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Come l'OMS bara nello stabilire la relazione causale tra l'effetto avverso e il vaccino somministrato per contrastare la pandemia di Covid-19. Francesco Borgonovo ne parla con il prof. Paolo Bellavite.
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Bilanci non pubblicati e finanziatori anonimi. L’Associazione nazionale magistrati, il sindacato delle toghe, non brilla per trasparenza. E per questo è finita nel mirino del governo a causa della raccolta fondi del comitato «Giusto dire no», che è una sorta di costola dell’Anm e sostiene la campagna referendaria. Sul suo sito è possibile fare donazioni da 10-20-50-100 euro dichiarando di «non ricoprire attualmente incarichi politici e di partecipare alla donazione in qualità di privato cittadino» e di avere preso visione dell’informativa sulla privacy. In cui è espressamente evidenziato che «non è prevista alcuna forma di diffusione dei dati» dei finanziatori.
Adesso, però, in risposta a un’interrogazione di Enrico Costa, deputato di Forza Italia, Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, ha inviato al presidente dell’Anm Cesare Parodi una nota con cui chiede di valutare «l’opportunità di rendere noto alla collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti ricevuti dal comitato “Giusto dire no” da parte di privati cittadini».
Parodi, a stretto giro, ha replicato che il comitato «è solo stato promosso dall’Anm, ma è soggetto, anche giuridico, assolutamente autonomo».
Difficile da sostenere: il gruppo, da statuto, ha la sede legale negli uffici del sindacato (all’interno della Corte di cassazione) e i suoi dirigenti sono tutti magistrati (in attività o in quiescenza), a parte il presidente onorario, il costituzionalista Enrico Grosso.
Sono toghe in servizio il presidente (Antonio Diella), la vice (Marinella Graziano), il segretario (Gerardo Giuliano) e la tesoriera (Giulia Locati). Il Consiglio direttivo è composto da sei toghe, per la maggioranza in pensione. Secondo le nostre fonti tutti o quasi tutti sono iscritti all’Anm che, come i sindacati, ha anche una sezione pensionati.
Il presidente dell’Anm, Parodi, è uno dei soci che ha costituito il comitato.
Nella sua interrogazione del 13 gennaio scorso, Costa cita un articolo dello statuto che stabilisce che «alle riunioni del Consiglio direttivo partecipa, senza diritto di voto, anche il responsabile della comunicazione dell’Anm».
Il segretario di quest’ultima, Rocco Maruotti, ha anche confermato che l’associazione ha finanziato il comitato e ha dichiarato che «Giusto dire no» avrebbe «raccolto contributi da migliaia di cittadini che hanno aderito liberamente» e che, parallelamente, «l’Anm ha deliberato mesi fa uno stanziamento massimo fino a 500.000 euro».
Costa offre una sintesi del rapporto Anm-comitato che rende particolarmente scricchiolante la versione di Parodi: «Il comitato “Giusto dire No”, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative». Per il deputato «questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato».
conflitto di interessi
Di fronte a questa ricostruzione difficilmente contestabile Costa è assalito da un dubbio: «Che cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe “per gravi ragioni di convenienza”? E che cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Il parlamentare ricorda che «c’è una ragione se i magistrati in servizio non possono essere iscritti a partiti politici» e, a suo giudizio, con questa campagna, verrebbero messe in discussione «l’imparzialità dei giudizi» e «la credibilità della giustizia, comunque vada il referendum».
Infine Costa prevede che «fioccheranno le richieste di astensione “per gravi ragioni di convenienza”».
In coda all’interrogazione il deputato Costa ha chiesto a Nordio quali iniziative intendesse assumere «affinché sia garantita l’imparzialità dei magistrati nei confronti di tutti i soggetti impegnati nella campagna referendaria».
Nordio, a proposito del «potenziale conflitto tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto», ha annunciato che, per poter fornire risposta, avrebbe sottoposto «all’Anm la richiesta confidando nella piena trasparenza dell'associazione», come in effetti è accaduto.
La richiesta del ministero ha scatenato la reazione del Fronte del No, che teme schedature e definisce l’iniziativa di via Arenula qualcosa che «sa di liste proscrizione».
