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Come l'OMS bara nello stabilire la relazione causale tra l'effetto avverso e il vaccino somministrato per contrastare la pandemia di Covid-19. Francesco Borgonovo ne parla con il prof. Paolo Bellavite.
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La Verità è a conoscenza dell’iter logico-argomentativo che lo scorso 7 gennaio ha portato il giudice Claudio Politi della sezione decima del Tribunale di Roma a condannare a tre anni di reclusione il vicebrigadiere Emanuele Marroccella che, per difendere il collega Lorenzo Grasso (vivo per miracolo), la notte del 20 settembre 2020 aveva sparato e ucciso il delinquente siriano Jamal Badawi.
Leggendo la motivazione, depositata il 27 marzo, al di là di ogni ragionevole dubbio non si può che definirla una «sentenza politica» come presto capirete. Inasprendo la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura, il carabiniere è stato condannato perché «per eccesso colposo nell’uso legittimo di armi cagionava il decesso di Jamal Badawi». Il giudice afferma che Marroccella è colpevole in quanto «non adoperando una reazione proporzionata al tentativo di fuga del Badawi seguito alle lesioni cagionate al Grasso, da una distanza compresa tra metri 7,22 e metri 13,65, esplodeva due proiettili all’indirizzo del Badawi con la pistola d’ordinanza». Un colpo andava a vuoto, si disintegrava contro una centralina elettrica, l’altro colpiva e uccideva il siriano. La difesa chiedeva l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato, o perlomeno la condanna al minimo della pena con applicazione delle attenuanti generiche e benefici di legge. Politi aveva aggravato la pena avanzata dal pm disponendo per il vicebrigadiere l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e il pagamento di una provvisionale esorbitante ai parenti del Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti.
Solo la generosità dei cittadini, che hanno risposto alla sottoscrizione lanciata dalla Verità, ha permesso di coprire i 137.849,01 euro di provvisionale comprensivi di «refusione delle spese di costituzione e difesa» sostenute da moglie, figli e fratelli del pregiudicato siriano, malgrado i familiari avessero chiesto e ottenuto il patrocinio gratuito. Le eccedenze della sottoscrizione, che era arrivata alla cifra strabiliante di 450.000 euro, fanno parte di un fondo vincolato da destinare a casi simili ritenuti meritevoli da questo giornale. Innanzitutto, nella motivazione viene spiegato che Marroccella è finito sotto processo per il «grave evento verificatosi la sera del 20 gennaio 2020 in Roma, in danno di Badawi». Già è indicativo il modo di presentare la difesa dell’ordine del pubblico da parte di un carabiniere, o poliziotto che sia. Il siriano stava per commettere un furto, ha colpito il collega del vicebrigadiere con un’arma contundente che solo successivamente si era rivelata un grosso cacciavite. Non bastava, come reazione a una minaccia grave?
Per gli avvocati del militare dell’Arma, dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante», il carabiniere aveva «sparato dall’alto verso il basso» puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto. L’uso dell’arma «costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Malgrado un materiale probatorio definito «imponente» dallo stesso giudice, il magistrato ha deciso che Marroccella è colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Nella descrizione dei fatti avvenuti la notte del 20 settembre 2020, Politi scrive che «ben tre equipaggi» dei carabinieri erano arrivati davanti a uno stabile dell’Eur, dove era stata segnalata dal portiere un’effrazione ai danni di una società di sicurezza informatica e certificazione antifrode. Lo ripete: «Ben tre autoradio si erano dirette sul luogo loro indicato». Bisognava andare allo sbaraglio?
Solo due vice brigadieri però scavalcano il cancello, entrano nel cortile, si posizionano accanto al portone d’ingresso. Il siriano li sente, scende le scale, colpisce al torace Grasso «avvicinatosi allo scopo di bloccarlo», poi inciampa, da terra dove era caduto si rialza «agilmente» e riprende la corsa per scavalcare il muro «nel tentativo di sottrarsi alla cattura». Che cosa doveva fare Marroccella che aveva intimato «alt carabinieri»? Lasciarlo scappare dopo che Badawi aveva ferito il collega? «Mi ha dato una coltellata», aveva urlato Grasso. «Gli appartenenti alle forze dell’ordine hanno l’obbligo di intervenire, la scriminante dell’uso legittimo delle armi a favore del pubblico ufficiale non è un privilegio», dichiarò alla Verità l’avvocato Paolo Gallinelli che assieme al collega Lorenzo Rutolo assiste Marroccella.
