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Come l'OMS bara nello stabilire la relazione causale tra l'effetto avverso e il vaccino somministrato per contrastare la pandemia di Covid-19. Francesco Borgonovo ne parla con il prof. Paolo Bellavite.
Come l'OMS bara nello stabilire la relazione causale tra l'effetto avverso e il vaccino somministrato per contrastare la pandemia di Covid-19. Francesco Borgonovo ne parla con il prof. Paolo Bellavite.
La polizia è già al lavoro per la sicurezza informatica dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026. Già da 10 giorni gli specialisti della polizia postale sono attivi sui principali siti legati all’evento, garantendo sicurezza e controllo, come spiega il direttore Ivano Gabrielli.
Il loro intervento – viene sottolineato – si inserisce in un percorso consolidato volto a proteggere le infrastrutture critiche e monitorare la rete, sia per motivi di ordine pubblico sia per prevenire eventuali minacce di matrice terroristica. Il Technology Operations Centre (Toc), attivo ogni giorno 24 ore su 24, è il cuore delle operazioni. Qui lavorano esperti pronti a individuare anomalie e intervenire subito in caso di incidenti informatici. Il dispositivo operativo coinvolge anche i Centri Operativi per la Sicurezza Cibernetica (Cosc) e le strutture di pronto intervento, con il contributo diretto degli specialisti presenti nelle Sale Operative Interforze (Soi).
Una Milano blindata accoglierà oggi gli ospiti per la cena di gala organizzata alla Fabbrica del vapore dal Cio in onore dei capi di Stato e di governo dei Paesi partecipanti. A fare gli onori di casa, oltre alla presidente, Kirsty Coventry, ci saranno anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il premier, Giorgia Meloni.
Per garantire la sicurezza degli ospiti, dalle 13 alle 24 saranno chiusi al traffico il piazzale del Cimitero monumentale, piazzale Baiamonti, via Procaccini, via Luigi Nono e via Messina. Chiuse anche le fermate Monumentale e Cenisio della Linea 5 del Metrò. Sospesi anche i mezzi Atm, car sharing e taxi. Chiusure anche lungo il percorso della fiamma olimpica, fino all’approdo alle 19.30 in piazza Duomo.
Chiusa al traffico, a partire dalle 21 e per tutta la giornata di domani, anche un’ampia aera intorno allo stadio di San Siro. Saranno off limits piazzale dello Sport, via Achille, via degli Aldobrandini, via dei Foscari, via dei Loredan, via dei Piccolomini, via dei Rospigliosi, via dei Sagredo, via del Centauro, via Dessiè, via Fetonte, via Harar nel tratto compreso tra via Dessiè e via Tesio, via Palatino carreggiata Ovest, via Patroclo compreso il sottopasso, via Pegaso, via San Giusto dall’incrocio delle vie Harar/Dessiè al punto di inversione di via San Giusto, via Tesio Federico. A queste vie, sempre nei pressi del Meazza, in previsione della cerimonia inaugurale che inizierà alle 20, da domani alle 10 fino alle 2 di notte, si aggiungerà la chiusura di piazza Axum, piazzale Segesta nei tratti compresi tra via degli Ottoboni/via Simone Stratico e via Gavirate/ via Fausto Coppi, via Agrigento, via Albenga, via Alcamo, via Andora, via Arenzano e vie limitrofe.
Per permettere l’arrivo delle delegazioni al Meazza è stato previsto un «corridoio» per dignitari e capi di Stato, che collegherà il centro (zona Piazza Reale/Duomo) allo stadio di San Siro, passando per Corso di Porta Vittoria, via Senato, Piazza Cavour, via Manin, Piazza della Repubblica, viale della Liberazione, viale Lancetti, il Cavalcavia Bacula e le Sopraelevate. E sempre domani, a partire dalle 14, è prevista anche la chiusura totale veicolare (fino alle 21) e pedonale (fino alle 24) dell’area intorno a piazza del Duomo.
Misure di sicurezza mai viste prima a Milano, motivate dalla presenza di personalità di altissimo livello. Tra gli ospiti attesi, quello con la delegazione più imponente quella del vicepresidente americano, J.D. Vance, e del segretario di Stato, Marco Rubio, che arriveranno stamattina a Malpensa con una flotta di 14 aerei, dai quali sbarcherà il lunghissimo convoglio, che, accompagnato dai Nocs e dalle auto della polizia, scorterà la delegazione all’Hotel Gallia. Sono ben quattro i piani dell’Hotel che saranno occupati dalla delegazione americana durante le due settimane dei giochi. Tra loro ci saranno circa 300 uomini della security. Vance e Rubio resteranno in Italia fino a lunedì prossimo.