Parodi ha spiegato che sul sito del comitato «è riportata in modo trasparente ogni cosa, compreso lo statuto» e, rispondendo alla Bartolozzi, ha aggiunto: «Se necessitasse di informazioni più puntuali, che io non posseggo, non posso che rimandarla ai rappresentanti del comitato. Annoto solo che la sua richiesta di rendere pubblici dati di privati cittadini ritengo sia contrario alla salvaguardia della loro privacy».
La responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, ha definito quello del ticket Nordio-Bartolozzi «un atto molto grave che tradisce il nervosismo che si respira nei palazzi del governo». Per la deputata «si mette in discussione la libertà di partecipazione e si alimenta un clima di pressione nei confronti della magistratura e dei cittadini che voteranno no». La Serracchiani conclude con questo slogan: «Le istituzioni e il popolo sovrano si rispettano, non si intimidiscono».
Anche i senatori dem hanno scritto al Guardasigilli, paventando rischi di «interferenza» e «delegittimazione», e hanno chiesto di sapere «sulla base di quale presupposto giuridico» abbia agito per chiedere le liste.
documenti non pubblici
Ma il vero problema di trasparenza dell’Anm, come abbiamo scritto all’inizio, riguarda i bilanci, per cui non c’è obbligo di pubblicazione.
Come gli altri sindacati, a partire dalla Cgil, l’associazione dei magistrati preferisce non mettere online i propri conti.
Che sono così asfittici che hanno costretto i vertici ad aumentare, a partire da ottobre, la quota associativa da 10 a 15 euro. Questo significa che, considerando la platea di 9.500 toghe, le entrate, nel 2026 dovrebbero essere di circa 1,7 milioni di euro.
L’ultimo bilancio approvato è stato quello del 2024, quando la gabella era di 10 euro.
Ed è stato un bilancio in profondo rosso.
Lo hanno denunciato i magistrati di Articolo 101, le toghe fuori dalle correnti, che, avendo due consiglieri nel parlamentino dell’Anm, hanno potuto visionare i conti. E per questo hanno denunciato la crescita della voce «Spese riunioni», dovuta, in gran parte, al costo dell’organizzazione del 36° Congresso nazionale di Palermo. Per gli esponenti di Articolo 101, la kermesse «ha comportato un’allarmante erosione del saldo contabile del conto “Depositi bancari e postali”, che è passato da 666.936,75 del 2023 a 82.208,01 euro del 2024, con un decremento in valore assoluto di 584.728,74 euro e dell’87,67 % in valore percentuale».
Il bilancio di esercizio dell’anno 2024 si è chiuso con «una perdita di 589.741,47 euro» e ciò ha reso indispensabile la rottura del salvadanaio.
Il disavanzo ha allarmato anche i revisori contabili, i quali hanno definito «notevole l’entità della perdita, tenuto conto che, negli anni in cui non vi è stata attività congressuale, gli attivi di bilancio hanno comportato una media di incrementi di 150.000 euro annui».
Le previsioni dei membri di Articolo 101, prima dell’aumento della quota associativa (a cui si sono opposti), erano infauste: «Il prevedibile ulteriore impegno di spesa per l’anno in corso - di eguale, se non superiore, entità - in vista della stagione referendaria, non consentirà di ripianare la perdita dell’attuale esercizio prima del quadriennio».
consulenza contestata
Nella loro analisi, i revisori hanno anche suggerito di «valutare previsioni di spesa, anche con l’esame di una pluralità di offerte, nell’affidamento di incarichi esterni». Essì, perché i magistrati avrebbero siglato nel 2024 un dispendioso contratto con una società di consulenza chiamata a individuare un nuovo broker assicurativo per la copertura della responsabilità civile e delle spese sanitarie.
Alla fine il broker è stato trovato, ma l’Anm ha dovuto pagare 85.400 euro e tale esborso ha determinato un incremento percentuale del 49,16% delle spese per «Servizi amministrativi».
A fronte di tale «incontrollata lievitazione delle spese», per i membri di Articolo 101, alla presentazione dell’ultimo bilancio, non risultava «adottata alcuna concreta iniziativa volta a garantire sostegno ai soci in difficoltà».