Il dubbio al giudice, sul fatto che non si era trattato di eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, doveva nascere dalle relazioni del Reparto investigazioni scientifiche (Ris) e perché le telecamere di sorveglianza non sono riuscite a riprendere il Badawi nel momento in cui veniva colpito, mentre se fosse stato in posizione eretta lo si sarebbe visto. «Entrambi i colpi sparati erano rivolti con traiettoria verso il basso», si dichiarava nelle perizie dei Ris. Nonostante la concitazione del momento il carabiniere puntava alle gambe del siriano, voleva solo bloccarlo perché non accoltellasse i colleghi che erano rimasti fuori.
Il giudice si è fatto tutt’altra idea e la espone nella sezione «Qualificazione giuridica della condotta del Marroccella». Esclude per fortuna l’omicidio volontario richiesto dalle parti civili ma afferma che non è possibile ritenere la risposta del vicebrigadiere un «uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale», perché poteva interrompere la fuga del malvivente con modalità diverse quali «esplosione di colpi in aria a scopo intimidatorio, o alle gambe, inseguimento nel momento del necessario rallentamento del fuggitivo per lo scavalcamento del muro di cinta, attesa dell’intervento dei colleghi rimasti all’esterno».
Non solo, ridimensiona il ferimento del collega di Marroccella. «Il Tribunale osserva che, quanto alla ferita inferta al Grasso, non appare seriamente discutibile che si sia in presenza di lesioni di scarsissimo rilievo - sostanzialmente riconducibili ad una mera “contusione con ecchimosi”». Ma questo è stato accertato solo dopo in ospedale, al momento dell’aggressione sembrava un accoltellamento.
Politi scrive che si trattava di un «cacciavite a punta piatta e non certo un’arma da fuoco o di micidiale potenzialità lesiva», e che le forze dell’ordine dovrebbero essere abituate ad affrontare «situazioni di gravissima violenza perpetrata nei loro confronti da soggetti intenzionati ad evitare la cattura (si pensi, solo per fare il più recente dei possibili richiami esemplificativi, alla vicenda avvenuta il 31 gennaio 2026 in occasione dello sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino».
Dunque, carabinieri e poliziotti devono farsi accoltellare o colpire con qualsiasi oggetto «senza per ciò solo fare sempre uso dell’arma d’ordinanza», è il ragionamento del giudice. Quello che sconcerta maggiormente, però, è che la motivazione di una sentenza del 7 gennaio porti a supporto della tesi di condanna un episodio accaduto a fine gennaio «quando numerosi manifestanti accerchiarono e picchiarono un poliziotto rimasto in posizione isolata». E si limita a definirli manifestanti. Il giudice descrive come di «contenuta entità la resistenza posta in essere dal Badawi», sostiene «l’assenza di presupposti di una precedente estrema violenza del malvivente perpetrata nel corso dell’intera operazione, tale da mettere a repentaglio le vite di persone inermi». Doveva sparare ai carabinieri per giustificare una loro reazione?
Politi tiene a precisare che il fatto accaduto «deve essere effettuato con un giudizio “ex ante”», senza tener conto dei «precedenti penali o giudiziari del Badawi, alla legittimità della sua presenza sul territorio italiano, alla sua fede religiosa, alle condotte - talvolta illecite, talvolta addirittura solo eticamente discutibili». Per carità, che non ci permettiamo di pensare male di un extracomunitario con quattro fogli di via.
«Il Marroccella ha agito con grado elevato di colpa, le cui tragiche conseguenze hanno portato al decesso di Jamal Badawi», conclude il giudice. Aggiunge che il vicebrigadiere nemmeno è degno delle attenuanti generiche per «l’innegabile assoluta gravità del fatto», per aver commesso un «errore di proporzioni macroscopiche, tale da porsi quasi ai limiti del dolo eventuale» e perché la sua condotta ha «determinato l’aggressione al bene primario della vita della vittima».
Dopo sentenze come queste, scordiamoci che le forze dell’ordine impugnino una pistola per difenderci.
Sono state finalmente pubblicate le motivazioni con cui il tribunale di Roma ha condannato il vicebrigadiere dei carabinieri Emanuele Marroccella a tre anni di carcere e al pagamento di 165.000 euro. La vicenda è ben nota ai lettori della Verità, che a sostegno del sottufficiale dell’Arma hanno partecipato alla colletta indetta dal nostro giornale per pagare le spese legali e i risarcimenti alle parti civili.
