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Come l'OMS bara nello stabilire la relazione causale tra l'effetto avverso e il vaccino somministrato per contrastare la pandemia di Covid-19. Francesco Borgonovo ne parla con il prof. Paolo Bellavite.
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Per la Corte di Cassazione, l’amico dei tagliagole di Hamas, Mohammad Hannoun, non è un terrorista o, per lo meno, non ci sarebbero elementi sufficienti per trattenerlo in prigione, dove è recluso dal 27 dicembre insieme ad altri tre sodali. Adesso un altro collegio del Tribunale del Riesame di Genova dovrà esprimersi nuovamente sul punto.
Intanto Hannoun resta in cella. È, invece, stato scarcerato già a gennaio il cinquantaduenne marocchino Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa che, al momento, è accusato di concorso esterno nell’associazione terroristica sospettata di finanziare Hamas dall’Italia. Noi ci siamo subito interessati alla sua storia, avendo scoperto che aveva intestati decine di immobili tra le province di Reggio Emilia e Modena, probabilmente acquistati con i soldi di Hamas.
Ma, sfogliando l’informativa firmata dagli investigatori della Polizia e della Guardia di finanza e depositata presso il Tribunale del Riesame di Genova, viene da chiedersi come sia possibile che un simile soggetto si trovi ancora sul territorio italiano. Infatti nel computer dell’indagato è stato rinvenuto un hard disk esterno con 140 foto e 35 video (in parte rinvenuti anche nei pc dell’associazione di Hannoun) relativi a un viaggio dell’uomo e di altri coindagati a Gaza, un vero e proprio pellegrinaggio nei luoghi del terrore avvenuto probabilmente nel 2013.
Per esempio, in due scatti, Abu Rawwa è immortalato nei tunnel scavati sotto la città di Gaza, quelli controllati da Hamas. Cunicoli segreti che possono essere percorsi solo da selezionati visitatori. In un filmato risalente al maggio di 13 anni fa il sospettato dice di trovarsi in prossimità di Rafah, ma che gli sarebbe stato impedito l’ingresso. Salvo poi correggersi e spiegare che l’accesso gli sarebbe stato presto garantito dai «fratelli».
E a confermare i rapporti di alto livello di Abu Rawwa ci pensano altre immagini, quelle, per esempio, con l’ex capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ucciso dagli israeliani due anni fa. In questo video compare pure Hannoun. Una voce fuoricampo dice: «Sceicco […] la nostra gente in Europa e in Italia ti porta i suoi saluti». Haniyeh risponde: «Li ringrazio per il loro impegno e per i loro sacrifici (letteralmente dice jihad, ndr) e per il loro supporto costante alla Palestina e a Gaza! Che Allah vi benedica tutti». Nel gennaio 2013 Abu Rawwa era già stato a Gaza insieme con altri coindagati, come il famoso Ryad Albustanji, noto per una sua foto con un lanciarazzi appoggiato sulla spalla. In un’immagine del 7 gennaio Abu Rawwa posa accanto all’auto distrutta di Ahmad Al Jabari, vicecomandante delle Brigate Al Qassam, ucciso durante un raid aereo israeliano nel novembre del 2012. La foto della targa commemorativa è stata trovata nel server dell’associazione di Hannoun.
L’8 gennaio del 2013 il cittadino marocchino posa in mezzo a cumuli di macerie imbracciando un Ak47, lo storico fucile d’assalto di fabbricazione sovietica. Lo stesso giorno, Abu Rawwa si fa immortalare davanti all’abitazione dello sceicco Ahmed Yassin, fondatore di Hamas, e di fronte «a una sedia esposta a mo’ di reliquia». Infine, sempre davanti a un edificio bombardato, l’uomo appare al fianco di Salem Al Fallahat (con la ghutra rossa), «supervisore generale dei Fratelli musulmani in Giordania».
L’annotazione degli investigatori contiene anche uno scatto di gruppo, in cui Abu Rawwa e Hannoun sono ritratti insieme con il «vertice di Hamas Mousa Abu Marzook».
Ma queste frequentazioni e il ruolo di finanziatore di Hamas, per i giudici italiani, non sono elementi sufficienti a trattenere in carcere un indagato.

Riccardo Perisi
Classe 1964, è nato a Genova, dove ha casa nei caruggi. Riccardo Perisi ha iniziato la carriera in Polizia nel 1994 proprio nella sua città, con la qualifica di viceispettore, e per diversi anni ha fatto parte della locale Squadra mobile, sezione antidroga. Nel 2001, dopo avere attraversato indenne i giorni terribili del G8 (dove era responsabile della sala operativa), è entrato nella Divisione investigazioni generali e operazioni speciali, la Digos, l’ufficio «politico» della Questura. E da allora, sino al 2024, non si è più spostato. Nel 2022 ha ottenuto uno dei successi più significativi: la Digos da lui diretta ha sbaragliato il cosiddetto gruppo Gabar, una cellula di pachistani ossessionati dalla blasfemia (un’offesa da punire con la morte) e composta da gente che aveva preso parte anche a gravi attentati, per esempio in Francia.
Alla fine, 13 persone sono state condannate in via definitiva. Una vittoria che, nel 2024, ha portato alla promozione per «meriti straordinari» di Perisi (che scherzosamente parla di «premio alla carriera») e al suo nuovo incarico: direttore del Servizio per il contrasto all’estremismo e al terrorismo esterno.
In vista del 174° anniversario della Polizia (guidata dal prefetto Vittorio Pisani) e della festa che inizia oggi a Roma e durerà sino al 12 aprile, sono stati diffusi alcuni dati interessanti. Nel 2025 sono stati arrestati «25 estremisti contigui al terrorismo di matrice jihadista» e «12 persone riconducibili a formazioni terroristiche di matrice etno-separatista (per esempio curdi del Pkk, ndr) e islamo-nazionalisti». Altri 37 stranieri, ritenuti pericolosi per la sicurezza dello Stato, sono stati espulsi.
Perisi, a Genova, si è occupato più volte anche delle indagini su Mohammad Hannoun, l’architetto giordano raggiunto a dicembre insieme con altre otto persone da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con la pesante accusa di terrorismo. Ma mercoledì la Cassazione ha annullato la conferma del provvedimento da parte del Tribunale del Riesame e ha chiesto una nuova valutazione da parte di un altro collegio.