Sicura anche la presenza del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il cui arrivo sarà meno imponente di quello di Vance e Rubio. Merz, infatti, dovrebbe arrivare a Milano attraverso l’Autolaghi in auto blindata, scortato da una staffetta di uomini del Gis dei carabinieri.
Ancora in forse, invece, la presenza per la Francia del presidente Emmanuel Macron, che secondo le indiscrezioni vorrebbe evitare di presenziare alla cerimonia insieme a Vance. Al momento l’unica personalità francese accreditata è il ministro dello Sport, Marie Barsacq. Accreditati anche 14 presidenti della Repubblica (Germania, Albania, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bosnia, Slovenia, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Finlandia, Svizzera e Georgia) e otto primi ministri (Serbia Grecia, Austria, Olanda, Finlandia e delle tre repubbliche baltiche). Prevista anche la presenza del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, del principe Alberto di Monaco, del granduca di Lussemburgo, dell’emiro Al Thani del Qatar, della regina Suthida di Thailandia, dei sovrani di Belgio, Olanda, Norvegia e Svezia.
La prova del nove per l’apparato di sicurezza sarà però la giornata di sabato, quando in città dovrebbero sbarcare 10.000 esponenti della galassia antagonista, che hanno organizzato una manifestazione contro i Giochi. A cercare di mantenere la situazione sotto controllo saranno schierati 6.000 agenti, che potranno contare su 800 telecamere di sicurezza. Ma il ricordo degli scontri di Torino è ancora fresco e molte delle sigle che prenderanno parte al corteo sono quelle che hanno messo la firma sulle violenze del 31 gennaio. La polizia in ogni caso impiegherà i Reparti prevenzione crimine (Rpc) e le Unità operative di primo intervento (Uopi), una vera e propria «task force» in grado di intervenire con rapidità nei contesti operativi più complessi.
Tutto comincia con l’intervento della procuratrice generale di Torino all’inaugurazione dell’anno giudiziario: sabato, Lucia Musti randella l’«area grigia», «di matrice colta e borghese», che in città mantiene una «benevola tolleranza» verso i violenti di Askatasuna e diffonde una «lettura compiacente di condotte che altro non sono che gravi reati».
Intanto, la rettrice dell’università, Cristina Prandi, ha deciso che non si può più tollerare l’occupazione di Palazzo Nuovo. Un conto è concedere uno spazio del campus Luigi Einaudi per un’assemblea, come ha già fatto, un conto è aver trasformato delle aule in un bivacco. Presenta un esposto in Procura e, in vista della manifestazione, poi degenerata in «guerriglia urbana organizzata» (l’ha scritto la gip Irene Giani), dispone la serrata dell’ateneo. I collettivi s’infuriano. Ma il dibattito sulle connivenze della «upper class» si è ormai allargato agli ambienti accademici. E ne dà prontamente conto La Stampa.
Il quotidiano del capoluogo piemontese è reduce dall’irruzione in redazione di fine novembre, maturato in ambienti pro Pal, con la partecipazione di esponenti del centro sociale.
Quell’episodio, insieme agli assalti alle Ogr e alla sede di Leonardo, mette sul chi va là le autorità. E contribuisce a spiegare l’interpretazione del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, il quale evoca «dinamiche di squadrismo e terrorismo». Da alba di nuovi anni di piombo. Chi conosce gli antagonisti sa che difettano di elaborazione teorica. Evidentemente, a ispirare il loro salto di qualità sono proprio le rivendicazioni dei movimenti per Gaza, che li spingono a prendere di mira obiettivi sensibili, superando un limite invalicabile.
Ma il processo autocritico all’interno della borghesia progressista lo apre di sicuro il blitz contro La Stampa. Di lì, quella «benevola tolleranza» denunciata dalla procuratrice si incrina pure tra i professori. Finché la rettrice - che tempo prima, con il consigliere comunale di Fdi, Ferrante De Benedictis, si vantava della sua apertura al dialogo - agisce per opporsi all’occupazione.