Tutto ha origine da una notte di sei anni fa, quando una pattuglia viene inviata per controlli a seguito della segnalazione di un furto. I ladri probabilmente hanno forzato la porta d’ingresso di un palazzo e Marroccella e un collega sono i primi a intervenire. Un brigadiere avanza nel buio, mentre il suo vice, quello che poi sparerà, lo segue. Il primo si trova davanti un uomo e dopo aver gridato «Alt, carabinieri» viene colpito al petto. Si scoprirà dopo che il ladro impugna un cacciavite lungo 31 centimetri, ma sentendo qualche cosa di piatto che lo ferisce, il collega grida «Mi ha accoltellato. Emanue’ attento c’ha un coltello», lamentando di non riuscire a respirare. Marroccella a questo punto usa la pistola che tiene in pugno e spara. A una distanza stimata fra i 7,20 e i 13,65 metri un primo proiettile finisce contro una rete a un’altezza da terra di 5 cm. Il secondo, esploso sempre dall’alto verso il basso ma con una traiettoria rialzata per effetto del rinculo dell’arma tenuta con una sola mano (nell’altra il vicebrigadiere ha una torcia, per orientarsi al buio), prende in pieno il malvivente sotto l’ascella. Il delinquente, che al processo verrà descritto da chi lo conosceva aggressivo e con precedenti ma soprattutto con addestramento militare e alle arti marziali, muore e il carabiniere che ha sparato dopo aver sentito il collega urlare «mi ha accoltellato» finisce a processo. Marroccella scampa per un pelo l’accusa di omicidio volontario, ma non schiva quella di eccesso colposo di uso legittimo dell’arma. Il tribunale lo condanna a tre anni di carcere, sei mesi in più di quelli chiesti dal pm, a risarcire i parenti del ladro e a pagare pure le spese processuali. In totale 165.000 euro, cui poi in sede civile si dovrà aggiungere il resto del danno che, immagino, non sarà certo da meno della provvisionale.
Mi sono letto tutte le 49 pagine che servono al giudice per concludere che «il carabiniere Marroccella travalicò colposamente, con il proprio comportamento, tutti i limiti». Tra cui quello della proporzionata reazione, «in assenza dei presupposti di una precedente estrema violenza del malvivente, tale da mettere a repentaglio le vite di persone inermi». Insomma, «attese le descritte condizioni, il Marroccella ha agito con grado di elevata colpa, le cui conseguenze hanno portato al decesso» del ladro.
Per giustificare la condanna, il tribunale spiega che nei recenti fatti delle manifestazioni per lo sgombero del centro sociale Askatasuna, a Torino, il poliziotto aggredito da una decina di manifestanti, e colpito con il martello, non ha sparato. Tutto ciò nonostante di «sovente le forze delL'ordine si trovano si trovano a far fronte a situazioni di gravissima violenza nei loro confronti». Dunque, che cosa ha indotto il carabiniere a ritenere che il ferimento di un collega richiedesse l’uso dell’arma? E poi, in fondo, il carabiniere che lo accompagnava non è stato colpito in modo grave, anzi «non appare seriamente discutibile che si sia in presenza di lesioni di scarsissimo rilievo - sostanzialmente riconducibili a una mera contusione con ecchimosi - che furono inferte con un oggetto atto a offendere a punta piatta e non certo con un’arma da fuoco o di micidiale potenza lesiva». Dunque, per il giudice, non avendo né lui né il collega ferito, rischiato la vita, Marroccella va condannato. E il buio, l’esclamazione del carabiniere che aveva a fianco, il quale urlò «mi ha accoltellato», oltre alla dinamica concitata dell’intervento, la paura, il pericolo, il concetto di difesa, non sono circostanze che possano scagionarlo.
Siete stupiti e scandalizzati? Io no, anche perché ho appena finito di leggere la notizia di uno straniero fermato a Pesaro che ha mandato all’ospedale quattro agenti con 77 giorni di prognosi. Sapete come si è conclusa la faccenda? I poliziotti al pronto soccorso, lui libero di tornare a spaccare qualche altra testa. Che altro c’è da dire, se non che così ogni ladro, ogni delinquente, può diventare una vittima e chi difende il cittadino un colpevole?