«Ho letto» commenta Perisi con La Verità. «Sono abituato a essere distaccato e oggettivo, in questi casi. Non si tratta di una frase di circostanza: dobbiamo necessariamente attendere le motivazioni assunte dalla Corte Suprema, per capire quale sia il vulnus rilevato nella costruzione indiziaria che, non dimentichiamolo, oltre a essere stata fatta propria dalla Procura di Genova, ha anche superato il vaglio di ben due giudici, il gip prima e il Riesame dopo. Una volta lette le motivazioni, vedremo come supportare i pm in vista del nuovo Riesame. Resto tuttora convinto della bontà, della scrupolosità dell’indagine svolta e dell’onestà intellettuale adoperata dagli investigatori. Voglio quindi mantenere un, pur cauto, ottimismo sulla prosecuzione della vicenda giudiziaria».
Lei Hannoun lo conosce bene…
«Questo signore è un “cliente” della Digos dai primi anni 2000. Le precedenti indagini sono state archiviate non per questioni di merito. Per esempio, quando era in valutazione una misura cautelare, i nostri sforzi furono vanificati da un’improvvida fuga di notizie. Hannoun organizzò una conferenza stampa in Tribunale in cui spiegò di essere disponibile a chiarire tutto e, per questo, il gip ritenne che non ci fosse più l’esigenza di arrestarlo. Nel frattempo, il Movimento di resistenza islamica, Hamas, era andato pure al governo nella Striscia di Gaza e quindi l’accusa di terrorismo era diventata più evanescente. Successivamente l’organizzazione è entrata nella lista nera di diversi Paesi e anche dell’Unione europea e l’inchiesta è potuta ripartire».
Proprio a ridosso del pogrom del 7 ottobre 2023…
«Tre anni fa la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo segnalò, con un cosiddetto atto di impulso, alla Procura di Genova un incremento di segnalazioni di operazioni sospette su Hannoun e la sua creatura, l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp, ndr). Il procuratore Nicola Piacente diede una delega a Polizia e Guardia di finanza per lo svolgimento di un’attività preventiva che è diventata una concreta indagine penale subito dopo il 7 ottobre. Abbiamo svolto attività tecniche invasive, anche sotto copertura, violando i server delle organizzazioni sotto inchiesta come veri e propri hacker, e abbiamo scaricato migliaia di file, 3-4 tera di materiale».
Nell’inchiesta è emerso come gli indagati avessero una grande disponibilità di immobili. In particolare il marocchino Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa aveva intestate 73 proprietà.
«In effetti quell’ingente tesoretto fatto di case, capannoni, fondi ci ha immediatamente insospettito e abbiamo cercato di capire quali risorse fossero state utilizzate per acquistare tali proprietà e abbiamo capito, grazie al lavoro del Nucleo di polizia valutaria e del Gico della Guardia di finanza, che il denaro utilizzato dall’indagato arrivava per il tramite di istituti bancari turchi o giordani».
Secondo voi si trattava di fondi di Hamas?
«La nostra ipotesi investigativa, che ovviamente dovrà essere recepita dalla Procura e vagliata successivamente da un giudice, è che si trattasse di investimenti che dovevano consentire di mettere in sicurezza riserve di cash in un Paese occidentale, in modo apparentemente legittimo, assicurando anche ricavi».
Dunque pure Hamas accantona i risparmi attraverso i beni rifugio?
«Evidentemente sì. Il mattone funziona a tutte le latitudini, in particolare in zone non di guerra».
Durante le indagini avete raccolto qualche conferma dei rapporti economici tra la presunta cellula italiana e la casa madre di Hamas? Hannoun sostiene che i soldi della sua associazione andassero alle famiglie palestinesi, non ai terroristi…
«Nei server di Genova e Milano abbiamo trovato i ringraziamenti delle Brigate Al Qassam ai loro finanziatori “italiani” e alcune di queste comunicazioni sono state rinvenute anche nei tunnel sotto Gaza, quelli controllati da Hamas».
Quindi l’inchiesta non si basa solo su materiale informativo anonimo di origine israeliana…
«In realtà in questa prima fase cautelare la documentazione proveniente da Gerusalemme non è stata utilizzata per consolidare il quadro probatorio, ma posso dirle che, al contrario di quanto affermato da alcuni media e attivisti, non è vero che la provenienza non sia certificata. La trasmissione ha rispettato tutte le procedure previste dalla convenzione europea sull’assistenza giudiziaria in materia penale. In ogni caso, nelle successive fasi processuali verrà ulteriormente valutata l’utilizzabilità di tale materiale…».
Tra ottobre e novembre sono stati arrestati a Berlino tre presunti terroristi di Hamas ed è stato scovato a Vienna un arsenale di armi collegato a questi estremisti. Pistole e caricatori sarebbero stati spostati in vista di un possibile attentato. A quanto risulta alla Verità nei telefoni degli aspiranti jihadisti sarebbero stati trovati i numeri telefonici di soggetti coinvolti nella vostra inchiesta, Hannoun compreso…
«Visto che non è più un segreto glielo confermo, ma dobbiamo approfondire la natura dei rapporti tra i “tedeschi” e gli “italiani”. Certo, ci ha colpito la circostanza che avessero sui loro device i riferimenti di più soggetti che sono finiti a diverso titolo nelle nostre investigazioni».
La scoperta di questa cellula berlinese lascia immaginare che le scosse medio-orientali si stiano propagando sino all’Europa…
«In effetti il tentativo di risoluzione del conflitto in atto nella Striscia può far sì che il baricentro di operazioni terroristiche si sposti nel mondo occidentale. Agli arresti avvenuti in Germania si può dare questa lettura e, in Europa, le azioni dirette contro simboli dell’ebraismo si stanno moltiplicando».
Ma le relazioni pericolose tra l’Italia e la Palestina coinvolgono solo Hannoun e i membri della sua Abspp?
«In Italia esiste l’Associazione dei palestinesi, un movimento che ha in Hannoun il suo fundraiser. Ma l’Api non è solo lui. Per esempio ha anche una struttura giovanile, forte a Milano, Roma e Napoli e che è presente nelle manifestazioni di piazza. L’attività di proselitismo è svolta soprattutto da loro…».