Alla fine, nelle sale invase dagli attivisti affiorano murales deliranti: «Più sbirri morti, più orfani, più vedove». Il ministro dell’Università, Anna Maria Bernini, che ha manifestato solidarietà alla Prandi, li legge come «un manifesto politico esplicito: la violenza elevata a metodo di azione».
La verità è che, tra le élite torinesi, il malumore è palpabile. Il semiologo Ugo Volli, triestino, ma per due decadi docente all’ombra della Mole, è persino più duro del magistrato Musti: addita «un’area rossa, più che maggioritaria, che controlla l’ateneo e che da sempre è attiva sostenitrice degli antagonisti. Professori, figli del Sessantotto», alcuni dei quali erano finiti «nel comitato di garanzia» dell’accordo stipulato con Askatasuna da Stefano Lo Russo. «Hanno molto protestato quando il sindaco ha fatto venire meno il patto». La rettrice ammonisce: «L’espressione contro la violenza non può essere silenziosa». E alcuni colleghi rispondono all’appello.
Cristopher Cepernich, ex vicerettore alla Comunicazione, su Facebook tuona: «A Torino c’è un pezzo di upper class colta, che lavora nella mia stessa università, che copre e supporta l’area intorno ad Askatasuna. Anche lì», insiste, «bisogna cominciare a cercare responsabilità. Che a Torino si faccia finta di scoprire oggi cosa è Askatasuna e qual è la sua logica di azione politica, è un’ipocrisia ributtante».
È l’ipocrisia della cerchia illuminata che, finora, ha «fighettizzato» il centro sociale, replicando lo schema già visto con i No Tav: la gente che piace e a cui piacciono «Aska» e quelli di «Bardo» (Bardonecchia, località simbolo delle rivolte all’alta velocità). Quella «upper class» ha dei precisi canali di espressione politica: Alice Ravinale, consigliera regionale di Avs, rampolla della stirpe di prestigiosi avvocati attivi nel diritto commerciale e societario, è la stessa che, al Corriere, spiegava che i luoghi tipo Askatasuna sono «una fucina di idee».
Ciò che sta avvenendo ricorda ciò che capitò - a un livello di gravità ben diverso - ai tempi del rogo all’Angelo azzurro, all’uopo menzionato da Volli: nel 1977, i comunisti lanciarono delle molotov sul locale di via Po, i cui proprietari avevano in tasca la tessera del Pci, ma che venne scambiato per un covo di fascisti. Morì bruciato Roberto Crescenzio, 22 anni, un ragazzo che con la politica non c’entrava niente. All’epoca, nell’«area grigia» della borghesia, si aprì già la frattura che poi ha continuato a riproporsi nei decenni seguenti, dai fatti della Val di Susa fino al corteo di corso Regina. Il dilemma: strizzare l’occhio ai violenti o rientrare nei ranghi istituzionali?
Di somiglianze col passato ha discusso anche Marco Revelli, politologo piemontese, intervistato da Francesco Borgonovo per Calibro 9, su Radio Cusano Campus: «Ho sempre visto, nelle manifestazioni di sinistra, a cui peraltro prendevo parte, un gruppo che si staccava e spaccava le vetrine - quando andava bene». La tesi degli «infiltrati» che rovinano le proteste pacifiche, secondo lo studioso, è «una noia mortale». Una foglia di fico, ci permettiamo di aggiungere.
La sensazione è che la città ferita, dietro la cui partecipazione si sono trincerati nel loro comunicato i leader di Askatasuna, sbandierando il «successo» delle «oltre 50.000 persone» scese in strada, si stia pentendo di aver frainteso la bestia che stava allevando. E che credeva di poter addomesticare, riducendola a un circoletto per madamine. Il risveglio è stato traumatico.
Passa con 88 voti favorevoli la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi riguardanti i disordini di Torino. Parere contrario di M5s, Avs Iv e Pd.
Segnale definitivo per un secco no della sinistra alla proposta del presidente del consiglio che auspicava una reazione unitaria ai fatti di Torino. Ieri è stato il giorno di voto della risoluzione a Palazzo Madama, e Piantedosi in Aula ha richiamato l’attenzione sulla necessità, per il futuro, di depotenziare i gruppi organizzati di facinorosi prima ancora che possano mettersi all’opera e innescare spirali di violenza. «È questo uno degli obiettivi del pacchetto di norme che ci apprestiamo a proporre. Stiamo lavorando all’introduzione di specifiche misure finalizzate a rendere ancora più efficace l’azione di filtro e prevenzione, come il fermo di polizia per soggetti potenzialmente pericolosi di cui siano già conoscibili intenzioni e attitudini. Strumenti del genere, del resto, sono presenti in alcuni ordinamenti europei senza che nessuno gridi all’attentato alla democrazia», ha spiegato ai senatori.