Non c’è niente da fare: l’Unione europea non accetta la messa in discussione di un suo «dogma», se pur inventato di sana pianta, inutile anzi dannoso.
Il dogma in questione è la famigerata regola del 3% nel rapporto deficit/Pil, quella su cui da decenni si impiccano i governi, i quali non hanno solo i mercati del debito sovrano come platea da rassicurare, ma hanno soprattutto i cittadini, cioè quel famoso popolo che - Costituzione italiana alla mano - è ancor più sovrano. Considerare quel limite come un valore negoziabile e non un comandamento intoccabile come invece si sta facendo da troppo tempo (nonostante lo stesso «creatore» del valore ammise la totale mancanza di significato tecnico) è pertanto una sfida che questo governo deve portare avanti senza indugio, a maggior ragione ora che sull’energia rischiamo grossi contraccolpi di tenuta sociale oltre che crisi economiche e industriali.
Com’è noto, l’Italia ha chiesto di agire su due leve: la prima è lo sforamento del deficit, anche per toccare le accise; la seconda riguarda un incremento di tassazione sugli «extraprofitti» per le multinazionali dell’energia. Cosa è successo invece? Che il solito commissario del nord Europa, titolare della materia energetica, Dan Jorgensen, si è preso la briga di favellare con il Financial Times e indicare la rotta secondo le intenzioni dell’intera Commissione Ue. Il messaggio della squadra diretta dalla sempre più imbarazzante Ursula von der Leyen è il seguente: la crisi energetica non diventi una crisi fiscale, quindi niente variazioni alla liturgia. Per il nostro Paese, rinunciare a tagliare le accise vorrebbe dire trovarsi, in soldoni, col diesel a circa 2,5 euro al litro. Un massacro.
Mi sia concesso uno sfogo: ma è mai possibile che in Italia ragioniamo su dimissioni e cambi di squadra per via di alcune inchieste e in Europa la signora Von der Leyen può restare al suo posto nonostante due decisioni avverse sulla trasparenza negoziale rispetto all’acquisto dei vaccini, cioè il più grosso contratto mai stipulato dall’Unione? E nonostante ci sia un processo intentato dal New York Times contro di lei proprio sui rapporti con Big Pharma? Possibile che nessuno sollevi la questione, mentre ci appassioniamo delle vicende della Santanchè?
In poche parole l’Unione europea ha cominciato un’azione di contrasto politico contro i governi - Italia in testa, Polonia e Spagna a seguire - che non si vogliono allineare alla rigidità fiscale e che hanno già ridotto le tasse sui carburanti. Contro queste manovre e l’idea di una maggiore flessibilità rispetto al 3%, si è appunto pronunciato in un colloquio con il Financial Times il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen: «Si tratta di uno sforzo coordinato della Commissione. Ciò che accade in un settore dell’economia può avere ripercussioni su tutta la società. Per questo stiamo fornendo consulenza tecnica e un supporto ai Paesi per definire gli strumenti di politica economica che intendono utilizzare all’interno dello spazio fiscale disponibile».
Ora mi domando: ma questi signori che la sinistra manda nel «governo» europeo a trattare le politiche energetiche (Jorgensen è espressione del Pse, quota Partito socialdemocratico danese) hanno capito che non è più aria di rigorismo? Hanno capito che ci sono guerre che destabilizzano tutto? E che nei nuovi scenari, l’Europa non conta un fico secco? Evidentemente no, infatti la signora Ursula coi socialisti ci ha costruito il suo bis presidenziale. Dunque se a Bruxelles non lo capiscono, tocca a Roma mandare dei segnali forti. In primis contro la Von der Leyen, alla quale il governo italiano deve mandare il seguente messaggio: «Non abbiamo intenzione di far pagare il prezzo dell’ennesima crisi ai cittadini, quindi se volete spendere soldi in armi e in altre diavolerie, sappiate che noi spenderemo altrettanto per il popolo». In altre parole, noi sforiamo e voi tenete a bada i sinistrelli vari, specie se arrivano dal nord Europa.