Vi preoccupano questi giovani militanti?
«Un po’ sì. Gli incidenti di piazza sono la spia della loro radicalità e non possiamo escludere derive violente anche al di fuori delle manifestazioni pubbliche…».
Avete evidenza di rischi terroristici?
«Stiamo monitorando alcuni soggetti che qualche preoccupazione la destano, anche per l’accortezza con cui organizzano i loro summit».
A Liegi, Amsterdam, Rotterdam, Stoccolma, Copenaghen, ma anche in Grecia, sono stati arrestati ragazzi che non hanno origini palestinesi…
«Vero. Negli ultimi anni abbiamo notato che molte di queste azioni vengono affidate a soggetti che non hanno legami con quell’area, ma che gravitano nel mondo della piccola criminalità e spesso fanno parte di bande giovanili e che vengono utilizzati come “service” da committenti “politici” per azioni violente».
È il caso dei cosiddetti proxy iraniani?
«Il sostegno fornito dall’Iran alla causa palestinese è sotto gli occhi di tutti».
Perché si chiamano proxy?
«Il termine è mutuato dal linguaggio informatico e fa riferimento all’interposizione tra il mandante e i suoi bersagli di soggetti che non abbiano nessuna riconducibilità agli ideatori degli attentati».
È un fenomeno che crea apprensione?
«Certamente sì, visto che è molto complicato intercettare la fase progettuale: gli operativi vengono selezionati in modo quasi casuale e spesso sono ingaggiati attraverso piattaforme come Snapchat difficilmente monitorabili…».
Come si incontrano domanda e offerta su questi social?
«Algoritmi e Intelligenza artificiale fanno miracoli. Consentono ai mandanti di selezionare teppisti affascinati dalla violenza e dal denaro. Queste persone, per lo più giovani e fuori dal circuito dell’estremismo islamico, vengono contattate e gli viene prospettato un facile guadagno. Quindi vengono forniti i dettagli operativi, come per esempio l’indicazione su dove reperire il materiale necessario per realizzare l’attentato…».
Quanto costa ingaggiare questi «terroristi» improvvisati e qual è il loro identikit?
«Per un attacco incendiario, poi sventato, a una filiale della Banca d’America di Parigi, un minorenne di origini senegalesi ha ricevuto 500 euro attraverso Snapchat. Spesso si tratta di adolescenti, di età compresa tra i 16 e i 17 anni, e, come detto, non hanno necessariamente origini medio-orientali, una precisa formazione ideologica o precedenti specifici. Fungono da serbatoio di manovalanza bande criminali giovanili come i Foxtrot svedesi o i danesi di Loyal to familia, specializzate nello spaccio. Uno dei leader, lo “svedese” Rawa Majid, detto “la volpe curda”, è stato sanzionato dagli Usa con l’accusa di avere organizzato attacchi per conto dell’Iran. Faceva parte degli stessi circuiti Ismail “Fragola” Abdo (lui e Majid erano soprannominati dai giornali “i gangster svedesi”, ndr), criminale comune e all’occorrenza braccio operativo di atti terroristici pensati da altri. Pare che sia morto poche settimane fa durante un bombardamento in Iran».
Questi «service» sono composti solo da ragazzini?
«Nient’affatto. Il 18 marzo 2024 due uomini più maturi, un colombiano e un franco-tunisino, con il supporto di una donna olandese, compagna del marocchino Sami Bekal Bounouare, la mente della banda, successivamente rifugiato in Iran, hanno ferito a Crotone un presunto mafioso turco, Baris Boyun, in un classico caso di regolamento di conti della criminalità organizzata. Ma gli stessi soggetti sono stati successivamente arrestati per il tentato omicidio del dissidente iraniano Siamak Tadayon Tahmasbi, avvenuto 6 giugno 2024 ad Haarlem, nei Paesi Bassi. Nel novembre del 2023 avevano colpito a Madrid il politico Alejo Vidal-Quadras Roca (ex vicepresidente del Parlamento europeo) per la sua vicinanza a movimenti della dissidenza iraniana».
Queste bande vengono usate solo dagli estremisti islamici?
«La matrice non è unica e anche altre entità statuali utilizzano questi canali, anche perché tale strategia consente di schermare il committente delle attività criminali. Abbiamo accertato che lo stesso veicolo viene abitualmente sfruttato per la cosiddetta transnational repression».
Di che cosa si tratta?
«È l’attività che alcuni Paesi svolgono fuori dai loro confini per reprimere il dissenso».
Sta parlando della Cina? Un anno fa hacker del Dragone hanno diffuso in Rete i dati personali di 2.500 poliziotti, quasi tutti appartenenti alle Digos…
«Evidentemente nel loro immaginario siamo i nemici. Recentemente abbiamo sviluppato un’attività investigativa con la Digos di Torino che ha accertato tutta una serie di condotte vessatorie nei confronti di un oppositore del regime, il professor Li Ying (molto seguito sui social è un vero incubo per Pechino, ndr), il quale ha subito intimidazioni e diffamazioni. I suoi persecutori hanno provato a localizzare la sua residenza sul territorio italiano per tentare di bloccare le sue campagne antigovernative e, nell’ipotesi peggiore, per cercare di costringerlo a rientrare in patria, dove il suo destino non sarebbe certamente fausto».
Le vostre indagini quali effetti hanno avuto?
«I risultati del nostro lavoro sono confluiti nel procedimento amministrativo che ha portato all’espulsione di otto cittadini cinesi protagonisti a diverso titolo di queste attività. Alcuni di loro avevano fatto parte delle cosiddette stazioni d’Oltremare, i commissariati clandestini che rispondono a Pechino e operano all’interno delle comunità cinesi sparse per il globo. Almeno un paio di loro erano stati sospettati di far parte di questa polizia parallela. Ma, come succede con i proxy, alcuni degli espulsi erano apparentemente scollegati da tali strutture. Nella caccia a Li erano stati coinvolti, come risulta dalle intercettazioni, anche investigatori privati italiani, a cui sono stati conferiti incarichi con motivazioni legittime come la ricerca di un debitore».