I revisori hanno, infatti, invitato la Giunta esecutiva centrale dell’Anm «ad attuare e incrementare le attività assistenziali e di sostegno agli aderenti all’Anm, specialmente in caso di gravi eventi e patologie».
I consiglieri fuori dalle correnti hanno anche chiesto di fissare «un limite massimo di destinazione agli investimenti speculativi delle giacenze di conto» (le riserve così «congelate» ammonterebbero a circa 800.000 euro).
Insomma, i giudici sembrerebbero più attenti a congressi e investimenti che a occuparsi dei soci in difficoltà.
è in corso una partita di calcio, non soltanto l’hooligan rischia l’arresto, ma in un battibaleno la giustizia lo «condanna» a quattro anni di Daspo, proibendogli l’accesso allo stadio. Se invece la bomba carta è lanciata contro le forze dell’ordine durante una manifestazione, come si è visto a Torino e Milano, al massimo si rischia un buffetto.
Lo so che sembra incredibile e che i poliziotti dovrebbero essere tutelati al pari se non più dei calciatori, ma a differenza di quel che recita la Costituzione la giustizia non è uguale per tutti. Infatti, mentre con i tifosi violenti nessuno invoca la libertà di manifestare e anche di protestare, nel caso degli antagonisti che lanciano bombe carta e sanpietrini la sola idea di un fermo di polizia per scongiurare scontri di piazza è ritenuta liberticida. Della differenza di trattamento e anche dell’ipocrisia che circola a sinistra ne abbiamo avuto prova nei giorni scorsi. Un tifoso interista che ha lanciato un petardo contro il portiere della Cremonese è stato arrestato e la questura ha emesso nei suoi confronti un giusto divieto di accedere alle manifestazioni sportive per quattro anni. E per gli scontri che si sono verificati a dicembre fra tifoserie della Cremonese e del Napoli sono stati giustamente adottati altri venti Daspo, con il divieto complessivo per una cinquantina d’anni di frequentare lo stadio. E i diritti a manifestare e partecipare a eventi sportivi? A quanto pare non soltanto nessuno se n’è preoccupato, ma non c’è stato neppure qualcuno che abbia accusato il colpo parlando di limitazione della libertà.
Ma quel che è normale e ovviamente auspicabile nei confronti dei tifosi violenti, curiosamente non è ritenuto altrettanto legittimo e altrettanto opportuno se di mezzo ci sono altri violenti, in particolare quelli rossi. Infatti, sia dopo gli scontri di settembre a Milano, sia dopo quelli di Torino, non risulta che sia stato usato altrettanto rigore. Anzi. Nel caso di alcuni partecipanti ai tafferugli di fronte alla stazione Centrale del capoluogo lombardo, dopo essere stati fermati dalla polizia sono stati subito rilasciati per consentire loro di seguire le lezioni. A due degli arrestati per resistenza aggravata e danneggiamento (la via di accesso alla stazione di Milano era stata trasformata in un campo di battaglia, con lancio di pietre, cestini dei rifiuti e bombe carta) il tribunale del riesame ha infatti revocato i domiciliari per consentire la frequenza scolastica. Quel giorno il gruppo di antagonisti, fra cui molti studenti, aveva provato a sfondare il cordone delle forze dell’ordine, ingaggiando una serie di scontri con gli agenti andati avanti dalla mattina alla sera. Però i giudici chiamati a pronunciarsi sugli arresti domiciliari hanno ritenuto che la misura cautelare fosse sproporzionata rispetto al «rischio di reiterazione del reato» e dunque li hanno liberati. Non molto di più è capitato al giovane che a Torino ha partecipato ai tafferugli contro la polizia per lo sgombero del centro sociale Askatasuna. L’immagine del poliziotto colpito da una decina di manifestanti, uno dei quali impugnava un martello, l’abbiamo vista tutti. Così come abbiamo notato che nel gruppo, fra tante tute nere, ne spiccava una rossa. E nonostante il giovane di Arezzo non sia apparso impegnato in una gita turistica, i giudici non hanno ritenuto di tenerlo in cella nemmeno un giorno. E neppure di applicare qualche cosa di simile al Daspo, per impedire che in futuro il contestatore tornasse in piazza a scontrarsi con gli agenti. Anzi: siccome il governo ha ipotizzato un fermo preventivo di 12 ore per evitare altri fenomeni di guerriglia urbana tipo quelli visti a Torino, l’opposizione è insorta, accusando la maggioranza di torsione autoritaria allo scopo di reprimere il dissenso.