Le ciance e i consigli di Jorgensen per stare dentro gli spazi fiscali disponibili hanno il sapore della presa in giro o, peggio, della difesa delle multinazionali energetiche, alle quale infatti l’idea di aliquote fiscali hard sugli extraprofitti non piace proprio. Infatti dalle parole di Jorgensen, a nome dell’intera Commissione, si capisce l’ostruzionismo europeo verso questa tassa straordinaria a livello continentale e rispetto alle idee di sussidi energetici, tagli fiscali e tetti ai prezzi, più protratti nel tempo. «Il conflitto», ha proseguito il commissario all’Energia, «comporta purtroppo un elevato rischio di un aumento dell’inflazione, con tutti gli effetti negativi che ne derivano. Per questo esortiamo al coordinamento e alla prudenza». Già, tanto ai commissari che importa se la gente si arrabbia? Mica devono fare i conti con il popolo; mica hanno elezioni da vincere, loro; mica devono controllare un equilibrio sociale che rischia di saltare. La democrazia che passa dal giudizio dei cittadini è una questione che a Bruxelles non si sono mai dovuti porre.
Nel cuore della Pianura Padana, tra Palazzo dei Pio e la mostra «Non di solo pane» dedicata alla cucina del Rinascimento. Un itinerario tra arte, storia, teatro e tradizioni enogastronomiche, fino al Campo di Fossoli e al Museo del Deportato.
Un po’ defilata rispetto alle più note Reggio, Modena e Mantova, Carpi è davvero un gioiellino che merita una visita. Fosse solo per Piazza dei Martiri, fra le più grandi d’Italia, sul cui perimetro si affacciano l’imponente Palazzo dei Pio, la cattedrale barocca, il Teatro Civico e uno straordinario susseguirsi di portici dalle volte a botte, decorati da affreschi e stemmi araldici, eredità degli eleganti edifici nobiliari del Rinascimento. Ma per gli amanti di arte e storia, le sorprese non finiscono qui: dietro Piazza dei Martiri, nel cuore medioevale della città, si erge l’alta torre campanaria della pieve di Santa Maria in Castello (detta più comunemente La Sagra), fondata probabilmente dal Re longobardo Astolfo, rinnovata in epoca romanica e ridimensionata a tal punto nel Cinquecento che quello che noi oggi vediamo è solo la parte absidale della chiesa, decorata da cicli di affreschi medioevali e arricchita da un bel portale antelamico. Di particolare interesse artistico anche il Santuario del SS.Crocifisso, raffinato esempio di barocco modonese sorto attorno a un affresco miracoloso e la Chiesa d San Nicolò, custode di splendide scagliole, delicati intarsi di gesso a perfetta imitazione di marmi e pietre preziose.
Una cittadina davvero ricca d’arte, la cui storia è indissolubilmente legata alla casata nobiliare dei Pio, (signori della città dal 1136 al 1527 ) e in particolar modo ad Alberto Pio, diplomatico, grande mecenate e uomo di cultura profonda: in una parola, l’incarnazione perfetta del Principe Rinascimentale. Specchio del potere dei Pio l’omonimo palazzo, scenografico e imponente simbolo di Carpi, attualmente sede del Museo della Città (35 secoli di storia carpigiana raccontata attraverso reperti, artigianato e mutimedialità), dell’Archivio Storico e di un divertente spazio ludico (il Castello dei Ragazzi) arricchito da scenografie firmate da illustratore del calibro di Emanuele Luzzati , Gianni De Conno e Roberto Rebaudengo.
Ed è proprio qui, nella straordinaria cornice di Palazzo Pio, che è allestita la mostra «Non di solo pane.Cucina, tavola e cibo nel Rinascimento», una vera e propria esperienza sensoriale, uditiva e visiva nata dall’idea di valorizzare il ricco patrimonio di ceramica (graffita e non) del fondo museale collegandolo al tema universale del cibo.