Non abbiamo parlato di Al Qaeda e Isis…
«Con loro non bisogna mai abbassare la guardia, ma, a quanto ci risulta, lo Stato islamico, per dirla con il linguaggio degli anni Settanta, ha avviato una sorta di ritirata strategica. È molto più operativo l’Iskp, una costola dell’Isis attiva tra Cecenia e Afghanistan. Quando uno dei suoi membri passa dall’Italia scattano, come è ovvio, tutti gli alert possibili e, a riprova di questo, nell’ultimo anno abbiamo eseguito alcuni mandati di arresto internazionale che riguardavano sospetti appartenenti a questa organizzazione».
Domenica, l’Ungheria è alla prova del voto e Péter Magyar viene dato sempre in netto vantaggio su Viktor Orbán, il premier che dopo quattro vittorie consecutive per la prima volta dal 2010 si vede prospettare una sconfitta alle urne. Secondo il sondaggio Idea pubblicato dal quotidiano Nepszava, il 39% della popolazione adulta ungherese sostiene Tisza (Partito del Rispetto e della Libertà) di Magyar, superando nettamente il partito al governo Fidesz Kndp (30%), alleanza dei conservatori e cristiano democratici.
L’ultima proiezione dell’istituto Medián attribuisce a Tisza tra i 138 e i 143 seggi, ben al di sopra dei 133 necessari. «Ora o mai più», nelle ultime settimane semplicemente «Ora!», è stato il grido di battaglia di questo avvocato di 45 anni, fino a febbraio 2024 esponente di primo piano di Fidesz e marito di Judit Varga, ex ministro della Giustizia di Orbán, dalla quale si separa nello stesso periodo in cui rompe con il governo.
Di famiglia conservatrice (la nonna materna, Teréz Mádl, era la sorella di Ferenc Mádl, presidente della Repubblica dal 2000 al 2005; il nonno materno era l’ex giudice conservatore della Corte Suprema, Pál Eross), compie studi di giurisprudenza a Budapest e Amburgo. Si fa notare come persona molto patriottica e cristiana, odia il partito socialista (Mszp) e il mondo dell’allora premier Ferenc Gyurcsány, il «miliardario rosso». Come aspirante avvocato, fornisce assistenza legale gratuita alle vittime degli abusi della polizia durante le proteste del 2006.
Nel 2009 si trasferisce a Bruxelles con l’allora moglie Varga, assistente di János Áder ex politico di Fidesz e in seguito europarlamentare. Nella prima metà del 2011, durante la presidenza ungherese dell’Ue diviene uno dei diplomatici specializzati del ministero degli Affari esteri. Dal 2015 all’autunno del 2018 si occupa di mantenere i rapporti tra il governo Orbán e il Parlamento europeo, comprese le questioni legali, finanziarie e dei mercati dei capitali, di bilancio, commerciali e di politica di sviluppo. Nel 2018 rientra a Budapest per seguire la moglie nominata nel frattempo segretario di Stato per le relazioni con l’Ue.
Magyar lavora nel settore legale internazionale, dove assiste società multinazionali nei loro investimenti in Ungheria, ma in lui cresce sempre di più l’insofferenza verso l’orbanismo. La rottura avviene nel febbraio 2024 quando appare in diretta su un canale Youtube filo opposizione chiamato Partizán. L’allora presidente Katalin Novák, che aveva graziato uno dei pedofili condannati nel caso Bicske ed era una fedelissima di Orbán, si era appena dimessa e anche Varga, in qualità di ministro della Giustizia, aveva annunciato il suo ritiro dalla vita pubblica.
In quel lungo intervento, Magyar espresse tutta la sua indignazione verso il sistema di corruzione e concentrazione del potere. «Posso dirvi che il Fidesz che vediamo oggi è molto, molto diverso da quello a cui mi sono iscritto nel 2002», dichiarò. L’intervista genera oltre 2,5 milioni di visualizzazioni e da quel momento cresce l’interesse per il personaggio Magyar. Il 15 marzo 2024, anniversario della fallita rivoluzione ungherese del 1848, in un comizio a Budapest annuncia la fondazione del suo nuovo partito.
Si presenta come volto del cambiamento, contro la corruzione, l’uso distorto dei fondi pubblici, propone limiti ai mandati, controlli sugli appalti, regole più stringenti sull’uso dei fondi europei. L’esordio elettorale è arrivato alle Europee del giugno 2024 quando il neonato partito Tisza ottiene circa il 30% dei voti. Anche in questa campagna elettorale si oppone al carovita e al clientelismo, promette che in Ungheria torneranno ordine, pace, sicurezza e sviluppo. Negli ultimi comizi ripete che «domenica scriveremo la storia e cambieremo il sistema». Evita di farsi coinvolgere nel dibattito sul sostegno internazionale all’Ucraina.
«L’apparizione di Tisza non solo ha completamente ridisegnato lo spazio dell’opposizione – a parte l’estrema destra di Mi Hazánk, ha praticamente appiattito l’intera ala liberale e di sinistra – ma Péter Magyar è anche riuscito ad attrarre molti degli elettori filogovernativi», osserva Nepszava.
Per colpire l’avversario, Orbán si è servito pure di un fumetto dal titolo Io, Due Facce realizzato dall’influencer ungherese di estrema destra Áron Ambrózy. Le illustrazioni, create con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, mostrano un Magyar inaffidabile: indossa abiti tradizionali ungheresi ma mezzo volto è dipinto con i colori della bandiera europea. Viene raffigurato in atteggiamento servile nei confronti della Ue, delle grandi banche straniere e vicino al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, al quale avrebbe chiesto aiuto per vincere le elezioni.
Per danneggiarlo sono stati affissi manifesti elettorali di un Péter Magyar imbianchino, simpatizzante di Fidesz. L’ex moglie Varga lo ha accusato di abusi, che lui ha negato. «Finora, nessuna delle accuse e delle frecciate rivolte a Péter Magyar ha attecchito», fa notare la Bbc.
Ultimi fuochi libanesi, i più pericolosi. Quelli che possono spegnere l’incendio ma anche riattizzarlo. Mentre continuano i raid israeliani nel Paese dei cedri, il presidente americano Donald Trump ha chiesto con una telefonata a Benjamin Netanyahu di «ridurre gli attacchi in Libano per garantire il successo dei negoziati in Pakistan» (fonte Nbc).