La conclusione mi pare evidente: ci sono petardi democratici, che si possono lanciare contro gli agenti, e ci sono mortaretti antidemocratici che se sparati non in piazza, ma su un campo di calcio valgono da soli quattro anni di bando dallo stadio. Fossi un ultrà dell’Inter (è la mia squadra del cuore, ma non vado allo stadio) i prossimi fuochi d’artificio li farei rossi, magari accompagnandoli con qualche striscione pro Pal e pure slogan che inneggino ad Askatasuna. Sono certo che in tal caso la mano della giustizia sarebbe più leggera: altro che Daspo, per gli hooligan ci sarebbe anche un premio.
Patrizia Mercolino «non molla» e non lascia un attimo da solo Tommaso, il suo piccolino che sta lottando come «un guerriero» in quel lettino di ospedale. Il passare delle ore diventa cruciale per il futuro del bimbo di appena due anni ricoverato in coma farmacologico nel reparto di Terapia intensiva dell’ospedale Monaldi di Napoli dopo aver subito il trapianto di un cuore «bruciato».
Dal 23 dicembre è collegato a una macchina cuore-polmone che lo tiene in vita, ma si spera che il bimbo sia ancora «trapiantabile» e che, presto, arrivi un cuore nuovo. Nonostante altri pareri medici sembrano non riaccendere il lume della speranza, la mamma del piccolo resiste con tutta la forza che ha e spera che «quei medici si siano sbagliati». Quella di ieri è stata un’altra giornata intensa per le sorti del piccolo a cui hanno trapiantato un «cuore bruciato». La mamma, nel pomeriggio di ieri, si è fermata un attimo a parlare con i giornalisti dopo la riunione dell’equipe medica: «Mi hanno confermato che resta ancora trapiantabile», ha detto. Oggi «faranno un’altra valutazione. Le sue condizioni sono stazionarie. Per il momento rimane in lista, la situazione è stazionaria. C’è sempre una speranza». In giornata, ha continuato, «vedremo. Non dobbiamo mollare. Domenico è forte, è un guerriero. Io non mollo, non devo mollare. Sto con mio figlio tutti i giorni. Mi hanno dato il permesso speciale di entrare e stare tutto il tempo che voglio con lui. Lui è un bimbo forte». La mamma, in questo momento, è focalizzata sulle condizioni di salute del bimbo. Era stato chiesto anche un secondo parere al Bambin Gesù di Roma, che non si è espresso positivamente sulla possibilità di eseguire un nuovo trapianto. Il parere degli specialisti dell’ospedale romano evidenzia, però, un quadro di estrema gravità: esistono delle «condizioni sistemiche incompatibili» con il trapianto; ma anche «fattori clinici prognostici altamente sfavorevoli per ritrapianto precoce». Gli specialisti romani spiegano perché non sarebbe possibile eseguire un nuovo trapianto. Il bambino, che da 55 giorni sopravvive grazie a un macchinario Ecmo extracorporeo, il cui uso prolungato può provocare danni pesanti, presenta un quadro clinico molto complesso: soffre per un’emorragia cerebrale, per un’infezione non controllata (che con la terapia immunosoppressiva post-trapianto potrebbe avere effetti letali) e per un’insufficienza multiorgano di polmoni, fegato e reni. Tutti questi elementi, per il Bambin Gesù, escluderebbero la possibilità di un nuovo intervento.