La Mostra
Divisa in tre sezioni (la tavola, la cucina e il cibo, o meglio, i cibi rinascimentali, abissalmente diversi per ricchi e poveri…) , a guidare i visitatori nel percorso espositivo le «voci» dei grandi maestri del gusto - Maestro Martino, Paltina, Cristoforo da Messisbugo e Bartolomeo Scappi - eccezionalmente «riportati in vita», con tanto di costumi e accessori d’epoca, dai miracoli dell’intelligenza artificiale… Un’idea geniale per coinvolgere il pubblico (anche quello dei più piccoli), visto che - vi garantisco - è praticamente impossibile non fermarsi ad ascoltare questi imponenti e curiosi signori, chef colti, elegantie raffinati come il tempo e le corti che frequentavano richiedeva. Corti di nobili, sovrani, alti prelati e ricchi borghesi, queste le classi sociali per cui cucinavano, inventavano ricette e dettavano tendenze i Maestri del Gusto ed è per questo che i saggi, le ricette, e le descrizioni di piatti e banchetti trionfali giunte fino a noi riguardano solo ed esclusivamente le classi più potenti e abbienti: non certo i poveri, che se fortunati mangiavano una sola volta al giorno e sicuramente dalle loro tavole ogni prelibatezza era bandita…
Ricca di ceramiche, utensili, bilance, antichi strumenti di misurazione e simili, a fare l’originalità di questa mostra è sicuramente la parte interattiva, che permette al visitatore di « toccare con mano» ambienti, gesti e rituali della cucina rinascimentale (ma non solo), di udire suoni,di respirare aromi, di scoprire (o ri-scoprire) gusti. È per questo, come ha sottolineato la curatrice Manuela Rossi «… che la visita può durare un'ora o un giorno intero»: le experiences che offre non hanno limiti di tempo e nelle cinque postazioni multimediali si possono «gustare» e approfondire la storia dei cinque alimenti (pane, carne e pesce, formaggio, frutta e verdura ed infine il vino) che hanno accompagnato la storia dell’uomo, dall’antichità ai giorni nostri.
Una mostra interessante e «trasversale», adatta a tutti , incentrata su un tema aggregante e che si inserisce pienamente nell’idea di un museo «dinamico» e fruibile dalla cittadinanza, inteso come luogo di ricerca, educazione e confronto. Anche per questo, il museo offre la possibilità di una pausa pranzo alternativa, giusto mix di arte e cibo ( fornito in un food box da consumarsi all’esterno), per accontentare e occhi e palato e far riposare la mente…
E seguendo la «via del cibo» non si può visitare Carpi e dintorni senza soffermarsi sulle ricchezze enogastronomiche di questi territori, indissolubilmente legati alla fama internazionale dell'aceto balsamico, del Parmigiano Reggiano DOP e dei Lambruschi DOC, tra cui il Sorbara, il Gasparossa e il Salamino di Santa Croce, vino tipico del carpigiano.
L’Acetaia Comunale
Situata nel sottotetto di Palazzo Scacchetti, sede del municipio e edificio storico di pregio nel centro di Carpi, è nell’Acetaia Comunale che si produce l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP, tesoro unico ed eccellenza mondiale ottenuto dal mosto di uva cotto e invecchiato (per almeno 12 anni) in botti di legni diversi e di diverse dimensioni. Una curiosità: queste botti, che nel loro insieme formano una «batteria», secondo un’antica tradizione ancora in auge vengono date in dote - al momento della nascita - ad ogni figlia femmina, che dopo 25 anni potrà così contare su un patrimonio non indifferente, viste le altissime quotazione di questo prezioso «nettare nero», musica per il palato…Restando in tema di musica, un discorso a parte merita il Teatro Comunale, uno dei più importanti teatri storici dell’Emilia-Romagna, inaugurato l’11 agosto 1861, all'indomani della proclamazione del Regno d’Italia.
Il Teatro Comunale
Facciata neoclassica, un giardino sul retro, stucchi e ori a decorare tre ordini di palchi e una platea con sedute in velluto verde acqua , questo Teatro - che mi piace definire «il salotto buono» della città - vanta da sempre un cartellone di tutto rispetto, con spettacoli che spaziano dalla musica classica alla danza, dai concerti di artisti contemporanei ai cori polifonici. Diretto dal pianista Carlo Guaitoli, vincitore di numerosi premi internazionali e una carriera concertistica che lo ha portato in ogni parte del mondo, anche per la prossima stagione saprà incantare i carpigiani con una carrellata di appuntamenti musicali e teatrali assolutamente da non perdere…
Il Campo di Fossoli
Prima di chiudere questo tour fra arte, cibo e musica, è doveroso ricordare che a pochi chilometri da Carpi è visitabile il tragicamente famoso Campo di Fossoli, sito d'internamento italiano per prigionieri politici ed ebrei e luogo di transito verso i lager nazisti. A ricordo delle vittime dei nazifascisti, Carpi ha fortemente voluto il Museo Monumento al Deportato, dove sulle pareti grigie di 13 sale di un’essenzialità disarmante e commovente, sono incise le frasi strazianti dei condannati a morte della Resistenza europea e graffiti di artisti famosi, come Picasso e Guttuso.