Messaggio ricevuto perché a stretto giro il premier di Tel Aviv ha ceduto alle pressioni e ha annunciato: «Ho ordinato di aprire al più presto negoziati diretti con il Libano sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche con Beirut». I negoziati cominciano la prossima settimana a Washington, guidati dall’ambasciatore americano in Libano, Michael Issa.
Qualche certezza dopo 48 ore di giochi delle tre carte nella polveriera di Beirut, che può far stracciare ogni accordo, richiudere lo stretto di Hormuz, far ripartire i raid, incendiare di nuovo il mondo. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha precisato: «Sta all’Iran decidere se far saltare la tregua a causa del Libano. Gli iraniani devono fare il passo successivo, altrimenti possiamo tornare in guerra. Pensavano che il cessate il fuoco includesse il Libano, ma non è così. Non abbiamo mai fatto questa promessa». Subito dopo ha aggiunto una frase che suona da memento all’alleato bellicoso: «Israele ha proposto di astenersi da attacchi in Libano finché saranno in corso i negoziati tra Stati Uniti e Iran».
Un colpo al cerchio e uno alla botte mentre la tensione rimane altissima, come si evince dalle parole del presidente iraniano Masoud Pezeshkian: «L’incursione in Libano rappresenta una palese violazione dell’accordo di cessate il fuoco. Il proseguimento di queste azioni renderà inutili i negoziati. L’Iran non abbandonerà mai i suoi fratelli e sorelle libanesi. Il nostro dito rimane sul grilletto». Il viceministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi aggiunge un particolare: «I pasdaran volevano già rispondere ma il Pakistan - garante degli accordi - li ha fermati. Le prossime ore saranno cruciali».
La tensione a mille non preoccupa le cinque divisioni israeliane che continuano l’operazione «regolamento di conti» con i terroristi di Hezbollah. È stato lo stesso Netanyahu ad annunciare l’uccisione di Ali Youssef Kharshi, consigliere personale e nipote del segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, «una delle persone a lui più vicine», mentre in giornata alcune fonti confermano la morte dello stesso Qassem. La risposta è stata il lancio di 30 razzi sulle città dell’alta Galilea, intercettati dalle forze di difesa.
La decapitazione dell’idra del terrore è il vero scopo del colpo di coda israeliano e Netanyahu ha aggiunto: «Israele continuerà a colpire Hezbollah ovunque sia necessario con forza, precisione e determinazione. Il nostro messaggio è chiaro: chiunque agisca contro i civili israeliani verrà colpito». A conferma di ciò, ieri l’Idf ha circondato la città di Bint Jbeil, nel sud del Libano, roccaforte del radicalismo islamico a cinque km dal confine, famoso per una violenta battaglia tra le due parti nel 2006. E il ministro della Difesa, Israel Katz, ha riassunto la portata dell’operazione Eternal Darkness: «Più di 200 terroristi sono stati eliminati, il bilancio di questa campagna è di 1.400; Hezbollah è sbalordito dalla portata del colpo, per questo desidera ardentemente il cessate il fuoco».
Come Trump, anche l’Europa spinge perché tacciano pure i fucili mitragliatori dell’Idf. Ieri sono intervenuti i paesi leader. Il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux, ha dichiarato che «l’accordo Ue-Israele potrebbe essere ridiscusso alla luce della gravità di quanto accade in Libano, con bombardamenti sproporzionati». Il premier tedesco Friedrich Merz ha sottolineato che «la violenza della campagna israeliana potrebbe compromettere le trattative di pace e questo non può essere permesso. Non vogliamo che questa guerra metta ulteriormente a dura prova le relazioni fra Usa e partner europei. Invece vogliamo che venga ripristinata la libera navigazione nello stretto di Hormuz».
«Giorgia Meloni accoglie con soddisfazione e sostiene con forza la notizia dell’avvio di negoziati diretti. In questo quadro, l’Italia continuerà a sostenere il rafforzamento dello Stato libanese e delle sue istituzioni», ha fatto sapere ieri Chigi. La pressione internazionale è forte e comincia lo stillicidio di denunce di episodi opachi nei confronti di peacekeeper. Il ministro della Difesa spagnolo, Margarita Robles, ha stigmatizzato la «violenza fisica» dei militari ai danni di un attivista cooperante di un convoglio che portava aiuti, fermato e trattenuto per un’ora. La rappresentante Ue Kaja Kallas ha denunciato che «gli attacchi rendono difficile sostenere che si tratti di azioni proporzionate e l’escalation nel disprezzo del diritto internazionale sta mettendo a dura prova gli sforzi diplomatici. Il cessate il fuoco deve comprendere anche il Libano».
Risposta del ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar: «La stragrande maggioranza delle vittime erano terroristi di Hezbollah. Nessun altro esercito al mondo è in grado di colpire con tale precisione e con un numero minimo di vittime civili». Orgoglio di parte che si scontra con il Lince italiano della missione Unifil danneggiato dal cannoneggiamento random dell’Idf. L’episodio si aggiunge ad altri, come denuncia l’Unifil: «A nome di 60 paesi condanniamo i persistenti attacchi israeliani alla nostra missione di pace, costata la morte a tre caschi blu indonesiani». Sulla vicenda italiana, costata la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore, la sede diplomatica di Israele a Roma ha spiegato che «le forze Unifil non sono oggetto di attacchi deliberati» mentre lo Stato maggiore dell’Idf (fonte agenzia Nova) ha accusato apertamente gli italiani. «Sono entrati in modo piuttosto aggressivo in una zona di guerra attiva senza coordinarsi con le forze militari israeliane. I militari italiani hanno tentato di sfondare una barriera nonostante l’Idf avesse chiesto loro ripetutamente di fermarsi. Quando si è in una zona di guerra attiva è molto importante coordinarsi». Un graffio a un blindato, ma poteva finire molto peggio.
Il primo giorno di tregua fra Iran e Stati Uniti ha visto uno dei più violenti attacchi israeliani su Beirut. La capitale del Libano è stata pesantemente bombardata dall’aviazione di Tel Aviv e secondo la protezione civile ci sono state 254 vittime e 1.164 feriti, alcuni dei quali in modo grave. Israele ha colpito alcune delle zone più popolose di Beirut, compresi i principali quartieri residenziali. La corniche Mazraa, arteria vitale del centro della capitale, ha visto palazzi sventrati e in fiamme, trasformandosi in un cumulo di macerie.