Intanto sul fronte giudiziario prosegue l’inchiesta, coordinata dalla Procura di Napoli. Sul registro degli indagati ci sono sei persone, tra medici e paramedici, accusate di lesioni colpose. Le indagini si stanno concentrando, in particolare, sul trasporto dell’organo da Bolzano a Napoli e sul contenitore in cui era conservato il nuovo cuore. L’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia del piccolo assieme al collega penalista Angelo Riccio, sta seguendo con estrema attenzione lo sviluppo delle indagini e continua a evidenziare quelli che, a suo avviso, sono stati «comportamenti negligenti, strani», da parte dell’ospedale. Mamma Patrizia ricorda di essere stata avvisata del fallimento del trapianto lo scorso 23 dicembre in un modo «strano»: «Mi dissero solo che il nuovo cuore non ripartiva, senza altre spiegazioni». L’avvocato Petruzzi non ha ancora accesso al fascicolo dell’inchiesta della Procura partenopea, ma sta mettendo insieme i pezzi di un puzzle in cui restano tanti buchi. C’è qualcosa che non lo convince pure nella fase dell’espianto: «Parrebbe che chi è andato a Bolzano, è andato con una strumentazione manchevole. Ora se questa dottoressa sia andata senza il box o senza, ad esempio, il ghiaccio o senza altri strumenti io questo non lo so, in quanto non vi è la disponibilità degli atti penali e quindi è ragionevole presumere che sia stato Bolzano a fornire qualcosa. Questo qualcosa sarà il contenitore o altro. Sarà la magistratura che sta indagando a chiarirlo. In ogni caso, l’organo ricevente ha l’obbligo di vigilare quindi anche se per assurdo fossero andati senza strumenti e li avesse forniti Bolzano. Era compito di chi ha espiantato verificare pure l’idoneità degli strumenti e il modo in cui è stato preparato il cuore per il trasporto. Da quanto è finora emerso, è stato sequestrato un contenitore non auto refrigerante». Su questo, dalle indagini emergono ulteriori particolari: il cuore, prelevato a Bolzano, viaggiò fino al Monaldi in un comune contenitore di plastica. Se, come è stato ipotizzato fino ad ora, a bruciare l’organo sia stato l’uso di ghiaccio secco invece di quello normale, l’assenza di termometri o altri dispositivi di controllo nel box non avrebbe permesso di rilevare le temperature troppo basse (fino a -80 gradi) cui veniva sottoposto quel piccolo cuore. Alle indagini del Nas di Napoli e di quello di Trento si aggiunge il lavoro degli ispettori inviati dal ministero della Salute e dalla Regione Campania che stanno cercando di capire che cosa sia potuto accadere in quel viaggio. Ma, sempre secondo i legali della famiglia, i punti su cui fare luce sono ancora tanti. Nello specifico, bisognerebbe fare chiarezza sulle «dimissioni di un medico che non ha partecipato all’intervento e che il 29 dicembre si è dimesso. Le sue dimissioni arrivano sei giorni dopo il trapianto, due settimane prima che noi facessimo una denuncia querela. Lo stesso medico che, da quanto apprendiamo dalla stampa, ha dichiarato che verrà il momento di parlare». Mamma Patrizia combatte, assieme al suo piccolino, e non ha nessuna intenzione di mollare: «Spero sempre che quei medici si sbaglino e che si possa trovare presto un cuore nuovo per mio figlio. Chiedo aiuto a tutti, anche al Papa».
Ripartiamo dalla grammatica secondo Gratteri, quella che - ipse dixit - lo assolverebbe. «Per il No voteranno le persone perbene» e tanto basta per avere chiaro che in una dicotomia «buoni e cattivi», coloro che voteranno Sì non sono persone per bene: la lingua italiana non è una convenzione borghese. Dunque coloro che voteranno Sì sono dei farabutti, con tonalità più o meno intense: «Indagati, imputati, massonerie deviate e centri di potere». E già qui uno dovrebbe opporre al magistrato la seguente domanda: e da quando un indagato o anche un imputato è una persona non per bene? «Io parlavo della Calabria», ha poi tentato di minimizzare, come se la Calabria fosse un mondo a sé o facendo finta di non sapere che quella regione si porta dietro una serie di pregiudizi che si estendono oltre la regione.
A Nicola Gratteri voglio raccontare una storia che non lo riguarda direttamente come procuratore (non voglio unirmi al coro di coloro che ricordano anche certi numeri delle sue inchieste) ma che si inserisce nell’affermazione manifesto che lo sta portando ad essere uno dei testimonial più marcati a favore del No. È la storia di un ragazzo, figlio di genitori calabresi trasferiti ad Aosta, di nome Marco Sorbara, ex giocatore di hockey professionista, già assessore comunale ai servizi sociali e poi consigliere regionale con l’Union Valdotaine. Oggi siede ancora in quel consiglio, nelle file di Forza Italia. Ma in mezzo alle due legislature, Marco Sorbara ha conosciuto l’inferno: 45 giorni di isolamento in una cella quattro passi per due; 214 in carcere di massima sicurezza e 909 in custodia cautelare. Da persona per bene, caro dottor Gratteri.
