzava circa una love story inventata tra i due. Loro ridono, l’intesa è sincera e si vede. Piaccia o meno, il premier ha ottime capacità relazionali che son servite anche in questo caso a chiudere intese per miliardi di euro.
Il primo bilaterale di Modi (ricevuto in mattinata al Colle dal presidente Mattarella), dopo 26 anni dall’ultimo incontro Italia-India a Roma, arriva in un momento strategico. Nel giorno in cui il presidente russo, Vladimir Putin, si è visto con l’omologo cinese, Xi Jinping , in uno scenario geopolitico piuttosto caldo. «In un momento in cui il sistema internazionale sta attraversando un cambiamento profondo», scrivono in un articolo firmato a quattro mani i leader stessi. Per questo è ancora più preziosa la «visione condivisa per una solida e lungimirante partnership». «Parishram safalta ki kunji hai, il duro lavoro è la chiave del successo», dice Meloni rivolgendosi a Modi , che aveva accolto la sera precedente a Roma con una cena a Casina Valadier, dentro Villa Borghese, prima di condurlo in una visita notturna al Colosseo. Il vertice invece si è tenuto ieri a Villa Pamphilj dove è stato consegnato un albero di gelso nero come dono da parte del primo ministro indiano.
Difesa e aerospazio, tecnologie pulite, macchinari, componenti automobilistici, prodotti chimici, farmaceutici, tessili, agroalimentare e turismo, al centro del bilaterale. «Italia e India condividono una visione comune sulle grandi sfide del nostro tempo: la stabilità internazionale, la difesa delle regole, la sicurezza economica, la resilienza delle catene del valore, la promozione della pace, lo sviluppo inclusivo», ha detto Meloni nel punto stampa congiunto. «Il nostro rapporto è elevato a partenariato strategico speciale. Ci diamo l’obiettivo di far crescere il nostro già solido interscambio commerciale fino a 20 miliardi di euro dagli attuali 14 nei prossimi tre anni, entro il 2029: un obiettivo molto ambizioso, ma alla portata, anche sfruttando chiaramente il potenziale dell’accordo di libero scambio sottoscritto tra Unione europea e India», ha chiarito il premier, «oggi vengono siglate importanti intese che puntano a rafforzare la nostra cooperazione in uno spettro molto ampio di ambiti. È un lavoro che vogliamo arricchire anche con un confronto che avremo dopo queste dichiarazioni stampa con alcuni tra i principali rappresentanti del mondo imprenditoriale, sia italiano che indiano, per confrontarci anche con loro su come meglio possiamo favorire le sinergie tra i nostri campioni industriali, tra i nostri sistemi produttivi e per quello che ci riguarda, lato italiano, anche per attrarre reciprocamente maggiori investimenti diretti».
Tra gli accordi cui faceva riferimento Meloni si è chiuso un memorandum d’intesa tra i ministeri italiani di Imprese, Made in Italy e Ambiente con quello indiano delle Miniere, sulla cooperazione nell’ambito dei minerali critici. Lo sviluppo del complesso del patrimonio marittimo nazionale a Lothal, nel Gujarat, è invece al centro di un memorandum di intesa tra il ministero della Cultura italiano e quello indiano dei Porti, della navigazione e dei corsi d’acqua. E c’è intesa anche sull’agricoltura, che porterà vantaggi nell’esportazione delle eccellenze agroalimentari tricolori. La cooperazione sui trasporti marittimi e i porti è poi il focus di un memorandum d’intesa tra il ministero delle Infrastrutture e Trasporti italiano e quello indiano dei Porti, della navigazione e dei corsi d’acqua. Un altro memorandum d’intesa è per la collaborazione tra la Guardia di finanza del Mef e il Directorate of enforcement del ministero della Finanza dell’India. E tra gli accordi comunicati dal governo italiano, anche una dichiarazione congiunta d’intenti sulla facilitazione della mobilità di infermieri dall’India all’Italia, tra i ministeri della Salute dei due Paesi. L’intesa più importante prevede una roadmap condivisa nel campo delle industrie della difesa, e una dichiarazione congiunta d’intenti tra i due Paesi sul rafforzamento della cooperazione bilaterale in questo settore.
Ma mentre Meloni si adopera per aumentare la crescita, l’Unione europea continua a mettere i bastoni tra le ruote. Dopo la lettera inviata al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in cui il governo italiano chiede una deroga al Patto di stabilità per l’energia, a Bruxelles si chiede che l’Italia ratifichi il Mes. Meloni sembrerebbe non volerne sapere, anche perché con le elezioni vicine, sarebbe inopportuno ratificare questo strumento. Non solo, un funzionario europeo, in vista dell’Eurogruppo informale di venerdì, lascia intendere che le richieste di flessibilità italiane verrebbero accolte solo se servissero a favorire l’utilizzo di energie rinnovabili.