La nazione affacciata sul Mediterraneo, per Israele e Stati Uniti non rientra negli accordi, anche se il capo negoziazione iraniano Mohammad Ghalibaf ha ribadito che gli attacchi di Tel Aviv violano gli accordi che includevano anche il fronte del Libano. Nabih Berri è lo storico presidente dell’Assemblea nazionale libanese, il parlamento locale. Appartenente agli sciiti, che per costituzione hanno diritto a questa figura istituzionale, guida il Blocco di Liberazione e dello Sviluppo, dominato da Amal, formazione politica legata all’Iran e spesso alleata di Hezbollah.
«Gli attacchi di Israele contro le aree più densamente popolate di Beirut sono un autentico crimine di guerra - racconta il politico di lungo corso alla Verità - questo crimine arriva dopo l’accordo di cessate il fuoco nella regione, che Israele non ha voluto rispettare. Per noi libanesi questa è una prova lampante a disposizione della comunità internazionale che sfida tutte le leggi esistenti, calpestando i diritti del nostro popolo. Tel Aviv viola quotidianamente ogni legge e lo fa uccidendo i libanesi. Possiamo però imparare, dalla tragedia che stiamo vivendo, a diventare un popolo unito, un popolo che vuole glorificare i martiri uccisi nei bombardamenti. Ci auguriamo che Dio abbia pietà dei martiri, conceda una pronta guarigione ai feriti e protegga il nostro Libano».
Il governo del Paese dei cedri sta cercando una mediazione internazionale e allo stesso tempo lavora per garantire la sicurezza dei propri cittadini. È stata però smentita la notizia che l’esecutivo volesse dichiarare Beirut come zona libera da Hezbollah, ma sarebbe pronto un piano per mettere in sicurezza gli abitanti della capitale. «Il primo ministro Nawaf Salam ha chiesto all’esercito e alle forze di sicurezza di intensificare il loro dispiegamento a Beirut per estendere il controllo nella capitale e garantire il monopolio statale sulle armi in città - ha continuato Berri - e ha presentato una protesta urgente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite contro le azioni di Israele. Abbiamo già ricevuto la solidarietà di nazioni amiche come il Qatar che ha condannato l’attacco definendolo una brutale aggressione e una violazione della sovranità della sorella Repubblica libanese. Doha ha subito invitato la comunità internazionale a costringere le autorità di occupazione israeliane a porre fine ai loro barbari massacri e ai ripetuti attacchi contro il Libano.
Anche il Cairo ha definito questi avvenimenti come un intento premeditato volto a minare gli sforzi regionali ed internazionali per ridurre l’escalation, un palese tentativo da parte di Tel Aviv di gettare la regione nel caos totale». Nonostante il suo passato politico molto vicino ad Assad, Berri ha cercato di aprire canali di contatto anche con il nuovo governo siriano che non ha fatto mancare la sua immediata solidarietà. «La Siria vuole un cessate il fuoco immediato e soprattutto la piena attuazione delle risoluzioni delle Nazioni unite per garantire la protezione dei civili e il rispetto della sovranità del Libano, che i siriani considerano come un fratello minore.
Persino il Pakistan, la nazione che sta mediando per arrivare alla pace, ha detto che questi bombardamenti stanno creando un’atmosfera molto negativa e che tutte le parti devono rispettare l’accordo di cessate il fuoco. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, in una dichiarazione ufficiale su X, aveva esplicitamente menzionato il Libano come parte della tregua».
Due settimane di tregua, un tavolo negoziale pronto e una realtà, però, che va nella direzione opposta. Alla vigilia dei colloqui di Islamabad, infatti, Stati Uniti e Iran già si accusano reciprocamente di aver violato l’accordo, mentre resta irrisolto il problema più delicato: che cosa rientra davvero nel cessate il fuoco?
Per Teheran, il punto è chiarissimo. Il Libano fa parte della tregua. «Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca», ha detto il viceministro degli Esteri, Saeed Khatibzadeh, in un’intervista alla Bbc. «Non si può chiedere un cessate il fuoco, accettarne i termini e le condizioni, nominando specificamente il Libano, e poi lasciare che il proprio alleato dia inizio a un massacro», con chiaro riferimento ai violenti raid israeliani su Beirut. È una presa di posizione netta, che l’Iran ha ribadito più volte nelle ultime ore: «Gli Stati Uniti devono scegliere se vogliono la guerra o la pace. Non possono avere entrambe le cose allo stesso tempo».
La linea iraniana non resta isolata. Mosca, per esempio, ieri ha apertamente ammonito che il cessate il fuoco ha una dimensione regionale e deve quindi estendersi anche al Libano. Da parte sua, anche il Pakistan - che sta mediando tra le parti - insiste sulla necessità di rispettare l’intesa nel suo complesso, Beirut inclusa. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che guiderà la delegazione a Islamabad, ha comunque avvertito che «le violazioni del cessate il fuoco porteranno a costi e a forti risposte» e ha invitato a «smettere immediatamente» con gli attacchi.
Nel frattempo, tuttavia, il quadro si complica. Il Libano non vuole restare fuori dal negoziato e chiede di entrarci formalmente. Il premier, Nawaf Salam, ha contattato il Pakistan per sollecitare garanzie: l’obiettivo è «confermare che il cessate il fuoco includa il Libano» ed evitare il ripetersi degli attacchi. Anche da Beirut arriva lo stesso messaggio: è necessario «avere un posto al tavolo» dei colloqui di Islamabad, perché - secondo l’interpretazione libanese - il Paese «era incluso nella tregua».