Una mattina del gennaio 2019, Marco viene arrestato con l’accusa più infamante: essere colluso con la ‘ndrangheta. Invece… nulla era vero e dopo quattro anni di processi - colpevole in primo grado, assolto in Appello e confermato totalmente estraneo in Cassazione - è arrivata la libertà, la fine di un incubo che non doveva nemmeno cominciare se la giustizia non fosse quel gravissimo disservizio che conosciamo. Non solo Sorbara non aveva contatti con la ‘ndrangheta ma non c’entrava nulla con il contesto dell’inchiesta. È stato un errore, un errore giudiziario come si dice in questi casi. Intanto però ti hanno rovinato la vita e te la devi ricomporre da zero, con zero soldi e con le mille difficoltà di chi comunque arriccia il naso e commenta: «Beh, qualcosa avrà pur fatto…».
Il fronte del No alla riforma dirà: beh, vedi la giustizia ha funzionato. No, la giustizia non ha funzionato per niente miei cari. Perché un innocente in galera non ci deve proprio finire: invece pm e gip erano sulla stessa linea circa le più gravi misure cautelari; pm e giudice di primo grado erano sulla stessa linea nella sentenza.
Marco Sorbara è finito prima in una cella di isolamento, poi in quelle «ordinarie» sempre in un carcere di massima sicurezza in mezzo a fetenti veri, lui che era incensurato: fatevi raccontare cosa succede nelle carceri. In galera per un pregiudizio, un teorema del pm che trovava sponda nel gip che gli dava corda tenendo Sorbara dentro. Quanto al processo di primo grado, il giudice ha fatto sua la memoria del pm come sempre accade negli errori giudiziari: il giudice si appiattisce sulle convinzioni dell’accusa e ne replica spesso gli svarioni logici, le incongruenze investigative e talvolta pure gli strafalcioni grammaticali. In poche parole la verità dell’accusa diventa la verità del giudice, facendo diventare l’errore giudiziario una delle tragedie che le vittime della malagiustizia raccontano. E per le quali chiedono il giusto risarcimento che paghiamo noi cittadini ma non i magistrati colpevoli dell’errore. Toccherà ai magistrati di appello dire che l’accusa non reggeva, non stava in piedi. Idem ha dichiarato la Cassazione.
Marco Sorbara è finito per 909 giorni in carcere da innocente, da persona per bene. Come lui ce ne sono circa un migliaio ogni anno. Caro Gratteri, Sorbara, figlio di calabresi per bene, voterà Sì perché esige la separazione delle carriere, perché ha provato sulla propria pelle - lui come tanti - dove può portare un feeling distorto tra pm e giudici del processo, perché sa che il pm lavora per la propria convinzione, altro che «ha l’obbligo di trovare prove a favore dell’indagato», e quella convinzione la porta nelle fasi del procedimento giocando di sponda con i giudici.
La giustizia non funziona perché - come sostengono quelli del No - alla fine c’è un giudice che dà ragione e salverebbe baracca e burattini. La giustizia non funziona perché ci sono troppe affinità culturali e troppe sovrapposizioni operative tra Procura e i giudici, che intossicano i processi. E la giustizia non funziona visto che il presidente del tribunale di Aosta che ha condannato in primo grado l’innocente Sorbara è stato premiato con il trasferimento alla presidenza della Corte d’Appello di Trento!
Ecco perché questa riforma è un importante primo passo. Ed ecco perché proprio certi magistrati si stanno scaldando oltre modo per affossarla. Non solo voterò Sì, dunque, ma spero che la maggioranza acceleri per la responsabilità dei giudici.
Ps. A coloro che pensano che questo referendum sulla giustizia non li riguardi potrei fare l’esempio di tante persone per bene che si sono ritrovate in galera o accusate di reati gravi senza aver fatto nulla di nulla.