Nel documento della maggioranza, che in parte ha assorbito il testo della risoluzione di Azione, si chiede di «proseguire lo sgombero, di beni e immobili illegalmente occupati secondo i criteri oggettivi di priorità stabiliti dalle Prefetture» e di «valutare l’adozione di iniziative normative volte a incrementare le assunzioni per concorso nei corpi di polizia, a tutelare, sotto il profilo sia normativo sia economico, gli appartenenti ad essi rendendo più efficace l’esercizio delle loro funzioni e l’attività di prevenzione della commissione di reati in occasione di pubbliche manifestazioni».
A differenza di una bozza circolata due giorni fa, la versione definitiva non prevede più il daspo per le manifestazioni. L’idea della maggioranza era quella di non inserire nella mozione contenuti potenzialmente divisivi nell’ottica di avere la più ampia condivisione sul testo, possibilmente bipartisan. Insomma, la proposta di arrivare a una soluzione unitaria era reale e concreta. L’atto parlamentare, tuttavia, è un impegno nei confronti del governo e quindi le misure sulla sicurezza saranno nel decreto sicurezza. «Il nostro era solo il tentativo di trovare una mediazione», hanno precisato fonti di maggioranza. Le opposizioni tuttavia non hanno voluto dare il segnale di unità chiesto dal presidente del consiglio Giorgia Meloni e insieme Pd, M5s, Avs e Italia viva, anche se faticosamente, hanno presentato una loro risoluzione, bocciata come prevedibile. Prima dell’accordo erano come sempre andati in ordine sparso, con il Pd che prendeva le distanze da Avs, colpevole di aver «alzato i toni facendo il gioco della destra». Mentre Italia viva accarezzava l’idea del dialogo e il Movimento che fingeva di voler dialogare ponendo distinguo irricevibili. Per la dem Debora Serracchiani «la destra sta portando avanti un gioco pericoloso» strumentalizzando, a suo avviso, i fatti di Torino. «Alzare i toni e soffiare sul fuoco a loro serve a una cosa sola: distogliere l’attenzione dai fatti. E i fatti dicono che dopo oltre tre anni di governo non hanno dato risposte concrete. Non sull’economia, non sulla sanità, non sulla sicurezza, sulla quale hanno prodotto solo decreti repressivi, senza intervenire sui nodi reali: organici insufficienti, salari inadeguati, presidi territoriali indeboliti». Infine la responsabile giustizia del Pd attacca il ministro dell’Interno: «Da Piantedosi abbiamo assistito all’ennesimo tentativo di alimentare la tensione. E quando chi governa sceglie lo scontro invece delle soluzioni, il prezzo lo paga il Paese».
Il ministro, rivolgendosi poi a sinistra, ha sottolineato che «c’è chi ha persino adombrato l’idea che le violenze siano state in qualche modo organizzate, o quantomeno tollerate, dal governo per poter poi varare più agevolmente nuove norme. È un’accusa evidentemente grave e strumentale», ha accusato, spiegando che «le violenze di matrice antagonista, di cui Askatasuna e altri centri sociali sono protagonisti, non nascono con l’attuale governo. Sono oltre trent’anni che questi episodi si ripetono».
«Non avremmo voluto che il tema della sicurezza fosse un argomento divisivo ed è per questo che abbiamo proposto una risoluzione unitaria alla quale la sinistra ha opposto un incomprensibile diniego», ha chiarito Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia. «Chi è andato in piazza sabato scorso avrebbe dovuto sapere a cosa si andava incontro, mentre invece ci sono stati esponenti istituzionali che vi hanno inopportunamente partecipato». Il leader dei senatori azzurri Maurizio Gasparri ha rincarato la dose: «Il clima con cui si è arrivati alla manifestazione di sabato scorso a Torino era da “resa dei conti”. Questo non era il titolo di un film di Sergio Leone ma di una sfida alla democrazia». Severo Massimiliano Romeo, capo dei senatori leghisti: «Basta con il pericolo fascista, basta con questo pistolotto».