A rendere ancora più fragile il contesto contribuisce il clima generale di sfiducia. I Paesi del Golfo, in particolare il Bahrein, hanno segnalato attacchi iraniani anche dopo l’annuncio del cessate il fuoco, mentre Teheran accusa Washington di non far rispettare l’intesa al proprio alleato. Lo stesso Khatibzadeh ha spiegato che l’Iran era pronto a reagire, ma ha scelto di fermarsi dopo la mediazione pakistana. Insomma, la tregua tiene, ma solo perché nessuno ha ancora deciso di farla saltare. La partita negoziale, che prende avvio in questa atmosfera incandescente, si giocherà soprattutto sui cosiddetti «10 punti» dell’Iran. Naturalmente, non esiste un documento ufficiale, ma dalle dichiarazioni degli ultimi giorni emerge una piattaforma abbastanza precisa, che sarà al centro dei colloqui. Il primo nodo, per ovvi motivi, è quello della sicurezza: Teheran pretende che non vi siano nuovi attacchi contro il suo territorio e insiste per siglare un accordo che non si risolva in una pausa solo temporanea. «Non possono avere guerra e pace allo stesso tempo», ha detto ancora Khatibzadeh, sintetizzando la posizione iraniana.
Il secondo punto riguarda le sanzioni. Per la Repubblica islamica, l’allentamento della pressione economica è una condizione imprescindibile. C’è poi il tema dell’intero assetto regionale: Iraq, Siria e Libano fanno parte di un unico equilibrio strategico che, per Teheran, non può essere ridotto a compartimenti stagni. Non è un caso che il dossier libanese sia diventato subito centrale: «Il Libano e l’intero Asse della Resistenza costituiscono parte integrante del cessate il fuoco», ha dichiarato con forza Ghalibaf.
Il capitolo più delicato resta però quello nucleare. Qui la posizione iraniana è molto rigida. Il capo dell’Organizzazione per l’energia atomica, Mohammad Eslami, lo ha ribadito ieri senza mezzi termini: le richieste di limitare l’arricchimento dell’uranio sono «illusioni» e «nessuna legge o individuo può fermarci». È un messaggio diretto agli Stati Uniti e a Donald Trump, che continuano a considerare lo smantellamento del progetto nucleare iraniano uno dei punti chiave del negoziato.
Ma non è finita qui: la piattaforma iraniana include anche la non interferenza negli affari interni della Repubblica islamica, la riduzione della presenza militare americana nella regione e una ridefinizione degli equilibri di sicurezza. Non si tratta quindi di un negoziato tecnico, ma di un confronto che tocca l’intero assetto del Medio Oriente. Altrimenti, questo è il punto, si rischierebbe di siglare una pace armata senza un vero futuro. Anche la scelta di Ghalibaf come capo delegazione, dopotutto, conferma che per Teheran il tavolo di Islamabad è considerato decisivo. L'Iran pretende inoltre risarcimenti per la guerra iniziata da Stati Uniti e Israele, e una nuova modalità di gestire lo stretto di Hormuz. A chiarirlo è stato l'ayatollah Mojtaba Khamenei.
Resta, sullo sfondo, uno spiraglio. Secondo la Cnn, il cessate il fuoco di due settimane potrebbe essere prorogato se la Casa Bianca riterrà che i negoziati avranno prodotto risultati apprezzabili. Eppure, sebbene Trump abbia detto ieri alla Nbc di essere «molto ottimista» su un accordo con l’Iran, è ancora tutto appeso a un filo. Per adesso, più che un percorso condiviso, quello che emerge è un negoziato che rischia di incepparsi prima ancora di cominciare, tra richieste apparentemente incompatibili e una tregua che ciascuna parte interpreta a modo proprio. E il rischio è di vanificare qualsiasi risoluzione diplomatica di un conflitto che sta avendo ripercussioni non solo sul Medio Oriente, ma sul mondo intero.
Ieri è passata la prima petroliera non iraniana da Hormuz. Si chiama Msg, batte bandiera gaboniana e trasporta circa 7.000 tonnellate di olio combustibile emiratino dirette in India. Non è esattamente la riapertura delle danze, ma più un passo di prova, come quando si riaccende la luce in sala prima che lo spettacolo ricominci.
Attorno, il traffico resta rarefatto: due petroliere iraniane e qualche portarinfuse. Fine. Perché il punto è proprio questo: Hormuz, formalmente, resta chiuso. O meglio, semiaperto a discrezione di Teheran. Il nuovo schema è semplice e inquietante insieme: massimo 15 navi al giorno, sotto stretto coordinamento con le autorità militari iraniane, lungo rotte stabilite e nel rispetto di «misure tecniche». Traduzione: si passa, ma solo se e come decide l’Iran. A mettere i paletti è il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che lega il via libera a una condizione politica grande come una petroliera: gli Stati Uniti devono rispettare i propri obblighi. Solo allora - dice - il passaggio sarà «sicuro» e regolato. Insomma, la libertà di navigazione trasformata in un negoziato permanente.
E qui parte il coro dei contrari. Anzi, il coro dei no, senza se e senza ma. Perché l’idea che Teheran possa introdurre un pedaggio sullo stretto è visto come una deriva pericolosa. Da Bruxelles, Kaja Kallas ministro degli esteri Ue avverte: non si può legittimare alcuna forma di tassazione su rotte commerciali globali. Sarebbe un precedente micidiale. Oggi Hormuz, domani chissà: Bab el Mandeb? Malacca? Il rischio è un effetto domino con impatti diretti su energia, fertilizzanti, sicurezza alimentare. Non proprio dettagli. Il diritto internazionale parla chiaro, libertà di navigazione senza pedaggi. Molto meno diplomatico il ceo della compagnia emiratina Adnoc, Sultan Al Jaber. La chiusura di Hormuz è inammissibile. Permessi, condizioni, pressioni politiche: un sistema che somiglia più a un casello geopolitico che a una rotta marittima.
E con un’aggravante: le infrastrutture energetiche della regione sono state colpite, e i produttori devono già fare i conti con danni e capacità ridotta. Dall’altra parte dell’Atlantico, le compagnie petrolifere americane non hanno nessuna intenzione di pagare. Secondo indiscrezioni, il tema è già sul tavolo di Marco Rubio e JD Vance. Gli argomenti sono quelli classici, ma pesanti: diritto internazionale, sanzioni, costi. In sintesi: pagare non è un’opzione possibile. Anche perché il pedaggio, oltre che indigesto, è pure complicato da incassare.
In che valuta? Qui la geopolitica diventa quasi commedia, stando almeno al copione desiderato a Teheran. In bitcoin? Impossibile: troppo volatile, oggi paghi una cifra, domani vale il doppio o la metà. Non esattamente il massimo per chi deve far quadrare miliardi di dollari di greggio. In moneta cinese? Ancora peggio: Washington e l’Occidente non accetterebbero mai di legittimare una moneta rivale in un nodo strategico globale. Sarebbe come consegnare le chiavi del traffico energetico mondiale a Pechino. E allora resta il nodo: chi paga, come paga e soprattutto perché dovrebbe farlo. Nel frattempo, la realtà è quella di una strettoia politicizzata. Dove passa una petroliera e sembra una notizia. Dove 15 navi al giorno diventano una concessione. Dove la libertà di navigazione resta sospesa tra diplomazia, muscoli e calcoli.
E così, mentre la Msg scivola verso l’India con il suo carico emiratino, il mondo guarda Hormuz con il fiato sospeso. Perché basta poco per trasformare una «riapertura controllata» in un nuovo scontro. E allora sì, quella petroliera non iraniana è passata. Ma più che una ripartenza, per ora, sembra un avvertimento: il traffico può riprendere. A patto di pagare: politicamente, prima ancora che economicamente.
Donald Trump punta a salvaguardare l’accordo di cessate il fuoco con l’Iran, muovendosi su più piani. Da una parte ha aumentato la pressione sul regime khomeinista, dall’altra ha iniziato a frenare Israele.
Ieri, il presidente americano ha innanzitutto intimato a Teheran di attenersi a quanto stabilito nell’intesa raggiunta. «Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, con munizioni, armamenti e qualsiasi altra cosa appropriata e necessaria per la persecuzione e la distruzione letale di un nemico già sostanzialmente indebolito, rimarranno in Iran e nelle aree circostanti fino a quando il vero accordo raggiunto non sarà pienamente rispettato. Se per qualsiasi motivo ciò non dovesse accadere, il che è altamente improbabile, allora “inizieranno gli scontri a fuoco”, più grandi e più forti di quanto si sia mai visto prima», ha dichiarato il presidente americano su Truth. «L’accordo è stato raggiunto molto tempo fa e, nonostante tutta la falsa retorica contraria, non ci sarà alcuna arma nucleare, mentre lo Stretto di Hormuz sarà aperto e sicuro.
Nel frattempo, il nostro grande esercito si sta preparando e riposando, in attesa della sua prossima conquista», ha aggiunto, per poi tornare a lamentarsi della scarsa collaborazione della Nato sul dossier mediorientale. Le parole di Trump sono arrivate dopo che l’Iran aveva chiuso nuovamente Hormuz in risposta ai bombardamenti israeliani sul Libano. Inoltre, la Casa Bianca ha smentito di aver accettato alcune condizioni di cui Teheran ha parlato (tra cui l’ok a concedere l’arricchimento dell’uranio).
Dall’altra parte, Trump ha però iniziato a mettere sotto pressione anche lo Stato ebraico. Nonostante gli Stati Uniti abbiano negato che l’accordo per il cessate il fuoco con l’Iran includesse anche il Libano, il presidente americano, secondo Nbc News, avrebbe chiesto, l’altro ieri, a Benjamin Netanyahu di ridurre l’intensità dei bombardamenti sul Paese dei Cedri, per scongiurare un deragliamento dei colloqui diplomatici tra Washington e Teheran previsti per domani a Islamabad. Vale la pena di ricordare che il premier israeliano non aveva granché apprezzato la tregua raggiunta tra Stati Uniti e Iran. Netanyahu, spalleggiato in questo da sauditi ed emiratini, auspicava infatti che il conflitto proseguisse, per indebolire ulteriormente la Repubblica islamica.
Eppure, sarà un caso ma, probabilmente anche a seguito delle pressioni di Trump, il premier israeliano ha annunciato ieri di aver autorizzato l’avvio di «negoziati diretti» con Beirut «il prima possibile»: negoziati che, secondo Netanyahu, «si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche tra Israele e Libano». Tutto questo, mentre un funzionario israeliano ha riferito che i colloqui dovrebbero iniziare «nei prossimi giorni», pur precisando che non ci sarà un cessate il fuoco con Beirut prima di allora. Tra l’altro, sempre ieri, il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, è tornato a parlare telefonicamente con l’omologo iraniano, Abbas Araghchi: la loro prima conversazione dall’inizio del conflitto.
Dal punto di vista della Casa Bianca, tutto questo rappresenta uno sviluppo potenzialmente positivo, perché toglie agli iraniani un possibile pretesto per far saltare i colloqui di Islamabad, a cui dovrebbero prender parte, tra gli altri, il presidente del parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, e il vicepresidente statunitense, JD Vance. E proprio Vance, storicamente scettico verso un’operazione bellica su larga scala contro la Repubblica islamica, sta acquisendo sempre maggior peso nell’iniziativa diplomatica, portata avanti da Trump. Segno, questo, del fatto che il presidente americano punta, laddove possibile, a chiudere la crisi per via negoziale con l’obiettivo di evitare un pantano e, al contempo, abbassare i costi dell’energia. È in un tale quadro che, ieri, l’inquilino della Casa Bianca si è detto «molto ottimista» sulla possibilità di un accordo di pace con Teheran. «Se non raggiungono un accordo, sarà molto doloroso», ha aggiunto.
Nel frattempo, faticano a placarsi le fibrillazioni tra Trump e gli alleati della Nato. Ieri, tre diplomatici europei hanno riferito a Reuters che il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, avrebbe informato alcune capitali del Vecchio continente del fatto che la Casa Bianca vorrebbe a breve degli impegni concreti per garantire la sicurezza di Hormuz. «Quando è arrivato il momento di fornire il supporto logistico e di altro tipo di cui gli Stati Uniti avevano bisogno in Iran, alcuni alleati sono stati un po' lenti, per usare un eufemismo. A dire il vero, sono stati anche un po' colti di sorpresa. Per mantenere l’elemento sorpresa per gli attacchi iniziali, il presidente Trump ha scelto di non informare gli alleati in anticipo», ha affermato inoltre Rutte, parlando da Washington, per poi aggiungere: «Ma quello che vedo, guardando all’Europa di oggi, è un enorme sostegno da parte degli alleati».

